venerdì 10 febbraio 2012



“Si può essere ebrei di destra, non stare coi neofascisti”. Continua il dialogo con Moni Ovadia
Peppino Caldarola - 10 febbraio 2012 http://www.linkiesta.it/

Moni Ovadia mi ha mandato una seconda lettera che pubblico questa volta nel mio blog per non invadere gli spazi dell’ “Linkiesta”, anche se credo che questa discussione alla fine non sarà del tutto inutile. Non voglio fare però il batti e ribatti. Sulla vignetta di Vauro abbiamo opinioni diverse. Moni Ovadia mi propone un giudizio complessivo sull’opera di Vauro mentre io mi sono espresso caricaturalmente solo su “una” vignetta. Restiamo distanti e distanti ci ha reso una sentenza di tribunale. Moni Ovadia mi dà torto, gran parte del mondo ebraico italiano, e non solo, no. Lui dice di essere un uomo impetuoso che non vuole offendere con le sue parole forti, ma poi scrive che sono in malafede. E’ buffo, no? Potrei offendermi e chiudere la porta, invece la tengo aperta. Questo ho imparato dal Pci e nel Pci. Mi consentirà, però, Moni Ovadia di continuare a non capire perché tanto accanimento contro Fiamma Nirenstein, che tra l’altro vive con una scorta di polizia essendo stata fisicamente minacciata di morte, cosa che il suo caricaturista ignora disinvoltamente.
L’aver scelto una parte politica diversa e opposta a quella di Monia Ovadia, e alla mia, non la rende mostruosa né autorizza a disegnarla con queste sembianze. Tutte le volte che verrà descritta e disegnata così, reagirò. Conosco, inoltre, tanti ebrei che non votano a sinistra e anzi diffidano della sinistra. Mi pongo il problema di come sia accaduto che una così larga fetta di ebraismo italiano si sia collocato lontano dalla sinistra italiana. E’ un bel tema di discussione. Dovrebbe interrogare anche Moni Ovadia. Ho le mie idee in proposito. Studio da tanti anni, con molta umiltà, le culture ebraiche e la vita associativa e culturale dell’ebraismo italiano e sono attento a tutte le sue sfumature. Non sono fra quelli che amano parlare con gli ebrei solo se sono di sinistra e critici di Israele. Ed è altrettanto ovvio che una personalità come quella di Moni Ovadia io la tenga nella giusta considerazione. Su Israele vorrei essere molto secco. Sono per due popoli, due stati, due democrazie. Questa formula riassunse la linea dei Ds guidati da Fassino negli anni in cui sono stato parlamentare. Non mi schiodo da lì. Conosco la situazione dei palestinesi e mi addolora. Ho ascoltato anche in Israele critiche al governo. Possono farlo. Non ho ascoltato dai palestinesi critiche ai loro leaders. Non possono farlo. I tentativi di pace non sono però naufragati per responsabilità della parte israeliana. Bill Clinton e Ehud Barak ne sanno qualcosa. Sull’intera scandalosa vicenda di Arafat è calata una cortina di silenzio, anche qui da noi. Aspetto ancora di sentire, da certi settori della sinistra, critiche al mondo arabo e palestinese sul tema del mancato riconoscimento di Israele e su ciò che si insegna ai bambini palestinesi e arabi nelle scuole a proposito di Israele e degli ebrei in generale. Se vogliamo la pace dobbiamo respingere la demonizzazione di Israele. Lo devono fare anche i suoi critici. Io sarò sempre fra quelli che non smarriranno mai il dovere di difendere Israele. Non so se questa discussione con Moni Ovadia interesserà i lettori di questo blog. Come è ovvio si divideranno. E’ mio dovere non rigettare l’offerta di Moni Ovadia di discutere apertamente i nostri dissensi. So che discutere serve sempre anche quando le posizioni restano lontanissime. Ecco di seguito il testo della seconda lettera di Moni Ovadia.

Israele: raggiunta intesa tra parti sociali e governo


Dopo una notte d'intense contrattazioni e scadenze prorogate, la Federazione dei lavoratori Histadrut ed il Ministero del Tesoro israeliano, sono sul punto di raggiungere un'intesa e sottoscrivere un compromesso che ponga fine allo sciopero generale, al suo secondo giorno. Secondo un rapporto provvisorio, l'accordo con l'Histadrut contempla due parti: quella riguardante gli impiegati nel settore privato e quella concernente il pubblico impiego.Il Ministero delle Finanze avrebbe acconsentito ad assorbire una piccola parte di lavoratori a contratto, come gli impiegati a tempo pieno, e ad aumentare salari o fornire incentivi ai dipendenti dei servizi sociali e delle imprese di pulizia. Il contratto con i privati, elaborato in collaborazione con la Federazione delle Organizzazioni economiche israeliane, contempla il passaggio parziale a contratto degli impiegati nel settore pulizie, la modifica del contratto a coloro il cui lavoro ricada direttamente sugli impiegati.http://www.focusmo.it/

Difesa: Israele vorrebbe base militare su Cipro

(ANSAmed) - NICOSIA, 9 FEB - Israele sarebbe intenzionato a chiedere alla Repubblica di Cipro di dispiegare un numro imprecisato di propri caccia nella base aerea militare Andreas Papandreou nei pressi della localita' di Pafos, sulla costa meridionale dell'isola. Lo riferisce il sito greco-cipriota Sigma.live citando una fonte militare locale che conferma voci che stanno circolando sull'isola da giorni.Secondo tali voci, la richiesta dello Stato ebraico sara' formalmente avanzata nel corso dell'imminente vista del premier Benjamin Netanyahu a Cipro il 16 e 17 febbraio prossimi, la prima di un capo di governo israeliano su quest'isola mediterranea. Sempre secondo le stesse voci, lo Stato ebraico avrebbe intenzione di utilizzare la base militare su Cipro per poter meglio monitorare e proteggere da li' i nuovi giacimenti di idrocarburi che sta scoprendo al largo delle proprie coste da alcuni mesi a questa parte.

Eurolega, Cantù crolla in Israele

Il Maccabi Tel Aviv si rifà con gli interessi della sconfitta del PalaPianella (82-74) e davanti al proprio pubblico travolge Cantù per 75-60. La Bennet resta in partita per tutto il primo tempo, andando all'intervallo lungo avanti 41-39, ma nel terzo quarto crolla (23-5 il parziale a favore degli israeliani) e non riesce più a rientrare. Ottima prova di Shermadini, in doppia doppia con 15 punti e 10 rimbalzi, strepitoso Basile con 20 punti.
Nelle fila del Maccabi 14 punti per Blu, 12 a testa per Langford ed Eliyahu. Nella classifica del girone H.http://www.sportmediaset.mediaset.it/

SICUREZZA ALIMENTARE, GEMELLAGGIO ITALIA-ISRAELE

(AGI) - Tel Aviv, 9 feb. - L'Italia fara' da 'consulente' al governo israeliano per il rinnovo della legislazione in tema di sicurezza alimentare e veterinaria. L'accordo e' stato firmato a Tel Aviv e prevede che il ministero della Salute italiano e quello dell'Agricoltura israeliano lavorino fianco a fianco per aggiornare le leggi e le procedure dello stato ebraico nei settori della veterinaria e degli allevamenti, in modo da adeguarle agli standard previsti dall'Unione europea. Leader del progetto, fortemente sostenuto da Bruxelles, sara' la dottoressa Gaetana Ferri. Nel corso della cerimonia di firma, a cui era presente anche l'ambasciatore italiano, Luigi Mattiolo, le autorita' israeliane hanno sottolineato le grandi sfide che la sicurezza alimentare pone a Israele, terra di confine tra continenti e per questo piu' esposta al rischio di epidemie, ma anche terra di modernita' e tradizione, dove sistemi di produzione tradizionali coesistono con quelli all'avanguardia. Le attivita' di formazione faranno capo al dottor Federigo Santini, referente locale del progetto, e avranno una durata prevista di 18 mesi.

Israele, è di Soliman l'autogol più clamoroso della storia

TEL AVIV - Probabilmente nessuno riuscirà mai a capire cosa gli è passato per la testa in quel momento. Ma quello che ha fatto Ashraf Soliman, difensore di una squadra israeliana, il Maccabi Umm al-Fahm, rimarrà nella storia. All'89° della partita contro l'Hapoel Afula, probabilmente nel maldestro tentativo di compiere un salvataggio in corner, stoppa un cross avversario e spedisce il pallone direttamente nella propria porta, sotto gli sguardi allibiti dei compagni (e dei tifosi). Un attaccante avversario forse non avrebbe saputo fare di meglio. Soliman avrà modo tuttavia di farsi perdonare: il difensore segnerà la rete della vittoria nei tempi supplementari.http://www.ilmessaggero.it/



Gilad Shalit incontra Sarkozy a Parigi

Gilad Shalit, il soldato israeliano rilasciato il 18 ottobre 2011 dopo cinque anni di prigionia a Gaza ha lasciato oggi per la prima volta Israele per incontrarsi con il presidente francese Nicolas Sarkozy, al Palazzo dell'Eliseo. Mentre le sue condizioni di salute ancora non lo permettono, i suoi genitori parteciperanno stasera alla cena di gala annuale dell’Istituzione Ebraica, Per tutto questo tempo Gilad, è restato molto in ombra, fatta eccezione per l’apparizione alla partita di basket del Maccabi a Tel Aviv e l’apertura di un profilo su Facebook. Shalit è stato rilasciato nel mese di ottobre dopo cinque anni di prigionia ad Hamas in cambio di 1.027 prigionieri palestinesi . Nicolas Sarkozy aveva cercato di ottenerne lo libertà, incontrandosi più volte nel corso degli anni con suo padre e sua madre. Gilad che è cittadino francese attraverso i suoi genitori era stato denominato dal presidente francese "figlio di Francia". Nel mese di gennaio Shalit ha inviato una lettera con la quale ringraziava Sarkozy e il popolo francese per gli sforzi fatti nel corso degli anni per accelerare la sua liberazione e per il sostegno che il presidente aveva mostrato sia a lui che alla sua famiglia. “Le sarò per sempre grato per questo straordinario impegno, fermo e senza compromessi - ha scritto Gilad – e sono onorato e orgoglioso che mi abbia difeso come figlio di Francia”http://www.focusmo.it/

