venerdì 16 aprile 2010


Gerusalemme

Bocciati in economia i tre partiti in corsa «Nessuno di loro salverà le finanze inglesi»

LondraSi fanno sempre più difficili le relazioni tra Gran Bretagna e Israele. Dopo mesi di ripicche sugli argomenti più svariati adesso il pomo della discordia tra il governo di Londra e quello di Gerusalemme è una pubblicità turistica israeliana definita ingannevole dall’Asa, l’autorità britannica che regola le campagne pubblicitarie. A vederla sulle pagine dei giornali la gente comune non osserva altro che un litorale sabbioso fitto di grattacieli sullo sfondo e in primo piano un mare blu notte con sopra la scritta «Immagina che cosa puoi scoprire in 4 giorni». Sotto due riquadri, uno in cui si ammira il Muro del pianto e nell’altro una veduta di Tel Aviv e Jaffa. L’aspirante turista non nota nulla di strano, ma secondo l’authority inglese il problema sta proprio in questo. Non viene evidenziato in nessuna parte della pubblicità israeliana che molti dei luoghi che si invita a visitare si trovano nella parte Est di Gerusalemme e fanno parte dei Territori occupati, da anni al centro di una sanguinosa disputa territoriale tra palestinesi e israeliani. L’organismo di controllo ha quindi stabilito che la campagna ha infranto le linee guide previste in materia ed ne ha vietato la diffusione. «Abbiamo detto all’Ufficio del Turismo Israeliano di non insinuare che dei luoghi nei territori occupati erano parte integrante dello Stato d’Israele - ha spiegato l’Asa - perché questo è quello che si evince dalla lettura delle frasi collegate alle immagini nella pubblicità insieme al fatto che i siti in questione sono al centro di una disputa internazionale». In risposta agli Inglesi il Ministero del turismo israeliano ha replicato che la pubblicità non fa altro che fornire delle informazioni di base «accurate, riservate al turista inglese che voglia recarsi in Israele». «Omettere una visita nella città di Gerusalemme sarebbe stato scorretto e potenzialmente fuorviante» ha concluso il ministero, sottolineando che il governo, con un accordo siglato nel 1995 con le autorità palestinesi, si è assunto l’obbligo di sostenere tutti i siti religiosi, di ogni denominazione. Ovvio il riferimento al Muro del Pianto conteso tra ebrei e musulmani. «Lo status legale di Gerusalemme non ha nulla a che fare con la questione» hanno spiegato ancora al ministero. «L’unica rilevanza fuorviante potrebbe venir trovata nel tentativo di interpretare un messaggio pubblicitario diretto in un modo che va molto al di là di quanto possono cogliere i lettori da un’inserzione pubblicitaria» hanno aggiunto polemiche le autorità israeliane. Troppo «politicamente corretti» gli Inglesi dunque? Chissà, sicuramente ancora troppo infuriati per il brutto scherzetto giocato loro proprio dagli israeliani lo scorso gennaio quando un loro commando assassinò, in hotel di Dubai, il noto esponente palestinese di Hamas Mahmuoud al Mabhouh. Per coprire le tracce dei killer erano stati utilizzati dei passaporti britannici falsi, cosa che aveva suscitato le ire del governo di Gordon Brown. In seguito alla rivelazione le autorità inglesi avevano avviato un’inchiesta conclusasi con l’espulsione da Dubai di un diplomatico Israeliano. Il caso aveva appassionato i media e l’opinione pubblica e le reazioni del mondo politico all’escamotage usato dagli israeliani per uccidere il leader palestinese erano state particolarmente dure. «Non vi è dubbio che Israele sia stato responsabile per la falsificazione dei passaporti britannici - aveva dichiarato il ministro degli esteri David Milliband, riportando in Parlamento gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sulla vicenda - e che questo sia accaduto per l’intervento di un governo alleato, con profondi legami economici, diplomatici e persino personali, è un fatto ancora più grave». 16 aprile 2010, http://www.ilgiornale.it/


Gerusalemme

M.O.: a Gaza Hamas giustizia due presunti collaboratori Israele

Gaza, 15 apr. - (Adnkronos/Xinhua) - Due presunti collaboratori di Israele sono stati giustiziati da Hamas a Gaza. A riferlrilo e' stato Issam Younis, direttore del centro per i diritti umani Al-Meza, citato dall'agenzia cinese Xinhua. I due sono stati tenuti per mesi in carcere e poi riportati morti in ospedale. "Tutti sanno che i due sono stati condannati a morte. Non sappiamo se siano stati impiccati o fucilati", ha spiegato Yunis.


Sinai:Hamas chiude tunnel Gaza

Dopo informazioni possibili rapimenti israeliani, esodo turisti
(ANSA)- GAZA, 14 APR - Hamas ha ordinato la temporanea chiusura dei tunnel usati per il contrabbando dall'Egitto e della stazione di confine a Rafah. La misura, che sarebbe stata sollecitata dall'Egitto, e' legata alle voci di un imminente attacco terroristico nel Sinai per rapire cittadini israeliani e portarli a Gaza come ostaggi. La stampa israeliana riferisce che centinaia di israeliani hanno raccolto l'invito a tornare in patria dopo l'allarme israeliano che parlava di informazioni concrete.


M.O./ Israele: Hamas vuole organizzare sequestri nel Sinai

Travel warning a turisti israeliani: tornate a casa
14 apr. (Apcom) - I servizi di sicurezza israeliani temono che un'organizzazione terroristica possa organizzare il sequestro di un cittadino dello Stato ebraico da un albergo nella penisola egiziana del Sinai: è quanto riporta il quotidiano israeliano Ha'aretz. Il gruppo terroristico - sul quale non sono stati resi noti ulteriori dettagli - opererebbe sotto istruzioni e finanziamento dell'organizzazione estremista palestinese di Hamas: i servizi di sicurezza hanno proclamato lo stato di massima allerta e deciso di emettere un travel warning nel quale si ordina a tutti i cittadini israeliani che si trovano in vacanza nel Sinai di fare ritorno nello Stato ebraico.


Gb/ Londra vieta pubblicità Israele che mostra Muro del pianto

Pubblicata su giornali Gb per promuovere turismo: "è ingannevole"
15 apr. (Apcom) - L'Agenzia britannica per il controllo della pubblicità (Asa) ha vietato la pubblicazione di un'inserzione israeliana sui giornali della Gran Bretagna che mostra il Muro del pianto: secondo l'ente di controllo si tratterebbe di pubblicità "ingannevole" perché lascerebbe intendere che Gerusalemme Est, dove si trova il muro, è parte integrante dello stato d'Israele.
Già nel 2009, ricorda oggi la Bbc, l'Asa aveva criticato le autorità per il turismo israeliane per alcuni cartelloni pubblicitari alla metropolitana di Londra che mostravano Gaza, la Cisgiordania e le Alture del Golan come parte del territorio d'Israele.


Israele blocca l'iPad alla dogana:manca il via libera all'importazione

Alcuni dispostivi Apple confiscati in aeroporto in attesa dell'autorizzazione del ministero delle Comunicazioni
Tutti ne parlano, qualcuno lo ha già tra le mani e presto arriverà anche da noi. Il nuovo oggetto del desiderio targato Apple, tuttavia, non può varcare i confini israeliani. Il ministero delle Comunicazioni ha temporaneamente vietato l'importazione di iPad nel Paese. La causa: «La tecnologia WiFi non è compatibile con gli standard israeliani». In altre parole: la potenza di trasmissione del chip all'interno dell'apparecchio è troppo alta, la motivazione ufficiale. WIFI - Il giorno dell'iPad per gli americani è arrivato dieci giorni fa; in Italia lo sbarco dell'ultimo gioiello della casa di Cupertino è previsto per fine mese. Ma i numerosi fan israeliani della tavoletta dei sogni per ora devono attendere. Visto che la tecnologia WiFi del dispositivo è incompatibile con gli standard israeliani, il ministero della Comunicazione non ha ancora concesso l'autorizzazione per il gadget della Apple, riferisce Haaretz. TRASMISSIONE - Secondo il quotidiano israeliano l'alterco è tra il dicastero e gli ingegneri responsabili dei test sul dispositivo, quest'ultimi rei di non aver informato in anticipo il capo del dipartimento della loro decisione. Al momento lo stato delle cose è questo: i responsabili hanno richiesto informazioni tecniche dettagliate all'importatore ufficiale dell'iPad - e per ora il dispositivo non può essere introdotto. «I modelli iPad venduti negli Stati Uniti utilizzano potenze di trasmissione compatibili per gli standard americani», ha riferito un collaboratore del ministero al giornale. Che aggiunge: «La normativa israeliana in questo settore si orienta piuttosto agli standard della Ue, che sono diversi dalle regole degli Stati Uniti e consentono una potenza di trasmissione più bassa». SEQUESTRI - Nel frattempo la dogana ha cominciato a confiscare diligentemente gli iPad che entrano nel Paese: all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, sono stati sequestrati nella sola giornata di martedì una decina di apparecchi. Ad un proprietario di iPad le autorità avrebbero lapidariamente consigliato di rispedire il dispositivo negli Usa. Oltre a ciò, il proprietario deve pagare una tassa per ogni giorno in più che l'iPad rimane alla dogana. Elmar Burchia 14 aprile 2010,http://www.corriere.it/



Cammelli che attraversano il Giordano 1913 (e pensare che adesso le rive del fiume sono tutte verdi....)

