venerdì 2 marzo 2012


Ancora pietre, violenze e molotov

Di Yisrael Medad, http://www.israele.net/
Stando a quanto si apprende, gli arabi palestinesi, nonostante tutti gli appelli al loro interno per l’adozione di forme di lotta non violente, non intendono rinunciare alla natura violenta della loro lotta contro Israele. Riferisce ad esempio il Jerusalem Post che ad Al-Ram, il villaggio del dimostrante palestinese rimasto ucciso venerdì scorso dopo che aveva lanciato alcuni razzi da distanza ravvicinata contro i soldati israeliani, “si sono riuniti a centinaia e hanno iniziato a scagliare pietre, copertoni in fiamme e bombe molotov contro le Forze di Difesa israeliane”.Insomma, niente di nuovo. Qualche anno fa, in una sedicente “storia taciuta della non-violenza palestinese” venne sostenuta la tesi – infondata – secondo cui “solo dopo che le proteste non-violente avevano incontrato una dura repressione, presero avvio i movimenti di guerriglia palestinesi”. Tesi ben presto rilanciata in modo del tutto acritico da un articolo sul “New York Times” pubblicato la scorsa settimana senza il minimo controllo editoriale, e che ho personalmente tentato – invano – di correggere con una lettera che non è stata pubblicata. Scrivevo: «Nel suo editoriale del 22 febbraio (“La protesta pacifica può liberare la Palestina”), Mustafa Barghouthi esordisce affermando che “negli ultimi 64 anni i palestinesi hanno tentato la via della lotta armata”. Ma è errato. Già il 4-7 aprile 1920, dopo mesi di esagitate manifestazioni aizzate dal predicatore religioso Haj Amin El-Husseini (destinato a diventare di lì a poco Gran Mufti di Palestina), gli arabi si scagliarono contro i loro vicini ebrei uccidendone cinque e ferendone duecento, tutte vittime civili disarmate. In realtà, tutta la storia degli ultimi 92 anni è stata contrassegnata dal terrore arabo, da pogrom, tumulti e omicidi, mirati quasi esclusivamente contro civili ebrei, ad opera di arabi a Hebron, a Safed, a Giaffa e in molte altre località dove gli ebrei vivevano. Ne risultò una “pulizia etnica” (a danno degli ebrei) di alcune di queste città, e tutto ciò ben prima della guerra del 1948. Se una “lotta” è in corso, è la lotta per la verità e per una narrazione veritiera della storia.»Ma più della lotta per la correttezza del racconto storico, si consideri quest’altro aspetto: tumulti sono scoppiati di nuovo, venerdì scorso, sul Monte del Tempio a Gerusalemme. Pietre sono state scagliate da arabi, come già era avvenuto all’inizio della settimana e la settimana precedente (in quel caso a causa, pare, di un poster falso). Ma contro chi vengono scagliate le pietre? A nessun ebreo è consentito salire sul Monte del Tempio (dove si trovano le moschee) nel giorno sacro dei musulmani. E allora perché gettare pietre agli ebrei che si trovano nel sottostante piazzale del Muro Occidentale (del pianto)? Perché gettare pietre a cristiani (e turisti)? Perché istigare (anche in tv) all’assassinio di ebrei?C’è sempre qualcuno pronto a incolpare gli ebrei. Ma cosa hanno fatto veramente gli ebrei, sul Monte del Tempio? Per quieto vivere hanno lasciato che i musulmani distruggessero manufatti ebraici, hanno lasciato che le autorità islamiche del Wakf limitassero drasticamente la presenza ebraica, hanno persino bloccato le visite degli ebrei alla spianata sul Monte. Così proprio sul Monte del Tempio, nella Gerusalemme riunificata da Israele, gli ebrei collimano perfettamente con l’immagine tradizionale di persone senza diritti. Hanno persino suggerito che il Monte del Tempio venisse staccato dalla Gerusalemme sotto sovranità israeliana. E tutto quello che ne hanno ottenuto sono pietre, violenze e molotov.(Da: Jerusalem Post, blog “Green-Lined”, 25.2.12)


Ma a Gerusalemme nevica?

Mentre in Italia sembra primavera, i primi di marzo portano la neve in Israele. Scenario da presepio a Gerusalemme dove per la prima volta da quattro anni una forte nevicata ha coperto la cittadina. Ne dà notizia il quotidiano Haaretz.
Mentre in Italia sembra primavera, i primi di marzo portano la neve in Israele. Scenario da presepio a Gerusalemme dove per la prima volta da quattro anni una forte nevicata ha coperto la cittadina. Il quotidiano Haaretz dà la notizia e spiega che le autorità comunali stanno predisponendo un piano per ripulire le strade entro la giornata di oggi, prima dell'inizio di shabbath.La neve è caduta anche sulle altura di Golan in particolare nella zona di Safar, dove è stato chiesto alla popolazione di non lasciare le abitazioni se non strettamente necessario. Precipitazioni nevose anche sul monte Hermon e in Galilea.Neve, freddo, e tempeste di vento stanno colpendo varie parti di Israele da ieri e la giornata di oggi, secondo i meteorologi, dovrebbe essere la più fredda dell'anno. Secondo le previsioni inoltre, il maltempo continuerà per tutto il week-end.Difficoltà anche a Tel Aviv in particolare per il vento e all'aeroporto internazionale Ben.Gurion.http://www.formiche.net/

AGI M.O.: GAS, GAZPROM IN ISRAELE PER POSSIBILE COOPERAZIONE

(AGI) - Tel Aviv, 1 mar. - Dirigenti del gigante del gas Gazprom sono stati nei giorni scorsi in visita in Israele per valutare una possibile cooperazione con rappresentanti di Delek, operatore dei giacimenti di gas al largo delle coste israeliane. I rappresentanti russi stanno valutando la possibilita' di comprare gas o di stabilire una partnership per lo sfruttamento del giacimento Leviathan; tuttavia, non sembra ancora chiaro quali siano gli obiettivi di Gazprom. Se da un lato l'entrata della compagnia russa potrebbe avere implicazioni strategiche e politiche significative per Israele, dall'altro il rischio che Gazprom possa bloccare l'eventuale export di gas israeliano verso l'Europa desta preoccupazioni. Infatti, nonostante Leviathan non possa competere con i grandi bacini russi, i prezzi e le tipologie di contratti firmati dalle compagnie israeliane potrebbero creare spiacevoli precedenti per Gazprom.

Provera in Israele: «Avete già pagato un prezzo troppo alto»

Missione in Israele per il vicepresidente della Commissione affari esteri del Parlamento europeo Fiorello Provera che ha avuto l’onore, sin qui riservato a pochissimi esponenti politici italiani, di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano. Durante il suo viaggio, accompagnato da un rappresentante del governo regionale della Samaria, nella zona centrale del Paese, Provera si è recato presso l’abitazione nella quale proprio un anno fa furono trucidati i cinque membri della famiglia Vogel, i genitori e i tre figli di tre mesi, tre e 11 anni, da due terroristi islamici: una strage che ha colpito duramente il popolo ebraico.RAPPORTI UE Nel suo discorso a Gerusalemme Provera si è soffermato sui rapporti tra l’Unione europeIsraele, sui quali pesano antichi pregiudizi che boicottano e discriminano ingiustamente un Paese all’avanguardia in campo medico, scientifico, tecnologico e agricolo. Nell’occasione ha presentato ai parlamentari israeliani la neonata Fondazione per l’Europa della Libertà e della Democrazia, di cui è stato eletto presidente, che riunisce, insieme alla Lega Nord, altri partiti politici di centrodestra di sette Paesi: “Attraverso questa fondazione vorremmo lavorare insieme per migliorare la cooperazione in Europa – ha detto –. Le porte sono aperte: siamo pronti ad ascoltarvi e ad affrontare con voi la sfida di far riconoscere Israele quale alleato dell’Unione europea”. Provera ha concluso il suo discorso con un riferimento diretto alla minaccia di un nuovo Olocausto che viene dall’Iran, a torto sottovalutata, che il popolo d’Israele non può ignorare, nonostante abbia già pagato un prezzo troppo alto.INCONTRIDurante la visita, Provera ha incontrato i maggiori esponenti politici dello Stato d’Israele: il presidente della Knesset Reuven Rivlin, il ministro degli Interni Eli Yshai, il ministro dell’Informazione e della Diaspora Yuli Edelstein, il viceministro degli Esteri Danny Ayalon, la deputata Lia Shemtov, il governatore della Regione della Samaria Gershon Mesika, i capi della tribù beduina Al Krinawi.http://www.vaol.it/it/notizie/

Obama:sostegno a Israele è "sacrosanto"

Il presidente Barack Obama ha definito il sostegno degli Stati Uniti a Israele “sacrosanto” e ha sostenuto la necessità di aiutare quel paese a mantenere la sua “superiorità militare”, quattro giorni prima di ricevere il primo ministro Benjamin Netanyahu sullo sfondo delle tensioni con l’Iran.
Obama, che partecipava a New York ad un incontro di raccolta fondi per la sua campagna elettorale, ha parlato ai suoi sostenitori dei cambiamenti geopolitici determinati dalle rivolte nel mondo arabo-musulmano dall’inizio del 2011.http://www.studioconsulenzaromano.net/

