sabato 9 ottobre 2010



Il Giordano

A forza di delegittimare Israele il futuro dell'Occidente sarà in pericolo

Tre giorni prima delle elezioni generali spagnole del 2004, un impressionante attentato dinamitardo avvenuto nei treni di Madrid uccise 191 persone. Quando il premier José María Aznar e il suo esecutivo in un primo momento puntarono il dito contro i terroristi baschi, l’opinione pubblica pensò che il governo stava cercando di coprire il fatto che i militanti islamisti erano riusciti a perpetrare una metodica vendetta contro la decisione della Spagna di inviare truppe in Iraq e in Afghanistan come sostegno agli Stati Uniti. Gli spagnoli decisero quindi di votare contro il partito di Aznar con la speranza di placare il terrorismo islamico.Vista la sua esperienza personale sul modo in cui il terrorismo riesce a influenzare la realtà politica, Aznar più di ogni altro leader europeo è capace di essere in grande sintonia con Israele. Ciò spiega solo in parte perché oggi l’ex premier spagnolo ha utilizzato il suo nome e la sua reputazione internazionale per dar vita all’iniziativa “Friends of Israel”, un progetto che include come membri fondatori altri leader mondiali come Alejandro Toledo, l’ex presidente peruviano, e il drammaturgo ed ex presidente ceco Vaclav Havel. “Sono convinto – mi ha detto in un’intervista telefonica – che la migliore strategia per difendere l’Occidente sia quella di difendere Israele”.
Lo Stato ebraico, ha tenuto a precisare Aznar, non è un Paese del Medio Oriente è un Paese occidentale che si trova in Medio Oriente e, quindi, rappresenta la prima linea di difesa dell’Occidente nella lotta contro gli islamici radicali che vogliono distruggere la libertà occidentale e terrorizzare chiunque si trovi sulla loro strada. “Il danno fatto a Israele è il danno fatto all’Occidente”, ha aggiunto l’ex premier spagnolo sottolineando che “delegittimare lo Stato ebreo significa delegittimare l’Occidente”. Se per i votanti spagnoli il sentimento pro-americano di Aznar era evidente, il suo sostegno per Israele era più attenuato. “Durante il mio governo non ci sono state molte opportunità di esprimere questa opinione. Ma oggi sono coinvolto in una vera e propria battaglia di ideali”, ha proseguito. In Spagna, infatti, sprimere il sostegno inequivocabile nei confronti dello Stato di Israele non è una delle mosse politiche più accorte visto che si tratta di un Paese che storicamente non è mai stato particolarmente ospitale con gli ebrei, dall’Inquisizione spagnola ad oggi (e tra l’altro, ha pure ospitato manifestazioni pubbliche di massa in sostegno di Hamas e Hezbollah).Aznar ha ammesso che “la maggior parte degli spagnoli sono estremamente critici nei confronti di Israele”. In Spagna, ha spiegato, i musulmani radicali “influenzano l’opinione pubblica su Israele. E l’Europa è il regno del relativismo. Il nostro compito è quello di far cambiare idea sia al popolo d’Europa che ad alcuni dei suoi leader europei – ma in realtà sono fatti che accadono anche negli Stati Uniti. Siamo coscienti che c’è ancora molto cammino da fare. Siamo ancora all’inizio, ma è una convinzione che condividiamo con molta gente in tutto il mondo”.Negli ultimi mesi, l’impegno di Aznar lo ha portato in Israele, attraverso l’Europa e anche negli Stati Uniti, dove insegna alla Georgetown University. In questa agenda così piena, l’ex premier spagnolo cerca sostenitori che appoggino la sua campagna internazionale mirata a combattere l’effetto globale della delegittimazione dello Stato d’Israele.L’organizzazione si fonda sul sostegno e sulle richieste di adesione, di individui non ebrei. I suoi membri, ha proseguito Aznar, sono tutte quelle persone preoccupate sia per la sopravvivenza di Israele che di quello Stato biblico su cui è nata la civiltà occidentale. “Bisogna comprendere la storia degli ebrei e i valori giudeo-cristiani per capire la storia del mondo occidentale, dell’Europa e delle nostre radici”, ha affermato il fondatore di “Friends of Israel”.Se molte elite europee (e americane) credessero che il mondo è andato oltre il nazionalismo e l’utopia post-moderna e multiculturale secondo cui il nazionalismo ebreo è un pericoloso anacronismo, allora Aznar avrebbe poco da fare. Ma non è così e per l’ex premier, tutto il male che accadrà a Israele, capiterà anche a tutti noi. Il fallimento nella difesa di Israele non farà altro che rendere più vulnerabili le democrazie occidentali.Nel suo impegno per delegittimare lo Stato ebreo, la sinistra nel mondo ha influenzato il dibattito su Israele, lasciando ai liberal americani un centro che ha una visione distorta nei confronti dei criminali nemici di Israele. Oggi la maggior parte del Partito Democratico crede che il fallimento di Oslo è responsabilità esclusiva della destra israeliana e non ha niente a che fare con il terrorismo arabo; di fatto, è questo lo spettro politico che l’estrema sinistra occidentale e i suoi compagni d’armi arabi hanno elaborato – allo stesso modo in cui i gruppi estremisti regolarmente riescono a deviare il dibattito politico regionale in Medio Oriente verso le loro idee pazzesche.Nell’ultimo decennio, in pochi hanno avuto un ruolo più pubblico nell’influenzare la gente per bene contro Israele come lo ha fatto George Soros. Forse è per questo che non dovrebbe sorprendere la notizia della settimana scorsa secondo cui Soros è uno dei principali sponsor finanziari del J-Street (movimento di pressione non profit che promuove tra i leader americani la fine del conflitto israelo-palestinese in modo pacifico, ndt). Non deve stupire neanche se è da due anni che Soros e Jeremy Ben-Ami negano, fin dalla fondazione del gruppo di due anni fa, che il miliardario abbia mai sostenuto il loro scopo in qualunque modo. Soros, un ebreo di origini ungheresi, è considerato da molti esponenti della comunità ebrea di essere tossico, non tanto per aver sostenuto che l’antisemitismo è l’effetto delle politiche di Israele, ma perché non ha mai denunciato lo stato mentale malato degli anti-semiti. Per di più, in passato Soros ha finanziato alcune organizzazioni ebree e altre hanno dichiarato che sarebbero state felici di ricevere il suo sostegno. I leader del J-Street avrebbero potuto spiegare la loro decisione di accettare soldi da Soros – o comunque sia avrebbero potuto semplicemente affermare di non voler rivelare le identità dei loro benefattori. Invece, Ben-Ami e la sua organizzazione ha mentito. La ragione del perché J-Street abbia deciso di agire nell’ombra è, a questo punto, forse meno importante del fatto che lo faccia.E’ difficile capire quanta credibilità sia rimasta a J-Street alla luce delle prove evidenti che l’organizzazione ha intenzionalmente voluto manipolare e ingannare la gente, la stampa, e i suoi propri membri nel portare avanti un’agenda che era abbastanza diversa da quella che veniva promossa pubblicamente. Il fatto che J-Street ha reso uno dei suoi 5 dirigenti e direttori Mort Halperin, il guru degli affari esteri di Soros – un inflessibile oppositore di Israele e vicepresidente della Open Society Institute – suggerisce che l’organizzazione non stava solo accettando soldi dal miliardario ma ne stava anche seguendo la linea politica. Per questi auto-proclamati amici di Israele, però, si trattava di tutto tranne che di una questione riguardante Israele. Per loro, lo Stato ebraico è un’immagine speculare di quegli aspetti della cultura americana che li fanno stare male: nazionalismo, eccezionalismo e una potente politica estera. A loro fa ancora più paura il fatto che i sostenitori più elementari sono i cristiani evangelici e quegli ebrei americani che credono fortemente sia nel nazionalismo americano che in quello ebreo, ma anche coloro che sono fortemente attaccati alla pratica religiosa. Anche se limitatamente, alcuni coscienti liberal forse conoscono i particolari del conflitto in Medio Oriente e sanno da che parte stanno i loro nemici interni.Anche quelli che stanno dall’altra parte lo sanno bene: la bandiera che Sarah Palin teneva ben in vista nel suo ufficio quando era Governatore non era intesa per assicurare all’Alaska il voto ebreo ma bensì per diffondere le sue idee nelle guerre culturali americane. Sostenere Israele può significare molte cose, alcune delle quali sono legate e a altre sono contraddittorie: dire no ai terroristi e ai prepotenti, credere nei valori occidentali, accettare la verità della promessa di Dio nella Bibbia, sentire affinità nei confronti degli ebrei, o semplicemente dimostrare lealtà nei confronti degli alleati. Israele è un grande contenitore di significati con molto potere tra tutti i tipi di gente, persino nei collegi elettorali dove ci sono pochissimi ebrei e dove israele è solo una piccola macchia astratta in una cartina.Ma come ha ben compreso l’ex primo ministro spagnolo, non si tratta solo di una guerra di simboli. E’ una guerra reale in cui è in ballo il destino di famiglie e di intere popolazioni, non solo in Israele ma anche in Europa. E’ proprio per questo che Aznar ha scelto di prendere posizione. Jeremy Ben-Ami ha il sospetto che il conflitto sia maggiore di quanto già siano i dibattiti politici a Washington e a Gerusalemme e che si tratti di una guerra vera che, nella prossima generazione, influirà nelle politiche dell’Occidente. Ed è per questa ragione che ha mentito.Tratto da Tablet© di Lee Smith 7 Ottobre 2010


"Nella guerra a Gerusalemme nessuno sarà risparmiato"

