sabato 4 settembre 2010



kibbutz Nir David
Hamas: 'Le cellule dormienti si stanno svegliando'

Nel covo brigate qassam: negoziatori attenti, colpiremo ancora
JABALIYA (STRISCIA DI GAZA) - ''Le cellule dormienti si stanno svegliando e questo e' solo l'inizio: colpiremo ancora. Anche dentro Israele, se Dio vuole''. Le parole di Abu Mohammed risuonano nell'oscurita', con echi di euforia, ad appena poche ore dall'agguato terroristico costato la vita a quattro israeliani in viaggio verso la colonia di Kiryat Arba, vicino a Hebron, in Cisgiordania.A pronunciarle e' un uomo di spicco dell'organizzazione che se ne e' attribuita la paternita': le Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas. L'appuntamento con lui, a notte fonda, e' in una strada polverosa e poco illuminata di Jabaliya, a qualche chilometro da Gaza City, fra palazzine scalcinate e spazzatura sparsa al centro della carreggiata. Oltre un reticolato c'e' un cortile che in realta' e' un piccolo accampamento-rifugio. Abu Mohammed scende da una vecchia macchina bianca parcheggiata li' di fronte e si concede per qualche minuto, a dispetto dell' ''allarme generale''.Dietro il 'nome di battaglia' si nasconde uno dei capi delle Brigate Qassam nel nord della Striscia di Gaza. L'attentato di Hebron e' stato rivendicato da un paio d'ore, non di piu'. Ma nei cieli della Striscia sono stati gia' visti volteggiare alcuni F16 israeliani e il pericolo e' nell'aria. Una rappresaglia sarebbe nell'ordine delle cose. Anche perche' le responsabilita' sono chiare e riconosciute. ''Siamo stati noi, i nostri in Cisgiordania, e abbiamo voluto trasmettere un messaggio preciso'', dice all'ANSA Abu Mohammed in tono di colloquiale ferocia, appoggiando il braccio destro allo sportello e puntellandosi con la mano sinistra su un fucile mitragliatore a canna lunga.Il messaggio e' rivolto insieme ''ad Abu Mazen (il presidente moderato dell'Autorita' nazionale palestinese) e agli israeliani'', che proprio in queste ore si apprestano a riannodare a Washington, sotto l'ombrello della mediazione di Barack Obama, un abbozzo di negoziato diretto: ''Entrambi devono sapere che noi siamo ancora li', nonostante i loro tentativi di distruggerci e di annientare la resistenza, e siamo in grado di assestare colpi dolorosi''. L'uccisione di quattro persone, mirate a caso lungo la strada, rappresenta per lui ''un successo''. E la dinamica spietata dell'eccidio, eseguito con lo stile di un regolamento di conti di stampo mafioso, si spiega con ''la necessita' di essere efficaci, di aggirare gli ostacoli dei sistemi di sicurezza messi in piedi da Israele e dall'Anp'' e di dimostrare che le Brigate al-Qassam sono ancora in grado ''di agire con calma e durezza''. Abu Mohammed e' certo che i colloqui di Washington siano ''una perdita di tempo''. ''Israele - scandisce alzando per la prima volta la voce - non vuole concedere nulla e la resistenza armata e' il solo modo di far valere i nostri diritti. Arafat ha negoziato per anni e alla fine non ha ottenuto niente e lo hanno pure avvelenato''.
''La resistenza - ribadisce - e' l'unica opzione. Non crediamo a nient'altro e non siamo come l'Anp e Fatah, che prendono ordini dai loro padroni americani''. Il suo sguardo, incorniciato da barba e capelli neri e filtrato da un paio da occhialini da vecchio rivoluzionario del tempo che fu, non ammette dubbi. ''Nella Striscia di Gaza (dove dal 2007 regna sovrano il verbo integralista di Hamas) siamo piu' liberi e persino piu' sicuri rispetto alla Cisgiordania di Abu Mazen'', afferma.
Al suo fianco, in penombra, s'intravede il profilo massiccio di un pretoriano in mimetica. Che si gloria di ''funzionare ancora bene'' malgrado gli ''11 proiettili'' ricevuti in una gamba quattro anni fa, durante uno scontro a fuoco con i soldati israeliani. E assente vigorosamente quando Abu Mohammed si dichiara fiducioso che il bagno di sangue di Kiryat Arba possa essere ''solo l'inizio'' di una nuova stagione di violenza.''Colpiremo ancora in Cisgiordania - proclama -, a Nablus e altrove. E anche dentro Israele, inshallah (se Dio vuole)''. ''Le cellule dormienti si stanno svegliando, resistenza fino alla liberazione'', conclude, prima di porgere a sorpresa un piattino di carta con alcuni dolcetti superstiti di una cena di fine giornata di Ramadan. Quattro morti sul ciglio di una strada, un messaggio minatorio ai negoziatori di Washington, uno sgambetto alla credibilita' di Abu Mazen: per gli uomini delle Brigate Qassam c'e' di che festeggiare.02 settembre, http://www.ansa.it/


Colloqui diretti Israele-Anp, primo nodo restano colonie

Obama,nell'angolo sull'economia,avrà forza di spendersi davvero?
2 set. (Apcom) - "Gli estremisti non affosserano i negoziati" ha detto ieri Barack Obama. Parlava anche degli estremisti islamici. Ma era pure un monito ai convitati al suo tavolo. E quanto siano realistiche le aspettative sollevate dai colloqui diretti israelo-palestinesi che si aprono oggi a Washington saranno le prossime settimane a dirlo, e non occorrerà aspettare molto: il 26 settembre, data di scadenza della moratoria unilaterale del governo dello Stato ebraico sulle attività edilizia negli insediamenti e prima cartina di tornasole della serietà delle trattative. Non a caso i primi tentativi di sabotaggio dei negoziati, alla loro vigilia, ieri hanno riguardato proprio i coloni israeliani, con l'uccisione di quattro di loro nel sud della Cisgiordania da parte delle brigate Ezzedine al Qassam, il braccio armato di Hamas. E contemporaneamente, secondo l'ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ieri il capo del governo di Gerusalemme ha incontrato il segretario di Stato Hillary Clinton a cui avrebbe comunicato che non sono previste proroghe sulla moratoria: una chiusura che non sembra di buon auspicio. Nonostante si parli di negoziati diretti, la partita è come sempre a tre: all'apertura delle trattative c'è anche Obama, e non a caso. La Casa Bianca vuole conservare nel mondo arabo la credibilità cercata con il discorso del Cairo, ma ha bisogno di risultati tangibili: la plausibile riconoscenza dell'Arabia saudita e degli altri Paesi del Golfo tornerebbe assai comoda in chiave di contenimento dell'influenza iraniana. L'incognita è quanto un Obama preoccupato da fattori di politica interna - economia in primis - abbia tempo e voglia di premere sull'acceleratore: i successi diplomatici alla Camp David portano sì al Nobel per la Pace (peraltro già assegnatogli) ma non alla rielezione, che si basa su ben altri equilibri in cui la politica estera di solito conta poco. E Obama non sarebbe certo il primo Presidente ad aver cercato e fallito una soluzione al conflitto mediorentale.



