sabato 12 marzo 2011


Ecco come si presentava la stanza dei bambini dopo il massacro di sabato (foto Ynet)

Samaria, palestinesi sterminano una famiglia ebrea nel cuore della notte

L’orrore va in scena all’una di sabato notte. Quando tutti stanno dormendo. Alcune persone – palestinesi, secondo la polizia – hanno fatto irruzione in una casa abitata da una famiglia ebrea nell’insediamento di Itamar, vicino Nablus, e hanno ucciso cinque componenti. I medici legali hanno trovato i corpi riversi per terra in una pozza di sangue. I primi a morire – secondo i primi rilievi – sarebbero stati tre dei sei figli. Il più grande aveva 11 anni, gli altri due, 3 anni e un mese. Gli assassini, poi, si sarebbero diretti verso la camera dei genitori e avrebbero infierito su di loro. Altri tre figli sono riusciti a salvarsi: la ragazza di 12 anni ha trascinato con sé i fratellini di 6 e 2 anni e ha chiesto aiuto ai vicini. Ora è caccia agli uomini. Le ricerche sono state estese a quasi metà Cisgiordania. A dare una mano agli investigatori ci sono non solo la polizia e l’esercito israeliano, ma anche elicotteri usati in periodi di guerra dotati di visori notturni. Decine le strade pattugliate e le auto controllate. «Quando siamo arrivati sul posto non potevamo fare più nulla per quattro persone: erano già morte», racconta il paramedico Kabaha Muayua, uno dei primi soccorritori. «Solo al bambino di tre anni batteva ancora il cuore, ma è morto poco dopo, nonostante i tentativi di salvarlo». Kabaha ha anche raccontato ai cronisti israeliani che «era un luogo degli orrori: i giocattoli dei bambini erano vicini alle vittime ed erano pieni di sangue». L’eccidio ha scosso tutta la comunità di Itamar, non nuova agli attacchi violenti da parte dei palestinesi. Ma questa vicenda è in assoluto la più grave. Il consiglio degl’insediamenti ha chiesto al premier Netanyahu di riconsiderare la sua politica nei loro confronti e un aiuto militare per evitare altre morti.12 marzo 2011, http://falafelcafe.wordpress.com/


“Togliete quella pubblicità, istiga al sesso minorile”. Bufera su marchio israeliano

Ma la modella è minorenne o no? E quella pubblicità è un’istigazione alla pedofilia? Il dubbio è venuto a molti dopo aver visto i poster promozionale della catena di abbigliamento “Tnt”, del gruppo Honigman. Nelle immagini c’è il toy-boy di Madonna, Jesus Luz, insieme – troppo insieme, secondo alcuni – alla modella Irina Denisova. Solo che mentre sul primo non ci sono dubbi, sulla seconda l’incognita età s’è fatta subito evidente. Perché lei, Irina, nella pubblicità sembra una minorenne. Per il Consiglio nazionale per l’infanzia lo è stata davvero nel momento in cui le foto sono state scattate. Così l’Unità per la protezione del consumatore – un’agenzia governativa del ministero dell’Industria, del commercio e del lavoro – ha deciso di bloccare la campagna invernale della catena di abbigliamento, dando sette giorni di tempo alla “Tnt” per rimuovere tutti i poster proprio perché la ragazza appare minorenne e in un contesto sessuale.Le immagini – fa notare il quotidiano online Ynet – scorrono ancora sull’home page del sito del marchio. Ma dal quartier generale hanno assicurato che dalla prossima settimana ci sarà una nuova campagna promozionale – quella primavera-estate – e la modella sparirà dalle strade di Tel Aviv e Haifa. L’Ufficio legale dell’Unità per la protezione del consumatore ha stabilito che la pubblicità viola le norme soprattutto perché la “Tnt” «è un marchio che ha come target i giovani, minorenni o appena maggiorenni» e nella carta che regola questo tipo di attività è scritto esplicitamente che le aziende che si rivolgono ai giovanissimi non possono pubblicizzare i loro prodotti con scene di nudo o taglio sessuale. Resta comunque il mistero sulla vera età della modella. La società Honigman ha negato le accuse e ha scritto in un comunicato che «Irina Denisova aveva 19 anni quando è stata realizzata la campagna promozionale». «E comunque – hanno sottolineato – sotto a ogni poster c’è scritto che i modelli che hanno posato sono maggiorenni». La vicenda sembra chiusa. Anche se qualcuno ha già iniziato a criticare la prossima campagna pubblicitaria, quella estiva. Il testimonial? Verne Troyer, meglio conosciuto come “Mini-Me” nel film “Austin Powers”.11 marzo http://falafelcafe.wordpress.com/

venerdì 11 marzo 2011


Prigionieri in Iran, i volti, le storie, le sofferenze

Ci sono persone che non compariranno mai nei servizi dei telegiornali nostrani. Blogger, attivisti, giornalisti, cittadini a vario titolo impegnati nella quotidiana lotta contro il regime iraniano. Persone che non si voltano dall'altra parte, non delegano, non sperano che qualcuno agisca al posto loro, che muoia o venga incarcerato e condannato per conto terzi. Sul sito Rahana.org è possibile conoscerli uno per uno, intuire il loro coraggio e le sofferenze patite in carcere. Diritto di Critica inizia oggi una serie di focus sui giornalisti/blogger attualmente detenuti in Iran di cui si ha notizia. Uno per uno, vi racconteremo le loro storie, vi mostreremo i loro volti e cercheremo di tenere accesa una luce sulle loro vicende. Il primo della "lista", sul sito Rahana.org è il giornalista Nader Karimi Jouni (nella foto). Un passato da direttore responsabile di testate economiche come "The world of Industry" e "Daily Politics", Nader porta ancora i segni della guerra tra Iraq e Iran degli anni Settanta. Incarcerato per aver criticato il regime, nel 2008 Nader è stato rinchiuso nella prigione di Evin dove un anno dopo è stato posto in stato di isolamento. Accusato di spionaggio e contatti con Israele, Nader è stato torturato e costretto - prassi tipica in Iran per sensibilizzare le masse - ad una confessione pubblica in televisione. In una lettera il giornalista ha denunciato di aver subito oltre 200 ore di interrogatorio e di aver firmato una confessione estorta con la forza e violenze psicologiche. I suoi incontri con personale israeliano riconducibile al Mossad, invece, sarebbero stati finalizzati alla scrittura di un libro sulle relazioni tra l'Iran e lo Stato ebraico. Per l'accusa di spionaggio, Nader è stato condannato a dieci anni di carcere. Dopo aver fatto ricorso contro la sentenza, la condanna è stata dimezzata a cinque anni. Ad oggi Nader è confinato in isolamento. http://www.dirittodicritica.com/ 8 marzo 2011,