Torta de Maiz

Ingredienti per 6/8 persone:1 kg di mais in scatola 4 uova 100 gr di burro 250 gr di zucchero 150 gr di farina 1 bustina di vanillina 1 bustina di lievito per dolci sale dulce de leche qb Procedimento Tritare al mixer il mais con lo zucchero, i tuorli e il burro sciolto. Dopo una prima tritata aggiungere farina, lievito e vanillina e frullare nuovamente. Montare gli albumi con un pizzico di sale e unirlo delicatamente al composto di mais.
Versare tutto in una tortiera con carta forno e cuocere a 180 gradi Servire con un po di dulce de leche. http://imenudibenedetta.blogspot.com/

Si al dolce a colazione: aiuta a dimagrire

Promosso il dolce a colazione. Una golosità, come un pezzo di torta o qualche biscotto, aiuta a dimagrire e difende dall'effetto yo-yo, le perdite di peso seguite dall'aumento dei chili.A dirlo, una ricerca della Tel Aviv University (Israele), diretta dalla dottoressa Daniela Jakubowicz e pubblicata su "Steroids".Il team di Tel Aviv ha coinvolto 1.092 volontari obesi non-diabetici, divisi in due gruppi. Il primo ha fatto colazione con un dolce (torta, biscotti, cioccolato) per 600 calorie totali. Il secondo gruppo (gruppo di controllo) non aveva il dolce, per 300 calorie totali. Tutti avevano lo stesso livello di calorie giornaliere: 1600 per gli uomini, 1400 per le donne.Dopo 32 settimane di dieta, i test hanno detto come tutti i volontari avessero perso circa 15 Kg di media. Tuttavia, il primo gruppo aveva perso peso ulteriore (7 Kg a testa) mente il secondo aveva ripreso 10 Kg.Per spiegare questo, la dottoressa Jakubowicz cita l'importanza della colazione. Questa dà l'energia usata poi nella giornata, accelera il cervello dopo il riposo notturno ed attiva il metabolismo. Tali caratteristiche sono fondamentali per per perdere peso e non ingrassare ancora: la colazione gestisce anche la grelina, l'ormone della fame.http://www.newsfood.com/

La Metropolitana di Mosca in Israele

La metropolitana di Mosca è sbarcata in Israele per costruire una galleria di alta montagna nella tratta ferroviaria Tel Aviv - Gerusalemme.È stato già montato il grande scudo rotante contro il quale, come in un cantiere navale, è stata infranta la tradizionale bottiglia di champagne.Questa avventura è iniziata nel 2010 quando la Metropolitana di Mosca ha vinto la gara di appalto insieme alla società israeliana “Minrav” . Ci sono voluti due anni per mettere a punto tutte le carte necessarie e montare il gigantesco impianto di scavo.All’inaugurazione si sono sprecati gli elogi nei confronti della compagnia russa. Il ministro dei trasporti, Israel Katz ha detto che la collaborazione con Mosca è assolutamente fantastica.Secondo l’esperto dei trasporti Aleksei Besborodov gli specialisti di Mosca sono ormai famosi nel mondo per l’altissimo livello di professionalità che li contraddistingue.I russi costruiscono in India e in tutta l’area postsovietica. Nell’Europa dell’est e finanche in Asia gli specialisti russi lavorano con impegno nella costruzione di nuove linee di metropolitana. La metro è quel mezzo di trasporto che risolve la maggior parte dei problemi del traffico.Aggiunge il capo progetto della metropolitana di Mosca Aleksandr Kofman:Dobbiamo aprire una galleria ferroviaria di tremila e cinquecento metri lungo la tratta Tel Aviv e Gerusalemme. Si tratta di una linea ad alta velocità già costruita in parte. A noi è toccata la prima galleria del progetto, le successive due saranno costruite da altre società. Non è facile dire quando termineranno i lavori. Di regola noi procediamo alla velocità di 15-20 metri al giorno.http://italian.ruvr.ru/

Il salotto di Gabriella: i tesori di Israele con Umberta Gnutti Beretta

Sono davvero felice di poter proseguire con i miei racconti di viaggio. Come anticipato, ecco giunto il turno di Israele, un Paese tormentato da una guerra terribile e feroce, che però conserva ancora intatto il suo spirito, la sua autenticità ed una sacralità che toccano l’anima.Sono riuscita a realizzare questo viaggio che progettavo ormai da tempo, grazie al prezioso aiuto della Young President Organization. La YPO è un’associazione che programma tour in giro per il Mondo, organizzando tutto nei minimi dettagli, con grande professionalità e accuratezza, proponendo esperienze uniche che difficilmente sarebbero possibili girando da soli. Ogni gruppo è infatti formato solo da una trentina di coppie e gli spostamenti avvengono unicamente in elicottero. Inoltre va detto che vi è una particolare attenzione, nonostante si tratti di un viaggio organizzato, a mantenere intatta l’atmosfera di scoperta, aspettativa e sorpresa: il programma viene comunicato solo alla mattina, così che ogni giorno rappresenta una vera sfida e un’avventura per ognuno dei viaggiatori!La lista di quello che la Palestina (Israeleeeeeeee!! nr)può offrire di indimenticabile è davvero sconfinata. Ricordo in particolare un biciclettata sullo splendido lungomare di Tel Aviv; la bellezza del Mar Morto, che non tutti sanno trovarsi a 400 metri sotto il livello del mare ed essere saturo di 350 grammi di sale ogni litro; il suggestivo panorama del Mare di Galilea, che in realtà è un lago; le montagne di Golan Heights, sul confine, che possiedono delle delle cantine ottime, anche se poco conosciute in Occidente. C’è poi la grande, preziosa Gerusalemme, con il Santo Sepolcro, la Moschea della Roccia e il Muro del pianto – e bisogna ricordarsi di non voltare mai le spalle al muro, per rispetto e per far sì che il desiderio venga esaudito.Emozionanti, poi, sono stati due particolari incontri. Innanzitutto quello con Tzippi Lisni, leader dell’opposizione all’interno del Parlamento israeliano – che, tra l’altro, un edificio imponente e meraviglioso; poi, la visita ai soldati israeliani, tra cui sono stata stupita di scoprire molte donne; in Israele, infatti, il servizio militare è obbligatorio sia per gli uomini, per 3 anni, che per le donne, per 2 anni. Sono state esperienze uniche, toccanti, dal prezioso valore umano ed etico. Non le dimenticherò.Accanto a queste esperienze più formali e – diciamocelo – seriose, abbiamo avuto anche la possibilità di svagarci e goderci degli entusiasmanti momenti di leggerezza. Abbiamo partecipato a due feste: una nelle cave di Salomone, cosa generalmente non consentita ai turisti, e una in mezzo al deserto con i beduini. Il mattino dopo, con sole due ore di sonno, abbiamo scalato il Monte Masada: un panorama incantevole, ma quanta fatica!http://www.luukmagazine.com/

Una start-up contro il terrorismo


La storia di successo di alcuni informatici israeliani che mettono a punto un software capace di identificare sulla rete minacce terroristiche, Fraud Sciences. Aquistato da Paypal per 200 milioni di dollari. Leggere per credere (e imparare).