Tel Aviv


Israele parla di pace ma pensa all’economia


Il premier israeliano che si reca a Washington per dare il via in presenza del presidente Obama a una nuova serie di difficili negoziati coi palestinesi è un politico differente dal Netanyahu che in marzo fu lasciato senza cena dopo due ore di sdegnato incontro con l'inquilino della Casa Bianca.Molte sono le ragioni del rapido cambiamento di atmosfera: l'avvicinarsi delle elezioni "mid term" in America, viziate per Obama dalla delusione dell'elettorato per la mancanza della ripresa economica; il bisogno del presidente di non alienarsi l'influente elettorato ebraico legato sulla questione di Gerusalemme con il potente settore fondamentalista cristiano; l'impotente vittimismo dei palestinesi di al-Fatah paralizzati dalle minacce di Hamas e convinti della debolezza di Israele; lo spauracchio nucleare iraniano, eccetera.Dietro a tutto questo c'è un fattore nuovo più volte ricordato da questo giornale: la trasformazione di Israele da fattore militare occidentale problematico in fattore economico-energetico asiatico di crescente peso. Una evoluzione tanto più sorprendente se si tiene conto dell'immagine di Stato in permanente in pericolo di eliminazione, delegittimato dal mondo islamico e di sinistra, considerato minato all'interno da insolubili problemi di identità, dipendente dagli aiuti americani e dalla beneficenza ebraica, seduto sui carri armati e sulle sofferenze dei palestinesi imprigionati a Gaza, oppressi in Cisgiordania e all'interno di Israele stesso.Incapace di sfatare queste menzogne e di mutare questa caricaturale immagine di sé in molti ambienti mediatici, Israele sorprende il mondo economico uscendo indenne dalla crisi economica assieme all'India e alla Cina. Entrato nell'OECD, dotato di moneta stabile che fa aggio sul dollaro, senza inflazione e con una disoccupazione discesa in 5 anni dal 12 al 6%, ha esibito nel secondo semestre del 2010 una crescita economica del 4.6%. Indifferente alle minacce di disinvestimento a causa (contrariamente a quello che era successo al Sud Africa) di un crescente afflusso di capitali esteri e di turisti, Israele che affronta questo nuovo giro di negoziati di pace a Washington, è secondo il settimanale Newsweek al 22° posto per qualità di vita nel mondo e al primo nel Medio Oriente ( con Kuwait al 40° e la Siria all'83°). Le statistiche possono sempre ingannare ma fa riflettere il fatto che nel 2010 le esportazioni israeliane verso l'India sono aumentate del 120% , verso la Cina del 109%, verso il Brasile del 67%, diminuendo progressivamente la sua dipendenza economica dall'Occidente (che resta il suo partner commerciale preferenziale) e aumentando quella dall'Asia. Non si tratta soltanto di economia. In Asia risiedono oggi le riserve di nuovi immigranti, di quegli "Ebrei del Ritorno" di cui si parla intenzionalmente poco ma che si contano ormai a diecine di migliaia in Israele. È significativo che quest'anno per la prima volta si siano iscritti nelle accademie rabbiniche israeliane sette candidati rabbini cinesi provenienti dalla antica e scomparsa comunità ebraica di Kaifeng. Non meno lo è la decisione del governo di creare un fondo per il rimpatrio di 450 universitari e scienziati israeliani emigrati all'estero per rispondere ai bisogni di un settore tecnologico che ha creato più società del Canada al Nasdaq di New York coprendo il 30% delle esportazioni del paese.Questo non deve nascondere le molte deficienze sociali di Israele e la grande diversità dei salari specie sul mercato finananziario.Ma una cosa è aver registrato un aumento del 43% del numero dei milionari (Haaretz 24.6.2010) in due anni in un paese sottosviluppato. Un'altra è averlo registrato in un paese industrializzato, democratico, che ha scoperto, dopo 50 anni di vane ricerche, depositi energetici importanti. La molla del cambiamento politico e strategico di Israele è nella sua trasformazione entro il 2015 in esportatore di gas. Secondo il NYHT del 20 agosto si tratta dello sviluppo di «enormi depositi». Mettono Israele al riparo da possibili sanzioni e trasformano la sua posizione nei confronti dei Paesi occidentali che hanno corteggiato sinora i Paesi arabi. 02 settembre 2010,http://www.ilgiornale.it/



Il destino di Gerusalemme divide il governo israeliano

Domani a Washington colloqui diretti di pace in Medio Oriente. Barak apre sulla divisione dellacittà, ma arriva no di Netanyahu
WASHINGTON A poche ore dall’inizio dei negoziati diretti israelo-palestinesi il ministro della difesa (e leader del partito laburista) Ehud Barak ha affrontato in maniera indipendente una delle questioni più spinose: il futuro assetto di Gerusalemme est, nel contesto di un accordo definitivo di pace fra Israele e i palestinesi. In una dettagliata intervista al quotidiano Haaretz, Barak ha spiegato che Gerusalemme ovest deve restare ebraica. Gerusalemme est dovrà invece essere spartita, su base demografica: 12 rioni ebraici, dove oggi abitano 200 mila israeliani, dovranno essere inclusi in Israele, in via definitiva, mentre i rioni arabi di Gerusalemme est (dove abitano 250 mila persone) passerebbero allo Stato palestinese. Per la Città Vecchia (dove si trovano anche i luoghi santi cristiani e islamici) e per il ’Santo Bacinò (il Monte degli Ulivi e la Città di Davide, ossia il rione di Silwan, alle pendici della Città Vecchia) dovrebbe essere messo a punto «un regime particolare, con accorgimenti concordati». Barak era premier quando nel 2000 a Camp David fu organizzato un drammatico vertice israelo-palestinese con Yasser Arafat, che si concluse con un nulla di fatto, ma dove aveva già ipotizzato la divisione di Gerusalemme. Nell’intervista ha toccato molti altri temi: fra cui la possibilità che alla fine del mese riprendano in forma limitata lavori di espansione nelle colonie in Cisgiordania. Ma la sua sortita su Gerusalemme è stata notata dalla delegazione israeliana al seguito a Washington del premier Benyamin Netanyahu. «Gerusalemme resterà la capitale indivisibile di Israele» ha seccamente replicato un anonimo dirigente al seguito del primo ministro. In realtà a quanto risulta Israele ha già intavolato con l’Autorità nazionale palestinese trattative dettagliate sulla spartizione della Città santa. Lo stesso Olmert ipotizzò nel 2008 - durante i negoziati con Abu Mazen - una divisione simile a quella enunciata da Barak e una soluzione ’internazionalè per il "Santo Bacino".Dunque, al tavolo dei negoziati, il tabù della spartizione di Gerusalemme si è incrinato da tempo. Ma sul piano delle dichiarazioni ufficiali, Israele si attiene ancora alla formula di Gerusalemme come «capitale indivisibile». Un banco di prova per Barak, che giustifica la permanenza dei laburisti al governo con la sua asserita capacità di «lavorare pazientemente ai fianchi» il leader del Likud, Benyamin Netanyahu.1/9/2010 http://www.lastampa.it/


Nuovo attacco di Hamas a israeliani, due feriti

Abu Mazen non può negoziare pace per tutti i palestinesi
Gaza, 2 set. (Ap) - Due israeliani sono rimasti seriamente feriti, ieri sera, in un nuovo attacco a colpi d'arma da fuoco rivendicato dal movimento radicale palestinese Hamas. L'attentato è stato compiuto vicino all'insediamento ebraico di Kochav Hashachar, a est della città Cisgiordana di Ramallah, proprio mentre a Washington era in corso l'incontro tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen, con la mediazione della Casa Bianca. L'attacco è stato rivendicato da Hamas, che rifiuta ogni accordo di pace con lo stato ebraico. Secondo quanto spiegato in un comunicato emesso dalla leadership del movimento radicale palestinese, Abu Mazen non avrebbe alcun diritto di negoziare con Israele per conto di tutti i palestinesi. "Questo attacco è un messaggio a tutti coloro che hanno promesso che l'attentato di Hebron non si ripeterà più", ha fatto sapere il gruppo islamico.


Galan: Sull'origine del pachino non mi sono sbagliato

Una qualche qualità israeliana ha attecchito
Il ministro, Giancarlo Galan ha "semplicemente detto ciò che è stato scritto più e più volte da giornali e riviste, e cioè che una qualche qualità di pomodoro studiata in laboratori in Israele - il che non vuol dire pomodoro Ogm - ha attecchito in modo particolare nella zona di Pachino". È la replica del ministro dell'Agricoltura, Giancarlo Galan che in una nota risponde alle polemiche sulla provenienza di alcune varietà di questo tipo di pomodoro. "Ottimi dunque i pomodori di Pachino - scrive Galan - come ottimi sono i pomodori che si producono in molte regioni italiane, ma questa loro eccellenza nulla ha a che vedere con il dibattito in corso sul tema degli Ogm dibattito che riguarda le questioni relative alla ricerca e alla sperimentazione. Il resto appartiene soltanto a chi, con la scusa di boicottare il prodotto italiano, si maschera in vario modo pur di favorire l'importazione in Italia di tonnellate e tonnellate di pomodoro cinese". http://economia.virgilio.it/, 1 settembre



India, Cochin, comunità ebraica
Netanyahu, giustizia per uccisione coloni ma negoziati non si fermano
Washington, 1 set. - (Adnkronos/Aki) - Israele non permettera' che l'uccisione di quattro suoi cittadini, avvenuta ieri sera nei pressi dell'insediamento di Kiryat Arba, in Cisgiordania, "resti impunita", ma l'accaduto non produce "alcun cambiamento" nell'avvio dei negoziati di pace diretti domani a Washington. E' il primo commento che arriva dalla delegazione israeliana arrivata negli Stati Uniti nelle scorse ore, dopo il massacro di coloni rivendicato dalle Brigate al-Qassam.


