sabato 6 ottobre 2012
Brutti film e libertà d’espressione
Di Hagai Segal, http://www.israele.net/
Settembre è un mese ad alto rischio per le relazioni fra America e
islam. Nel settembre 2001 le Torri Gemelle a New York vennero distrutte
da un commando terrorista islamico. Nel settembre 2012 milioni di
manifestanti musulmani hanno distrutto la libertà d’espressione in
America.I violenti, sanguinosi tumulti di fedeli musulmani hanno impaurito la
superpotenza democratica, al punto da spingerla a mandare i suoi agenti
di polizia ad arrestare il dilettantesco autore di un ambiguo filmetto.
Ufficialmente è stato arrestato per aver violato i termini della sua
libertà vigilata, ma non c’è bambino, in California come a Bengasi, che
si sia bevuto questa goffa scusa. Nakoula Basseley Nakoula è stato
arrestato a causa del suo film, non perché ha navigato illegalmente su
internet.L’amministrazione Obama aveva il dovere di proteggere la libertà di
esprimersi di Nakoula e di ripetere semplicemente la consueta massima
sul diritto che ha la gente di dire (anche) sciocchezze. E invece i
portavoce dell’amministrazione hanno condannato il film anti-islamico
quasi con la stessa veemenza con cui condannavano i tumulti contro di
esso. Persino dopo il brutale assassinio dell’ambasciatore americano in
Libia e l’assalto all'ambasciata americana al Cairo, i collaboratori di
Obama hanno continuato a chiedere scusa.Il club dei film brutti, negli Stati Uniti e in occidente, è pieno di
film assai più insultanti e ingiuriosi de “L’innocenza dei musulmani”.
Il papa è rimasto profondamente offeso da innumerevoli film, a partire
dal “Jesus Christ Superstar” del 1973 fino ai vari “L’ultima tentazione
di Cristo” (1988) o “Paradise Faith” (2012). Ma non ha aizzato milioni
di cristiani a bruciare le ambasciate e ammazzare ambasciatori in giro
per il mondo cattolico. E non si è visto un solo ebreo protestare
davanti alle ambasciate americane dopo l’uscita, nel 2004, della
“Passione di Cristo”, un film che dipinge gli ebrei come un popolo
traditore e violento. In Vaticano e nei Rabbinati sanno bene che
l’autore dei film di Hollywood non è il presidente degli Stati Uniti.
Cristiani ed ebrei protestano, come è loro diritto, ma lo fanno con gli
editoriali sui giornali e nei talk-show radio-televisivi. Evidentemente
rabbini e sacerdoti sanno bene che la libertà di espressione, in
America, è un principio quasi religioso.Lo sanno anche i predicatori islamici, ma preferiscono fare i finti
tonti allo scopo di terrorizzare il mondo intero. Capi di moschee hanno
istigato le masse a scatenare tumulti per intimidire l’occidente e
costringerlo a smetterla di criticare i modi violenti di coloro che
venerano il profeta Maometto. Loro si ritengono autorizzati a proclamare
ogni venerdì che gli ebrei sono figli di scimmie e maiali e che i
cristiani sono deprecabili infedeli. Agli altri, invece, non è permesso
nemmeno uno scherzo o una vignetta sui santi dell’islam. Hanno scelto di
recitare la parte dei pazzi furiosi affinché nessuno osi impicciarsi o
anche solo cercare di discutere con loro. A quanto pare, per ogni
singola caricatura danno fuori di matto.“Sono orgoglioso di queste proteste”, ha dichiarato di recente alla
radio il parlamentare arabo-israeliano Ibrahim Sarsur, del partito
Ta'al-Lista Araba Unita. Certo che ne è orgoglioso: il comportamento
dell’America e dell’occidente nell'affare del filmetto anti-islamico è
motivo di grande orgoglio per questi arabi. (Da: YnetNews, 3.10.12)
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Permesso di soggiorno #19 - Nadav Rosenzweig - Israele
Nadav viene da Israele e insegna capoeira. In Italia è arrivato per amore e per continuare a coltivare la sua passione, questa è la sua storia! VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=sQjl6_K_QSQ
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Curiosità
Israele: resort Mar Rosso, ucciso il turista-killer
(AGI) - Gerusalemme, 5 ott. - E' stato ucciso il turista americano che aveva aperto il fuoco all'interno di un albergo israeliano sul Mar Rosso, nella citta' di Eilat, uccidendo una persona. Dopo i fatti, la polizia aveva immediatamente circondato l'edificio. Secondo la radio israeliana, l'uomo si era impossessato dell'arma sottraendola a una guardia di sicurezza, aveva sparato diversi colpi contro un dipendente dell'albergo e poi era fuggito via, barricandosi all'interno della sua stanza .
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" Vergogna per Napoli che appoggia la flotilla "
Credevo
che il sindaco di una citta’ come Napoli avesse dei problemi, che so,
tipo la monnezza, tipo la camorra, tipo quartieri come Scampia, tipo la
delinquenza minorile che infesta certi quartieri di Napoli, tipo fare
migliorie in una citta’ bellissima ma da sempre malgovernata e stuprata
dalla criminalita’ organizzata e intrallazzi vari.Non
saprei, cosa ne dite amici? Io pensavo che magari il sindaco di Napoli
avrebbe potuto costruire dei contatti amichevoli con Israele per
imparare alcune cose importanti che avrebbero potuto essergli utili,
tipo trasformare la monnezza, vergogna napoletana, in qualcosaltro di
piu’ salubre e piacevole agli occhi dei napoletani e dei turisti di
tutto il mondo che spesso non capiscono se visitano una citta’ europea o
del terzo mondo.Insomma
De Magistris poteva approfittare dell’amicizia che Israele ha nei
confronti dell’Italia e rendersi utile alla citta’ di cui e’ sindaco,
sarebbe stato suo dovere , anziche’ allearsi con dei nemici del mondo
civile e democratico, porre le basi per qualcosa del genere:“Israele: la discarica si trasforma in eco-parco Una
vera e propria montagna di rifiuti, alta 60 metri e che si estende su
una superficie di 2000 ettari alla periferia di Tel Aviv, sarà
convertita in un parco ecologico che oltre a consentire ai cittadini
lunghe passeggiate nel verde, produrrà anche energia verde. (la Repubblica, 25 settembre 2012)http://www.ilvangelo-israele.it/ ”
Interessante
vero? Certo sarebbe stato encomiabile farci un pensierino e chiedere
consigli ma il signor sindaco ha preferito altro, ha preferito dare a
Napoli un’ennesima vergogna e patrocinare l’associazione “Ship to Gaza
Sweden”, legata al movimento Freedom Flotilla organizzazione della
missione Estelle, cioe’ l’ennesima barca piena di fanatici odiatori,
pronti a forzare il blocco navale israeliano intorno a Gaza. Questi
fanatici appoggiano incondizionatamente il gruppo terrorista di hamas
che occupa e sgoverna Gaza, appoggiano il desiderio dei palestinesi di
eliminare Israele, sono antisemiti, molti negano e dileggiano la Shoa’.
