sabato 25 febbraio 2012


Libano: SICUREZZA ITALIANA DURANTE IL MEETING TRA ISRAELE E LIBANO

Shama, 24/02/2012 (informazione.it - comunicati stampa) I caschi blu italiani garantiscono la sicurezza durante il tripartite meeting (Israele – Libano – UNIFIL), organizzato oggi presso il crossing point di Al Naquora: punto di attraversamento e di incontro tra il Libano e Israele.Il personale del 7° Reggimento Bersaglieri della Brigata Pinerolo è intervenuto proteggendo la base in cui si è svolto l'incontro. Uno squadrone dell'8 Reggimento Granatieri di Sardegna ha pattugliato l'area circostante la base. Il controllo preventivo dell'area è stato invece condotto dalle unità cinofile dell'Esercito specializzate nell'individuazione di ordigni esplosivi.I colloqui generalmente avvengono con cadenza mensile. Attraverso questi incontri bilaterali, mediati dal comandante di UNIFIL, Generale di Divisione Paolo Serra, si discutono e risolvono temi molto spesso legati alla sicurezza.


Nucleare: stampa, Peres contro attacco israeliano a Iran

TEL AVIV - A due settimane da una serie di incontri a Washington con i dirigenti degli Stati Uniti, fra cui il presidente Barack Obama, i leader israeliani sembrano discordi circa la linea di azione da intraprendere per bloccare i programmi nucleari dell'Iran.Il quotidiano Haaretz scrive, con grande evidenza, che il capo dello Stato Shimon Peres si oppone decisamente ad un attacco militare israeliano, svolto in totale solitudine.Secondo Peres - che all'inizio di marzo sarà ricevuto da Obama - Israele deve lasciare tempo agli Stati Uniti di verificare se le sanzioni internazionali abbiano effetto. Peres non si oppone in principio ad una opzione militare, ma essa - scrive Haaretz, interpretando il suo pensiero - non dovrebbe essere condotta da Israele.Immediata la reazione del ministro della difesa Ehud Barak, che secondo la stampa locale sembra ormai incline ad una prova di forza. La scorsa notte in una intervista televisiva Barak ha ricordato che nel 1981 Peres - allora alla guida della opposizione laburista - si oppose al blitz aereo ordinato dal premier Menachem Begin (Likud) contro il reattore nucleare Osirac a Baghdad. Barak ha aggiunto che, a quanto gli risulta, ancora oggi Peres ritiene (contrariamente alla maggioranza dei suoi connazionali) che quell'attacco sia stato un errore.Peres, Barak e il premier Benyamin Netanyahu visiteranno Washington a partire dalla settimana prossima. Netanyahu sarà ricevuto da Obama il giorno seguente all'incontro del presidente con Peres. http://www.tio.ch/

Nazaret

ITALIANI ALL'ESTERO - ISRAELE - IL COMITES SI PRESENTA IL 29 MARZO AI CONNAZIONALI CHE VIVONO NEL PAESE

Il presidente del Comites d’Israele, avvocato Beniamino Lazar,ha rivolto agli italiani che risiedono nel nord del Paese un invito adincontrarsi giovedì 29 marzo, alle ore 17, nei locali dell'Istituto Don Guanella, Rehov Paulus HaShishi, Nazaret.Fa presente Lazar “Questo incontro è stato programmato con il fine principale di permettere a noi del Comites israeliano di avere un contatto più vicino e diretto con i connazionali italiani, per esporre a viva voce quanto abbiamo realizzato finora, quali sono i nostri programmi e i nostri obiettivi futuri, ma principalmente per ascoltare le problematiche, le esigenze e le richieste degli italiani presenti sul territorio".“Il Comites d'Israele è stato creato per la prima volta durante l'anno 2004. Il Comitato direttivo, in stretta collaborazione con gli organi dirigenti dell'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv e con il Consolato Generale d'Italia a Gerusalemme, è costituito unicamente da volontari; con questo incontro, a seguito dei precedenti in altre località d'Israele, desideriamo continuare ad instaurare quella serie di contatti che ci permetteranno di avere anche in futuro un legame diretto con la collettività dei connazionali italiani, e in particolar modo con quelli che vivono nei piccoli centri abitati, lontani dalle grandi città.http://www.italiannetwork.it/

Fare cinema a Tel Aviv, un Oscar a portata di mano

(di Virginia di Marco) (ANSAmed) - TEL AVIV, 24 FEB - Gli israeliani appassionati di cinema vivono giornate di ansia in attesa della notte degli Oscar in cui la loro pellicola 'Footnote' cerchera' di conquistare la ambita statuetta nella categoria del miglior film straniero, contendendola fra l'altro al favoritissimo 'A Separation' dell' iraniano Ashgar Farhadi. ''Se ti fai sconfiggere dall'iraniano, non tornare a casa'' hanno detto scherzosamente gli amici all' attore Shlomo Bar-Abba, protagonista del film israeliano, quando ieri era in partenza per Hollywood.Che vinca a Hollywood o meno, 'Footnote' (Nota a pie' di pagina) e' gia' stato salutato, in Israele e all'estero, come la conferma della maturazione del cinema israeliano. La storia divertente e a tratti surreale messa in scena da Joseph Cedar (gia' regista di 'Beaufort', 2007) parla del rapporto conflittuale tra padre e figlio, entrambi studiosi di testi sacri ebraici nella stessa universita'.''Non so se vincera' un Oscar, ma a me e' piaciuto molto'' dichiara ad ANSAmed Eran Kolirin, regista de 'La Banda' (2007), pluripremiato a Cannes ed inserito nel novero dei titoli fondamentali di questa recente stagione di grazia del cinema israeliano. I giornali parlano in proposito di una 'rinascita': ma per Kolirin la ragione di questa primavera e' molto semplice, quasi tecnica.''Negli anni Novanta il governo israeliano ha approvato una legge che assegna un corposo finanziamento pubblico all'industria cinematografica. Le conseguenze sono state due: e' possibile produrre piu' film e non bisogna necessariamente preoccuparsi di sbancare il botteghino. Al contrario, ci si puo' dedicare a progetti artistici piu' sofisticati, non destinati al grande pubblico. Questi due fattori - sostiene - hanno incrementato notevolmente la qualita' della nostra produzione nazionale''.Cio' nonstante, l'industria cinematografica israeliana non sembra aver ancora trovato una precisa identita', un carattere distintivo. ''Guardando i film realizzati negli ultimi anni - ammette Kolirin - non si individua un tratto comune. Ma io credo che proprio questa difformita' sia qualcosa di tipicamente israeliano. Israele e' il posto piu' caotico che ci sia sulla faccia della Terra. Lingue, religioni, culture, nazionalita': tutto si mescola, incontrandosi e scontrandosi. E il nostro cinema - conclude - ne e' appunto lo specchio''.(ANSAmed).

Scontri a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee, agenti contusi e lancio di pietre

Fedeli bersagliati al Muro del Pianto, sale la tensione, la polizia usa i lacrimogeni: quattro palestinesi feriti

Nuovi disordini sono divampati nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme, al termine delle preghiere islamiche del venerdì. Fonti locali, riferiscono di nutriti lanci di pietre da parte di fedeli islamici in direzione di fedeli ebrei raccolti di fronte al sottostante Muro del Pianto. La polizia israeliana sarebbe intervenuta nel tentativo di riportare l'ordine. LUOGHI SACRI - Dopo il lancio di pietre la polizia - in assetto antisommossa - ha fatto il suo ingresso sulla Spianata per disperdere la folla con i gas lacrimogeni: secondo la polizia all'interno della moschea di Al Aqsa rimarrebbe qualche decina di giovani palestinesi ma la situazione è ora tornata alla normalità. Il bilancio provvisorio è di quattro palestinesi e un numero non precisato di agenti leggermente feriti. Domenica scorsa la polizia aveva arrestato una ventina di palestinesi che gettavano pietre contro dei turisti stranieri; martedì in un episodio analogo erano stati colpiti dei poliziotti israeliani che scortavano dei pellegrini cristiani ed ebrei e ieri erano stati effettuati altri arresti. Un predicatore, lo sceicco Muhammed Hussein, ha d'altro canto intanto imputato ad Israele la responsabilità dei disordini dovuti, a suo parere, al ripetersi negli ultimi tempi di ingressi nella spianata di coloni israeliani. La Spianata delle Moschee - il «Monte del Tempio» per gli ebrei e il terzo luogo sacro dell'Islam e quello più sacro per l'ebraismo.http://www.corriere.it/