San Marino - Missione a Roma fitta di incontri per il Segretario Mularoni

Il Segretario di Stato per gli Affari Esteri, in missione a Roma, ha incontrato il Ministro degli esteri italiano Franco Frattini. Si è fatto il punto della situazione, sottolinea una nota, e si sono concordati i passi per giungere in tempi brevissimi alla soluzione del contenzioso che ancora separa i nostri Paesi. Poi il primo incontro con il Ministro degli esteri israeliano Liberman Avigdor. Sul tavolo i temi di stretta attualità e la questione palestinese, da decenni al centro del dibattito politico internazionale. Auspicato il rafforzamento delle relazioni, anche economiche, fra i due Paesi, che potrebbe vedere a breve la visita di una delegazione sammarinese in Israele. Antonella Mularoni ha anche definito, con l’Ambasciatore cinese, le iniziative per il 40esimo anniversario delle relazioni ufficiali fra i due Stati. Il culmine è previsto per il mese di maggio. Entro l’anno la visita ufficiale del Segretario agli esteri in Cina. Sonia Tura 8.3.2011
http://www.sanmarinortv.sm/


Israele: aumentano i salari

Martedì 08 Marzo 2011http://www.focusmo.it/
Crescono i salari in Israele. Secondo l’Ufficio centrale delle statistiche, nel 2010 nelle buste paga di fine mese gli israeliani hanno ricevuto in media il 3.7 per cento in più rispetto al 2009. Non solo: nello stesso periodo, anche il numero degli stipendiati ha fatto registrare un incremento, sempre del 3.7 per cento circa, raggiungendo il numero di 2.92 milioni di persone. Alcuni salari, poi, sono aumentati più di altri: si tratta di quelli che rientrano nella fascia media, i quali hanno totalizzato un + 5.1 per cento. I dipendenti più soddisfatti sono quelli della Israel Electric Corporation (Iec) e della Mekorot, compagnia nazionale dell’acqua: i compensi che queste due aziende hanno pagato ai loro impiegati sono stati, in proporzione, quelli con il maggiore incremento.


Eliat Pride, festival in Israele dedicato a lesbiche, gay, bissessuali e transgender

Più di 4000 persone provenienti da decine di paesi sono attese anche quest’anno a Eilat, la località balneare a sud d’Israele, per partecipare all’Eilat Pride, il festival annuale dedicato a lesbiche, gay, bissessuali e transgender (LGBT). Nel programma del festival che si svolgerà dal 12 al 15 maggio p.v., è previsto un animatissimo weekend di feste non stop e una serie di attività con animazioni. Il Festival si terrà in concomitanza con il Festival della Canzone in Eurovisione che verrà trasmesso dalla Germania; a Eilat verranno allestiti appositi schermi per la proiezione all’aperto di tale evento musicale a cui parteciperà Dana International, vincitore dell’edizione Eurovisione 1998. L’hotel Princess che vanta un lussuoso resort sulle sponde del Mar Rosso ospiterà l’evento clou del Gay Pride, un party di otto ore che vedrà la partecipazione di noti artisti internazionali e dei DJ Ana Paula dal Brasile, Luis Erre dal Venezuela e Epiphony con la live music. Le feste notturne per un pubblico misto, saranno animate dal DJ americano Marco Da Silva, mentre i party in piscina saranno allietati dai DJ israeliani Eran Tubul e Erez Shitrit e i party sulla spiaggia da Steve Redant dal Belgio. I partecipanti che presenzieranno all’Eilat Pride Festival potranno anche godersi una settimana ricca di eventi, come le gite sul Mar Morto, la visita a Gerusalemme, e andare alla scoperta delle varie attrazioni di Eilat, come il Dolphin Reef - dove potranno nuotare o immergersi con i delfini – l’Osservatorio marino, il Parco naturale Timna, sede delle miniere di Re Salomone, e infine fare una mini crociera sul Mar Rosso. 09 Marzo 2011 http://www.ilturista.info/


Egitto: il nuovo governo parla alla piazza e a Israele

L’Egitto epura gli uomini di Mubarak e conferma l’amicizia a Israele.
E’ nel segno delle rassicurazioni alla piazza e allo Stato Ebraico, che il nuovo governo di Essam Sharaf ha prestato giuramento, davanti al capo del consiglio supremo delle forze armate.L’avvicendamento alla guida di ministeri chiave come interni, giustizia ed esteri sembra raccogliere il consenso degli egiziani. A convincere è soprattutto l’allontanamento di uomini considerati compromessi con il vecchio regime. “La rivoluzione del 25 gennaio – dice un residente – ha dato vita a una nuova realtà sociale. Sono certo che il nuovo governo aderirà ai valori di questa rivoluzione”. Fiducia che al Cairo viene ribadita da numerosi altri cittadini. “Ritengo che il nuovo governo sia buono e onesto – dice uno di loro -. Dovremmo dargli una possibilità e porre fine alle manifestazioni”. Il premier Sharaf ha subito ribadito il rispetto del trattato di pace con Israele. Messaggio sottolineato affidando gli esteri a un fedelissimo dello Stato Ebraico, già presente agli accordi di Camp David. Sul tavolo del nuovo governo, che si riunirà già nei prossimi giorni, anche lo scottante dossier della sicurezza. Appena domenica, scontri e violenze avevano segnato l’ennesima manifestazione indetta al Cairo, per invocare la riforma di un apparato di polizia da molti considerato corrotto. 7.3.2011 http://it.euronews.net/