Mar Morto
Barak, pronti a cedere Gerusalemme est a palestinesi

Gerusalemme, 1 set. - (Adnkronos/Aki) - Israele e' pronta a cedere parte del territorio di Gerusalemme ai palestinesi nel quadro di un accordo di pace. Lo ha dichiarato al quotidiano Haaretz il ministro della Difesa israeliano, mentre delegazioni israeliane e palestinesi si trovano a Washington per il lancio di negoziati di pace diretti. La divisione di Gerusalemme dovrebbe includere, secondo Barak, un "regime speciale" per la gestione dei luoghi sacri della citta'.


Sinagoga kibbutz Lavi

I calcoli sbagliati di Ahmadinejad

Da un editoriale del Jerusalem Post, http://www.israele.net/
Mahmoud Ahmadinejad si atteggia spesso a gran conoscitore della realtà israeliana. Israele, ha ripetuto per l’ennesima volta le settima scorsa, è “troppo debole” per colpire militarmente l’Iran, e “non ha abbastanza coraggio” per impedire con determinazione i progressi di Teheran verso l’atomica.Il presidente iraniano si sbaglia. Né debole né privo di coraggio, Israele è invece misurato, umano e pragmatico. Ma è anche, soprattutto, molto risoluto quando viene messa in questione la sua sopravvivenza.Nel 1981 Israele, pur con riluttanza, colpì e distrusse il reattore iracheno di Osirak perché aveva capito che Saddam Hussein, se gli si permetteva di procurarsene i mezzi, avrebbe potuto alzarsi una mattina e decidere, a dispetto di qualsiasi analisi razionale costi/benefici, di lanciare un attacco nucleare contro Israele. Nel 2007 Israele colpì il reattore siriano in costruzione, di nuovo senza alcuna arroganza né vanteria, al solo scopo di prevenire in modo chirurgico una spaventosa minaccia ad opera di un nemico senza scrupoli.Finora Israele ha scelto di non sfidare sul piano militare la marcia dei mullah verso l’atomica: vale a dire che ha scelto di non seguire la sua sperimentata dottrina volta a impedire ai nemici di procurarsi gli strumenti atti a decretare la sua fine, semplicemente perché non sente ancora l’assoluta urgenza di farlo.I leader e l’opinione pubblica, qui in Israele, sono rimasti sconvolti per anni dall’apparente indifferenza del resto del mondo di fronte alla crescente minaccia al mondo libero rappresentata dal programma iraniano. L’Iran, dopo tutto, non ha mai fatto mistero della sua volontà di modificare l’ordine mondiale in base alla propria immagine fondamentalista, religiosamente distorta, spietata e misogina. La possibilità di disporre di nucleare militare lo agevolerebbe assai in questo suo proposito. Ahmadinejad stesso si rimetterà presto in viaggio per la comparsata che gli viene scandalosamente permesso di fare ogni anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove dispensa ammaestramenti alle grandi potenze guidate dagli Stati Uniti ammonendole di pentirsi se non vogliono essere dannate.Di recente Stati Uniti ed Europa si sono posti alla testa di una campagna di sanzioni economiche un po’ più robusta e Israele, tenendo sempre d’occhio l’orologio del nucleare iraniano, continua a fremere tacitamente per la perdita di tempo, pur approvando pubblicamente gli sforzi di pressione che, teme, potrebbero essere troppo poco e troppo tardi. Comunque finora Israele non ha ritenuto che fosse arrivato il momento della verità.Questi ultimi giorni, tuttavia, hanno visto una serie di notizie che indicherebbero che Israele o ha già deciso che dovrà agire contro l’Iran, o è sul punto di arrivare ad una tale decisione. Jeffrey Goldberg, scrivendo di recente per “The Atlantic” sulla base di quelle che afferma essere le opinioni raccolte da una quarantina di decisori politici israeliani presenti o passati, afferma che “vi sono più del 50% di probabilità che Israele lanci un raid entro il prossimo luglio”. Goldberg giunge a sostenere che il Pentagono avrebbe già ordinato ai comandanti Usa nella regione di non abbattere eventuali aerei israeliani diretti verso l’Iran che dovessero incrociare nello spazio aereo sotto il loro controllo. Anche la scelta di Yoav Galant come successore di Gabi Ashkenazi al posto di capo di stato maggiore israeliano viene generalmente ascritta, almeno in parte, all’audacia e fiducia in se stesso che viene attribuita al personaggio in relazione al contesto iraniano. “Considerando che l’anno entrante sarà con ogni probabilità un anno di decisioni cruciali – ha scritto martedì scorso il corrispondete militare del Jerusalem Post – evidentemente il ministro della difesa Ehud Barak ha ritenuto che gli occorresse qualcuno che sia capace di prendere la decisione di ricorre alle Forze di Difesa israeliane, qualora il governo dovesse dare luce verde per una tale operazione”.L’Iran non è di facile lettura per gli analisti dell’intelligence. Colpirebbe Israele se ottenesse la Bomba? O cercherebbe di evitare la reazione israeliana fornendone la potenzialità a un protagonista non statale che colpirebbe al suo posto? O si “limiterebbe” a usare la capacità nucleare per alterare l’equilibrio di forze in Medio Oriente a drastico danno di Israele? Non esistono risposte semplici a queste domande. Allo stesso tempo, le conseguenze di un’azione militare israeliana in Iran sono prossime all’inimmaginabile. Tanto per cominciare, a differenza di Saddam, l’Iran potrebbe darsi sia alla ritorsione, sia alla ricostruzione.D’altra parte, Ahmadinejad dimostra un’attitudine a sbagliare i calcoli potenzialmente molto pericolosa. Giacché questo giornale (che è stato citato nella sproloquiante conferenza stampa di Hassan Nasrallah all’inizio di questo mese a Beirut) viene senza dubbio portato all’attenzione del presidente iraniano, ci sentiamo di mettere bene in chiaro un concetto: se Israele dovesse convincersi che le sanzioni hanno fallito, che l’Iran sta per dotarsi della capacità di realizzare i suoi dichiarati propositi di cancellare Israele dalla carta geografica, e che solo un intervento militare israeliano potrebbe prevenire un secondo Olocausto, allora i nostri leader non avranno altra scelta che agire, per quanto malvolentieri. Non abbiamo raccolto la maggioranza della nazione ebraica qui, in un’entità sovrana che tragicamente ha rivisto la luce troppo tardi per poter salvare milioni di ebrei dai nazisti, per restare ora impotenti e con le mani in mano mentre un nuovo nemico genocida si appresta ad avverare la nostra distruzione.(Da: Jerusalem Post, 28.08.10)


Giaffa

Hezbollah e Siria creano comando militare unificato

30 ago. (Apcom) - Le milizie sciite libanesi di Hezbollah e l'esercito siriano avrebbero dato vita ad una cooperazione militare in vista di un possibile conflitto armato con Israele: è quanto riporta la stampa kuwaitiana. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano Ha'aretz Hezbollah e Damasco avrebbero creato un quartier generale unificato, oltre a scambiarsi informazioni sui possibili bersagli strategici israeliani. Le due forze armate inoltre si dividerebbero i fronti in caso di attacco israeliano, oltre ad aver lavorato a dei piani su una possibile offensiva di artiglieria contro le forze dello Stato ebraico.


Il Papa vede Shimon Peres
L'incontro avverrà a Castelgandolfo. In ottobre in vaticano si svolgerà il Sinodo dei vescovi dedicato al Medio Oriente.
Prevedono un incontro di importante rilievo internazionale i primi impegni di Benedetto XVI dopo la pausa agostana. Giovedì 2 settembre, nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, il Papa riceverà infatti il presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres. Lo ha confermato la sala stampa della Santa Sede. Benedetto XVI e il Premio Nobel per la pace si sono già incontrati varie volte: in Vaticano il 6 aprile del 2006 e il 6 settembre del 2007, oltre che in Israele nel maggio 2009 durante la visita del Pontefice in Terra Santa. Tra i temi che dovrebbero caratterizzare l'udienza di giovedì prossimo, in programma alle 11.00, non mancheranno sicuramente quelli relativi alla situazione in Medio Oriente e alla ripresa dei colloqui diretti tra israeliani e palestinesi.30/8/2010, http://www.lastampa.it/


fiume Giordano

Trovati i resti del primo banchetto

Scoperti i resti del più antico banchetto pubblico della storia: vi partecipò una comunità di circa 35 persone e per l’occasione, 12.000 anni fa, si imbandì un pasto a base di tartarughe e altri animali selvatici. I resti dell’antichissimo banchetto, probabilmente organizzato per commemorare un defunto, sono descritti sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti da un gruppo di ricerca americano e israeliano dell’università del Connecticut e della Hebrew University. Scoperti nella Bassa Galilea, in Israele, i resti, spiegano i ricercatori, sono la prima prova che gli esseri umani cominciarono a banchettare e festeggiare insieme prima dell’avvento pieno dell’agricoltura, in un periodo di passaggio nel quale da una vita da nomadi gli uomini sperimentarono coltivazione e allevamento. In un luogo di sepoltura con due cavità dove vi sono anche le ossa di una donna anziana, i ricercatori hanno scoperto i resti di ben 71 tartarughe e di altri tre animali selvatici che mostrano segni di cottura e di taglio, indicando che gli animali furono macellati e cotti per sfamare una quaratina scarsa di persone. Entrambe le cavità, spiega una delle autrici, Natalie Munro, furono costruite su misura per il rito funebre e per il banchetto. I gusci e le ossa di animali, posti sotto, intorno e anche in cima ai resti di un rituale di sepoltura sciamano suggeriscono che il banchetto avvenne contemporaneamente al rituale di sepoltura e fu organizzato proprio per commemorare un defunto. 31 agosto 2010, http://www.ilgiornale.it/