Il retroscena La mossa vincente? Lasciare a casa Israele

Con la conferenza di Washington sulla sicurezza nucleare il Presidente Obama, cinto di freschi allori raccolti a Praga con la firma dell'accordo con la Russia sulla riduzione delle testate nucleari, ha riportato almeno tre successi. Essi trasformano la sua immagine di esitante e ingenuo leader della politica estera americana in uomo di stato deciso e internazionalmente rispettato. Il primo di questi successi è costituito dall'appoggio, ancora condizionato, della Cina ai suoi sforzi per ottenere l'approvazione del Consiglio di Sicurezza di sanzioni contro l'Iran. Il secondo successo è stato l'annuncio del'Ucraina di eliminare tutte le sue scorte atomiche. Il terzo meno apparente ma importante è stato l'avvio da parte del presidente americano, all'occasione della conferenza, di un processo di avvicinamento del Pakistan all'India. Esso appare garantito dalla volontà di Obama di diluire l'appoggio dato da Bush all'India nel campo delle armi nucleari. In questi frangenti il conflitto israelo-palestinese ritorna ad occupare un posto di primo piano nella politica estera di Washington. La conferenza sulla sicurezza nucleare, appena conclusa, ne ha dato qualche segno interessante. Anzitutto per l'assenza di Natanyahu dopo che il premier israeliano aveva annunciato la sua partecipazione. Alcuni commentatori in Israele e fuori di esso, Italia inclusa, avevano giudicato questa voluta assenza come un grosso errore da parte israeliana. Tuttavia sin dal briefing dato ai giornalisti nell'aereo che riportava Obama da Praga si era avuto l'impressione che l'assenza di Nethanyahu fosse stata concordata con gli americani. Obama e Nethanyahu avevano interesse ad impedire che Egitto e Turchia tentassero di usare la conferenza per trasformarla in una occasione per denunciare il presunto armamento atomico israeliano. Questo avrebbe rischiato di deviare la conferenza dal suo scopo: quello di raggiungere un accordo internazionale sul controllo di materiale nucleare (plutonio e uranio arricchito) che da tempo i terroristi cercano di acquisire o rubare, per fabbricare una «bomba sporca» di cui tutti i governi hanno paura. Turchia e Egitto negano ora di aver voluto imbarazzare il presidente americano e hanno taciuto di fronte a una presenza israeliana significativa: quella del ministro Meridor responsabile dell'energia atomica di Israele. Altro segno interessante: non è stato firmato a Gerusalemme il progetto tecnico di costruzione del nuovo quartiere ebraico a Gerusalemme che aveva fatto naufragare il piano di «incontri ravvicinati» fra israeliani e palestinesi, patrocinato da Washington e approvato dalla Lega araba.Intoppo burocratico o diplomatico? Non è chiaro ma è evidente che a Gerusalemme ci si rende conto che Obama non è più il presidente «debole e da educare» di tre mesi fa. É il leder forte e deciso del solo Paese alleato dello Stato ebraico col quale si può essere in disaccordo ma non imprudenti. Terzo fatto interessante accaduto alla conferenza di Washington: il lungo incontro fra Obama e il re Abd Allah di Giordania. Per quanto critico della politica di Natanyahu, il monarca hashemita sa che l'Olp e Hamas odiano la sua dinastia non meno di quanto essi odino Israele. Qualunque sia il piano che Obama sembra deciso di proporre o di imporre ai palestinesi e agli israeliani, nel prossimo futuro, nessun governo di Gerusalemme accetterà l'esistenza di uno Stato palestinese che non sia disarmato e sotto un controllo di efficace della sicurezza. In questo contesto un eventuale ruolo giordano in Cisgiordania potrebbe essere utile. Comunque sulle vere intenzioni di Obama in merito al conflitto medio orientale se ne saprà di più alla prossima riunione dell'Onu nella quale i Paesi arabi islamici si preparano a lanciare un grande offensiva contro Israele. La grande incognita è se l'America di Obama userà, come è avvenuto in passato, il suo veto per difenderlo. http://www.ilgiornale.it/ 15 aprile 2010


Osteria del vescovado

Osteria del grossetano / paraponzi ponzi po / c'è l'emerito un po' strano / paraponzi ponzi po / se gli cascano le uova / son gli ebrei lui ha la prova / taratazum lallero taratazum lallà Osteria della pasticca / paraponzi ponzi po / il cervello ormai si incricca / paraponzi ponzi po / se non trova il bollitore / è perché uccisero il Signore / taratazum lallero taratazum lallà Osteria della disdetta / paraponzi ponzi po / questa cosa io non l'ho detta / paraponzi ponzi po / son gli ebrei coi loro media / io mi grattavo su una sedia / taratazum lallero taratazum lallà Osteria del vecchio andazzo / paraponzi ponzi po / non è che l’ebreo sia pazzo / paraponzi ponzi po / delle volte non è santo / e gli girano anche tanto / taratazum lallero taratazum lallà

Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


Tunewiki, il primo social network musicale

Quando Rani Cohen pensò di creare Tunewiki insieme al suo partner Amnon Sarig e al programmatore Chad Kause non lasciò decisamente nulla al caso. Ad oggi, dopo solo tre anni, TuneWiki è tra i primi social network musicali al mondo e il primo per numero di file musicali fruibili legalmente dal suo database. Nello specifico la tecnologia che sta dietro a Tunewiki permette di poter ascoltare musica, visualizzare e leggere i testi delle canzoni in modalità Karaoke, visualizzare video musicali e accedere ai servizi di radio streaming.I numeri sono strabilianti: “Quando nel 2007 abbiamo lanciato Tunewiki - spiega Cohen - c’erano solo tre utenti iscritti e i testi delle canzoni disponibili erano all’incirca 60. Dopo sole tre settimane il nostro database aveva raggiunto le 41 mila canzoni e ora ne abbiamo più di 400 mila”.Con la crescita del mercato mondiale legato alla telefonia mobile e in particolare al settore smartphone è difficile calcolare le potenzialità di un servizio così semplice e allo stesso tempo innovativo. Per stare al passo con le nuove tecnologie lo staff di Tunewiki ha sviluppato un’applicazione figlia da poter installare sui cellulari più diffusi: dall’Iphone ai cellulari dotati di piattaforma Symbian e Android. Il perfetto connubio tra un lettore musicale portatile e una piattaforma di social networking, che permette, durante l’ascolto, di sincronizzare il proprio dispositivo con il database online e permette di scaricare le informazioni sugli artisti, i testi delle canzoni e le copertine dei dischi.Il database è in continuo aggiornamento, grazie anche ai contributi degli utenti che giornalmente inviano testi e informazioni per le relative sincronizzazioni. Le canzoni sono inoltre tradotte in più di 40 lingue differenti, con una prevalenza di testi in lingua inglese, più di 30 mila in francese e oltre 70 mila in spagnolo.Abitualmente applicazioni di questo genere richiederebbero un congruo esborso di denaro da parte degli utenti, non è questo il caso. Forte dei 5 milioni di utenti provenienti da più di 210 paesi nel mondo, Tunewiki riesce a vivere degli introiti provenienti dalla pubblicità online. Da non dimenticare le questioni legali connesse al servizio, decisive se si considera la crisi del mercato musicale dovuta agli innumerevoli servizi di file-sharing illegale. Tunewiki a questo proposito ha stretto accordi con più di 1600 compagnie musicali. Integrando l’Api (Application Programming Interface) messa a disposizione da Youtube è inoltre possibile fruire di tutti i contenuti legalmente riconosciuti e pubblicati su questa piattaforma, comodamente dal proprio computer o cellulare: “Tunewiki - a detta di Cohen - risulta quindi essere lo strumento per eccellenza nella condivisione legale di musica. Riguardo agli aspetti “social” del servizio, consultando una apposita mappa è possibile visualizzare cosa gli altri utenti stanno ascoltando e informarsi sulla collocazione geografica degli iscritti. La piattaforma è fortemente integrata con i più importanti servizi online, cliccando sul titolo di una canzone potremo per esempio visualizzarne il video su Youtube, mentre consultando il profilo di un utente potremo contattarlo su Twitter o Facebook e lasciare un commento sul brano ascoltato. Questi sono gli elementi che conferiscono a Tunewiki i connotati tipici del social media music player.Tunewiki è una società pluripremiata che negli anni si è affermata a livello mondiale, una vera e propria organizzazione internazionale con uffici negli Stati Uniti, in Australia, in Russia e ovviamente a Tel Aviv, in Israele. “La musica è un linguaggio universale - ha affermato Cohen - e siamo felici che grazie a Tunewiki molte persone possano fruire della buona musica”.Michael Calimani, http://www.moked.it/



Gabriella Shalev

L'Organizzazione delle Nazioni Unite viene spesso percepita come un luogo dove una maggioranza pre-stabilita di paesi non democratici approva regolarmente sbilanciate e offensive mozioni contro Israele. Da ciò in Israele è nato un senso di disagio nei confronti dell'ONU e della sua capacità di guidare iniziative equilibrate e promotrici della pace in Medio Oriente. Ma questa settimana è avvenuto un fatto davvero insolito. La delegazione israeliana, guidata dall'ambasciatrice Gabriella Shalev e dall'ambasciatore Dani Carmon, è stata eletta alla presidenza della quarantatreesima Sessione della Commissione dell'ONU per la Popolazione e lo Sviluppo. La riunione tratta quest'anno dei problemi della sanità e dello sforzo per diminuire la mortalità e assicurare condizioni di vita più confortevoli ed egualitarie alla popolazione del globo terrestre. A parte il seggio vuoto del delegato iraniano che, secondo l'ordine alfabetico, figurava accanto al delegato israeliano, questa è una rara occasione in cui si è parlato dei problemi del mondo contemporaneo seriamente e senza pagare un eccessivo pedaggio agli slogan fissi della polemica politica. Israele si è presentata con buone credenziali con la sua comprovata capacità nella promozione sanitaria di popolazioni locali o immigrate caratterizzate da condizioni socioeconomiche e culturali difficili. In questi giorni all'ONU, lo stato israeliano ha potuto essere apprezzato, per una volta, anche da molti paesi che solitamente lo criticano. http://www.moked.it/ Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme


Singapore dreaming. Per Todd Solondz è il nuovo sogno Usa

In “Life During Wartime” (“Perdona e Dimentica”) quando Ciaràn Hinds afferma, “Il mondo là fuori può essere estremamente crudele”, Charlotte Rampling risponde: “Il vero nemico è dentro ognuno di noi”. Per lei la guerra è una metafora di qualcosa di più profondo come i conflitti interiori? Naturalmente ci sono le guerre che noi tutti conosciamo, come quella che va avanti da decenni in Medio Oriente o le guerre in Africa, alle quali il film fa indirettamente riferimento ma il film parla per delle guerre interpersonali. Undici anni dopo “Happiness”, sono cambiate tante cose nel mondo. Quali sono stati per lei gli eventi più significativi? Credo che lo spartiacque più importante tra Happiness e questo film sia stato indubbiamente l'11 settembre, mentre, se consideriamo una prospettiva più a lungo termine, la grande differenza è il molo che ha assunto Internet nelle nostre vite e la maniera in cui le sta riplasmando. Ma naturalmente il film parla della guerra. E per chiunque viva negli Usa, questa è una guerra molto particolare. Innanzitutto perché è la prima in cui non c'è più la leva obbligatoria. La maggior parte della gente non ha nessun coinvolgimento diretto. Io vivo a New York e non conosco nessuno che, a sua volta, conosca qualcuno che sia partito per la guerra. Ma c'è una cosa che non dimenticherò mai dell'11 settembre. A quell'epoca il sindaco era Rudolph Giuliani, e quando la gente smarrita si chiedeva cosa dovessimo fare, Giuliani disse: «Andate a fare shopping. Dovete continuare a spendere e a comprare» e lo disse senza alcuna ironia. Lei riesce sempre a rendere dignitosi personaggi dall'aspetto sgradevole e perfino le situazioni e i comportamenti più negativi. E questa la grande sfida. Naturalmente da un lato è molto triste quello che il figlio dice al padre, «Non ho nessuna simpatia per te», perché, considerato quello che ha fatto al figlio, nessuno potrebbe mai essere solidale con lui. Tuttavia, il ragazzo ama comunque il padre e, quindi in questo c'è dolore e c'è bellezza. E quindi la vera sfida è essere in grado di riconoscere che è vero che si tratta di un mostro ma che è anche vero che quel mostro ha un cuore che batte. La cosa buffa è che le storia dei miei film sono molto più leggere e morbide della vita vera. La vita vera è molto più dura perché nel mondo reale dominano la crudeltà, l'indifferenza. Per difenderci da tutto questo e andare avanti abbiamo una straordinaria arma di sopravvivenza, vale a dire la tendenza a non riconoscere o non accettare i nostri veri sentimenti, moventi, motivazioni. E questo ci permette di accettare tutti i nostri fallimenti, le nostre imperfezioni. Lei ha sempre raccontato storie che parlano della perdita dell'innocenza dei ragazzi. Crede che il mondo in cui viviamo oggi sia il più sicuro per crescere dei figli? Il luogo in cui cresci non ha alcuna importanza. Se hai undici anni, hai undici anni e non puoi farci niente. I bambini assorbono le cose e se ne impossessano in modi diversi. Spesso i genitori sono molto preoccupati del fatto che i ragazzini vengano esposti ad alcuni fatti, immagini o informazioni sul sesso o sulle cose brutte. Non sanno, invece, che i bambini sono dotati di sensori naturali che li proteggono. Ma se i genitori per eccesso di preoccupazione creano dei tabù allora questi creano angosce nei ragazzi, perché i bambini, per loro natura, sono innocenti. Il problema, spesso, sono i genitori. E lo stesso discorso che si fa con la morte. In America gli adulti dicono che i bambini non devono andare ai funerali e che non devono avere nessun contatto con la morte, come se la morte non fosse una cosa normale. Cosa pensa della pedofilia negli Stati Uniti? Non credo che in Europa la situazione sia molto diversa. Per me è la metafora di ciò che è più spregevole e detestabile. E una sorta di test per capire in che misura siamo in grado di riconoscere che anche i mostri sono degli esseri umani. La uso però per costringere a pensare, e comunque sempre in chiave metaforica. Ritengo anche che la pedofilia oggi non sia più diffusa di quanto non lo fosse un secolo fa. Diciamo che oggi se ne parla di più, o se ne parla in maniera diversa, e questa è una questione di cultura. Non possiamo negare che ci sia anche una certa isteria. Ultimamente ho notato una cosa assurda che qualche anno fa non esisteva. Spesso negli Usa all'ingresso dei parchi c'è un cartello che dice: «Nessun adulto può entrare se non è accompagnato da un bambino».Qual è il significato politico di "Life During Wartime"? Diciamo che questo mio ultimo film appare più apertamente politico proprio per via del titolo, ma i film sono delle esplorazioni, sono fatti di emozioni, impegno. Hanno delle qualità magiche e sono fatti da una combinazione di elementi. All'interno della stessa famiglia una delle sorelle è filo-israeliana, mentre l'altra è filo-palestinese. Per me questa è una cosa normale. Sul braccio Helen ha un tatuaggio; è buffo, perché pensavo che nessuno lo avrebbe capito che aveva a che fare con la Jihad. Mi piace giocare con i miei personaggi. In questo caso sono ebrei e parlando della guerra è chiaro che si parli anche di Israele. E che mi dice del suo rapporto con gli ebrei e con la religione? Innanzitutto voglio precisare che sono ateo. Sono un ebreo ateo e quindi è chiaro che conosco quel mondo, quell'ambiente, quella religione. Diciamo che non nascondo il mio essere ebreo, ma non lo sbandiero neanche. In questo contesto di crisi, com'è possibile riuscire ancora a creare qualcosa di originale? E tutto collegato: è al contempo una questione estetica e di budget. Questo film è ambientato in Florida, ma abbiamo dovuto ricreare la Florida a Toronto, Portorico e Minneapolis. Quando penso alla Florida penso a qualcosa di pulito, intatto, ben conservato, piatto. Ai colori, al verde, all'acqua, alla vegetazione lussureggiante, a cieli immensi, ai colori. Ma penso anche ai condomini e ai centri commerciali. L'anno passato sono stato a Singapore per lavoro e quando sono arrivato lì mi sono accorto che somigliava molto alla Florida. L'unica differenza è che a Singapore c'è la dittatura. Mi è piaciuta molto questa idea e mi sono chiesto: quanti americani sarebbero disposti a rinunciare alla libertà e alla democrazia se avessero la garanzia di poter vivere in condomini belli e dotati di aria condizionata come questi e di avere a disposizione centri commerciali pieni di ogni ben di Dio? Sono convinto che l'idea stessa della democrazia sia ormai un lusso per pochi privilegiati, mentre la massa di americani che lottano contro la crisi economica e la disoccupazione, non credo che si spaventerebbe per niente all'idea della dittatura in cambio della sicurezza. Anzi ci metterebbero la firma domani stesso! Brani tratti dall'intervista contenuta nel libro “Sgradevole è bello, Il mondo nel cinema d Todd Solondz”, edizioni Pendragon, pp. 149, euro 14.Diego Mondella, il Riformista, 14 aprile 2010


Tobia Zevi

Confrontarsi in una realtà più grande

Tra sabato e domenica ho partecipato alla conferenza Analyzing jewish Europe today: Perspectives from a new generation, organizzata a Berlino dall’American Joint e dall’American Jewish Committee. Una cinquantina di ricercatori in campo ebraico ha riempito le tre giornate con relazioni diversissime. Alcuni titoli: “Essere sefarditi su Facebook. Social network e costruzione dell’identità tra giovani ebrei sefarditi”; “Memoria ebraica e memoria comunista nell’Inghilterra del dopo-guerra”; “La città comincia nella mente: Berlino nella percezione dei giovani immigrati ebrei russi”; “Alternative possibili alla Disneyland ebraica”. In un quadro così variegato Melissa Sonnino ha presentato i primi risultati della ricerca sui giovani ebrei italiani condotta dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas. Le questioni da affrontare sono enormi in tutto il mondo: come assicurare la continuità ebraica? Come plasmare un rapporto a due dimensioni tra Israele e la Diaspora? Quali sono le elementi essenziali dell’identità ebraica? Chi sono e quanti sono gli ebrei, e chi lo stabilisce? Si può essere minoranza di una minoranza? Quale rapporto hanno i giovani ebrei con la società che li circorda? .Oggi costa meno volare a Stoccolma che prendere il treno per Bari. E forse passa proprio di qui un rilancio ulteriore, nella sua specificità, dell’ebraismo italiano. Aprire gli orizzonti e confrontarsi con comunità assai più numerose della nostra. Immaginarsi al centro di una rete più vasta, dove ciascuno può contribuire alla crescita dell’altro. Le sfide sono molte e complesse, ma anche le competenze, le conoscenze e le opportunità che abbiamo davanti sono straordinarie.Tobia Zevi, associazione Hans Jonas, http://www.moked.it/