La spudorata ipocrisia Onu verso Libia e Israele

Di Moshe Arens, http://www.israele.net/
“Il cane pazzo del Medio Oriente”, come il presidente Usa Ronald Reagan definì Muammar Gheddafi nel 1986 dopo che terroristi libici avevano fatto esplodere una discoteca a Berlino frequentata da militari americani, oggi spara sulla sua stessa gente. E solo questo, finalmente, ha suscitato le preoccupazioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Alla discoteca bombardata fece seguito l’esplosione per mano di terroristi libici del volo 103 della Pan Am sopra Lockerbie nel 1988, e poi nel 1989l’esplosione sopra il Sahara del aereo di linea francese UTA 772. Ciò nondimeno, nel 2008 la Libia veniva quasi unanimemente eletta al Consiglio di Sicurezza, e il suo rappresentante ne assumeva la presidenza a rotazione. Nel 2010 la Libia è stata anche eletta a membro del Consiglio Onu per i Diritti Umani, con il voto favorevole di 155 paesi su 192. Per tutti questi anni Gheddafi ha continuato regolarmente a lanciare infamanti attacchi contro Israele, accusandolo – fra l’altro – d’aver tramato l’assassinio di John F. Kennedy e di essere responsabile delle violenze nel Sudan. Il sostegno a Israele del presidente americano Barack Obama, è giunto a sostenere Gheddafi, scaturisce da un complesso d’inferiorità di Obama per le sue origini africane. Per anni la Libia di Gheddafi è stata accettata come un membro rispettabile della comunità delle nazioni. Gheddafi riceveva i leader che venivano a fargli visita a Tripoli e veniva ricevuto con tutti gli onori nelle capitali del mondo. L’agente dell’intelligence libica responsabile dell’attentato di Lockerbie, condannato nel 2001 in Gran Bretagna a 27 anni di reclusione, è stato rilasciato otto anni dopo per “motivi umanitari” ed ha potuto tornare in Libia dove ha ricevuto una trionfale accoglienza di stato. L’ipocrisia di cui hanno dato prova i paesi democratici, grandi e piccoli, verso la Libia di Gheddafi, ora rivelata in tutta la sua crudezza, probabilmente non ha eguali negli annali della storia moderna. Essa ha ridotto a una barzelletta le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Danneggiando la credibilità dell’Onu e delle sue istituzioni, essa ha seriamente compromesso la capacità delle potenze mondiali di ricorrere all’Onu nella gestione degli affari e delle crisi internazionali. L’atteggiamento delle Nazioni Unite e di molti governi del mondo verso Israele, l’attacco ininterrotto alle politiche di Israele e la continua minaccia di condanne e sanzioni rappresenta un ulteriore esempio di ipocrisia senza vergogna. Accompagnarsi gomito a gomito con i peggiori dittatori mentre si dà addosso al democratico Israele è diventata una moda. L’ultima mozione di condanna delle attività edilizie israeliane in Giudea e Samaria (Cisgiordania) presentata al Consiglio di Sicurezza e bloccata dal veto americano, è stata sostenuta niente meno che dal rappresentante del Libano, un membro a pieno titolo del Consiglio anche se quel paese è oggi controllato da Hezbollah, un’organizzazione terrorista responsabile, fra l’altro, dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che minaccia Israele con decine di migliaia di razzi accumulati con l’aiuto di Siria e Iran, merita un posto d’onore accanto a Gheddafi. A tutti gli effetti, è un suo rappresentante quello che oggi siede al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Sarebbe veramente ora di porre fine all’ipocrisia che permea i corridoi del palazzo di vetro di New York. E farlo è compito dei membri democratici delle Nazioni Unite. Con tutta evidenza l’atteggiamento ipocritamente benevolo tenuto dai leader del mondo verso Gheddafi e altri dittatori arabi nel corso degli anni non ha convinto le popolazioni di Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Bahrain a continuare a patire sotto quei governi dittatoriale. Ne hanno avuto abbastanza di quei leader, dell’oppressione, della corruzione, della povertà e dello squallore. Un concetto tuttavia che non sembra essere entrato nella testa dei parlamentari arabo-israeliani alla Knesset, che poco tempo fa si sono recati in Libia a rendere omaggio allo squilibrato leader libico impazzito. Non è possibile che quella visita rappresenti davvero i sentimenti della maggioranza dei cittadini arabi d’Israele.
La buona notizia è che i dimostranti nelle capitali arabe pare abbiano solo sporadicamente esibito manifesti anti-israeliani. La rabbia dei manifestanti in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia sembra rivolta contro i loro oppressori e contro le ingiustizie che hanno sofferto per mano loro, e non – almeno questa volta – contro Israele. Noi in Israele possiamo solo sperare che questa rivoluzione araba non venga dirottata da fanatici islamisti, e che col tempo Israele possa trovarsi finalmente a vivere fra vicini democratici. L’attrice franco-marocchina Rachida Khalil ha recentemente dichiarato ad un programma radiofonico in Marocco che “sogna di vedere un paese arabo, laico e democratico”. Se questo è anche il sogno della maggior parte dei dimostranti, questa sarebbe una buona notizia non solo per il mondo arabo, ma anche per Israele. (Da: Ha’aretz, 02.03.11)


RUBATA SCULTURA DI RODIN A GERUSALEMME

(AGI) - Gerusalemme, 9 mar. - La scultura in bronzo di Augusto Rodin 'Balzac nudo con le braccia conserte' e' stata rubata dal Museo di Israele a Gerusalemme durante lavori di ristrutturazione. La scultura, alta un metro e 60 centimetri, e' sparita da circa tre mesi. L'opera fu scolpita dall'artista francese tra il 1892 e il 1893 in onore del drammaturgo e fu donata al Museo di Israele dal collezionista Billy Rose.


MATURITA' IN ISRAELE, STUDENTI ALLE PRESE CON DANTE

(AGI) - Tel Aviv, 8 mar. - Dante fa capolino nelle scuole israeliane fra le materie del 'bagrut', l'esame di maturita': da quest'anno, infatti, gli studenti degli istituti superiori dello stato ebraico potranno per la prima volta inserire la lingua e la cultura italiana tra le materie da discutere all'esame. Una piccola "rivoluzione", che sancisce finalmente l'ingresso della lingua italiana tra le materie ufficialmente riconosciute dalla scuola israeliana, dopo il grande successo dei corsi sperimentali organizzati dall'Istituto italiano di cultura di Tel Aviv a partire dal 2006. Finora una cinquantina di allievi hanno gia' presentato domanda per sostenere l'esame di italiano ma, assicura Simonetta Della Seta, addetto culturale dell'Ambasciata italiana a Tel Aviv e membro della commissione coordinatrice del progetto, da qui alla scadenza dei termini potrebbero essere molti di piu'.