STORIA/ Oskar Schindler, troppo amico degli ebrei per piacere ai comunisti

Oskar Schindler “il mascalzone”, lo chiamavano – con il gioco di parole schindler-schwindler – gli abitanti di Svitavy, la cittadina morava dov’era nato nel 1908 e dove convivevano tedeschi della regione dei Sudeti (in maggioranza), cechi ed ebrei.Oskar ha un’infanzia piuttosto turbolenta, gli piacciono i motori e la vita mondana, è un precursore della mobilità lavorativa. Anche il matrimonio con Emilie Pelzl va presto in crisi, e il suo carattere impetuoso lo porta ad avere guai con la giustizia. Quando l’onda del nazionalsocialismo si propaga dalla Germania nelle regioni ceche di confine, Oskar diventa membro del Partito dei tedeschi dei Sudeti, fantoccio del Partito nazista. Per poter continuare il tenore di vita cui è abituato, Schindler accetta di entrare nell’Abwehr, lo spionaggio tedesco, e di passare informazioni logistiche e militari su Cecoslovacchia e Polonia. È considerato un confidente coraggioso, guadagna somme elevate e allaccia contatti molto in alto che gli serviranno negli anni a seguire. Nell’ottobre 1939, al seguito dell’invasione della Polonia, è inviato a Cracovia con il compito paradossale di sorvegliare l’attività degli altri corpi di polizia del Reich, in competizione fra loro. Nel frattempo fiuta la possibilità di fare business e arricchirsi con facilità.E qui lo incontriamo nel famoso film di Spielberg, dove intavola una rischiosa partita a scacchi con il regime nazista in cui la posta in gioco non sono più milioni di Reichsmark, ma la vita sua e dei suoi operai-prigionieri. Ma nella Cecoslovacchia del dopoguerra, liberata dall’Armata Rossa e finita nell’orbita filosovietica, Schindler rientra fra i tre milioni di tedeschi dei Sudeti sospettati indiscriminatamente di collaborazionismo ed espulsi in Germania e Austria. Viene aperto in contumacia un processo a suo carico, lo accusano di aver sostenuto il nazismo e di aver tradito il proprio Paese, rischia l’ergastolo o la pena di morte, nonostante gli interventi di Wiesenthal in sua difesa. La storiografia marxista che celebra il “glorioso partigiano rosso”, unico deputato a salvare il mondo, considera Schindler un “ex imprenditore sfruttatore di prigionieri” che solo alla fine della guerra avrebbe cambiato atteggiamento “tanto da essere celebrato persino in Israele come difensore degli ebrei”.Del resto gli stessi ebrei liberati dai sovietici e cooptati nel paradiso socialista non hanno certo avuto vita facile: al ritorno dai campi di concentramento, oltre all’angoscia per la perdita dei familiari, si trovano le case abitate da estranei e le loro aziende nazionalizzate dallo Stato. Quando cambia la politica sovietica nei confronti dello Stato d’Israele, anche nei Paesi satelliti si diffonde la nuova parola d’ordine: “sionismo”, inteso come “una peculiare forma reazionaria e nazionalistica dell’imperialismo”. La campagna antisionista culmina in Cecoslovacchia nei primi anni 50 con una serie di processi-farsa a carico di politici – uno fra tutti quello contro Rudolf Slansky, che termina con l’impiccagione di 11 imputati, di cui 8 ebrei.Vengono interrotti i rapporti diplomatici con Israele (ripresi solo nel ’90 grazie a Havel), viene limitata la libertà religiosa e avviata la schedatura dei cittadini ebrei (dati personali, vita associativa e lavorativa, legami con parenti all’estero e relativo controllo della corrispondenza), operazione utile per filtrarne l’accesso ai posti-chiave di imprese e istituzioni. Le autorità comuniste attingono direttamente dalle informazioni sui prigionieri ritrovate nei lager nazisti...Verso la fine degli anni 50 l’“antisemitismo burocratico” allenta la presa, e per i circa 30mila ebrei cecoslovacchi la situazione migliora, anche se restano discriminati a livello religioso.Dopo l’invasione sovietica del ’68 viene introdotto un nuovo concetto doppiamente negativo: l’“intellettuale ebreo”, fiancheggiatore delle “forze controrivoluzionarie”, “cosmopolita e sionista”. Ne fanno le spese anche personaggi politici di primo piano, come Sik, Kriegel, Goldstücker. Nel libro Sionismo e antisemitismo, F. Kolar nega addirittura l’esistenza dell’antisemitismo: “Questo problema non esiste né da noi, né in Urss o in qualunque altro paese socialista. E non permetteremo ai sionisti o alla propaganda imperialista di riesumarlo”. Quando invece è necessario dare un volto al colpevole della “crisi” che aveva portato al ’68, ecco comparire “gli intellettuali ebrei, iniziatori della controrivoluzione” e “i sionisti, servi dell’imperialismo occidentale”.Nel ’71 riprende il monitoraggio degli ebrei al fine di “tracciare un quadro complessivo degli ambiti delle loro attività, per individuare e smascherare la loro attività ostile e paralizzare l’influsso negativo dei sionisti e delle loro organizzazioni che dall’estero influenzano la comunità religiosa ebraica”. Nel gennaio ’77, all’indomani della diffusione del documento programmatico di Charta 77, il Rudé právo la condanna come iniziativa “delle centrali anticomuniste e sioniste”, e negli anni successivi l’operazione “Risanamento”, con cui la polizia politica “caldeggia” l’espatrio, è rivolta non solo ai dissidenti ma anche agli ebrei.Morto nel ’74, il “mascalzone” di Svitavy, quell’anarchico al quale – come ha scritto Keneally – piace mettere in ridicolo il sistema, che ama la trasparenza e la semplicità delle buone azioni, che è capace di sentirsi oltraggiato dalla crudeltà e di reagire, resta un personaggio scomodo per chi fa una lettura ideologica della storia, e ancora alla fine degli anni 90 in Repubblica Ceca qualcuno ha cercato di offuscarne la memoria.“A Gross-Rosen – ricorda Joseph Bau, uno degli ebrei salvati – ci vennero sequestrati i nostri averi, fra le mie cose c’era un libro di poesie e di memorie... Qualche giorno dopo il nostro arrivo a Brünnlitz, Schindler entra nell’officina e chiede di me. Mi porge il libro di poesie e mi dice: “Credo che questo sia suo”. Che tipo era? Non l’ho mai capito”. Angelo Bonaguro 1 marzo 2012, http://www.ilsussidiario.net/


“The Last Day”, un corto racconta l’apocalisse nucleare d’Israele

Parla il regista Barany: “Tutti qui hanno paura, Hitler impiegò sei anni per distruggerci, ad Ahmadinejad basterebbero nove minuti”

Il video, rinvenuto dal personale delle Nazioni Unite dopo la catastrofe, porta la data del 23 febbraio 2013. La prima scena mostra una pioggia di missili iraniani che piovono sullo stato ebraico. Una coppia di giovani israeliani si ritrova imbottigliata nel traffico nella sua corsa forsennata verso casa. Suonano ovunque le sirene, che tanta parte hanno avuto nella recente storia d’Israele. “Vediamo se dicono qualcosa alla radio”, “non riesco a chiamare mia madre”, “come faccio a stare calma”. La coppia discute su come mettersi in contatto con i propri cari. La radio li avverte che c’è stato un attacco missilistico combinato e che il paese è nel panico: “Siamo stati informati che il gabinetto del primo ministro è sceso in una località segreta…”. L’auto si incolonna fra le tante che cercano una via di fuga dalla città. Siamo nei pressi di Tel Aviv, la città da cui durante la guerra del Golfo la gente usciva di notte caricando bambini e materassi sulle automobili e cercando in lunghe code un rifugio a Gerusalemme (la città che un diabolico Saddam Hussein risparmiava in virtù della forte mescolanza fra arabi e ebrei). “Ho la nausea”, “rilassati”. Fra le colline attorno si alzano numerose colonne di fumo dopo il lancio di razzi da parte degli iraniani. “E’ stato perso ogni contatto con il sud del paese e con Haifa”, prosegue la radio militare. Poi un lampo immenso, quello di una detonazione atomica, acceca la coppia di automobilisti. “Ferma la macchina”, urla l’uomo. Si precipitano a soccorrere una madre con il figlio, che non riesce più a vedere nulla. “Ti avevo detto di non guardare”, grida la donna. Provano a bagnargli gli occhi con dell’acqua. “Oh mio Dio, non è reale”, dice l’uomo, guardando un fungo atomico che si innalza dalla montagna vicina. Arriva un’auto con dei feriti a bordo. Altri missili cadono attorno. Poi un altro ordigno devastante. Provano a ripararsi dietro alle auto. L’ultimo fotogramma mostra la grande nuvola radioattiva che li mangia. The end. Si intitola “The last day”, l’ultimo giorno, il cortometraggio-choc realizzato dal regista israeliano Ronen Barany. Trasmesso dal Canale 10, il video ha scatenato una piccola psicosi in Israele. Un anno fa era uscito il film di Yaron Kaftori, “2048”: sono passati cent’anni dalla fondazione di Israele e Israele non esiste più. Al posto dello stato ebraico è sorta una “Nuova Repubblica Araba”. Il film di Barany entra maggiormente nell’inconscio israeliano, perché arriva nel momento stesso in cui il paese si sta esercitando in vista di una guerra con gli iraniani. Il 14 marzo ci sarà una vasta esercitazione di massa a Tel Aviv, nome in codice “Colpo al cuore”. Le sirene simuleranno l’arrivo di una serie di missili, di cui uno colpirà il centro commerciale Ayalon a Ramat Gan. Il film è un canovaccio della realtà, perché il governo israeliano ha realmente approntato una “località segreta” nelle viscere della terra nella zona di Gerusalemme. All’interno del bunker, i ministri sono protetti da qualsiasi attacco “non convenzionale” ma, grazie a un sofisticato sistema di comunicazione, sono in costante controllo della situazione sul terreno e sono in grado di impartire istruzioni. “Volevo trasmettere al mondo la paura di Israele”, dice al Foglio il regista Ronen Barany. “Sono il padre di due figli e il nipote di un sopravvissuto all’Olocausto, e sento ogni settimana leader iraniani che minacciano di spazzarci via dalla mappa geografica. Il film ha ricevuto reazioni diverse. Alcuni hanno detto che era propaganda della paura e che ignoravo le capacità militari d’Israele. Altri lo hanno amato. Questo è un anno critico per noi, qualcosa sta per accadere, volevo raccontarlo con la storia di una famiglia normale che si trova dentro una guerra all’apparenza normale. Alla fine la coppia è testimone dell’esplosione di un ordigno atomico in Israele. Tutti qui, anche chi non lo dice, hanno paura che il peggio possa accadere”. Sui siti dell’intelligence israeliana sta rimbalzando da giorni il report scritto da Alireza Forghani, il consigliere strategico della Guida Suprema iraniana ayatollah Ali Khamenei, in cui espone la giustificazione giuridica e religiosa per l’annientamento di Israele. Nel documento, Forghani porta a riprova i dati dell’Ufficio centrale di statistica israeliano relativi all’ultimo censimento, in cui si sottolinea che Israele è il solo paese al mondo con una maggioranza ebraica (e che pertanto sarebbero per lo più ebree le vittime dell’attacco iraniano). In modo molto furbo, lo stratega iraniano sostiene che, siccome per attaccare l’Iran Israele ha bisogno del sostegno di Stati Uniti e occidente, Teheran deve approfittare della “passività” occidentale e approfittarne per “spazzare via Israele”. Il documento fornisce anche “una concisa descrizione dei missili balistici a medio e lungo raggio che possono bersagliare il territorio di questo “tumore canceroso regionale” e distruggere Israele “in meno di nove minuti”. Conclude Ronen Barany, autore del cortometraggio: “Abbiamo avuto un Olocausto, e se Hitler impiegò sei anni per distruggere gli ebrei, Ahmadinejad potrebbe impiegare nove minuti”.http://www.ilfoglio.it/soloqui/12489