Quella di Fraud Sciences è una storia mediterranea. Locale e globale. È la storia di una start-up tecnologica che crea una competenza codificata, ne fa un vantaggio competitivo e la trasforma in un progetto imprenditoriale capace di attrarre l´interesse della più grande multinazionale del settore.
Tutto ha inizio là dove tutto ebbe inizio e dove tutto, almeno dicono le scritture, tutto finirà. Siamo in Israele, terra al centro del mediterraneo che ha conosciuto l´isolamento al limite dell´embargo, l´emigrazione al limite della diaspora. Un gruppo di giovani, dopo aver terminato il periodo della loro vita che lo Stato ha chiesto loro prestando il servizio, soldati dell´esercito israeliano, intraprende un´iniziativa imprenditoriale con l´obiettivo di sviluppare una piattaforma software capace di identificare, sulla rete, minacce terroristiche. La minaccia più temibile per lo Stato d´Israele e, oggi, per l´Occidente tutto. L´iniziativa capitalizza quelle conoscenze che Shvat Shaked e i suoi amici e soci hanno appreso durante il servizio di leva dove la prevenzione, attraverso i più sofisticati metodi e le più avanzate tecniche di intelligence, è l´arma di difesa più efficace per garantire la sicurezza di milioni di innocenti. Alcune decine di giovani informatici mettono a punto, in pochissimo tempo, la piattaforma. A Shvat, che è il leader pur non portando su di sé i caratteri del tecno-manager rampante e baldanzoso, si presenta l´occasione, un promettente elevator pitch. Ha la possibilità di presentare la sua società all´Ing. Thompson, presidente di PayPal che, con 18 miliardi di dollari di fatturato, è la più grande piattaforma di acquisti on-line del pianeta. L´elevator pitch è il termine che nelle aule dove si tengono i corsi dei Master in Business Administration indica il carpe diem. E se il buon Machiavelli nel Principe ci ammoniva del fatto che la fortuna lascia solo il 50% del destino dell´uomo al suo libero arbitrio, tale percentuale ha da assottigliarsi parecchio durante un elevator pitch. Tant´é. Il corso degli eventi, per quanto uno si possa strutturare, farsi voce di una scaletta che mette a fuoco i plus, che riassume la SWOT indicando revenues, roi ed ebitda, va un po´ come deve andare. In pochi secondi uno è quello che sembra, quello che le poche parole, sulle esili spalle delle sfumature, informazioni, significati, riescono a portare al destinatario. Quando Shvat sintetizzò la mission della Fraud nella capacità, attraverso una piattaforma di sicurezza informatica, di discernere la brava gente dalla cattiva gente, Thompson dovette pensare ad uno scherzo che la Benchmark Capital, consorella di PayPal, aveva ordito nei suoi confronti proponendogli quell´incontro. Thompson seppe tenere a freno l´irritazione e chiese al suo giovane interlocutore, con l´aria di chi ti sta concedendo l´ultima possibilità, dove avessero imparato a farlo. Shvat con prontezza e calma rispose: "Dando la caccia ai terroristi". Thompson capì che doveva concedere al giovane Shvat dell´altro tempo e venne al punto: "Quante transazioni avete analizzato?" Shvat aveva condotto il suo importante elevator pitch dalla sua parte, aveva l´occasione di parlare della sua creatura. E buttò sul tavolo le cifre. Quarantamila transazioni in cinque anni, solo quattro errori commessi. Cifre cui Thompson stentava a credere ma che valsero a Shvat l´opportunità di essere messo alla prova. Thompson fece inviare dai suoi tecnici un estratto di transazioni degli archivi della PayPal. Shvat e i suoi li avrebbero analizzati e confrontato i risultati ottenuti con quelli ottenuti dagli algoritmi su cui due mila tecnici della PayPal avevano lavorato decenni. Un´impresa che stanca solo descriverla.Inutile dire come andò a finire, Fraud Sciences disponeva di una piattaforma molto più efficace di quella di PayPal. Gli errori che il sistema di Shvat e compagni commetteva erano inferiori di circa il 20% a quelli commessi dal sistema adottato da PayPal. In altre parole, il sistema di PayPal era troppo conservativo il che si traduceva nella perdita di clientela che veniva esclusa dal sistema perché giudicata erroneamente non affidabile dal sistema.C´era il vantaggio competitivo, c´era l´opportunità e Thompson la colse. PayPal comprò la Fraud con una valutazione di 200 milioni di dollari. Questa storia di business ci da molte lezioni. La prima: quanto sia importante l´identità e il codice genetico di un´ iniziativa. Di come le competenze che nascono per risolvere un problema, dai connotati spiccatamente tipici e locali, possano costituire quel vantaggio competitivo che conduce al successo globale. Pensate, rimanendo in Israele, al kibbutz o al caso Nokia nella penisola scandinava, dove la bassa concentrazione demografica fece da grimaldello all´esplosione del fenomeno della telefonia mobile. Secondo: quanto sia importante l´internazionalizzazione. Quanto sia alla base del successo, oggi, in particolare oggi, il concentrarsi su prodotti e/o servizi che siano nella propria natura fatti per essere venduti sul mercato globale, fuori da qualsiasi logica autarchica. Terzo, di come la leva della sicurezza sia oggi, in questa fase di forte rarefazione della domanda in un po´ tutti i settori del commercio, la leva di politica economica più efficace. E´ ovvio che Israele per dimensioni, storia, e infinite altre ragioni non è assimilabile all´Italia. E´ vero che un paese come l´Irlanda, che si è ispirato al modello israeliano, non è poi riuscito, se non nel breve periodo, a riprodurne le dinamiche così favorevoli.Ma è altrettanto vero che il programma che l´Italia aveva intrapreso alla fine degli anni novanta, quello di avviare un settore fatto di imprese ad alto contenuto di tecnologia e conoscenza, alla stregua della Silicon Valley, non è stato completo in quanto continua a mancare un termine della filiera. Quello rappresentato dai Venture Capital, i portatori di capitale di rischio. Il programma, messo a punto dal governo israeliano, denominato Yozma, potrebbe fornire al governo Monti qualche spunto.Michele Fronterrè, siciliano, laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Torino 10 anni fa. Nel 2007, ha co-fondato presso I3P, l'acceleratore d'imprese del Politecnico di Torino, Ingenia, una start-up che opera nel mercato dell'uso razionale dell'energia. Dalla fine dello stesso anno si occupa anche dello sviluppo commerciale di Cantene, società sempre all'interno di I3P che si occupa di servizi di ingegneria quali l'analisi, mediante l'utilizzo di simulazioni numeriche, di fenomeni d'incendi in spazi confinati. Ha scritto "Imprenditori d'Italia, storie di successo dall'Unità a oggi" (Edizioni della Sera, 2010) http://www.formiche.net/

Zahava Galon

Israele, tre donne leader opposizione a Netanyahu

(ANSAmed) - GERUSALEMME, 8 FEB - Nella Knesset è sempre più al femminile la opposizione a Benyamin Netanyahu (Likud) con la elezione - avvenuta la scorsa notte - della parlamentare Zahava Galon alla guida del partito della sinistra sionista Meretz (tre deputati su 120). Galon - che sostituisce Haim Oron, giunto al termine del mandato - ha ricevuto il 60 per cento dei voti del congresso del partito, che in passato fu guidato da personaggi di prestigio come Shulamit Alloni e Yossi Sarid. La Galon va così ad affiancarsi ad altre due protagoniste della opposizione: Shelly Yehimovic, che di recente ha espugnato la guida dei laburisti, e Tzipi Livni, leader dei centristi di Kadima. Per quest'ultima, tuttavia, le prossime settimane saranno ricche di incognite nella imminenza delle elezioni primarie indette su insistenza del suo maggiore rivale nel partito, l'ex ministro della Difesa Shaul Mofaz.

O Hamas o la pace
Editoriale del Jerusalem Post http://www.israele.net/

L’organizzazione Hamas, riconosciuta come terroristica dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, sembra attraversare di recente un preoccupante processo di legittimazione.Negli ultimi mesi, Ismail Haniyeh è stato ricevuto in pompa magna dai capi di numerosi stati musulmani “moderati” come Turchia, Tunisia, Egitto e Bahrain. Intanto il capo di Hamas Khaled Mashaal, accompagnato dal principe ereditario del Qatar Tamim bin Hamad bin Khalifa al-Thani, veniva accolto a fine gennaio dal re di Giordania, Abdullah II. Tutti questi incontri, sebbene di significato soltanto simbolico, segnano un cambiamento nel modo in cui gli stati della regione guardano a Hamas. In passato, i governanti arabi sunniti formalmente allineati con l’occidente evitavano Hamas. La sunnita Hamas era costretta a stringere alleanze con il regime siriano alawita e con il regime iraniano sciita. Ma con l’ascesa in Egitto della Fratellanza Musulmana e, in Tunisia, del partito Ennahda affiliato alla Fratellanza, Hamas – essa stessa un’emanazione della Fratellanza Musulmana – ha subito un graduale processo di riorientamento, allineandosi e identificandosi con le rivolte popolari della regione note come “primavera araba”.La più recente mossa di Hamas verso la normalizzazione è stata la Dichiarazione di Doha di lunedì scorso: un accordo di riconciliazione che dovrebbe porre fine al divario fra essa e Fatah. Firmato sotto gli auspici del Qatar, la dichiarazione designa l’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) come primo ministro ad interim di un costituendo governo di unità palestinese Fatah-Hamas il cui principale compito, stabilisce l’accordo, dovrebbe essere quello di preparare elezioni presidenziali e parlamentari palestinesi e “ricostruire” la striscia di Gaza. Verrà anche discusso l’incorporamento di Hamas all’interno dell’Olp, un'organizzazione composta da vari gruppi il maggiore dei quali è Fatah. Se tutto andrà come previsto, Hamas diventerà parte integrante della leadership politica ufficiale palestinese.L’unico problema, in tutto questo, è che Hamas rimane un’organizzazione terroristica antisemita, votata alla distruzione di Israele. Hamas, che include nella sua Carta ufficiale i “Protocolli dei Savi di Sion”, non ha mai accettato i tre requisiti minimi richiesti dal Quartetto per il Medio Oriente, un organismo di mediazione composto dai rappresentanti di Stati Unti, Nazioni Unite, Russia e Unione Europea. Tali requisiti sono il riconoscimento del diritto ad esistere dello stato di Israele, l’abbandono del terrorismo e il rispetto degli accordi precedentemente firmati da israeliani e palestinesi. Durante i suoi tour di visite nella regione, Haniyeh ha ribadito la ben nota posizione di Hamas che invoca la “liberazione di tutta la Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo” attraverso la jihad (guerra santa). Haniyeh ha giurato che Hamas non riconoscerà mai “l’entità israeliana” e ha dichiarato che sfrutterà la “primavera araba” per conseguire questi obiettivi. Alla luce di queste circostanze, la reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Dichiarazione di Doha è del tutto ragionevole: “Presidente Abu Mazen – ha detto – lei non può avere una cosa e il suo contrario. O fa un patto con Hamas, o fa la pace con Israele. O fa una cosa o fa l’altra, non può farle tutte e due”.Purtroppo il concetto che non è possibile conciliare un accordo di unità Fatah-Hamas e un’iniziativa di pace israelo-palestinese non appare a tutti così evidente. Un portavoce della responsabile della politica estera dell’UE, Catherine Ashton, ad esempio, ha ripetuto la posizione europea secondo cui la riconciliazione palestinese sarebbe un passo importante verso la pace in Medio Oriente. Intanto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon diceva ad Abu Mazen che la riconciliazione fra Fatah e Hamas non deve essere considerata in contraddizione né escludere negoziati con Israele.È indispensabile che la comunità internazionale tenga fede ai tre requisiti posti dal Quartetto per l’eventuale normalizzazione dei rapporti con Hamas. Finché continua a mantenere il suo impegno per la lotta violenta, si rifiuta di riconoscere Israele e rifiuta i precedenti accordi di pace, sarà impossibile sviluppare relazioni normali con Hamas, né con una leadership palestinese disposta a sottoscrivere un accordo di unità con Hamas.Molti nella comunità internazionale possono avere la ingannevole impressione che riconoscere un governo che comprende la maggiore l’organizzazione terrorista islamista palestinese permetterebbe alla più moderata Fatah di portare un cambiamento in Hamas. Noi siamo convinti che sia molto più probabile il contrario e cioè che Hamas, cavalcando un’onda di rinnovata popolarità nella regione, finirà col prendere gradualmente il controllo su Fatah.(Da: Jerusalem Post, 8.2.12)

Gli Izabo rappresentaranno Israele a Baku

Scelta interna quest’anno per Israele invece del tradizionale concorso di selezione. La scelta della TV israeliana IBA è ricaduta sugli Izabo, una band fondata nel 1989 che combina, indie rock, rock psichedelico, disco, punk e suoni mediorientali ed arabi. Attivi come gruppo dal 2003 dopo diverse esperienze da parte dei componenti della band, hanno subito avuto successo in patria con l’Ep di debutto. Il contratto con una grande major ha permesso loro di uscire dai confini nazionali e proporsi in Gran Bretagna, Scozia ed Olanda.Un altro Ep destinato al mercato internazionale – il secondo lavoro – anche questo di ottimo successo in patria, risale al 2008. La loro canzone si intitolerà “Time“.http://www.eurofestival.ws/