Israele si trova indubbiamente a rischio di estinzione, se non di un secondo Olocausto. In effetti molti sono gli europei che portano avanti la guerra di Hitler contro gli ebrei, sostenendo cinquantasette stati islamici a regime di apartheid a fronte di un unico stato ebraico democratico. I media di tutto il mondo si sono totalmente “palestinizzati” e stalinizzati. I palestinesi, compresi quelli mossi dall’odio, i terroristi e i dispensatori di torture, non sono altro che vittime nobili e innocenti. Israele è letteralmente divenuto il “Goldstein” di Orwell, che le masse indottrinate di 1984 avevano imparato a ritenere colpevole di qualsiasi misfatto immaginabile. L’aggressione ideologica contro Israele è cresciuta a dismisura. Di giorno in giorno, di ora in ora, in lingue diverse i media non fanno altro che annunciare enormi falsità. Israele è lo stato “nazista e fautore dell’apartheid”, l’aggressore “coloniale”. Bella trovata. Il sanguinario imperialismo musulmano e l’apartheid sessuale e religioso dell’islam vengono negati e proiettati su Israele. Israele è essenzialmente e sostanzialmente “malvagio”. Nel 2005 Ahmadinejad affermò che Israele avrebbe dovuto essere “eliminato dalle carte geografiche”. Nel 2006 disse che il medio oriente sarebbe stato di gran lunga migliore “senza l’esistenza del regime sionista” e che Israele sarebbe stato “ben presto annientato”. Il presidente Ahmadinejad rinnega l’Olocausto ma in realtà è convinto che Hitler non si sia spinto sufficientemente in là. Difatti ha ripreso dove Hitler si è fermato, tanto che le sue intenzioni sono chiaramente e manifestamente genocide. Nessuno cerca di contrastarlo. Noi – i civili del mondo intero – siamo ormai tutti israeliani. Quel mondo che rifiutò di fermare i dirottamenti aerei e gli attacchi suicidi che causarono la morte di innumerevoli civili israeliani è finito nello stesso vortice. Come si suol dire: si parte dagli ebrei ma non ci si limita mai a loro. L’ex primo ministro britannico Tony Blair ha di recente dichiarato che “delegittimare Israele è un affronto non solo nei confronti degli israeliani ma anche di coloro che, in tutto il mondo, condividono i valori di uno spirito libero e indipendente”. Eppure, nonostante l’appassionato discorso tenuto in Israele, Blair è sembrato volere suggerire che l’atteggiamento migliore degli israeliani per combattere gli “sforzi di delegittimazione” sarebbe stato stato quello di “mostrarsi sempre fedeli e persistenti nel prodigarsi e nell’agire per la pace”. In altre parole Israele, solo tra le altre nazioni, deve guadagnarsi il diritto di esistere “facendo il bravo”. Se tale requisito avesse dovuto applicarsi a paesi come Iran, Sudan, Pakistan o Arabia Saudita, questi paesi avrebbero cessato di esistere tempo fa. Caro Blair, Israele è sempre stato a favore della “pace”. L’intransigenza e la soluzione giacciono altrove: tra i palestinesi, nel mondo arabo, nel mondo musulmano e nella cosiddetta “comunità internazionale” che all’unisono hanno indurito il cuore nei confronti di Israele. Nel 1975 l’Onu ha dichiarato che “il sionismo è una forma di razzismo” e da allora sono state approvate 322 risoluzioni accusatorie verso Israele e nemmeno una contro un qualunque paese arabo. Gli europei e gli americani hanno organizzato infinite petizioni per boicottare Israele. Cinquanta artisti israeliani e 150 americani hanno da poco avviato un boicottaggio artistico contro la città israeliana di Ariel. Nel frattempo continuano, insieme con altri, a esibirsi al Cairo, Ramallah, Riyadh e negli Emirati Arabi Uniti. Spiriti liberi del mondo del teatro si sono alleati con la più retrograda e repressiva delle ideologie, muovendo accuse contro Israele, l’unico paese che non contempli l’uccisione delle donne né la reclusione e la tortura di dissidenti, artisti e omosessuali. Gli Stati Uniti di Obama, di pari passo con l’intellighenzia occidentale, incolpano ingiustamente Israele per il fallimento del processo di pace; sono convinti che sarebbe “razzista” o “islamofobo” aspettarsi che siano i palestinesi ad accettare per primi l’esistenza di Israele in qualità di stato ebraico come condizione necessaria per veri e propri negoziati di pace. Le organizzazioni per i diritti umani e le riviste mediche incolpano unicamente Israele, anche se nel 2009 il fondatore di Human Rights Watch è giunto a criticare la propria organizzazione per avere agito in tal modo. I nostri teatranti boicottatori desiderano essere considerati “antirazzisti”; eppure – cosa tragica – mantenendo i paesi arabi e musulmani a livelli assai inferiori e condannando i loro abitanti alla continua barbarie islamista, non possono certo superare la prova etica del non-razzismo. Perdipiù, il loro antisionismo è una forma inconscia di antisemitismo/razzismo, che continua a essere un piacere politically correct. Enormi falsità e mostruose ostilità si sono diffuse in tutto il mondo. Dobbiamo opporci, lottare per i valori dell’illuminismo, perché la verità abbia la meglio sulla menzogna. Altrimenti ci ritroveremo catapultati nel VII secolo arabo, le donne sopravvissute porteranno il burqa e saremo governati da barbari teocrati. Le luci si spegneranno, e non solo sull’Europa; questa volta le luci caleranno sul mondo intero. di Phyllis Chesler* Il Foglio 8 Ottobre 2010*Phyllis Chesler è psicologa della New York University, celebre femminista americana e autrice dei libri “Le donne e la pazzia” (1972), “Donna contro donna” (2002) e “The New Anti-Semitism” (2003)



Tel Aviv

"Per Israele", senza dimenticare la Palestina e i palestinesi

La piazza blu che si riempie, i giovani che stringono gli striscioni, i padri che sventolano con decisione la bandiera con la Stella di Davide, gli anziani che guardano con ironico distacco la passerella di vip e personalità pubbliche invitate alla manifestazione. "Per la libertà, Per Israele", ieri sera, ha riempito il Tempio di Adriano a Roma.Dentro, un parterre di tutto rispetto: protagonisti della politica e della cultura italiana, destra e sinistra, democratici e conservatori, Rutelli e Martino, a interpretare ognuno a suo modo le ragioni dello stato ebraico, per una volta, è il caso di dirlo, uniti da una causa comune. L'eleganza e i bei modi di chi riesce a entrare, il nervosismo e qualche sbrocco di chi viene fermato fuori. Un'atmosfera di festa, la sensazione di forza, una forza controllata, misurata e cosciente, quella di un popolo e di uno stato che combattono una guerra, la combattono da sempre, per difendere la propria esistenza.Ma se vogliamo rispettare fino in fondo il nostro alleato lasciato troppe volte solo laggiù in Medio Oriente, e vogliamo farlo in ossequio a quel desiderio di verità che ha ispirato l'incontro di ieri, non dobbiamo rinunciare a uno sguardo critico - perché le guerre si vincono con la determinazione e la forza ma la pace si costruisce dubitando delle certezze e accettando anche le ragioni dell'avversario (o del nemico sconfitto).E di criticità, nonostante i validi e numerosi e benvenuti pronunciamenti di ieri, ce ne sono tante. Roma è una grande madre che accoglie e respinge, la città che ha offerto agli ebrei e agli amici di Israele un palco dove testimoniare vecchie e nuove persecuzioni, ma anche la matrigna spietata che nei giorni scorsi ha rimesso per strada Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine. La destra italiana ieri ha serrato i ranghi a fianco dell'alleato israeliano ma al suo interno è ancora percorsa e inquinata da chi usa le parole come olio di ricino: il "Ciarra", tanto per capirci. La sinistra ha mostrato il suo volto più presentabile, quello del senatore Fassino, ma resta infetta dall'antisemitismo, da un malcelato palestinismo, dissimulato dietro la formuletta "io non ce l'ho con gli ebrei ma con i sionisti". Come dire, andiamoci piano a dire che in Italia "siamo tutti israeliani" perché non è così.Ora che la festa è finita, stasera che torneremo a casa soddisfatti e contenti per com'è andata, chiediamoci anche quanto sarà utile, agli ebrei, a Israele, all'Occidente, invocare dalla sua parte tutta la "verità", una parola grossa, un assoluto senza compromessi, l'idea che gli altri debbano adeguarsi a noi - che gli stia bene o no. Con la verità si vincono le guerre, se scegli di combattere dalla parte giusta. Ma essa può diventare un ostacolo o anche una trappola quando ti siedi al tavolo per decidere insieme agli avversari quale sarà il futuro, il mondo diverso e speriamo migliore di quello in cui viviamo adesso.di Roberto Santoro 8 Ottobre 2010, http://www.loccidentale.it/


kibbutz Nir David: gli inizi

"Difendere Israele è difendere la nostra cultura"

Lo stato ebraico di Israele è una democrazia viva. Si basa su una società che dall’interno sostiene e incoraggia le proprie forze creative affinché sviluppino le loro potenzialità. Israele è piena di energia intellettuale. Israele scoppia di visioni artistiche. Il successo di Israele si basa su prestazioni intellettuali, scientifiche e innovative, oltremodo alte. La società israeliana lotta con se stessa. Se all’osservatore appare come uno stato teso fin quasi al punto di rottura, questo va ricondotto anche al fatto che continua a cercare nuove vie di partecipazione sociale equa anche per i suoi cittadini e le sue cittadine di origine araba. Quello che Israele costruisce sono forme di convivenza multiculturali.Per fare questo il paese attinge a tradizioni che non potrebbero essere più diverse: dalla diaspora sparsa in tutto il mondo, da una profonda religiosità, da un duro secolarismo, da una convinta visione liberale. Israele, rinato dopo sessant’anni, frutto del desiderio di uno stato nazionale, ha iniziato a dare una nuova impronta alla nostra epoca. Shmuel Eizenstadt, il filosofo-sociologo recentemente scomparso, ha descritto questa cesura temporale come la ricerca di “modernities” equiparate, che vanno oltre la “modernity” eurocentrica e puntano verso un sapere globale di comunanza della vita. E da qui scaturisce la consapevolezza della responsabilità verso il mondo. L’agire solidale diventa un impegno umano.Proteggere Israele è un impegno umano. Il diritto di esistere di Israele viene negato in modo fondamentale, basta dare uno sguardo allo statuto di Hamas. Il ricorso strumentale, gelido alla violenza, che sia sotto forma di attacchi kamikaze che causano la morte di innocenti, oppure facendo uso di missili Kassam che seminano il terrore, ha un obiettivo politico preciso: affondare ogni, per quanto tenue, speranza di pace. I veri nemici dell’estremismo violento sono la libertà, la pace e la democrazia. Il Mediterraneo è stato la culla della civiltà europea. Il futuro del Mediterraneo sta nel ricordarsi di questo grande passato. E ancora: l’opportunità del Mediterraneo risiede nella costruzione di un nuovo presente. Ma a tutt’oggi questa chance non può essere messe in pratica. Paura e violenza sembrano soffocarla.Solo che il tempo stringe. La leva di Archimede per un nuovo ordine pacifico nel medio oriente è uno stato ebraico d’Israele prospero e stabile. Rafforzare Israele nella sua veste di àncora della democrazia in una regione difficile, è il compito di tutte le democrazie. Noi europei ci impegniamo a favore di Israele, perché Israele si impegna a nostro favore. E ancora, noi europei sappiamo qual è la ragione che spinge a discreditare Israele: perché agli occhi degli antisemiti lo stato d’Israele è l’emblema collettivo dell’ebreo, dunque da odiare. Solo che in un nuovo ordine globale della pace, non vi sarà più posto per l’odio contro gli ebrei.C’è una lezione che gli europei non hanno più dimenticata. E cioè che l’antisemitismo si intrufola come il ladro nella notte. Si insinua passo passo, fra le maglie della società e incomincia a intaccarne i valori. Alla fine arriva a distruggere la convivenza umana e la democrazia. Noi proteggiamo la vita ebraica e Israele, non da ultimo perché vogliamo proteggere noi stessi contro i nemici della libertà. Noi proteggiamo la vita ebraica e Israele perché la democrazia è caduca e perché sappiamo che è preziosa, che è l’unica chance che ha l’umanità di sopravvivere.di Gert Weisskirchen* Il Foglio 8 Ottobre 2010* Parlamentare tedesco dell’Spd e membro del direttivo dell’Inter - parliamentary coalition for combating antisemitism