Tel Aviv, metropoli da spiaggia

Alla scoperta della "Miami del Mediterraneo" e del suo arenile, considerato tra i 10 più belli del pianeta. Vita notturna, gallerie, caffè e locali gay friendly

La capitale economica e culturale di Israele, la città dei piaceri e della vita notturna è anche il centro degli affari: le banche e più della metà delle grandi imprese hanno sede nei grattacieli di vetro che costeggiano la Ayalon, l´arteria (sempre trafficata) che percorre Tel Aviv in senso longitudinale. Oggi nella "grande Tel Aviv" abitano più di un milione di persone. E non si dorme quasi mai. Perché è lei la nuova stella della movida mediterranea: giovane, multiculturale e aperta a sperimentazioni che coinvolgono moda, design e stili di vita. Ecco il paradiso dei nottambuli e dei fissati col fitness. Non è raro vedere alle prime luci dell´alba sul bellissimo lungomare i primi surfisti che indossano la muta per aspettare la marea del mattino e gli ultimi nottambuli che escono dai pub e dai locali dove si è suonato e bevuto fino all´ultima goccia. Una distanza siderale, a dispetto dei 70 chilometri, la divide da Gerusalemme: Tel Aviv è la versione dionisiaca della Città Santa. Una versione perfetta adesso anche per iPhone visto che l´associazione per il Turismo della città ha lanciato Visit Tlv, la prima guida turistica di Tel Aviv e Jaffa scaricabile gratuitamente.E intanto piovono riconoscimenti sulla Miami del Medio Oriente. Se per il National Geographic la città ha una delle dieci spiagge più belle del mondo, Forbes la considera la capitale della vita notturna di tutto il Mediterraneo e Out Magazine l´ha proclamata nel 2011 la città più gay-friendly del mondo. Di giorno, in città, la vita si concentra sui suoi quattordici chilometri di spiaggia: il posto perfetto dove sedersi per bere un caffè, fare un tuffo o correre sulla lunghissima pista ciclabile. L´arenile in estate cambia volto: durante la giornata, i lidi - ce ne sono per tutti i gusti da quelli dei surfisti a quelli per famiglie, per l´upper class, per i single, per i religiosi ultraortodossi - che al mattino hanno ospitato il popolo del mare, la sera diventano il luogo perfetto dove consumare il rito dell´aperitivo, mentre il sole tramonta e a Jaffa scintillano le prime luci dei ristorantini nell´antica cittadella fortificata fondata più di duemila anni fa.Jaffa vale un giro al primo mattino perché dietro alla Torre dell´Orologio - tranne il sabato - si può passeggiare nel HaPeshpishim, il mercato delle pulci, dove si compra di tutto: vecchie macchine fotografiche, tappeti, mobili d´epoca, orologi e vecchie stampe. E nei vicoli vicini si trovano numerosi antiquari. La passeggiata prosegue a Nevè Tzedek, primo quartiere ebraico fuori dalle antiche mura di Jaffa, che è oggi una delle zone più trendy. Le vecchia stazione ferroviaria ottomana, da dove un tempo partiva il treno per Gerusalemme, è stata restaurata e ora il quartiere è pieno di gallerie d´arte, ristoranti e spazi per performance. È qui che nacque Tel Aviv nel 1909. La città ha avuto un´espansione molto rapida con la fine delle Prima Guerra e l´inizio del mandato britannico. Allora sono nati quartieri con caratteristiche particolari e, per certi versi, unici al mondo. La Piccola Odessa (in ebraico: Odessa HaKtanà), compresa fra Nevé Tzedek e (verso nord) Sheinkin Street, è un ottimo esempio di stile eclettico, che fonde elementi russi e centro-europei con altri locali, arabi e ottomani. Si costruì in questo stile fino al 1929, quando le autorità britanniche vararono il piano regolatore della città moderna. Ciò coincise con l´arrivo in Palestina di architetti che si erano formati alla scuola Bauhaus tedesca (chiusa nel 1933 dai nazisti) e che contribuirono molto allo sviluppo di Tel Aviv. Il nome Città Bianca (Ha-Ir HaLevanà) fa appunto riferimento alla presenza di più di quattromila edifici costruiti in stile Bauhaus negli anni Trenta. Tanto che Tel Aviv è la maggiore città al mondo per la presenza di edifici realizzati secondo i principi del movimento Modernista e nel 2003 l´Unesco ha proclamato la Città Bianca Patrimonio dell´Umanità. Non lontano da downtown vale la pena inoltrarsi su Dizengoff, il grande viale di negozi e centri commerciali con i caffè affollati a tutte le ore. Sull´angolo con via Tarsat si innalza l´Helena Rubistein Pavillon distaccamento del Museo Nazionale d´arte moderna che presenta opere di artisti israeliani, palestinesi e stranieri. E "dopo-cena", Tel Aviv è il posto giusto dove trovare ottima musica dal vivo: ci sono almeno un´ottantina di locali con live music jazz, pop, rock, kleizmer, etnica. Non abbiate fretta c´è tempo per girarne almeno due o tre prima di tornare a Jaffa per un rito d´obbligo: un cornetto caldo o un krapfen appena fritto alla bakery di Abulafia aperta 24 ore su 24. Un´altra istituzione della città.di Fabio Scuto, http://viaggi.repubblica.it

Strudel di Salmone

Ingredienti per 4 persone:4 cipollotti 2 zucchine olio 100 gr di salmone affumicato 1 rotolo di pasta sfoglia scorza di limone qb 4 cucchiai di panna 1 uovo sale.Procedimento .Affettare cipollotti e zucchine e far rosolare in padella con un pò di olio.Tagliare a pezzetti il salmone.Stendere la sfoglia e tagliarne qualche strisciolina per decorare.Raccogliere in una terrina le zucchine rosolate i cipollotti, unirvi il salmone, la scorza di limone e la panna.Farcire la sfoglia, decorarla con le striscioline e spennellare con l'uovo.Cuocere in forno a 180 gradi per 20-25 minuti.http://imenudibenedetta.blogspot.com/


Crema al Limone

Ingredienti: 125 gr di burro 150 gr di zucchero 2 uova il succo di 2 limoni 250 ml di panna biscotti, frutta, zucchero a velo qb Procedimento: Sciogliere il burro e aggiungervi metà dello zucchero.Montare le uova col resto dello zucchero.Aggiungere il succo di limone al burro.Fuori dal fuoco aggiungere anche le uova con lo zucchero.Rimettere sul fuoco a fuoco dolcissimo fino a raddensare la crema.Far raffreddare la crema.Montare la panna e incorporarla delicatamente alla crema. Servire con biscotti e frutta.http://imenudibenedetta.blogspot.com/



Iran: minacciato l'Azerbaijan per l'acquisto di armi da Israele

L'Iran ha minacciato l'Azerbaijan per aver acquistato oltre $ 1,5 miliardi di armi da Israele. L'ambasciatore dell'Azebaijan è stato chiamato a Teheran dal Ministero degli Esteri per spiegare l'acquisto di armi. Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito che l'ambasciatore Javanshir Akhundov ha riconosciuto l'acquisto delle armi dopo aver ricevuto conferma dal suo governo.Ha spiegato che le armi sono stati acquistate "per liberare i terreni occupati dell'Azerbaigian". Le agenzie iraniane hanno riportato le dichiarazioni di Akhundov in cui dice che: "non permetteranno che le armi siano usate contro paesi terzi, in particolare la Repubblica islamica dell'Iran".http://www.focusmo.it/


Quegli “eroi” che a Ma’alot massacrarono 22 alunni israeliani

La scorsa settimana la televisione ufficiale dell’Autorità Palestinese ha ripetutamente mandato in onda un tributo per immagini in onore dei terroristi del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Fdlp). Il video consiste nella celebrazione sia dei terroristi “martiri”, sia dei loro attentati che hanno provocato la morte di decine di civili israeliani innocenti.Fra gli altri, il video della tv dell’Autorità Palestinese celebra anche il massacro di Ma’alot, che vide i terroristi prendere in ostaggio i ragazzi di una scuola: ventidue alunni finirono uccisi insieme a quattro adulti. Il video-tributo mostra un poster che glorifica i tre terroristi dell’Fdlp, insieme ad altri poster che glorificano decine di altri terroristi e le stragi di civili da loro perpetrate.Il video, che la scorsa settimana, come ogni anno, è stato mandato in onda più di dieci volte, intende onorare l’anniversario della fondazione dell’Fdlp.Un video-collage intitolato “Eroi delle operazioni speciali nella Palestina settentrionale” mostra sedici fotografie di terroristi Fdlp in posa con armi e talvolta uniformi militari. Il termine “operazioni speciali nella Palestina settentrionale” allude ad attentati terroristici originati dal Libano contro civili della regione settentrionale israeliana di Galilea.Fra gli attentati dell’Fdlp perpetrai nel nord di Israele si ricordano in particolare:- l’attentato del 1970 contro uno scuolabus presso la città di Avivim in cui furono uccisi 9 bambini e 3 adulti;- l’attentato del 1974 nella cittadina di Ma’alot in cui furono uccisi 22 alunni e 4 adulti tra quelli presi in ostaggio dai terroristi.- l’attentato del 1974 nella città di Beit Shean in cui furono uccisi 4 civili.- l’attentato esplosivo del 1979 nella città di Tiberiade in cui furono uccisi 2 civili.
(Da: Palestinian Media Watch, 29.2.12) http://www.israele.net/
Nelle immagini in alto: uno dei poster diffusi dalla tv dell’Autorità Palestinese conferma, con la mappa stilizzata e il testo (“Gaza, Cisgiordania e Galilea: lotta senza compromessi per l’indipendenza nazionale”), l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica. Sotto: il massacro del 1974 nella scuola di Ma’alot.