Incontro segreto ad Amman fra Abu-Mazen e Ehud Barak

Gerusalemme, 31 ago. (Apcom) - Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha incontrato segretamente domenica il presidente palestinese Abu Mazen ad Amman dopo un faccia-a-faccia lo stesso giorno con re Abdallah II. Lo si è appreso oggi dai media israeliani. L'incontro, che si è tenuto in una abitazione privata situata nella capitale giordana, va inquadrato nell'ambito dei preparativi per il rilancio dei negoziati israelo-palestinesi diretti giovedì a Washington, ha precisato la radio militare. Secondo l'emittente israeliana, Barak e Abu Mazen hanno discusso dei gesti di buona volontà che Israele potrebbe fare per la popolazione della Cisgiordania con la ripresa dei negoziati che erano sospesi da 20 mesi. Prima Barak aveva incontrato il sovrano giordano e poi era volato a Gerusalemme per informare del contenuto dei colloqui il Primo ministro Benjamin Netanyahu. Successivamente ha fatto ritorno a bordo dello stesso aereo ad Amman per l'appuntamento con il presidente Abu Mazen


Israele, scoperto un frammento del famoso codice di Hammurabi

Gli scavi del locale Istituto di Archeologia dell'Università Ebraica
Gerusalemme - (Adnkronos30 agosto ) - Per la prima volta è stato ritrovato a Tel Hazor un documento, risalente a 3.700 anni fa, con un codice legale parallelo a una delle più antiche raccolte di leggi conosciute nell'antichità. Si affronta un problema di diritto che riguarda il rapporto tra schiavi e padroni.


Aluf Benn

Una nuova scadenza: agosto 2011

L’effetto immediato dell’annuncio della ripresa di colloqui diretti fra israeliani e palestinesi è stato quello di stabilire una nuova scadenza nel calendario del Medio Oriente: agosto 2011. Questa, infatti, è la data entro la quale dovrebbero concludersi sia i negoziati su tutti dossier relativi allo status definitivo, sia il piano del primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad di creare uno stato palestinese “in progress”.Gli israeliani hanno un rapporto difficile con queste date-limite. Da una parte ne minimizzano l’importanza: “E’ da diciassette anni che trattiamo coi palestinesi e non ne è venuto fuori niente”. Dall’altra le temono, ben sapendo quanto queste scadenze tendano a creare aspettative irrealistiche destinate a restare deluse, finendo con l’aprire la strada a nuove “intifade”. Sono slogan che suonano bene nei dibattiti politici alla radio e in tv, ma la realtà è assai più complicata.Da quando furono firmati gli Accordi di Oslo sono trascorso diciassette anni, ma la fantomatica pace non è stata ancora raggiunta. Durante tutto questo periodo, comunque, dei veri negoziati sullo status finale hanno avuto luogo solo in due occasioni: una volta quando era primo ministro Ehud Barak; l’altra quando era primo ministro Ehud Olmert. Entrambi i round di colloqui per la soluzione definitiva sono duranti meno di un anno e hanno visto Israele avanzare proposte di pace che apparivano di vasta portata. In entrambi i casi, i leader palestinesi le hanno respinte come insufficienti. Ma le conseguenze sul terreno di quel rifiuto sono state assai diverse nelle due occasioni. Dopo che Yasser Arafat respinse la proposta avanzata da Barak a Camp David nel luglio 2000, si scatenò un bagno di sangue. Dopo che Mahmoud Abbas (Abu Mazen) respinse l’offerta di Olmert dell’estate 2008, non accadde niente. Furono anzi ben poche le persone che si resero conto che una proposta era stata avanzata.La differenza fra i due casi non sta nei dettagli degli accordi proposti, bensì nel livello delle aspettative: un decennio fa la gente era convinta che un accordo fosse “a portata di mano”; due anni fa, al contrario, i colloqui Olmet-Abu Mazen venivano visti come un inutile esercizio con l’unico scopo di far passare il tempo.Ciò che invece accomuna i due casi è che, tutte e due le volte, all’avvio dei colloqui era stata annunciata la scadenza di un anno. E tutte e due le volte le parti effettivamente si sono attenute alla scadenza. Le offerte di pace israeliane vennero presentate ai palestinesi dieci mesi dopo il summit che aveva dato inizio ai negoziati. Il concetto di data-limite si è dunque rivelato uno strumento utile efficace che ha spronato i leader.Benjamin Netanyahu inizia questo terzo round di negoziati sullo status definitivo con aspettative ancora più basse di quelle delle trattative di Olmert. I critici del primo ministro israeliano, sia dentro che fuori Israele, dicono che sta solo gettando fumo negli occhi della gente pur sapendo che, in realtà, non può concedere neanche un millimetro ai palestinesi: le posizioni che ha professato in passato, l’influenza del suo retaggio famigliare, la composizione della sua coalizione di governo: tutto ciò viene citato a riprova della critica contro di lui.Ma la situazione politica di Netnayahu è molto migliore di quella in cui si trovavano rispettivamente Barak e Olmert; e, d’altro canto, lui più di loro ha bisogno del supporto dell’amministrazione americana per via della crescente minaccia iraniana. Ciò sarà sufficiente per spingerlo a firmare un accordo su una soluzione “a due stati” come si è impegnato a fare all’inizio del suo mandato incarico?Il problema di Netanyahu è radicato nelle contraddittorie aspettative coltivate dalle due parti. Dal suo punto di vista, la creazione di uno stato palestinese dovrebbe “porre fine al conflitto”. Le sue controparti palestinesi fanno invece affidamento sulla dichiarazione diffusa dal Quartetto, secondo la quale l’accordo dovrebbe porre fine “all’occupazione iniziata nel 1967”. Sono due cose completamente diverse: i palestinesi e la comunità internazionale vogliono chiudere il capitolo iniziato con la guerra dei sei giorni; Netanyahu, come Barak prima di lui, vuole porre fine al conflitto iniziato decenni prima del 1967, e che va a toccare al cuore la definizione di sé che danno i due popoli.L’elemento chiave introdotto da Netanyahu nel processo è quello di esplicitare la richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come “stato nazionale del popolo ebraico”. Cosa che i palestinesi hanno recisamente rifiutato. Dal loro punto di vista conviene continuare a considerare gli ebrei come conquistatori stranieri che hanno usurpato il paese espropriandone gli abitanti.Il totale disaccordo su questo punto è senz’altro foriero di problemi e difficoltà, ma paradossalmente offre anche un’opportunità. Nel prevedibile stallo fra la richiesta israeliana di riconoscimento e la richiesta palestinese di attuare il “diritto al ritorno” (di fatto: la negazione di quel riconoscimento), vi è lo spazio per un compromesso: entrambe le parti dovrebbero mettere da parte i dilemmi simbolici focalizzandosi piuttosto su un accomodamento pragmatico volto a suddividere la Cisgiordania fra due stati, che in seguito potranno continuare a polemizzare sulla giustizia e sulle rispettive narrazioni storiche.Se Netanyahu riuscirà a sopravvivere politicamente alla spinosa questione degli insediamenti e a stabilire una parvenza di fiducia con Abu Mazen, potrà mettere in conto mesi di negoziati riservati, lontani dai riflettori del pubblico: almeno fino alla scadenza della prossima estate.Sia o meno una coincidenza, agosto 2011 è anche il momento in cui si prevede che l’Iran sarà in grado di assemblare la sua prima bomba nucleare, stando all’intelligence americana. Senza dubbio quel mese sarà un momento molto interessante, quaggiù in Medio Oriente.(Da: Ha’aretz, 25.08.10), http://www.israele.net/


Acco

(Un ennesimo esempio dell'autentica democrazia israeliana n.r.)