MARONI RICEVE MINISTRO AFFARI ESTERI ISRAELIANO

(ASCA) - Roma, 8 mar - Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, con una delegazione della Lega Nord ha ricevuto questa mattina, al Viminale, il Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, in Italia per una serie di incontri politici. Lo riferisce una nota del Viminale. L'incontro, durato circa un'ora, e' servito ad approfondire i problemi che stanno interessando il Nord Africa e le possibili conseguenze per l'Europa e per Israele. Per la Lega erano presenti Roberto Cota, presidente della Regione Piemonte, Rossana Boldi, presidente della XIV Commissione permanente politiche Unione europea, Matteo Salvini, parlamentare europeo, Giancarlo Giorgetti, presidente della V Commissione bilancio, tesoro e programmazione, Leonardo Boriani, direttore de La Padania. Il Vice Primo Ministro Lieberman, invece, era accompagnato da Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, e da Itzhak Gilon, vice direttore generale divisione Europa occidentale MAE Israele.


Rav Di Segni sul libro del papa: "Ha spiegato bene la elezione del popolo di Israele"

Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, commenta le affermazioni di Benedetto XVI contenute nel suo ultimo libro, riguardo a Israele come "popolo santo" "E' una lezione-riflessione che da il senso della profondità di visione teologica del problema dell'elezione di Israele. Il pontefice l'ha spiegata molto bene. Ora però occorre capire - ha aggiunto il Rav - chi intenda il papa per Israele: se la Chiesa come 'Nuova Israele', oppure il popolo ebraico come 'Vecchio Israele'. O anche tutti e due".
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Vacanze romane. Il mondo visto dalla bici

Procuratevi una bici. Bella, brutta o “sgarrupata”. Anzi, se la bici cigola ed è piena di ruggine nella catena tanto meglio. Ci metterete più tempo per arrivare alla meta, e vi guadagnerete con il sudore il tesoro della vostra città che scoprirete e si rivelerà ai vostri occhi dopo anni che frequentate quei luoghi distrattamente. Passiamo ore davanti al computer. Fino a qualche anno fa lo facevamo per lavoro. Oggi, ogni minuto libero che ci regala la nostra giornata, lo passiamo su Facebook. Viaggiamo fermi. In un mare di informazioni che non ci bastano mai. Muoversi, pedalare, correre, per scoprire... è ormai in controtendenza. Ma provateci, dedicate una domenica alla bicicletta. E vi prometto che scoprirete un mondo a voi ignoto. E’ accaduto a me. Un paio di settimane fa. Passeggiavo in bicicletta con la mia famiglia e gli amici, nelle vie del centro, vicino alla zona del Vecchio Ghetto Demolito di Roma. Ero a via Giulia, dietro Campo de’ Fiori. In ogni angolo vecchie insegne di negozi, palazzi antichi con inscrizioni senza tempo, tutto si rivelava a me come in un film, come in una carrellata di Gillo Pontecorvo. E come in tutte le pellicole è arrivato anche un incontro che forse mi ha cambiato la vita. Stanca della corsa mi fermo per riprendere fiato. Vedo un uomo con la sua famiglia alle prese con una cartina della città evidentemente poco chiara. L’uomo si volta, aveva la kippà. Con slancio mi sono precipitata per dargli aiuto. Un po’ stupito della mia “intrusione” con un inglese madrelingua mi spiega che è di New York, è ebreo osservante e cerca da ore un posto dove poter mangiare kasher. In albergo infatti non hanno potuto toccare cibo. In aereo idem. Lui, sua moglie e soprattutto i bambini sono esausti. Così, senza neanche consultare mio marito, li invito a pranzo per potergli assicurare un pasto kasher. Poi gli spiego che a Roma c’è un ebraismo rigoglioso, ortodosso, e che è molto facile trovare ristoranti kasher, soprattutto a Portico d’Ottavia. Lui incredulo del fortunato incontro accetta subito e dopo pochi minuti ci troviamo tutti, famiglie e amici compresi, davanti a un piatto fumante di pasta allo stracotto (che avevo “salvato” dallo Shabbat). Abbiamo parlato per ore. Gli americani, Stephen e Ophra, si sono conosciuti vent'anni fa a Roma, per caso, a Campo de’Fiori. Si sono innamorati subito. Ma, mi ha confessato Ophra, allora sono state poche le cene romantiche romane perché a quel tempo la ristorazione kasher era praticamente inesistente. “Le cose sono cambiate”, ha tuonato un nostro caro amico. Con tanta pazienza abbiamo segnato sulla cartina di Stephen tutti i punti kasher della città. La loro espressione sorpresa era anche la nostra. Mentre loro scoprivano che esiste una Roma ebraica enogastronomica, noi ci rendevamo conto quanta strada ha fatto, in questi decenni, la nostra Comunità, regalando anche agli americani la possibilità di una cena kasher a lume di candela. Dopo una settimana da quell’incontro ci è arrivata una bella telefonata da Stephen e Ophra, per ringraziarci di avergli fatto scoprire questo tesoro di Roma e per invitarci a New York la prossima estate. Dall’altra parte dell’Oceano ho due nuovi amici che mi aspettano. Devo ringraziare la ruggine della mia bici “sgarrupata”. Buona pedalata a tutti! Sharon Di Nepi, ingegnere, http://www.moked.it/