GIANNI RIOTTA

Un modello per l'Europa che non cresce più

E’ possibile riprodurre in Italia e in Europa il miracolo tecnologico delle start-up in Israele? Sì, a due condizioni, tenere in mente la parola «chutzpah» e il modello dell’Idf, l’esercito israeliano. «Chutzpah» è antico vocabolo yiddish di radice ebraica tradotto variamente in «faccia tosta», audacia, impertinenza: sono le doti degli imprenditori israeliani raccontati in Start-Up Nation di Dan Senor e Saul Singer - ora tradotto da Mondadori - e di certo non mancano tra i 5 milioni di imprenditori, medi e piccoli, nel nostro Paese. In Israele, la «chutzpah» porta un modello di business dal progetto al capital venture in pochi giorni. E qui è la prima differenza. Al contrario che da noi, dove tra banche, mercato dei capitali, imprenditori tradizionali prevale una visione polverosa del prodotto (quell’«abbiamo fatto sempre così» che ha condannato farmaceutica, chimica, alimentare, elettronica, media a un destino opaco) nella Nazione Start-up si innova già quel che funziona, consapevoli che domani più non funzionerà. Il mercato si anticipa, non si tallona.L’altra sponda è l’esercito, che mescola classi sociali e individui. I tre fondatori della start-up bio-tech Compugen, Eli Mintz, Simchon Faigler e Amir Natan, erano reclute insieme nell’esercito e tra i commilitoni hanno assunto 25 dei sessanta matematici che, rielaborando l’algoritmo disegnato da Mintz per catturare terroristi, hanno creato un database usato nella genetica, portando all’interesse della grande Merck. L’Idf ha una organizzazione orizzontale, tipica dei commandos, che educa bene alla start-up. Da noi la «chutzpah» non manca, ma il frullatore sociale della vecchia leva militare è venuto meno. Cosa può sostituirlo? Forse una sorta di Erasmus collettivo - come proposto da Eco nel numero «europeo» della Stampa , con i laureandi in giro per il continente e il Paese?L’altra lezione preziosa che viene da Start-up Nation al presidente Monti e al ministro Passera è che la crescita passa dalle nuove aziende creative. Dal 2002 a oggi solo le startup hanno creato saldo netto di posti di lavoro in America. E mentre si dibatte noiosamente tra Stato e Mercato come fossimo nell’altro secolo, Israele e Usa dimostrano che il pubblico crea il prato verde per le startup, il capitale dei fondi lo alimenta e la creatività degli imprenditori «colti» - e non seduti sull’aziendina sussidiata di papà - lo fa fiorire. Silicon Valley ha per un terzo aziende guidate da emigranti, ma deve il boom ai fondi investiti nel software dalla Difesa. E in Israele il Fondo Yozma www. yozma.com ha sostenuto le start-up dal 1993. Nel frattempo l’Europa ha sprecato 1,8 miliardi di euro del Fondo di investimenti, perché non ha lasciato libero il mercato, dirigendo da Bruxelles progetti presto avvizziti. E quando la Norvegia ha voluto investire i profitti del petrolio «all’italiana», aziende di Stato dirette da burocrati, parenti e amici dei politici, il tonfo è stato drammatico. Oggi Israele attrae più venture capital di Francia e Germania insieme e il paragone con l’Italia fa arrossire. Ma su 7 milioni di abitanti quasi la metà, 45%, sono andati all’università, da noi i laureati sono uno su cinque, rispetto a una media Ocse di uno su tre.

Mentre Monti apre la difficile trattativa con Confindustria e sindacato su articolo 18 e occupazione, sarebbe bello regalare una copia di Start-up Nation a tutti i partecipanti al negoziato: il lavoro, la ripresa, la crescita si creano solo con la collaborazione di Stato, mercato, università, venture capital , scuola e ricerca, progetto, start-up, creatività e tanta, tanta, faccia tosta. Gianni Riotta, http://www3.lastampa.it/

Apple inizia ad assumere personale in Israele, a breve il nuovo centro di ricerca?

Apple sta iniziando a cercare personale tecnico per un nuovo possibile centro dati in Israele. Da questa ricerca di personale pubblicata su Linkedin leggiamo che l’azienda sta decidendo di assumere dipendenti per la futura struttura.Non è ben definito il ruolo che la figura andrà ad assumere all’interno dello stabilimento, tuttavia è richiesta “un’esperienza minima nel campo dell’ingegneria, dell’hardware e delle industrie dei semiconduttori”. Tutte posizioni che lasciano pensare ad un centro di ricerca specializzato, ricordiamo infatti che Apple è il maggior acquirente di semiconduttori del pianeta.L’ipotesi è confermata dalla disponibilità di oltre 20 posti di lavoro, sempre nella medesima sede situata in Israele. Questa non è la prima volta che sentiamo parlare della possibilità che Apple apra un nuovo centro in Medio Oriente, lo stesso Tim Cook ha affermato che l’azienda era intenzionata ad espandere la propria attività nella suddetta zona, quanto precedentemente affermato pare confermare le supposizioni.http://www.iphoneitalia.com/


Minestra di lenticchie

Ingredienti per 4 persone: acqua fredda qb lenticchie piccole qb ¼ di cipolla sale broccoletti qb spaghetti qb olio. Procedimento: Cuocere in acqua fredda le lenticchie e la cipolla tritata con un po di sale.A metà cottura aggiungere i broccoletti e gli spaghetti spezzettati.Completare la cottura e servire con un filo d'olio crudo. http://imenudibenedetta.blogspot.com/

Tortino Cioccolato con Cuore Morbido

Ingredienti per 4 persone: 100 gr di cioccolato fondente 100 gr di burro 2 uova 80 gr di zucchero 40 gr di farina acqua qb. Procedimento: Sciogliere il cioccolato con burro e un goccio d'acqua.Imburrare e infarinare i pirottini.Trasferire il cioccolato in una ciotola a raffreddare poi aggiungere uova, zucchero e farina setacciata.Riempire per metà i pirottini con l'impasto ben amalgamato.Cuocere per 10 minuti in forno a 220 gradi.http://imenudibenedetta.blogspot.com/

TERRA SANTA: MONS. SHOMALI (PATRIARCATO), UNIFICARE LA DATA DELLA PASQUA


«La Chiesa Cattolica attende un segno da parte della chiesa sorella Ortodossa in vista dell’unificazione della data della Pasqua». A ribadirlo, nel corso di un “caloroso incontro ecumenico” con Elia II di Tbilisi, patriarca della Chiesa ortodossa di Georgia, è stato mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario generale del patriarcato latino. Elia II è, in questi giorni, a Gerusalemme dove sta guidando un pellegrinaggio di oltre 500 fedeli georgiani. “Unificare la data della Pasqua – spiega al SIR mons. Shomali – rappresenterebbe un importante segno di unità per i cristiani e per il mondo intero ed avrebbe delle ricadute positive sulla vita ordinaria delle nostre comunità, formate anche da famiglie miste, cattoliche ed ortodosse non più divise da date diverse per celebrare una solennità come la Pasqua”. “Va detto – dichiara il vescovo - che in molti casi cattolici ed ortodossi celebrano già la Pasqua insieme: in Giordania avviene da circa 30 anni. In Palestina tre quarti delle parrocchie hanno unificato, specie nel nord e intorno a Ramallah. In Israele la maggioranza è cattolica e quindi sono poche le parrocchie che hanno unificato. Da quest’anno, però, si è aggiunta anche la parrocchia cattolica di Haifa, che è la più grande di Israele”. L’unificazione della data di Pasqua è stata al centro, proprio di recente, di alcuni interventi del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal. Il 25 gennaio, nel cuore della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che in terra Santa si è celebrata dal 22 al 29 gennaio, il patriarca ha puntato l’indice contro le divisioni “eclatanti” che esistono in Terra Santa e in Medio Oriente ed ha ricordato che Gerusalemme ha il “dovere” dell’unità. Pur rallegrandosi degli incontri tra le diverse Chiese, Twal ha affermato che “siamo ancora incapaci di pregare insieme con i greci ortodossi, perché l’uno o l’altro attendono l’unità della fede o inventano qualsiasi pretesto per non pregare insieme”. A tale riguardo il patriarca ha ricordato la proposizione 28 del Sinodo per il Medio Oriente che sottolinea che "la chiesa deve operare per l’unificazione della data di Natale e di Pasqua". Lo scorso 6 febbraio, l’assemblea degli Ordinari cattolici della Terra Santa, ha dedicato una sessione di lavoro all’unificazione delle feste di Pasqua. Quest’anno i cattolici celebreranno la Pasqua il 9 aprile mentre gli ortodossi la domenica successiva. (Sir)http://www.toscanaoggi.it

DesignArt Networks leader del backhaul NLOS per celle piccole 3G

Completati con successo sperimentazione prodotto e primi utilizzi

TEL AVIV, Israele--()--DesignArt Networks ha annunciato oggi che molti dei suoi venditori, che offrono attrezzature backhaul NLOS su base SoC estremamente compatte, hanno completato con successo le sperimentazioni e hanno cominciato a utilizzare i servizi. Secondo quanto pubblicato di recente almeno il 90% delle attrezzature backhaul NLOS carrier-grade per celle piccole 3G si basa sulla soluzione SoC di DesignArt Networks.Molti venditori hanno concluso con successo le sperimentazioni dei primi lanci dei servizi basati sulle soluzioni SoC uniche di DesignArt in grado di utilizzare lo spettro brevettato sub-6 GHz per il lancio di soluzioni backhaul a celle piccole NLOS (non-line-of-sight) carrier-grade ma flessibili.“Gli operatori hanno espresso chiaramente le loro preferenze nei confronti del backhaul wireless carrier-grade, di facile installazione e a basso costo per facilitare l'utilizzo di piccole celle flessibili in qualsiasi luogo,” ha affermato Joachim Hallwachs, Vicepresidente Marketing di DesignArt Networks.