Fini: Avamposto dei valori occidentali in Medio Oriente
"Per questo è necessaria solidarietà comunità internazionale"
"Israele è l'avamposto della democrazia, dei valori dell'Occidente in Medio Oriente". Questo uno dei passaggi del messaggio che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha inviato agli organizzatori della maratona oratoria bipartisan, in corso al Tempio di Adriano a Roma, 'Per la verità, per Israele'. "Questo - scrive Fini - rende tanto più essenziale l'impegno della comunità internazionale nell'assicurare la solidarietà allo Stato di Israele, nel garantire il suo diritto di esistere entro confini sicuri e nel contribuire a creare quelle condizioni che rendano tale diritto compatibile con il riconoscimento di uno stato per i palestinesi".APCOM 8.10.2010


Haganah topography class. Tel Aviv, Israel. 1948

"Nel carnasciale contemporaneo, Israele non ha diritto a esistere"

Voglio essere esemplare, completa e non ipocritamente dotta, né corretta; oggi che l’oscura contabilità del tempo mi dà voce. Tempo ove si malvive, già malvissuti ovvero sopravvissuti a un olocausto minimo, vittime corresponsabili di fascinazioni e di mode temporanee dello spirito, sovente affranto, di regole idealmente libertarie, concretamente liberticide; regole tenebrosamente demagogiche, astute trappole d’ingegni depravati che predicano l’homo homini lupus cosmetizzato da libertà, per lo spirito innanzi tutto, per la materia poi. Da qualche tempo tutti sembrano avere diritto a tutto, tutte le scuse del mondo rimpallate l’un l’altro, in ossequio a quell’oscura microfisica del potere che cominciò a germinare quando ero ancora una bambina, e che pertanto non avrei potuto apprezzare.L’abuso del falso rispetto per gli usi e i costumi altrui è diventato una pratica imbarazzante ancorché vomitevole, con mille scuse ai popoli, ma sarebbe meglio dire alle etnie, che conservano barbare tradizioni localistiche, soggette a esportazione, talora capaci di suggestionare gli ignoranti, ma commendevoli in quanto i popoli avrebbero da essere infine tutti fratelli, che uniti da uno stolido quanto impraticabile sinergismo religioso, che sia Manitù – da non confondersi con Manitoba luogo di produzione dell’omonima farina – o Geova non cale, dovrebbe essere sempre la stessa solfa.Allora, in un’epoca inaugurata dal Santo Padre Wojtyla, che ha peregrinato chiedendo scusa a dritta e manca, con commendevole umiltà, esercitando con grande passione l’autorità che aveva per farlo, si è aperto il varco rovinoso a quel relativismo che il professor Ratzinger – chiamato controvoglia a un incarico poco adatto, in tempi dove tutto è spettacolo, a un intellettuale puro – sta strenuamente combattendo. In tutto questo carnasciale di “scusi tanto”, “ma si figuri”, “ma scusi lei”, se non alla luce fioca del lucignolo della Nemesi si giustifica la proterva ostinazione di molti nel non riconoscere lo stato di Israele e il suo diritto a esistere.Israele non esiste e pertanto non deve difendere il suo territorio, come se mai nessun riconoscimento legale, partorito da un qualche sommo consesso di ottimati planetari, fosse mai stato condiviso, come se nel lento compiersi di un perenne accordo fra popoli che desiderano la pace, interminabilmente si trascendesse, solo per il piacere di farlo, la cruda realtà, con tutti i vantaggi e gli svantaggi delle nozze combinate ma destinate a non consumarsi mai, né a essere annullate.Finché nei sussidiari dei piccoli palestinesi, educati alla scuola dell’odio suicidario, non ci saranno disegnati i confini di quello stato d’Israele che per loro non ha nome né forma, nessuno di noi, mi riferisco a quelli che credono nella bontà delle regole democratiche e o almeno in quello che di tali regole ancora resta nel comune sentire, non ci potrà mai essere amore in quelle contrade. Fui a Gerusalemme, sola con una variegata pattuglia composta da cinque suore, di cui due di un ordine derelitto, monache vecchie con le calze lise sui talloni; due coppie quidam di sposi celebranti le nozze d’argento, col rito del diploma di riconferma del sacramento da riceversi in quel di Cana; e una popolana romana devota a ogni santo di noi italiani e le sue due figlie al seguito, di cui una impiegata delle Poste.Di quel viaggio proletario ho riportato delle immagini indietro, in cui poco a poco sono annegati i dettagli, le suore povere con le scarpe crepate, il previtocciolo messicano con le orecchie a ventola e le braghe della tuta; il carabiniere che festeggiava le nozze d’argento sempre armato di un borsetto a tracolla, per salvare l’immagine fondamentale, che gli israeliani, upper class e buzzurri, anche se in verità di buzzurri in quanto tali non ne intercettai, saranno un giorno quella stessa terra dove tanto faticosamente ed eroicamente sono ritornati a vivere e nessuno potrà cacciarli, né riscattarli.Un riscatto dunque, che non è nemmemo alla portata dei miei conati di avulsa gentile, per le emozioni tradite di fronte alla città vecchia di Gerusalemme, strattonata dalla popolana romana con le due figlie al seguito, che si affannava all’incetta di ogni ammennicolo paleocristiano, tipo le palle con la neve sintetica, perché a nulla ci servirebbe la Memoria se fosse rigorosamente fedele. Quando sono stata a Gerusalemme e ho visto gli ebrei che ci vivono ho sentito quello che si sente quando si incontra qualcuno che si amerà; come il ricordo impreciso, ma via via delineantesi di un’immagine che nel santuario privato, nell’intimo, l’attesa, la vigilante attesa dell’altro ha portato alla perfezione. E ora mi fermo perché questo non è un più un appello, ma un solitario canto d’amore.Il Foglio di Rosa Matteucci 8 Ottobre 2010


soldati isareliani in addestramento

"Le critiche a Israele e i veri nemici"

Scriveva lo storico Pierre Vidal-Naquet che a nessuno verrebbe in mente, pur attaccando "violentemente la politica francese", di "mettere in discussione la Francia come comunità nazionale". Invece, proseguiva, "i nemici di Israele mettono in discussione non la sua politica, ma la sua esistenza".La differenza, fondamentale, è tutta qui. I nemici di Israele lo vogliono distruggere, annientare, fare in modo che non esista più. Anche con la bomba finale, come vorrebbe l'Iran di Ahmadinejad. Ma intanto, nel mondo, attraverso le menzogne, il boicottaggio sistematico e pregiudiziale, la demonizzazione. E persino con l'attacco agli ebrei e ai simboli e ai luoghi cari all’ebraismo. Purtroppo, come raccontano le cronache, anche in Europa. Ecco perché una manifestazione come quella che si terrà oggi a Roma, "Per la verità, per Israele", dovrebbe unire chiunque abbia a cuore non le ragioni, sempre discutibili, di un governo, non le singole scelte, opinabili, di uno Stato, ma quelle dell'esistenza stessa di uno Stato, di cui i nemici proclamano la totale illegittimità.Difendere il diritto ad esistere dello Stato di Israele non significa abbracciare la politica di un governo sempre e comunque. Significa arginare una nuova forma di antisemitismo addobbato di "antisionismo" e che punta alla distruzione di un popolo e di uno Stato. Non è una fantasia paranoica: è il progetto quotidianamente rivendicato da Hamas, da Hezbollah in Libano, dall’Iran degli ayatollah. L'opinione pubblica non è sempre al corrente della portata devastante delle minacce a Israele. Si accusa una fantomatica "lobby ebraica" potentissima e tentacolare di orientare i media e i governi del mondo.Ma la realtà racconta tutta un'altra storia: la dilatazione parossistica dei torti di Israele e la minimizzazione indulgente di quelli dei suoi nemici. Del resto, però, solo difendendo il diritto ad esistere di Israele è possibile manifestare tutti i legittimi dubbi e anche le critiche più feroci alla politica dei governi israeliani. E la maratona di oggi, è bene ricordarlo, non si discosta da una piattaforma che abbia il principio dei "due popoli, due Stati" come suo cardine. Ora che si è aperto un nuovo spiraglio per le trattative di pace con la parte moderata del fronte palestinese, è per esempio doveroso criticare la scelta del governo israeliano di non fermare i nuovi cantieri nei territori occupati dal '67.Un conto è infatti la sacrosanta ricerca di confini stabili e di una sicurezza non precaria. Un altro è l'incomprensione del valore dirompente e provocatorio che la costruzione di nuovi insediamenti ebraici in territorio palestinese comporterebbe. Una scelta che indicherebbe nel governo israeliano il responsabile dello stallo nelle trattative e che indebolirebbe la posizione già vulnerabile della dirigenza palestinese che si riconosce in Abu Mazen e che si dice disposta a superare il catastrofico errore con cui Arafat mise la pietra tombale al negoziato di Camp David nel 2000. Un errore fatale che gli amici di Israele, pronti a battersi per il suo irrinunciabile diritto all'esistenza, non potrebbero perdonare.Il Corriere della Sera di Pierluigi Battista 8 Ottobre 2010


Gaza, smentito raid Israele

Esplode vettura con a bordo due militanti Jihad islamica
(ANSA) - GAZA, 7 OTT - E' stata presumibilmente un'esplosione avvenuta a terra ad aver ferito oggi almeno due esponenti della Jihad Islamica nella Striscia di Gaza. Lo precisano fonti locali sulla base di testimonianze oculari, dopo che gia' un portavoce militare aveva smentito da Tel Aviv qualsiasi incursione o coinvolgimento israeliano nell'episodio. La dinamica dei fatti lascia pensare in realta' allo scoppio d'un ordigno collocato sotto la vettura o di sostanze esplosive trasportate a bordo del veicolo.