Israele, Medio Oriente e democrazia, giornalisti e analisti a confronto

Alla luce delle rivolte nei paesi arabi si aprono nuovi scenari per il Medio Oriente. Israele, unica democrazia della regione, rischia di trovarsi ora più isolata di sempre, stretta nella morsa di Paesi ostili in cui potrebbero prendere il sopravvento leader estremisti islamici. E' già successo in Iran può accadere anche per gli altri. Lo Stato ebraico rischia di perdere anche le amicizie conquistate a suon di guerre, sofferenze e trattati di pace. Come può l'unica democrazia del Medio Oriente difendersi da questo rischio? Come dovrebbe porsi di fronte agli stravolgimenti che avvengono fra i suoi vicini? Questo il tema su cui hanno riflettuto i relatori del convegno “Israele nella formazione di un nuovo Medio Oriente”, organizzato dall'Associazione della stampa estera in Italia. Ad accogliere i partecipanti all'incontro è stato il presidente dell'Associazione, Maarten Van Aalderen assieme a Sivan Kotler, corrispondente del quotidiano Haaretz da Roma, a moderare il dibattito il giornalista israeliano Yossi Bar e fra i relatori i giornalisti Carlo Panella, Lucio Caracciolo e Alessandro Politi. Fra il pubblico l'ambasciatore d'Israele Gideon Meir, l'ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede Mordechay Lewy e l'ambasciatore del Pakistan Mirza Qamar Beg. “Questo non è un evento politico, non è nostra intenzione fare propaganda o trattare temi in maniera unilaterale, è un convegno dedicato ad amici e giornalisti”, chiarisce subito Yossi Bar dando il via al dibattito. “L'effetto domino delle rivolte ha ancora risparmiato molti paesi arabi Israele è preoccupato per gli scenari futuri. E la necessità di giungere a una pace con i palestinesi si fa ancora più impellente. Netanyahu ha parlato di 'due Stati per due popoli'. Il mondo aspetta questa suo piano, che presto, secondo le ultime notizie verrà presentato”. Dopo aver brevemente tracciato lo scenario attuale il moderatore ha dato la parola ai relatori. Il primo a intervenire è stato il giornalista de Il Foglio, Carlo Panella, che ha dedicato il suo intervento alla disinformazione e alla delegittimazione che continuamente viene fatta a livello internazionale su Israele. Dopo di lui è stata la volta di Lucio Carraciolo, che ha evidenziato, dal canto suo, come i problemi del Medio Oriente siano curati, e non solo dai media italiani, troppo spesso con “incoscienza e ignoranza”. “Scontata - ha affermato - la propaganda da parte di Paesi in guerra, meno normale il fatto che i giornalisti degli altri Paesi, che fanno da osservatori, prendano per oro colato ciò che Al Jazeera afferma”. Ma Caracciolo invita a riflettere anche su alcuni aspetti controproducenti della politica israeliana. “Non riesco a capire come uno Stato dotato di così potenti mezzi di intelligence non abbia potuto prevedere gli sconvolgimenti che sono accaduti, si sia trovato così impreparato di fronte alla rivoluzione che ha sconvolto l'Egitto e abbia tentato di salvare Mubarak quando ormai era già morto. E il paradosso più grande, alla cui base sta evidentemente un problema di comunicazione e una paura per la modifica dello status quo, è che quella che si autodefinisce 'unica democrazia' del Medio Oriente si trova, paradossalmente a fare il tifo per i regimi totalitaristici. Israele risulta così spaventata da quei fenomeni che, si può discutere su questo, vengono considerati progressi verso la democrazia”. “E così che il vincitore della partita rischia di essere l'Iran”, ha avvertito Caracciolo. “Israele dovrebbe secondo me, per iniziare, prendere atto degli stravolgimenti e parlare con quelli che si apprestano a diventare i nuovi leader dei paesi vicini, che siano amici o meno, è necessario per Israele iniziare a confrontarsi con loro”. Alessandro Politi, dato il suo ruolo di analista politico, ha delineato gli scenari geopolitici futuri dell'area Mediorientale, ma in conclusione anche lui, come gli altri relatori, ha affermato che “Israele ha di fronte a sé un'opportunità e deve saperla cogliere”. “Le opinioni pubbliche sono tendenzialmente più libere e lo Stato israeliano deve imparare a parlare alle platee arabe”, aveva affermato Panella nel suo intervento e anche per Politi, come era stato per Caracciolo, sembra essere questo il primo passo che Israele può fare per uscire indenne dalla crisi, dopo naturalmente aver preso atto che il mondo intorno a lui è notevolmente cambiato. Allo stimolante dibattito è seguito per i giornalisti soci dell'Associazione della stampa estera un aperitivo a base di cucina israeliana e la proiezione di un film “Il responsabile delle risorse umane” di Eran Riklis, tratto dal romanzo di Abraham Yehoshua. Valerio Mieli, http://www.moked.it/


soldatesse israeliane
La realtà del mondo femminile ortodosso in Israele è poco conosciuta in Italia. Da noi si tramandano ancora visioni pregiudiziali imprigionate tra schematismi e superficialità. Shulamit Fustenberg Levi, rabanit della Comunità ebraica di Firenze, studiosa ed allieva di Yeshayahu Leibovitz nella sua lezione a Genova ha approcciato il tema suscitando anche reazioni vivaci e contrastanti da parte del pubblico in sala. Cosa cambia e cosa può cambiare in un contesto nel quale la cristallizzazione dei ruoli appare come la l’unica espressione di autenticità e di forza? L’essere donne ortodosse comporta - sostiene la Fustenberg - il mantenimento dei ruoli tradizionali negli spazi domestici ed intimi poiché è in tali spazi che si costruiva e si costruisce ancora oggi la vita religiosa.“ Possiamo dire però che quello che spinge le femministe ortodosse a cambiare la situazione nel presente sono proprio i valori del modernismo quali la democrazia e la libertà. Una libertà che non invoca l’esclusione dei riti in quanto lontani dal modernismo ma che al contrario invita a sceglierli e a praticarli. Una libertà che ha portato all’apertura alle donne del tribunale rabbinico, le quali intervengono come avvocatesse rabbiniche, consigliere ed esperte sia di aspetti giuridici sia di halachah in tema di divorzio e diritto di famiglia. “A condizione che il loro livello di competenza di halachah sia pari a quello degli uomini, secondo il principio che senza studio non ci può essere innovazione né trasmissione. Sonia Brunetti Luzzati, pedagogista http://www.moked.it/


Spagna, annullata manifestazione culinaria con cuochi israeliani per le minacce dell'Eta

Gerusalemme, 10 mar. (Adnkronos) - Le minacce dell'Eta hanno portato alla cancellazione del mese della cucina israeliana che doveva iniziare ieri nei Paesi Baschi. Lo riferisce il sito israeliano Ynetnew(http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4040322,00.html). La manifestazione doveva svolgersi nella città turistica di Hondarribia: quattro chef israeliani erano stati invitati a lavorare per un mese in due ristoranti, uno dei quali è consigliato dalla guida Michelin. Ma all'ultimo momento i quattro cuochi hanno ricevuto una telefonata dall'ambasciata israeliana a Madrid, che li ha avvertiti della cancellazione dell'evento. Le minacce dell'Eta, che da sempresi dice a fianco dei palestinesi, sono arrivate direttamente ai due ristoranti, che hanno così rinunciato alla manifestazione culinaria. Secondo fonti israeliane, i servizi dello stato ebraico ritengono che esponenti dell'Eta e di gruppi palestinesi si siano addestrati assieme in Libano e Venezuela.