Poeta siriano: «Che liberazione assistere all'11 settembre». E la Russia lo premia

Ali Ukla Ursan viene insignito della medaglia Puskin, una delle massime onorificenze letterarie del proprio paese, dal presidente russo Medvedev. Peccato che il poeta siriano sia «un radicale oppositore della pace e dei contatti tra Siria e Israele. È anche un convinto apologeta del terrorismo». In Russia si sprecano parole di elogio per lo scrittore Ali Ukla Ursan. Il poeta siriano ha ottenuto dal presidente russo Dimitri A. Medvedev la medaglia Puskin, una delle massime onorificenze letterarie del proprio paese. «Per i grandi servizi fatti alla Russia nel campo delle relazioni umanitarie e della cultura, della lingua e della storia» giustifica il presidente attraverso il suo sito web. Peccato solo che il signor Ursan sia anche un convinto antisemita con il dente avvelenato nei confronti dell'Occidente,Il 25 settembre 2001, all'indomani dell'attentato alle Twin Towers, il poeta ha scritto su una rivista letteraria di Damasco: «La mia anima era piena di tremenda amarezza, repulsione, disgusto verso un paese ndr che negli scorsi cinquant'anni ha collezionato una storia di oppressioni, che ha supportato il razzismo dei Nazi–Sionisti, che ha contribuito all'apartheid in Sudafrica». Al vedere Ground Zero, finalmente «i miei polmoni si aprirono in un sospiro di liberazione, come se respirassi per la prima volta».Mentre Baruch Gorin, portavoce della Federazione delle comunità giudee russe, ancora non ci crede: «Spero sia solo uno stupido errore», Shimon Samuels, direttore del Wiesenthal Center – che intrattiene i rapporti con Israele –, invia una lettera al presidente: «Siamo tutti scioccati dalla sua scelta. Ursan è un radicale oppositore della pace e dei contatti tra Siria e Israele, e ha contribuito a sabotare i dialoghi di pace del 1999. È un convinto apologeta del terrorismo».Non indietreggia Valery N. Ganichev, presidente dell'Unione degli scrittori russi, che rivela le ragioni della premiazione: «Tra le altre cose, è stato premiato per la costante creatività e cooperazione spirituale con la Russia. Attualmente, questo è il suo unico impegno. Noi siamo grati del suo interesse per la cultura russa. La politica è un'altra cosa». Aleksei Pavlov, portavoce del presidente Medvedev, taglia corto: «Ursan è uno scrittore, mica un armatore».http://www.tempi.it/

Siria: corteo a Tunisi contro conferenza

(ANSA) - TUNISI, 24 FEB - Una manifestazione contro la conferenza degli ''amici della Siria'', che si apre oggi a Tunisi, si e' svolta ieri sera a Gabes, animata da rappresentanti della societa' civile della citta' e di alcuni partiti politici.Nel corso della marcia, organizzata ufficialmente dal ''Comitato di sostegno alla resistenza e di lotta all'entita' sionista'', sono stati lanciati slogan che hanno avuto come bersaglio gli Stati Uniti e Israele.

Baron Cohen, 'censurato' da Academy

(ANSA) LOS ANGELES, 24 FEB - Sacha Baron Cohen non potra' partecipare alla notte degli Oscar vestito come il suo ultimo personaggio, nel film The Dictator. Lo spunto del divieto e' stato naturalmente preso al volo dall'autore di Borat che ha deciso di rispondere, con il tono del suo personaggio, il dittatore Aladeen, della fantomatica repubblica di Wadiya, un ''eroico dittatore mediorientale che rischia la sua vita ogni giorno per fare si che la democrazia mai arrivi nel paese che lui cosi' amorevolmente opprime''.

venerdì 24 febbraio 2012




Il Il sale diventa spettacolo

23 febbraio 2012, http://www.giornalettismo.com

Ritholz ha raccolto una serie di fotografie proveniente dal Mar Morto, un lago tra Israele e Giordania la cui salinità del 33.7 per cento lo rende 8.6 volte più alto di un oceano. La sua salinità impedisce la presenza di qualsiasi forma di vita, e deve il suo nome appunto a questa caratteristica. Il Mar Morto si trova a 423 metri sotto il livello del mare e questo lo rende uno dei punti più “bassi” sulla Terra. Una delle caratteristiche di questo lago è data dal fatto che il sale contenuto al suo interno, saturandosi, crei delle formazioni le quali, viste dall’alto, risultano assolutamente stupefacenti.

I ragazzi della guerra imparano la pace

A Rondine, il villaggio che accoglie studenti da tutto il mondo. L'israeliano e la palestinese insieme: è la nostra diplomazia

RONDINE (Arezzo) - Kameliah è tesa, deve andare a Roma per definire la tesi del master in Relazioni internazionali e Sviluppo, Guy, appena laureato, la rassicura abbracciandola. Scene di vita quotidiana tra studenti che raccontano una storia partita da lontano e approdata alla Cittadella della Pace di Rondine, un vecchio borgo ristrutturato a picco sull’Arno. La storia di Guy, israeliano di Gerusalemme, e Kameliah, palestinese con passaporto giordano, nata a Gerusalemme e residente a Betlemme. Storia nelle storie, come quelle di Elmira, azera di Baku, Sultan, pakistano di Lahore, e Manuella, kosovara di Gjakova, ognuno alla ricerca di se stesso e dell’altro, per trasformare il conflitto in crescita e il domani in una speranza di pace.Parole che possono sembrare vuote e che solo venendo a Rondine e incontrando questi ragazzi si riempiono di contenuti reali, perché Rondine non è Camelot, non è un’utopia, ma una realtà nata grazie all’intuizione dello psicologo aretino Franco Vaccari, oggi presidente dell’Associazione, e al lavoro di tanti: «Giovani, formazione, merito, superando muri e confini, questo è il nostro metodo — racconta Vaccari — senza mai perdere di vista i ragazzi. Io qui porto la mia esperienza di quando a quindici anni facevo il doposcuola ai figli di contadini e muratori, così come quella dell’educatore che non si può permettere l’invidia perché deve gioire della crescita altrui». Lo studentato internazionale è nato quando nel 1997 l’Associazione (sorta nel ’90) decise di ospitare cinque studenti provenienti da Russia e Cecenia; era solo l’inizio di un cammino che ha fatto tanta strada, superando confini creduti invalicabili. Il fiore all’occhiello di una struttura, scintilla di molteplici attività, che ospita in media 25 studenti, con un teatro tenda da 250 posti, 67 locali, 17 dipendenti e un costo annuo di un milione e 200 mila euro. Guy si è laureato in filosofia politica alla Cesare Alfieri: «Volevo incontrare il mio nemico, oggi ho una seconda famiglia e una seconda casa».«Qui c’è pace e sicurezza — afferma Kameliah — il confronto è continuo e la conoscenza diventa sempre più profonda, osservando il mondo e l’altro fuori da me con una prospettiva diversa». Hanno voglia di raccontare e raccontarsi, perché a Rondine le radici s’irrobustiscono, svuotandole della diffidenza creata dalla propaganda politica e militare per riempirle di valori forti, come l’amicizia, il rispetto e la stima: «Io non avevo mai visto prima un armeno — sottolinea Elmira — ero curiosa e timorosa al tempo stesso. Qui sono cambiata, ho fatto un percorso dentro e fuori di me». «Nel mio passaporto c’è scritto che io posso andare ovunque fuorché in Israele — dice Sultan — così come gli israeliani non possono entrare in Pakistan. Il conflitto? È incredibile, con gli indiani condividiamo cultura, lingua e cucina, per secoli siamo stati una cosa sola». «Rondine è qualità della vita, educazione, comunità» replica Manuella, originaria di Gjakova, martoriata dai serbi e dalle bambe della Nato quando lei aveva appena nove anni. Oltre lo studio ci sono i turni per le pulizie, l’attività con le scuole superiori, le due auto da gestire e ci si arrabbia come nelle migliori famiglie se qualcuno manca di rispetto o si dimentica le regole della convivenza.I maschi hanno creato il bar della Pace, in un’altra stanza hanno disegnato un bellissimo albero genealogico di tutti gli studenti che a Rondine sono arrivati e poi volati nel mondo, accanto gli alfabeti macedone, arabo ed ebreo. Mercoledì 7 marzo l’Associazione presenterà il Rapporto annuo alla Camera dei Deputati, tra istituzioni nazionali e internazionali, culturali e politiche, ambasciatori e diplomatici che in questi anni hanno aiutato e usufruito del lavoro di Rondine: «È il potere delle mani nude, quello che nel 2010 ci ha permesso di attraversare il confine tra Georgia e Abkhazia grazie all’attività diplomatica di Kan, un nostro studente», conclude Vaccari. Finito il percorso si diventa Rondine d’Oro, presto lo saranno Guy e Kameliah. Tutte insieme formano la Lega, una rete diplomatica che cercherà di sviluppare processi di riconciliazione nelle ferite aperte di un mondo in guerra.http://corrierefiorentino.corriere.it/