Tel Aviv

A proposito di antisemitismo

In un lucido intervento sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche, l’Osservatore denunciava, con pacata obiettività, la subdola ambiguità e faziosità di larga parte della stampa italiana (segnatamente, dell’influente la Repubblica), costantemente orientata a coniugare il rispetto della memoria della Shoah e l’apprezzamento per l’arte e la cultura ebraica con una visione quanto meno sbilanciata del conflitto mediorientale, tendente a collocare lo stato ebraico, più o meno sempre, dalla parte del torto. Gli ebrei, si sa, vanno elogiati per la loro creatività, vanno commemorati come vittime e hanno tutti i diritti, tranne quello di difendersi. E poco importa se chi non si difende non può vivere, e neanche creare. Una sottile variante di tale atteggiamento si può vedere, a mio avviso, nel modo in cui le case editrici italiane presentano gli scrittori israeliani - molto amati dal nostro pubblico -, mettendone sempre in grande risalto il ruolo svolto nel “movimento per la pace”. Una annotazione di carattere personale che non appare quasi mai riscontrabile per scrittori di altra nazionalità, le cui opinioni politiche sono - giustamente - ritenute ininfluenti per un giudizio artistico sulle loro opere. Intendiamoci. Che la maggior parte degli scrittori israeliani abbiano posizioni prevalentemente “di sinistra” (pur con le notevoli differenze che questa definizione assume nel panorama israeliano rispetto a quello italiano) è senz’altro vero. Ed è innegabile che personalità come Grossman, Yehoshua e Oz, ammirate e celebrate in tutto il mondo, contribuiscano altamente, con la loro arte e la loro alta statura morale, non solo al prestigio di Israele, ma anche alla causa della pace, del dialogo e della comprensione fra tutti i popoli. Resta però l’impressione, alquanto sgradevole, che queste reiterate annotazioni svolgano la funzione di una sorta di “bollino di garanzia”, rassicurando il pubblico che lo scrittore, “pur essendo israeliano”, è favorevole alla pace, e contribuendo così a far pensare che il resto del popolo d’Israele, probabilmente la maggioranza, sia ad essa contrario. Un giudizio falso. La pace è, da sempre, il sogno di tutti i cittadini di Israele, al di là delle differenti valutazioni sulle concrete possibilità di raggiungerla, e sui possibili modi per riuscirci. E se è merito degli scrittori tenere accesa, anche nei momenti più bui, la luce della speranza, senza il contributo umile, silenzioso e quotidiano dei giovani soldati di Tsahal non esisterebbero né scrittori, né speranza. Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/



Kannuchià

Lo scandalo pedofilia e le «colpe» degli ebrei

Una storiella yiddish racconta di un ebreo che in treno sente un passeggero dichiarare: «Gli ebrei sono la causa di tutti i nostri guai». Interviene dicendo: «Sono d'accordo. Ma anche i ciclisti». «Che cosa c'entrano i ciclisti?». «Non c'entrano come gli ebrei?». Questa barzelletta ritorna di attualità quando gli ebrei (coi massoni e gli atei) vengono indicati come una delle cause - se non addirittura la principale - della bufera che sta scuotendo l'autorità della Chiesa. Perché è di autorità, è di potere che si tratta, non di fede o di religione. Come in tutte le lotte di potere, anche in questo caso la storia - come diceva Marx - si manifesta prima in chiave di tragedia, poi di commedia. Questo non significa che la bufera che il Vaticano deve affrontare non comporti pericoli dai quali è giusto difendersi e falsità che debbono essere smentite. Tuttavia la denuncia di presunte responsabilità ebraiche in questa crisi ha qualche cosa di comico e di grottesco. Comico per l'immaturità con cui la Chiesa che, è bene ricordare, ha invitato la Congregazione per la Propaganda della Fede - sta difendendosi ignorando i principi basilari della propaganda e della contro propaganda. Grottesco per il tentativo di farlo sventolando lo spauracchio giudaico. L'elemento base della propaganda, che si tratti della diffusione di un'idea o della vendita di un dentifricio, è che sul mercato esista il prodotto che si vuol vendere. Lo sapevano già i bolscevichi quando inventarono il ruolo del commissario politico. Quel delegato del partito comunista preposto ad ogni iniziativa, istruito nelle tecniche di collegamento fra gli slogan non necessariamente veritieri ma immediatamente comprensibile alla folla - come pace e pane - e la logica di concetti destinati agli intellettuali, sempre per fondata su fatti veri e concreti - come un'epidemia a Londra o a uno sciopero di ferrovieri in Francia. In un mondo che ha bisogno - nel vuoto delle ideologie, nella confusione dell'informazione e della globalizzazione, nell'incertezza economica e sociale di punti di riferimento di fede e di verità, prendersela con gli ebrei, avrebbe commentato Talleyrand, «più di un crimine è un sbaglio». La Chiesa, con tutti i suoi difetti, non è un'associazione di malaffare come proclamava Voltaire. È una struttura complessa, vetusta, forte della sua provata aspirazione alla santità e alla misericordia, ma composta da comuni mortali che il potere - grande o piccolo - rischia di corrompere. E dunque comprensibile che quando in essa emergono personaggi decisi a ripulire gli armadi dagli scheletri, sapendo che la verità è la più efficace delle menzogne, si scontrino con forti resistenze. Sarebbe stato utile, in questi frangenti, ricordare la parabola del Grande Inquisitore, di Dostoievskij. La storia di Gesù che torna sulla terra e il Grande Inquisitore mette in prigione accusandolo di un peccato imperdonabile. Quello di essere portatore di verità che solo pochi possono comprendere e solo gli eletti possono realizzare con esistenze esemplari. Chi invece nella Chiesa ha raccolto il suo messaggio legittimandosi nel suo nome, di Gesù non crede di aver più bisogno. Preferisce per mantenersi al potere, perfezionare il compromesso che ha imposto o raggiunto con il popolo: ottenere obbedienza in cambio di pane e sicurezza. Gli ebrei non sono più un pane da gettare in pasto dopo la Shoah. Molti dentro e fuori alla Chiesa si ostinano a non capirlo e ancor meno quanto possa essere controproducente a metterseli fra i denti. Non a causa di un potere immaginario che gli ebrei non hanno e non hanno mai avuto. Ma a causa di quei principi di moralità e giustizia ebraici su cui si regge ogni società civile, che la Chiesa ha fatto suoi e sulla base dei quali sarebbe più proficuo collaborare, piuttosto che osteggiarsi.Vittorio Dan Segre, il Sole 24 ore, 14 aprile 2010

mercoledì 14 aprile 2010


MEDIO ORIENTE. BREVI DA ISRAELE.NET
14/04/2010 Sono 313.000 i turisti che hanno visitato Israele nel mese di marzo, cifra record per questo mese dell'anno nella storia del paese. Dall'inizio dell'anno si sono contati 747.000 ingressi in Israele, pari al 54% in più rispetto al 2009, e al 15% in più rispetto al 2008.14/04/2010 Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto martedì alla tv che "con mia grande gioia, l'Iran ha superato il punto di non ritorno nel suo programma nucleare". Ahmadinejad ha aggiunto che l'occidente è ora di fronte a due scelte: "O persiste nella sua immoralità e questo è il risultato, o si decide a collaborare con noi".14/04/2010 Il presidente israeliano Shimon Peres, in visita a Parigi, ha detto che la Siria "fa il doppio gioco parlando di pace da un lato, ma dall'altra fornendo missili a Hezbollah, che minaccia direttamente Israele". "Se Damasco vuole la pace, perché fornisce armi a Hezbollah la cui unica ragion d'essere è minacciare Israele?" si è chiesto Peres, ed ha aggiunto: "La Siria pensa che il mondo la debba corteggiare senza che lei si impegni in nulla, ma non è così che funziona". Per la altre brevi, http://www.israele.net


Tel Aviv

Israele: vincono alla lotteria, se ne accorgono 4 mesi dopo

Marito e moglie si aggiudicano 15mln di euro
(ANSA) - GERUSALEMME, 13 APR - Una coppia di israeliani si e' accorta di aver vinto alla lotteria l'equivalente di 15 mln di euro 4 mesi dopo l'estrazione. Il biglietto vincente e' stato trovato dal titolare mescolato ad altre carte nel suo ufficio. Solo uno scrupolo fortunato ha spinto l'anonimo proprietario a verificare i risultati invece di buttare il biglietto nel cestino della spazzatura. Stamane la coppia, marito e moglie, con i volti coperti da maschere, e' andata a ritirare l'assegno


Francia offre sostegno a Israele e chiede ripresa negoziati

Parigi, 13 apr. (Ap) - Il primo ministro francese ha sollecitato la ripresa dei negoziati di pace in Medio Oriente e ha offerto un "costante e inesauribile sostegno" per la sicurezza di Israele.
L'ufficio di Francois Fillon ha reso noto che il capo del governo ha assicurato il sostegno di Parigi nei colloqui con il presidente israeliano Shimon Peres, in visita nel Paese. Fillon ha caldeggiato una ripresa, senza indugi, del processo di pace". L'ufficio di Fillon ha riferito che il premier francese e Peres hanno espresso preoccupazione per le ambizioni nucleari dell'Iran e hanno sollecitato nuove e rapide sanzioni, per indurre la repubblica islamica "a modificare il suo comportamento". La Francia è stata in prima fila nel pressing diplomatico per nuove sanzioni sulle attività che le potenze occidentali temono siano finalizzate agli ordigni nucleari, ma Teheran sostiene che servono alla produzione di energia. Peres ha iniziato oggi una visita di tre giorni a Parigi.


fiume Giordano

FALLISCE CONFERENZA EUROMED SU ACQUA

(AGI) - Barcellona, 13 apr. - La Conferenza Euromed per una strategia comune per l'acqua nel Mediterraneo e' fallita per un disaccordo tra Israele e paesi arabi su un riferimento scritto ai Territori palestinesi. "Non siamo riusciti a raggiungere un accordo" ha detto il ministro francese per gli Affari europei, Pierre Lellouche, alla fine dell'incontro svoltosi a Barcelona. .