"Maratona oratoria in difesa di Israele. Politici e vip sul palco per 5 minuti a testa"

di Emanuela Fontana, Il Giornale, 8 ottobre 2010
Governo e opposizione, artisti che simpatizzano per tutti gli schieramenti politici. Seduti nella stessa sala, l’elegante tempio di Adriano a Roma, Mara Carfagna, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Luca Barbareschi, Gianni Alemanno per citarne alcuni. Un’iniziativa insolitamente trasversale che ha unito sotto il segno di Israele. Per ristabilire «la verità», per proporre «non una piattaforma politica, ma morale», come ha scritto la deputata organizzatrice dell’evento, la giornalista Fiamma Nirenstein (Pdl): contro i «pregiudizi», contro una «rete di falsificazione che ha avvolto lo Stato di Israele fino a rendere letteralmente impossibile l’informazione e il giudizio». Una maratona di «big» della politica, della letteratura e della scienza che ha portato a Roma l’ex primo ministro spagnolo Josè Maria Aznar, ma che ha ricevuto anche i videomessaggi del presidente israeliano e del primo ministro, Perez e Netanyahu. Interventi brevissimi: Mieli, Carfagna, Fassino, si parte così. Cinque minuti a testa. Non grandi discorsi ma poche parole, spesso intense, come quelle di Farid Ghadry, dissidente siriano in esilio.Il carattere europeo e bipartisan è stato il tratto della manifestazione: nel pubblico Vittorio Sgarbi, Barbara Palombelli (Francesco Rutelli è stato uno degli oratori), Giovanna Melandri, e poi molti giornalisti, da Alain Elkann a Furio Colombo. Critiche dalla Cgil: «Chi aderisce a questa iniziativa pensa che Israele sia l’unica vittima?». In realtà l’evento del Tempio di Adriano dimostra come, almeno in politica estera, le linee politiche degli schieramenti siano molto più vicine che nel passato: nel suo intervento Piero Fassino ha criticato «l’attuale politica del governo israeliano», ma ha chiarito che le «critiche legittime» non possono mai scadere nelle «delegittimazioni secondo stereotipi manichei». Da Roma solidarietà e anche un messaggio di pace: di pace ha parlato Fiamma Nirenstein nel suo intervento che ha commosso il pubblico: Israele è il Paese contro il quale sono rivolte «l’80% delle inchieste all’Onu», ma è anche il luogo dove «le donne arabe partoriscono accanto a quelle ebree». La comunità ebraica di Roma, con bandiere e sciarpe biancoblu si è ritrovata a piazza di Pietra, fuori dal Tempio, e ha assistito alla maratona oratoria attraverso il maxischermo. Di pace ha parlato anche Silvio Berlusconi nel messaggio inviato agli organizzatori: «Come tutti gli uomini di buona volontà, confido che il negoziato diretto, ripreso da poco, sia finalmente coronato da successo e apra una prospettiva di sviluppo e di benessere nella pace per i nostri amici israeliani e per tutti i popolo del Medio Oriente».Poi i messaggi scritti di Schifani («Dobbiamo gettare ponti per un futuro di pace vera»), di Fini («Israele avamposto di democrazia in Medio Oriente»), e quello video dello scrittore Roberto Saviano. Testimonianze di solidarietà anche da Walter Veltroni e dal ministro finiano delle politiche comunitarie Andrea Ronchi. «Parlo nel mio coraggioso italiano», ha esordito Aznar, ora presidente dell’associazione «Friends of Israel», precisando che Israele è «un Paese occidentale in Medio Oriente» e che con l’Europa «condivide le stesse radici». Subito dopo ecco sul palco il ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha rivendicato la difesa di Israele da parte dell’Italia «quando l’ennesima inchiesta contro Israele era in corso alle Nazioni Unite». C’è ancora un «antisemitismo serpeggiante in Europa e anche in Italia» che occorre arginare. E quindi l’impegno a continuare a chiedere «agli amici di Israele di fare tutto quello che è necessario» per arrivare alla pace «ma anche ai Paesi arabi quegli impegni di dimostrare che non danno ospitalità a coloro che vanno in giro per il mondo a sostenere che gli israeliani debbano essere uccisi».

Giorgio Albertazzi

"A Roma maratona bipartisan per Israele"

Corriere della Sera, 8 ottobre 2010 di Andrea Garibaldi
ROMA — Fuori, su piazza di Pietra, c’è uno schermo che rimanda un messaggio di Roberto Saviano: «Cerco di sperare che in Italia — destra, sinistra, centro, comunque la si pensi — si possa parlare con maggiore cognizione, profondità. La mia verità su Israele si nutre di questo: si nutre del ragionamento contro la delegittimazione di una cultura e di un popolo».Dentro, nel magnifico Tempio di Adriano, c’è un parterre difficile da mettere assieme. Cicchitto e Fassino, Giovanna Melandri e Mara Carfagna, i finiani Della Vedova e Barbareschi accanto ai berlusconiani Quagliariello e Frattini. Giuliano Ferrara e il radicale Bordin, Francesco Rutelli, il sindaco Alemanno.Tutti convocati, dalla giornalista e deputata Pdl Fiamma Nirenstein, per una maratona oratoria titolata «Per la verità, per Israele». Nirenstein spera per il Medio Oriente in una soluzione «due Stati per due popoli», ma vuole difendere Israele dai boicottaggi promossi nel mondo, dalle risoluzioni Onu di condanna, dalle «menzogne che trattano Israele come un prepotente fuorilegge, la cui vita dunque non vale niente».Vanno al microfono, in piedi, durata massima dell’intervento 5 minuti, decine e decine di persone e personaggi, fino a notte fonda. La piazza è presidiata dalla polizia, che verso sera respinge un piccolo gruppo di manifestanti con le bandiere nero-rosso-verdi palestinesi. Da Gerusalemme arriva un messaggio del primo ministro israeliano Netanyahu: «I nostri nemici non vogliono riconoscere il nostro diritto all’autodifesa. Molti in Europa hanno dimenticato che Israele e l’Europa condividono valori primari come la libertà individuale, i diritti civili delle minoranze, delle donne, degli omosessuali...». Berlusconi invia un messaggio: «Tutelare i valori e l’identità di Israele significa difendere i nostri stessi valori». E un messaggio invia Fini, che parla del «silenzio assordante» sulla vicenda del caporale israeliano Shalit, prigioniero da quattro anni. Aderisce da lontano anche Veltroni, che esorta a «contrastare le insidie di un antisemitismo fatto di insinuazioni».Va al microfono Aznar e ribadisce: «Ogni problema di Israele è un problema di tutti noi». «Noi non vogliamo distruggere lo Stato palestinese — grida Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana —. Noi vogliamo due popoli in due Stati». Però: «Il processo di pace deve andare avanti nonostante l’allargamento delle colonie. Perché un arabo deve vivere tranquillamente a Gerusalemme e un israeliano non può vivere in quei territori? Le colonie crescono, perché nascono nuovi figli...». Paolo Mieli è sintetico: «Israele ha sempre vissuto in pericolo di vita. Dobbiamo batterci contro le menzogne di cui sono infarcite le critiche al governo israeliano». E Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, ricorda certe lezioni che si tengono a Scienze Politiche, università di Teramo, dove si mettono in discussione l’Olocausto e i sei milioni di vittime fra gli ebrei. Giorgio Albertazzi legge l’"Arringa per la mia terra" di Herbert Pagani.Nei giorni scorsi il movimento "Jcall" (Henry Lévy, Finkielkraut e 7000 ebrei europei) ha affermato che difendere lo Stato ebraico non significa tacere le responsabilità del governo Netanyahu e ha dubitato che aderire alla maratona romana fosse il modo migliore per esprimere solidarietà ad Israele. Nirenstein ha invitato anche "Jcall" a piazza di Pietra.


"Per la verità, per Israele": una nuova pagina per l'Europa

Cari amici,ieri è stata una serata speciale a Roma. Un momento davvero raro di coesione e unità: tutti insieme per affermare che, "Per la verità, per Israele", è ora di smetterla con la sistematica delegittimazione di Israele. In quattro ore, dalle 18 alle 22, tale la durata della serata condotta instancabilmente dal direttore dell'Occidentale Giancarlo Loquenzi, hanno preso la parola oltre 60 persone, ognuna per un massimo di 5 minuti, in un susseguirsi di interventi appassionati ed emozionanti. Molte altre persone purtroppo non sono riuscite a intervenire a causa dei tempi stretti e ce ne scusiamo. Ma abbiamo in programma la pubblicazione di tutti gli interventi che ci sono arrivati, di modo che possano circolare il più possibile. Nei prossimi giorni troverete tutto sul sito http://www.veritaperisraele.org/ e già da ora potete rivedere tutto il video della manifestazione sul sito di Radio Radicale a questo link: http://www.radioradicale.it/scheda/312536Non ce lo saremmo aspettati forse un successo del genere. Partendo da pochi mezzi abbiamo radunato, tra sala e piazza, 3000 persone. Abbiamo potuto contare sul sostegno di molti amici, volontari. Tanti relatori sono venuti a parlare dall'estero, dopo lunghi viaggi, anche da Washington. Molti sono venuti per l'occasione da Milano, Genova, Torino, Firenze. E' stato davvero incredibile constatare come, lanciando un sassolino, ci siamo trovati davanti uno tsunami d'amore.La rassegna stampa è molto corposa. Vi mando qui solo un paio di articoli.Su "Il Foglio" potete rileggere tutti gli articoli, scritti per l'occasione da molti autori stranieri e italiani, e p ubblicati in quattro diverse paginate grazie al direttore Ferrara e all'aiuto di Giulio Meotti: http://www.ilfoglio.it/soloqui/6395Potete rileggere poi anche tutto il dossier preparato da L'Occidentale in questi giorni in vista della manifestazione:http://www.loccidentale.it/tag/per+la+verit%C3%A0+per+israeleIl servizio del TG5 di stamattina: Clicca qui per vedere il video (Apertura diretta del player)E Dagospia che, con un divertente fotomontaggio, segnala come "nell'anno di disgrazia 2010, c'è almeno qualcosa che riesce a mettere insieme la nostra rissosa classe dirigente":http://www.dagospia.com/rubrica-5/cafonal/articolo-19261.htmSpero questo possa essere l'inizio di un cambiamento reale in Europa, per la verità, per Israele.Non stanchiamoci mai di riaffermare che difendere il diritto di Israele a esistere è una garanzia per la libertà di tutti noi.A presto,Fiamma Nirenstein

venerdì 8 ottobre 2010


“Se mobilitiamo per difenderci, diranno che siamo stati noi a scatenare la guerra”