Da Gaza piombano ogni giorno missili sul territorio israeliano, piu’ di
10.000 dal 2005, anno in cui gli ebrei sono stati evacuati dalla
Striscia, ogni santo giorno i cittadini del sud di Israele devono essere
pronti a correre nei rifugi, i bambini sanno in che posizione devono
mettersi quando suona la sirena, le scuole aperte a fine agosto hanno
dovuto essere chiuse quasi subito per pericolo missili Grad. Sappiamo
che chi va da Hamas non lo fa per ammirare le spiagge e per turismo,
sappiamo che la’ c’e’ un traffico d’amrmi spaventoso, attraverso i
tunnel e, prima del blocco israeliano, dal mare.A
questo punto mi viene spobntanea una domanda “cosa va a fare la Estelle
a Gaza? Porta cibo? Ne hanno a iosa. Porta occhiali rotti? Porta
palloncini colorati da lanciare ai pesci per farli morire? Cosa vanno a
fare?Forse vanno a portare solidarieta’ ai
palestinesi contro la dittatura di hamas? No ,i fanatici sono
ammiratori dei terroristi. E allora? Allora e’ semplice, quasi
elementare, vanno a provocare Israele, gli piace da morire provocare
Israele, diventerebbero addirittura martiri pur di mettere Israele in
difficolta’ dinnanzi al mondo intero. Questi eroi da niente, questi
coraggiosi da operetta, questi ignobili vigliacchi odiatori di Israele e
di ogni democrazia.Ho letto le firme di
solidarieta’ alla Estelle, il solito Ovadia che ormai si e’ giocato la
reputazione, il solito Agnoletto che non sa piu’ cosa fare per poter
essere nominato. Poi Nando capovilla di Pax Christi ma tant’e’, si
sapeva, poi la solita Morgantini che non si smentisce mai, e quei
poveracci odiatori di se’, gli ebrei contro l’occupazione.
La
lista e’ lunga ma non li nominero’ tutti per pieta’ nei loro confronti.
C’e’ pero’ anche la firma di Giovanna Marini, nota musicologa, e mi
dispiace perche’, avendola conosciuta molto bene in gioventu’, la
ritenevo piu’ intelligente. Ma non glielo ha detto nessuno alla Marini
che in Siria arabi ammazzano altri arabi come mosche? Non glielo ha
detto nessuno che sono stati ammazzati a decine di migliaia ad Aleppo e
in altre province siriane? Non glielo ha raccontato nessuno che bambini
siriani sono stati torturati fino alla morte o fino a renderli disabili
per la vita?Chissa’ se sanno che in
Israele i palestinesi facevano, fino alla costruzione della barriera
difensiva, stragi quotidiane di civili?E
De Magistris e’ anche ignaro di tutto cio’? Credo sia impossibile
esserlo e allora mi chiedo dove possa avere origine tanta incoscienza da
patrocinare il viaggio di una barca di filoterroristi chiaramente
pronti a provocare un Paese che si difende da anni dai loro protetti che
lo vogliono eliminare dalla faccia della terra?Come si fa ad essere cosi’ pieni di odio da firmare quella lista disgustosa?Non lo sanno che le loro firme avallano il terrorismo?Mi
chiedo come sia possibile avere il pelo sullo stomaco fino al punto da
andare a portare solidarieta’ ai gazesi, che hanno tutto quello che
vogliono, come loro hanno deciso votando hamas, e non preoccuparsi di
tutti i morti civili e innocenti che gli arabi ammazzano come mosche in
altri paesi del Medio oriente.La Estelle doveva arrivare oggi a Napoli, domani vedremo il seguito di questa brutta storia...........................Deborah Fait, Informazione corretta
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Circoncisione -
Germania verso una nuova legge La soddisfazione di comunità ebraiche e islamiche
Soddisfazione, da parte delle
massime rappresentanze ebraiche e islamiche di Germania, è stata
espressa in seguito all'intesa appena raggiunta dal governo tedesco su
una proposta di legge per regolare la pratica della circoncisione. La
notizia arriva a pochi mesi di distanza dalla ben nota sentenza del
tribunale di Colonia che aveva equiparato la pratica rituale a una
forma di lesione dolosa. Un pronunciamento che aveva suscitato stupore
e sdegno in tutta Europa e l'intervento tra gli altri del presidente
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna che, in un
messaggio inviato al suo omologo tedesco Dieter Graumann, aveva
affermato: "L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane approva il vostro
preciso e circostanziato intervento a difesa della libertà religiosa e
la decisione di investire direttamente il Parlamento tedesco della
questione al fine di impedire che possano essere violati principi
praticati in tutte le democrazie progredite e che stanno alla base
della convivenza fra i popoli”.In futuro, prevede il documento, non saranno punibili le operazioni di
circoncisione sui minori praticate rispettando determinati standard
medici. Le circoncisioni rituali, in particolare, potranno essere
eseguite entro sei mesi dalla nascita del bambino anche da
rappresentanti della comunità religiosa con competenze specifiche. I
genitori dovranno essere inoltre informati delle conseguenze e dei
possibili rischi dell'intervento e bisognerà in ogni caso tenere conto
della volontà dei bambini più grandi.http://www.moked.it/
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venerdì 5 ottobre 2012
Israele, sapore di contrasti
Non le solite mete: gli italiani sembrano essere sempre più propositivi,
pronti ad alternare alle solite e più commerciali rotte, luoghi dal
fascino senza tempo, realtà di spessore dove ritrovare emozioni pure.