Israele nega concerto Barenboim a Gaza

Il maestro avrebbe dovuto dirigere l'orchestra Divan, stampa
(ANSA) - GERUSALEMME, 13 APR - Il governo israeliano ha respinto la richiesta del maestro Daniel Barenboim di dirigere a Gaza un concerto di musica 'per la pace'. Lo scrive il quotidiano 'Yediot Ahronot'. Barenboim avrebbe dovuto dirigere l'orchestra Divan, da lui fondata, che raccoglie musicisti israeliani, palestinesi, arabi e spagnoli. Israele ha spiegato che una manifestazione del genere non puo' avere luogo fintanto che a Gaza viene tenuto prigioniero Ghilad Shalit, catturato da Hamas nel giugno 2006.


sinagoga italiana a Gerusalemme

LA COMUNITA' ITALIANA IN ISRAELE SI RACCOGLIE NEL GIORNO DELLA SHOA' E RICORDA GLI EBREI DEPORTATI DALL'ITALIA

Il 12 aprile 2010 e' stato ricordato in tutta Israele il giorno della Shoa', nel quale vengono ricordati e commemorati i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti; questo e' anche il giorno dell'anniversario della rivolta del Ghetto di Varsavia. La cerimonia ufficiale ha avuto inizio la vigilia, ieri sera, con una solenna cerimonia a Yad Vashem, il Mausoleo dell'Olocausto a Gerusalemme alla presenza delle massime autorita' dello Stato, e durante la giornata si sono tenute cerimonie commemorative nelle scuole, nei kibbuzim, moshavim , nelle universita' e al Parlamento israeliano (la Knesseth).Anche la comunita' italiana in Israele , come e' oramai abitudine da diversi anni, si e' unita in memoria ed ha ricordato le vittime dall'Italia, e cioe' gli oltre ottomila ebrei che furono deportati dall'Italia e che non fecero piu' ritorno; a questi si devono aggiungere gli ebrei che furono uccisi e trucidati in Italia, e tra questi le vittime delle Fosse Ardeatine a Roma . La cerimonia ufficiale viene tenuta da diversi anni, nella sinagoga italiana di Gerusalemme (Sinagoga di Conegliano Veneto) , ove vengono letti, nell'arco della giornata tutti i nomi delle vittime, e cio' basandosi sul Libro della Memoria della dott.ssa Liliana Picciotto , " gli Ebrei deportati dall'Italia (1943-1945)" edito da Mursia. Presente, nell'arco della giornata, un folto pubblico, che si e' alternato nella lettura dei nominativi. All'inizio della cerimonia ha presenziato il Console Generale d'Italia a Gerusalemme dott. Luciano Pezzotti, accompagnato dal Console aggiunto Francesco Santillo; alla cerimonia a Gerusalemme ha presenziato nell'arco della giornata anche l'Ambasciatore d'Italia in Israele dott. Luigi Mattiolo accompagnato dalla consorte. Presenti nella sinagoga turisti dall'Italia che si sono voluti unire in comune ricordo con la comunita' locale.Cerimonia simile si e' tenuta contemporaneamente nella sinagoga italiana di Ramat Gan (sinagoga Ovadia da Bertinoro) , nei pressi di Tel Aviv, ove ha presenziato, oltre alla comunita' dei connazionali residenti nella zona centrale del paese, anche l'Ambasciatore d'Italia in Israele Luigi Mattiolo , accompagnato dalla consorte.Presenti alle cerimonie i rappresentanti dell'Associazione Immigrati dall'Italia, del Comites, della Dante Alighieri , della Hevrat Yehudei Italia, del FAIB e della Fondazione Raffaele Cantoni.A tutti i presenti e' stata offerta una copia della pubblicazione edita dalla Provincia di Roma per la memoria dal titolo " Giuseppe Di Porto – La rivincita del bene", una testimonianza inedita di un sopravvisuto ad Auschwitz; questa pubblicazione per l'appunto e' stata pubblicata nella collana dei Quaderni della Provincia di Roma.Questa cerimonia, organizzata da tutte le istituzioni italiane operanti in Israele, si viene ad aggiungere alle diverse manifestazioni del Giorno della Memoria (27 gennaio) che vengono organizzate dall'Ambasciata d'Italia e quella del 16 ottobre , che viene organizzata dalle organizzazioni italiane in collaborazione con Yad Vashem.
(Uff. Stampa Com.It.Es. Tel Aviv - Israele)

martedì 13 aprile 2010


Anna Frank
Israele: alcuni stati non cercano criminali nazisti

Ci sono Stati dove per mancanza di una volontà politica la caccia a criminali di guerra è stata un "totale fallimento": ad affermarlo è il centro Simon Wiesenthal, con sede a Los Angeles, nel suo annuale rapporto dedicato alla questione.Tra questi stati, oltre ad alcuni dell'Europa dell'est, come Estonia, Lituania, Ungheria e Ucraina, vi sono anche Australia e il Canada.Sono Stati, afferma il Centro Wiesenthal, dove non ci sono impedimenti di legge ad arrestare e processare criminali di guerra nazisti ma dove nulla è fatto in concreto per dare a loro la caccia per l'assenza di una volontà politica.Secondo il Centro "mentre in genere si pensa che l'età avanzata delle persone sospettate sia l'ostacolo principale alla loro cattura, in molti casi è soprattutto la volontà politica a mancare".Il Centro sottolinea invece positivamente l'opera svolta dagli Stati Uniti e dalla Germania per investigare e dare la caccia a criminali nazisti.


Israele: Antisemitismo in aumento, 1.129 episodi di violenza nel 2009

TEL AVIV – Un dato inequivocabile. L’antisemitismo è un fenomeno in continua ascesa nonostante le terribili vicende del passato. Sembra che l’umanità stenti ad imparare dai propri errori e ricada nei soliti sbagli. Testimonianza di ciò è il rapporto che segnala un netto aumento degli episodi di violenza nel mondo a sfondo antisemita. Uno studio che è stato divulgato oggi in Israele e che sta avendo un notevole eco a livello planetario.Questo rapporto, curato dal Centro studi dell’Università di Tel Aviv sull’antisemitismo e sul razzismo, dimostra come nell’anno appena passato siano stati registrati 1.129 episodi violenti di antisemitismo. Un aumento preoccupante visto che si tratta del doppio rispetto a quelli avvenuti nel 2008 (559) da uno studio parallelo.L’apice maggiore e’ stato registrato nel gennaio 2009 e i curatori spiegano tale impennata con la concomitanza dell’evento che vide a Gaza l’esercito israeliano impegnato nella Operazione Piombo Fuso contro Hamas. La pubblicazione riguarda anche la distribuzione di queste violenze e attacchi: gli umori antisemiti hanno avuto una espressione particolarmente significativa in Gran Bretagna (374 attacchi nel 2009, rispetto a 112 nel 2008), in Francia e in Canada.Tra le pagine del rapporto si legge: “La potenza e il carattere dell’ondata iniziata nel gennaio 2009 dimostrano che si e’ in presenza di una organizzazione prestabilita da parte di attivisti della estrema sinistra e di immigranti musulmani”. 11/04/2010,http://www.newnotizie.it/



Netanyau a Yad Vashem

Shoah/ In Israele si celebra la Giornata della Memoria

12 apr. (Ap-Apcom) - Israele si ferma oggi per ricordare i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. La cerimonia di apertura della Giornata della Memoria si è tenuta ieri sera allo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, nel corso della quale il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha criticato la comunità internazionale per il silenzio di fronte alle ripetute minacce dell'Iran contro Israele. "Stiamo assistendo oggi a una nuova fiammata di odio", ha detto Netanyahu, secondo quanto riporta il Jerusalem Post. "Odio verso gli ebrei alimentato dalle organizzazioni e i regimi islamici estremisti, primo fra tutti l'Iran e i suoi satelliti". "I leader iraniani si stanno affrettando per sviluppare l'arma atomica e annunciano liberamente il loro desiderio di distruggere Israele", ha proseguito il premier israeliano. "Ma di fronte a questi ripetuti appelli per la cancellazione dello Stato ebraico dalla faccia della terra vediamo al massimo delle deboli proteste". Anche il presidente israeliano Shimon Peres ha detto che il mondo non può mostrare quella stessa apatia che già in passato è costata così tante vittime: "E' nostro diritto e dovere chiedere alle nazioni del mondo di non mostrare nuovamente quell'indifferenza, costata già milioni di vittime".


