Lo Stato ebraico, ha tenuto a precisare Aznar, non è un Paese del Medio Oriente è un Paese occidentale che si trova in Medio Oriente e, quindi, rappresenta la prima linea di difesa dell’Occidente nella lotta contro gli islamici radicali che vogliono distruggere la libertà occidentale e terrorizzare chiunque si trovi sulla loro strada. “Il danno fatto a Israele è il danno fatto all’Occidente”, ha aggiunto l’ex premier spagnolo sottolineando che “delegittimare lo Stato ebreo significa delegittimare l’Occidente”. Se per i votanti spagnoli il sentimento pro-americano di Aznar era evidente, il suo sostegno per Israele era più attenuato. “Durante il mio governo non ci sono state molte opportunità di esprimere questa opinione. Ma oggi sono coinvolto in una vera e propria battaglia di ideali”, ha proseguito. In Spagna, infatti, sprimere il sostegno inequivocabile nei confronti dello Stato di Israele non è una delle mosse politiche più accorte visto che si tratta di un Paese che storicamente non è mai stato particolarmente ospitale con gli ebrei, dall’Inquisizione spagnola ad oggi (e tra l’altro, ha pure ospitato manifestazioni pubbliche di massa in sostegno di Hamas e Hezbollah).Aznar ha ammesso che “la maggior parte degli spagnoli sono estremamente critici nei confronti di Israele”. In Spagna, ha spiegato, i musulmani radicali “influenzano l’opinione pubblica su Israele. E l’Europa è il regno del relativismo. Il nostro compito è quello di far cambiare idea sia al popolo d’Europa che ad alcuni dei suoi leader europei – ma in realtà sono fatti che accadono anche negli Stati Uniti. Siamo coscienti che c’è ancora molto cammino da fare. Siamo ancora all’inizio, ma è una convinzione che condividiamo con molta gente in tutto il mondo”.Negli ultimi mesi, l’impegno di Aznar lo ha portato in Israele, attraverso l’Europa e anche negli Stati Uniti, dove insegna alla Georgetown University. In questa agenda così piena, l’ex premier spagnolo cerca sostenitori che appoggino la sua campagna internazionale mirata a combattere l’effetto globale della delegittimazione dello Stato d’Israele.L’organizzazione si fonda sul sostegno e sulle richieste di adesione, di individui non ebrei. I suoi membri, ha proseguito Aznar, sono tutte quelle persone preoccupate sia per la sopravvivenza di Israele che di quello Stato biblico su cui è nata la civiltà occidentale. “Bisogna comprendere la storia degli ebrei e i valori giudeo-cristiani per capire la storia del mondo occidentale, dell’Europa e delle nostre radici”, ha affermato il fondatore di “Friends of Israel”.Se molte elite europee (e americane) credessero che il mondo è andato oltre il nazionalismo e l’utopia post-moderna e multiculturale secondo cui il nazionalismo ebreo è un pericoloso anacronismo, allora Aznar avrebbe poco da fare. Ma non è così e per l’ex premier, tutto il male che accadrà a Israele, capiterà anche a tutti noi. Il fallimento nella difesa di Israele non farà altro che rendere più vulnerabili le democrazie occidentali.Nel suo impegno per delegittimare lo Stato ebreo, la sinistra nel mondo ha influenzato il dibattito su Israele, lasciando ai liberal americani un centro che ha una visione distorta nei confronti dei criminali nemici di Israele. Oggi la maggior parte del Partito Democratico crede che il fallimento di Oslo è responsabilità esclusiva della destra israeliana e non ha niente a che fare con il terrorismo arabo; di fatto, è questo lo spettro politico che l’estrema sinistra occidentale e i suoi compagni d’armi arabi hanno elaborato – allo stesso modo in cui i gruppi estremisti regolarmente riescono a deviare il dibattito politico regionale in Medio Oriente verso le loro idee pazzesche.Nell’ultimo decennio, in pochi hanno avuto un ruolo più pubblico nell’influenzare la gente per bene contro Israele come lo ha fatto George Soros. Forse è per questo che non dovrebbe sorprendere la notizia della settimana scorsa secondo cui Soros è uno dei principali sponsor finanziari del J-Street (movimento di pressione non profit che promuove tra i leader americani la fine del conflitto israelo-palestinese in modo pacifico, ndt). Non deve stupire neanche se è da due anni che Soros e Jeremy Ben-Ami negano, fin dalla fondazione del gruppo di due anni fa, che il miliardario abbia mai sostenuto il loro scopo in qualunque modo. Soros, un ebreo di origini ungheresi, è considerato da molti esponenti della comunità ebrea di essere tossico, non tanto per aver sostenuto che l’antisemitismo è l’effetto delle politiche di Israele, ma perché non ha mai denunciato lo stato mentale malato degli anti-semiti. Per di più, in passato Soros ha finanziato alcune organizzazioni ebree e altre hanno dichiarato che sarebbero state felici di ricevere il suo sostegno. I leader del J-Street avrebbero potuto spiegare la loro decisione di accettare soldi da Soros – o comunque sia avrebbero potuto semplicemente affermare di non voler rivelare le identità dei loro benefattori. Invece, Ben-Ami e la sua organizzazione ha mentito. La ragione del perché J-Street abbia deciso di agire nell’ombra è, a questo punto, forse meno importante del fatto che lo faccia.E’ difficile capire quanta credibilità sia rimasta a J-Street alla luce delle prove evidenti che l’organizzazione ha intenzionalmente voluto manipolare e ingannare la gente, la stampa, e i suoi propri membri nel portare avanti un’agenda che era abbastanza diversa da quella che veniva promossa pubblicamente. Il fatto che J-Street ha reso uno dei suoi 5 dirigenti e direttori Mort Halperin, il guru degli affari esteri di Soros – un inflessibile oppositore di Israele e vicepresidente della Open Society Institute – suggerisce che l’organizzazione non stava solo accettando soldi dal miliardario ma ne stava anche seguendo la linea politica. Per questi auto-proclamati amici di Israele, però, si trattava di tutto tranne che di una questione riguardante Israele. Per loro, lo Stato ebraico è un’immagine speculare di quegli aspetti della cultura americana che li fanno stare male: nazionalismo, eccezionalismo e una potente politica estera. A loro fa ancora più paura il fatto che i sostenitori più elementari sono i cristiani evangelici e quegli ebrei americani che credono fortemente sia nel nazionalismo americano che in quello ebreo, ma anche coloro che sono fortemente attaccati alla pratica religiosa. Anche se limitatamente, alcuni coscienti liberal forse conoscono i particolari del conflitto in Medio Oriente e sanno da che parte stanno i loro nemici interni.Anche quelli che stanno dall’altra parte lo sanno bene: la bandiera che Sarah Palin teneva ben