Israele,petizione artisti: no a esibizioni in colonia Ariel

Decine di attori e artisti israeliani hanno firmato una petizione in cui affermano di rifiutare di esibirsi nella colonia ebraica di Ariel, in Cisgiordania. Lo ha indicato alla radio pubblica uno dei loro rappresentanti. "Ariel si trova in territorio occupato e nessun artista israeliano deve prodursi in territorio occupato, né ad Ariel né in nessun altro insediamento, in quanto contrario al diritto internazionale", ha affermato alla radio il drammaturgo Yehoshua Sobol. Ariel, 18mila abitanti, è una delle più grandi colonie ebraiche create nella Cisgiordania occupata dal giugno 1967 e ospita un centro culturale che è stato recentemente inaugurato. Secondo Sobol non meno di 53 attori, artisti e drammaturghi israeliani hanno sottoscritto la petizione: tra questi, grandi nomi del teatro come Yossi Pollak, Youssef Sweid, Anat Gov o Savyon Liebrecht. Questi ultimi rappresentano le principali compagnie teatrali di Israele - in particolare Beit Lessin, Guesher, Habimah, Cameri, Teatri di Beersheva e Haifa - tutte sovvenzionate da fondi pubblici. "Invitiamo le direzioni dei teatri a proseguire le loro attività sul territorio sovrano di Israele all'interno dei limiti della linea verde" che distingue Israele dai territori occupati, hanno sottolineato gli autori della petizione. Questa presa di posizione ha suscitato le riserve di parte del mondo teatrale, oltre che la rabbia dei coloni e dell'ala destra della classe politica, a cominciare dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo la radio pubblica, ha affermato di fronte ai suoi ministri riuniti in seduta settimanale che "Israele è vittima di una campagna internazionale di 'delegittimazione' e qualunque boicottaggio è inaccettabile, ancora meno da noi, quando proviene da gente finanziata dallo stato". Il sindaco di Ariel, Ron Nahman, si è da parte sua detto "colpito da questa petizione che mescola politica e cultura".http://notizie.virgilio.it/ 30 agosto


PETROLIO: RISERVE GIACIMENTO A LARGO ISRAELE, 4, 2 MLD BARILI

(AGI) 29 agosto Gerusalemme - Nel giacimento Leviathan a 120 km dalle coste israeliani ci sarebbero 4,2 miliardi di barili di petrolio. Lo ha annunciato il consorzio israelo-statunitense Delek Group, che a partire da ottobre iniziera' le prime operazioni di prospezione. Secondo il consorzio vi e' il 17% di probabilita' di trovare 3 miliardi di barili a una profondita' di 5.800 metri, e un 8% di trovarne altri 1,2 miliardi a 7.200 metri .



Menachem Begin

Israele volò con i sei giorni del falco

Fu la guerra lampo del giugno 1967 a dare inizio alla scalata al potere di Menachem Begin Il quale vinse puntando sullo spirito nazionalistico guadagnandosi l’appoggio dei giovani
Nel maggio 1977, dieci anni dopo la conclusione vittoriosa della cosiddetta «Guerra dei sei giorni», la storia politica di Israele subì una svolta fondamentale. Le elezioni portarono al potere il leader del partito di destra, Menachem Begin, il quale formò un governo che interruppe un trentennio di egemonia laburista. Il suo partito, il Likud, nato nel ’73, come accertarono studi statistici e politologici, era stato votato soprattutto dalle più giovani generazioni. Il successo di Begin e del suo partito, destinato a inaugurare una nuova egemonia che - soprattutto su alcuni temi come quello dei confini dello Stato - dura tuttora, non era dovuto soltanto agli effetti della guerra vittoriosa o alle polemiche, giuste o sbagliate che fossero, che avevano investito i laburisti e ne avevano messo in crisi l’immagine. Era anche, quel successo, il frutto dell’emergere di un filone intellettuale e ideologico le cui radici affondavano lontano nel tempo.Begin, infatti, non era un uomo politico «nuovo». Nato a Brest-Litovsk nel 1913, aveva ben presto deciso di dedicarsi all’attività sionista a tempo pieno e nel 1944, da poco giunto in Palestina con l’armata polacca, aveva guidato - alla testa dell’Irgun, un gruppo militare considerato dagli inglesi terrorista - la rivolta ebraica contro i britannici. Era guidato da una convinzione precisa, che si riallacciava a una visione romantica della libertà quale si era realizzata con le rivoluzioni francese e americana e che aveva ispirato gran parte del cosiddetto risveglio delle nazionalità del secolo XIX. La sollevazione ebraica, in questa ottica, era percepita da lui come una combinazione fra il destino degli ebrei nella storia e le leggi della rivolta. In un suo bel saggio dal titolo I mastini della terra. La destra israeliana dalle origini all’egemonia (I libri di Icaro, Lecce, pagg. 404, euro 13), arricchito da una presentazione di Sergio Romano, un giovane studioso del sionismo, Paolo Di Motoli fa notare come nel pensiero di Begin confluissero diversi motivi derivati dal nazionalismo europeo (in particolare polacco, italiano e ceco) e come vi si fondessero «i valori romantico-messianici del XIX secolo con i valori “oscuri” del nazionalismo integrale».Padre ispiratore di Begin, e quindi del Likud, era stato un personaggio poliedrico, Vladimir Zeev Jabotinski, un agitatore politico e nazionalista fervente, profondamente anticomunista, che nel 1925 aveva elaborato la piattaforma programmatica del cosiddetto «sionismo revisionista» che postulava la necessità di una «revisione» della politica del movimento sionista, allora guidato da Chaim Weizmann. In sostanza, egli sosteneva che si dovesse recuperare lo spirito originario del profeta del sionismo, Theodor Herzl il quale, a suo parere, era stato «tradito» proprio da Weizmann. E che Herzl e Weizmann esprimessero due visioni diverse, pur nell’ambito di un medesimo orizzonte politico, è, a ben vedere, ovvio se solo si consideri il fatto che la prima si era sviluppata nel clima del liberalismo nazionale austro-ungarico, mentre la seconda portava in sé i geni di un liberalismo progressista di matrice britannica.Proprio Weizmann sarebbe stato, nel 1948, il primo presidente di quello Stato di Israele che Jabotinsky non fece in tempo a vedere, essendo morto nel 1940. E, per alcuni decenni, appunto fino alla «svolta» rappresentata dalla «Guerra dei sei giorni», Israele parve realizzare in concreto, dal punto di vista politico-istituzionale, ma anche dal punto di vista economico-sociale, un originale e sorprendente esperimento lib-lab. Ma alla creazione dello Stato di Israele avevano contribuito anche gli eredi di Jabotinsky, in particolare Begin proprio con le attività di guerriglia dell’Irgun. Una volta costituito lo Stato di Israele, Begin continuò a portare avanti le sue idee che, recuperando le tesi di Jabotinsky e il suo stesso militarismo intriso di tradizionalismo, postulavano l’aspirazione a un «Grande Israele» esteso sulle due rive del Giordano. Lo fece attraverso la lotta politica e i partiti di cui fu creatore o animatore. Il primo, da lui creato nel 1948 subito dopo la proclamazione dello Stato dalle ceneri dell’Irgun, si chiamò Herut, ovvero il partito della libertà. All’interno del mondo ebraico progressista quella formazione politica non piacque e destò preoccupazioni per il suo radicalismo. Al punto che, quando Begin decise di effettuare una visita negli Stati Uniti per presentare il suo partito, il New York Times pubblicò una lettera firmata da autorevoli personalità del mondo ebraico, come Albert Einstein e Hannah Arendt, che non esitava a definire l’Herut «un movimento politico vicino nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel profilo sociale ai partiti nazisti e fascisti».Naturalmente non era vero, ma l’Herut faticò a trovare una sua legittimazione politica. In seguito, alla metà degli anni Sessanta, dalla sua fusione con i nazional-liberali, nacque un’altra formazione politica che assunse il nome di Gahal, un acronimo per indicare il blocco Herut-liberali. Infine, negli anni Settanta, venne fondato da Begin insieme con Ariel Sharon il Likud, protagonista della svolta politica del 1977.Si trattò di una svolta che, mettendo in un canto l’egemonia laburista, ha finito per caratterizzare gli avvenimenti successivi di Israele fino ai nostri giorni. Lo studio di Paolo Di Motoli, equilibrato e ben documentato, contribuisce a chiarire come la destra israeliana abbia un ben definito e definibile albero genealogico dove si ritrovano insieme, fra gli altri, Jabotinsky, Begin, Shamir, Netanyahu. Un albero genealogico che ha alle sue origini gli ideali romantici di popolo, terra e sangue, tipici del nazionalismo quale si sviluppò nell’Europa centrale e orientale: un nazionalismo, per usare le parole del grande storico Zeev Sternhell, «volkista, culturale, religioso e immerso nel culto di un passato eroico». Un nazionalismo, insomma, i cui seguaci, ben a ragione, per la loro strenua difesa di Erez Israel, possono essere definiti «i mastini della terra». 30 agosto 2010, http://www.ilgiornale.it/


Israele-Turchia: Ankara conciliante

Dopo soluzione crisi, Turchia lieta di ricevere Netanyahu
(ANSA)- GERUSALEMME,29 AGO - Dal ministero degli esteri turco e' partito un messaggio conciliante per Israele in cui si indica che le relazioni potranno riprendere. La condizione e' una soddisfacente soluzione della crisi dopo l'invio a Gaza della nave turca Mavi Marmara. In un colloquio col quotidiano di Tel Aviv Yedioth Aharonoh, la fonte ha perfino detto che la Turchia sara' lieta di ricevere il premier israeliano Benyamin Netanyahu.