Lasciando da parte zone particolarmente sensibili, come la parte più a
sud del Paese e quelle adiacenti alla Striscia di Gaza, l’Israele sembra essere molto apprezzato dal turismo proveniente dal Belpaese tanto da essere visitato ogni anno da milioni di turisti. Da gennaio a oggi, rispetto allo stesso periodo del 2011, oltre 107.000
turisti hanno raggiunto questa terra e, stando a quanto dichiara Tzvi Lotan,
direttore dell'Ufficio del Turismo Israeliano, in Italia c’è stato un
aumento del 7% rispetto all'anno precedente. "Il lavoro intenso e mirato
e il marketing professionale stanno portando risultati sul campo.
Specialmente in tempi di crisi il turismo è un motore di crescita che
crea impiego nelle classi medio-basse, in particolare nelle periferie e
porta ogni anno miliardi di shekel", ha precisato il ministro del
settore, Stas Misezhnikov.
Non un motivo solo per spiegare il richiamo che esercita questa terra
d’Oriente, sono infatti una nessuna e centomila le ragioni che spingono a
conoscere il sudest asiatico, pronti a calpestare ed immortalare
frammenti di storia in un piacevole
cambio di scenografie, quelle di un luogo in cui il
passato ed il presente si incontrano e si armonizzano, conservati e
protetti in un
prezioso scrigno di culture, costumi e tradizioni.
Sacra alle tre grandi religioni monoteiste, cattolicesimo, islamismo ed ebraismo, l’Israele è una terra dalle
tinte forti là dove la tavolozza dei colori alterna e sfoggia tutte le
sfumature presenti nella natura: si va dall'bianco perlato del Mar Morto,
celebre per le sue benefiche proprietà legate alla concentrazione di
sali minerali, al dorato del deserto del Neghev fino alle sfumature brillanti e accese del wadi o canyon
profondi o ancora il verde delle Riserve Naturali fino alle innumerevoli gradazioni che illuminano le città.
Da non dimenticare anche le sue antiche
grotte, bellezze di straordinaria importanza adagiate nel Nord del Paese,
come quelle di Nahal Me’arot/Wadi El-Mughara – Tabun, Jamal, El-Wad e
Skhul, recentemente confermate dalle Nazioni Unite tra i luoghi posti
sotto la sua tutela dell’Unesco al fine di garantirne la
conservazione per le generazioni future.
Un viaggio in Israele non può prescindere da Gerusalemme,
la città santa per cristiani, ebrei e musulmani, vero museo all’aperto
con i suoi tremila anni di storia: la capitale del paese è infatti un
importantissimo centro religioso, storico e culturale dichiarato
Patrimonio Mondiale dell’Unesco dal 1981con i suoi luoghi di culto quale
la basilica del Santo Sepolcro, la Golgota, Spianata delle Moschee ed Il Muro del Pianto,
luogo santo sito nel cuore della Città Vecchia, che rappresenta quanto
rimasto dell'antico tempio di Salomone dove veniva conservata l'Arca
dell'Alleanza.
Non è da meno Nazareth, la città che diede ospitalità a
Gesù durante la sua gioventù, la patria della cristianità, una realtà
avvolta da una bellezza pastorale, un esempio di pacifica convivenza tra
i vari credo, meta di pellegrinaggi spirituali alla volta di chiese,
monasteri e luoghi di culto come la Basilica dell'Annunciazione,
un classico per chi visita la Terra Santa, edificato là dove, secondo
la tradizione cristiana, l'Arcangelo Gabriele annunciò la nascita di
Gesù.
Una ventata di modernità la porta invece Tel Aviv, la
più attiva del paese tanto da essere stata soprannominata la “città che
non si ferma mai” o ancora “la Miami Beach sul Mediterraneo” mentre,
secondo la Lonely Planet, si presenta come “la città più internazionale
d'Israele” tanto da essere inserita nel 2003 nella lista delle 56 città
storiche del mondo, divenendo poi una delle moderne città poste sotto la
tutela dell’UNESCO e considerata patrimonio irrinunciabile
dell’umanità. Sono state recentemente inserite nella lista dei
patrimonio mondiali anche le
grotte nella zona del Monte Carmelo,
che contengono manufatti che coprono 500.000 anni di evoluzione umana,
dal Paleolitico inferiore fino ad oggi. Continua a leggere:LE GROTTE DI ISRAELE, PATRIMONIO DA SCOPRIRE
Le sue mille identità la presentano un mondo in continuo divenire con
uno standard di vita da capitale europea che pulsa ventiquattro ore al
giorno senza mai chiudere gli occhi pronta a far assaporare il suo brio
multi culturale visitando grandi centri commerciali di griffe
internazionali, boutique d’alta moda, i caratteristici mercatini, la sua
“Città Bianca”, le lunghe spiagge dorate e una vastissima gamma di attrazioni per il tempo libero in zone come Florentin, il quartiere più giovanile ricco di gente ad ogni ora del giorno e della notte o ancora quello di Neve Tzedek e il porto, con locali e divertimento assicurato, ristoranti aperti fino a tardi.http://viaggi.lastampa.it/
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Auschwitz, Buchenwald e le indagini riaperte
Perché proprio ora l'Ufficio centrale tedesco per la persecuzione dei crimini nazisti ha riaperto alcune indagini - Seconda parte
l
Procuratore capo dell’Ufficio centrale tedesco per la persecuzione
dei crimini nazisti di Ludwigsburg, Kurt Schrimm aveva assicurato che
il verdetto emesso il 12 maggio 2011 dai giudici di Monaco di Baviera
contro John Iwan Demjanjuk (condannato, ma deceduto in pendenza di
appello e quindi morto legalmente innocente, per concorso in 28.060
casi di omicidio nel lager nazista di Sobibor, per aver partecipato
alla macchina concentrazionaria pur in assenza di evidenze di crimini
individuali) avrebbe dato modo al suo ufficio di rileggere molti casi
sotto una nuova luce. Almeno due sono stati già assegnati alle
procure territoriali competenti per decidere un eventuale rinvio a
giudizioMa perché solo ora? La
cittadinanza straniera dell’indagato, in linea di principio non
sarebbe stata di ostacolo per la giustizia tedesca se avesse voluto
procedere prima. Kurt Schrimm puntualizza però come solo il verdetto
Demjanjuk sia stata la chiave di volta per riaprire il fascicolo.