Sei ore prima dello scoppio della guerra dello Yom Kippur, il governo dell’allora primo ministro israeliano Golda Meir si riuniva con il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane David "Dado" Elazar e il capo dell’intelligence militare Eli Zeira. I verbali di quell’incontro riservato, diffusi mercoledì sera dagli Archivi di Stato israeliani, svelano i dimensioni dello scacco.In sintesi, il capo dell’esercito informa i ministri del drammatico messaggio inviato dal miliardario egiziano Ashraf Marwan, che passava informazioni a Israele, sulla guerra incombente. Elazar dice che l’informativa è autentica, ma il ministro della difesa Moshe Dayan continua ad opporsi ad un’azione preventiva e alla mobilitazione generale dei riservisti. “Diranno che siamo noi gli aggressori”, spiega. Il capo dell’intelligence è fin troppo fiducioso (“sanno che saranno sconfitti”), mentre Golda Meir dice: “Per quanto riguarda un attacco preventivo, la tentazione è forte, me staremo a vedere”.Nel corso della riunione, che inizia alle 8.05 della mattina del 6 ottobre 1973, Dayan parla della minoranza araba in Israele e chiede al governo di appoggiare una “politica liberale”. Suggerisce anche di sgomberare i bambini dalle alture del Golan. Golda Meir dice che i bambini vanno sgombrati “adesso, e non alla vigilia dell’operazione”. Il capo delle forze arante interviene e dice: “Questa è la vigilia dell’operazione”.Dayan solleva introduce la questione dei comunicati fra Giordania, Egitto e Siria, ma resta contrario a “mandare un avvertimento al re di Giordania in questo momento”. Tuttavia, aggiunge, se la Giordania dovesse attivare i suoi radar (di puntamento), Israele “li toglierà di mezzo”.L’ipotesi di lanciare un attacco preventivo viene discussa per tutta la durata della riunione. Elazar dice che un tale attacco darebbe a Israele “un enorme vantaggio, salvando molte vite”. “Possiamo spazzare via l’intera forza aerea siriana per mezzogiorno – dice – Poi avremo bisogno di altre trenta ore per distruggere i loro sistemi missilistici. Se hanno in mente di attaccarci alle cinque del pomeriggio, le nostre forze aeree avranno mano libera contro l’esercito di terra siriano. Questo è quello che siamo in grado di fare. Da un punto di vista operativo – prosegue il capo di stato maggiore – sono molto tentato. Ma non dobbiamo decidere adesso. Abbiamo ancora quattro ore di dialogo con gli americani. Forse per mezzogiorno gli americani ci diranno che un attacco arabo è ormai certo, e allora potremo lanciare il colpo preventivo”.Dayan spiega come mai Israele non deve lanciare un attacco preventivo, a differenza di quanto fece nella guerra dei sei giorni (giugno 1967). “Questa volta non ce lo possiamo permettere. Se gli egiziani attaccheranno, allora potremo reagire anche contro i siriani. Ma in base alle informazioni che ho avuto, non possiamo lanciare un attacco preventivo. Neanche cinque minuti prima. Se ci troveremo in una situazione in cui gli egiziani iniziano la guerra, allora potremo colpire anche la Siria. Ma se non apriranno il fuoco, noi non apriremo il fuoco”.Il capo di stato maggiore Elazar dice che i riservisti dell’esercito dovrebbero essere richiamati immediatamente, ma Dayan replica: “Credo che potremo completare la mobilitazione domani. Non è come nel ’67. La guerra inizierà al Canale di Suez e sulle alture del Golan. È importante che non si dica che abbiamo iniziato noi la guerra. Se mobilitiamo tutti i riservisti prima che venga sparato il primo colpo, diranno immediatamente che siamo noi gli aggressori. Suggerisco di richiamare i riservisti delle forze aeree insieme a una divisione corazzata sul Golan e una nel Sinai. Il che ammonterà a 50 o 60mila uomini. Possiamo completare questa limitata mobilitazione entro sera e avere queste forze pronte all’azione per domani mattina. Se durante la notte vorremo richiamarne di più, lo faremo”.“Le nostre forze armate – dice Elazar – sono per il 25% regolari e per il 75% riservisti. Pertanto abbiamo bisogno di aumentare le nostre forze immediatamente. Ci occorrono almeno 24 ore per richiamare i riservisti, e quelli richiamati adesso saranno pronti a entrare in azione domani”. Elazar dice che bisogna mobilitare 200mila soldati. “Sul piano dell’impatto diplomatico internazionale – dice – non fa differenza richiamarne 70mila o 200mila. Anzi, potrebbe avere un effetto (positivo) giacché gli arabi capiranno d’aver perduto il fattore sorpresa. Certo, una mobilitazione ci colpevolizza. Diranno che richiamiamo i riservisti per iniziare una guerra. D’altra parte, preferisco che dicano che abbiamo iniziato noi la guerra, ma vincerla. Tanto lo diranno in ogni caso”.Golda Meir decide per una mobilitazione graduale e dice che un attacco preventivo “è una grossa tentazione, ma questo non è il ’67. Non verremmo creduti [dalla comunità internazionale]”.Man mano che la riunione procede, Golda Meir è sempre più incline ad accettare il suggerimento delle Forze di Difesa per un’ampia mobilitazione. “Se scoppia una guerra – dice – dobbiamo essere nella migliore posizione possibile. Questa è la mia unica preoccupazione”.Per tutta la durata dell’incontro, il capo dell’intelligence militare Zeira afferma d’essere ancora tutt’altro che sicuro che scoppierà una guerra. “Nonostante il fatto che si siano preparati – dice – credo che sappiano bene che perderebbero. Il presidente egiziano Sadat non è in una posizione per cui debba andare in guerra”.Il primo ministro Golda Meir chiede se la situazione attuale sia differente da quella che Israele si trovava ad affrontare alla vigilia della guerra dei sei giorni. Risponde Zeira: “Sadat non ha ancora dato l’ordine. Può fare marcia indietro all’ultimo minuto. Noi potremmo essere in grado di influenzare ciò che fa o che decide”.Alle 14.00 del 6 ottobre 1973 – giorno di Kippur, il più sacro del calendario ebraico, dedicato a preghiere e digiuno – Egitto e Siria sferrarono un violentissimo attacco coordinato contro le linee israeliane da sud-ovest e da nord-est. Sulle alture del Golan, circa 180 carri armati israeliani si trovarono a fronteggiare 1.400 carri siriani. Sul Canale di Suez, poco meno di 500 soldati israeliani vennero attaccati da 80.000 soldati egiziani. Nei giorni successivi Israele riuscì a ribaltare le sorti del conflitto solo al prezzo di pesanti perdite e durissimi sacrifici.(Da: YnetNews, Jerusalem Post, Israele.net, 6.10.10) http://www.israele.net/


Un israeliano in corsa nel Sahara

Negli ultimi mesi il dottor Hezi Yitzhak, di Sde Boker, si è allenato per una corsa unica al mondo, la Sahara Race, in partenza domenica prossima dall’Egitto. Unico rappresentante di Israele, Yitzhak coprirà una distanza di 250 km nel torrido deserto vivendo di halva e di speciali integratori.Quaratntotto anni, padre di tre figli, Yitzhak si allena da otto mesi. Tra un allenamento e l’altro, insegna fisica alle scuole superiori a Midreshet Ben Gurion (nel Negev, vicino a Sde Boker) e lavora come ricercatore al Desert Research Institute della Ben-Gurion University. Dopo essersi occupato dei tre ragazzi ed aver organizzato escursioni in bicicletta, gli resta ben poco tempo libero.In questi anni Yitzhak ha partecipato a varie corse e maratone, ma la Sahara Race sarà il test definitivo delle sue capacità atletiche. Ha cercato di allenarsi in condizioni simili a quelle che troverà nel deserto del Sahara. Tutti i giorni corre per due ore nel Negev, e lo scorso giugno ha corso per 180 km da Wadi Rum ad Avdat. “E’ la preparazione migliore. Mi ha dato un’indicazione di certi problemi che possono sorgere, come i 40 gradi o le piaghe ai piedi”.Questo giovedì, terminata la festività di Simchat Torah, Yitzhak parte per la sua prima tappa verso la gara: il Cairo.Oltre alle sfide fisiche e mentali della corsa, Yitzhak è anche preoccupato di essere un israeliano in un paese arabo. “Non prenoterò in anticipo un taxi per l’albergo. Preferisco ordinarlo sul momento” ha spiegato. Yitzhak indosserà una camicia sponsorizzata, con la bandiera israeliana. “Temo un incidente di sicurezza – ammette – Se dovesse succedere, sarebbe un problema. Speriamo che vada tutto bene”.Dopo aver passato la notte al Cairo, Yitzhak si unirà ai 156 partecipanti, provenienti da 36 paesi diversi, compresi Libano e Iran, ai nastri di partenza a Fayum (130 km a sud-ovest). Poi per una settimana correrà per 35 km al giorno, trascorrendo le notti in una grande tenda con altri dieci partecipanti. “Uno degli scopi di questa corsa è quello di stabilire contatti e interagire socialmente con gli altri partecipanti”.Durante la corsa, Yitzhak porterà uno zaino di 10 kg contenente il suo equipaggiamento: due paia di pantaloni, tre camicie, quattro paia di calzini, un sacco a pelo, il necessario da toilette, salviette detergenti, lozione solare e, soprattutto, cibo. “Un parente mi manda dagli Stati Uniti speciali porzioni ad alto potere calorico, 800 calorie a porzione” ha detto. Per sentire un po’ il sapore di casa porterà anche delle minestre istantanee e barrette di halva.Yitzhak porterà anche il suo distintivo brigata di fanteria Golani.”Ero vicecomandante di compagnia nel 51esimo battaglione, e mi ricorda il servizio militare – spiega – “Lo porto sempre con me”.Il suo obiettivo, nella corsa, è quello di piazzarsi intorno a metà classifica. “Voglio godermi il panorama, entrare in contatto con la gente, imparare e diventare più forte – dice – Per me è importante dare una buona impressione come unico rappresentante di Israele”. E conclude dicendo che in futuro gli piacerebbe portare la corsa nel Negev.(Da: YnetNews, 28.09.10), http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/