I più grandi chef del mondo cucinano per la pace

Immaginate di avere gli chef più importanti del mondo che, abbandonati i loro capi per diversi giorni, cucinino un pasto regale solo per voi. La maggior parte di noi può continuare a sognare, ma 220 facoltose persone provenienti da Israele e dall'estero hanno avuto la fortuna di realizzare questa fantasia culinaria la settimana scorsa. I cinque più importanti cuochi professionisti sono arrivati in Israele su invito dello Chef Shalom Kadosh, L'evento è stato programmato circa un anno e mezzo fa con lo scopo di preparare un pasto da gourmet presso il Centro Peres per la Pace per avviare una raccolta di fondi per le attività che avrebbero aiutato i bambini israeliani e palestinesi . Questo favoloso quintetto, insieme a Kadosh, si è riunito Mercoledì scorso presso l'Hotel Herods a Tel Aviv per preparare uno splendido pasto. Ad ogni chef è stato chiesto di cucinare il suo piatto speciale rendendolo naturamente, kosher Il primo è stato preparato dallo chef presidente degli Stati Uniti Barack Obama, Tommy Kurpradit, che ha fatto le lasagne di verdure del mercato con carciofi e vinaigrette al tartufo. Jerome Rigaud, chef del presidente russo Dmitry Medvedev ha preparato una Kremlin-zuppa borsch. Christian Garcia, il capo chef del Principe Alberto di Monaco, ha fatto un filetto di triglia con brodo di pesce, finocchi e fagioli, . Lo Chef Shalom Kadosh ha preparato grano e insalata di fagioli calda avvolto in foglie di bietola con un condimento di peperoni arrostiti. La quinta portata è stata realizzata dallo chef del presidente francese Nicolas Sarkozy, Bernard Vaussion. Il dessert invece è stato preparato dallo chef della cancelliera Angela Merkel, Ulrich Kerz, che ha fatto una sinfonia di mele con mousse di yogurt e rum-uvetta caramellate. Tutti e cinque i cuochi si sono detti molto impressionati dalle eccellenti materie prime in Israele.http://www.focusmo.it/


“Laboratorio Israele”: presentazione del libro di Dan Senor e Saul Singer

INTRODUCE CARLO BENIGNI. Mercoledì 15 febbraio alle 18, presso la libreria Ippogrifo, in corso Nizza 1, l’associazione Italia-Israele presenta il libro “Laboratorio Israele. Storia del miracolo economico israeliano” di Dan Senor e Saul Singer. Introduce Carlo Benigni, presidente della federazione Italia-Israele. Intervengono Dario Peirone, ricercatore di economia di gestione delle imprese presso l’università di Torino e Giovanni Matteo Quer laureato in Giurisprudenza, con un dottorato in Studi Internazionali.
http://www.cuneocronaca.it/

negozio a Gaza
Se l’occupazione è un ottimo affare. Per i palestinesi

Di Adam Reuter, http://www.israele.net/
palestinesi hanno recentemente dichiarato che Israele danneggia gravemente l’economia dell’Autorità Palestinese. Sostengono infatti, i rappresentanti palestinesi, che l’occupazione israeliana comporta un costo pesante per la loro economia: un danno che viene da loro calcolato in almeno 7 (sette) miliardi di dollari negli ultimi dieci anni. Questa stima comprende le attività economiche congelate nella striscia di Gaza a causa del blocco, i redditi persi da risorse naturali usate da Israele grazie al suo controllo sulla maggior parte dell’area, costi aggiuntivi per i palestinesi dovuti a limiti di movimento e altre restrizioni alla produzione locale.Lasciamo perdere per un momento perché è stato imposto un blocco alla striscia di Gaza, perché sono stati istituiti posti di blocco in Cisgiordania, perché sono le comunità israeliane ad essere protette da recinzioni e non quelle palestinesi. E supponiamo anche che le stime palestinesi siano del tutto attendibili, e che il danno economico cumulativo da loro subito ammonti effettivamente a sette miliardi di dollari. Ebbene, a ben vedere, con l’occupazione hanno fatto un ottimo affare. Intendo dire che i palestinesi hanno trasformato la loro indigenza in una strategia economica vantaggiosa grazie alla quale incassano molto più denaro di quello che dicono d’aver perso per i danni che l’occupazione infliggerebbe loro. Anzi, sotto questo aspetto la situazione attuale risulta, per loro, di gran lunga economicamente vantaggiosa.I palestinesi, infatti, dimenticano di dire che, allo stato attuale, ricevono direttamente o indirettamente fra i 3 e i 4 miliardi di dollari all’anno in aiuti internazionali: vale a dire, più del doppio del danno annuale alla loro economia che dicono di subire a causa dell’occupazione. Di fatto i palestinesi sono i campioni del mondo dell’aiuto internazionale pro capite. In media ciascun palestinese riceve donazioni per circa 1.000 dollari all’anno. Più del 60% del prodotto dell’Autorità Palestinese origina da aiuti mondiali. I dati statistici mostrano che, negli anni 2009 e 2010, l’Autorità Palestinese ha ricevuto donazioni per un totale di 4 miliardi di dollari all’anno. Dal 2005 la portata delle donazioni è più che raddoppiata. Vale a dire che, se si contano tutti i fondi ricevuti dai palestinesi da varie fonti solo negli ultimi dieci anni, si arriva ad una somma straordinaria che si aggira sui 25 miliardi di dollari. Cioè 18 (diciotto) miliardi di dollari di più rispetto al danno accumulato nello stesso periodo secondo i loro calcoli.Ma i palestinesi fanno almeno buon uso di tutto questo denaro? Non necessariamente. Per lo più questi fondi non vengono usati per stimolare la crescita, ma per pagare gli stipendi di innumerevoli funzionari e finanziare una burocrazia elefantiaca. Una parte degli aiuti finisce addirittura nell’unica industria sviluppata della striscia di Gaza: l’industria della “difesa”. I palestinesi potrebbero usare le immense somme di denaro che ricevono dal mondo per rimodernare le loro infrastrutture e gettare così le basi per lo sviluppo futuro di una potenza industriale fondata sulla manodopera a basso costo. Non c’è nulla di cui vergognarsi in una tale strategia, adottata ad esempio dalla Turchia che ora funziona da catena di montaggio per l’Europa occidentale. E invece, a quanto risulta, l’investimento palestinese in infrastrutture è irrisorio. L’Autorità Palestinese ripara a malapena le strade, e non crea quasi nessun impianto per la desalinizzazione pur avendo ricevuto tutti i fondi e i permessi per farlo. Dopotutto, è assai più comodo depauperare e inquinare le falde che portano l’acqua verso Israele. I palestinesi hanno trascurato le loro infrastrutture idriche e non hanno create nuove strutture idro-elettriche perché è molto più facile fare affidamento sulla Israel Electric Company.I palestinesi sostengono che il conflitto con Israele li danneggia economicamente. È senz’altro vero. Ma il rovescio della medaglia è che, a quanto pare, traggono dal conflitto molti più vantaggi che perdite. Se non fosse per il conflitto, i palestinesi non riceverebbero praticamente nessun aiuto dal resto del mondo. Hanno dunque un autentico interesse economico a porre fine al conflitto?(Da: YnetNews, 7.2.12)

Israele, sciopero generale blocca aeroporti, economia

GERUSALEMME, 8 febbraio (Reuters) - Il più grande sindacato israeliano ha proclamato uno sciopero che oggi sta provocando la chiusura di aeroporti, porti, banche e mercati azionari, dopo il fallimento dei negoziati col governo sullo status dei lavoratori assunti da imprese di subappalto. La federazione sindacale Histadrut, che rappresenta centinaia di migliaia di lavoratori del pubblico impiego, ha detto che lo sciopero - che secondo stime provocherebbe un danno economico di circa 500 milioni di dollari al giorno - riguarda anche le ferrovie, la Banca d'Israele e gli uffici governativi."Questo sciopero non solo non è necessario, ma danneggia il mercato, l'economia e i cittadini d'Israele", ha detto a Radio Israele il ministro delle Finanze Yuval.La federazione delle camere di commercio ha presentato una richiesta d'ingiunzione contro lo sciopero che però è stata bocciata ieri dall'Alta corte.Histadrut vuole che il governo assuma direttamente circa 250.000 lavoratori in subappalto - dalle guardia di sicurezza al personale delle pulizie - le cui condizioni di lavoro attuali sono peggiori degli impiegati governativi.Il ministero delle Finanze ha risposto di non potere assumere così tante persone ma ha offerto in cambio di aumentare loro il salario di almeno il 20% concedendo anche più ferie.Oggi governo e sindacato dovrebbero incontrarsi nuovamente alle 13 ora italiana per cercare di riprendere le trattative.(Steven Scheer e Ari Rabinovitch)