Maratona di Roma in onore di Gilad Shalit

“Correremo per Gilad Shalit”. Lo ha affermato il presidente della Maratona di Roma Angelo Castrucci nel corso della conferenza stampa odierna di presentazione del grande evento podistico in programma nella Capitale domenica 20 marzo. Con questa iniziativa Roma dà ulteriore seguito all’impegno finora dimostrato al fianco di Gilad Shalit, il giovane caporale dell’esercito israeliano tenuto prigioniero dai terroristi di Hamas da quasi cinque anni. Un impegno che è stato scandito da momenti di grande intensità e partecipazione tra cui il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma a Gilad in occasione del terzo anniversario del suo rapimento e il più recente spegnimento delle luci del Colosseo su istanza di Ugei e Bene Berith giovani prontamente raccolta dal sindaco Alemanno. .http://www.moked.it/


L'ingorgo

Il fatto è, pensa il Tizio alla finestra mangiando i taralli salati di zia Marghitta, che la Storia sta ancora facendo le sue domande e noi vorremmo già avere le nostre risposte. E' quasi sera e dal davanzale guarda il serpeggiare del viale. Col crepuscolo, sfuggono i pini e le macchine incolonnate che vanno avanti a sussulti. Mastica i taralli. Da giorni e giorni ci sono parole incolonnate e brividi surriscaldati. Se poi Gheddafi vince, se il popolo perde la libertà o se finalmente la conquista; se la loro libertà e quella conquistata al Cairo non fossero quello che intendiamo noi, lo vedi che hanno riammazzato i cristiani; pensa proprio "la loro libertà" e un poco si vergogna, perché la libertà è di tutti e gli dispiace essere così guardingo. Giù per l'esofago un altro tarallo dal pacco di quelli piccanti: se sia giusto pensare che la libertà, sgranocchia il Tizio, percorra solo le strade che dice il telegiornale; e se dietro la gigantesca turbolenza che non cessa, ci sia davvero Al Quaeda e il Manigoldo dice la verità; e come sia, si domanda il Tizio bevendo dal bicchiere appannato un sorso di struggente coca ghiacciata, e come sia la verità eventualmente detta dal Manigoldo, e come sia bere la coca deliziosa mentre a poche centinaia di chilometri i mig vecchi ma efficaci bombardano le città; se sia possibile che un tiranno sia meno carogna di altre carogne e in che strettoia siamo finiti. E se la libertà di un popolo possa avere colore, o l'esigenza di pensare senza essere frenati sia da considerare superiore a qualsiasi ideologia ed è giusto proteggere questa esigenza dei popoli, e se a proteggerla ci sia il rischio che un giorno questa tolleranza si ritorca contro l'Occidente, gli Ebrei, i Cristiani, l'Europa, l'Italia solitaria davanti all'Africa e contro il Tizio alla finestra che mangia i taralli - e così i taralli vengono proibiti per sempre. O potrebbe succedere che l'ondata della libertà araba cambi il nostro tempo in un tempo nuovo, di inesplorate possibilità. E' buio. Nel viale, gli autobus e le auto hanno le luci accese. Ah, sapere già tutto. Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/


Negazionismo: Alfano risponde a Pacifici

Negare la Shoah "non è una mera opinione che come altre può essere facilmente contestata, ma il risultato di una ideologia che si colloca all'opposto dei valori alla base della nostra costituzione e degli ordinamenti democratici del dopoguerra". Lo afferma il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in un suo intervento ospitato nel numero di marzo del mensile della Comunità ebraica di Roma "Shalom", sulla proposta di introdurre anche in Italia il reato di negazionismo. Alfano si impegna poi a "promuovere presso il ministero della Giustizia un comitato di esperti che provveda alla stesura di un apposito disegno di legge" in materia. "Lo stesso ragionamento è sostenuto dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo cui - prosegue Alfano - coloro che fanno un uso perverso della libertà di espressione non possono pretendere di avvalersi di tale beneficio. Per utilizzare una locuzione cara agli studiosi potremmo parlare di un vero e proprio abuso del diritto che in quanto tale non può ricevere tutela e deve essere anzi contrastato". "Non è la manifestazione di pensiero in sé ad essere oggetto di incriminazione - spiega Alfano - quanto l'offensività non astratta, ma concreta contro il sentimento comune e la riprovazione che la negazione della Shoah produce''. Sulla proposta di Alfano, il giornale mette in evidenza l'opinione favorevole del presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: ''E' una scelta che ritengo urgente anche in considerazione del fatto che il numero dei sopravvissuti diminuisce e fra pochi anni non vi saranno più testimoni diretti. Si tratta di introdurre questo reato non per assolvere a un impegno verso gli ebrei, ma per garantire che non sia distorta e negata la verità storica di ciò che è accaduto". "Con l'introduzione del reato di negazionismo - spiega Pacifici - non si ha alcuna intenzione di punire e di perseguire chi nel privato, anche in una chiacchierata in un luogo pubblico, vuole negare la Shoah. In questi casi non ci potrebbe essere nessuna denuncia, così come nessuno potrebbe denunciare chi a casa sua nega o banalizza l'Olocausto. Queste persone sarebbero dei cretini, ma non sarebbero dei criminali". "Ma se la negazione avviene nei luoghi dove si insegna o in un luogo Istituzionale allora assume una veste di grande rilievo che per me va perseguita, per far comprendere dove è lo spartiacque tra chi insegna la verità e chi diffonde le menzogne'', conclude Pacifici. Contrario dalle stesse pagine alla proposta si dimostra il Consigliere d'opposizione della Comunità di Roma Tobia Zevi: ''Il reato di negazionismo potrebbe paradossalmente trasformarsi in un assist per questi signori, del tutto screditati nella comunità degli studiosi. Se in effetti esistesse una fattispecie penale, l'accusato avrebbe diritto a tre gradi di giudizio e a una difesa. Come in ogni procedimento la sentenza dovrebbe tenere conto delle sfumature, delle attenuanti, delle incertezze. E, con i tempi biblici della Giustizia, il negazionista otterrebbe il suo palcoscenico e potrebbe addirittura, immaginiamo con quali conseguenze, essere assolto''. "Chi decide - scrive Zevi - quale massacro sta nel recinto protetto dalla legge e quale no? Se venisse tutelata per legge la Memoria della Shoah, chi potrebbe negare uno status simile ai crimini subiti dagli italiani in Istria o Dalmazia, o a quelli commessi dai nostri soldati all'epoca della guerra d'Etiopia? E, dunque, l'effetto di questa 'banalizzazione' non rischia alla lunga di rivelarsi dannoso?''. http://www.moked.it/