MO: Israele, quasi 1 milione abitanti 'Grande Gerusalemme'

Ebrei 63%, musulmani 33%, cristiani 2%

(ANSAmed) - GERUSALEMME - La popolazione complessiva di Gerusalemme conta quasi un milione di abitanti, fra israeliani e palestinesi. Lo afferma il quotidiano Maariv sulla base di dati elaborati dal ministero israeliano degli interni.Essi stabiliscono che alla fine del 2011 a Gerusalemme - nei due settori Ovest (ebraico) ed Est (a popolazione mista) - risiedevano 933.113 persone. Visto l'elevato tasso di natalita' di due settori predominanti nella citta' - quello palestinese e quello degli ebrei ortodossi - e' da prevedersi, secondo il giornale, che alla fine del 2012 gli abitanti saranno quasi un milione.Il giornale precisa che oggi nell'intera area municipale di Gerusalemme (che include i rioni palestinesi e anche due localita' arabe che si trovano oltre la Barriera di separazione, Shuafat e Kafr Aqeb) gli ebrei rappresentano il 63,1 per cento, mentre i musulmani sono il 33,8 per cento. I cristiani sono quasi il due per cento. Questi dati, nota Maariv, sono piu' elevati di quelli pubblicati dall'Ufficio centrale di statistica israeliano. La spiegazione e' dovuta ad una differente metodologia utilizzata dalle due istituzioni per calcolare la popolazione reale della citta'.


Israele-Ucraina: Zahavi bene, ma arriva altro ko

Non sono serviti gli ottimi 45 minuti di Eran Zahavi ad evitare alla nazionale israeliana l´ennesima sconfitta. L´esordio del nuovo tecnico Eli Gutman è terminato con uno scoppiettante 3-2 per l´Ucraina, in cui i padroni di casa di Israele hanno faticato notevolmente a tenere il passo di Gusev e compagni. L´ingresso in campo di Zahavi all´inizio della ripresa ha dato un po´ di vivacità alla manovra, col trequartista rosanero impiegato prima in posizione centrale e poi da seconda punta. L´impatto di Zahavi con la gara è stato positivo, il fantasista ha creato diversi pericoli alla porta avversaria, pur non entrando direttamente nelle azioni dei due gol.

Gli telefoneremo tra vent'anni

"Cari amici, mi ha colpito come ultimamente alcuni artisti di pregio, come Leonard Cohen ed Elton John hanno reagito alle vili campagne di boicottaggio che colpiscono sovente Israele, e hanno portato con raggiante quiete il loro messaggio di musica e di pace al popolo ebraico nella sua Terra. L’armonia non solo della loro musica, ma della gioia, della gratitudine, dell’entusiasmo del pubblico parlava da sola: Israele è un Paese pieno di sogni, di amore, di desiderio di pace e vi mando questo messaggio per dirvi che io lo amo. Qui dopo l’incredibile persecuzione nazista del grande popolo che vi era nato, esso ha ritrovato la forza di costruire e di vivere pienamente l’arte, la scienza, la medicina, l’agricoltura e purtroppo ha dovuto farlo sempre in condizioni di guerra. Spero con tutte le mie forze che giunga anche il tempo della pace e della giustizia per quel Paese, e penso che tutti debbano cominciare ad aiutare dicendo con chiarezza: è tempo di smetterla di aggredirlo con bugie e mistificazioni che ce ne danno un’immagine completamente diversa dalla realtà! Auguri, Israele, io sono con te dalla parte della verità della storia e della vita." Lucio Dalla, http://allegrofurioso.blogspot.com/ (http://ilblogdibarbara.wordpress.com/)


giovedì 1 marzo 2012

Più longevi di poco e solo se maschio

Su Nature,Yariv Kanfi e altri genetisti dell’università Bar Ilan, a Ramat Gan in Israele, pubblicano una ricerca sulle sirtuine espresse dal gene SIRT6. Nei topi maschi con il gene potenziato aumentano le sirtuine e la longevità di un 13-15% rispetto al gruppo di controllo. Spiacente, signore, ma alle femmine il gene potenziato non fa alcun effetto.Nel caso della longevità maschile, il dato è al limite del significativo, scrivono gli autori, per confermarlo ci vorranno altre ricerche. Saggia precisazione. Quelle proteine, degli enzimi per l’esattezza, suscitano dall’inizio del secolo più entusiasmi che cautele. Da quando si è scoperto il primo gene SIRT nel lievito di birra, i risultati ottenuti nei nematodi o nei moscerini della frutta sono stati ridimensionati in successivi esperimenti, a volte fatti dagli stessi ricercatori................................http://oggiscienza.wordpress.com/


Lo stallo israelo-palestinese

Di Yonatan Silverman, http://www.israele.net/
Quando si verifica una situazione di stallo nel gioco degli scacchi, gli avversari si stringono la mano e la partita finisce lì. Le cose vanno in modo diverso quando si tratta di uno stallo politico. In questo caso, quando nessuna delle parti è disposta o può permettersi di transigere sulle posizioni e proposte della parte avversa, la partita non finisce. La sostanza del conflitto rimane sul tappeto, il conflitto rimane aperto e le parti non possono far altro che convivere con questa situazione. Questa è appunto la realtà di fatto del conflitto israelo-palestinese in questo momento: una realtà che gran parte del mondo si rifiuta di ammettere.Il conflitto israelo-palestinese si trova in una situazione di stallo a più facce, che non permette di fare alcun progresso. Di recente si è assistito in Giordania a un tentativo di rivitalizzare negoziati diretti, ma il tentativo è morto nella culla. Documenti recentemente trapelati da quei colloqui indicano che i palestinesi esigono la quasi totalità della Cisgiordania (98,1%). Per soddisfare questa rivendicazione, Israele dovrebbe rimuovere dalle loro case un vasto numero di israeliani che abitano in Cisgiordania (anziché annettere i maggiori insediamenti in cambio di porzioni di territorio israeliano, come proposto da Gerusalemme). Israele non può acconsentire a questa richiesta, e questo costituisce un grosso elemento di stallo.I palestinesi rifiutano inoltre di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ribadito anche di recente il suo netto rifiuto spiegando che riconoscere lo stato ebraico significherebbe compromettere il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi. Ma, in ogni caso Israele non potrebbe mai permettere il “ritorno” di milioni di profughi (e loro discendenti) in case e villaggi che non esistono più da decenni. Anche su questo le due parti sono in stallo completo.Non basta. L’accordo di unità palestinese Fatah-Hamas firmato di recente a Doha costituisce forse il maggior motivo di stallo. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha già dichiarato: Abu Mazen può fare la pace con Israele o farla con Hamas, non con entrambi. Se Hamas e Fatah troveranno davvero il modo di riconciliarsi, Israele non potrà più negoziare coi palestinesi tout-court.Un ulteriore fattore che contribuisce allo stallo è il rifiuto dell’Autorità Palestinese di porre fine all’istigazione contro Israele sui mass-media da essa controllati. Tra l’altro, le trasmissioni della tv dall’Autorità Palestinese citano abitualmente città israeliane come Haifa e Tel Aviv come parte della “Palestina occupata”. In un’occasione, il gran mufti palestinese di Gerusalemme ha affermato in televisione che uccidere ebrei è un dovere islamico, mentre terroristi morti o incarcerati vengono comunemente celebrati come eroi e martiri. L’Autorità Palestinese si rifiuta di fermare questo sistematico indottrinamento all’odio, ma il mondo per lo più preferisce chiudere gli occhi.Alla luce di questo stato di cose, gli sforzi internazionali per rilanciare una qualche parvenza di processo di pace appaiono futili, senza scopo e slegati dalla realtà. A mano che una delle parti non decida di modificare in modo sostanziale le proprie posizioni – prospettiva, allo stato, piuttosto improbabile – siamo di fronte a un conflitto che non può essere risolto sul serio. Purtroppo, però, non si tratta di una partita a scacchi. Lo stallo non ferma la sfida, ne prolunga solo l’agonia.(Da: YnetNews, 27.2.12)