Il Purim di Siracusa

Del miracoloso fenomeno della rinascita dell’ebraismo meridionale e, in particolare, siciliano – una delle poche notizie, che, in un quadro generale alquanto inquietante, possono dare fondate ragioni di speranza e fiducia – abbiamo già avuto modo di parlare, nel notiziario quotidiano dello scorso 14 settembre, in occasione della Giornata della cultura ebraica svolta, lo scorso 4 settembre, nella splendida isola di Ortigia(…).A suggellare, festosamente, tale ritorno, dando a tutti la prova provata della vitalità e dell’energia degli ebrei siciliani, avrà luogo, domani, giovedì 9 febbraio – 17 Shevat 5772 – un importante evento, quale la celebrazione, alla Sinagoga di Siracusa (in via Italia 88), su iniziativa della organizzazione ebraica locale e del Centro Sefardico siciliano, del “Purìm di Siracusa”, officiato dal rabbino Stefano Di Mauro, Ytzhak Ben Avraham.Si tratta di una delle svariate festività ebraiche locali ispirate al Purìm biblico, il cui spirito e significato (com’è noto, volto a rievocare l’evitata strage degli ebrei di Persia, ordita dal perfido Amàn) è stato più volte adattato per commemorare altre drammatiche vicende occorse, nei secoli, al popolo ebraico, analogamente contrassegnate dall’incombenza di gravi minacce e da scampati pericoli. Anche la festività siracusana (ricordata anche come “Purìm di Saragosa”) fa parte di questi Purìm cosiddetti “minori” (“Purìm speciali”), denominati in ebraico Purim qetannìm, Purim shenì o Mo‘adim qetannìm.L’origine, la storia e il significato della cerimonia sono stati fatto oggetto di molti studi, e alcuni aspetti appaiono ancora controversi, o avvolti nel mistero: sappiamo che, come per il più noto Purìm di Ester, anche in questo si dava lettura di un memoriale scritto, in ebraico, su un rotolo – la Meghillah – detto “Rotolo di Saragusanos”, e si usava tributare offerte caritative ai poveri e rispettare, alla vigilia della festa, il digiuno. La cerimonia, di origine incerta, sembra avere avuto maggiore diffusione, nel periodo successivo all’editto di espulsione del 1510, fra gli ebrei siracusani che, cacciati dal Vicereame, trovarono rifugio nei territori dell’impero ottomano, principalmente in Grecia. Sappiamo che dei festeggiamenti particolari per questa occasione si svolgevano soprattutto a Salonicco, e in modo speciale presso la sinagoga di Bet Aharon 7, composta e frequentata in prevalenza da ebrei originari della città siciliana, e fondata, tra gli altri, proprio da una famiglia di nome Saragoussi.A lungo si è creduto, erroneamente, che questo “Purìm speciale” si riferisse alla città aragonese di Saragozza, a causa del nome utilizzato nella Megillah della festa, nella quale si parla di un re “Saragusanos”. Un errore determinato anche dal fatto che la narrazione, oltre a essere tramandata da questa Megillàt Saragusanos, è stata anche tramandata da molti altri racconti, trasmessi, in forme modificate, da alcune delle numerose comunità sefardite disperse nell’impero turco, e ancor oggi ricordati da alcuni discendenti di ebrei di Grecia e di Turchia. Inserita in un contesto giudeo-spagnolo, la parola Saragosa è stata facilmente identificata con Saragozza, tanto che, in alcune versioni, certi narratori la sostituiscono direttamente con il nome di Saragozza in giudeo-spagnolo, Saragusta. Ma il nostro Purìm non è nato a Saragozza, ma a Siracusa, ed è lì che, dopo 520 anni, fa oggi ritorno.Chi avrà l’opportunità di assistere alla cerimonia di domani, avrà certamente modo – oltre che di partecipare da vicino a un rito inedito e suggestivo, nel corso saranno anche intonati canti tradizionali in lingua greca – di saperne di più di una storia arcana e affascinante, che merita di essere studiata e conosciuta.Francesco Lucrezi, storico, http://moked.it/


"Iran, non siamo nati avversari"

Il presidente israeliano Shimon Peres in un discorso al Parlamento ha pronunciato parole a sorpresa nei confronti dell'Iran. "Non siamo nati avversari" ha dichiarato il Capo di Stato rivolto ai deputati della Knesset. Le parole di Peres sono giunte nel giorno di mobilitazione generale del Paese per lo sciopero indetto dopo il fallimento delle trattative con il ministero del Tesoro sulle condizioni contrattuali dei lavoratori interinali.http://www.moked.it/

Negazionismo

Ormai, in Francia, negare lo sterminio degli Armeni è un reato punibile con il carcere. Credo sia un passo avanti di grande importanza, un riconoscimento dovuto e finalmente arrivato alla memoria delle vittime ed alla verità storica, e che spezza una sorta di tabù, o di equivoco, al quale anche la comunità internazionale si è prestata troppo spesso. In Turchia, al contrario, è punito con il carcere chiunque faccia riferimento in pubblico all’idea stessa che sterminio ci sia stato. Consegue da questo che il negazionismo sia in ogni caso da trattare come un reato da punire penalmente? Non lo credo. Il negazionismo è in sé una pratica storicamente, eticamente e culturalmente indecente, e non vi è discussione su questo. Ma altro è che a farsene portatori sia la storiografia ufficiale di paesi interi, ed i loro partner nello scenario internazionale, altro è che rimanga il folle e vergognoso territorio di minoranze esigue (non dico non pericolose) e ben circoscritte del punto di vista ideologico, contro le quali è possibile combattere (non dico vincere) con le armi della documentazione storica e della ragione, della cultura e dell’impegno civile. Enzo Campelli, sociologo, http://moked.it/

…Iran

Lentamente, forse inesorabilmente (forse no), le persone e le istituzioni si stanno posizionando sulla questione iraniana. Lo spartiacque è chiaramente fra la questione morale e la questione economica. Ogni giorno nuove voci compiono la loro scelta da quale lato stare. Come disse un noto ex-ministro degli esteri, le sanzioni economiche contro l’Iran potrebbero costare all’Italia una perdita equivalente a un anno di prodotto nazionale. Fate voi i conti su che cosa convenga fare. Ora, se è vero quello che è stato riferito, sembrerebbe che i conti li stia facendo anche un altro ex-ministro degli esteri. Nella questione iraniana è difficile dire che cosa accadrà. Onestamente, non lo sa nessuno. Gli Stati Uniti fanno soprattutto disinformazione, ma hanno le elezioni in novembre, e questo crea dei limiti. È facile guardare a Israele, perché assolutamente tutti vorrebbero che il lavoro sporco lo faccia Israele, salvo poi condannare. In tutto questo, il discorso sulla società civile in Iran è quasi scomparso. I grandi pensatori del nostro secolo, quelli che hanno plaudito alla vignetta antisemita di Vauro, tacciono.Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme,http://moked.it/

giovedì 9 febbraio 2012







Splendido video su Israele:http://vimeo.com/15034110

da Barbara




I missili Scud su Tel Aviv - 18 gennaio 1991

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=L67EgBaH23Y#!

«Aria di guerra con l’Iran». E le tv del mondo prendono d’assalto i terrazzi di Tel Aviv

Mettete i padelloni sui vostri tetti. E non dimenticate le telecamere, i treppiedi, i microfoni, le luci, i monitor di servizio. Mettete un po’ di cerone sul volto. Fate un sorriso all’obiettivo. E preparatevi ad andare in diretta. E che diretta!C’è un certo entusiasmo in questi giorni in molte redazioni delle grandi emittenti televisive del mondo. «La guerra Israele-Iran è sempre più vicina, dobbiamo stare pronti», è ormai la frase del momento. E così, in piena fase elettrizzante, decine di canali tv – a partire da Cnn, Abc, Cbs, Al Jazeera, Al Arabiya, Reuters e Associated Press – ecco, decine di canali tv sono pronti da giorni ad andare in diretta dal “fronte di guerra” israeliano.Così pronti che, a Tel Aviv, è balzato alle stelle l’affitto di certi tetti e terrazzi, quelli dei palazzoni a più di dieci piani. Sì, proprio i tetti e i terrazzi. A scriverlo, a svelare quel che si andava passando di bocca in bocca nella città che non dorme mai, è stato il quotidiano economico “The Globes”. Le grandi emittenti vogliono avere un posto in prima fila nello scontro a suon di missili e bombe. Ovviamente in piena sicurezza per gl’inviati. Tanto che, secondo il giornale israeliano, «nei giorno scorsi alcuni produttori tv sono venuti a Tel Aviv per esaminare la rete delle comunicazioni via satellite e le misure di protezione in caso di attacco ravvicinato».«Sarebbe illogico non prepararsi a seguire questa guerra», racconta un cronista straniero a “The Globes”. «Qui ogni giorno sentiamo il ministro israeliano della Difesa (Ehud Barak, nda) parlare apertamente di un conflitto armato imminente con l’Iran». La conferma di una maggiore domanda delle tv straniere arriva anche dalle parole di Hanani Rapoport, Ceo della Jcs, una società di produzione video che lavora per i media stranieri: «Continuiamo a ricevere le telefonate dei nostri clienti che cercano di assicurarsi che al momento giusto le loro telecamere siano in grado di trasmettere le immagini al resto del mondo».Le tv occidentali sono quelle più agguerrite. «Non possono più permettersi di arrivare dopo le all news arabe, Al Jazeera e Al Arabiya», ci spiega un giornalista israeliano. «Soprattutto dopo il ritardo enorme visto nella copertura della “Primavera araba”». E alla memoria di molti riaffiora il 18 gennaio 1991. Alle 3 di notte (ora israeliana, alle 2 in Italia) i primi missili Scud lanciati da Saddam Hussein colpirono Tel Aviv, Haifa e Dimona (dove si trova il centro nucleare). Dopo poche ore di bombe volanti ne erano state esplose 43. In quell’occasione – ricorda il cronista israeliano – «la Cnn fece i salti mortali per mandare in diretta le esplosioni e una città, Tel Aviv, in fiamme in alcune zone». «Cable news network» fu la prima a mandare in onda quelle immagini. E lo fece dal terrazzo di una palazzina, affittata a peso d’oro.http://falafelcafe.wordpress.com/