Haifa

Voci a confronto (Rassegna Stampa)

Più che trombe varrebbe la pena di dire che si è fatto ricorso ai flauti (o ai pifferi?) così come al posto dei potenti tamburi ci si è accontentati di un modesto xilofono. I «peace talks», dialoghi di pace - li chiameremo così per meglio intenderci - hanno preso il largo, mollando gli ormeggi e ritirando l’ancora. (Darne compiutamente di conto nella rassegna stampa è impresa ardua, dovendo semmai selezionare a priori, secondo un qualche criterio soggettivo, quel che pare bene evidenziare da ciò che può essere trascurato). Un “accordo” c’è già: i leader delle parti in causa, che sono più di due, si incontreranno ogni quindici giorni. Ne parlano sui giornali di oggi Elena Molinari per l’Avvenire, Guido Olimpo su il Corriere della Sera, Rolla Scolari per il Giornale, Vincenzo Faccioli Pintozzi su Liberal, Anna Guaita su il Messaggero, Angelo Aquaro per la Repubblica, Lorenzo Cresci su il Secolo XIX, Maurizio Molinari su la Stampa. Cosa da ciò ne deriverà è impossibile dirlo al momento, anche se i tornanti sono così tanti da implicare, ad ogni passo, il rischio di una catastrofica compromissione e il fallimento totale. Si veda, al riguardo, Angelo Pezzana su Libero. Ne è testimone il diffuso scetticismo che li accompagna, sia per parte palestinese che israeliana. Non di meno tale sentimento è fatto proprio da chi, come Aaron David Miller, negoziatore di lungo corso, intervistato da Alix Van Buren per la Repubblica di oggi invita alla massima cautela. Sotto tale segno anche gli articoli di Lorenzo Trombetta su Europa, di Mattia Ferraresi su il Foglio così come di Amy Rosenthal sulla medesima testata. Scetticismo non indica propriamente un pessimismo insuperabile, e tuttavia segnala quante (e quali) siano le differenze e le diffidenze - queste sì al momento insormontabili - destinate, qualora dovessero perdurare, a segnare il futuro dei colloqui. Nei giorni scorsi le aggressioni contro i civili israeliani nei Territori palestinesi si sono “puntualmente” ripetute, seguendo un calendario parallelo a quello delle conversazioni in corso a Washington. Delle tante cose scritte a tale riguardo si vedano le voci raccolte da Paola Caridi per la Stampa di giovedì 2 settembre. Benjamin Barthe, in un duro articolo su le Monde del giorno precedente, elenca invece le tante speranze per così dire “tradite”: il processo di Oslo, avviatosi nel 1993, avrebbe dovuto in cinque anni chiudere il conflitto; la «roadmap», del 2005, riduceva a due anni i tempi per la nascita di uno Stato palestinese; la conferenza di Annapolis, del 2007, si produceva in un pronostico decisamente ottimistico, prevedendo per l’anno successivo il conferimento della sovranità definitiva agli uomini di Abu Mazen. Non ne è derivato nulla di che, se non una sorta di lievitazione nello stallo, con l’incremento della presenza israeliana - denunciata dai palestinesi come un’occupazione di fatto - e il ritorno, tra questi ultimi, in un moto di impotenza politica, delle vecchie suggestioni militanti, quelle che ipotizzano lo scioglimento d’Israele in uno Stato «democratico e multietnico», ovviamente a grande maggioranza arabo-musulmana. Una riflessione impietosa, e fortemente polemica, nei confronti d’Israele, ma che coglie alcuni aspetti della possibile futura evoluzione in campo palestinese, è quella che Meron Benvenisti offre in una intervista, sempre su le Monde di mercoledì 1 settembre, dove identifica diversi fattori critici tra i quali la scomposizione della popolazione locale in quattro macrogruppi (cisgiordani, abitanti di Gaza, diasporici e arabo-israeliani) con distinti profili biografici e diverse aspirazioni, tra di loro anche divergenti. Per Benvenisti «la popolazione della Cisgiordania è entrata in un processo di trasformazione simile a quello degli arabi israeliani. Non vuole la terza Intifada. Si concentra [piuttosto] sulla costruzione di un sotto-gruppo economico che chiederà, in un certo lasso di tempo, la sua annessione ad Israele [...]». Si confrontino queste parole con il profilo che Ariel David ci offre sul Foglio di giovedì 2 settembre del premier cisgiordano Salam Fayyad, definito il «gran cucitore». A ben pensarci è quanto di nuovo è emerso in questi ultimi tre anni, dopo Annapolis, in campo palestinese. Il resto, come sottolinea Aaron David Miller in una intervista rilasciata al Figaro del medesimo giorno, «est moins favorable à un accord qu’en 2000». Una prima analisi del campo di forze presenti intorno al tavolo negoziale di Washington è quella operata da Janiki Cingoli su Europa sempre di mercoledì scorso così come fa Aldo Baquis il giorno successivo, chiedendosi se «ci sono nuove chance di pace» sulla Stampa. Sei sono le «issues» dirimenti: i confini, la sicurezza, gli insediamenti ebraici, il destino dei profughi e dei rifugiati, lo status di Gerusalemme, la gestione delle risorse naturali, a partire da quelle idriche. Tradotti in altre parole i parametri dovrebbero essere questi: il ritiro per parte israeliana da una porzione di territorio compreso tra il 92-95% dell’intera regione cisgiordana; l’annessione degli insediamenti ebraici di maggiori dimensioni al territorio d’Israele, in cambio di porzioni equivalenti di terra ma anche il riconoscimento del «carattere ebraico» del paese, così come il rilascio di Gilad Shalit e una qualche “soluzione” del conflitto a Gaza con Hamas. Sui primi aspetti dell’oggetto della negoziazione rimane, come punto di partenza, quanto a suo tempo l’allora premier israeliano Ehud Olmert, in quel di Annapolis, aveva dichiarato d’essere disposto a concedere ai palestinesi, come ricorda Luca Possati su l’Osservatore Romano di ieri parlando dell’«ora della pace» in un documentato articolo. Aperte a qualsiasi ipotesi rimangono la spinosa questione dello status di Gerusalemme (che per Israele non è in alcun modo negoziabile, anche se il ministro della Difesa Ehud Barak, in una intervista al quotidiano Haaretz, ipotizzava la possibile spartizione del settore orientale tra ebrei ed arabi, in base a criteri demografici, idea già caldeggiata a suo tempo dallo stesso Olmert, come commenta Aldo Baquis su la Stampa di giovedì 2 settembre) così come il meccanismo delle compensazioni e degli assestamenti da offrire ai profughi palestinesi, data l’impraticabilità, materiale e politica, di un qualsiasi ritorno in massa ai luoghi d’origine. Più prosaicamente, però, mentre per parte israeliana predominano sia problemi relativi alla tenuta dell’attuale coalizione (dove una parte degli alleati, a partire da Israel Beiteinu e Shas non nascondono dissensi e dissapori marcati) che ad un piano strategico sul rapporto con un futuro Stato palestinese - in linea di principio accetto dall’attuale premier -, per la parte palestinese il conflitto interno alle diverse fazioni che la compongono (con Hamas che non partecipa al negoziato se non per tramite della violenza armata, come è avvenuto con l’assassinio di quattro israeliani ieri l’altro) si innerva nella scarsa legittimazione interna che Abu Mazen raccoglie e nei non minori problemi che derivano da una debolezza politica che sembra oramai attraversare tutto il suo campo. Segno dei tempi è il fatto che Netanyahu sia andato a Washington da solo, ovvero accompagnato unicamente da tecnici, sia pure di rango, mentre Abu Mazen ha definito il blocco dell’attività edilizia in Cisgiordania (ma anche a Gerusalemme Est) come dirimente rispetto a qualsiasi ulteriore conversazione. Le richieste che il primo ministro israeliano ha portato con sé riguardano anche la moratoria sugli armamenti palestinesi e, in particolare modo, una politica di smilitarizzazione dei Territori laddove ciò che più si teme è la capacità di fare ricorso a vettori missilistici capaci di compromettere la sicurezza delle grandi città israeliane. in questo bailamme quello che però si fatica a cogliere è il senso, quindi la meta, ovvero il vero obiettivo, della mediazione americana, al di là degli affanni elettorali di democratici e repubblicani per le elezioni di novembre, che costituiranno una sanzione per il prosieguo dell’azione politica dell’attuale presidenza. Tradizionalmente sono il tornante sul quale si misura la popolarità e l’impopolarità dell’inquilino della Casa Bianca. Il che demanda alla fattibilità o meno di un secondo mandato. Di certo, contestualizzando la tempistica adottata, gli incontri seguono alla conclusione della presenza più propriamente bellica degli statunitensi in Iraq, paese che deve ora vedersela da sé, tra le tre corpose minoranze (sunnita, sciita e curda) e con una accresciuta influenza iraniana. Ne parla diffusamente Lucio Caracciolo su l’Espresso di oggi mentre Maurizio Molinari, su la Stampa di mercoledì 1 settembre, ci dà il resoconto del discorso tenuto da Barack Obama agli americani, nel momento di celebrare la conclusione della operazione Iraqi Freedom. In quel paese non solo gli Stati Uniti ma anche la parte restante di una già raccogliticcia «coalizione» occidentale non intendeva più restarci. E non è quindi un caso se, come sottolinea Pierre Chiartiano sull’edizione di Liberal dello stesso giorno, la palla passi ora alle milizie private, quei contractor che, si dice almeno nella misura di 7mila, subentreranno in alcune funzioni svolte precedentemente dall’U.S. Army. La scomparsa del regime baatista ha segnato, tra le altre cose, il declino di quella funzione cuscinetto che Bagdad esercitava nell’intera regione. Tuttavia, se è riduttivo isolare la vicenda della contrapposizione tra Israele e i palestinesi rimandandola a sé, non di meno sfugge ad una logica puramente geopolitica la scelta operata da Washington di imporre (in altro modo non ci si può esprimere) ai due contendenti una mediazione. Plausibile che l’obiettivo praticato da Obama sia quello di tenere intorno al tavolo della discussione i contendenti quel tanto che basta per godere di un ritorno politico personale, dinanzi al calo di popolarità registrato in quest’ultimo anno. Dopo di che, chi avrà tela da tessere la tesserà. Nel mentre va ricordato che il Presidente israeliano Shimon Peres si è recato ieri in visista dal Papa, così come resocontano Caterina Maniaci per Libero, Giacomo Galeazzi per la Stampa e l’Osservatore Romano. Ancora qualche segnalazione dai giornali di oggi, oltre al profluvio sul conflitto israelo-palestinese, è quella che ci rimanda all’espulsione dai vertici della banca centrale tedesca di Thilo Sarrazin, «bundesbanker» in forte odore di razzismo e antisemitismo, in tutta probabilità già pronto a consegnarsi al pubblico come vittima di un sacrificio immeritato. Vanno in tal senso le ambigue parole di Sergio Romano su Panorama, dove l’autore confonde il diritto alla libertà di espressione per una licenza alla «trasgressione, alla provocazione e alla eterodossia» (ipse dixit!). Più equilibrati i resoconti di Beda Romano per il Sole 24 Ore, Alessandro Alviani su la Stampa, Vincenzo Savignano per l’Avvenire. Un’ultima segnalazione si impone. Domenica verrà celebrata l’undicesima edizione della Giornata della Cultura Ebraica, quest’anno dedicata alla rappresentazione artistica del sacro, un apparente ossimoro se ci si rifà alla Torah. Ne parla diffusamente su l’Avvenire di oggi Massimo Giuliani così come Elena Loewenthal ad essa si richiama sulla Stampa. Claudio Vercelli, http://moked.it/