Università Sde Boker nel Neghev

I nemici di Israele? Non la Chiesa ma l’odio islamico e chi lo tollera

Non ci può essere un modo migliore di celebrare Yom ha Shoah, il giorno della Shoah, ricordato ieri in Israele con una serie infinita di memorie personali trasmesse senza sosta da radio e giornali, che guardando la realtà odierna negli occhi. Realtà nuova e orribile, fotografata nell’ultimo lavoro del maggiore studioso dell’antisemitismo Robert Wistrich quando avverte: la realtà in cui viviamo può portare a una nuova Shoah. Ma attenzione: il pericolo nuovo contenuto nell’antisemitismo contemporaneo non è quello, per quanto ripugnante, delle parole del Vescovo Giacomo Babini. È vero: la Chiesa per gli ebrei è stata per secoli, persino per millenni non certo l’oggetto di un attacco da parte degli ebrei come «nemici naturali»; «deicidi» come lui li definisce, contro ogni decisione conciliare, ma, all’opposto, una vittima «naturale».La Chiesa ha fatto una enorme fatica a uscire dalla condizione di nemica degli ebrei in quanto essi sono i fondatori del monoteismo, i genitori di Gesù Cristo: l’ansia di occupare il ruolo di «vera Israel» al posto del giudaismo ne ha fatto i «nemici naturali» della Chiesa, che li ha perseguitati. Ciò è costato roghi, espulsioni, conversioni forzate. Ma nel tempo, e con grande accelerazione negli ultimi decenni, le cose sono cambiate, basta pensare all’azione di Giovanni Paolo. Ma lasciamo ai cristiani di buona volontà ripercorrere quella strada per insegnare al loro fratello Babini dove affrettarsi per raggiungere Benedetto XVI in Sinagoga o Giovanni Paolo II davanti al Muro del Pianto. A loro anche darsi da fare per battere le sacche di stupidità cospirazionista antisemita che permane in alcuni ambienti europei. Se passiamo ai problemi davvero seri dell’antisemitismo odierno, essi non sono quelli posti da Babini. Ieri nel giorno della Shoah, in cui ogni cittadino israeliano si immobilizza mentre la sirena crea un legame fisico, fatto di vita vibrante, fra la gente per strada e le donne, gli uomini e i bambini uccisi dai nazisti, Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e Nathan Sharansky hanno tenuto discorsi spietati, senza precedenti in cui si esponeva una presa di posizione nuova e terrificante: il popolo ebraico rischia di nuovo lo sterminio, e il mondo è cieco proprio come lo fu alla vigilia della Shoah. Il solito «never again» è una frase fatta, una medaglia auto conferita alla correttezza politica, l’attacco all’antisemitismo della Chiesa una medaglia al valore del proprio liberalismo antirazzista; come ha detto Peres la verità è che «le orecchie dell’Onu sono state riempite da minacce di sterminio proferite da un Paese membro. Le armi di distruzione di massa sono nelle mani di chi ne è capace e intorno mille voci incoraggiano questa distruzione». E Netanyahu, con una nuance politica ancora più preoccupante: «Siamo testimoni di una nuova e antica fiammata di odio rinfocolata da organizzazioni e regimi estremisti islamici... Eppure a fronte delle continue chiamate a cancellare Israele dalla faccia della terra, vediamo al massimo morbide proteste, per altro sempre più tenui. Il mondo accetta le promesse di annichilimento dell’Iran, e non scorgiamo nessuna determinazione, nel mondo, a prevenire l’Iran dall’armarsi...». Nuovi dati fanno da specchio alla situazione descritta ieri: nel 2009, il mondo ha visto il moltiplicarsi degli attacchi antisemiti fino a duemila in un anno. Nella civilissima Europa ragazze con la stella di David al collo o giovani con la kippà sono stati inseguiti per le strade. L’antisemitismo ha permesso il boicottaggio economico e la discriminazione nelle università. Il fenomeno si accentua durante la guerra di Israele in risposta ai missili di Hamas, nel 2009. In Inghilterra ci sono stati 374 attacchi antisemiti violenti contro i 112 del 2008, in Francia 195 contro 50. 566 incidenti di vandalismo hanno preso di mira proprietà ebraiche. È facile notare che Inghilterra e Francia contano le comunità islamiche più grandi e organizzate. È difficile anche dimenticare che nella Svezia multiculturale il giornale Aftonbladet ha scritto che i soldati israeliani rubano gli organi dei palestinesi per venderli. A Malmo la squadra di tennis israeliana ha dovuto giocare a stadio vuoto mentre fuori la folla attaccava la polizia. In Turchia un serial televisivo ha fantasticato sulla crudeltà dei soldati israeliani tanto che persino le prigioniere palestinesi hanno protestato. Il consiglio per i diritti umani in cui l’Iran sta adesso cercando di fare il suo ingresso come membro, ha dedicato su 31 risoluzioni di condanna, 27 a Israele. L’aria del tempo è avvelenata. L’antisemitismo, secondo tutti gli studiosi, oggi è direttamente legato all’antisionismo. Lo studioso Robert Wistrich è molto chiaro nel denunciare una situazione completamente nuova: «Il mondo ha goduto di una vacanza per un certo periodo, a seguito della Shoah. Forse questa è la prima volta che un pericolo esistenziale basilare emana specialmente dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dall’incitamento alla completa distruzione degli ebrei che risuona ogni giorno sui media, in moschea, nelle piazze. Ma colpisce più di tutto che 64 anni dopo Auschwitz l’antisemitismo sia di nuovo circondato dalle stessa indifferenza che rese possibile la Shoah». 13 aprile 2010, http://www.ilgiornale.it/


Israele, suonano le sirene, il Paese si ferma per ricordare le vittime della Shoà

Tel Aviv, 12 apr - Al suono delle sirene gli israeliani hanno sospeso stamane ogni attività per due minuti di raccoglimento in ricordo di tutti coloro che furono assassinati nei campi di concentramento tedeschi. In mattinata si sono svolte cerimonie solenni in tutti gli istituti scolastici, nelle sinagoghe e nei musei del Paese che conservano le testimonianze della Shoà. Alla Knesset, il parlamento israeliano, vengono letti i nomi delle vittime dei nazisti. Ieri, in una cerimonia svoltasi a Yad va-Shem di Gerusalemme il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha lanciato un appello ai "Paesi illuminati" affinché condannino con decisione l'Iran per le sue minacce di distruzione dello Stato ebraico e affinché sventino i suoi progetti nucleari. Anche il Capo dello Stato Shimon Peres ha sostenuto che è obbligo delle Nazioni Unite dedicare la massima attenzione "alle minacce di distruzione di Israele" che giungono dall'Iran. Un rapporto di un istituto di ricerca dell'Università di Tel Aviv ha messo in guardia che gli attacchi antisemiti hanno segnato un'impennata nel 2009. Oggi la stampa israeliana dedica grande attenzione alle elezioni svoltesi in Ungheria dove - titola allarmato il quotidiano Haaretz - "il partito della destra antisemita è divenuto la terza forza politica del Paese".


Amos Oz

Una Spoon River israeliana sepolta tra parole e fumetti

Amos Oz vive da sempre in Israele, ha lavorato in un kibbutz per trent'anni, ha partecipato da riservista alle guerre del 1967 e del 1973, ha alle sue spalle molti libri importanti, significativi, medi, sufficienti, controversi, e oggi, a settant'anni, ha scritto un capolavoro, uno di quei libri che possono da soli giustificare un'esistenza da scrittore: il libro si intitola Scene dalla vita di un villaggio, è tradotto da Elena Loewenthal ed è pubblicato da Feltrinelli. Raccontare il romanzo in forma di racconti di Oz è impossibile: si potrebbe forse dire che le vite degli uomini, donne, vecchi, adolescenti, mogli, mariti che vivono in una sorta di Spoon River israeliana misteriosa e sperduta, in cui i segreti dei vivi e i silenzi dei morti si intrecciano, sono le nostre stesse vite; si potrebbe dire che queste storie raccontano amori adolescenti, rancori di vecchi, matrimoni spenti, fantasmi erotici della vita che fluisce crudele e festosa, piena di senso proprio quando più sembra svuotata di senso; si potrebbe dire di una straordinaria atmosfera sospesa, in cui tutto appare reale e dettagliato e in cui tutto assume una lieve, ebbra, terribilmente essenziale qualità allucinatoria; ma non si direbbe ciò che conta: il modo in cui tutto ciò è raccontato, il fatto che in questo ultimo Oz la letteratura sembra scomparire e indicare al lettore, con un gesto quasi ammutolito, la pura realtà: e non è vero, è solo un'illusione prospettica. Quella che Oz racconta non è la «realtà» di Israele, del sionismo, del rapporto con gli arabi, della politica israeliana, delle passioni e dell'intimità in un mondo assediato dal rancore e dalla imitatività reciproca e distruttiva, no: è un mondo parallelo a questo mondo, un mondo creato dall'immaginazione in cui il lettore si può guardare, a seconda del proprio livello di energia, come in uno specchio deformato o come in uno specchio rivelatore. In Scene dalla vita di un villaggio il realismo sublime di Tolstoj è passato attraverso i colpi d'ascia intellettuali di Kafka, ha perso le sue già scarse certezze e si è avventurato in un territorio dove nessuna spiegazione ideologica è valida, e la sola spiegazione, come nella poesia, sta nei corpi, nelle parole, nelle passioni dette e taciute dai personaggi e dalle cose. Di fronte a un libro come Scene dalla vita di un villaggio si capisce che ogni grande libro contiene già in sé la propria critica, e che non ha bisogno di critica, ma di dedizione e apertura, di disponibilità a fissare, sia pure solo per un istante, la verità in volto, sfuggente, ambigua ed enigmatica come è: tutto il resto è superfluo. Ma quanto è influenzata la creatività che si rifà all'ebraismo dal luogo in cui si vive, soprattutto un luogo di tensioni contrastanti come è lo stato di Israele? Un giovane e già famoso autore francese di fumetti, Joann Sfar, al contrario di Oz, che ha scelto di vivere fisicamente e culturalmente l'avventura del sionismo, sostiene l'importanza culturale della diaspora, e la mette all'origine di Klezmer. Conquista dell'Est: una graphic novel pubblicata nella bella collana Lizard della Rizzoli, che aveva pubblicato l'altrettanto riuscito Il gatto del rabbino. Al centro di Klezmer c'è l'avventura picaresca allo stato puro: la storia di un ragazzino, che viene espulso dalla sinagoga e smette di credere in Dio, si intreccia ai vagabondaggi di musicanti rom e klezmer, all'incontro con selvatiche e erotiche ragazze, ai massacri di ebrei e zingari negli anni tra i pogrom degli Zar e quelli che preparano Hitler, alle feste di villaggio negli shtetl, al mondo defunto e magico delle comunità ebraiche dell'Est dell'Europa. Joann Sfar lavora le sue tavole all'acquerello, con colori insieme violenti e onirici, e sa restituire l'atmosfera dell'epoca con grande bravura, come se un illustratore avesse incorporato dentro di sé i Racconti di Odessa e L'armata a cavallo di Isaac Babel', e da essi lasciasse sprigionare l'elemento fiabesco, surrealmente poetico, popolaresco come una canzone di strada. Attraverso il fumetto Sfar riesce a far sentire il tempo della musica klezmer, il violino, la voce, la fisarmonica, il passare da una languida e zigana tristezza mortale a una sfrenatezza ubriaca da pranzo di nozze, l'elemento di improvvisazione che è anche alla base del jazz, il senso di una musica che appartiene agli ultimi, ai vagabondi, ai liberi, a tutti quelli che rifiutano le servitù e le religioni di massa, di qualsiasi genere siano. Un racconto come Klezmer dimostra che il fumetto ha ancora risorse inaspettate, e vie nuove da indicare, anche alla letteratura: perché, come dice Sfar, il fumetto non vuole il gurdante passivo del cinema o di internet, non vuole la spettacolarizzazione ma un lettore-guardante inventivo e creativo, che completi il movimento, che partecipi in pieno e ricavi dai segni geroglifici la pienezza del narrare. Insomma, la letteratura salvata dai fumetti? Chissà! Purché una salvezza ci sia, andrebbe bene anche Topolino...
Il Mattino, 12 aprile 200