in vista nel suo ufficio quando era Governatore non era intesa per assicurare all’Alaska il voto ebreo ma bensì per diffondere le sue idee nelle guerre culturali americane. Sostenere Israele può significare molte cose, alcune delle quali sono legate e a altre sono contraddittorie: dire no ai terroristi e ai prepotenti, credere nei valori occidentali, accettare la verità della promessa di Dio nella Bibbia, sentire affinità nei confronti degli ebrei, o semplicemente dimostrare lealtà nei confronti degli alleati. Israele è un grande contenitore di significati con molto potere tra tutti i tipi di gente, persino nei collegi elettorali dove ci sono pochissimi ebrei e dove israele è solo una piccola macchia astratta in una cartina.Ma come ha ben compreso l’ex primo ministro spagnolo, non si tratta solo di una guerra di simboli. E’ una guerra reale in cui è in ballo il destino di famiglie e di intere popolazioni, non solo in Israele ma anche in Europa. E’ proprio per questo che Aznar ha scelto di prendere posizione. Jeremy Ben-Ami ha il sospetto che il conflitto sia maggiore di quanto già siano i dibattiti politici a Washington e a Gerusalemme e che si tratti di una guerra vera che, nella prossima generazione, influirà nelle politiche dell’Occidente. Ed è per questa ragione che ha mentito.Tratto da Tablet© di Lee Smith 7 Ottobre 2010
sabato 9 ottobre 2010
Lo Stato ebraico, ha tenuto a precisare Aznar, non è un Paese del Medio Oriente è un Paese occidentale che si trova in Medio Oriente e, quindi, rappresenta la prima linea di difesa dell’Occidente nella lotta contro gli islamici radicali che vogliono distruggere la libertà occidentale e terrorizzare chiunque si trovi sulla loro strada. “Il danno fatto a Israele è il danno fatto all’Occidente”, ha aggiunto l’ex premier spagnolo sottolineando che “delegittimare lo Stato ebreo significa delegittimare l’Occidente”. Se per i votanti spagnoli il sentimento pro-americano di Aznar era evidente, il suo sostegno per Israele era più attenuato. “Durante il mio governo non ci sono state molte opportunità di esprimere questa opinione. Ma oggi sono coinvolto in una vera e propria battaglia di ideali”, ha proseguito. In Spagna, infatti, sprimere il sostegno inequivocabile nei confronti dello Stato di Israele non è una delle mosse politiche più accorte visto che si tratta di un Paese che storicamente non è mai stato particolarmente ospitale con gli ebrei, dall’Inquisizione spagnola ad oggi (e tra l’altro, ha pure ospitato manifestazioni pubbliche di massa in sostegno di Hamas e Hezbollah).Aznar ha ammesso che “la maggior parte degli spagnoli sono estremamente critici nei confronti di Israele”. In Spagna, ha spiegato, i musulmani radicali “influenzano l’opinione pubblica su Israele. E l’Europa è il regno del relativismo. Il nostro compito è quello di far cambiare idea sia al popolo d’Europa che ad alcuni dei suoi leader europei – ma in realtà sono fatti che accadono anche negli Stati Uniti. Siamo coscienti che c’è ancora molto cammino da fare. Siamo ancora all’inizio, ma è una convinzione che condividiamo con molta gente in tutto il mondo”.Negli ultimi mesi, l’impegno di Aznar lo ha portato in Israele, attraverso l’Europa e anche negli Stati Uniti, dove insegna alla Georgetown University. In questa agenda così piena, l’ex premier spagnolo cerca sostenitori che appoggino la sua campagna internazionale mirata a combattere l’effetto globale della delegittimazione dello Stato d’Israele.L’organizzazione si fonda sul sostegno e sulle richieste di adesione, di individui non ebrei. I suoi membri, ha proseguito Aznar, sono tutte quelle persone preoccupate sia per la sopravvivenza di Israele che di quello Stato biblico su cui è nata la civiltà occidentale. “Bisogna comprendere la storia degli ebrei e i valori giudeo-cristiani per capire la storia del mondo occidentale, dell’Europa e delle nostre radici”, ha affermato il fondatore di “Friends of Israel”.Se molte elite europee (e americane) credessero che il mondo è andato oltre il nazionalismo e l’utopia post-moderna e multiculturale secondo cui il nazionalismo ebreo è un pericoloso anacronismo, allora Aznar avrebbe poco da fare. Ma non è così e per l’ex premier, tutto il male che accadrà a Israele, capiterà anche a tutti noi. Il fallimento nella difesa di Israele non farà altro che rendere più vulnerabili le democrazie occidentali.Nel suo impegno per delegittimare lo Stato ebreo, la sinistra nel mondo ha influenzato il dibattito su Israele, lasciando ai liberal americani un centro che ha una visione distorta nei confronti dei criminali nemici di Israele. Oggi la maggior parte del Partito Democratico crede che il fallimento di Oslo è responsabilità esclusiva della destra israeliana e non ha niente a che fare con il terrorismo arabo; di fatto, è questo lo spettro politico che l’estrema sinistra occidentale e i suoi compagni d’armi arabi hanno elaborato – allo stesso modo in cui i gruppi estremisti regolarmente riescono a deviare il dibattito politico regionale in Medio Oriente verso le loro idee pazzesche.Nell’ultimo decennio, in pochi hanno avuto un ruolo più pubblico nell’influenzare la gente per bene contro Israele come lo ha fatto George Soros. Forse è per questo che non dovrebbe sorprendere la notizia della settimana scorsa secondo cui Soros è uno dei principali sponsor finanziari del J-Street (movimento di pressione non profit che promuove tra i leader americani la fine del conflitto israelo-palestinese in modo pacifico, ndt). Non deve stupire neanche se è da due anni che Soros e Jeremy Ben-Ami negano, fin dalla fondazione del gruppo di due anni fa, che il miliardario abbia mai sostenuto il loro scopo in qualunque modo. Soros, un ebreo di origini ungheresi, è considerato da molti esponenti della comunità ebrea di essere tossico, non tanto per aver sostenuto che l’antisemitismo è l’effetto delle politiche di Israele, ma perché non ha mai denunciato lo stato mentale malato degli anti-semiti. Per di più, in passato Soros ha finanziato alcune organizzazioni ebree e altre hanno dichiarato che sarebbero state felici di ricevere il suo sostegno. I leader del J-Street avrebbero potuto spiegare la loro decisione di accettare soldi da Soros – o comunque sia avrebbero potuto semplicemente affermare di non voler rivelare le identità dei loro benefattori. Invece, Ben-Ami e la sua organizzazione ha mentito. La ragione del perché J-Street abbia deciso di agire nell’ombra è, a questo punto, forse meno importante del fatto che lo faccia.E’ difficile capire quanta credibilità sia rimasta a J-Street alla luce delle prove evidenti che