Accuse che fanno acqua da tutte le parti

Di Yochanan Visser, Sharon Shaked, http://www.israele.net/
Lo scorso 15 giugno il Jerusalem Post ha pubblicato un articolo sulla crisi idrica palestinese scritto da Shaddad Atilli, capo dell’Authority Palestinese per l’Acqua (Palestinian Water Authority). Nell'articolo, Atilli attribuisce alle “politiche discriminatorie” di Israele la colpa per la carenza d’acqua nella società palestinese. Sostiene in particolare che Israele userebbe la Commissione Congiunta israelo-palestinese per l’acqua (Joint Israeli Palestinian Water Committee) per ritardare o bloccare i progetti idrici palestinesi. Scrive inoltre che Israele sfrutterebbe illegalmente il 90% delle risorse idriche comuni. Di più. Atilli afferma che, a causa del furto d’acqua fatto da Israele e della distruzione di pozzi e impianti di trattamento, la gente si rende conto che la soluzione a due stati sta rapidamente svanendo.Il diffamatorio articolo di Atilli, pieno di distorsioni, accuse infondate e vere e proprie falsità (naturalmente ripreso da molti mass-media come fosse oro colato) non è che l’ennesima dimostrazione dell’intransigente rifiuto palestinese.Di recente la nostra organizzazione “Missing Peace” ha ottenuto le carte autentiche che documentano le riunioni della Commissione Congiunta israelo-palestinese per l’acqua e la corrispondenza fra lo stesso Atilli e il colonnello Avi Shalev, capo delle relazioni internazionali dell’Ufficio di Coordinamento delle attività del governo israeliano nei Territori (Coordinator of Government Activities in the Territories). Da questi documenti emerge un quadro completamente diverso. Contrariamente a quanto asserisce Atilli, è l’Autorità Palestinese quella che allontana la soluzione a due stati sabotando sistematicamente lo sviluppo di infrastrutture idriche indipendenti per il futuro stato palestinese.Vediamo nel dettaglio alcune delle accuse che Atilli muove a Israele nel suo articolo e confrontiamole con il quadro che emerge dai documenti della Commissione Congiunta e dell’Ufficio di Coordinamento.“Israele ritarda o blocca i progetti idrici palestinesi”, dice Atilli. Tanto per cominciare, l’articolo 40 (14) degli Accordi di Oslo afferma chiaramente che tutte le decisioni della Commissione Congiunta circa i progetti idrici in Cisgiordania necessitano di un mutuo accordo. Una volta approvati, i progetti della Commissione Congiunta per le zone della Cisgiordania sotto controllo palestinese (Aree A e B) non necessitano di nessun ulteriore coinvolgimento d’Israele. Solo i progetti relativi alle Aree C, sotto controllo israeliano, necessitano dell’approvazione dell’Amministrazione Civile Israeliana.Dal 2000 in poi l’Authority Palestinese per l’Acqua ha inoltrato 76 richieste di permesso all’ufficio dell’Amministrazione Civile. L’Amministrazione Civile ha rilasciato 73 permessi e ne ha respinti 3 per mancanza di master-plan. L’8 giugno 2009 Shalev rispondeva con una lettera all’accusa di Atilli secondo cui l’Amministrazione israeliana non aveva onorato la richiesta dell’Authority Palestinese di rilasciare 12 di questi permessi. Nella lettera, Shalev scriveva che questi permessi erano già stati emessi nel 2001 e che l’Amministrazione Civile si domandava come mai l’Authority Palestinese per l’Acqua non avesse ancora dato seguito all’esecuzione dei progetti.Altri 44 progetti approvati dalla Commissione Congiunta, per la maggior parte nelle Aree A e B, come la costruzione di un impianto per il trattamento di acque reflue a Jenin approvato nel 2008, non sono mai stati realizzati. Il governo della Germania ha persino ritirato un piano per la costruzione di un impianto di depurazione a Tulkarem quando ha concluso che l’Authority Palestinese non era in grado di gestire il progetto.Quando, nel novembre 2009, l’Authority Palestinese per l’Acqua lamentò una carenza di fondi, il governo israeliano si offrì di finanziare progetti idrici per le comunità palestinesi. L’Autorità Palestinese non ha ancora risposto all’offerta.“Israele – sostiene Atilli – assegna ai palestinesi solo il 10% delle fonti idriche comuni”. Le quote di acqua per la Cisgiordania sono state congiuntamente concordate negli Accordi di Oslo. In base agli accordi, il 33% dell’acqua della falda acquifera sotto la Cisgiordania viene assegnato ai palestinesi. Nel 1993 i palestinesi potevano pompare 117 milioni di metri cubi mentre Israele ne forniva altri 31 milioni. Nel 2007 vennero assegnati all’Autorità Palestinese 200 milioni di metri cubi, di cui 51,8 milioni forniti da Israele. Tuttavia, di quei 200 milioni di metri cubi solo 180 vennero effettivamente utilizzati. Il motivo principale è che l’Authority Palestinese per l’Acqua non ha implementato nella falda acquifera orientale i progetti che avrebbero risolto gran parte dei problemi idrici palestinesi. Più di metà dei pozzi approvati per lo sfruttamento della falda orientale non sono stati ancora scavati. Ma i relativi premessi sono approvati già dal 2000. In una lettera scritta il 4 aprile 2001, l’Amministrazione Civile israeliana sollecitava l’Authority Palestinese per l’Acqua a mettere in esecuzione questi progetti. In una lettera dell’8 giugno 2009 ribadiva la stessa richiesta.Atilli mente anche riguardo ai consumi idrici palestinesi. Nell’articolo sul Jerusalem Post sostiene che i palestinesi “dispongono mediamente di soli 60 litri” a testa al giorno. Ma nel 2009 la sua stessa Authority Palestinese per l’Acqua pubblicava un rapporto in cui si parla di una disponibilità media di 110 litri a testa al giorno.L’impudenza di Atilli si esprime al meglio nella terza accusa, quando sostiene che Israele ruberebbe l’acqua e distruggerebbe i progetti idrici palestinesi. In realtà, sono i palestinesi che rubano milioni di metri cubi di acqua ogni anno prelevandola da fori aperti illegalmente negli acquedotti della società idrica israeliana Mekorot. L’Amministrazione Civile chiude almeno 600 di questi “rubinetti” illegali ogni anno. Non basta. È dal 2008 che Israele chiede all’Autorità Palestinese di ripristinare le pattuglie congiunte della Squadra Congiunta di Supervisione e Applicazione (Joint Supervision and Enforcement Team) che, prima dello scoppio dell’intifada Al-Aqsa (settembre 2000), contrastavano i furti d’acqua. Ma finora l’Autorità Palestinese si è rifiutata.Un’altra ragione dello sperpero di acqua è la scarsa manutenzione delle infrastrutture idriche palestinesi. Uno sconcertante 33% delle forniture di acqua dolce va sprecato a causa di perdite, furti e manutenzione carente.Altri documenti offrono la prova concreta che la chiusura di 250 pozzi illegali (quelli che depauperano la falda in modo arbitrario e irreversibile) è stata concordata negli incontri della Commissione Congiunta israelo-palestinese. Ad esempio, i verbali della riunione della Commissione del 13 novembre 2007 riportano la decisione unanime di procedere alla demolizione di “trivellazioni e connessioni illegali”. Ma Atilli si comporta come se non fosse presente a queste riunioni e non ne avesse sottoscritto le decisioni congiunte. Ha avuto persino il coraggio di lanciare appelli urgenti alla comunità internazionale non appena l’Amministrazione Civile israeliana, dopo numerosi appelli all’Authority Palestinese perché desse seguito alla chiusura concordata dei pozzi illegali, si è infine decisa a farlo direttamente.Questi non sono che alcuni esempi del modo sconcertante in cui l’Autorità Palestinese trascura le necessità basilari dei suoi cittadini, per poi sfruttare cinicamente i problemi idrici come un’arma propagandistica contro Israele. Il che dimostra che l’Autorità Palestinese, contrariamente a quanto spesso si dice, è ben lungi dall’essere pronta a gestire un vero e proprio stato indipendente.Ma c’è un’ulteriore conclusione da trarre. L’ostinato rifiuto di cooperare con Israele su interessi comuni come il miglioramento della infrastrutture idriche, e il modo in cui l’Autorità Palestinese sfrutta poi la carenza di miglioramenti per demonizzare Israele, dimostrano che l’Autorità Palestinese non è interessata né alla soluzione a due stati, né alla pace.
(Da: Jerusalem Post, 28.8.12)

"A Europa e Stati Uniti dico che l'Iran non è un problema solo d'Israele"