moschea di Roma
Qui Firenze - Un progetto per la moschea

“Il progetto di David Napolitano? Sembra la chiesa di Santa Maria Novella con due minareti. Caro Rav Levi, visto che la sinagoga di Firenze è in stile arabeggiante non è che potete scambiarla con il loro scantinato?”. Quella di Francesco Margiotta Broglio, tra i massimi esperti al mondo di diritto costituzionale ed ecclesiastico nonché membro della commissione governativa che portò alla stipulazione delle Intese tra Stato italiano e minoranza ebraica, è ovviamente una battuta ma riassume tutto il disagio per l’eterna discussione sull’opportunità o meno di costruire una moschea a Firenze. Discussione che a detta di molti sarebbe una palese offesa alla libertà di culto sancita dalla nostra Costituzione e un problema giuridicamente inesistente. Il dibattito coinvolge da tempo istituzioni politiche e comunità religiose, piani regolatori e tutele architettoniche del paesaggio urbano, magri bilanci comunali e leggi di partecipazione regionale in un continuum di proposte e controproposte da cui non sarà facile uscire in tempi rapidi. Si è discusso di questo e delle nuove sfide del dialogo interreligioso alla luce della crescente presenza islamica in un incontro organizzato dall’associazione Dialoghi nella sede della Fondazione Stensen. Tra i vari relatori chiamati a portare un contributo, oltre al professor Margiotta Broglio, c’erano anche l’imam di Firenze e presidente Ucoi Izzedin Elzir, il rabbino capo Joseph Levi e l’ex sindaco Mario Primicerio, presidente della fondazione che porta il nome di Giorgio La Pira. Fuori dall’istituto si respirava aria di grande tensione. Era infatti previsto un presidio di Forza Nuova contro la costruzione del luogo di culto anche se di militanti di quel gruppo non vi sarà traccia per tutta la serata, probabilmente spaventati dall'ingente spiegamento di forze di polizia in servizio sul viale Don Minzoni. “L’identità fiorentina è da sempre fondata sull’accoglienza. Da parte nostra chiediamo semplicemente di uscire dagli scantinati per pregare in un luogo degno della nostra città”. È questa la richiesta dell’imam Elzir, responsabile di una comunità che conta ormai 30mila fedeli e che combatte quotidianamente per ottenere maggiori diritti e il riconoscimento giuridico delle sue istanze. Un progetto di moschea c’è già. Affidato all’architetto David Napolitano, è stato presentato a inizio settembre. Vasto loggiato di ingresso, sei archi, un grande rosone, sala di preghiera e due minareti: il complesso rinvia a Leon Battista Alberti per la facciata e al Campanile di Giotto per i minareti ed ha fatto molto discutere per le sue caratteristiche estetiche. In linea teorica va detto che tre moschee sorgono già sul territorio fiorentino anche se è davvero difficile definirle tali nella loro veste di garage riadattati per essere adibiti a luogo di preghiera. “Non è una situazione sostenibile ancora a lungo” chiosa Elzir. Nel corso della serata i relatori si soffermano ripetutamente sull’importanza del dialogo interreligioso invitando a combattere la cultura della paura e a guardare al domani con fiducia. Il discorso cade inevitabilmente sui rapporti tra comunità ebraica e islamica, legate a Firenze da strettissimi rapporti di vicinato. La moschea-garage di Piazza dei Ciompi si trova infatti a poche centinaia di metri dalla sinagoga e le occasioni di confronto tra le due comunità sono spesso incoraggiate dalle parti in causa oltre che dalle istituzioni. La vicinanza empatica dell’ebraismo fiorentino alla comunità islamica nel merito della "questione moschea" è stata più volta ribadita in questi mesi e il fatto che ieri sera in sala fossero presenti vari suoi rappresentanti, tra cui il presidente Guidobaldo Passigli e la vicepresidente Daniela Misul, è immagine palese di questo coinvolgimento. La proposta scherzosa di Margiotta Broglia difficilmente verrà accolta, scherza Rav Levi, ma se non altro la disponibilità a dare una mano c’è ed è concreta. Erano stati proprio due ebrei fiorentini, entrambi presenti all’incontro dello Stensen, a lanciare alcuni anni fa sulla stampa locale una campagna di sensibilizzazione per la costruzione della moschea sostenendo il suo facile inserimento nel contesto urbano: l’architetto e presidente dell’Opera del Tempio Ebraico Renzo Funaro e l’antropologo Ugo Caffaz. Tra gli altri anche Alberto Boralevi, architetto e presidente della Fondazione Ambron Castiglioni, si è detto favorevole al progetto. “Non vedo – spiega Boralevi – perché non si possa costruire una moschea a Firenze. Il discorso architettonico-paesaggistico è un falso problema che si può risolvere affidando il progetto a un architetto competente e di buon senso. Quanto poi al discorso politico non mi ci voglio addentrare. Credo comunque che da parte ebraica ci debba sempre essere particolare attenzione alla libertà di espressione del proprio credo religioso qualunque esso sia”. Sul finire di incontro Funaro racconta un aneddoto in qualche modo legato al dibattito in corso sulla moschea. Riferendosi alla costruzione della grande sinagoga ottocentesca di via Farini, simbolo evidente dell’emancipazione ebraica, l’architetto ricorda le grandi polemiche scatenatesi al tempo con il progetto iniziale che venne letteralmente massacrato dall’opinione pubblica fiorentina tanto da essere rivisto e modificato più volte e tanto da imporre all'architetto Marco Treves il supporto di due colleghi che lo “aiutassero” a rispettare le direttive dell’Accademia delle Belle Arti dove era diffusa la preoccupazione che il nuovo edificio potesse avere scarsa aderenza con la skyline cittadina. “Firenze è una città meravigliosa ma spesso restia al cambiamento. Vi auguro quindi buon lavoro perché ho il timore che ne servirà davvero molto” conclude Funaro tra gli applausi. Adam Smulevich, http://www.moked.it/