Tallet

Il divieto di “farsi” delle immagini,

secondo alcuni studiosi, pare corroborato dalla struttura stessa del racconto biblico che è asciutto, conciso, non fantasioso e offre pochi spazi alle descrizioni dei paesaggi. Una teoria che legge l’ebraismo dall’angolatura della storia delle religioni. L’assenza delle immagini però non esclude il mondo delle immagini così come l’incolore non nega la presenza del colore che invece diventa essenziale in alcuni passaggi narrativi della Torah. Basti pensare ad esempio all’arcobaleno, all’azzurro del talled o alla descrizione del pettorale sacerdotale. Sonia Brunetti Luzzati,pedagogista, http://www.moked.it/

venerdì 3 settembre 2010



Campo di prigionia di Atlit




M.O.: HAMAS PROMETTE ''ATTACCHI PIU' EFFICACI'' CONTRO ISRAELE

(ASCA) - Roma, 3 set - All'indomani dell'apertura dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi, i miliziani di Hamas hanno minacciato di condurre nuovi attacchi contro Israele.Un portavoce di Hamas ha dichiarato che 13 gruppi di estremisti hanno unito le loro forze per realizzare ''nuovi violenti attacchi''. ''Dichiariamo che le azioni di resistenza sono entrate in una nuova e piu' avanzata fase di cooperazione ai piu' alti livelli per preparare attacchi piu' efficaci contro il nemico (Israele)'', ha dichiarato. Il portavoce non ha escluso l'utilizzo di attentatori suicidi.