Ma è meglio non dividerci

Europa mi chiede di dire la mia sulla manifestazione “Per la verità, per Israele”. Non vi ho aderito pubblicamente, non perché non veda come Israele venga spesso “raccontato” in maniera distorta e si tenda a semplificare l’intreccio complesso delle vicende mediorientali.Come in altre circostanze analoghe, ribadisco che bisogna stare molto attenti a non confondere lo Stato d’Israele con il governo: massima solidarietà allo Stato, ma i governi passano, ogni governo ha una sua politica e questa politica non è detto che faccia sempre delle scelte giuste. Chi manifesta, se vuole veramente dare forza allo Stato di Israele ed esprimere solidarietà e vicinanza al popolo ebraico, non per questo deve pretendere che il governo, per il quale magari si prova simpatia, debba godere della simpatia generale, in Israele prima di tutto, e nella diaspora.Come si dice: due ebrei, tre opinioni. Ma certe baruffe, all’interno del mondo ebraico, se sono ben comprensibili appunto, al suo all’interno, appaiono poco decifrabili agli osservatori esterni. Credo che si debba essere chiari, sia all’interno sia all’esterno del mondo ebraico, al di là della manifestazione e delle polemiche di questi giorni, sul fatto che è necessario manifestare sempre e comunque solidarietà ai popoli. Tutti i popoli sono innocenti, semmai sono i governi a essere colpevoli. Perfino nel caso dell’Iran, mi guarderei bene, nonostante tutto, dall’assimilare il dittatore di Teheran con il suo popolo che si rivoltava nelle strade.Certo, quando si leggono le farneticazioni di Ahmadinejad, o si apprende di una sua prossima visita in Libano, non si può non pensare che le minacce siano inventate. Siamo su una china difficile e pericolosa. Non c’è proprio da stare allegri (come del resto è accaduto negli ultimi settant’anni).Ma le stesse minacce iraniane testimoniano che, se si vuole affrontare un problema complesso e gravido di pericoli, non bisogna farlo in termini contingenti e tattici di contrapposizione bensì in termini lungimiranti e strategici.E in ogni caso, insisto che bisogna essere solidali con i popoli, con tutti i popoli che soffrono e che sono minacciati, ma non necessariamente con i loro governi, che sono contingenti e transeunti. Sui governi ognuno ha il diritto di chiedere quello che crede, anche perché il governo è frutto di una maggioranza.Non riesco a concepire che un altro popolo sia un nemico, se un popolo è per la guerra è semplicemente perché la propaganda lo spinge verso la guerra. I popoli non sono mai per la guerra, hanno bisogni molto più fondamentali che vengono soddisfatti dalla pace e non dal conflitto. E d’altra parte, non è pacifista chi è da una parte sola, è pacifista chi vuole veramente creare le condizioni per il compromesso per la pace. Porsi da una parte sei un partigiano, la pace non si fa a spese degli altri.Certo – e non solo per il protagonismo di Ahmadinejad – questa non è una fase storica nella quale si possa essere ottimisti su quanto accade in Medio Oriente. Io sono molto scettico sulla pace in quella regione. Non si vede uno sbocco degli sforzi sia pure encomiabili per raggiungere un accordo. Eppure credo che tutte le persone ragionevoli, di qualsiasi orientamento, debbano insistere e, anche se sanno che la pace non è a portata, debbano contribuire a creare le condizioni necessarie perché si arrivi a un compromesso.Posizioni come quelle di Giorgio Israel, che traccia un parallelo tra la situazione odierna e quella degli anni Trenta, difficilmente si prestano al dialogo. Sono convinzioni che rispetto ma che non condivido. Così come la polarizzazione delle posizioni mi paiono entrambe insufficienti, sono poco sfumate, poco articolate, e comunque andrebbero precisate per essere più utili. Per certi versi sono d’accordo con Fiamma, per altri con Gad, ma quando si fanno certi discorsi, non si può usare l’accetta, bisogna convincere e creare più consenso, non spaccature. Non parlo solo di lacerazioni dentro la comunità ebraica, che comunque andrebbero evitate. Nei confronti del paese occorrerebbe fare uno sforzo per concedere a chi la pensa in maniera diversa spazio e a non impostare il confronto in maniera un po’ manichea, col risultato di non far probabilmente capire un bel nulla. Sono temi complessi, sofisticati e se tu non mandi un messaggio chiaro di solidarietà rivolto ai popoli, mantenendo libero lo spazio di libertà di critica al governo, si alimenta una confusione che non giova a nessuno. Riccardo Calimani 7 ottobre 2010,


Calcio: Israele, Benayoun Yossi per tendine d' Achille

Yossi Benayoun, centrocampista del Chelsea, resterà fermo a lungo per una lesione al tendine d'Achille. Il sito della federcalcio israeliana (IFA) riporta le dichiarazioni del giocatore. «Non si tratta di un infortunio di poco conto», dice Benayoun, fermo già per un guaio muscolare ad un polpaccio. Gli ulteriori esami hanno evidenziato il problema al tendine. Il giocatore si sottoporrà a nuovi controlli in Inghilterra.06 Ottobre 2010 http://www.lunico.eu/


Dizengoff Center Tel Aviv

Borsa: Tel Aviv tocca nuovo record su calo dollaro

Gerusalemme, 6 ott. (Adnkronos/Xin) - Nuovo record dell'indice Tase della Borsa di Tel Aviv salita dello 0,3% a 1.241 punti sopra il massimo di 1.239 punti di aprile prima di ripiegare di un punto. Il cambio fra il dollaro e lo shekel nel frattempo ha raggiunto il minimo di sempre di 3,61 shekel per un dollaro. La Banca d'Israele ieri ha comprato 200 milioni di dollari per cercare di fermare la salita della divisa israeliana. Per il governatore della Bank of Israel, Stanley Fisher, l'economia israeliana sta andando bene se paragonata alle altre ma non e' ancora fuori dalle secche. "Non abbiamo superato la crisi del tutto" ha detto l'ex vice direttore del Fondo monetario internazionale. "L'economia israeliana e' in buona forma ma siamo in un'economia globale che vive una situazione molto complicata, quindi dobbiamo evitare l'autocompiacimento" ha detto il banchiere centrale. Secondo le previsioni di Fisher nel secondo trimestre l'economia di Israele e' cresciuta del 4,6% mentre il tasso di disoccupazione e' tornato ai livelli pre crisi del 6,3% con un inflazione nella fascia media degli obiettivi della banca centrale.


Ancora sulle barzellette

Forse era inevitabile che le istituzioni ebraiche italiane dessero più peso a dichiarazioni pronunciate in senato che a barzellette raccontate in contesti non ufficiali, però personalmente ho trovato più inquietanti queste ultime, soprattutto perché a raccontarle è il Presidente del Consiglio in persona. Il nostro premier è un esperto conoscitore dei mass media ed è molto attento all’immagine di sé che intende trasmettere, di persona schietta, concreta, anticonvenzionale, con cui l’italiano medio si possa identificare. Raccontare barzellette antisemite (mi sembra impossibile definirle diversamente) si inserisce in questa strategia? E’ un modo per apparire più vicino alla gente comune? Dobbiamo dunque supporre che l’italiano medio consideri gli ebrei come una “nazione” di ricchi avidi e profittatori, pronti a speculare persino sulla Shoah? (Almeno pare essere caduto il pregiudizio secondo cui gli ebrei si aiutano sempre tra di loro, ma in fondo era il più innocuo). Mi è capitato spesso di discutere con i miei allievi (sia nella scuola ebraica sia in quella pubblica) su quanto sia lecito e opportuno fare umorismo sulla Shoah. Abbiamo riflettuto su quello che scrive Charlie Chaplin nella sua autobiografia: “Se avessi saputo com'era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”. Abbiamo analizzato film come “La vita è bella “ o “Train de vie”. Sono venute fuori molte opinioni diverse, ma pareva comunque evidente a tutti che il tema richiedesse cautela, attenzione e sensibilità. Davanti a un esempio così illustre del contrario temo che rimarranno un po’ perplessi.Anna Segre, insegnante, http://www.moked.it/


Luzzatto: "Fermiamo i negazionismi"