Non si lascia mai sfuggire una parola di troppo. Puntuali e attente le sue analisi. E’ un diplomatico molto noto quella di Dore Gold. Ha servito Israele, tra l’altro, come consigliere diplomatico del primo ministro Benjamin Netanyahu tra il 1996 e 1997 ed è ancora oggi ricordato come uno dei migliori diplomatici israeliani alle Nazioni Unite.Oggi dirige il Jerusalem Center for Public Affairs, un think tank israeliano. Con lui parliamo d’Iran, di relazioni israelo-statunitensi, di rivolte arabe e di negoziazioni con i palestinesi. “Leggo tante speculazioni sulle relazioni tra Israele e gli Usa che le vorrebbero ai minimi termini. C’è in giro un sacco di gente che parla di cose che non conosce”.Sulla stampa statunitense, perfino su quella italiana, si parla molto delle difficoltà nelle relazioni d’intelligence tra Israele e Stati Uniti. In Italia si è perfino arrivati a sostenere che l’intelligence israeliana abbia immesso informazioni false nei circuiti riservati per testare la velocità con cui tali informazioni arrivavano agli iraniani. E’ plausibile?Non sono un esperto di questo genere di cose. Mi lasci dire però che leggo e sento tante, forse troppe, speculazioni sulla realtà delle cose. Le relazioni di cooperazione militare e d’intelligence tra gli Stati Uniti e Israele sono estremamente forti e non credo ci sia qualcuno che possa negare questo dato di fatto. C’è tanta gente che parla a sproposito e che è out of the loop, fuori dal giro.Secondo lei Israele ha effettivamente le capacità militari – e diplomatiche – per sostenere un attacco contro gli impianti nucleari iraniani in solitaria? Non vorrei fare quelle che in gergo chiamiamo “considerazioni operative". Non servo più lo Stato israeliano ma sono stato formato a non speculare pubblicamente su operazioni militari che possano coinvolgere il mio paese.Parliamo allora solo di Iran. Oggi il ministro delle finanze israeliano Yuval Steinitz ha affermato che gli iraniani stanno investendo molte risorse per lo sviluppo di capacità missilistiche inter-continentali che potrebbero, in un immediato futuro, mettere a repentaglio anche la sicurezza nazionale Usa. Le pare plausibile? Guardi non credo che gli Stati Uniti temano questo genere di minaccia. Comunque è arcinoto che gli iraniani siano già in possesso di missili nordcoreani BM25 con un range di 2.500 - 3.500 km in grado di colpire tutta l’Europa continentale, finanche l’Inghilterra. Il problema si porrà secondo me quando riusciranno a sviluppare la tecnologia per mandare in orbita i satelliti. Quando ciò accadrà, allora saranno capaci di lanciare missili nello spazio. Questo è lo scenario da scongiurare. Comunque sia chiaro a Europa e Stati Uniti: l'Iran non è solo un problema d'Israele.Lei ha affermato che la cooperazione militare e diplomatica statunitense resta comunque molto forte. Eppure le relazioni politiche tra Obama e Netanyahu sembrano della relazioni difficili. Cosa divide maggiormente i due governi?Ciò che divide maggiormente le due amministrazioni principalmente è la postura da assumere rispetto all’Iran. Il presidente Obama ha sin dall’inizio della propria presidenza ritenuto di poter gestire il dossier iraniano con le negoziazioni. E’ chiaro che negoziare con l’Iran non ha senso. Sono convinto comunque che sempre di più a Washington si prenda coscienza che i margini di negoziazione con gli iraniani sono sempre più esigui, questo perché gli iraniani non sono affatto disponibili a rispettare le Nazioni Unite e gli obblighi che la politica onusiana Usa ha sinora loro imposto.Parliamo di Siria. Siamo ormai alla guerra civile. Israele sembra aver assunto una posizione non interventista nella politica interna siriana, di fronte all’uccisione di civili e oppositori armati anti-Assad. E’ la scelta giusta? Assolutamente. La politica d’Israele è votata alla non ingerenza. Se Israele prendesse le parti dell’opposizione siriana, si tratterebbe senza dubbio del più grande regalo che potrebbe fare al regime di Assad. E’ una politica intelligente quella dell’attuale governo di stare a distanza dai movimenti d’opposizione siriani e fa bene a richiedere che la Lega Araba e il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite assumano delle azioni per impedire le brutali uccisioni di civili in corso in Siria. Ogni giorno in Israele vediamo in televisione una marea di video che mostrano le morti di civili siriani. Un tempo nemici, gli israeliani iniziano ora a entrare in una forma di empatia con le sofferenze dei siriani.Lo scorso Dicembre un articolo a sua firma è apparso sul JPOST, nel quale sosteneva che gli islamisti che sarebbero emersi nei paesi attraversati dalle rivolte, avrebbero prima o poi richiesto cooperazione all’Occidente. Secondo lei si può davvero “cooperare” con i governi islamisti? Quando scrissi quell’articolo, mi riferivo principalmente all’Egitto. La sua economia è in una situazione drammatica. Hanno bisogno di investimenti esteri, di commercio internazionale, di turismo. Per far ciò hanno bisogno di cooperare. Allo stesso tempo però è necessario conoscere l’orientamento ideologico degli islamisti della Fratellanza musulmana. Non scordiamo che il fondatore della FM, Hasan Al-Banna, negli anni ’30 del secolo scorso, e che la Fratellanza musulmana avrebbe dovuto contribuire alla conquista di tutti le terre sotto la bandiera dell’Islam, che l’Andalusia della Spagna deve tornare islamica, così come la Sicilia, il Sud dell’Italia, così come il resto dell’Europa. Ora è evidente che se queste cose sono ancora tradotte in inglese e sono tutt’ora la base filosofico - politica dell’islam politico della Fratellanza è chiaro che non può esserci molto spazio di manovra.La regione mediorientale è molto cambiata nell’ultimo anno. Che cosa sta facendo il governo israeliano per riformulare la propria strategia diplomatica alla luce della rivolte arabe e dell’emergere di una regione sempre più ostile, vedi Turchia, Egitto, Iraq? Non si può rispondere a questa domanda con una risposta secca. Sin dalla sua fondazione, Israele ha vissuto circondata da paesi ostili. Quello che il governo israeliano ha imparato a fare in questi decenni è convivere con le incognite, mostrandosi flessibile e capace di riadattare continuamente la propria strategia diplomatica e il perseguimento dei propri interessi rispetto ai cambiamenti che di volta in volta si producevano nella regione. Non è possibile prevedere fino in fondo il futuro, si può tentare di essere il più preparati possibile. Chi può dire se a distanza di cinque anni lo stesso Iraq, liberato dagli americani, sarà effettivamente un paese filo-occidentale oppure semplicemente un satellite dell’Iran? Questi sono scenari con i quali Israele si confronta ogni giorno in una strategia improntata alla flessibilità.Un'ultima domanda sul processo di pace. Le negoziazioni sono definitivamente morte oppure c’è spazio per un rilancio di un negoziato? Quel che i governi degli Stati Uniti e d'Europa non vogliono capire è che il conflitto tra palestinesi e israeliani non sarà mai risolto in un ciclo di negoziazioni unico nel quale ci si chiude in una stanza e se ne esce con una soluzione in mano. Di fatto, i punti di frizione sono tali che pensare che la questione dei profughi, di Gerusalemme e dei confini sia risolvibile in una sola volta è impossibile. E’ un processo che prenderà tempo, molto tempo.http://www.loccidentale.it/


Peres: Israele non esclude possibilità di intervento contro l'Iran

Gerusalemme, 23 feb. (TMNews) - Israele non esclude la possibilità di un intervento militare contro i siti nucleari iraniani: lo ha affermato il presidente dello Stato ebraico, Shimon Peres, le cui dichiarazioni sono state riportate dalla radio dell'esercito israeliano."Lo Stato di Israele è uno Stato sovrano, che ha il diritto e la capacità di difendersi contro qualsiasi minaccia: quando diciamo che tutte le opzioni sono sul tavolo, pesiamo le parole", ha spiegato Peres intervenendo alla conferenza dei presidente delle associazioni ebraiche statunitensi.Peres ha inoltre smentito le notizie secondo le quali avrebbe intenzione di manifestare al presidente degli Stati Uniti Barack Obama la sua contrarietà a un intervento militare, in occasione della sua imminente visita a Washington, la settimana prossima; alla Casa Bianca saranno ricevuti nei prossimi giorni sia il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, che il premier Benjamin Netanyahu, la cui visita è fissata per il 5 marzo prossimo.

Gaza: raid Israele dopo lancio razzi

(ANSA) - TEL AVIV, 24 FEB - Due miliziani palestinesi sono rimasti feriti la scorsa notte a Gaza durante un raid condotto dall'aviazione militare israeliana in seguito al ripetersi di lanci di razzi dalla Striscia verso il Neghev.Fonti palestinesi precisano che Israele ha colpito obiettivi situati nel rione di Nusseirat, a breve distanza da Gaza.Da parte sua il braccio armato dei Comitati di resistenza popolare ha rivendicato la paternita' dei lanci di razzi verso Israele.



Obama terrà la conferenza dell'AIPAC a Marzo

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama terrà la conferenza annuale della American Israel Public Affairs Committee a marzo, la Casa Bianca ha annunciato quest'oggi. La sua prima apparizione arriva tra le crescenti tensioni internazionali con l'Iran e alla vigilia della corsa presidenziale per i maggiori partiti politici americani. Obama apparirà all'AIPAC il 4 marzo per poi incontrare il Primo Ministro Netanyahu.Sia i senatori che la Casa Bianca hanno annunciato la nuova volontà di negoziare le dure sanzioni internazionali che hanno danneggiato l'economia iraniana. Allo stesso tempo, il programma nucleare iraniano non ha rallentato e Israele ha espresso una crescente urgenza circa la necessità di misure forti.http://www.focusmo.it/


Italia Independent in Israele, Giordania e Territori Palestinesi: le foto esclusive

Italia Independent sceglie Israele, Giordania e Territori Palestinesi come scenario del video per la Primavera-Estate 2012. Su Blogosfere Style & Fashion vi pubblichiamo in esclusiva le immagini della cartellonista della collezione S/S 2012.

Da Eliat a Petra, da Tel Aviv a Gerusalemme, passando per Betlemme e attraversando il deserto del Negev con le sue montagne di pietra rossa, scendendo fino al Mar Morto e immergendosi nel Mar Rosso.Chilometri di deserto intervallati da città dove palazzi modernissimi sorgono a fianco di edifici antichi migliaia di anni, montagne rosse che cadono a picco sul mare turchese, palme e ancora montagne all'orizzonte: questo è stato il viaggio di Italia Independent attraverso Israele, Giordania e Territori Palestinesi."La convivenza di tradizione e innovazione nel rispetto delle diverse culture è una delle peculiarità di questi luoghi. Siamo rimasti colpiti dalla visone di modernità che questi popoli hanno sviluppato. Ci siamo confrontati con un mercato giovane e in crescita dove siamo presenti con il nostro brand da alcuni anni" ha dichiarato Andrea Tessitore, Presidente e Amministratore Delegato di Italia Independent.Così la collezione abbigliamento Primavera/Estate 2012, contraddistinta da colori vivaci, pieni e brillanti, si inserisce nella frenetica Tel Aviv; gli occhiali specchiati brillano sul volto di un beduino a Petra; la kefiah reinterpretata con i colori della nostra bandiera, danza assieme ad una ballerina in riva al mare.Nel video "Be Independent. Everywhere" compaiono tutti i prodotti del mondo Italia Independent: abbigliamento, scarpe, occhiali da vista e da sole, caschi e le numerose collaborazioni che caratterizzano I-I, come i Borsalino nati dalla partnership con l'omonimo brand, le cinture "Buckless" create con Orciani, le sneaker realizzare assieme a Vans.Un video unico e innovativo, dove la musica, creata ad hoc da Will Buckley, accompagna chi lo guarda alla scoperta del mondo I-I. Il video sarà presentato nella versione integrale il prossimo 8 marzo, presso Circustudios a Milano. Il video, diretto da Freaks, rientra nelle strategie di comunicazione sviluppate da Independent Ideas per Italia Independent.http://styleandfashion.blogosfere.it/