Negli scontri su Gerusalemme pesa il solito negazionismo anti-ebraico

Israeliani e palestinesi di nuovo sulle barricate. Le dichiarazioni del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen durante la tre giorni di conferenza internazionale su Gerusalemme a Doha, Qatar, hanno complicato una situazione già instabile a causa degli scontri avvenuti venerdì scorso sulla Spianata delle Moschee. Una vera e propria battaglia tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane, con un bilancio totale di undici soldati e quindici palestinesi feriti.Per Abu Mazen, l’intenzione degli israeliani di innalzare un tempio sulla Spianata delle Moschee non è altro che un tentativo di “cancellare e rimuovere in tutti i modi il carattere arabo-islamico di Gerusalemme”, “costruendo sulle rovine della Moschea di Al-Aqsa”. Il leader dell’ANP invita caldamente la popolazione araba ed i fedeli islamici a recarsi più spesso a Gerusalemme, rivendicando l’appartenenza della città: “Ci sarebbero ripercussioni politiche, morali, economiche ed umanitarie derivanti dal dimostrare che Gerusalemme appartiene a tutti noi, e che nessuno può impedirci di accedervi”. Dura la replica del Primo ministro israeliano Netanyahu, che in un comunicato ufficiale ribadisce la centralità di Gerusalemme come capitale del popolo ebraico da millenni a questa parte, rendendo di fatto infondate le dichiarazioni di Abu Mazen. Il primo ministro Netanyahu ha affermato che “Gerusalemme continuerà a essere aperta per i credenti di ogni religione, ma resterà sotto il controllo di Israele. A chiunque sarà garantita la libertà di culto. Lo Stato di Israele si aspetta che chi affermi di promuovere la pace cerchi di educare la sua gente alla coesistenza pacifica, non che semini bugie e inciti alla rivolta. E’ ora che i leader palestinesi smettano di rinnegare il passato e distorcere la realtà”.Dell'accaduto abbiamo voluto parlarne con la deputata Pdl Fiamma Nirenstein, giornalista ed esperta di Medio Oriente. Per la parlamentare, “l’intento di Abu Mazen è di riproporre il pericolosissimo tema di Gerusalemme, che accende gli animi dei mussulmani da Al Fatah ad Al Qaeda. Le dichiarazioni sono di fatto una vera e propria aggressione ad Israele e al popolo ebraico. Impugnando il tema di Gerusalemme, si lascia andare ad una forma di negazionismo peggiore di quella dell’Olocausto, come già fece Arafat nel 2000 durante il summit di Camp David con Bill Clinton e Ehud Barak, quando sostenne che non c’era alcuna traccia del Tempio degli Ebrei sul Monte del Tempio. Gerusalemme è la culla dell’ebraismo, è il popolo ebraico stesso. Negare questo fatto, provato da mille memorie e da mille storici, significa compiere una manipolazione atta a rendere gli ebrei estranei e coloni in quello che è il luogo della loro nascita e la loro patria”.http://www.loccidentale.it/

Belaynesh Zevadia ambasciatrice israeliana in Etiopia

uante volte abbiamo sentito parlare o letto del razzismo (o presunto tale) del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman? Evidentemente non è proprio il peggiore degli intolleranti se ha nominato Belaynesh Zevadia come ambasciatrice nel suo Paese d'origine.43 anni, nata in Etiopia, Zevadia arrivò in Israele diciassettenne ed è la prima rappresentante diplomatica proveniente dalla sua comunità."Non ho parole per descrivere la mia eccitazione e l'orgoglio di essere la prima [a ricoprire questo incarico]. Sono immigrata da adolescente e torno come ambasciatrice. E' un onore per me e per la mia famiglia e desidero ringraziare il ministro degli esteri e tutto lo staff per aver riposto fiducia in me. E' la prova che Israele dà opportunità a chiunque, anche agli immigrati"L'integrazione degli etiopi non è stata facile e recentemente è tornata in auge in seguito alla pubblicazione di un rapporto secondo il quale alcuni abitanti di Kiryat Gat si sono rifiutati di affittare i propri appartamenti ai membri della comunità etiope. Il mese scorso, quindi, migliaia di persone hanno manifestato contro il razzismo di fronte alla Kneset, il parlamento israeliano. http://fuoridalghetto.blogosfere.it/

Israele: giudice arabo non canta inno, proteste da destra

(ANSA) - GERUSALEMME, 29 FEB - Un giudice arabo della Corte suprema israeliana, Salim Jubran, si trova al centro di polemiche per essersi astenuto ieri, in un cerimonia ufficiale, dal cantare l'inno nazionale israeliano, Ha-Tikwa (la speranza).Nell'inno si afferma fra l'altro che ''l'anima ebraica anela'' a Sion, e si esalta la fede ''antica di due millenni'' degli ebrei di essere un giorno ''liberi nella nostra terra: la terra di Sion, Gerusalemme''.Ieri, nella cerimonia solenne con cui la presidenza della Corte Suprema e' passata dalla donna-giudice Dorit Beinish (giunta al termine del suo mandato) al giudice Asher Grunis, le telecamere si sono soffermate sul volto del giudice Jubran che - mentre i colleghi intonavano l'inno nazionale - e' rimasto muto.L'episodio e' stato subito condannato dalla televisione commerciale Canale 2 e successivamente anche da deputati della destra nazionalista secondo cui Jubran sarebbe indegno di fungere da giudice della Corte suprema israeliana e dovrebbe essere espulso. Jubran non ha rilasciato commenti, ma un suo anonimo collaboratore - citato dalla stampa - ha precisato che il giudice ha agito sulla base di ''ragioni ideologiche''.

Voci a confronto

Le responsabilità di coloro che devono valutare tutti i rischi e prendere le difficili decisioni prima di un eventuale attacco militare sono gravosissime; Obama e Netanyahu si incontreranno domenica e lunedì a Washington in un clima che certo risentirà ancora delle difficoltà del recente passato, ma che sarà pure influenzato dalle prossime elezioni americane (con la maggioranza dell’elettorato ebraico che nel passato ha votato per i democratici). In due diversi editoriali pubblicati sul Foglio si legge che Obama farebbe di tutto per abbassare il “codice di allarme” su Teheran, preferendo guadagnare tempo; in cambio Netanyahu farebbe capire all’America di non avere l’intenzione di preavvertire l’alleato in caso di attacco. Negli USA, tuttavia, vi sono anche molti commentatori che chiedono al presidente una maggiore chiarezza: deve cioè dire quali sono i limiti che Teheran non deve superare e, qualora la bomba diventasse una realtà, se gli USA potranno convivere con un Iran dotato della bomba atomica. Solo facendo chiarezza, secondo questi critici del presidente, ci saranno le basi per un dialogo costruttivo con Israele. In questa situazione va rilevato che un importante consigliere del vice-presidente Biden si è dichiarato convinto che l’Iran sia ancora lontano dalla bomba nucleare, smentendo in tal modo perfino gli esperti dell’AIEA.In Iran, nel frattempo, ci si prepara alle elezioni per il rinnovo del parlamento con praticamente solo due schieramenti contrapposti: quello dell’ayatollah Khamenei e quello del presidente Ahmadinejad. Quest’ultimo rischia, dopo le elezioni di venerdì, di ritrovarsi senza il necessario appoggio parlamentare. Che queste elezioni abbiano ben poco di democratico è dimostrato anche dal fatto che il figlio di Khamenei avrebbe visitato l’ex leader dell’opposizione Moussavi (agli arresti domiciliari come tutti i suoi amici) per convincerlo a mandare alle urne i propri sostenitori; che elezioni sarebbero se in tantissimi si astenessero? Lo spiega chiaramente Daniele Raineri sul Foglio. Coloro che certamente faranno meglio a votare sono i 25000 ebrei rimasti nelle terre sciite, discendenti dagli antichi ebrei di Babilonia; loro dovranno evitare qualsiasi sgarbo al regime, e potranno in tal modo scegliere, come spiega il giornale spagnolo ABC, il proprio candidato (unico ebreo a poter essere eletto tra i 290 parlamentari iraniani). I lettori di ABC scoprono così oggi che agli ebrei iraniani non è permesso accedere ad alcun incarico pubblico, ma che, secondo una recente legge, se decideranno di convertirsi all’islam riceveranno “dallo stato” il dono di ereditare tutti i beni della propria famiglia.In questo momento di estrema tensione tra Israele ed Iran fa parlare di sé l’uscita di un cortometraggio di Ronen Barany: The last day, che immagina proprio un attacco nucleare contro Israele che permetterebbe ad Ahmadinejad di fare in solo 9 minuti quello che Hitler compì in 6 anni.In questo momento di estrema tensione fa specie l’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano; sotto il titolo: Scandaloso Israele – Altro che Iran. La guerra Netanyahu ce l’ha in casa, questo quotidiano preferisce mettere l’accento sulla crisi che circonda il premier israeliano a causa del suo capo gabinetto che, accusato di molestie sessuali, deve lasciare il proprio incarico.Mi. Gio. sul manifesto, sotto il titolo: Apartheid, si scaglia anche oggi contro Israele, colpevole di progettare delle linee ferroviarie nelle terre della West Bank (senza consultare il bravo Fayyad), ma costringendo tanti palestinesi a restare senza elettricità; non è concessa loro neppure quella solare, perché priva di autorizzazione, né quella eolica (con tutto il vento che c’è in quelle terre!). Le povere massaie palestinesi sono quindi costrette a continuare a dover fare tutti i lavori domestici a mano (mi dovrebbe spiegare Michele Giorgio a che cosa servono le antenne e le parabole che non mancano in nessuna casa palestinese!)Politica, certo, è questa del manifesto, e sporca politica è anche quella che descrive Europa: Assad, per Hillary Clinton, non deve essere dichiarato criminale di guerra perché tale dichiarazione “renderebbe più difficile la possibilità che lasci il potere”. L’unica via da perseguire è quella diplomatica, e bisogna anche evitare di fornire armi ai ribelli (gli americani sono forse memori di precedenti loro errori simili). Questa avrebbe dovuto essere anche la strada da perseguire in Libia dove la soluzione “negoziata” sarebbe stata vanificata dal mandato di cattura contro Gheddafi emanato dal Tribunale penale internazionale. Hillary Clinton è sicuramente convinta del primato della politica (e dei bravi politici).Una donna che fece parlare bene di sé negli anni passati è sicuramente Beate Klarsfeld che dedicò la propria vita (insieme al marito) a cercare i criminali nazisti; si presenta ora candidata alla presidenza della Germania Federale, pur senza alcuna possibilità di vittoria, ma Andrea Tarquini su Repubblica ne racconta le gesta principali, compreso l’episodio poco conosciuto di quando, nel ’91, voleva far arrestare a Damasco colui che uccise suo suocero e che aveva fondato la “Gestapo degli Assad”. Su questo episodio dovrebbero riflettere coloro che per tanti anni si guardarono bene dal riconoscere la realtà siriana (e non solo siriana).Anche in Europa, tuttavia, sopravvive tuttora una frangia nazi-fascista: alcuni “tifosi” del Kaiserslautern, importante squadra di calcio tedesca, delusi per la sconfitta della propria squadra, urlano al giocatore israeliano, colpevole di giocare nella squadra amata, “sporco maiale” e lo salutano con il gesto dei nazisti, mentre la polizia preferisce non intervenire “per evitare maggiori disordini”.Queste sono le tristi notizie di oggi, 29 febbraio 2012, anno bisestile (per coloro che sono superstiziosi).Emanuel Segre Amar, http://moked.it/blog