Continua a suscitare accese polemiche il caso di Claudio Moffa, professore ordinario alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, che ha tenuto una lezione il 25 settembre incentrata sull’analisi delle tesi di chi nega la realtà della Shoah. Moffa, che era già stato richiamato all’ordine nel 2007 per aver esposto tesi negazioniste, ha messo in discussione l’esistenza delle camere a gas e i dati relativi allo sterminio arrivando a confutare anche le testimonianze dal vivo come quella di Shlomo Venezia, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Su questa controversia abbiamo raccolto il parere di Amos Luzzatto, presidente della Comunità ebraica di Venezia.Nell’intervento del professor Moffa, si nega l’esistenza di documenti che attestino la volontà di Hitler di sterminare tutti gli ebrei, al contrario la soluzione finale si riferirebbe a un semplice piano di emigrazione di massa. Come si può controbattere a una affermazione del genere?Quest’affermazione non è di certo una novità nell’ambito negazionista. Hitler dava spesso indicazioni verbali e non scritte. Ho avuto occasione di conoscere Joachim Fest, autore del libro “La disfatta” dedicato agli ultimi giorni di Hitler. Nel suo libro le vicende sono effettivamente romanzate, ma dietro all’aspetto puramente letterario ritroviamo un’accurata documentazione, che ha portato l’autore ad intervistare addirittura la segretaria di Hitler, Traudl Junge, rimasta fino all’ultimo nel bunker di Berlino. Ammettiamo per assurdo che Hitler non abbia mai detto di sterminare gli ebrei e che l’operazione di sterminio sia stata pianificata e attuata da Himmler, Eichmann e dagl’altri sottoposti, ciò non cambia di certo la realtà delle cose. Hitler alla conferenza di Wannsee non c’era, ma ciò non vuol dire che non avesse deliberato in merito alla questione ebraica.I negazionisti sfruttano però questa tesi per avvalorare altre ipotesi che negano l’Olocausto.I documenti ci sono, come c’era una proposta di emigrazione di massa che poi è diventata una emigrazione verso la morte. C’era la proposta di mandare in Madagascar tutti gli ebrei europei come c’era il progetto fino all’inizio della guerra di cacciarli in Europa Orientale. Nel 1942 con Wannsee si è invece deciso ben altro, ci sono i verbali della conferenza dove si esplicita e si promuove la soluzione finale. Se si nega questo allora si può dire qualsiasi cosa.Riguardo ai numeri dello sterminio, Moffa afferma che non esistano prove certe che le vittime ebree nei campi ammontino a 6 milioni e auspica la creazione di una equipe mista di studiosi che riprendano in mano i documenti d’archivio. Ma cosa si trova realmente in questi documenti presi ad esame nell’immediato dopoguerra?Se uno sa fare una sottrazione ha già il dato esatto in mano. Abbiamo i numeri precisi di quanti ebrei vivevano in Europa prima della guerra e di quanti ne sono rimasti dopo la guerra. Se non si parla di 6 milioni esatti, la cifra si avvicina molto. Che vadano a visitare città come Varsavia o Cracovia dove erano presenti comunità ebraiche fiorenti. Dove sono finiti tutti?Riguardo alle camere a gas, Moffa per perorare le sue tesi cita lo storico negazionista Faurisson, secondo il quale lo Zyklon B era impiegato per la disinfestazione degli indumenti dei detenuti. Come viene considerata questa tesi da parte della storiografia scientifica ufficiale?Che si portino i documenti. Non si può decostruire e basta le prove raccolte, bisogna portare dei documenti a sostegno delle proprie tesi. Sul Zyklon B e sul suo utilizzo ci sono i verbali nazisti. I primi tentativi erano stati fatti con i tubi di scarico delle auto e ciò attesta l’intenzione di uccidere con il gas, ma ci si metteva troppo tempo e non si riuscivano a uccidere abbastanza persone contemporaneamente. Hanno quindi trovato un’altra soluzione lo Zyklon B per l’appunto. Sul discorso delle disinfestazioni, non mi pare poi che i nazisti ci tenessero molto a migliorare le condizioni di vita dei deportati. Dormivano schiacciati l’uno sopra all’altro, se si ammalavano venivano lasciati morire e non venivano prese precauzioni contro le epidemie e i contagi. Dovrebbero produrmi dei documenti dove si attesta l’uso dello Zyklon B come disinfettante negli ospedali tedeschi, altrimenti perché utilizzarlo solo per gli abiti dei detenuti?Citando Norman Finkelstein, autore del testo “L’industria dell’Olocausto”, Moffa afferma che l’Olocausto è stato sfruttato a fini politici ed economici, un’arma grazie alla quale il popolo ebraico, a suo dire “una potenza mondiale”, ha acquisito lo status di vittima. Cosa si può dire a riguardo per fugare qualsiasi dubbio?Il libro “L’industria dell’Olocausto” non si occupa di mettere in dubbio la Shoah, non la nega, ma discute le modalità con cui è stata organizzata un’ipotetica campagna politica ed economica nel dopoguerra. Si tende quindi a gettare nello stesso calderone diversi argomenti che vanno invece affrontati separatamente.Si è arrivati a mettere in dubbio anche le testimonianze dirette, come quella di Shlomo Venezia e di molti come lui hanno vissuto la Shoah in prima persona. Nel recente libro di David Bidussa “Dopo l’ultimo testimone” si analizza proprio il problema di come dovrà essere veicolata la memoria dopo la scomparsa delle voci testimoniali.Siamo davanti a una sottile manovra, proprio in attesa dell’ultimo testimone. Poi nessuno più parlerà con cognizione diretta e così si potrà affermare tutto e il contrario di tutto. Si potrà affermare che gli ebrei sono talmente bravi a mentire da riuscire a farsi passare per vittime al fine di ottenere dei benefici.Qual è lo scopo di questa campagna di delegittimazione che si sta prospettando per il futuro?Le campagne si preparano progressivamente, demolendo certi stereotipi e costruendone altri ed è questo che si sta cercando di fare. Nella campagna di salita al potere di Hitler, la Germania del 1918 veniva presentata come un paese martoriato per gli enormi debiti di guerra e per l’amputazione del territorio, estremizzando problematiche di certo esistenti. La stessa cosa si fa ora per quanto concerne il problema israelo-palestinese che però è solo la causa occasionale utile alla proliferazione di un certo tipo di antisemitismo. Due sono gli elementi utili a questa campagna: la negazione dell’Olocausto e l’incriminazione di Israele. Un’incriminazione che non si limita alla critica per la politica sbagliata del suo governo, ma per la politica di tutto Israele, fino all’ultimo contadino e mendicante.Come possiamo affrontare a tuo parere questa situazione?Diffondendo l’idea che Israele è un paese come tutti gli altri. Il suo governo può essere criticato, ma non si possono rovesciare le colpe dei governi sui loro popoli. Questo è antisemitismo e a questo dobbiamo opporci. La colpa però è anche nostra. Abbiamo spesso la tendenza a glorificare anche gli elementi discutibili della politica israeliana. Non possiamo diffondere ad esempio l’idea che Israele sia l’unica democrazia del Medio Oriente senza spiegare il perché. Dobbiamo spiegare che è l’unico paese dell’area dove è presente in parlamento un’opposizione legalizzata, dove due giornali a larghissima tiratura come Haaretz e Yediot Aharonot non perdono occasione per sparare contro il Governo e continuano a farlo indisturbati. Questi sono elementi fattuali di democrazia che non sono presenti in Egitto, in Giordania e in Siria. Inoltre dobbiamo continuare a parlare di Israele in termini culturali, sociali, promozionali e non in termini prettamente politici. Parliamo di come funzionano le università, di come si fa ricerca a livelli altissimi e non solo di come viene portato avanti il conflitto.Michael Calimani, http://www.moked.it/


Con Israele, fra la gente

La maratona oratoria si è conclusa. Le bandiere di Israele, i manifesti incitanti alla verità e alla difesa dello Stato israeliano sono stati riposti. Erano un migliaio le persone giunte per l'occasione, accolte, ma solo in parte, all'interno del Tempio di Adriano, che nonostante le dimensioni non aveva spazio per tutti. Gli altri sono rimasti davanti al maxi schermo all'esterno, sulla piazza, da dove il pubblico, in silenzio, ha potuto seguire il susseguirsi degli interventi. A prendere la parola più di ottanta persone, tanto che il moderatore della serata, Giancarlo Loquenzi, direttore dell’Occidentale, ha dovuto lanciare un invito agli oratori: "Dimenticate i vostri discorsi, scordatevi almeno della metà dei vostri messaggi, siete tantissimi e tutti devono avere lo spazio promesso". E ancora, ironicamente: "Fiamma ha lanciato un sassolino, ora siamo travolti da una slavina". Numerosissimi gli interventi, ma chiaro e univoco il messaggio: "Basta alla valanga di bugie che ogni giorno si rovescia su Israele" e un'unanime concordia nell'augurarsi che giunga presto la pace in Medio Oriente. "Tutelare i valori e l'identità di Israele significa difendere i nostri stessi valori, la nostra origine culturale, civile e religiosa", questa un'altra frase ricorrente. Presente per l'occasione un pubblico di tutte le età dai giovani agli anziani, ebrei e non. Decine gli striscioni esposti inneggianti alla verità sullo Stato d'Israele, fra gli altri quello tenuto da un gruppo di bambini nella piazza, raccolti attorno al maxi schermo, con la scritta: "Sostegno incondizionato ma per la verità" e uno all'interno del Tempio, quello dei ragazzi del Bene akivà, che ha attirato anche l'attenzione delle telecamere presenti: "Mi difendo, quindi sono", questo il messaggio lanciato dai ragazzi dell'organizzazione giovanile ebraica. E ora che la manifestazione ha avuto termine la domanda è: Qualcosa cambierà?Secondo Marco Eramo, una fra le tante persone comuni, non ebreo, giunto in piazza attratto dall'iniziativa qualcosa è già cambiato."Sono un simpatizzante del partito radicale, confesso che mi sono avvicinato alla conoscenza della realtà dello Stato d'Israele proprio grazie alla mia affiliazione al partito. Sono state tante le manifestazioni per Israele a cui ho avuto la possibilità di partecipare e ho l'impressione che qualche hanno fa raccoglievano solo poche persone, e spesso di un solo schieramento politico. La manifestazione di oggi invece non ha colore, non vede schieramenti protagonisti. Al di là dei possibili errori e contraddizioni che in ogni democrazia esistono, ritengo che sia importante contestualizzare la realtà israeliana, circondata da nemici che vogliono il suo annientamento, stare con Israele non vuol dire essere contro qualcuno, vuol dire essere per la democrazia". Un messaggio chiaro, ma che forse non ha convinto tutti. Nel mezzo dell'iniziativa due giovani, avvolti da bandiere palestinesi hanno tentato di provocare la folla attraversandola. Ma sono stati immediatamente fermati, senza alcuno scontro, e senza consentire disordini, dai Carabinieri presenti sul posto. Valerio Mieli http://www.moked.it/