l’organizzazione ha intenzionalmente voluto manipolare e ingannare la gente, la stampa, e i suoi propri membri nel portare avanti un’agenda che era abbastanza diversa da quella che veniva promossa pubblicamente. Il fatto che J-Street ha reso uno dei suoi 5 dirigenti e direttori Mort Halperin, il guru degli affari esteri di Soros – un inflessibile oppositore di Israele e vicepresidente della Open Society Institute – suggerisce che l’organizzazione non stava solo accettando soldi dal miliardario ma ne stava anche seguendo la linea politica. Per questi auto-proclamati amici di Israele, però, si trattava di tutto tranne che di una questione riguardante Israele. Per loro, lo Stato ebraico è un’immagine speculare di quegli aspetti della cultura americana che li fanno stare male: nazionalismo, eccezionalismo e una potente politica estera. A loro fa ancora più paura il fatto che i sostenitori più elementari sono i cristiani evangelici e quegli ebrei americani che credono fortemente sia nel nazionalismo americano che in quello ebreo, ma anche coloro che sono fortemente attaccati alla pratica religiosa. Anche se limitatamente, alcuni coscienti liberal forse conoscono i particolari del conflitto in Medio Oriente e sanno da che parte stanno i loro nemici interni.Anche quelli che stanno dall’altra parte lo sanno bene: la bandiera che Sarah Palin teneva ben in vista nel suo ufficio quando era Governatore non era intesa per assicurare all’Alaska il voto ebreo ma bensì per diffondere le sue idee nelle guerre culturali americane. Sostenere Israele può significare molte cose, alcune delle quali sono legate e a altre sono contraddittorie: dire no ai terroristi e ai prepotenti, credere nei valori occidentali, accettare la verità della promessa di Dio nella Bibbia, sentire affinità nei confronti degli ebrei, o semplicemente dimostrare lealtà nei confronti degli alleati. Israele è un grande contenitore di significati con molto potere tra tutti i tipi di gente, persino nei collegi elettorali dove ci sono pochissimi ebrei e dove israele è solo una piccola macchia astratta in una cartina.Ma come ha ben compreso l’ex primo ministro spagnolo, non si tratta solo di una guerra di simboli. E’ una guerra reale in cui è in ballo il destino di famiglie e di intere popolazioni, non solo in Israele ma anche in Europa. E’ proprio per questo che Aznar ha scelto di prendere posizione. Jeremy Ben-Ami ha il sospetto che il conflitto sia maggiore di quanto già siano i dibattiti politici a Washington e a Gerusalemme e che si tratti di una guerra vera che, nella prossima generazione, influirà nelle politiche dell’Occidente. Ed è per questa ragione che ha mentito.Tratto da Tablet© di Lee Smith 7 Ottobre 2010
Esplode vettura con a bordo due militanti Jihad islamica
Governo e opposizione, artisti che simpatizzano per tutti gli schieramenti politici. Seduti nella stessa sala, l’elegante tempio di Adriano a Roma, Mara Carfagna, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Luca Barbareschi, Gianni Alemanno per citarne alcuni. Un’iniziativa insolitamente trasversale che ha unito sotto il segno di Israele. Per ristabilire «la verità», per proporre «non una piattaforma politica, ma morale», come ha scritto la deputata organizzatrice dell’evento, la giornalista Fiamma Nirenstein (Pdl): contro i «pregiudizi», contro una «rete di falsificazione che ha avvolto lo Stato di Israele fino a rendere letteralmente impossibile l’informazione e il giudizio». Una maratona di «big» della politica, della letteratura e della scienza che ha portato a Roma l’ex primo ministro spagnolo Josè Maria Aznar, ma che ha ricevuto anche i videomessaggi del presidente israeliano e del primo ministro, Perez e Netanyahu. Interventi brevissimi: Mieli, Carfagna, Fassino, si parte così. Cinque minuti a testa. Non grandi discorsi ma poche parole, spesso intense, come quelle di Farid Ghadry, dissidente siriano in esilio.Il carattere europeo e bipartisan è stato il tratto della manifestazione: nel pubblico Vittorio Sgarbi, Barbara Palombelli (Francesco Rutelli è stato uno degli oratori), Giovanna Melandri, e poi molti giornalisti, da Alain Elkann a Furio Colombo. Critiche dalla Cgil: «Chi aderisce a questa iniziativa pensa che Israele sia l’unica vittima?». In realtà l’evento del Tempio di Adriano dimostra come, almeno in politica estera, le linee politiche degli schieramenti siano molto più vicine che nel passato: nel suo intervento Piero Fassino ha criticato «l’attuale politica del governo israeliano», ma ha chiarito che le «critiche legittime» non possono mai scadere nelle «delegittimazioni secondo stereotipi manichei». Da Roma solidarietà e anche un messaggio di pace: di pace ha parlato Fiamma Nirenstein nel suo intervento che ha commosso il pubblico: Israele è il Paese contro il quale sono rivolte «l’80% delle inchieste all’Onu», ma è anche il luogo dove «le donne arabe partoriscono accanto a quelle ebree». La comunità ebraica di Roma, con bandiere e sciarpe biancoblu si è ritrovata a piazza di Pietra, fuori dal Tempio, e ha assistito alla maratona oratoria attraverso il maxischermo. Di pace ha parlato anche Silvio Berlusconi nel messaggio inviato agli organizzatori: «Come tutti gli uomini di buona volontà, confido che il negoziato diretto, ripreso da poco, sia finalmente coronato da successo e apra una prospettiva di sviluppo e di benessere nella pace per i nostri amici israeliani e per tutti i popolo del Medio Oriente».Poi i messaggi scritti di Schifani («Dobbiamo gettare ponti per un futuro di pace vera»), di Fini («Israele avamposto di democrazia in Medio Oriente»), e quello video dello scrittore Roberto Saviano. Testimonianze di solidarietà anche da Walter Veltroni e dal ministro finiano delle politiche comunitarie Andrea Ronchi. «Parlo nel mio coraggioso italiano», ha esordito Aznar, ora presidente dell’associazione «Friends of Israel», precisando che Israele è «un Paese occidentale in Medio Oriente» e che con l’Europa «condivide le stesse radici». Subito dopo ecco sul palco il ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha rivendicato la difesa di Israele da parte dell’Italia «quando l’ennesima inchiesta contro Israele era in corso alle Nazioni Unite». C’è ancora un «antisemitismo serpeggiante in Europa e anche in Italia» che occorre arginare. E quindi l’impegno a continuare a chiedere «agli amici di Israele di fare tutto quello che è necessario» per arrivare alla pace «ma anche ai Paesi arabi quegli impegni di dimostrare che non danno ospitalità a coloro che vanno in giro per il mondo a sostenere che gli israeliani debbano essere uccisi».