Nella sua arringa finale in quel processo tuttavia l’avvocato
Cornelius Nestler,
che patrocinava una dozzina di
parti civili, suggerì apertamente che c'era stata anche cattiva
volontà politica nel vecchio Governo socialdemocratico-verde a guida
della Germania..............(il testo completo:
http://cultura.panorama.it/Auschwitz-Buchenwald-Belzec-indagini) di
Andrea Jarach
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La storia questa sconosciuta
Il cinismo di Kissinger
Dice che “in dieci anni non ci sarà più Israele”. Un vecchio vizio
Scimmiottando il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, Henry Kissinger ha predetto che “in dieci anni non ci sarà più Israele, non gli do più di dieci anni”, ha ripetuto come un mantra l’ex segretario di stato americano e premio Nobel per la Pace. Kissinger è un famoso cinico di classe, “un’anguilla più ghiacciata del ghiaccio”, diceva di lui Oriana Fallaci.© - FOGLIO QUOTIDIANO
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I palestinesi intrappolano Pisapia
Ma quanto è pesante l'equidistanza! Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, a capo della giunta arancione (Pd, Sel, Federazioni comunisti, liste civiche, pezzi di Udc), aveva dimostrato, lo scorso anno, di avere idee chiare sulla questione israelo-palestinese: questo e quello per me pari sono. A giugno 2011 anno aveva risposto picche ai centro sociali, suoi elettori, schierati contro una mostra israeliana Unexpected Israel, vale a dire Israele inatteso: la kermesse si farà, aveva dichiarato, deciso, il sindaco, promettendo analoga attenzione ai palestinesi. Come da programma, Palazzo Marino patrocina il festival Philistiniat, apertosi ieri e fino a sabato, che promuove la cultura palestinese. Solo che nei biglietti di invito, gli organizzatori palestinesi, come ha raccontato ieri Repubblica Milano, si sono lasciati prendere da un eccesso di orgoglio nazionale: ci hanno stampigliato un logo in cui lo «Stato» palestinese ingloba quello attuale israeliano, inclusa Tel Aviv. Un guaio perché come ha protestato Andrea Jarach, editore, «Tel Aviv è gemellata con Milano». Uno scivolone colpevole: «I simboli contano ed è triste constatare la disattenzione ai temi della pace da parte della giunta». A cui si è aggiunto lo sdegno di un consigliere della comunità ebraica Yoram Ortona conciso ma durissimo: «Vergognoso, non ci sono parole».Lo scivolone rischia di mettere a repentaglio l'approccio arancione alle differenze che ha connotato un anno e mezzo di giunta Pisapia ma soprattutto il suo successo elettorale del maggio 2011. Il sindaco aveva infatti riportato una clamorosa vittoria contro Letizia Moratti, già sopravanzata al primo turno e poi strapazzata al ballottaggio, perché aveva saputo tenere assieme, più con la sua persona che col suo programma, mondi diversi, talvolta agli opposti: la borghesia dei quartieri del centro stanca di berlusconismi e i centri sociali occupati, vaste aree cattoliche agganciate candidando personaggi significativi messi in lista e la sinistra radicale da cui egli stesso proveniva, la forte ed influente comunità ebraica e anche gli islamici con i «Musulmani per Pisapia» di Fabio Piccardo. Non per nulla, il primo giorno da sindaco di Pisapia era stato caratterizzato da un rassicurante intervento sul giornale di riferimento della borghesia meneghina, ovvero il Corsera, e una visita a Norina Brambilla, vedova del comandante partigiano Giovanni Pesce, icona letterale (nel senso che compare nei graffiti) dei centri sociali del capoluogo lombardo.Questo delicatissimo gioco di equilibri, che ha rischiato di spezzarsi fra cattolici e sinistra radicale nel caso recente delle unioni civili, rischia ora di entrare in crisi con la dicotomia fra comunità ebraica e centri sociali dai quali era partita la dura contestazione della mostra israeliana e contro la quale si erano addirittura richiamati i valori della Resistenza , quasi che gli ebrei milanesi non stessero esattamente da quella parte. E dire che si trattava di una mostra sui kibbutz, un incontro con lo scrittore David Grossman, una performance della cantante Noah, ma tant'è. Ora il trappolone del simbolo della grande Palestina, una visione che nega tout court l'esistenza della Stato di Israele, mette in seria difficoltà Pisapia che era da poco reduce da una lunga e articolata visita a Gerusalemme e Tel Aviv, ampiamente documentata da Il Mosaico, giornale online della comunità israelita milanese.http://www.italiaoggi.it/
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Hamas e Morsi rischiano di trasformare il Sinai nelle Swat pachistane
Durante l’estate appena trascorsa, per la prima volta dal 1973, una
formazione di elicotteri militari ha sorvolato il Sinai. In questa
appendice di terra che mette uno di fronte all’altro egiziani,
israeliani e palestinesi, il 5 agosto 2012 trentacinque uomini armati
hanno approfittato dell’oscurità della notte uccidendo 16 guardie di
confine egiziane. Un blindato e tre auto rubate hanno poi attraversato
il valico di Kerem Shalom, con l’obiettivo di rapire civili israeliani e
piazzare delle cariche esplosive all’interno del territorio israeliano.