L'israeliano Alon Yefet inaugura lo stadio che aprirà Euro 2012

Sarà l'israeliano Alon Yefet ad arbitrare questa sera il match amichevole tra Polonia e Grecia. L'incontro tra le due compagini inaugurerà lo Stadion Narodowy di Varsavia, impianto ancora fresco di costruzione in cui avrà luogo il match di apertura dei prossimi europei di calcio di Polonia e Ucraina 2012. Alon Yefet è arbitro internazionale dal 2001. Con la direzione della sfida tra Club Brugge e Rapid Vienna (2 novembre 2005, 3 a 2 per i belgi) è diventato il primo fischietto israeliano ad affacciarsi in Champions League. http://www.moked.it/

Offese e reazioni

Molto si è detto, in questi giorni, riguardo alla vicenda delle copie del Corano bruciate da esponenti delle Forze Armate USA in Afghanistan – con conseguente ira di milioni di musulmani, disordini con decine di morti, scuse ufficiali del presidente Obama, ritiro del personale civile dalle Ambasciate occidentali ecc. ecc. Non è la prima volta che accade qualcosa del genere, e non è la prima volta che emerge, di fronte a tale inarrestabile reazione a catena, un sentimento di profonda costernazione. La costernazione di chi ha l’impressione di trovarsi in una vera e propria Babele di linguaggi, regole e comportamenti, nella quale comprendersi è pressoché impossibile. E sorprende, in tale contesto, come la maggioranza dei nostri opinionisti sembrino dare una lettura dei fatti decisamente fuorviante, quasi sempre volta a rimarcare l’offensività del gesto profanatore e la prevedibilità e inevitabilità delle violente reazioni dallo stesso generate. Non si può offendere il sentimento religioso in modo così evidente – sembrano pensare in molti – e non attendersi gravi conseguenze. Ci sono dei punti, però, che meritano di essere puntualizzati, o che richiedono dei chiarimenti:Offendere un libro sacro è un gesto stupido e incivile, sanzionato non solo in Afghanistan ma anche nel nostro ordinamento penale, ed è giusto che chi lo compie vada punto. Magari noi non chiederemo che sia lapidato o arso al rogo, ma è giusto che una punizione ci sia.I soldati americani impegnati sul territorio afgano sono decine di migliaia, i cittadini USA più di 300 milioni. Per quale motivo il Presidente degli Stati Uniti deve chiedere scusa, a nome del suo popolo, per il gesto di un suo solo soldato? In virtù di quale meccanismo logico un fatto, di qualsiasi gravità, compiuto da un singolo individuo deve ricadere su un’intera comunità? Vige per gli americani, o per tutti gli occidentali, il principio della “colpevolizzazione collettiva” (che gli ebrei ben conoscono)?Questa responsabilità collettiva, con conseguente dovere di chiedere scusa a nome di tutti, vale solo per gli americani (di Israele meglio non parlare proprio), o, per caso, anche per gli altri? E solo i musulmani hanno il diritto di offendersi? Un cittadino americano, per esempio, non potrebbe sentirsi offeso nel vedere bruciare nelle piazze la propria bandiera (un gesto ormai tanto comune da suscitare noia, anziché indignazione), o un pupazzo raffigurante il proprio Presidente? In questi casi nessuno deve chiedere scusa?Due consiglieri militari statunitensi (del tutto estranei all’accaduto) sono stati uccisi per vendetta, e quasi tutti i nostri commentatori hanno interpretato questo fatto come prova della profondità della rabbia popolare, e quindi della gravità dell’ingiuria arrecata col rogo dei libri sacri. Ma, pur nel quadro della suddetta “responsabilità collettiva”, si tratta forse di una reazione proporzionata? Cosa è più grave, bruciare un libro o uccidere? Fra qualche giorno, gli irosi manifestanti avranno dimenticato l’accaduto, e saranno tranquillamente tornati alle loro occupazioni, mentre due innocenti non faranno ritorno alle loro famiglie.Avendo preso atto, comunque della particolare sensibilità dei musulmani, e nell’intento di evitare di ferirla ancora in futuro, ci piacerebbe che qualcuno ci indicasse quali sono, esattamente, le cose che, col Corano, non si possono fare. Ci hanno spiegato che non lo si può bruciare. Grazie, già lo sapevamo. Ma ci sono altre cose che, invece, pare si possano fare tranquillamente, perché, quando qualcuno le fa, nessuno si offende, nessuno protesta. Per esempio, esibirne i versi alle spalle delle foto ritraenti gli attentatori suicidi, o farli scorrere in sovrimpressione nei video in cui, in diretta, si taglia la gola a ostaggi ebrei o americani. Questo, a quanto pare, si può fare. Non è un’offesa al libro sacro.Francesco Lucrezi, storico,http://moked.it/blog/

mercoledì 29 febbraio 2012

Julian Assange

WikiLeaks: “Israele ha già distrutto l’atomica iraniana”

Israele non sta per bombardare il programma atomico iraniano… Semplicemente perché l’ha già distrutto. È questa l’ultima “bomba” sganciata da WikiLeaks. Oggi, infatti, la celebre organizzazione di Assange ha reso pubbliche alcune e-mail riservate, rubate alla società americana di intelligence strategica Stratfor, che vanta tra i suoi clienti il Dipartimento di Sicurezza Nazionale statunitense e il Corpo dei Marine. I messaggi sarebbero stati ottenuti grazie alla collaborazione con gli hacker di Anonymous, gli stessi che recentemente hanno rese pubbliche le e-mail private degli stretti collaboratori del dittatore siriano Bashar Al-Assad. In una delle mail datate novembre 2011, un uomo della Stratfor discute dell’esplosione in una base missilistica iraniana vicino a Teheran con una fonte. Che a sua volta cita un’altra fonte “a cui era stato chiesto che cosa ne pensasse delle voci secondo cui gli israeliani stavano preparando un attacco militare contro l’Iran”. A quella domanda, l’uomo avrebbe risposto: “Credo che sia un diversivo, gli israeliani hanno già distrutto tutte le infrastrutture nucleari iraniane settimane fa, via terra”.Questo significa che gli israeliani hanno distrutto il programma atomico iraniano, senza che nessuno se ne accorgesse? La storia non convince molto… E a dire il vero non convinse molto allora neppure l’uomo della Stratfor, che infatti risponde stupito: “E quando esattamente gli israeliani avrebbero distrutto le infrastrutture (nucleari iraniane) sul campo?”. E infine si domanda se “possiamo attribuire alcuna credibilità” all’informazione.Credibile o meno, nel giro di pochi minuti la notizia ha fatto il giro della rete, finendo anche nella homepage di Haaretz, il giornale israeliano meglio informato quando si parla di difesa e di intelligence (a proposito: anche loro sono finiti nel mirino di WikiLeaks, che accusa il loro giornalista Yossi Melman di essere un “cavallo di Troia del Mossad”).Non si può escludere che l’intelligence israeliana sia riuscita a distruggere con un’operazione via terra un’impianto iraniano. A dire il vero, la voce circolava in Israele da un po’ ed è stata perfino oggetto di una parodia in uno spot di un operatore telefonico. Ma ammesso e non concesso che questa operazione sia avvenuta, è impensabile che gli 007 di Gerusalemme siano riusciti a distruggere tutto il programma nucleare iraniano in un sol colpo: i siti sono tanti, troppi.Il tono delle e-mail fa pensare piuttosto a un commento sarcastico, del tipo: “Ma come, vogliono bombardare tutto l’Iran, non gli è bastato fare saltare in aria un sito?”. Commentando la voce, non confermata, di un’azione israeliana che avrebbe distrutto le ambizioni atomiche iraniane, il funzionario della Stratfor si diceva “non riesco neppure a capire l’utilità di una disinformazione di questo tipo“. Intanto una “disinformazione di questo tipo” ha fatto il giro del mondo.http://blog.panorama.it/

Israele: sventato un attentato al confine con l’Egitto

Gerusalemme, 21 Febbraio 2012 – Un attentato e’ stato sventato la scorsa notte (lunedì) nei pressi del confine con l’Egitto quando una pattuglia israeliana ha messo in fuga una persona sospetta che si accingeva ad infiltrarsi nel Neghev. Sul posto – ha riferito un portavoce militare – e’ stato trovato un potente ordigno che e’ stato neutralizzato da artificieri.Israele ha elevato lo stato di allerta nella zona in seguito ad un cruento attentato condotto lo scorso agosto a nord di Eilat da terroristi provenienti dal Sinai egiziano. L’incidente della scorsa notte – ha aggiunto il portavoce – conferma ”la volonta’ di diverse organizzazioni terroristiche di lanciare attacchi contro i cittadini e contro le forze armate di Israele”.L’ordigno e’ stato scoperto nella zona settentrionale del Neghev, all’altezza della localita’ israeliana di Niztana. Lo ha precisato radio Gerusalemme secondo cui oggi in quell’area era in visita un ministro israeliano. L’obiettivo degli attentatori, ha aggiunto la emittente, era rappresentata probabilmente dai reticolati di confine, che Israele sta erigendo a ritmo serrato nell’intento di sigillare i 230 chilometri di confine entro la fine di questo anno. (Fonte: Blitz quotidiano, 21 febbraio 2012)