venerdì 8 ottobre 2010
Sei ore prima dello scoppio della guerra dello Yom Kippur, il governo dell’allora primo ministro israeliano Golda Meir si riuniva con il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane David "Dado" Elazar e il capo dell’intelligence militare Eli Zeira. I verbali di quell’incontro riservato, diffusi mercoledì sera dagli Archivi di Stato israeliani, svelano i dimensioni dello scacco.In sintesi, il capo dell’esercito informa i ministri del drammatico messaggio inviato dal miliardario egiziano Ashraf Marwan, che passava informazioni a Israele, sulla guerra incombente. Elazar dice che l’informativa è autentica, ma il ministro della difesa Moshe Dayan continua ad opporsi ad un’azione preventiva e alla mobilitazione generale dei riservisti. “Diranno che siamo noi gli aggressori”, spiega. Il capo dell’intelligence è fin troppo fiducioso (“sanno che saranno sconfitti”), mentre Golda Meir dice: “Per quanto riguarda un attacco preventivo, la tentazione è forte, me staremo a vedere”.Nel corso della riunione, che inizia alle 8.05 della mattina del 6 ottobre 1973, Dayan parla della minoranza araba in Israele e chiede al governo di appoggiare una “politica liberale”. Suggerisce anche di sgomberare i bambini dalle alture del Golan. Golda Meir dice che i bambini vanno sgombrati “adesso, e non alla vigilia dell’operazione”. Il capo delle forze arante interviene e dice: “Questa è la vigilia dell’operazione”.Dayan solleva introduce la questione dei comunicati fra Giordania, Egitto e Siria, ma resta contrario a “mandare un avvertimento al re di Giordania in questo momento”. Tuttavia, aggiunge, se la Giordania dovesse attivare i suoi radar (di puntamento), Israele “li toglierà di mezzo”.L’ipotesi di lanciare un attacco preventivo viene discussa per tutta la durata della riunione. Elazar dice che un tale attacco darebbe a Israele “un enorme vantaggio, salvando molte vite”. “Possiamo spazzare via l’intera forza aerea siriana per mezzogiorno – dice – Poi avremo bisogno di altre trenta ore per distruggere i loro sistemi missilistici. Se hanno in mente di attaccarci alle cinque del pomeriggio, le nostre forze aeree avranno mano libera contro l’esercito di terra siriano. Questo è quello che siamo in grado di fare. Da un punto di vista operativo – prosegue il capo di stato maggiore – sono molto tentato. Ma non dobbiamo decidere adesso. Abbiamo ancora quattro ore di dialogo con gli americani. Forse per mezzogiorno gli americani ci diranno che un attacco arabo è ormai certo, e allora potremo lanciare il colpo preventivo”.Dayan spiega come mai Israele non deve lanciare un attacco preventivo, a differenza di quanto fece nella guerra dei sei giorni (giugno 1967). “Questa volta non ce lo possiamo permettere. Se gli egiziani attaccheranno, allora potremo reagire anche contro i siriani. Ma in base alle informazioni che ho avuto, non possiamo lanciare un attacco preventivo. Neanche cinque minuti prima. Se ci troveremo in una situazione in cui gli egiziani iniziano la guerra, allora potremo colpire anche la Siria. Ma se non apriranno il fuoco, noi non apriremo il fuoco”.Il capo di stato maggiore Elazar dice che i riservisti dell’esercito dovrebbero essere richiamati immediatamente, ma Dayan replica: “Credo che potremo completare la mobilitazione domani. Non è come nel ’67. La guerra inizierà al Canale di Suez e sulle alture del Golan. È importante che non si dica che abbiamo iniziato noi la guerra. Se mobilitiamo tutti i riservisti prima che venga sparato il primo colpo, diranno immediatamente che siamo noi gli aggressori. Suggerisco di richiamare i riservisti delle forze aeree insieme a una divisione corazzata sul Golan e una nel Sinai. Il che ammonterà a 50 o 60mila uomini. Possiamo completare questa limitata mobilitazione entro sera e avere queste forze pronte all’azione per domani mattina. Se durante la notte vorremo richiamarne di più, lo faremo”.“Le nostre forze armate – dice Elazar – sono per il 25% regolari e per il 75% riservisti. Pertanto abbiamo bisogno di aumentare le nostre forze immediatamente. Ci occorrono almeno 24 ore per richiamare i riservisti, e quelli richiamati adesso saranno pronti a entrare in azione domani”. Elazar dice che bisogna mobilitare 200mila soldati. “Sul piano dell’impatto diplomatico internazionale – dice – non fa differenza richiamarne 70mila o 200mila. Anzi, potrebbe avere un effetto (positivo) giacché gli arabi capiranno d’aver perduto il fattore sorpresa. Certo, una mobilitazione ci colpevolizza. Diranno che richiamiamo i riservisti per iniziare una guerra. D’altra parte, preferisco che dicano che abbiamo iniziato noi la guerra, ma vincerla. Tanto lo diranno in ogni caso”.Golda Meir decide per una mobilitazione graduale e dice che un attacco preventivo “è una grossa tentazione, ma questo non è il ’67. Non verremmo creduti [dalla comunità internazionale]”.Man mano che la riunione procede, Golda Meir è sempre più incline ad accettare il suggerimento delle Forze di Difesa per un’ampia mobilitazione. “Se scoppia una guerra – dice – dobbiamo essere nella migliore posizione possibile. Questa è la mia unica preoccupazione”.Per tutta la durata dell’incontro, il capo dell’intelligence militare Zeira afferma d’essere ancora tutt’altro che sicuro che scoppierà una guerra. “Nonostante il fatto che si siano preparati – dice – credo che sappiano bene che perderebbero. Il presidente egiziano Sadat non è in una posizione per cui debba andare in guerra”.Il primo ministro Golda Meir chiede se la situazione attuale sia differente da quella che Israele si trovava ad affrontare alla vigilia della guerra dei sei giorni. Risponde Zeira: “Sadat non ha ancora dato l’ordine. Può fare marcia indietro all’ultimo minuto. Noi potremmo essere in grado di influenzare ciò che fa o che decide”.Alle 14.00 del 6 ottobre 1973 – giorno di Kippur, il più sacro del calendario ebraico, dedicato a preghiere e digiuno – Egitto e Siria sferrarono un violentissimo attacco coordinato contro le linee israeliane da sud-ovest e da nord-est. Sulle alture del Golan, circa 180 carri armati israeliani si trovarono a fronteggiare 1.400 carri siriani. Sul Canale di Suez, poco meno di 500 soldati israeliani vennero attaccati da 80.000 soldati egiziani. Nei giorni successivi Israele riuscì a ribaltare le sorti del conflitto solo al prezzo di pesanti perdite e durissimi sacrifici.(Da: YnetNews, Jerusalem Post, Israele.net, 6.10.10) http://www.israele.net/