Saviano, da eroe a “venduto” per aver difeso Israele

Beata l’Italia, se non avesse bisogno di eroi; perché smetterebbe così di cercare capri espiatori.A questo proposito, la parabola di Roberto Saviano è esemplificativa, nella sua semplicità: il coraggioso giornalista e scrittore anticamorra che diventa sionista brutto, sporco e cattivo; il guru, l’illuminato, il senza macchia degradato a “bluff da smascherare”, al soldo di chissà quali inconfessabili e inconfessati interessi. Capro espiatorio perfetto dei fetidi miasmi che esala questa nostra Repubblica fondata sul livore dove l’esaltazione acritica troppo spesso trova il suo doppio speculare nel rifiuto aprioristico, nella condanna senz’appello, nell’ergastolo delle idee.Il caso di Roberto Saviano è dunque da manuale, se vogliamo spiegare questa tendenza tutta italica. Ma a questo proposito, più che il rapporto tra Saviano e la camorra, è interessante scandagliare le sue prese di posizione filosioniste e le reazioni che queste hanno suscitato nel suo pubblico di riferimento.Prendiamo spunto da un episodio avvenuto qualche giorno fa a Barcellona, dove lo scrittore napoletano era andato per presentare la traduzione in spagnolo e catalano del suo libro “Vieni Via con Me”. Una serata da tutto esaurito: sono state decine le persone che non sono riuscite a entrare nello spazio angusto della piccola libreria dove si svolgeva l’evento.Alla fine dell’evento, come questo link documenta, si avvicinano a Saviano due ragazzi, muniti di una videocamera. Chiedono a Saviano un’opinione sulla lettera aperta che gli era stata indirizzata da Vittorio Arrigoni, l’italiano ucciso lo scorso anno in Palestina da oltranzisti arabi. Saviano dice di avere già risposto alla lettera aperta che gli inviò l’attivista italiano. I due sono allontanati dagli uomini della sicurezza che proteggono lo scrittore. Se ne vanno strepitando sconsolati, mentre un’esclamazione si staglia più in alto delle altre: “Roberto, ti abbiamo sempre seguito, avevamo tanto creduto in te!”.Non staremo qui a giudicare, ora, quanto fatto dai due ragazzi, un attacco per quanto ci riguarda un po’ ingenuo e goffo. E alla ricerca del colpo a effetto, se è vero come è vero che presentarsi con una videocamera per filmare le proprie domande provocatorie a un personaggio famoso più che la predisposizione alla discussione ricorda quella al martirio. Ed è anche probabile che Saviano avrebbe potuto dire qualche parola in più sulla questione: anche se sulla questione lo stesso Saviano di cose ne ha dette fin troppe. Tuttavia, per un personaggio pubblico, uno sforzo di chiarezza non è mai abbastanza.E però, ecco, a prescindere da tutte queste premesse, è davvero singolare come nella figura di Roberto Saviano si concentrino i vizi tricolori del cercare l’eroe a tutti i costi, e a tutti i costi cercare il capro espiatorio, l’ omm’e’mmerda che ci riscatta dai nostri mali.Se l’Italia fosse un Paese normale, come invano invocò per anni Baffino nostro facendo spesso di tutto – vedi alla voce Bicamerale, ad esempio – perché non lo diventasse, Roberto Saviano non dovrebbe essere considerato un eroe: ma un bravo e coraggioso giornalista che fa con dignità e onestà il proprio lavoro, portandolo alle estreme conseguenze. Cercare la verità non dovrebbe significare infatti per un giornalista o uno scrittore mettere a repentaglio la propria vita e la propria esistenza: dovrebbe essere invece pane quotidiano, “normale” routine professionale, una forma mentis prima che una pratica di lavoro.E invece in Italia, dove la criminalità organizzata è così forte, e così forte è anche la pavidità di molta parte del sistema dei media, Saviano è diventato via via un illuminato, un guru, un tuttologo. Buono non solo per commentare fatti e misfatti della camorra, ma per essere dalla parte delle buone cause che via via gli si proponevano davanti. Appelli per la “democrazia in pericolo”, soprattutto. E non solo in Italia, ma in tutto il mondo (è da poco che Saviano si è presentato ai manifestanti di Occupy Wall Street, benedicendoli).Appelli di fronte ai quali una fetta dell’opinione pubblica, soprattutto quella antiberlusconiana più intransigente (e che per questo ricalcava dal berlusconismo gli stessi tic: insofferenza al pensiero critico, discorso pubblico guidato dalla bile e dal livore, la Costituzione usata come paravento e strumento di lotta politica), si sdilinquiva e portava Saviano a paradigma dell’intellettuale che un tempo si sarebbe chiamato organico.Fino ad arrivare all’estremo paradosso: “la gente che piace alla gente che piace” guardava “Vieni Via con Me” su RaiTre come fosse l’ultima trincea di resistenza di fronte al potere berlusconiano già morente ma ancora insidioso e in grado di pericolosi colpi di coda: non sapendo, o fingendo di non sapere, che quel programma era prodotto da Endemol, società di proprietà di Mediaset. E quindi dell’odiato Silvio.Fin qui, il Saviano “buono”. Ma è bastato che lo stesso Saviano si schierasse a favore di Israele, che incontrasse Shimon Peres, che partecipasse con un video a una manifestazione in favore dello Stato Ebraico svoltasi due anni fa a Roma, ecco, è bastato solo questo perché Saviano diventasse “cattivo”. E che il coraggioso difensore dei diritti umani, il fustigatore indefesso delle pratiche camorristiche, l’uomo di cultura pronto per le sue idee a mettere a repentaglio la sua stessa vita si trasformasse, in un solo colpo, un venduto al soldo del Mossad.Come se l’adesione al sionismo non potesse essere frutto di una scelta volontaria e ponderata ma solo ed esclusivamente un segno di chissà che inconfessabili patti. E come se, “di default”, chi è contro la camorra dovesse essere contro Israele, perché così dice l’ideologia, un’ideologia che non spiega le idee in base alle esperienze ma le esperienze in base alle idee.Saviano diventa così “bluff da smascherare”, i suoi libri (che parlano di tutt’altro) devono essere condannati all’oblio e il suo atteggiamento verso i due ragazzi che tentano di chiedergli conto della lettera di Arrigoni diventa addirittura “camorristico” (letto sul serio, in un commento su Youtube, proprio sotto il video di Saviano a Barcellona), come se la camorra, quella vera, non l’avesse condannato a morte. Come se per questo non fosse costretto a vivere sotto scorta ogni momento della sua vita.Qui sta il problema di fondo, e uno dei più grandi macigni che il quasi ventennio berlusconiano ci lascia in dote, in un’Italia dove il senso critico sembra essersi smarrito, dove non si cercano le verità ma il Dogma: ed è quello di pensare che solo chi dice ciò che vogliamo e pensiamo noi può essere degno di essere ascoltato. Solo chi la pensa come noi parla in base a convincimenti personali, mentre chi a noi si contrappone diventa, a seconda delle volte e giusto per fare qualche esempio, “comunista” o “fascista”, “sionista” o “liberista”. Etichette per coprire l’unico, vero pensiero di fondo: quello che chi non la pensa come noi è un venduto. Eccolo qui, ritratto plasticamente, il vero retro pensiero che ci lascia questo quasi ventennio del nostro scontento.A prescindere da come ci si possa collocare sul merito della questione Israele-Palestina, è sul metodo che secondo noi Saviano va difeso, e che va difeso anche oltre e a prescindere da se stesso e dalla sua tendenza a rappresentare sempre le giuste cause, spesso anche al di là delle sue reali competenze.Saviano va difeso perché l’unica coerenza che chiediamo agli uomini di cultura, come scrivemmo in un articolo di qualche mese fa, è quella di essere fedeli a se stessi, alle proprie idee e alla propria coscienza: e perché se Saviano deve parlare sulla camorra lo deve fare a maggior ragione su Israele, senza timore che qualcuno pensi di zittirlo.Questo non vuol dire che non si debba criticare, anche aspramente: fa parte delle regole del gioco, soprattutto per chi fa un mestiere basato sulla parola e sulle parole. Non idealizziamolo, non idolatriamolo, non strumentalizziamolo, non demonizziamolo. Prendiamolo per quello che è: un giornalista e uno scrittore coraggioso e di talento, che ha cose interessanti da dire e sulla quali è lecito e legittimo dissentire.Certo, la sua parola non è il Verbo: ma non può neanche essere considerata “sterco del demonio”.22 febbraio 2012,http://www.libertiamo.it/

giovedì 23 febbraio 2012



Israele: nel 2011 a +35% i crocieristi italiani

Buone attese per l’anno in corso, dichiara il direttore dell’Ente, Tzvi Lotan
Il 2011 in generale sarà simile al 2010, con circa 3 milioni e 350mila turisti totali. E’ buono come dato - commenta Tzvi Lotan, direttore dell’ente del turismo di Israele in Italia -, viste le tensioni mediorentali”. C’è stato un calo dall’Italia, riconosce il direttore, “ma che è stato bilanciato da un aumento dei crocieristi italiani”. I nostri connazionali sono stati 120mila, pari ad un -24% in termini di arrivi rispetto al 2010, ma i crocieristi sono stati 35mila (+35% sul 2010), il che, come spiega Lotan, bilancia il calo, portando la flessione complessiva al 18%. Gli obiettivi 2012? “Gli operatori di turismo religioso e laico – risponde Lotan – parlano di un 2012 che si presenta meglio del 2011, mi aspetto di tornare ai livelli del 2010 e forse di superarli, recuperando il calo del 18%”. http://www.guidaviaggi.it/