Uno strike aereo ha fermato il commando prima che potesse portare a
compimento la seconda parte di un attacco divenuto noto come “il
massacro del Ramadan”.Gli analisti rilevano che i confini della penisola, un annesso
militare la cui sovranità compete all’Egitto dopo i trattati di Camp
David, non sono sicuri. Una settimana prima del massacro, due militari
egiziani erano stati uccisi a Sheikh Zuweid da un uomo in moto. Sia il
massacro del Ramadan che l’uccisione delle due guardie è avvenuta nella
zona a nord della penisola, direttamente confinante con la striscia di
Gaza.Un’intricata rete di tunnel sotterranei fa da contraltare all’enorme
plateau del Sinai. Qui transitano senza sosta armi, droga, animali,
persone e soldi. La porosità dei confini del Sinai, in un’analogia che suona sinistra, ricorda la porosità delle Swat pachistane, le valli pashtun da dove transitano indisturbati warlords
impegnati negli ultimi scampoli di guerriglia afgana. L’analogia è
multi-livello. Anche Il Cairo (come Islamabad) appare impotente nel
gestire la sicurezza ad un livello centralizzato. Il Sinai è sempre
stato un problema, anche prima che Mohamed Morsi sostituisse Osni Mubarak.La sicurezza del Sinai è destinata ad essere il game changer nel delicato tetris delle relazioni tra i paesi che si affacciano sulla penisola. Secondo Ehud Barak,
l’attacco del 5 agosto è “una sveglia” all’Egitto. Danny Ayalon – vice
ministro degli Affari Esteri israeliano – ha teso la mano a Morsi: “E’
evidente, anche a Morsi, che sulla sicurezza del Sinai c’è piena
convergenza di interessi tra Israele ed Egitto”.La tesi è stata elaborata dal Begin-Sadat Institute for Strategic
Studies, un influente pensatoio da cui la leadership israeliana è solita
attingere nella fase di pianificazione strategica. Secondo Hillel
Fischer – ricercatore del Begin-Sadat – “l’attacco dimostra che esiste
una differenza tra l’Islam di Morsi che non mira a modificare l’ordine
stabilito e l’islam violento, come quello visto all’opera nel ‘massacro
del Ramadan’, che mira al contagio jihadista e al sovvertimento
dell’ordine internazionale”.La fiducia accordata a Morsi deve fare i conti con il doppio registro usato dalla Fratellanza dopo l’attacco.
Da un lato l’accusa esplicita a gruppi jihadisti palestinesi operativi a
Gaza “nemici dello Stato cui rispondere con la forza”. Dall’altro, una
nebulosa di accuse riconducibili alla stessa Fratellanza tirava in mezzo
il Mossad – accusato di mirare alla de-stabilizzazione del Sinai per
mettere in difficoltà Morsi – e le agenzie di viaggio israeliane –
accusate di volere strappare turisti alle rinomate località della
penisola come Sharm el-Sheikh.Dietro la coltre fumosa delle dichiarazioni della Fratellanza,
l’intelligence egiziana ha individuato i colpevoli nel movimento della
Palestinian Islamic Jaljala Army. Un gruppo jihadista che si muove a proprio agio nel labirinto di tunnel sotto la striscia di Gaza.
La questione dei tunnel è delicata, dal momento che chiama direttamente
in causa Hamas, l’organizzazione paramilitare palestinese.
L’intelligence egiziana (e quella israeliana) monitorano le centinaia di
tunnel sotterranei (solo 10 sono idonei al traffico di persone) e sanno
perfettamente che al loro interno non si muove foglia senza che Hamas
non sappia. Addirittura dietro ogni movimento vi è il pagamento di un
dazio che finanzierà, presumibilmente, la guerriglia palestinese a Gaza.
I guerriglieri jihadisti che hanno ucciso 16 militari egiziani godevano
senza dubbio del nulla-osta di Hamas.Le parole pronunciate da Mohamed Awad – ministro degli Esteri di
Hamas – suonano come la più classica delle scuse non richieste “nessuno
può permettersi di minacciare la sicurezza dell’Egitto”. Dopo aver messo
le mani avanti Awad ha snocciolato la solita litania di accuse
strampalate al Mossad e a Israele.Hamas e Morsi vantano buoni rapporti e sono intenzionati a
mantenerli. Ma fintantoché la complicità rimane sottotraccia, confinata
alla controversa gestione dei tunnel sommersi, l’ambiguità della Fratellanza è un prezzo che gli israeliani sono disposti a pagare,
dato che gestire la sicurezza del Sinai per Israele è impensabile.
L’ambiguità di Morsi significa mantenere buoni rapporti con un
organizzazione paramilitare il cui obiettivo è la distruzione dello
Stato di Israele.Il dilemma di Morsi è tutto qui: da un lato deve gestire la sicurezza
del Sinai dalle scorribande delle formazioni qaediste intenzionate a
fare del Sinai un emirato islamista, una propaggine che per ragioni
geo-strategiche può diventare un avamposto per lanciare attacchi ad
Israele. Dall’altro deve gestire il credito di fiducia aperto da Israele
stesso all’operato della propria intelligence.
Un rebus complicato che gli americani osservano interessati. L’IMF ha aperto una linea di credito a Morsi per scongiurare un bailout dei Fratelli Musulmani.
La rimozione del generale Mohamed Tantawi, accusato da Morsi di
negligenza proprio per l’attentato in Sinai, è un segnale di
discontinuità che a Washington non è sfuggito.Il sospetto è che Morsi voglia usare i disordini in Sinai come
pretesto per regolare i conti con i salafiti in una partita che sta già
incendiando il Medio Oriente. Un sospetto che nell’orizzonte strategico
di Ehud Barak assume i connotati di una certa urgenza. “il rischio di
una esplosione di attentati su larga scala in Sinai esiste”, ha
dichiarato Barak nel corso di una recente audizione alle commissioni
Esteri e Difesa alla Knesset.Netanyahu ha confermato l’apertura di credito di Israele all’Egitto
sulla gestione del Sinai, ma ha ribadito che per difendere la sicurezza
dei cittadini di Israele, è Gerusalemme a dover contare solo su se
stessa.In questa vertigine di alleanze in movimento il rischio è che il Sinai finisca risucchiato nel paradigma pachistano.