Europa mi chiede di dire la mia sulla manifestazione “Per la verità, per Israele”. Non vi ho aderito pubblicamente, non perché non veda come Israele venga spesso “raccontato” in maniera distorta e si tenda a semplificare l’intreccio complesso delle vicende mediorientali.Come in altre circostanze analoghe, ribadisco che bisogna stare molto attenti a non confondere lo Stato d’Israele con il governo: massima solidarietà allo Stato, ma i governi passano, ogni governo ha una sua politica e questa politica non è detto che faccia sempre delle scelte giuste. Chi manifesta, se vuole veramente dare forza allo Stato di Israele ed esprimere solidarietà e vicinanza al popolo ebraico, non per questo deve pretendere che il governo, per il quale magari si prova simpatia, debba godere della simpatia generale, in Israele prima di tutto, e nella diaspora.Come si dice: due ebrei, tre opinioni. Ma certe baruffe, all’interno del mondo ebraico, se sono ben comprensibili appunto, al suo all’interno, appaiono poco decifrabili agli osservatori esterni. Credo che si debba essere chiari, sia all’interno sia all’esterno del mondo ebraico, al di là della manifestazione e delle polemiche di questi giorni, sul fatto che è necessario manifestare sempre e comunque solidarietà ai popoli. Tutti i popoli sono innocenti, semmai sono i governi a essere colpevoli. Perfino nel caso dell’Iran, mi guarderei bene, nonostante tutto, dall’assimilare il dittatore di Teheran con il suo popolo che si rivoltava nelle strade.Certo, quando si leggono le farneticazioni di Ahmadinejad, o si apprende di una sua prossima visita in Libano, non si può non pensare che le minacce siano inventate. Siamo su una china difficile e pericolosa. Non c’è proprio da stare allegri (come del resto è accaduto negli ultimi settant’anni).Ma le stesse minacce iraniane testimoniano che, se si vuole affrontare un problema complesso e gravido di pericoli, non bisogna farlo in termini contingenti e tattici di contrapposizione bensì in termini lungimiranti e strategici.E in ogni caso, insisto che bisogna essere solidali con i popoli, con tutti i popoli che soffrono e che sono minacciati, ma non necessariamente con i loro governi, che sono contingenti e transeunti. Sui governi ognuno ha il diritto di chiedere quello che crede, anche perché il governo è frutto di una maggioranza.Non riesco a concepire che un altro popolo sia un nemico, se un popolo è per la guerra è semplicemente perché la propaganda lo spinge verso la guerra. I popoli non sono mai per la guerra, hanno bisogni molto più fondamentali che vengono soddisfatti dalla pace e non dal conflitto. E d’altra parte, non è pacifista chi è da una parte sola, è pacifista chi vuole veramente creare le condizioni per il compromesso per la pace. Porsi da una parte sei un partigiano, la pace non si fa a spese degli altri.Certo – e non solo per il protagonismo di Ahmadinejad – questa non è una fase storica nella quale si possa essere ottimisti su quanto accade in Medio Oriente. Io sono molto scettico sulla pace in quella regione. Non si vede uno sbocco degli sforzi sia pure encomiabili per raggiungere un accordo. Eppure credo che tutte le persone ragionevoli, di qualsiasi orientamento, debbano insistere e, anche se sanno che la pace non è a portata, debbano contribuire a creare le condizioni necessarie perché si arrivi a un compromesso.Posizioni come quelle di Giorgio Israel, che traccia un parallelo tra la situazione odierna e quella degli anni Trenta, difficilmente si prestano al dialogo. Sono convinzioni che rispetto ma che non condivido. Così come la polarizzazione delle posizioni mi paiono entrambe insufficienti, sono poco sfumate, poco articolate, e comunque andrebbero precisate per essere più utili. Per certi versi sono d’accordo con Fiamma, per altri con Gad, ma quando si fanno certi discorsi, non si può usare l’accetta, bisogna convincere e creare più consenso, non spaccature. Non parlo solo di lacerazioni dentro la comunità ebraica, che comunque andrebbero evitate. Nei confronti del paese occorrerebbe fare uno sforzo per concedere a chi la pensa in maniera diversa spazio e a non impostare il confronto in maniera un po’ manichea, col risultato di non far probabilmente capire un bel nulla. Sono temi complessi, sofisticati e se tu non mandi un messaggio chiaro di solidarietà rivolto ai popoli, mantenendo libero lo spazio di libertà di critica al governo, si alimenta una confusione che non giova a nessuno. Riccardo Calimani 7 ottobre 2010,
Forse era inevitabile che le istituzioni ebraiche italiane dessero più peso a dichiarazioni pronunciate in senato che a barzellette raccontate in contesti non ufficiali, però personalmente ho trovato più inquietanti queste ultime, soprattutto perché a raccontarle è il Presidente del Consiglio in persona. Il nostro premier è un esperto conoscitore dei mass media ed è molto attento all’immagine di sé che intende trasmettere, di persona schietta, concreta, anticonvenzionale, con cui l’italiano medio si possa identificare. Raccontare barzellette antisemite (mi sembra impossibile definirle diversamente) si inserisce in questa strategia? E’ un modo per apparire più vicino alla gente comune? Dobbiamo dunque supporre che l’italiano medio consideri gli ebrei come una “nazione” di ricchi avidi e profittatori, pronti a speculare persino sulla Shoah? (Almeno pare essere caduto il pregiudizio secondo cui gli ebrei si aiutano sempre tra di loro, ma in fondo era il più innocuo). Mi è capitato spesso di discutere con i miei allievi (sia nella scuola ebraica sia in quella pubblica) su quanto sia lecito e opportuno fare umorismo sulla Shoah. Abbiamo riflettuto su quello che scrive Charlie Chaplin nella sua autobiografia: “Se avessi saputo com'era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”. Abbiamo analizzato film come “La vita è bella “ o “Train de vie”. Sono venute fuori molte opinioni diverse, ma pareva comunque evidente a tutti che il tema richiedesse cautela, attenzione e sensibilità. Davanti a un esempio così illustre del contrario temo che rimarranno un po’ perplessi.Anna Segre, insegnante, http://www.moked.it/