Scene dalla vita di un villaggio

Si intitola così il romanzo di Amos Oz che ho appena finito di leggere. Eccone un estratto:

“Intanto l’ultima luce si andava lentamente spegnendo, solo i bagliori del tramonto vibravano giù per la via, come se volessero dirmi di seguirli o forse, al contrario, ingiungermi di star lontano. Ombre dense riempivano ora la strada: erano quelle dei cipressi, delle siepi intorno alle case. Non erano stabili, anzi, si muovevano in ogni direzione, parevano chine a cercare un oggetto perduto. Dopo un po’ si sono accesi i lampioni, ma le ombre non erano affatto sparite, anzi, ora si avvoltolavano nel vento leggero che faceva tremare le chiome degli alberi, come se una mano invisibile stesse frugando in mezzo a esse.” Ho letto quasi tutto Oz (ho anche avuto la fortuna di intervistarlo, nella sua casa di Arad, nel deserto del Negev), incluso il suo capolavoro, “Una storia di amore e di tenebra”, e continua a incantarmi e a stupirmi. Perché non gli hanno ancora dato il Nobel? Una volta, quando vivevo in Israele, ho sentito questa spiegazione: non daranno mai il Nobel a uno scrittore israeliano finchè Israele occupa i Territori Palestinesi. Se è vero, sarebbe una ragione assurda, non solo perché Oz è da sempre schierato per la pace e pe r la creazione di uno stato palestinese, per cui il premio gli darebbe un’importante tribuna per difendere questo obiettivo; ma soprattutto perché il Nobel dovrebbe essere assegnato per meriti letterari e non in base a criteri politici che non hanno nulla a che fare con la grandezza di uno scrittore. Il comitato del Nobel ha riparato a un torto, quando recentemente e finalmente ha dato il premio a Mario Vargas Llosa (anche lui ha dovuto aspettare troppo: perché –si diceva – non è uno scrittore di sinistra). Quest’anno il comitato del Nobel potrebbe ripararne un altro dandolo ad Amos Oz. Non riesco a pensare a un altro scrittore al mondo che oggi lo meriterebbe più di lui. http://franceschini.blogautore.repubblica.it/


GiustificaTecnologia pulita, la Svizzera non brilla

BERNA - La Svizzera non è abbastanza dinamica e innovativa in materia di tecnologie pulite. Stando ad uno studio commissionato dal WWF, si piazza solo al 15esimo posto in una classifica di 38 paesi. In testa figurano i paesi scandinavi e Israele.Nel settore delle tecnologie ecologiche, la Svizzera non brilla per l'innovazione, afferma il WWF. Il mercato mondiale in questo settore ha registrato una crescita del 30% in media negli ultimi anni.La società di consulenza Cleantech Group ha, per la prima volta, stilato una lista dei paesi più innovativi ("Cleantech Global Innovation Index"). A suo avviso due ingredienti essenziali non sono disponibili a sufficienza in Svizzera: il capitale di rischio e un mercato nazionale orientato alle energie pulite.In Danimarca, al primo posto nella classifica, lo Stato punta sulle tecnologie pulite sia per quanto riguarda la legge sia nei mandati di ricerca. Un settore cleantech già ben sviluppato e capitale di rischio a disposizione costituiscono una terreno fertile, stando allo studio.
Israele si piazza al secondo posto, seguito da Svezia e Finlandia. Gli Stati Uniti sono quinti e India e Cina ottengono migliori risultati rispetto alla Svizzera.

Jaffa
Tel Aviv dedica piazza medico Palestina

(ANSA) - TEL AVIV - Con una decisione che e' stata definita di ''portata storica'' dalla popolazione araba locale, il municipio di Tel Aviv ha dedicato oggi una piazza del sobborgo di Jaffa al celebre medico palestinese Fuad Ismail Dejani (1890-1940). Per l'occasione - nota il quotidiano Yediot Ahronot - numerosi parenti di Dejani sono giunti in Israele da Paesi arabi disparati. Il dottor Dejani fondo' nel 1933 a Jaffa un moderno ospedale che fu messo a disposizione della popolazione araba ed ebraica.

Il film perduto di Yehoshua

Yair Moses è un settantenne regista ebreo israeliano, invitato ai giorni d’oggi nel più cattolico dei luoghi, Santiago di Compostela, per assistere a una retrospettiva dei suoi film e ricevere un premio alla carriera. Lì arriva con Ruth, l’attrice che in ciascuno di essi, fino dai primissimi, ha avuto un ruolo. E lì scopre che la bizzarra compagnia che ha organizzato la rassegna, alla locale scuola di cinema che è ospitata nei locali che all’epoca della guerra civile ospitavano la milizia franchista – prete il direttore della scuola, Juan de Viola, monaco suo fratello Manuel che parla l’ebraico e può fare da traduttore – ha scelto le sue pellicole d’esordio. Sono film visionari e surreali, alcuni letteralmente fatti in casa, in cui l’ex professore di liceo ashkenazita Moses aveva lavorato in coppia col suo ex allievo sefardita Toledano, trasformatosi in sceneggiatore. Poi, tra loro due, era scoppiato un distruttivo litigio, legato alla cancellazione di una scena dall’ultimo dei film fatti insieme, ritenuta fondamentale da Toledano e invece impraticabile dal regista, che l’aveva considerata troppo pesante per la giovane attrice Ruth.Quaranta-cinquant’anni dopo Moses è diventato un cineasta caratterizzato, al contrario, da un verismo quasi ossessivo: può servire ai suoi spettatori la preparazione e la degustazione di un pasto in tempo reale, senza tagliare un minuto, come avviene nel suo ultimo omaggiato film, “Patate”. Perciò la retrospettiva è per Moses un viaggio in un passato perduto (e i film, doppiati in spagnolo, gli sono in più in buona parte incomprensibili), tra archetipi remoti: è un tuffo tra le ombre di una caverna platonica.Quale mano si nasconde dietro questo scherzo che all’ebreo e laico Moses viene giocato in una cittadina che si identifica con la propria cattedrale, colma di pellegrini e adorna di confessionali nelle chiese e angeli di pietra nelle strade? Una cittadina il cui hotel Parador si adorna ciclicamente con tele custodite nel magazzino della cattedrale: nella stanza di Moses e Ruth, guarda un po’, ecco una tela di Matthias Meyvogel, con la sua versione della “Caritas romana”, l’episodio dell’allattamento dell’anziano detenuto Cimone da parte della figlia Pero, che ha ispirato coorti di pittori. E proprio questa, nella sua essenza, era l’idea alla base della famosa scena all’epoca eliminata da Moses contro il parere del giovane e suscettibile Toledano. E così, al termine di questa catena di indizi e strane coincidenze, il regista settantenne, ispirato dalla Santiago capoluogo dell’espiazione e del perdono, si trova a cercare di riparare, nel più folle dei modi, a quella colpa degli inizi…“La scena perduta” è un romanzo col quale Abraham B. Yehoshua fa esplicitamente i conti con la propria parabola creativa: perché Moses, pizzetto a parte, gli assomiglia come una goccia d’acqua e perché le sceneggiature di quei primi film proiettati nella scuola di Santiago, coi loro plotoni di soldati addormentati e con un villaggio di frontiera che cerca un inopinato significato del proprio esistere, sono copiate pari pari da alcune delle sue primissime opere, i racconti visionari e profetici pubblicati in raccolte dal 1962 (in particolare, “L’ultimo comandante” e “Il rapido serale di Yatir”). E perché esplicita è l’intenzione, attraverso questo romanzo, di tornare all’iniziale kafkiana e beckettiana ispirazione narrativa. Perciò il passo con cui il romanzo procede è quello del sogno: di assonanza in metafora, di metafora in associazione. E’ l’accettazione di questa plausibilità onirica il biglietto che Abraham B. Yehoshua ci chiede per condurci in un cammino narrativo che, certo, non è più possente come nei romanzi della sua fase meridiana. Però è lesto e ricco di episodi e personaggi, non per forza fosco, anzi carico di un suo amore per il vivere, una sua affettuosità. Tra l’alfa e l’omega di un’esistenza, con quel seno grande e scuro di vecchia contadina cui l’anziano Moses, alla ricerca di un significato ultimo, come un lattante si avvicina…Presenti i topoi di Yehoshua: il ruolo che il sonno svolge in tutte le sue narrazioni, si tratti di sieste rubate come di dormite con la durata e la potenza di una sinfonia, sonni che contribuiscono al clima peculiare, una frontiera tra veglia e sogno, in cui si collocano sempre le vicende che racconta. Così come l’eros colto nella sua dimensione, non appagata, di puro desiderio (qui quello di Moses per Ruth che riesce a sottrarsi però immancabilmente alle sue mire, ma anche per l’ex moglie che Moses va a visitare una volta tornato in Israele). Assente, com’è nelle storie più surreali dello scrittore, il totem della coppia coniugale che, invece, troneggia solido, oggetto di infiniti interrogativi e luogo di infinite peregrinazioni, in tutti i romanzi che Yehoshua definisce “realisti”.Sul fondo un’ultima metafora, grande come un Paese: la Spagna che è riuscita a seppellire la sua guerra civile e che sembra avere da dire molto, oggi, a un ebreo israeliano.http://larecensioneallantica.comunita.unita.it/ LA SCENA PERDUTA Abraham B. Yehoshua Trad. Alessandra Shomroni pp.367, euro 21 Einaudi