Che si trasformi cioè in una zona instabile in cui uno Stato
formalmente alleato degli Stati Uniti non riesce a gestire la sicurezza
lasciando liberi i droni della CIA di monitorare (e colpire) le minacce.
Mutatis mutandis la stessa situazione potrebbe riproporsi in Sinai.
Qualche giorno dopo il raid di Sheik Zuweid, il generale egiziano Ahmed
Bakr a capo della sicurezza del Nord del Sinai ha annunciato la cattura
di sei terroristi. Tra di loro anche Selmi Salama Sweilam meglio noto
col soprannome evocativo di “bin Laden”. Tre indizi fanno una prova, o
no? 4 ottobre 2012, http://www.meridianionline.org/
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Voci a confronto
Nuovo significativo capitolo inerente al
procedimento giudiziario contro otto ex militari delle SS responsabili
della strage di Sant’Anna di Stazzema che a Stoccarda si è
sorprendentemente chiuso con l’archiviazione. In visita a Roma
nell’anniversario della riunificazione tedesca il ministro per gli
Affari Europei di Berlino Micael Geor Link ha affermato: “Faremo tutto
il possibile affinché i crimini compiuti per mano tedesca non vengano
dimenticati. Il nostro governo continuerà ad assumersene la
responsabilità storica perchè la legge non può rendere ‘non accaduto’
quanto accaduto”. Le dichiarazioni sono riportate tra gli altri da Fatto Quotidiano, Messaggero, Unità e Repubblica (con una breve).Pubblico
offre ai suoi lettori una breve ma intensa cronaca dei funerali del
Testimone della Shoah Shlomo Venezia. Moltissime le persone che hanno
voluto tributargli l’ultimo saluto, al Portico d’Ottavia dove la salma è
transitata per alcuni minuti nella commozione generale, e
successivamente al cimitero monumentale del Verano.Italia Oggi
informa invece della clamorosa iniziativa degli organizzatori delle
giornate della cultura palestinese che, nella locandina dell’evento,
hanno riportato una mappa dell’area mediorientale senza lo Stato di
Israele. Il quotidiano riporta l’amarezza e lo sconcerto di alcuni
esponenti della Comunità ebraica di Milano che chiedono al Comune di
intervenire e fare chiarezza.
Sono infine venti di guerra quelli che spirano tra Siria e Turchia,
paesi un tempo amici e adesso molto vicini a un conflitto armato a tutto
campo che potrebbe ulteriormente precipitare una situazione già di per
sé drammatica. Tra gli interventi di maggior interesse su queste ultime
ore di tensione, culminate in uno scontro a fuoco tra i due eserciti,
l’analisi di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della sera.http://moked.it/
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Da
vari anni Matt Bycer 33
anni, giovane avvocato di Scottsdale, in Arizona, si sveglia alle prime
luci dell'alba non certo per esercitare la professione ma per
innaffiare la sua fattoria dove coltiva etrog (cedri), una delle
quattro specie di piante che compongono il lulav, il fascio di rami da
tenere in mano e scuotere durante la festa di Sukkot. Nativo di
Phoenix,
Bycer, ha iniziato la sua coltivazione su larga scala di etrog dal 2007
e sogna di diventare il più grande produttore di cedri degli Stati
Uniti. Attualmente il primato spetta a un agricoltore californiano di
nome John Kirkpatrick, intervistato lo scorso anno dalla
rivista Tablet. "Sono un avvocato di giorno e agricoltore all'alba", ha
detto. "Ci vuole un sacco di lavoro per seguire questa fattoria, e
molta gente ride di me e pensa che sia una scelta eccentrica, ma
ho un giardino enorme e mi piace lavorare fuori. Questa è la mia
passione" http://www.moked.it/
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Curiosità
La scorsa settimana su questa
pagina avevamo invitato il Custode di Terra Santa, Fra Pierbattista
Pizzaballa, a smentire le affermazioni false del Francescano Artemio
Vitores circa le presunte "discriminazioni" subite dalla comunità
cristiana in Israele. Con piacere prendiamo atto della pronta
dichiarazione di Mons. Pizzaballa al sito www.israele.net che le
«affermazioni di Padre Artemio Vitores, Vicario della Custodia, sui
cristiani di Terra Santa, i loro problemi e la questione del loro
"esodo" ... non esprimono la posizione della Custodia di Terra Santa e
sono da considerarsi esclusivamente opinione personale di padre
Artemio». Queste parole certamente contribuiscono serenità, tanto
necessaria al dibattito. Da parte nostra ci uniamo alla pubblica
condanna delle stupide e offensive scritte che hanno imbrattato questa
settimana il cancello del convento francescano del Monte Sion a
Gerusalemme, e del tentato incendio dell’Abbazia di Latrun accompagnato
da altre scritte blasfeme lo scorso mese. «Queste azioni sono
incompatibili con lo spirito dell’ebraismo» – ha dichiarato Shimon
Peres. Ma la polizia israeliana dovrebbe intervenire con maggiore
durezza contro reati compiuti – a giudicare dalla calligrafia e dagli
strafalcioni linguistici dei graffiti – da autori analfabeti e
provocatori, e cionondimeno preoccupanti e gravemente nocivi
dell'immagine e degli interessi di Israele.Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme,http://www.moked.it/
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Un
equivoco galleggiato sulla superfice oceanica delle notizie, si
aggiunge ai soliti equivoci sulla verità profonda dello sterminio
ebraico, spesso circondato da espressioni vuote, spesso chiacchierato,
cosparso di errori che sono ragli, di rado umilmente meditato e
compreso. Questo equivoco è l'uso continuato dell'espressione "nostro