Continua a suscitare accese polemiche il caso di Claudio Moffa, professore ordinario alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, che ha tenuto una lezione il 25 settembre incentrata sull’analisi delle tesi di chi nega la realtà della Shoah. Moffa, che era già stato richiamato all’ordine nel 2007 per aver esposto tesi negazioniste, ha messo in discussione l’esistenza delle camere a gas e i dati relativi allo sterminio arrivando a confutare anche le testimonianze dal vivo come quella di Shlomo Venezia, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Su questa controversia abbiamo raccolto il parere di Amos Luzzatto, presidente della Comunità ebraica di Venezia.Nell’intervento del professor Moffa, si nega l’esistenza di documenti che attestino la volontà di Hitler di sterminare tutti gli ebrei, al contrario la soluzione finale si riferirebbe a un semplice piano di emigrazione di massa. Come si può controbattere a una affermazione del genere?Quest’affermazione non è di certo una novità nell’ambito negazionista. Hitler dava spesso indicazioni verbali e non scritte. Ho avuto occasione di conoscere Joachim Fest, autore del libro “La disfatta” dedicato agli ultimi giorni di Hitler. Nel suo libro le vicende sono effettivamente romanzate, ma dietro all’aspetto puramente letterario ritroviamo un’accurata documentazione, che ha portato l’autore ad intervistare addirittura la segretaria di Hitler, Traudl Junge, rimasta fino all’ultimo nel bunker di Berlino. Ammettiamo per assurdo che Hitler non abbia mai detto di sterminare gli ebrei e che l’operazione di sterminio sia stata pianificata e attuata da Himmler, Eichmann e dagl’altri sottoposti, ciò non cambia di certo la realtà delle cose. Hitler alla conferenza di Wannsee non c’era, ma ciò non vuol dire che non avesse deliberato in merito alla questione ebraica.I negazionisti sfruttano però questa tesi per avvalorare altre ipotesi che negano l’Olocausto.I documenti ci sono, come c’era una proposta di emigrazione di massa che poi è diventata una emigrazione verso la morte. C’era la proposta di mandare in Madagascar tutti gli ebrei europei come c’era il progetto fino all’inizio della guerra di cacciarli in Europa Orientale. Nel 1942 con Wannsee si è invece deciso ben altro, ci sono i verbali della conferenza dove si esplicita e si promuove la soluzione finale. Se si nega questo allora si può dire qualsiasi cosa.Riguardo ai numeri dello sterminio, Moffa afferma che non esistano prove certe che le vittime ebree nei campi ammontino a 6 milioni e auspica la creazione di una equipe mista di studiosi che riprendano in mano i documenti d’archivio. Ma cosa si trova realmente in questi documenti presi ad esame nell’immediato dopoguerra?Se uno sa fare una sottrazione ha già il dato esatto in mano. Abbiamo i numeri precisi di quanti ebrei vivevano in Europa prima della guerra e di quanti ne sono rimasti dopo la guerra. Se non si parla di 6 milioni esatti, la cifra si avvicina molto. Che vadano a visitare città come Varsavia o Cracovia dove erano presenti comunità ebraiche fiorenti. Dove sono finiti tutti?Riguardo alle camere a gas, Moffa per perorare le sue tesi cita lo storico negazionista Faurisson, secondo il quale lo Zyklon B era impiegato per la disinfestazione degli indumenti dei detenuti. Come viene considerata questa tesi da parte della storiografia scientifica ufficiale?Che si portino i documenti. Non si può decostruire e basta le prove raccolte, bisogna portare dei documenti a sostegno delle proprie tesi. Sul Zyklon B e sul suo utilizzo ci sono i verbali nazisti. I primi tentativi erano stati fatti con i tubi di scarico delle auto e ciò attesta l’intenzione di uccidere con il gas, ma ci si metteva troppo tempo e non si riuscivano a uccidere abbastanza persone contemporaneamente. Hanno quindi trovato un’altra soluzione lo Zyklon B per l’appunto. Sul discorso delle disinfestazioni, non mi pare poi che i nazisti ci tenessero molto a migliorare le condizioni di vita dei deportati. Dormivano schiacciati l’uno sopra all’altro, se si ammalavano venivano lasciati morire e non venivano prese precauzioni contro le epidemie e i contagi. Dovrebbero produrmi dei documenti dove si attesta l’uso dello Zyklon B come disinfettante negli ospedali tedeschi, altrimenti perché utilizzarlo solo per gli abiti dei detenuti?Citando Norman Finkelstein, autore del testo “L’industria dell’Olocausto”, Moffa afferma che l’Olocausto è stato sfruttato a fini politici ed economici, un’arma grazie alla quale il popolo ebraico, a suo dire “una potenza mondiale”, ha acquisito lo status di vittima. Cosa si può dire a riguardo per fugare qualsiasi dubbio?Il libro “L’industria dell’Olocausto” non si occupa di mettere in dubbio la Shoah, non la nega, ma discute le modalità con cui è stata organizzata un’ipotetica campagna politica ed economica nel dopoguerra. Si tende quindi a gettare nello stesso calderone diversi argomenti che vanno invece affrontati separatamente.Si è arrivati a mettere in dubbio anche le testimonianze dirette, come quella di Shlomo Venezia e di molti come lui hanno vissuto la Shoah in prima persona. Nel recente libro di David Bidussa “Dopo l’ultimo testimone” si analizza proprio il problema di come dovrà essere veicolata la memoria dopo la scomparsa delle voci testimoniali.Siamo davanti a una sottile manovra, proprio in attesa dell’ultimo testimone. Poi nessuno più parlerà con cognizione diretta e così si potrà affermare tutto e il contrario di tutto. Si potrà affermare che gli ebrei sono talmente bravi a mentire da riuscire a farsi passare per vittime al fine di ottenere dei benefici.Qual è lo scopo di questa campagna di delegittimazione che si sta prospettando per il futuro?Le campagne si preparano progressivamente, demolendo certi stereotipi e costruendone altri ed è questo che si sta cercando di fare. Nella campagna di salita al potere di Hitler, la Germania del 1918 veniva presentata come un paese martoriato per gli enormi debiti di guerra e per l’amputazione del territorio, estremizzando problematiche di certo esistenti. La stessa cosa si fa ora per quanto concerne il problema israelo-palestinese che però è solo la causa occasionale utile alla proliferazione di un certo tipo di antisemitismo. Due sono gli elementi utili a questa campagna: la negazione dell’Olocausto e l’incriminazione di Israele. Un’incriminazione che non si limita alla critica per la politica sbagliata del suo governo, ma per la politica di tutto Israele, fino all’ultimo contadino e mendicante.Come possiamo affrontare a tuo parere questa situazione?Diffondendo l’idea che Israele è un paese come tutti gli altri. Il suo governo può essere criticato, ma non si possono rovesciare le colpe dei governi sui loro popoli. Questo è antisemitismo e a questo dobbiamo opporci. La colpa però è anche nostra. Abbiamo spesso la tendenza a glorificare anche gli elementi discutibili della politica israeliana. Non possiamo diffondere ad esempio l’idea che Israele sia l’unica democrazia del Medio Oriente senza spiegare il perché. Dobbiamo spiegare che è l’unico paese dell’area dove è presente in parlamento un’opposizione legalizzata, dove due giornali a larghissima tiratura come Haaretz e Yediot Aharonot non perdono occasione per sparare contro il Governo e continuano a farlo indisturbati. Questi sono elementi fattuali di democrazia che non sono presenti in Egitto, in Giordania e in Siria. Inoltre dobbiamo continuare a parlare di Israele in termini culturali, sociali, promozionali e non in termini prettamente politici. Parliamo di come funzionano le università, di come si fa ricerca a livelli altissimi e non solo di come viene portato avanti il conflitto.Michael Calimani, http://www.moked.it/