Perché combattono

Di Michael Dickson, http://www.israele.net/
In “Perché combattiamo”, uno degli ultimi episodi della pregevole mini-serie di Steven Spielberg intitolata “Band of Brothers” (Fratelli al fronte), i soldati americani che compongono la “Easy Company” si trovano in Germania mentre la seconda guerra mondiale volge al termine. Dopo il duro percorso che li ha portati dall’addestramento di base sino ad essere catapultati fuori da un aereo sulla Normandia occupata, finalmente vedono il nemico nazista in ritirata e possono prendersi un momento di riflessione: questa vittoria valeva i pericoli e i sacrifici e la perdita di tanti loro compagni? Una scoperta casuale fatta da alcuni sergenti di pattuglia nei boschi offre una brusca risposta. Si imbattono in un campo di concentramento. La scena, con la scoperta di un luogo così disgraziato, è quanto di più intenso e sconfortante. Si trovano davanti persone che stanno morendo di fame, ridotte pelle e ossa, prossime alla morte. I soldati interrogano i prigionieri su chi si trovi in quel posto. Un militare americano traduce il dialogo. “Criminali?”, chiede. “No – è la risposta – Musicisti, artisti, insegnati: ebrei”. D’un tratto, l’infamia del progetto nazista contro cui hanno combattuto per anni non è più una cosa astratta. I soldati capiscono perché stanno combattendo.È del tutto naturale che i soldati si domandino in continuazione perché devono combattere. Ma la scorsa settimana ho trascorso del tempo con dei soldati israeliani che si sono già dati una risposta e che non hanno dubbi su quale sia la loro missione. Si trattava di un gruppo di studenti universitari, più o meno venticinquenni, tutti riservisti attivi, che rievocavano le loro esperienze di battaglia prima di partire per un importante tour di incontri in vari campus in giro per il mondo.Yair mi ha raccontato di essersi trovato in una intensa battaglia coi terroristi Hezbollah durante la seconda guerra in Libano (estate 2006). I miliziani Hezbollah non vestono uniformi e operano preferibilmente da zone abitate da civili, dove i comuni cittadini servono essenzialmente da scudi umani. Quel giorno Hezbollah decise di rendere le cose ancora più complicate. Nel bel mezzo della battaglia arrivò un furgone e ne scesero dieci bambini sugli otto anni d’età, armati di fucili. Erano stati buttanti dentro al conflitto. In piena battaglia, Yair vide la depravazione morale del nemico e in quel momento capì perché stava combattendo.Adam mi ha raccontato d’aver ricevuto una chiamata sul cellulare da un angosciato capo-villaggio palestinese. Si era nel pieno dell’intifada stragista palestinese e il compito di Adam era quello di fare da collegamento fra le ONG umanitarie, i capi palestinesi e le Forze di Difesa israeliane. Ogni capo-villaggio palestinese aveva il numero del cellulare di Adam. La chiamata che ricevette quel giorno era una richiesta di aiuto. Un ragazzino palestinese stava giocando nel villaggio quando il suo pallone era caduto in un frantoio. Cercando di recuperarlo, il ragazzino era rimasto col braccio incastrato fra le pale dell’attrezzo, con un dolore atroce. Chiedevano ad Adam di entrare nel villaggio – ostile agli israeliani – e aiutarli. Quando fecero il loro ingresso nell’abitato, i veicoli della squadra di Adam vennero accolti a lanci di pietre dagli abitanti. Dopo che ebbero salvato il ragazzino, ripartirono fra le loro ovazioni. Quel giorno Adam ebbe chiaro il motivo per cui stava combattendo.Lital mi ha raccontato che era una delle cinque ragazze in una unità di combattimento di cento maschi, e aveva il compito di gestire posti di controllo fra la zona israeliana e la zona palestinese. Naturalmente in un mondo ideale Israele non avrebbe bisogno di tutti questi controlli di sicurezza. Ma mentre controllava le donne che attraversavano il posto di controllo, Lital non aveva dubbi che sono necessari. “Servono a salvare vite umane” mi ha detto, invitandomi a considerare il caso di una donna palestinese incinta che venne portata a un posto di blocco su un’ambulanza che, una volta ispezionata, venne trovata carica di ordigni esplosivi nascosti. “Considerate per un momento – mi ha detto Lital – il dilemma che si trova ad affrontare una soldatessa di diciotto anni quando, da una parte, vede una donna prossima al parto che sembra avere a tutti gli effetti un disperato bisogno di arrivare all’ospedale, ma nello stesso tempo ha paura che possa trattarsi di un imbroglio che potrebbe costare la vita ad altri innocenti”. Consapevole di avere a che fare con un nemico che usa donne in procinto di partorire come copertura, e dell’evidente e concreto pericolo che questa minaccia pone ai cittadini israeliani, Lital aveva ben chiaro perché combatte.Tanto è chiaro ai soldati che ho incontrato il motivo per cui combattono, altrettanto è loro chiaro quanto preferirebbero non doverlo fare.Itzik mi ha raccontato di quella volta che era in servizio e si apprestava a tornare a casa per una licenza di fine-settimana per un po’ di agognato riposo, quando improvvisamente arrivò dall’intelligence l’informazione che un attentatore suicida si stava dirigendo verso un centro commerciale. Itzik e la sua unità mollarono tutto per gettarsi alla caccia del terrorista. Una delle persone che dovette interrogare durante quella ricerca era un palestinese di nome Mohammed. Itzik ricorda la conversazione che ebbe con lui. “Senti, Mohammed – gli disse – io non vorrei essere qui, preferirei essere a casa mia con i miei amici e la mia famiglia”. Mohammed lo guardò e rispose: “Anch’io non vorrei essere qui. Preferirei essere a casa coi miei bambini. Siamo uguali: tutti e due vorremmo vivere in pace e tranquillità. La differenza principale fra me e te è che tu puoi dirlo ad alta voce”. Itzik mi ha detto d’aver capito in quel momento che erano entrambi ostaggio di Hamas.Nei prossimi due mesi questi giovani militari delle Forze di Difesa israeliane andranno a parlare in varie comunità e campus universitari negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo. Non sono dei portavoce. Non sono dei funzionari. Non sono dei politici. Sono solo i rappresentanti dell’esercito di cittadini di un popolo che vuole vivere, e vivere in pace e libertà: una libertà per cui è necessario combattere. E questo è il motivo per cui combattono.
(Da: Jerusalem Post, 20.2.12)


Israele: l'Africa Occidentale è la base di potere di Hezbollah

L'inviato di Israele alle Nazioni Unite ha detto al Consiglio di Sicurezza Martedì che l'Africa occidentale è divenuta la "base di potere" di Hezbollah, invitando il Consiglio ad agire rapidamente. Hezbollah ha negato qualsiasi coinvolgimento nei diversi incidenti in India, Georgia e Thailandia contro diplomatici israeliani.Israele ha accusato sia l'Iran che il gruppo di resistenza di essere coinvolti nelle trame per colpire i diplomatici israeliani in questi paesi. Il quotidiano ha anche riferito che Prosor ha detto al Consiglio di Sicurezza che "Israele potrebbe svolgere un ruolo chiave nella lotta globale contro l'infiltrazione della criminalità terroristica in Africa Occidentale". Ci sono stati diversi resoconti dei media che legano il finanziamento di Hezbollah agli uomini d'affari in Africa occidentale.http://www.focusmo.it/