In Israele prosegue l'ondata di scioperi

In Israele è iniziato oggi uno sciopero a oltranza del personale dei porti marittimi. I lavoratori richiedono che i contributi pensionistici vengano depositati su conti terzi e non su quelli delle stesse compagnie portuali. In questo modo, secondo i lavoratori, il denaro si accumula nei depositi delle compagnie portuali senza alcuna garanzia per i dipendenti stessi. I portuali chiedono inoltre una revisione del sistema di calcolo dei contributi.Lo sciopero nei porti arrecherà un forte danno allo Stato ed alle compagnie private, indipendentemente dal fatto che esse siano importatori o esportatori. Oggi ha avuto inoltre inizio uno sciopero delle infermiere che protestano contro il sovraffollamento degli ospedali e gli straordinari.http://italian.ruvr.ru/

martedì 28 febbraio 2012


Gerusalemme - quartiere ebraico

Abu Mazen, come Arafat, cancella la realtà storica della Gerusalemme ebraica


“La pace non può fondarsi sulla negazione della verità”. Lo ha ribadito domenica l’ufficio del primo ministro israeliano reagendo alle dichiarazioni fatte dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) circa le rivendicazioni arabo-islamiche su Gerusalemme.Stando a quanto riferisce l’agenzia di stampa palestinese Ma’an, nel suo intervento alla "Conferenza Internazionale per la Difesa di Gerusalemme" iniziata domenica a Doha (Qatar), Abu Mazen ha affermato che “le autorità d’occupazione israeliane usano i mezzi peggiori e più pericolosi per attuare il loro piano di cancellare il carattere arabo-islamico e cristiano dei Gerusalemme est”, senza fare il minimo riferimento alla storia ebraica della città.L’ufficio del primo ministro israeliano ha ricordato che ai negoziati di pace di Camp David del luglio 2000 fra l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak e il capo dell’Olp e dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat, quest’ultimo – fra lo sconcerto dei mediatori americani – negò che sia mai esistito a Gerusalemme un Tempio Ebraico, sostenendo che quella era la ragione per cui egli non intendeva accettare nessun compromesso sul controllo della Città Santa (uno dei fattori che determinarono il fallimento dei negoziati di pace).“Speriamo – ha concluso l’ufficio del primo ministro – che l’attuale generazione di dirigenti palestinesi non voglia ripetere lo stesso tragico errore commesso allora da Arafat. Se la parte palestinese insiste su una posizione che nega la realtà e che nega totalmente i diritti degli ebrei, allora non vi possono essere le basi per una vera pace e una vera coesistenza”.“Istigazione all’odio”. Così in serata il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito le dichiarazioni fatte domenica da Abu Mazen a Doha. “E’ tempo che la dirigenza palestinese cessi di distorcere la realtà e di diffondere menzogne. Non è agendo in questo modo che si può fare la pace”, ha concluso Netanyahu.Nel frattempo Maher Taher, uno dei capi del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, è arrivato per la prima volta, domenica, a Gaza. Taher, 63 anni, gli ultimi quaranta vissuti in Siria e Libano, è entrato nella striscia di Gaza dall’Egitto, attraverso il valico di frontiera di Rafah. Non è chiaro se intenda trasferirsi stabilmente nel territorio sotto il controllo di Hamas. Nelle scorse settimane, diversi alti esponenti di Hamas che da tempo vivevano a Damasco si sono trasferiti con le rispettive famiglie nella striscia di Gaza, dopo che la loro organizzazione ha declinato di schierarsi a sostegno del presidente siriano Bashar Assad nella repressione delle manifestazioni e delle rivolte anti-regime. Venerdì scorso Hamas si è distinta come il primo dei gruppi armati palestinesi che facevano base a Damasco che abbia preso posizione a sostegno delle rivolte (prevalentemente musulmane sunnite) contro Assad (alawita).Finora il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Fplp) si è astenuto dal prendere posizione nel conflitto interno siriano. L’Fplp è uno dei vari gruppi armati palestinesi che compongono l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestia), di cui la fazione più grande è Fatah, capeggiata da Mahmoud Abbas (Abu Mazen). L’Fplp ha sedi a Damasco, a Beirut, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Il segretario generale del gruppo, Ahmed Sa'dat, è detenuto in Israele dove sconta una condanna a trent’anni per il suo ruolo nella progettazione dell’assassinio, nel 2001 a Gerusalemme, dell’allora ministro israeliano del turismo Rehavam Ze'evi. In un primo tempo, Ahmed Sa'dat trovò rifugio e protezione insieme ad altri terroristi nella Muqata, il palazzo presidenziale di Arafat a Ramallah, che per questo subì un assedio da parte delle Forze di Difesa israeliane.Come Hamas, l’Fplp rifiuta agli Accordi di pace di Oslo e sostiene l’uso della violenza contro Israele. Al suo arrivo domenica nella striscia di Gaza, Taher ha lanciato un appello per l’unità di tutte le forze palestinesi, comprese Hamas e Fatah, “in modo da poter combattere l’occupazione e i tentativi di giudaizzare Gerusalemme”, ribadendo il proprio sostegno per la “resistenza armata” contro Israele. Il capo del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina ha infine esortato l’Autorità Palestinese di Abu Mazen ad abbandonare il processo di pace. (Da: Jerusalem Post, 26.2.12) http://www.israele.net/

Siria. Referendum tra le bombe. Israele si chiama fuori

Mentre in Siria oggi si sono aperte le urne per il referendum sulla nuova costituzione indetto da Assad, nel paese si continua a sparare e a morire. Israele nelle scorse ore si è però chiamato fuori dal “Syrian game”, pur definendo l’asse Teheran-Damasco “insopportabile”.

In un clima surreale questa mattina alle 7.00 ( le 6.00 italiane) milioni di siriani sono stati chiamati alle urne per votare il referendum indetto da Assad sulla nuova Costituzione. Il nuovo testo elaborato da un gruppo di tecnici è stato fortemente voluto da Assad per tentare di allentare la tensione nel Paese. Nella nuova Costituzione è stato soppresso il monopolio del partito Baath e si insiste sulla laicità dello Stato, ma comunque viene conservato un grande potere tra le mani del presidente. Sono circa 14 i milioni di siriani che, se vorranno, potranno recarsi nei seggi elettorali per votare “si” o “no” sull’approvazione del nuovo testo costituzionale. I ribelli e l’opposizione per la verità non hanno preso in minima considerazione questa proposta di Assad e hanno da subito invitato la popolazione a disertare le votazioni, chiedendo invece le dimissioni di Bashat al-Assad.SI VOTA TRA LE BOMBE- Le votazioni comunque saranno tutto fuorchè normali dato che si starebbero svolgendo in un clima di esasperata tensione e di confronto armato, anche violento, tra le due opposte fazioni. Sarebbero almeno 18 le persone rimaste uccise nelle ultime ore in Siria secondo l’ Osservatorio siriano per i diritti umani. Se i dati riportati dovessero essere reali si parlerebbe di 13 morti a causa dei bombardamenti delle forze di sicurezza siriane a Homs, tra i quali 4 militari disertori. Almeno 5 militari fedeli ad Assad sarebbero invece stati uccisi negli scontri con i ribelli nella città meridionale di Daraa. Homs quindi è stata ancora duramente martellata dalle bombe, e secondo i testimoni oculari si registrerebbero in queste ore ancora esplosioni e sparatorie tra le vie della città ribelle. Gli attivisti hanno parlato del lancio di diverse granate nel quartiere di Baba Amr, dove sono ancora bloccati anche due giornalisti occidentali feriti. Altre esplosioni hanno invece squassato la città di Deir Ezzor e conflitti a fuoco si sono registrati un pò in tutte le zone calde del Paese.IL RUOLO DI ISRAELE- Uno dei timori più grandi è quello del coinvolgimento attivo di potenze straniere negli affari interi della Siria, fatto che, se si dovesse verificare, sarebbe la tipica scintilla per una escalation militare dagli esiti potenzialmente disastrosi per la pace in tutto il Medioriente. Oggi è arrivata però la presa di posizione di Israele, paese considerato un acerrimo nemico di Damasco. Dan Meridor, ministro del Likud per le questioni di intelligence, ha parlato oggi alla radio militare proprio della situazione siriana, e ha preso una posizione ben chiara: “Israele non è intervenuto finora nella crisi in Siria nè intende farlo in futuro”, ha confermato facendo poi riferimento al referendum di oggi, “Israele non si fa illusioni in quanto non sta per emergere un regime democratico o liberale, sul modello europeo o statunitense”. Secondo Dan Meridor esisterebbe un’asse Damasco-Teheran-Hezbollah in grado di beneficiare del sostegno della Russia e che viene considerato a Gerusalemme come “insopportabile e pericoloso”. La rottura di quell’asse, con la eventuale caduta del regime di Bashar Al Assad, sarebbe secondo il ministro una eventualità molto positiva per Israele. Ieri intanto una manifestazione a sostegno della politica di riforme annunciata da Assad si è svolta a Haifa, su iniziativa del partito nazionalista arabo Balad e della lista comunista Maki. Uno degli oratori, Muhammad Nafa (Maki), ha espresso solidarietà con quei siriani “in lotta contro i piani degli Stati Uniti, che vorrebbero mettere in ginocchio il loro Paese”.GUERRA CIVILE- La sensazione è che ormai si vada verso una vera e propria guerra civile. L’Occidente infatti, avendo preso direttamente posizione a favore dei ribelli, sarebbe responsabile dell’introduzione in territorio siriano di decine di migliaia di armi, fatto questo che ovviamente rischia di far precipitare nel caos l’intero Paese. Mentre a Tunisi si è tenuto il meeting degli “Amici della Siria” infatti, sono sempre di più coloro che iniziano a vedere ingerenze di potenze straniere all’interno del variegato schieramento dell’opposizione ad Assad. L’attivista politico Shabbir Razvi ad esempio ha riferito ai microfoni di RT.com che gli “Amici della Siria” non starebbero in realtà lavorando per gli interessi del popolo siriano. I terroristi islamici secondo molti addetti ai lavori potrebbero intensificare le proprie azioni proprio in concomitanza con il referendum, questo con il chiaro intento di farlo fallire.http://www.articolotre.com/