Molte centinaia di persone hanno affollato piazza di Pietra a Roma dove campeggiava una schermo gigante che rimandava le immagini di quello che avveniva all'interno della sala del Tempio di Adriano. Difficile mettere insieme la lunga lista dei nomi degli intellettuali, dei politici, dei vip, del mondo della carta stampata, della letteratura e della scienza intervenuti a questa lunga maratona che dalle sei del pomeriggio alle dieci di sera si sono succeduti sul palco e che ha portato a Roma personaggi di fama internazionale fra cui l'ex primo ministro spagnolo Josè Maria Aznar. Un'ottantina i relatori (Paolo Mieli, Mara Carfagna, Francesco Rutelli, Giorgio Albertazzi Vittorio Sgarbi, Furio Colombo, Gianni Alemanno, Riccardo Pacifici, Alain Elkan, Luca Barbareschi, Ernesto Galli Della Loggia, Magdi Cristiano Allam per citarne solo alcuni) e fra i tanti presenti una folta rappresentanza di Consiglieri Ucei fra cui Claudia De Benedetti, Victor Magiar, Sandro Di Castro e Valerio Di Porto. Meno di cinque minuti a testa per riaffermare la realtà dello Stato di Israele, unica democrazia del Medioriente che a giudizio di molto intervenuti sempre più viene mostrato, invece, da un'informazione distorta, come uno Stato di apartheid. “Israele è il paese contro il quale sono rivolte l'80 per cento delle inchieste all'Onu” ha rilevato l'onorevole Fiamma Nirenstein organizzatrice dell'evento in un commosso intervento lungamente applaudito dal pubblico. “Di Israele vengono boicottati gli intellettuali, gli accademici, i film, le imprese, gli sportivi, gli scienziati che salvano ogni giorno l'umanità con le loro invenzioni, i tecnici che ci danno le migliori innovazioni informatiche”, ma è anche il paese dove “le donne arabe partoriscono accanto a quelle ebree”. I brevi interventi dei relatori, poche parole spesso intense come quelle dello scrittore Alain Elkan che si è soffermato sul significato dell'essere ebreo e dell'essere israeliano mettendo in guardia dal rischio di porre l'accento sulla differenza, sono state intervallate dai videomessaggi del presidente israeliano Shimon Peres e del premier Benjamin Netanyahu, che ha sottolineato quanto "l'impegno di persone come José María Aznar, Fiamma Nirenstein e gli altri amici di Israele in tutta Europa” sia importante per lo Stato ebraico perché “ci ricorda che non siamo soli, che abbiamo amici nel mondo che sono dalla nostra parte e da quella della verità. Ma gli amici di Israele sanno che mobilitandosi per lo Stato d'Israele stanno impegnandosi anche per loro stessi", perché con Israele condividono i valori più basilari di una società. Sul maxischermo anche un video messaggio dello scrittore Roberto Saviano che dice "spesso in Italia e in Europa alla critica, legittima verso qualunque stato, su Israele, c'è qualcosa che viene aggiunto, come una critica dopata, cioè la delegittimazione totale: Israele non deve esistere. Se hai a cuore la pace, se hai a cuore due popoli, due democrazie, non puoi prescindere dal conoscere e capire la democrazia israeliana" . Sulla stessa linea Piero Fassino che ammonisce dal “trasformare la critica legittima allo Stato di Israele in delegittimazione”. Fra gli interventi, quello del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, che riallacciandosi a quanto affermanto da Francesco Rutelli poco prima, ha ricordato lo stato di isolamento in cui si trovava la Comunità ebraica di Roma nel 1982 quando, in un attentato terroristico realizzato da un commando palestinese, perse la vita il piccolo Stefano Gay Tachè, e quello del dissidente siriano Farid Gadhri ma anche quello dell'attore e regista Giorgio Albertazzi che ha letto il passo di un brano di Herbert Pagani.Poco dopo sul palco il ministro degli Esteri Franco Frattini che ha ricordato le varie volte in cui l'Italia si è schierata dalla parte dello Stato ebraico, ma anche che c'è “un antisemitismo serpeggiante” che occorre ancora arginare ed è quindi necessario continuare a chiedere “agli amici di Israele di fare tutto quello che è necessario” per arrivare alla pace “ma anche ai Paesi arabi di dimostrare che non danno ospitalità a coloro che vanno in giro per il mondo a sostenere che gli israeliani debbano essere uccisi”. Mentre il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha ricordato il soldato Gilad Shalit cui la città di Roma ha attribuito la cittadinanza onoraria e sottolineato che “ogni volta in cui lo Stato di Israele viene minacciato siamo minacciati anche noi “difendere la dignità di Israele - ha sottolineato Alemanno - è un modo per difendere la dignità di tutti noi”.Molti i messaggi scritti fatti pervenire agli organizzatori e di cui è stata data lettura in sala, fra questi quello del premier Silvio Berlusconi, che ponendosi sulla stessa prospettiva di Aznar ha parlato di “radici comuni” sottolinendo come tutelare Israele significhi "difendere i nostri stessi valori", quello del presidente del Senato Renato Schifani che ha definito la maratona oratoria “una preziosa occasione per descrivere la verità su Israele” e “per portare alla luce aspetti meno noti della vita di un Paese la cui immagine viene spesso ingiustamente limitata alle drammatiche questioni del conflitto mediorientale" e quello del presidente della Camera Fini che richiamandosi alle parole pronunciate dal Nobel Elie Wiesel nel Giorno della Memoria “La pace fra Israele e Palestina è ancora un sogno, ma prima o poi arriverà” ha sottolineato come la Comunità internazionale deve aiutare “nel superamento delle numerose difficoltà che insidiano la via verso una pace stabile e duratura”.Lucilla Efrati http://www.moked.it/.