Non c'è un «nasone» politicamente corretto

Se si applicasse il principio un po' barbaro del «non poteva non sapere», Moni Ovadia sarebbe condannato con una pena molto severa. Moni Ovadia che non sa che la raffigurazione mostrificante del naso adunco fa parte di una lunga e spregevole tradizione iconografica antisemita? Ma andiamo, è impossibile. Perciò se Moni Ovadia ha deciso di congratularsi con il vignettista di nome Vauro che aveva dileggiato con il naso adunco e una stella di Davide come segno identificatore un'ebrea italiana, Fiamma Nirenstein, «colpevole» solo di pensarla diversamente da Vauro e di aver scelto uno schieramento politico opposto a quello del vignettista, allora ne dobbiamo dedurre che Moni Ovadia si è distratto. O che è vittima di un oscuramento momentaneo della sua vigile coscienza. Oppure, ma davvero non vorremmo pensarlo, che ha scelto di transigere su una brutta storia di antisemitismo camuffato, di non vedere, accecato da una faziosità politica furente a sensibilità doppia: severo, severissimo con i nemici, indulgente, accomodante, per così dire omertoso con i suoi compagni di avventura politica. Se fosse vera l'ultima ipotesi, ma tremiamo alla sola idea che un raffinato intellettuale come Moni Ovadia possa cadere in un'ipocrisia così miserabile, dovremmo concludere che la battaglia contro la tentazione antisemita vada a corrente alternata. Inoltre Moni Ovadia sembra prigioniero di una forma acuta di paranoia politica. Dice che Vauro sarebbe vittima di un'occulta manovra di una Destra tentacolare e insidiosa. Ma omette di dire che il giornalista condannato da un tribunale italiano solo per aver rudemente criticato la vignetta dell'ebrea con il naso adunco, Peppino Caldarola, è un giornalista di sinistra, con un passato e un presente tutto interno alla tradizione della sinistra, e in particolare della sinistra cresciuta nel Partito comunista italiano. Ma l'accecamento politico è proprio questo: sorvola sul naso adunco e sul dileggio della stella di Davide quando è frutto di una vignetta disegnata da chi è politicamente vicino e si inventa, come i paranoici, un gigantesco complotto della Destra mondiale per colpire un povero disegnatore. No, non può essere malafede: sarebbe una delusione troppo grande per chi ha nutrito stima per Moni Ovadia. Diciamo che il doppio standard gli viene naturale. O patologico, come un tic che non si riesce a controllare. E poi si può sempre legittimamente cambiare idea. Come Gad Lerner, che scherza con quel discolaccio di Vauro per via del «nasone». Ma scherza solo ora, perché quando un topo da Radio Padania berciò sconcezze sul «nasone» di Lerner, quest'ultimo giustamente non scherzò e querelò chi aveva associato un ebreo a un «nasone». Certo, il «nasone» del leghista è antropologicamente inferiore al «nasone» del vignettista politicamente corretto. E quindi si capisce che Lerner applichi due pesi a due misure diverse. Mica i «nasoni» hanno tutti lo stesso peso.
Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 6 febbraio 2012

Umberto Saba
Tea for two - A lezione con gli ebrei italiani

In una piccola aula immersa nel sole inizia un viaggio particolare, che non conosce limiti di tempo o di spazio. Una macchina del tempo senza Cecchi Paone o un salto oltre i limiti delle lancette senza lo scienziato pazzo amico di Michael J. Fox. La lezione della professoressa Marina Beer di Letteratura ebraica italiana, un corso previsto per il Diploma Universitario triennale in Cultura Ebraica, sta per iniziare. Due ore strappate all'incedere un po' indolente che caratterizza il primo pomeriggio. Due ore settimanali per scoprire, parafrasando Momigliano, gli ebrei d'Italia. I grandi letterati che hanno animato il prolifico ambiente dei salotti dell'intellighenzia tra '800 e '900. E la scansione non è data solo da cesure temporali ma anche da una geografia culturale che dai tempi di Dionisotti ci mostra la diversificazione da zona a zona. Prendiamo ad esempio il Piemonte che vede una presenza ebraica dovuta alla temporanea cattività avignonese del papato nel '300 e che parteciperà al potere dei Savoia e al sogno risorgimentale dell'Unità. Da qui si dipana l'appassionata spiegazione e la presentazione di alcuni celebri personaggi ebrei. Un po' come nell'ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris, gli uomini prendono forma e consistenza. Sembra quasi di vederlo, il solitario Primo Levi seduto nel piccolo banco accanto, intento a scrivere Argon, il racconto che più di altri inquadra la comunità ebraica piemontese. Argon, un gas inerte che non lega con gli altri, ma che è indispensabile alla vita. E Levi, non solo una grande voce della memoria, non solo un grido silenzioso che squarcia il muro dell'indifferenza, non solo un grigio chimico. Ma il Levi narratore, il Primo Levi immaginifico che divide per capitoli il suo libro "Il sistema periodico", intitolandoli con ciascun elemento della tavola periodica. Ma ecco che dalla porta della classe entra un nuovo personaggio, distinto e che ha tutta l'aria di essere un pozzo di scienza. Samuel David Luzzatto, grande Chacham e grande italiano. Tra le azioni mitiche compiute, scrisse una lettera a Manzoni (diventato il difensore degli oppressi con l'ultima parte dei Promessi Sposi, "Storia della colonna infame") chiedendo di fare luce sul processo per il martirio di Simonino da Trento per cui furono condannati a morte alcuni ebrei. Una sorta di J'accuse all'italiana. Peccato che Manzoni non rispose mai e fece sapere indirettamente di non potersene occupare perché non aveva materiale a sufficienza. Il profilo di Luzzatto viene poi realizzato con levità e garbo da un suo celebre parente: Umberto Saba. Un poeta che celebra un fortunato matrimonio tra la tradizione ebraica e quella italiana. Saba non nasconderà alcuni tratti tipicamente ebraici a differenza del suo concittadino Italo Svevo, che invece seminerà indizi come per una caccia al tesoro riservata ad un lettore particolarmente curioso. Il Luzzatto descritto da Saba è un brillante maestro di ebraismo che non disdegna letture secolari. Una metaforica uscita dal ghetto che lo renderà un personaggio carico di fascino. Nelle note apposte successivamente al racconto, Saba citerà anche il figlio di Luzzatto, Filosseno che intreccerà rapporti con Graziadio Isaia Ascoli (il celebre glottologo, che alla sua investitura a professore volle giurare sulla Bibbia ebraica) e Michelstaedter. Ma la galleria di ritratti dei grandi ebrei italiani non si può certo condensare in due ore. Nelle lezioni seguenti ci faranno compagnia Svevo, Bassani, Castelnuovo e tanti altri. Uomini da scoprire. Vicini a noi perché combattono per mantenere il difficile equilibrio dato dalla una doppia identità: italiana ed ebraica. Uomini che probabilmente si sarebbero inviperiti con il giornale Der Spiegel al centro dei dibattiti per la stizza rivolta verso gli italiani, ma che avrebbero lanciato uno sguardo di dissenso per il titolone del quotidiano il Giornale che faceva un ardito paragone tra Schettino e Auschwitz. In fondo non sempre serve una mezzanotte a Parigi per volare con la fantasia.Rachel SIlvera, studentessa,http://www.moked.it


La sposa siriana, una storia di confine

Si sono conosciuti nel 2001 tra banchi e aule dell’Università di Damasco. Lui, 20enne, timido e un po’ imbranato. Lei, prossima ai 18, sicuramente più estroversa e con fama diffusa di heartbreaker. Entrambi drusi, diversi nel carattere e nelle esperienze di coppia ma accomunati dalla medesima matrice culturale, sociale e religiosa. La freccia di Cupido fa il suo dovere centrando in pieno il bersaglio tanto che gli amici immediatamente profetizzano la nascita, di lì a poco, di un consorzio indissolubile. Un legame per l’eternità, nella buona e nella cattiva sorte, che è stato finalmente affermato dai due sull’altare. Ma quante sofferenze per portare avanti la battaglia degli affetti, per vivere fianco a fianco gioie e difficoltà di una quotidianità condivisa. A contrastare i piani di sposalizio non sono stati però conoscenti accecati dalla gelosia o tendenti al pettegolezzo, crisi di coppia del settimo anno, tradimenti notturni. L’ostacolo è stato ben più arduo da superare. Un ostacolo chiamato precarietà dell’area mediorientale e in cui molti continuano a sbattere contro la testa ogni giorno. Facciamo un po' d'ordine: lui, Munjed, una volta completati gli studi torna tra le alture del Golan, regione settentrionale d’Israele tradizionalmente abitata dalla comunità drusa. Il rientro a casa segna il distacco da Mayada, che rimane a vivere da mamma e papà nel natio villaggio siriano. Una manciata di chilometri in linea d’aria ma sembra un’eternità, un macigno per la loro relazione: tra Siria e Israele, salvo rarissime eccezioni, i confini risultano infatti inagibili in un senso e nell’altro. Poche, pochissime le strade che è possibile percorrere per aprirsi un varco nel labirinto di check point, militari e filo spinato: tra queste il permesso universitario rilasciato dal governo siriano ai soli richiedenti di etnia drusa (agevolazione di cui lo stesso Munjed aveva beneficiato per i suoi studi) oppure la richiesta di passare dall’altra parte della barricata in ragione di “evidenti motivi umanitari”. In questo senso tra le opzioni accettate, comunque a fatica, le nozze tra cittadini drusi. E ciò in virtù dell’elevata percentuale di unioni tra correligionari (le uniche contemplate dal sistema legislativo siriano) che si verificano all’interno di questa plurisecolare e affascinante comunità. Mayada e Munjed, protagonisti di un lungo e sofferto percorso di avvicinamento alla meta, non hanno mai avuto dubbi: questo matrimonio s’ha da fare. Mayada la sposa siriana, quindi, parafrasando un celebre film di Eran Riklis (anche se nella narrazione del regista israeliano Mona, la protagonista, compie il percorso in direzione opposta: dal Golan alle braccia di un attore siriano). Ma anche Mayada la donna coraggiosa che in nome dell’amore lascia alle sue spalle, forse per sempre, il calore di familiari e amici. Perché il dolore più intenso, per le Syrian Brides (ad oggi si è arrivati a contarne alcune decine), è proprio questo. Un crudele baratto dei sentimenti: perché sei libera, puoi sposarti, ma sappi che non si torna indietro. O di qua o di là. Da noi o da loro. “Sono stati anni difficili e frustranti. Oggi io e mio marito coroniamo un sogno, anche se il prezzo da pagare è molto alto” spiega Mayada al reporter del Jerusalem Report, tra i primi giornalisti ad incontrarla nella terra di nessuno posta tra i due confini. Pochi istanti e la ragazza, oggi 27enne, avrà l’anello al dito. Il matrimonio - lei in bianco tradizionale, lui con giacca nera e cravatta - si celebra infatti in quella insolita cornice. È l’unica occasione, la più lieta e allo stesso tempo la più sofferta, che i parenti degli sposi possono trascorrere assieme ai neo congiunti. Un paio di ore, anche qualcosa di meno, tra sorrisi e lacrime. Conclusa la cerimonia si torna a casa. Gli sposi salutano nel pianto. È un matrimonio, è il giorno più bello, ma fa anche tanto male.Pagine Ebraiche, febbraio 2012