Ottanta voci, molti in piazza

Molte centinaia di persone hanno affollato piazza di Pietra a Roma dove campeggiava una schermo gigante che rimandava le immagini di quello che avveniva all'interno della sala del Tempio di Adriano. Difficile mettere insieme la lunga lista dei nomi degli intellettuali, dei politici, dei vip, del mondo della carta stampata, della letteratura e della scienza intervenuti a questa lunga maratona che dalle sei del pomeriggio alle dieci di sera si sono succeduti sul palco e che ha portato a Roma personaggi di fama internazionale fra cui l'ex primo ministro spagnolo Josè Maria Aznar. Un'ottantina i relatori (Paolo Mieli, Mara Carfagna, Francesco Rutelli, Giorgio Albertazzi Vittorio Sgarbi, Furio Colombo, Gianni Alemanno, Riccardo Pacifici, Alain Elkan, Luca Barbareschi, Ernesto Galli Della Loggia, Magdi Cristiano Allam per citarne solo alcuni) e fra i tanti presenti una folta rappresentanza di Consiglieri Ucei fra cui Claudia De Benedetti, Victor Magiar, Sandro Di Castro e Valerio Di Porto. Meno di cinque minuti a testa per riaffermare la realtà dello Stato di Israele, unica democrazia del Medioriente che a giudizio di molto intervenuti sempre più viene mostrato, invece, da un'informazione distorta, come uno Stato di apartheid. “Israele è il paese contro il quale sono rivolte l'80 per cento delle inchieste all'Onu” ha rilevato l'onorevole Fiamma Nirenstein organizzatrice dell'evento in un commosso intervento lungamente applaudito dal pubblico. “Di Israele vengono boicottati gli intellettuali, gli accademici, i film, le imprese, gli sportivi, gli scienziati che salvano ogni giorno l'umanità con le loro invenzioni, i tecnici che ci danno le migliori innovazioni informatiche”, ma è anche il paese dove “le donne arabe partoriscono accanto a quelle ebree”. I brevi interventi dei relatori, poche parole spesso intense come quelle dello scrittore Alain Elkan che si è soffermato sul significato dell'essere ebreo e dell'essere israeliano mettendo in guardia dal rischio di porre l'accento sulla differenza, sono state intervallate dai videomessaggi del presidente israeliano Shimon Peres e del premier Benjamin Netanyahu, che ha sottolineato quanto "l'impegno di persone come José María Aznar, Fiamma Nirenstein e gli altri amici di Israele in tutta Europa” sia importante per lo Stato ebraico perché “ci ricorda che non siamo soli, che abbiamo amici nel mondo che sono dalla nostra parte e da quella della verità. Ma gli amici di Israele sanno che mobilitandosi per lo Stato d'Israele stanno impegnandosi anche per loro stessi", perché con Israele condividono i valori più basilari di una società. Sul maxischermo anche un video messaggio dello scrittore Roberto Saviano che dice "spesso in Italia e in Europa alla critica, legittima verso qualunque stato, su Israele, c'è qualcosa che viene aggiunto, come una critica dopata, cioè la delegittimazione totale: Israele non deve esistere. Se hai a cuore la pace, se hai a cuore due popoli, due democrazie, non puoi prescindere dal conoscere e capire la democrazia israeliana" . Sulla stessa linea Piero Fassino che ammonisce dal “trasformare la critica legittima allo Stato di Israele in delegittimazione”. Fra gli interventi, quello del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, che riallacciandosi a quanto affermanto da Francesco Rutelli poco prima, ha ricordato lo stato di isolamento in cui si trovava la Comunità ebraica di Roma nel 1982 quando, in un attentato terroristico realizzato da un commando palestinese, perse la vita il piccolo Stefano Gay Tachè, e quello del dissidente siriano Farid Gadhri ma anche quello dell'attore e regista Giorgio Albertazzi che ha letto il passo di un brano di Herbert Pagani.Poco dopo sul palco il ministro degli Esteri Franco Frattini che ha ricordato le varie volte in cui l'Italia si è schierata dalla parte dello Stato ebraico, ma anche che c'è “un antisemitismo serpeggiante” che occorre ancora arginare ed è quindi necessario continuare a chiedere “agli amici di Israele di fare tutto quello che è necessario” per arrivare alla pace “ma anche ai Paesi arabi di dimostrare che non danno ospitalità a coloro che vanno in giro per il mondo a sostenere che gli israeliani debbano essere uccisi”. Mentre il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha ricordato il soldato Gilad Shalit cui la città di Roma ha attribuito la cittadinanza onoraria e sottolineato che “ogni volta in cui lo Stato di Israele viene minacciato siamo minacciati anche noi “difendere la dignità di Israele - ha sottolineato Alemanno - è un modo per difendere la dignità di tutti noi”.Molti i messaggi scritti fatti pervenire agli organizzatori e di cui è stata data lettura in sala, fra questi quello del premier Silvio Berlusconi, che ponendosi sulla stessa prospettiva di Aznar ha parlato di “radici comuni” sottolinendo come tutelare Israele significhi "difendere i nostri stessi valori", quello del presidente del Senato Renato Schifani che ha definito la maratona oratoria “una preziosa occasione per descrivere la verità su Israele” e “per portare alla luce aspetti meno noti della vita di un Paese la cui immagine viene spesso ingiustamente limitata alle drammatiche questioni del conflitto mediorientale" e quello del presidente della Camera Fini che richiamandosi alle parole pronunciate dal Nobel Elie Wiesel nel Giorno della Memoria “La pace fra Israele e Palestina è ancora un sogno, ma prima o poi arriverà” ha sottolineato come la Comunità internazionale deve aiutare “nel superamento delle numerose difficoltà che insidiano la via verso una pace stabile e duratura”.Lucilla Efrati http://www.moked.it/.


Impegno israeliano per la libertà di movimento degli atleti palestinesi

In un incontro con una delegazione del Comitato Olimpico Internazionale (Cio) guidata dal presidente, Jacques Rogge, e dal vicepresidente (e ministro degli Esteri dell'organizzazione), Mario Pescante, il presidente israeliano, Shimon Peres, ha assicurato il suo "impegno personale" per una maggiore libertà di movimento degli atleti palestinesi impegnati in gare internazionali. Reduci da una visita in Cisgiordania, i dirigenti dello sport olimpico mondiale hanno fatto tappa in Israele nel quadro di una missione in Medio Oriente dedicata innanzi tutto al consolidamento del movimento sportivo nella regione e alla sua promozione quale fattore di dialogo.http://www.moked.it/


Qualcuno avverta in quale tubazione stiamo scorrendo
Da settimane, gli ebrei d'Europa sono invisibili, illogici fantasmi di gente viva. Come da prassi, ogni giorno si ricordano gli ebrei scomparsi nella Shoah, che però a questo punto del XXI secolo nessuno ha conosciuto, e per una fatalità reale quanto onirica contano più i morti dei vivi - a questo servono i figli di Giacobbe, a procurare emozioni. Gli ebrei: rabbia o lacrime. Malinconia, o disprezzo. Odio o ammirazione. Altrimenti, niente. Curioso fenomeno: esserci e non esserci. Come spiegare, se non così, il nulla di notizie sulle bombe al fosforo cadute su Israele, o il silenzio cannibale che sta ingurgitando il soldato Shalit. Chissà dove siamo in questo momento. In un postmoderno dramma senza dramma, un classico dramma anestetico, la recente vita ebraica è inghiottita in una stanza senza ubicazione che esiste ovunque e farà male al risveglio. Il Tizio della Sera. http://www.moked.it/



Léon Blum
Israele e noi - JCall, confronto vivace, proteste in sala

Aveva l'obiettivo di rilanciare il dibattito su Israele all'interno della Comunità ebraica: il dibattito c'è stato, acceso e veemente. Vigorose proteste hanno movimentato l'esordio di JCall davanti al pubblico parigino. Il primo meeting del movimento d'opinione degli ebrei liberal, tenutosi ieri sera nella sala conferenze del municipio del nono arrondissement, ha visto gli interventi dei suoi ospiti ripetutamente interrotti da “provocatori da bar”, come li ha polemicamente definiti Abraham Yehoshua: una ventina di giovani appartenenti alla Comunità ebraica di Parigi, in dissenso con i principi ispiratori dell'“appello alla ragione”, ha insistentemente impedito agli intellettuali sottoscrittori dell'appello di pronunciare i loro discorsi, fino a quando il segretario generale di JCall David Chemla si è visto costretto a invocare l'intervento delle forze dell'ordine. La gendarmerie ha scortato fuori il gruppo di disturbatori, che nella disapprovazione generale del pubblico che gridava “dehors! dehors!” (fuori!, fuori!), ha abbandonato la sala lanciando volantini della Ligue de defense juive e intonando Am Israel Chai, il popolo d'Israele è vivo.L'opinione dei detrattori del movimento ebraico pacifista, e l'accusa che aggressivamente gli hanno lanciato, è che esso collabori con le forze antisemite alla delegittimazione dello Stato d'Israele.La tesi sostenuta dagli ospiti della serata, intellettuali firmatari dell'appello quali Alain Finkielkraut, filsofo ebreo francese, Henri Weber, deputato socialista, Daniel Cohn-Bendit, leader del partito Europe ecologie, e Abraham Yehoshua, è che non solo non è vero che il lavoro di JCall danneggia Israele, né che è dettato da un sentimento antisionista, ma che è proprio il “profondo amore per Israele a imporre l'obbligo morale di interessarsi alle sorti del paese, e quindi di condannare le politiche coloniali scriteriate perpetrate dal suo governo”, nelle parole di Yehoshua. Il romanziere ha spiegato le ragioni del suo appoggio a JCall: “Sono qui per rafforzare la legittimità di questa iniziativa, perché è giusto che il legame tra Israele e gli ebrei della diaspora si esprima anche attraverso un'influenza democratica di questi sulle sorti del paese”.All'inizio della serata Claude Askolovic, giornalista francese, moderatore della conferenza, ribadisce la natura sionista di JCall. “Testimoniamo un altro punto di vista ebraico - ha proseguito il giornalista - e questo è proprio nello spirito del popolo del Talmud, del dibattito intellettuale”. Il parlamentare francese Henri Weber ha ricordato come “la maggioranza dei membri del direttivo di JCall - me compreso - ha un passato nel movimento giovanile dell'Hashomer Hatzair, che si ispira al sionismo scoutista e socialista, dei pionieri e dei kibbutznik”.Nel tentativo di definizione della linea politica di JCall, quasi tutti hanno esplicitamente fatto riferimento al sionismo. “Il messaggio del sionismo parla di uno Stato ebraico e democratico”, ha spiegato il rappresentante dei giovani di JCall, Gerard Angè. L'unico modo perché Israele non sia costretto a rinunciare ad una di queste due anime, ebraica o democratica, è la realizzazione del principio 'due popoli, due stati'. Questo il nucleo dell'Appello alla ragione. Qualunque altra soluzione - sostengono gli estensori dell'appello - condurrebbe necessariamente o alla palestinizzazione dello Stato d'Israele, a causa di una schiacciante disparità demografica, oppure a un regime di apartheid. “La ragion d'essere di Israele è di dire no al ghetto”. Nel corso della serata il termine “apartheid” è ricorso numerose volte, negli interventi di tutti, per delineare lo scenario futuro che JCall teme. La paura di una deriva destrorsa e razzista della Stato e della società israeliana è uno dei moventi principali della nascita e dell'attività di questo movimento d'opinione.Alain Finkielkraut ha fatto appello a un “sionismo ragionevole, che comprenda che la sicurezza di Israele va di pari passo con la costruzione dello Stato palestinese, e che bisogna superare lo status quo, insopportabile per entrambe le popolazioni”. Il filosofo si è detto convinto che “l'antisemitismo islamista non sopravviverebbe al conflitto israelo-palestinese”.La voce fuori dal coro è stata quella di Daniel Cohn-Bendit, l'europarlamentare ecologista protagonista del maggio francese del 1968: “Io non sono mai stato sionista - ha dichiarato - la mia identità è quella di un ebreo della diaspora”. “Ho firmato l'appello alla ragione - ha proseguito il leader dei verdi - perché credo che la ragione sia l'unica speranza di porre fine al dolore di due popoli”. L'europarlamentare è stato protagonista di uno scambio di opinione con Abraham Yehoshua. “Visionario!”, ha detto il primo al secondo, il quale esprimeva fiducia nelle trattative in corso tra Bini Netanyahu e Mahmoud Abbas. “È troppo facile il tuo pessimismo!”, ha risposto lo scrittore al deputato. Cohn-Bendit ha spiegato come “l'oltranzismo di alcuni coloni rappresenta un ostacolo difficilmente sormontabile”. La posizione di Yehoshua è che a costoro vadano proposte due alternative: “O abbandonare le colonie, oppure rimanere come minoranza ebraica in uno Stato palestinese - con tutti i diritti che tale stato sarebbe tenuto a riconoscere, come Israele li riconosce ai suoi cittadini palestinesi”.“La pace: io ci credo e la spero”, lo stato d'animo delle persone in sala, e della gente di J Call, viene riassunto da Henri Weber in una citazione del politico ebreo Léon Blum, uno dei padri del socialismo francese: “Lo credo perché lo spero”.Manuel Disegni, http://www.moked.it/