Voci a confronto

Nella giornata odierna si deve considerare che sia il conflitto tra Israele ed Iran l’argomento al centro dell’attenzione per i principali commentatori. Andrea Wilbur firma un interessante articolo su Europa, ma bisogna ricordarsi sempre quanto sia impossibile, su una questione strategica come questa, avere la conoscenza di quanto si dice davvero nelle stanze dei bottoni. Pio Pompa (Foglio) ritiene che le due navi iraniane, giunte nei porti siriani e ben presto rientrate alla base, siano la prova che le informazioni ultra segrete che Israele passa agli americani giungano successivamente ai leader iraniani. Se questo fosse vero, la gravità del fatto, evidentemente, non potrà che accrescere le difficoltà del dialogo tra Obama e Netanyahu, che si incontreranno nuovamente il prossimo 5 marzo a Washington (ricordiamo, en passant, che il presidente Obama non ha mai deciso di recarsi in Israele). In un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal ci si chiede se gli USA temano di più la bomba iraniana o l’attacco israeliano; i mullah sarebbero tranquillizzati dal vedere che Obama frena Netanyahu, mentre quest’ultimo si rende conto che dopo le elezioni americane di novembre Israele sarà meno protetto dalla politica americana, e quindi potrebbe preferire anticipare l’eventuale attacco.Maurizio Molinari (Stampa) esamina l’evoluzione della crisi in atto tra l’Egitto e gli USA, mentre si osserva un paradossale riavvicinamento tra alcuni seguaci di Mubarak e la Giunta militare. La politica di Obama viene messa in seria discussione in Egitto dove si pensa di poter ricevere dai propri cittadini quel denaro che l’America potrebbe decidere di non inviare più.Il senatore Vernetti, da sempre interessato alle vicende della politica internazionale, firma un articolo sul Foglio che non convince molto il sottoscritto; scrive infatti il politico italiano che l’eventuale caduta del regime di Assad determinerebbe una riduzione della pressione su Israele ed un miglioramento delle condizioni della sicurezza regionale e dei paesi del Golfo. Inoltre Vernetti si illude che si possa portare davvero la democrazia in Siria abbattendo il regime di Assad e dimostra una fiducia nella Lega Araba che sembra essere, per lo meno, eccessiva.E’ in via di soluzione la vicenda di Khader Adnan, da dicembre in arresto amministrativo. Questo sceicco, di professione panettiere a Jenin e membro della Jihad islamica, a seguito di una decisione della Corte Suprema che non permette un eventuale prolungamento della sua detenzione amministrativa, ha deciso di interrompere il proprio digiuno, e tornerà in libertà il 17 aprile. Ne scrivono, tra gli altri, Federica Zoja su Avvenire, Michele Giorgio sul manifesto, Joshua Mitnick sul Wall Street Journal e Tobias Buck che, sul Financial Times, dopo essersi consultato con B’tselem, osserva con apparente stupore che simili provvedimenti vengono presi “quasi soltanto” nei confronti di palestinesi dei territori occupati. Verrebbe da chiedergli come mai negli USA analoghi provvedimenti non vengano presi nei confronti dei cittadini americani, ma solo con gli islamici che sono detenuti a Guantanamo.
Paolo Lambruschi (Avvenire) firma tre diversi articoli dedicati alle attività dei clan beduini del Sinai che, sempre più ingovernabili, controllano il traffico di esseri umani (nonché di armi e droghe) nel corridoio che porta a Gaza ed a Israele. Oggi hanno acquisito una pressoché totale libertà di azione, e questo comporterà, in futuro, una sempre maggiore difficoltà per riportarli sotto controllo.Di traffico di uomini si occupa anche l’articolo su Rinascita firmato da Michele Mendolicchio; Ugo Volli etichettava da par suo, appena ieri, questa testata, e puntuale arriva la dimostrazione di quanto avesse ragione l’amico. Gli argomenti trattati oggi da Mendolicchio sono di facile presa sui lettori, ma si deve riflettere attentamente sulla pericolosità di certe teorie che riportano ai momenti più bui della storia dell’uomo.La bis-nipote di Himmler, storica di professione, ha sposato un ebreo che le ha dato anche un figlio; Andrea Morigi (Libero) osserva con attenzione le conseguenze di questo atto. Ed infine al nazifascismo ci riporta anche Guido Artom sul Corriere con parole che meriterebbero una trattazione più ampia in altra sede; non vi è dubbio che dai nazi-fascisti si veniva perseguitati per ciò che si era e non per ciò che si faceva, ma Artom allarga il suo discorso alla esclusione di alcuni settori del mondo ebraico dall’Unione, e qui i ragionamenti da fare diventano davvero troppo complessi per poterli trattare adesso.
Emanuel Segre Amar, http://moked.it/blog/

Delizie kasher? Ci pensa il Personal Chef


Vogliono sterminarci, con l’aiuto di Dio ci salviamo, festeggiamo mangiando: Pesach, Hannukkah, Purim... Sembra proprio che il convivio faccia parte del nostro Dna. Forse è in questa chiave che si può interpretare la diffusione, anche all’interno del mondo ebraico, di un mestiere che attira sempre di più: il Personal Chef. In Italia sono più di duecento a essere iscritti alla Federazione nazionale e si tratta di cuochi professionisti che cucinano a casa del cliente, accordando le ricette alle sue esigenze. È diverso da un catering: tutto viene preparato al momento e non per forza su larga scala. Da poco è possibile avere questo servizio anche nel pieno rispetto della kasherut. 2chefs4u nasce dalla collaborazione di tre chef italiani - Daniela Di Veroli, Alberto Anticoli (nelle immagini in alto) e Michela Ghiorzi (nell' immagine a destra) - che hanno come autorità di riferimento l’Assemblea dei rabbini d’Italia. Questa iniziativa si rivolge soprattutto alle piccole Comunità ebraiche che non hanno al loro interno un servizio di ristorazione kasher strutturato. “Ho scelto di fare questo lavoro per passione: rendere felici le persone attraverso il profumo e il sapore del cibo”. È così che Daniela Di Veroli vive quest’avventura. Ebrea romana, i piatti tipici della sua città l’accompagnano fin dall’infanzia. Per aprire i suoi orizzonti anche alla cucina ebraica internazionale si è rivolta a maestri d’eccezione. “Per imparare a fare le mafrume mi sono fatta adottare da una mamma tripolina”, racconta a Pagine Ebraiche. In più, cerca di reinterpretare la cucina italiana e regionale all’interno dei vincoli della kasherut. Il segreto di Daniela è l’amore per la sperimentazione di nuovi sapori per arricchire il suo menù, caratterizzato da un vivacissimo eclettismo in grado, nel corso di una sola cena, di far volare i palati dalla Libia alla Persia e di nuovo all’Italia. Perché questo è il bello della cucina: gustare un piatto non è solo un’esperienza sensoriale ma significa calarsi nel mondo e nei valori che esso rappresenta. E proprio in questo senso Daniela intende sfruttare le sue “radici lavorative”, che consistono nelle lezioni di ebraismo ai visitatori della sinagoga prima di Roma, oggi di Milano. Dall’abbinamento delle sue due passioni trae origine il suo nuovo progetto: tour cultural-gastronomici dell’Italia ebraica. Una nuova attività sospesa fra il piacere di gustare manicaretti e la scoperta di nuove culture. Forse, le parole più giuste per descriverla le ha trovate il topolino Remy, geniale protagonista del film Disney Ratatouille: “Se è vero che siamo ció che mangiamo, io voglio mangiare solo cose buone”.
Francesca Matalon, Pagine Ebraiche febbraio 2012

L’Alta corte boccia la legge, ebrei ultraortodossi obbligati al servizio di leva

I laici esultano. I religiosi s’arrabbiano. Il governo sta in silenzio. Sperando che la tempesta passi. E che la decisione non faccia arrabbiare più di tanto buona parte della maggioranza che lo sostiene al parlamento. Perché, per dirla con molte associazioni, il Paese «ha fatto un passo avanti verso le vere democrazie occidentali».E allora. Succede che l’Alta corte di giustizia di Gerusalemme – con 6 giudici a favore e 3 contrari – ha dichiarato incostituzionale la “Tal Law”, la legge dello Stato approvata con l’intenzione di incoraggiare i giovani ebrei ultraortodossi a fare il servizio di leva (3 anni per gli uomini, 2 per le donne). La norma invece di funzionare in questo senso, aveva finito per causare l’effetto opposto: decine di migliaia di ragazzi si appellavano alla «volontarietà» di quella legge per non arruolarsi.La “Tal Law” venne ratificata nel 2002. L’obiettivo era quello di affrontare il profondo squilibrio che c’è tra le file dell’esercito tra israeliani ed ebrei ultraortodossi. Ma cinque anni dopo, nel 2007, arrivarono i ricorsi. «Perché tutti gl’israeliani devono sopportare l’onere del servizio militare, ma quelli ultrareligiosi no?», si chiedevano in molti. La legge, ha sentenziato martedì l’Alta corte, «non fa altro che perpetuare quella diseguaglianza che doveva annullare». E così, dal 1° agosto di quest’anno niente più “Tal Law”. Un «dramma» per migliaia di uomini religiosi. Perché, Costituzione alla mano, se la Knesset (il parlamento) non approverà un’altra norma che regola la situazione, tutti i giovani ebrei ultraortodossi saranno obbligati ad arruolarsi nelle forze armate israeliane.

Un problema. Anche per il governo Netanyahu. Che, conoscendo già l’orientamento della Corte, aveva già messo le mani avanti qualche giorno fa. «La legge, nella sua forma attuale, non esisterà più. Nei prossimi mesi dovremo lavorare su una nuova piattaforma giuridica». Sulla stessa lunghezza anche il ministro della Difesa, Ehud Barak. «La legge in dieci anni non è servita a nulla», ha detto l’ex laburista, «ora ne servirà un’altra».Nei fatti, è difficile che davvero gli uomini haredim indossino le divise militari. Il blocco politico costituito dai partiti ultrareligiosi è così forte che lo Stato probabilmente chiuderà un occhio. Del resto, già nel 2005 quello stesso Stato ammetteva il fallimento suo e della “Tal Law”: solo poche decine di maschi avevano deciso di arruolarsi. In quello stesso anno, 45 mila ebrei ultraortodossi avevano evitato il servizio di leva. Nel 2010, soltanto in 600 hanno deciso di entrare a far parte dell’Idf. Altri 61 mila avevano preferito studiare nelle yeshive, le scuole religiose.Il dibattito sul ruolo degli ebrei ultraortodossi in campo militare rientrare in quello – più ampio – sul contributo reale che questi danno allo Stato d’Israele. La maggior parte non lavora. Nessuno paga le tasse (un po’ come la Chiesa con l’Ici da noi). Quasi tutti godono di agevolazioni che la parte produttiva d’Israele sopporta sempre meno. Molti studi evidenziano da anni come l’aumentare progressivo della loro composizione – se non cambiano le cose – porterà a un impoverimento del Paese e a una riduzione delle risorse pro capite che Gerusalemme stanzia ogni anno.http://falafelcafe.wordpress.com/

Devon&Devon sbarca in Israele

Devon&Devon, azienda leader nel campo delle industrie ceramiche, consolida la sua presenza in Medio Oriente con l'apertura di un nuovo monomarca a Tel Aviv, grazie alla partnership con Hezi Bank Ltd., distributore esclusivo del brand in Israele.Per il suo nuovo negozio, Devon&Devon ha scelto il 'Design Center' che, con i suoi 40mila metri quadrati, riunisce i nomi più prestigiosi del design internazionale. http://www.moked.it/