lunedì 12 aprile 2010



Gerusalemme

Chiesa e Sionismo: paragoni gravi e ingiustificabili

Che cosa c’entra il sionismo con i mali interni alla chiesa? Che cosa c’entrano gli ebrei con i preti pedofili? Paragoni gravi e ingiustificabili, frasi infelici, parole usate a sproposito, che rinviano però inquietantemente a un sostrato antiebraico, hanno scandito in questo periodo i discorsi delle gerarchie ecclesiastiche. L’intervento del vescovo emerito di Grosseto, monsignor Giacomo Babini, è l’ultimo in ordine di tempo. Colpisce, preoccupa e allarma la continuità e l’evidente escalation.Parole dette e subito dopo negate, lanciate e ritirate, usate come armi improprie che finiscono per essere un boomerang. Qualcuno ha cercato di far passare tutto ciò come una difficoltà della chiesa, una sua incapacità di comunicare. Certo non essere chiari è oggi un grave ostacolo. Ma qui si tratta di qualcosa di ben più profondo: di una mancanza di etica della comunicazione che mette allo scoperto una altrettanta mancanza di rispetto per l’altro. È questo il grande problema della chiesa che pare finita in un’epoca preconciliare. Le difficoltà proprie sarebbero causate dagli altri, e in particolare dagli altri più prossimi, dagli ebrei (ma non dimentichiamo l’attacco di ieri agli omosessuali). Mentre si dibatte nelle questioni al proprio interno, la chiesa rifiuta ogni critica e reagisce stizzita. Il caso di Pio XII è eclatante. A essere indignati per tutto ciò non sono solo gli ebrei. Perché non è per nulla ovvia la pretesa di essere infallibili e incriticabili. Non più.Una delle grandi conquiste della comunicazione che passa anche attraverso i nuovi media è l’apertura del dibattito a tutti. E chi comunica con cattive intenzioni o abusa ambiguamente, anche senza riflettere, di parole dense di significato, per scaricare le proprie responsabilità sugli altri, si espone - com’è giusto che sia - al giudizio di tutti coloro che partecipano al dialogo pubblico e con la loro partecipazione mantengono viva la democrazia.Donatella Di Cesare, filosofa, http://www.moked.it/


Ungheria, la destra estrema continua a crescere

Mentre in Polonia sono ore di lutto nazionale e la voglia di votare a destra alle elezioni presidenziali trae nuova linfa dalla martirizzazione dell’ex presidente omofobo e populista Lech Kaczynski, nella vicina Ungheria il rischio di una deriva xenofoba e nazionalista è da ieri sera una possibilità sempre meno remota. Lo Jobbik, il movimento dell’ultradestra di ispirazione fascista e antisemita, è entrato per la prima volta in Parlamento, ottenendo il 16,7 % di consensi. Un dato molto significativo, che risulta in ulteriore crescita rispetto al clamoroso (perlomeno in quei giorni sembrava tale) 14,77 % ottenuto alle ultime Europee. Le elezioni hanno visto la vittoria schiacciante e ampiamente prevista dei conservatori di Fideusz (52,7 %), che dopo otto anni di opposizione non avranno bisogno di stringere alleanze per governare. Pesantissima batosta dei socialisti (19,3 %), che adesso sentono il fiato sul collo dello Jobbik. Lo sbarramento fissato al 4 % è stato superato anche dai verdi con il 7,4%. Assegnati 258 seggi su 386, per la ripartizione degli altri posti disponibili bisognerà attendere la seconda giornata di votazioni prevista per il prossimo 25 aprile. Nato nel 2002 come Associazione dei Giovani di Estrema Destra per iniziativa di alcuni studenti universitari cattolici e protestanti, lo Jobbik è diventato un partito nell’ottobre del 2003. Grazie ad un programma elettorale farcito di slogan che enfatizzano le radici cristiane del paese e demonizzano tutti coloro che non si riconoscono in quei valori e hanno la sfortuna di appartenere a razze inferiori (i bersagli preferiti sono come sempre ebrei, rom ed omosessuali), è riuscito in breve tempo a catalizzare un numero crescente di consensi. Merito anche della forte radicalizzazione sul territorio e di una struttura paramilitare (la temibile Magyar Garda più volte sotto i riflettori per episodi di cronaca sconcertanti) che esercita una certa fascinazione soprattutto nei giovanissimi. Gabon Vona, leader dello Jobbik, ne è consapevole. Dunque non sorprende che al termine degli scrutini abbia anticipato con voce trionfante il suo primo progetto da neoeletto: “Entrerò in Parlamento con l’uniforme della Garda”.Un elemento che distingue ulteriormente lo Jobbik dagli altri movimenti politici ungheresi è lo stile comunicativo non propriamente raffinato utilizzato dai suoi aderenti e simpatizzanti. In testa alla classifica dei politici più volgari spicca la bionda avvocatessa Krisztina Morvai, deputata al Parlamento Europeo ed elemento di punta del partito. Subito dopo essere stata eletta confidò ai giornalisti quale fosse il suo grande sogno: “Sarei contenta se coloro che si definiscono fieri ebrei ungheresi se ne andassero a giocherellare con i loro piccoli peni circoncisi, invece di insultare me”. Una donna di gran classe questa Morvai, che nell’enfasi del momento lanciò un messaggio molto chiaro alla comunità ebraica ungherese: “La gente come voi è abituata a vedere la gente come noi mettersi sull’attenti ogni volta che date sfogo alle vostre flatulenze. Dovreste per cortesia rendervi conto che tutto questo è finito. Abbiamo rialzato la testa e non tollereremo più il vostro tipo di terrore. Ci riprenderemo il nostro paese”. Le si possono rimproverare molte cose, ma non la mancanza di chiarezza nelle linee di fondo della sua azione politica. Adam Smulevich


Gerusalemme Kotel
Molti anni fa, feci una lezione di aggiornamento sulla storia degli ebrei agli insegnanti di religione della diocesi di Napoli. Un enorme anfiteatro pieno di docenti attentissimi, un monsignore, l'organizzatore del corso, seduto accanto a me. Alla fine, dopo molte domande, un professore chiese dal fondo: "Ma se gli ebrei hanno subito tutte queste persecuzioni, non ci sarà la mano di Dio?". Il monsignore accanto a me si agitò sulla sedia come se fosse diventata incandescente e poi mi sussurrò all'orecchio: "Non si preoccupi, lo teniamo d'occhio, ma non possiamo licenziarlo, tiene famiglia!" Ecco, immagino che il vescovo emerito di Grosseto, monsignor Babini, che ha fatto al blog Pontifex dichiarazioni decisamente antisemite, non tenga famiglia, ma data la rapidità della smentita, e il suo tono chiaramente farina del sacco della Santa Sede, evidentemente lo si tiene d'occhio lo stesso. Certo, dopo che i buoi sono già scappati dalla stalla. Le sue dichiarazioni erano così folli che, più che scomodare l'antisemitismo, bisognava forse pensare a qualche problema d'età o di testa. Ma intanto sabato, sullo stesso blog, il vescovo emerito di Foligno, monsognor Arduino Bertoldo, ribadisce il concetto: gli ebrei sono deicidi, nemici della Chiesa, e si sentono sempre il popolo eletto. Che si convertano e la piantino. Che ci sia un'epidemia? Anna Foa,storica, http://www.moked.it/


Israele, USA e Italia: accordo internazionale sulla gestione sanitaria

La Comunità ha ospitato un convegno internazionale con la partecipazione del ministro israeliano Litzman e i vertici della Lombardia I rapporti tra le istituzioni sanitarie e di ricerca israeliane e italiane, e lombarde in particolare, dapprima sporadiche e occasionali si sono intensificate agli inizi degli anni novanta prima come collaborazioni scientifiche e culturali e poi con gemellaggi tra ospedali (San Carlo/Tel Hashomer) e istituti di ricerca(Negri/Weizman). Con il trasferimento in Italia del dottor Mairov, che aveva partecipato come giovane collaboratore alla progettazione della riforma sanitaria israeliana, si è avuta la progressiva conoscenza e diffusione del nuovo modello sociosanitario israeliano dapprima all’interno dell’AME e successivamente negli ambienti medici pubblici. Dato che in quegli anni si stava discutendo della riforma sanitaria anche nel nostro paese, la conferma degli ottimi risultati del modello israeliano con un aumento di efficienza ed efficacia ma anche una riduzione delle spese con possibilità quindi di indirizzare fondi crescenti alla ricerca e innovazione ha interessato i vertici della sanità lombarda.
Nel ‘98 sono iniziati i viaggi di studio in Israele per studiare il modello e successivamente verificare la sua applicabilità alla realtà italiana”; così Giorgio Mortara, presidente del comitato organizzativo dell’incontro e dall’Associazione Medica Ebraica Italia, ha ricostruito la storia delle relazioni sanitarie, nella serata organizzata dall’Associazione Monte Sinai, dall’AME e dalla Comunità Ebraica di Milano sul tema Il mondo dopo Haiti, Cile, Europa Occidentale: dalle Maxi-Emergenze all’Emergenza Sociale. Lo sviluppo del modello Israeliano e le prospettive di collaborazione internazionale tra Lombardia, Israele e Stati Uniti, che si è svolto nell’Aula Magna Benatoff della Scuola il 9 marzo. Tra le personalità presenti, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, e Yaakov Litzman, Ministro della Sanità dello Stato di Israele. Dagli Stati Uniti sono intervenuti tra gli altri Judith Maier, consulente politico della Monte Sinai nel gruppo di lavoro per la riforma sanitaria degli USA, Leon Alkalai e Leonard Kleinman, personalità eminenti nell’organizzazione sanitaria attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie; la sfida del futuro è infatti la Telemedicina, con il monitoraggio a distanza dei pazienti cronici. Nel corso dei lavori della conferenza è stata presentata la necessità di “realizzare un sistema socio-sanitario globale, universale e solidale per far fronte alle emergenze socio-sanitarie già presenti in tutto il mondo” come ha ricordato Leone Soued, presidente della Comunità ebraica di Milano, nel suo saluto di apertura.Il ministro Litzman ha ricordato che “in Israele abbiamo vissuto il terrore sulla nostra pelle e quindi sappiamo come aiutare coloro che soffrono”. Roberto Formigoni ha parlato dell’intesa di collaborazione tra i sistemi sanitari della Repubblica Italiana e dello Stato di Israele firmata già nel 2002.
“In questi anni, diversi sono stati gli interventi che ci hanno visto collaborare con Israele: abbiamo potuto aiutare sia gli ospedali cattolici di Nazareth e Haifa, sia l’Ospedale Israelitico di Roma, sia assistere pazienti mediorientali grazie all’impegno congiunto di medici israeliani, italiani e palestinesi. La nostra collaborazione si è poi perfezionata con l’accordo di collaborazione, firmato nel marzo del 2008, nei settori della sanità e della medicina tra il ministero della Sanità di Israele e la Regione Lombardia.
Gli ambiti della collaborazione sono l’emergenza-urgenza, la telemedicina, l’e-Health e infine l’introduzione di sistemi innovativi nella cura delle malattie croniche. Oggi vogliamo rilanciare le nostre iniziative in campo sanitario attraverso un nuovo progetto di collaborazione tra Regione Lombardia, Israele e Stati Uniti”. Un network sanitario di cui l’incontro milanese ha oggi gettato le basi.La serata si è conclusa con l’appello di Enrico Mairov, presidente dell’Associazione Monte Sinai per promuovere un incontro in Lombardia, come quello del 2007 tra il ministro della Sanità israeliano e quello palestinese, tra i ministri della Sanità dei 25 paesi che si affacciano sul Mediterraneo, perché la sanità sia un terreno di pacificazione: “non c’è sanità senza politica, e la collaborazione sanitaria deve aiutare la politica”.Anna Coen , http://www.mosaico-cem.it/