grande dolore", dilagata nelle dichiarazioni di questo e di quello,
ansiosi di non mancare l'occasione di presenziare mediaticamente. Tra
gli ultimi testimoni della Shoah, nato a Salonicco, deportato nel 1944
ad Auschwitz-Birkenau e lì morto mille e mille volte, Shlomo Venezia
fece parte delle squadre degli ebrei ancora più nella sciagura degli
altri, che dovevano trasportare alla cremazione i cadaveri delle camere
a gas. Su di lui la vita ha posto peso sopra peso: il primo, la
condizione di tutti i deportati; poi la condizionare di fissare
ogni giorno l'insensata materia umana dopo la morte nelle camere, se
appunto quello fosse essere uomini; il ricordo incancellabile dei corpi
trasportati sui carretti con centinaia di ultime espressioni, unito al
ricordo di quello che pensava in quei lunghi momenti giornalieri, il
che non è mica un ricordo, ma rogna che mangia lo spirito, struggimento
nero. Infine il peso e la volontà di presentare tutto questo al mondo,
ricordarlo in modo appunto memorabile, netto e non invasivo, nella
lunga vita rimasta. E chissà se quella cosa tossica che scorreva
dentro a lui assieme alle giornate, alla fine desse il risultato di
essere vita. Che ci abbia lasciati crea grande dolore, ma soprattutto
il sollievo che sia giunta la sua libertà. Ora sì, che è uscito da
Auschwitz. Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/
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Milano, Storia e geografia negate. Un festival da bocciare
Sdegno
nella Comunità ebraica di Milano. Sulla locandina di Philastiniat,
il festival dedicato ad arte e cultura palestinese, fra i loghi delle
varie organizzazioni coinvolte, proprio accanto al simbolo del Comune
di Milano, spicca quello della Missione diplomatica palestinese in
Italia, in cui è raffigurata una cartina del territorio palestinese
che comprende tutto lo stato d’Israele. Lo stesso simbolo
utilizzato dalla missione palestinese alle Nazioni Unite. “Sono
stupito dal fatto che il Comune non abbia controllato questa immagine
prima di concedere il patrocinio. I nostri rapporti con il Comune
sono ottimi e fra amici i problemi si affrontano con franchezza:
questa locandina è un grave errore - le dichiarazioni di Daniele
Nahum, responsabile dei rapporti istituzionali della Comunità –
Questa è la stessa cartina riconosciuta da Hamas, nella quale si
cancella Israele e, di conseguenza, anche Tel Aviv, città gemellata
con Milano. Inoltre, nonostante avessimo auspicato pubblicamente di
essere invitati all'evento, non è arrivato alcun invito alla
Comunità ebraica di Milano. Evidentemente non è gradita la nostra
presenza”. Philastiniat,
organizzato tra gli altri da Arci, Teatro Verdi, Vento di Terra,
Salaam Ragazzi dell'Ulivo, Ministero della Cultura palestinese,
Comunità palestinese lombarda, ha aperto i battenti ieri e
proseguirà fino al prossimo 6 ottobre, con appuntamenti dedicati
alla letteratura, al teatro, alla musica, e uno speciale tributo
all’intellettuale Edward Said. “Ben
venga tutto ciò che è cultura. Condividiamo l’iniziativa del
Comune. Mi auguro che sia un festival culturale e non trascenda in un
incontro politico. Se venissi invitato non mi tirerei indietro” le
parole con cui il presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi
aveva accolto l’iniziativa all’inizio di agosto.Nel
corso della preparazione della kermesse sono stati in molti tuttavia
a mettere in guardia contro il rischio che si trasformasse in
un’occasione di propaganda, come sottolineato da Sergio Della
Pergola, demografo dell’Università ebraica di Gerusalemme e
esponente di spicco della comunità degli italkim, a colloquio con il
sindaco di Milano Giuliano Pisapia durante la sua visita in Israele
nel mese di settembre. “A mio parere il rischio molto concreto è
che la manifestazione si trasformi in un festival della retorica –
era stato l’ammonimento del professore – Per esempio nel
programma è stato inserito un incontro dedicato allo scrittore e
critico palestinese Edward Said, un intellettuale di grande spessore
letterario, che però è stato anche un teorico del non dialogo con
Israele. Capire in che prospettiva si vuole raccontare una figura del
genere è essenziale. Il sindaco di una città importante come Milano
può fare molto per il dialogo, anche promuovendo dei colloqui fra le
parti, per questo è fondamentale che si muova con molta
attenzione”.Attenzione
che, almeno nella preparazione della locandina, non è stata
prestata. Rossella
Tercatin
twitter @rtercatinmoked, http://www.moked.it/
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Ancora grazie a loro, a cui auguriamo un buon anno
scolastico, ricco di impegno e soddisfazioni come quello passato.
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Dai nostri lettori
e con il patrocinio delle Ambasciate di Ungheria,
Israele e Svezia
viene organizzato in occasione del centenario
della nascita di Raoul Wallemberg
un convegno scientifico: "Giorgio Perlasca e Raoul Wallemberg:
ricordando".
Sala Livio Paladin, via del Municipio 1 (Comune
di Padova), sessioni mattutine del 25 e 26
Museo dell'Internamento, Viale Internato Ignoto
24, sessione pomeridiana del 25
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eventi
giovedì 4 ottobre 2012

Di Riccardo Dugulin, http://www.israele.net/
Paragonare fra loro soggetti internazionali venuti alla ribalta in
diversi periodi storici costituisce certamente un esercizio rischioso.