LA SIMMETRIA DEI DESIDERI

di Eshkol Nevo, Trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, Neri Pozza Ed. (collana Bloom), Vicenza, 2010, pp. 376, €.18
“Ma questa è proprio la definizione dell’amicizia, no? Un’oasi che ci permette di dimenticare il deserto…o…una zattera le cui assi si tengono unite. O…un piccolo staterello circondato dai nemici. Non credi?”Tra gli scrittori israeliani dell’ultima generazione quella di Eshkol Nevo è senz’altro una delle figure più rappresentative. Nato a Gerusalemme nel 1971, cresciuto tra Israele e gli USA, ha completato gli studi a Tel Aviv e intrapreso per qualche tempo la carriera di pubblicitario, poi abbandonata per la letteratura. Attualmente insegna “Scrittura creativa” presso alcune istituzioni.Il pubblico italiano lo ha incontrato grazie alla sua prima opera, Nostalgia, edita da Mondadori nel 2007: un intenso, delicato romanzo apprezzato in tutto il mondo, vincitore di numerosi premi.Egli ha inoltre pubblicato una raccolta di racconti dal titolo Bed & Breakfast (2001)e il saggio The Breaking up Manual (2002).Ora Neri Pozza ci fa conoscere La simmetria dei desideri.Potremmo chiamarlo il romanzo dell’amicizia tra quattro giovani “moschettieri” israeliani, autodefinitisi di provincia (sono originari di Haifa!), nata negli anni del liceo, rafforzatasi durante il servizio militare -che, per loro, ha coinciso con gli anni della prima Intifadah-, i quali, all’alba del ventunesimo secolo, si interrogano sul significato della vita, sull’avvenire, sull’amore, sull’inesorabile passare del tempo, in un contesto, Israele, nel quale parlare di futuro, di normalità assume, se ne sia consapevoli o meno, uno strano sapore di incertezza e pure di sfida.Ma è proprio lo scorrere quotidiano dell’esistenza che Nevo vuole raccontarci, in un insopprimibile desiderio di normalità, pur nella consapevolezza, come egli confida in una recente intervista a Susanna Nirenstein (la Repubblica del 10 luglio u.s.), che “tutto [nel Paese] si svolge [come] su una sottile lastra di ghiaccio”.Vediamo i protagonisti nei loro tratti essenziali, lasciando al lettore il piacere di conoscerne a fondo i caratteri, pagina dopo pagina.Yuval Fried è la voce narrante. Britannico d’origine, ha ricevuto dalla famiglia, oltre che “un profondo sospetto laico verso tutto ciò che è religioso”, una severa educazione anglosassone e cioè: “una stitichezza emotiva cronica e un radicato sentimento di estraneità conseguente al fatto che i miei genitori non avevano mai smesso….di sentirsi estranei qui, nel Levante, e continuavano a parlarsi in un ebraico inglesizzato ancora trent’anni dopo…..”. Yuval va soggetto periodicamente a irrefrenabili crisi d’asma e/o depressive ed è un convinto pacifista -orientamento che gli è valsa l’espulsione dal corso allievi ufficiali-. Si guadagna da vivere con traduzioni dall’inglese all’ebraico per gli studenti di Scienze sociali e di Lettere, mentre lavora da tempo immemorabile ad una tesi di laurea in Filosofia, dal titolo Metamorfosi. Filosofi che hanno cambiato opinione, elaborato del quale nessuno più si domanda quando mai vedrà la luce.A proposito di se stesso ammette con sincerità di essere privo di iniziativa, come un “..cavallo che resta nei box [e] preferisce osservare gli altri…che competono piuttosto che partire al galoppo”.
Ben diverso da Yuval è Yoav Alimi, l’avvocato della compagnia, per tutti Churchill, così soprannominato da quando un giorno, al liceo, in vista della semifinale del torneo di calcio contro la temuta quinta C, aveva riunito i compagni per propinare loro il discorsetto di sprone: ciò che avrebbe potuto sostenerli contro gli avversari, prima delle qualità atletiche, sarebbero stati “il sangue, il sudore e le lacrime”.Figlio di un affascinante istruttore di guida, specializzato in signore sposate della Haifa-bene, accalappiate grazie alle infallibili armi seduttrici, esplicate all’interno della propria automobile, e di una donna assai sicura di sé e ben motivata a far sì che il figlio preferito tra i sei messi al mondo (Yoav, naturalmente) si affermasse con successo, Churchill è divenuto ben presto un abile avvocato. Ma tanta apparente autostima nasconde una profonda insicurezza.C’è poi Ofir Zlotocinsky, dai bei riccioloni, impegnato nella ricerca di dare un significato alla propria vita. Da ragazzo ha avuto un difficile rapporto con il padre, poi rimasto ucciso in Libano. Ofir spreca il suo talento in un ufficio pubblicitario, mentre sogna di girare un film con i suoi amici come protagonisti; il guaio è che, a suo parere, tale film si affermerà presso il pubblico solo se almeno uno dei personaggi principali morirà da eroe di guerra. E’ sempre accaduto così, insiste Ofir, per qualsivoglia libro o pellicola che abbia riscosso successo in Israele dall’epoca della fondazione dello Stato. Le sue tendenze misticheggianti porteranno il giovane in India, da dove ritornerà insieme alla donna della sua vita, Maria, incontrata laggiù.
In perenne polemica con Ofir è Amichai Tanuri, l’ottimista, rimasto orfano di padre da piccolo, l’unico sposato del quartetto, padre di due gemelli e marito di Ilana, soprannominata dagli altri amici la Piagnona, perché, in apparenza, sembra non sopportare i loro scherzi, le loro infinite chiacchiere, al limite del masturbatorio, in quel linguaggio criptico per iniziati da cui lei si sente irrimediabilmente esclusa. Ma anche Ilana è in grado di riservare doti e possibilità inaspettate. Amichai vende polizze mediche ai malati di cuore e spera in un domani migliore.Proprio da Amichai parte, un giorno in cui tutti insieme stanno guardando in TV la finale dei Mondiali di calcio del 1998 (Francia/Brasile, conclusasi con la vittoria della prima), l’idea che è il filo che idealmente lega tutta la vicenda: perché non scrivere ciascuno, su un foglietto, i propri desideri per gli anni a venire e attendere la prossima finale di Coppa del Mondo per verificare se si sono realizzati?Si dipana così una storia, la cui origine e, per così dire, ragion d’essere sta in uno stratagemma usato dall’Autore, magari -per certi aspetti- non nuovo, ma di sicuro effetto, proprio in un ambito dove la regola è la sorpresa, il tuffarsi, da parte dei protagonisti, nell’ignoto mare dell’esistenza, com’è ben evidenziato dall’immagine di copertina dell’edizione italiana.
L’intrigante suggestione del romanzo sta nell’intrecciarsi delle fantasie di ciascuno per cui il sogno espresso dal primo è realizzato, secondo un originale percorso, dal secondo, l’aspirazione del quale trova compimento nel terzo e così via fino a creare una magica “Simmetria dei desideri”, degna dell’armonico giardino Bahà’í di Haifa.Una storia al maschile poiché “le ragazze passano, gli amici restano”. Com’è altrettanto vero che “le ragazze restano, gli amici passano”, sempre in omaggio alla suddetta “simmetria”.Una storia sì al maschile, ma nella quale sono le figure femminili a tirar le fila: Ilana, Maria e, soprattutto, Yaara, il grande amore impossibile (e carico di significati simbolici) di Yuval.Vi è poi un quinto amico, presente/assente, Shachar Cohen, il quale preferisce lasciare Israele sia perché desidera star lontano dalla famiglia che non accetta la sua omosessualità, sia soprattutto perché ritiene che “il nostro Paese è malato e ogni persona ragionevole deve organizzarsi una vita di fuga..”, posizione non condivisa dall’Autore, come questi precisa nell’intervista di cui sopra.Eshkol Nevo gioca da par suo tutti gli strumenti espressivi: dal drammatico, all’ironico -come le considerazioni sulla capacità di ridere di sé: “se una persona è in grado di ridere di se stessa, allora ha ancora qualche speranza”, al sarcastico -gli scherzi atroci che i giovani giocano l’un l‘altro-, con riflessioni sui diversi caratteri e la delusione, o meglio il sentimento di odio/amore, che loro ispira, dopo la “provinciale” Haifa, la grande città tanto vagheggiata, Tel Aviv: “Peccato che tutta la spiaggia sia occupata dal cemento e dagli esercizi commerciali….questa città così priva di profondità, qui è tutto manifesto, tutto cellularizzato, privo di intimità…”.Come sempre di notevole valore la traduzione del duo Madre/Figlia Ofra Bannet e Raffaella Scardi, specie in quel loro rendere nella nostra lingua espressioni quali il verbo “incarinire”, cioè rendere più gradevole: nel caso in questione riferito, per contrasto, al carattere del tuo amico che si rivela invece qual è, senza sconti, in occasione di un viaggio compiuto insieme.O il termine “fantadialoghi” per “dialoghi fantastici”; o “mano paterno-maneggiona”, riferita a un genitore, espressione che non abbisogna di spiegazioni.
Vi trovi scene d’ambiente cariche di poesia e stimolanti riflessioni proprio su quei filosofi “che hanno cambiato opinione”. Ma anche l’immancabile concessione al consueto, comodo cliché dell’ufficiale israeliano inevitabilmente prepotente ed ottuso, quasi che non ne esistano di dotati, se non di eroismo, almeno di umanità ed intelligenza. E conseguente rappresentazione della società israeliana come malata di violenza. Detto tra parentesi: si è mai chiesto Nevo come reagirebbero le nostre società euro-viziatelle se si trovassero, come quella israeliana, sotto perenne attacco fin dal giorno della nascita; anzi, ancor prima?Battutacce sul rapporto tra il Sesso e l’essere Ebrei, o meglio la raffigurazione del sesso dal punto di vista ebraico “…il sesso, quando è descritto in ebraico causa sempre ai protagonisti amare delusioni. Come se il fatto di essere ebrei impedisse di godercela fino in fondo, o forse lo scrittore teme che la descrizione diventi pornografica, quindi la porta all’estremo opposto, l’estraniamento, l’occasione perduta…”
O il rimpianto per certi istanti di gioia infantile, come l’essere accolti, al ritorno da scuola bagnati di pioggia -quelle piogge di Haifa, “più fitte di quelle di Tel Aviv”- da un padre armato di affetto e di uno “spesso asciugamano verde preso in bagno”, con il quale egli provvede ad asciugarti, dopo averti tolto un vestito dopo l’altro “delicatamente”, con i “suoi movimenti…misurati e lenti, e le sue grandi mani [che] erano le sue grandi mani”.La tensione e la ricchezza interiore che ti dà il grande potere catartico dello scrivere.Il romanzo acquista forza, spessore lirico ,“cresce”, per così dire, nella seconda parte, specie nel tratto finale, ma -è solo l’opinione personale di chi scrive -, proprio per questa ragione, un minor numero di pagine gli avrebbe conferito maggiore asciuttezza ed efficacia espressiva nel far risaltare il messaggio che è alla base della vicenda: Tutto è Possibile.O, come dicono in India, secondo quanto riportato da Ofir: “Sab kuch milega”. di Mara Marantonio


The Spielberg Jewish Film Archive - Aftermath of Arab Riots in 1929



1956: kibbutz Sdot-yam

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…
La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più? Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell. E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace. Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.Barbara Mella ,Emanuel Segre Amar,