Moshe Dayan

La grande politica nel salotto di casa

Com’è difficile essere figli e nipoti di ...
Com’è difficile essere figli e nipoti di Rabin, Dayan, Begin, Ben Gurion... E’ la cosiddetta “sindrome Kennedy”. Ovvero: come si cresce da figli di genitori eccellenti? Come ci si abitua a vivere, nella vita quotidiana, le grandi decisioni politiche, gli incontri al vertice di papà? Ribelli e conflittuali, emuli, eretici o impegnati, mai indifferenti. Ecco che cosa diventano oggi i rampolli dei leader israeliani. Begin, terza generazione. Dopo Menachem, l’ex comandante dell’Irgun che fondò il Likud e poi espugnò la carica di premier dopo sette fallimenti elettorali; e dopo Benny, il figlio, che mantiene una posizione di rilievo nel Likud e funge da ministro nel governo di Benyamin Netanyahu, ora alla ribalta israeliana si affaccia anche uno dei nipoti dello statista e premio Nobel per la Pace. È Avinadav, 34 anni compiuti durante i quali ha definito una filosofia di vita molto distante da quella del padre e del nonno. Ancora una volta una delle grandi dinastie politiche polarizza dunque l’attenzione degli israeliani. Per decenni la ghente si era appassionata alle vicende dei Dayan, dei Rabin, e anche dei figli di statisti come David Ben Gurion e Golda Meir e di esponenti politici come Ehud Olmert o Moshè Arens. Adesso la parola passa di autorità al rampollo dei Begin. Il suo esordio nella scena pubblica è stato accompagnato con la grancassa dal quotidiano Yediot Ahronot, che gli ha dedicato la copertina di uno dei suoi supplementi settimanali ed una intervista oceanica, spalmata su sei pagine. Non tutti gli intellettuali 34enni beneficiano sempre in Israele di una attenzione così benevola e sollecita. E forse nemmeno riescono a trovare un editore per il loro libro di esordio, specie se in esso sono raccolte convinzioni talmente profonde dal confinare con la nebulosità. “Non lo avremmo mai chiamato in studio se non si chiamasse Begin”, ha candidamente ammesso un noto giornalista della televisione commerciale Canale 10, Yaron London, che quotidianamente conduce con il collega Moty Kirschenbaum quello che viene considerato il principale talk-show di Israele. Un edipo complesso Per i mass-media questo esordio è stato una doppia festa: perché fisicamente Avinadav Begin ricorda molto il nonno, con lo stesso volto affilato e i medesimi occhialetti rotondi da intellettuale degli anni Trenta del secolo scorso. Anche la sua voce - vellutata, compita e sommessa - ricorda da vicino quella del nonno. Ma politicamente le sue tesi politiche sono esattamente agli antipodi: Avinadav, vedi caso, si identifica con i palestinesi di Bilin in lotta contro la “Barriera di sicurezza” in Cisgiordania e non gli dispiacerebbe affatto di andare a vivere fra di loro. Potenza e complessità dei percorsi edipici; di nonno Menachem, che trascorse gli ultimi anni di vita segregato nel proprio appartamento ed isolato dal mondo, Avinadav ha ricordi personali evanescenti. Sul piano politico, non nutre alcuna ammirazione nei suoi confronti. I trattati di pace firmati con l’Egitto, dice, “sono una illusione”. Né gli perdona la guerra in Libano (1982) “in cui morirono invano molte migliaia di libanesi e palestinesi”. A Yediot Ahronot Avinadav precisa di non sentirsi “né ebreo, né sionista”. “Ebraismo è violenza - afferma - così come sionismo è violenza, arabismo è violenza, Islam è violenza, una bandiera è violenza, un inno è violenza”. Nel presentare il suo libro, La fine del conflitto, scritto in ebraico e in arabo, Avinadav Begin spiega di non credere per niente nella formula degli Stati nazionali e nota che nella natura, ohibò, non ci sono confini. Niente diritto alla privacy Certo in Israele non è facile crescere con il fardello di un cognome impegnativo come Begin, Rabin, o Dayan. Il Paese è piccolo, i rapporti umani sono molto informali, a volte appiccicosi. I giornali sanno inoltre essere, nel caso, invadenti e pettegoli. Il diritto alla privacy, per queste dinastie politiche, non esiste. L’opzione naturale, per i figli dei grandi leader, è dunque la fuga all’estero. Una scelta compiuta molti anni fa dal figlio della premier Golda Meir, Menachem, diventato nel frattempo un violoncellista di fama internazionale. Per decenni avrebbe costruito la propria carriera negli Stati Uniti e in Europa, concedendosi solo brevi interludi in Israele. Dopo la guerra del Kippur (1973) la figura della madre era stata infatti oggetto di aspre critiche da parte di molto israeliani e solo di recente è stata parzialmente rielaborata e recuperata.Sentendosi di continuo addosso gli occhi della Nazione, anche uno dei figli del premier Yitzhak Rabin, Yuval, ha trascorso molti anni negli Stati Uniti: un necessario tentativo di “disintossicazione” dalla politica locale dopo aver guidato, con scarso successo, un movimento giovanile dal nome Una intera generazione vuole la pace. A volte però l’estraneazione non è solo fisica, ma diventa ideologica. È questo il caso di Yigal Arens, figlio dell’ex ministro della difesa e “falco” del Likud Moshe Arens, che insegna in una università degli Stati Uniti. Da posizioni della sinistra radicale è passato ormai ad un atteggiamento antisionista militante: un personaggio talmente ingombrante che due anni fa una università israeliana ha rinunciato ad invitarlo ad un congresso per sventare possibili polemiche. Anche il “clan” dei Dayan è spesso presente nelle cronache locali. Uno dei figli del generale Moshe Dayan, Ehud, scultore affermato che lavora spesso all’estero, ha pubblicato anni fa un libro in cui criticava aspramente la figura del padre. I rapporti conflittuali padre-figlio sono ancora più evidenti nell’attore-regista Assi Dayan, che in una occasione ha interpretato la parte del padre-generale. Salvo poi coprirlo di contumelie in interviste giornalistiche. Suo nonno, Shmuel Dayan fu uno dei pionieri socialisti di Deganya: un mito sionista. Il padre, Moshe, incarnava l’essenza dell’establishment israeliano nei suoi punti di contatto fra esercito, politica, insediamento agricolo e accademia (storia ed archeologia). Oppresso da tanto retaggio, il cineasta Assi Dayan si è proposto nel corso dei decenni come portabandiera della protesta di sinistra, di un atteggiamento di bohemien anticonformista, nonché di protagonista del mondo dello spettacolo. Quando poi un anno fa si sarebbe trovato brevemente in carcere per aver percosso la propria compagna mentre era stordito da medicinali, qualcuno avrebbe poi individuato nella sua crisi personale un significato ancora più vasto, relativo al sionismo socialista.Anche in casa Olmert (ex “falco” del Likud passato poi gradualmentre verso il centro politico e a Kadima), soffia aria di ribellione. Una figlia dell’ex premier, la studiosa di letteratura ebraica Dana, ha partecipato a manifestazioni e picchetti della sinistra radicale, contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania, mentre il padre era a capo del governo. Eppure al quotidionao Yediot Ahronot il giovane Begin ha aggiunto che comunque i suoi genitori sono sempre stati molto liberali con i sei figli, e non hanno mai cercato di indottrinarli. Altrettanto ha riferito Dana Olmert dei propri genitori. Nei loro casi, il particolare calore nei rapporti familiari ha saputo aver ragione dei fossati ideologici. E conservare così, intatto, l’affetto filiale.di Aldo Baquis, da Tel Aviv ,http://www.mosaico-cem.it/