Il mio nuovo libro: "A Gerusalemme"

Cari amici,è uscito il mio nuovo libro “A Gerusalemme” edito da Rizzoli. Sono 214 pagine di vita vissuta, di storia della città, di luoghi che amo particolarmente. Insomma in poche parole una lettera d’amore a una città che è nel cuore e nella mente di tutti noi per il suo passato e per il suo futuro.Vi invito quindi alla presentazione del libro lunedì 13 febbraio alle 18,00 presso la Libreria Arion Esposizioni (Via Milano n. 15/17, Roma) con Franco Frattini, Elisabetta Rasy e Walter Veltroni.Vi accludo qualche recensione uscita in questi giorni.Arrivederci, Fiamma
"Per le strade di Gerusalemme, la città che dà coraggio" Libero, 4 febbraio 2012 di Paolo Bianchi. È un libro al contempo ! bello e terribile questo A Gerusalemme (Rizzoli, pp. 214, euro 18), soprattutto perché è scritto da una giornalista come Fiamma Nirenstein, figlia di uno dei primi «ebrei pionieri», giunto nel nascente Stato di Israele dalla Polonia nel 1936, e da molti anni commentatrice delle vicende del Vicino Oriente per i quotidiani La StampaeIl Giornale. Il volume che ha confezionato con minuziosa cura storica, cronachistica e autobiografica è un addentrarsi tra le pieghe oscure della città santa per eccellenza, capitale dei tre monoteismi, ebraismo, cristianesimo e islamismo e cuore pulsante di una ventina di loro derivazioni. Se il primo approccio turistico è sempre quello con la Città Vecchia, e specialmente con la porta di Giaffa, la più frequentata delle sette (ne esistono anche altre quattro, ma chiuse o murate), se le prime occhiate possono quasi far pensare a un variegato parco a tema, anzi a «un luna park turistico e commerciale», il rischio è quello di «imbrancarsi! mentalmente con le truppe appena scese dai pullman». La realtà è ben più complessa, drammatica diciamo pure. Quei cumuli di pietre gialle e rosate celano confini invalicabili, circondano territori rivendicati a partire da tremila anni fa. Il Quartiere Musulmano arriva fino alla Spianata del Tempio, a fianco del Quartiere Ebraico. Accanto alla Tomba di Davide c’è anche la sala dell’ultima cena di Gesù e, a fianco, una moschea. Perché «tutto è vero, guai a metterlo in discussione, e tutto è falso, basta chiedere agli archeologi. Molto a Gerusalemme è fatto così. Ma sul vero e sul falso resta sempre aperta la finestra della fantasia e di una fede che mostra i denti». Conoscere la storia di Gerusalemme significa addentrarsi in un gomitolo aggrovigliato di verità e di supposizioni. Ma la mescolanza e la sovrapposizione, per quanto suggestive, hanno anche significati non del tutto rassicuranti. Nel luglio 2000, alla presenza di Bill Clinton, Arafat sostenne placid! amente che a Gerusalemme non era mai esistitoun Tempiodi Salomone, cioè un Tempio degli Ebrei. Un esempio di negazionismo raccapricciante. E nel marzo dello stesso anno, quando Giovanni Paolo II aveva appena cominciato a parlare alla folla, il richiamo del muezzin si levò fortissimo a coprire la sua voce. C’è la Gerusalemme delle divisioni eterne e dell’eterna violenza. «Affacciarsi sul futuro è molto difficile», spiega Nirenstein, «ormai la questione di Gerusalemme è una delle più irrisolvibili del mondo, e lo dimostrano molti episodi degli anni recenti: ogni processo di pace discute la questione di Gerusalemme solo per trovarla impossibile». Eppure, che gli ebrei non demordano è specificato in una frase che non lascia spazio a dubbi. Proclama l’autrice: «Che errore hanno fatto con me i terroristi islamici: se volevano convincermi ad andarmene, hanno invece reso più bello il volto di questa città, mi hanno affondato nei secoli indietro, mi hanno fatto cono! scere re Davide».
“Davar acher – A Gerusalemme con Fiamma Nirenstein” Moked, 5 febbraio 2012 di Ugo Volli Ho letto tutto d'un fiato il nuovo libro di Fiamma Nirenstein, "A Gerusalemme" (Rizzoli, pp.215, €18). E' un testo assai più emozionante e più coinvolgente della maggior parte delle cose che si scrivono sulla storia, l'archeologia e la politica di Gerusalemme, perché contiene sì frammenti di tutti questi argomenti, ma è anche è soprattutto una love story, la storia dell'amore di una donna fiorentina per una città mediorientale carica di storia e di conflitti. Quest'amore non è geloso, non esclude nessuno, racconta di vicini arabi ambigui, di capi palestinesi che odiano Israele, di intellettuali scettici e politici affettuosi. Parla di luoghi, di case, di wadi, di negozi, di spese, di motorini, di caffè, della difficoltà di un figlio e di una grande festa di matrimonio. Racconta con angoscia e partecipazione gli anni delle stragi, in cui no! n c'era giorno senza che i terroristi facessero saltare in aria un autobus o un luogo di ritrovo. Spiega il terrore del ritardo di un figlio, la doppia faccia di commessi simpatici che si rivelano sostenitori del terrore. Esplora i sotterranei del Monte del Tempio, descrive le vecchie case palestinesi, parla della ginnastica e del caffé al tempo delle stragi e delle colazioni dei giornalisti inviati a Gerusalemme. Racconta abbondantemente e con amore della sua famiglia, ricorda il terribile sconcerto del padre di fronte alla Shoà, le partite di pallone del figlio, la forza del marito. E' insomma un diario intimo e pubblico, costruito per frammenti, per associazioni, per emozioni. Un bel libro.Ma soprattutto è un documento del rapporto profondo, vero, non più libresco dopo millenni, che lo stato di Israele ha permesso agli ebrei di istituire con Gerusalemme e Eretz Israel, quello che ci porta appena possiamo prendere un aereo e ad inventarsi cose da fare nel piccolo sta! to ebraico: parenti, amici, lavoro, ricorrenze religiose, vacanze, non importa. L'importante è andarci, o stare lì, come Nirenstein, trasferirvisi come hanno fatto tanti ebrei italiani. Il rapporto che Fiamma Nirenstein disegna nel libro e pratica nella vita, e tanti altri come lei, è un legame d'amore, fisico, concreto, perfino sensuale con Eretz Israel. Una curiosità, una necessità, una consuetudine, un attaccamento a tratti disperato, ma sempre pieno di speranza. Questo non capiscono, o capiscono fin troppo bene, quelli che la detestano e la criticano, quelli anche di origini ebraiche che applaudono alle vignette che la ritraggono secondo i canoni dell'ideologia nazista col pretesto dell'infame lotta politica italiana, tutta segnata da partigianerie e piccinerie, da viltà e finti moralismi. Fiamma Nirenstein non è solo una grande giornalista, non è solo un esempio di successo dell'impegno civile dell'ebraismo italiano, ma anche la figura del rapporto autentico, ! emotivo, intimo, passionale con Israele, della condivisione del suo destino storico. Il suo libro parla di questo, ancor più che della città di Gerusalemme. Farsene penetrare, condividere questa passione, pagina dopo pagina, è un piacere e un atto di partecipazione intellettuale e politico cui è bello abbandonarsi.
Aprendo il link qui riportato a seguire sarà possibile leggere alcune pagine del libro:
http://rcslibri.corriere.it/rizzoli/pdf/Nirenstein.pdf