Il numero delle variabili che li differenziano l’uno dall'altro è
talmente elevato che i due termini di paragone possono apparire così
diversi da rendere ogni considerazione completamente futile. D’altra
parte, i responsabili politici e gli analisi hanno bisogno di un qualche
quadro intellettuale entro cui elaborare una coerente linea di pensiero
da applicare ai casi impellenti.Per questo il dibattito in corso circa il rischio che l’Iran acquisisca
armamenti nucleari si incentra spesso sui paragoni storici. Ed è chiaro
che le considerazioni sulla minaccia che l’Iran porrebbe a Israele e al
Medio Oriente, e sulle misure che dovrebbero essere adottate per
impedire che la Repubblica Islamica raggiunga quel punto di non ritorno,
sono influenzate dal modo in cui i commentatori percepiscono tale
minaccia.Quando si cerca di esaminare l’Iran come un soggetto razionale o
irrazionale, i precedenti che più comunemente vengono presi in
considerazione sono l’Unione Sovietica, la Cina maoista e la Corea del
Nord. Usualmente le risposte a questi paragoni vanno da “nessuno di
questi soggetti ha agito in modo irrazionale, dunque anche l’Iran
seguirà lo stesso comportamento”, fino a “l’Iran è un caso eccezionale
dal momento che si regge su un’ideologia particolare, diversa da quella
di tutti e tre quegli esempi”.Su un piano puramente materiale e strategico, si dovrebbe fare un quarto
confronto: quello fra l’attuale regime rivoluzionario islamico in Iran e
il Giappone imperiale degli anni ’30 e ’40. Questo argomento non si
basa soltanto sul fatto che il Giappone condivideva con la Germania
nazista e l’Italia fascista una dottrina che, in una certa misura, è
simile a quella che permea oggi il discorso pubblico in Iran. Le
analogie fra i due casi poggiano su un insieme di altri quattro criteri
connessi fra loro.Il primo principio si potrebbe definire il culto della nazione. Oltre a
un genere radicalmente estremista di conservatorismo sciita, il
presidente Mahmud Ahmadinejad e le forze armate fondano la loro base di
appoggio su un discorso fortemente nazionalista. La superiorità della
cultura iraniana sul resto della regione sta al centro di ogni pubblica
manifestazione di forza. L’indipendenza dell’Iran non è collegata
soltanto a un sentimento di sovranità, ma anche a un sentimento di
superiorità che va di pari passo con la particolare concezione che la
classe dirigente ha dei propri doveri religiosi. Qualcosa di analogo si
può dire del Giappone imperiale, dove la cultura del Bushido (il codice
morale de samurai) e la totale devozione alla nazione portò la
popolazione giapponese ad accettare sacrifici inimmaginabili. Non è un
caso se il Giappone è stato il primo paese industrializzato ad adottare
gli attacchi suicidi di massa nello sforzo di spostare gli equilibri sul
campo di battaglia, e se gli iraniani sono stati i primi a utilizzare
tale tecnica nella guerra contemporanea.Il fatto che il Giappone non avesse l’arma atomica negli anni ’40 non è
molto importante, ai fini di questa analisi, giacché a quell'epoca
nessun attore internazionale la possedeva. Quello che conta è
considerare come il Giappone reagì di fronte alle superiori potenze
militare del suo tempo, vale a dire l’Impero Britannico e gli Stati
Uniti d’America. Oggi l’Iran affronta Israele e Stati Uniti, paesi
potenzialmente in grado di distruggere le strutture vitali della
Repubblica Islamica, così come il Giappone affrontò i suoi due nemici
negli anni ’40 e finì con l’uscirne distrutto. Ciò che interessava al
Giappone, e che interessa all'Iran, non è la natura razionale del
nemico, bensì la sua effettiva determinazione ad impegnarsi in un vero
combattimento. Oggi è chiaro che gli Stati Uniti non intendono agire
contro l’espansione regionale di Tehran, e che Israele da solo ha
risorse limitate per farlo. Per questo, passo dopo passo, l’Iran sta
preparando una forza militare, convenzionale e non convenzionale, che in
un successivo scontro gli garantirà un relativo vantaggio.Il terzo punto è rintracciabile nel regime delle sanzioni. Come il
Giappone negli anni ’30, oggi l’Iran gioca la carta del paese
marginalizzato e isolato. Il regime delle sanzioni danneggia la sua
economia e le sue capacità commerciali, ma non mina la vera natura della
minaccia: la volontà del regime. Negli anni ’40 una delle ragioni che
spinse il Giappone a lanciarsi in guerra contro gli Stati Uniti fu
quella di espandere e salvaguardare un’economia afflitta dalle sanzioni,
l’esatto contrario di ciò che le sanzioni si ripromettevano. Oggi le
sanzioni contro l’Iran stanno ulteriormente alimentando le sue politiche
ultra-estremiste, senza mettere in sicurezza la regione. Se non sono
accompagnate da una minaccia militare credibile, le sanzioni possono
davvero sortire l’effetto opposto a quello per cui vengono applicate.L’ultimo punto è la natura dei diretti vicini di entrambi i paesi. In
Giappone, la Cina veniva considerata la naturale estensione del suo
territorio, un po’ quello che sono per l’Iran le regioni sciite
dell’Iraq. Il resto dell’Oceano Pacifico presentava all’epoca ben poche
aree di autentica resistenza militare, come oggi il Golfo Arabico per
l’Iran. In uno slancio verso l’espansione regionale, aperta o
mascherata, l’Iran troverebbe soltanto le risorse militari americane in
grado di contrastarlo.Assodato che ogni paragone genera una serie di generalizzazioni e
comporta sempre un grado di superficialità, quello fra il Giappone
imperiale e l’Iran islamico è abbastanza forte da suggerire
un’importante conclusione: anche i soggetti più razionali, come sembrava
il Giappone degli anni ’30, possono imbarcarsi in politiche del tutto
irrazionali in un periodo in cui l’equilibrio di forze percepito sembra
pendere a loro favore. Come ha dichiarato Anthony Cordesman, del Center
for Strategic and International Studies, l’attuale crisi iraniana
presenta “le stesse condizioni che contribuirono ad innescare la seconda
guerra mondiale”.In quest’ottica, il disaccordo fra Stati Uniti e Israele (per non dire
dell’Europa), unito a un prolungato dibattito su un eventuale raid e
all'aumento degli effetti del regime delle sanzioni sono tutti fattori
che stanno rafforzando il discorso nazionalista-islamista. La vera
minaccia a medio termine è che l’Iran si lanci in un tentativo di
assumere il controllo del Medio Oriente con una Pearl Harbor del XXI
secolo.(Da: YnetNews, 24.9.12)
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