In un incontro con una delegazione del Comitato Olimpico Internazionale (Cio) guidata dal presidente, Jacques Rogge, e dal vicepresidente (e ministro degli Esteri dell'organizzazione), Mario Pescante, il presidente israeliano, Shimon Peres, ha assicurato il suo "impegno personale" per una maggiore libertà di movimento degli atleti palestinesi impegnati in gare internazionali. Reduci da una visita in Cisgiordania, i dirigenti dello sport olimpico mondiale hanno fatto tappa in Israele nel quadro di una missione in Medio Oriente dedicata innanzi tutto al consolidamento del movimento sportivo nella regione e alla sua promozione quale fattore di dialogo.http://www.moked.it/
Aveva l'obiettivo di rilanciare il dibattito su Israele all'interno della Comunità ebraica: il dibattito c'è stato, acceso e veemente. Vigorose proteste hanno movimentato l'esordio di JCall davanti al pubblico parigino. Il primo meeting del movimento d'opinione degli ebrei liberal, tenutosi ieri sera nella sala conferenze del municipio del nono arrondissement, ha visto gli interventi dei suoi ospiti ripetutamente interrotti da “provocatori da bar”, come li ha polemicamente definiti Abraham Yehoshua: una ventina di giovani appartenenti alla Comunità ebraica di Parigi, in dissenso con i principi ispiratori dell'“appello alla ragione”, ha insistentemente impedito agli intellettuali sottoscrittori dell'appello di pronunciare i loro discorsi, fino a quando il segretario generale di JCall David Chemla si è visto costretto a invocare l'intervento delle forze dell'ordine. La gendarmerie ha scortato fuori il gruppo di disturbatori, che nella disapprovazione generale del pubblico che gridava “dehors! dehors!” (fuori!, fuori!), ha abbandonato la sala lanciando volantini della Ligue de defense juive e intonando Am Israel Chai, il popolo d'Israele è vivo.L'opinione dei detrattori del movimento ebraico pacifista, e l'accusa che aggressivamente gli hanno lanciato, è che esso collabori con le forze antisemite alla delegittimazione dello Stato d'Israele.La tesi sostenuta dagli ospiti della serata, intellettuali firmatari dell'appello quali Alain Finkielkraut, filsofo ebreo francese, Henri Weber, deputato socialista, Daniel Cohn-Bendit, leader del partito Europe ecologie, e Abraham Yehoshua, è che non solo non è vero che il lavoro di JCall danneggia Israele, né che è dettato da un sentimento antisionista, ma che è proprio il “profondo amore per Israele a imporre l'obbligo morale di interessarsi alle sorti del paese, e quindi di condannare le politiche coloniali scriteriate perpetrate dal suo governo”, nelle parole di Yehoshua. Il romanziere ha spiegato le ragioni del suo appoggio a JCall: “Sono qui per rafforzare la legittimità di questa iniziativa, perché è giusto che il legame tra Israele e gli ebrei della diaspora si esprima anche attraverso un'influenza democratica di questi sulle sorti del paese”.All'inizio della serata Claude Askolovic, giornalista francese, moderatore della conferenza, ribadisce la natura sionista di JCall. “Testimoniamo un altro punto di vista ebraico - ha proseguito il giornalista - e questo è proprio nello spirito del popolo del Talmud, del dibattito intellettuale”. Il parlamentare francese Henri Weber ha ricordato come “la maggioranza dei membri del direttivo di JCall - me compreso - ha un passato nel movimento giovanile dell'Hashomer Hatzair, che si ispira al sionismo scoutista e socialista, dei pionieri e dei kibbutznik”.Nel tentativo di definizione della linea politica di JCall, quasi tutti hanno esplicitamente fatto riferimento al sionismo. “Il messaggio del sionismo parla di uno Stato ebraico e democratico”, ha spiegato il rappresentante dei giovani di JCall, Gerard Angè. L'unico modo perché Israele non sia costretto a rinunciare ad una di queste due anime, ebraica o democratica, è la realizzazione del principio 'due popoli, due stati'. Questo il nucleo dell'Appello alla ragione. Qualunque altra soluzione - sostengono gli estensori dell'appello - condurrebbe necessariamente o alla palestinizzazione dello Stato d'Israele, a causa di una schiacciante disparità demografica, oppure a un regime di apartheid. “La ragion d'essere di Israele è di dire no al ghetto”. Nel corso della serata il termine “apartheid” è ricorso numerose volte, negli interventi di tutti, per delineare lo scenario futuro che JCall teme. La paura di una deriva destrorsa e razzista della Stato e della società israeliana è uno dei moventi principali della nascita e dell'attività di questo movimento d'opinione.Alain Finkielkraut ha fatto appello a un “sionismo ragionevole, che comprenda che la sicurezza di Israele va di pari passo con la costruzione dello Stato palestinese, e che bisogna superare lo status quo, insopportabile per entrambe le popolazioni”. Il filosofo si è detto convinto che “l'antisemitismo islamista non sopravviverebbe al conflitto israelo-palestinese”.La voce fuori dal coro è stata quella di Daniel Cohn-Bendit, l'europarlamentare ecologista protagonista del maggio francese del 1968: “Io non sono mai stato sionista - ha dichiarato - la mia identità è quella di un ebreo della diaspora”. “Ho firmato l'appello alla ragione - ha proseguito il leader dei verdi - perché credo che la ragione sia l'unica speranza di porre fine al dolore di due popoli”. L'europarlamentare è stato protagonista di uno scambio di opinione con Abraham Yehoshua. “Visionario!”, ha detto il primo al secondo, il quale esprimeva fiducia nelle trattative in corso tra Bini Netanyahu e Mahmoud Abbas. “È troppo facile il tuo pessimismo!”, ha risposto lo scrittore al deputato. Cohn-Bendit ha spiegato come “l'oltranzismo di alcuni coloni rappresenta un ostacolo difficilmente sormontabile”. La posizione di Yehoshua è che a costoro vadano proposte due alternative: “O abbandonare le colonie, oppure rimanere come minoranza ebraica in uno Stato palestinese - con tutti i diritti che tale stato sarebbe tenuto a riconoscere, come Israele li riconosce ai suoi cittadini palestinesi”.“La pace: io ci credo e la spero”, lo stato d'animo delle persone in sala, e della gente di J Call, viene riassunto da Henri Weber in una citazione del politico ebreo Léon Blum, uno dei padri del socialismo francese: “Lo credo perché lo spero”.Manuel Disegni, http://www.moked.it/





