Ritorno al Muro del Pianto dove iniziò Gerusalemme

Fiamma Nirenstein riscopre le radici ebraiche della città

Gerusalemme è un luogo dello spirito, ma è anche una città viva e turbolenta. Una foresta di simboli, e anche un intrico di strade, palazzi, ristoranti, mercati sovraffollati. Città sovraccarica di memorie antiche, illuminata dalla fede (anzi, dalle fedi), ma anche groviglio modernissimo di urbanistiche audaci e arcaiche insieme. È la Gerusalemme cantata e celebrata da Fiamma Nirenstein in un libro che è un omaggio d'amore, un manifesto politico, una descrizione particolareggiatissima di volti, contraddizioni, parole, usanze e linguaggi di una città unica. Di una città speciale, trattata dalla Nirenstein con una sensibilità anch'essa speciale, mai neutrale e asettica: la sensibilità di una donna ebrea, italiana, con un passato politico di sinistra oggi rivisitato e arricchito con nuovi punti di vista.Un punto di vista esplicitamente dichiarato. Nelle pagine del libro si respira l'emozione per la scoperta di storie e personaggi che sono emanazione di un genius loci unico e irripetibile, la pietà e l'orrore per le vite stroncate da un terrorismo che si prefigge di uccidere o mutilare (leggere la descrizione dei micidiali ordigni esplosivi portati dai terroristi suicidi per accertarsene) quante più persone possibile, quanti più civili possibile, quanti più ebrei possibile. Si respira anche il rispetto per le religioni che a Gerusalemme trovano i loro santuari, la convinzione che solo la convivenza tra fedi diverse può salvare una città in cui i luoghi sacri dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islamismo si trovano in un rapporto esplosivo di vicinanza e di prossimità. Non è una convinzione puramente retorica. E il racconto della Nirenstein, che non si compiace di una memoria indulgente e superficialmente ecumenica, non fa a meno di ricordare che dalla nascita dello Stato di Israele fino al 1967 il Muro del Pianto, sotto il controllo giordano, era un luogo precluso agli ebrei, con i simboli dell'ebraismo degradati a discarica, irraggiungibili per chi voleva accostarsi ai simboli della religione dei padri, pregare, commuoversi, ritrovare se stessi. Come in qualunque religione.La Nirenstein spiega anche molto dettagliatamente, e con un atteggiamento giustamente scandalizzato per la mole di menzogne che circolano negli ambienti più vulnerabili di un antisemitismo torvo e aggressivo, come si sia diffuso in questi anni una forma perniciosa di «negazionismo» sulla natura di Gerusalemme. Galvanizzata da dichiarazioni di Arafat, declamate con un'inclinazione ossessiva per la propaganda e la manipolazione storica, la campagna anti-israeliana ha infatti martellato duramente sull'immagine di una totale estraneità di Gerusalemme dall'ebraismo. Per rafforzare l'immagine degli ebrei usurpatori e colonialisti, perfidamente intenti a prendersi terre che non sono mai state loro, la propaganda anti-Israele ha lanciato un'offensiva para-archeologica per dimostrare che gli ebrei non hanno mai messo piede a Gerusalemme, mai hanno costruito il Tempio e ricostruito quello distrutto. La campagna negazionista viene ricostruita, dettaglio dopo dettaglio, da questo libro di Fiamma Nirenstein. Il suo amore per Gerusalemme ne risulta rafforzato, come reazione sacrosanta a una bugia colossale che pure si addobba di argomenti pseudo-scientifici.Per questo, parlare di Gerusalemme non è più possibile come se si volessero indicare ai turisti i luoghi più significativi della città, tracciare la mappa dei palazzi più rilevanti, dei quartieri più eccentrici e «pittoreschi». Non è questo l'intento di questo libro, dove pure sono presenti scorci di vita curiosi, pluralità di comportamenti, di modi di vestire, di mangiare, di parlare che indicano un'incomprimibile diversificazione non riducibile a uniformità o unidimensionalità politica o religiosa. L'intenzione è quella di stabilire una linea di continuità tra la vita pulsante della contemporaneità di Gerusalemme e l'intensità di una memoria in cui si depositano secoli e millenni di storia.Una storia da cui, ovviamente, l'ebraismo non può essere escluso per decreto di una fazione politica, che tra l'altro non si è mai segnalata per la protezione dei liberi studi storici svincolati dalle urgenze della propaganda. Una storia ricca e densa, piena di tensioni, di una città più volte ferita e martoriata da un antagonismo che non riesce a decantarsi se non in una pace stabile, per lo meno in una tregua benefica e risanatrice. Gerusalemme santa, ma anche colpita da una maledizione che sembra non liberarla mai da conflitti feroci e irriducibili.Un motivo di più per amare e onorare una città speciale, qualcosa di molto più importante di una normale meta turistica.,http://www.corriere.it/Fiamma Nirenstein, «A Gerusalemme», Rizzoli, pp. 216, € 18

"In Ungheria gli ebrei non sono benvenuti"

L’intervista è stata pubblicata da uno dei più illustri organi ebraici d’informazione, il settimanale inglese “The Jewish Chronicle”. Eloquente il titolo: «L’estrema destra ungherese: gli ebrei non sono i benvenuti». Il virgolettato appartiene aMarton Gyongyosi, rampante responsabile per gli affari esteri del partito magiaro Jobbik, oggi all’opposizione, 17% di voti alle elezioni del 2010.E in crescita nei sondaggi. Le teorie di Gyongyosi hanno fatto il giro del mondo, scatenando rabbia in Israele e nonsolo. Le politiche israeliane verso i palestinesi sarebbero un «sistema nazista basato sull’odio razziale», la prima entrata a gamba tesa di Gyongyosi. E per questo «gli ebrei non hanno diritto di parlare di quanto accaduto durante la Seconda guerra mondiale». I 400mila ebrei magiari deportati e uccisi nell’Ungheria di Horthy? «È diventato un business fantastico rigirare i numeri», la risposta di Gyongyosi. Se è questa la visione del passato, il presente è dominato invece dal pericolo di colonizzazione ebraica attraverso l’azione degli imprenditori israeliani di successo: «C’è una sorta di espansionismo nel loro comportamento, è naturale che la gente pensi che gli ebreinonsono i benvenuti».Meglio invece l’Iran di Ahmadinejad, «un Paese pacifico», «al centro di un’asse mediorientale che Israele e gli Usa vogliono soggiogare». «Questa persona è chiaramente un antisemita e un negazionista. Se in Ungheria ci sono leggi che proibiscono il negazionismo, il suo postodomani dovrebbe essere la galera», affermail cacciatore di nazisti Efraim Zuroff. Ondata antisemitica? «La comunicazione dell’estrema destra di Jobbik mescola messaggi anti-rom, antisemitici e anti-Ue, omofobia e demagogia sociale, ed è in linea con le proprie idee. Però secondo i sondaggi “solo” il 10-15% degli ungheresi può essere considerato antisemita, gli attacchi contro gli ebrei sono inesistenti e il 68% è pro-Ue. La potenziale crescita di Jobbik è molto contenuta, gli ungheresi medi sono ben lontani dall’essere così radicali», illustra Tamas Boros, direttore del think-tank Policy Solutions. Rimane da vedere come reagirà il partito del premier Orban alle uscite di Jobbik. Il ministero degli Esteri ungherese ha già condannato le dichiarazioni. «Jobbik non fa parte del governo – spiega Zuroff – ma riflette certi sentimenti della società. Fidesz è un partito conservatore “mainstream”, al suo interno ci sono degli elementi che mettono i crimini nazisti e quelli comunisti sullo stesso piano. Inaccettabile. È un test per Fidesz: cosa farà con questo leader di Jobbik?», che ieri sera ha definito manipolata parte dell’intervista. Nulla, temono vari analisti, che giudicano Jobbik come il movimento che fa il lavoro sporco per Fidesz. «Il 25% degli elettori di Jobbik è formato da ex sostenitori di Orban e Jobbik e rappresenta una vera minaccia per Fidesz. Orban ha cercato per anni di integrare nel suo partito gli elettori d’estrema destra, perciò Jobbik non è il “braccio nascosto” di Fidesz, ma il segnale di una fallita strategia d’integrazione », chiosa Boros. Che conclude: «Va sottolineato che Orban e la stragrande maggioranza dei politici di Fidesz non è affatto razzista o antisemita», a differenza di alcuni media collegati a Fidesz, «che hanno contribuito all’accettazione delle ideologie antisemitiche e anti- rom. E così alla crescita di Jobbik».http://www.blogncc.com/


Abbas guiderà governo di unità palestinese: accordo tra Hamas e Anp

Doha (Qatar), 6 feb. (LaPresse/AP) - Al secondo giorno di colloqui a Doha, in Qatar, Hamas e l'Autorità nazionale palestinese (Anp) hanno raggiunto un accordo in base al quale il presidente dell'Anp, Mahmoud Abbas, guiderà un governo transitorio di unità fino alle elezioni generali in Cisgiordania e Striscia di Gaza. Lo hanno annunciato lo stesso Abbas e il leader di Hamas, Khaled Mashaal, durante una conferenza stampa congiunta a Doha. Si tratta di un importante passo avanti nei tentativi di riconciliazione dopo quattro anni di governi separati in Cisgiordania e a Gaza. L'intesa è stata raggiunta con la mediazione dell'emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, e la firma sull'accordo è stata siglata durante un breve cerimonia proprio nel diwan (o sala riunioni) dell'emiro.Hamas e Anp avevano già raggiunto un accordo di riconciliazione preliminare lo scorso anno, che prevedeva l'istituzione di un governo di unità nazionale per prepararsi a elezioni presidenziali e parlamentari. È stato difficile, tuttavia, accordarsi sulla guida del nuovo governo. Hamas si è opposta in modo deciso alla scelta iniziale di Abbas, che era ricaduta su Salam Fayyad. Quest'ultimo, nominato da Abbas primo ministro dell'Anp nel 2007 dopo la presa di Gaza da parte di Hamas, dovrebbe dimettersi quando sarà formato il nuovo governo.I tempi per la formazione dell'esecutivo, che sarà composto da tecnici politicamente indipendenti, non sono ancora chiari. Le elezioni, inizialmente fissate per maggio, potrebbero anche slittare nel caso in cui le procedure per formare il governo dovessero prolungarsi. "Promettiamo al nostro popolo di mettere in atto questo accordo prima possibile", ha commentato Abbas dopo la firma. "Informiamo la nostra gente - ha invece dichiarato Mashaal - che vogliamo curare le ferite seriamente per riunire il nostro popolo sulla base di una partnership politica e dedicare i nostri sforzi a resistere all'occupazione".Rimane ora l'incognita di come il nuovo governo sarà accolto dall'Occidente. Usa, Europa e Israele considerano infatti Hamas un'organizzazione terroristica e sostengono che bisognerebbe evitare ogni governo che includa suoi membri. Nel caso in cui l'Occidente si rifiutasse di lavorare con la nuova formazione, il mondo arabo potrebbe essere chiamato a intervenire. L'Anp attualmente riceve un miliardo di dollari all'anno in aiuti esteri. Ma se la comunità internazionale valutasse inaccettabile il nuovo esecutivo appoggiato da Hamas potrebbe bloccare il flusso di denaro. Dopo la firma dell'accordo, l'emiro del Qatar ha chiesto al mondo arabo di stare vicino ai "diritti storici" dei palestinesi. Un riferimento, sembra, alla possibilità di avere uno Stato sovrano e tornare ai confini precedenti alla guerra del 1967 con Israele.Incerto, inoltre, anche il destino dei negoziati con Israele. Abbas sostiene che le negoziazioni abbiano seguito il proprio corso e che, per quanto lo riguarda, le riprenderà solo se Tel Aviv farà una migliore offerta su dove tracciare la frontiera con uno Stato palestinese. Non è chiaro nemmeno però se Israele voglia negoziare con Abbas alla guida di un governo di unità nazionale.Dai territorio palestinesi le reazioni alla firma sono state per lo più positive. Fayyad, spiega Ghassan Khatib, portavoce dell'Anp, ha "accolto calorosamente" l'accordo raggiunto in Qatar, così come il primo ministro di Gaza, Ismail Haniyeh. Una delegazione di Gaza era stata presente alla firma. L'intesa prevede infatti anche la ricostruzione della Striscia, in gran parte isolata a causa del blocco imposto nel giugno 2007 da Israele ed Egitto, dopo la salita al potere di Hamas. Lo scorso anno il blocco è stato in parte alleggerito, ma non abbastanza per ridare slancio all'economia e al settore edilizio di Gaza.http://www.lapresse.it