Haifa
Gli avvenimenti tumultuosi di queste ultime settimane nel mondo musulmano hanno svelato tre importanti e preoccupanti problemi. Il primo è che il mondo occidentale - gli Stati Uniti e l'Unione Europea - hanno dimostrato di non possedere una visione strategica complessiva ma solamente interessi limitati e a breve termine, soprattutto riguardo alle fonti di energia ma anche all'emigrazione, e oltre a tutto in conflitto fra un paese e l'altro. L'occidente ha perso il ruolo di guida nella situazione e ha favorito il caos, con enormi incognite a più lungo termine. Il secondo problema è che gli esperti hanno fallito nelle loro previsioni, o meglio non hanno previsto nulla, guidati nelle loro analisi da speranze, timori, ideologie e interessi più che da un metodo rigoroso e imparziale in grado di produrre visibili vantaggi di lettura rispetto al semplice e sprovveduto cittadino. Il terzo problema è che, secondo i teorici della modernizzazione, la trasformazione delle società segue storicamente precisi percorsi alternativi, ma la rivolta araba non si sta muovendo in questo senso. I due assi portanti del cambiamento dovrebbero essere il passaggio dalla necessità di soddisfare i bisogni materiali quotidiani alla capacità di esprimere esigenze e aspirazioni individuali non materiali; e il passaggio dal predominio di un'autorità religiosa e tribale tradizionale allo sviluppo di valori civili improntati a razionalità. Quando anche le riforme economiche mettessero in moto la prima di queste due dimensioni, la seconda rimane ancorata al punto di partenza, e, nonostante tutti i tumulti nelle piazze, non preannuncia una reale emancipazione del mondo musulmano. Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme
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Parla Amidror, il nuovo Consigliere di Netanyahu

Netanyahu ha scelto il generale Yaakov Amidror come nuovo Presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ignorando le perplessità di settori della sinistra che lo considerano un falco. Sostituirà Uzi Arad, che torna all’attività accademica, dopo che il ministro degli Esteri Lieberman si è opposto alla sua nomina ad ambasciatore in Gran Bretagna. Amidror è stato il primo comandante arrivato dalle file del sionismo religioso. Ha servito nell’esercito per 36 anni, ricoprendo gli incarichi di direttore dell’intelligence militare e comandante dell’Accademia militare. Il 9 febbraio scorso, quando la piazza Tahrir ancora non aveva dato la spallata finale a Mubarak, l’ho intervistato nella sede dell’Istituto Lander, di cui è vice presidente da quando è andato in pensione dall’Esercito. Alla luce della nomina, le sue risposte aiutano a capire il punto di vista dell’establishment israeliano sulle sfide del prossimo futuro. Lei teme che l’Egitto possa cambiare la sua collocazione internazionale? Non abbiamo la sfera di cristallo. Ciò che conosciamo è la situazione sul campo. L’opposizione ha caratteristiche singolari. Non ha un leader, si è organizzata attraverso internet, Facebook. La domanda aperta è cosa accadrà quando il popolo sarà chiamato a votare. Per raccogliere voti, è necessaria una organizzazione. E per ora c’è una sola forza organizzata, i Fratelli Musulmani. Hanno una lunga tradizione, 80 anni, profonde radici nella società e sono ramificati in tutto l’Egitto. La loro forza l’hanno dimostrata nelle penultime elezioni, ottenendo 88 seggi contro i 36 delle altre forze dell’opposizione. Al momento, non sappiamo cosa accadrà al partito di governo, se si disintegrerà, se troverà un nuovo leader. In ogni caso, c’è ragione di temere che in libere e democratiche elezioni i Fratelli Musulmani vincano. E’ già accaduto in passato. Penso alla Rivoluzione francese: alla fine gli estremisti, non i liberali, prevalsero. Penso alla rivoluzione in Russia: prima che i comunisti ne prendessero la testa era guidata da forse democratiche e liberali. Pensi all’Iran: il premier, nel 1978, era un liberale e alla fine è tornato Khomeini e ha spazzato via tutti. E non facciamoci illusioni, Il linguaggio moderato usato oggi dei Fratelli Musulmani fa parte del gioco. La loro ideologia è quella dell’estremismo islamico. Se in futuro saranno in grado di influenzare il governo, condurranno l’Egitto in uno stato di frizione con Israele. Se l’Egitto cadesse nelle mani dei Fratelli Musulmani, che nuovi problemi di sicurezza ci sarebbero per Israele? Dipende dall’Egitto. Noi non abbiamo interesse a cambiare nulla. Stiamo a guardare, cerchiamo di impariarare e col tempo valuteremo il da farsi. Reagiremo a seconda delle azioni che verranno dall’altra parte del confine. Sono certo che l’esercito egiziano comprende il pericolo di un cambio di politica e farà tutto il possibile per mantenere lo status quo. Ma Israele è di fronte ad un gigantesco punto interrogativo. La verità è che non possiamo prevedere che direzione prenderà l’Egitto. Le nuove incognite hanno un impatto sul processo di pace? Non vedo differenze, tranne su un punto, le condizioni di sicurezza che devono essere alla base di un accordo di pace con i palestinesi. Guardiamo a ciò che è scritto nel libro diEhud Olmert, a ciò che è stato svelato da Wikileaks. Ora è hiaro a tutti che Israele nel 2008 ha fatto ai palestinesi un’offerta senza precedenti. Ha proposto di cedere la sovranità sul 97 per cento della Cisgiordania, ha accettato il principio di una connessione libera con la Striscia di Gaza, si è detto disposto ad accogliere un certo numero di profughi , si è detto pronto a rinunciare alla sovranità sul Monte del Tempio (Spianata delle Moschee ndr), che sarebbe passata nelle mani di cinque Stati, tre dei quali arabi. Eppure Abu Mazen ha respinta questa offerta. Al momento dlela verità, si è tirato indietro e non ha firmato. A maggior ragione, non credo che sia disposto ad accettare quella offerta ora – se il governo israeliano la avanzasse - che il sostegno dell’Egitto è dubbio . Israele, dal canto suo, deve far tesoro degli avvenimenti di queste settimane. In futuro, dovremo insistere maggiormente sulle garanzie di sicurezza. Il Medio Oriente è una regione instabile. Dieci anni dopo gli accordi di Oslo, Arafat si è dimostrato un terrorista e durnate a seconda intifada il suo popolo ha ucciso mille cittadini israeliani. Ora, a 30 anni dalla pace di Camp David, l’Egitto è attraversato da un sommovimento dagli esiti imprevedibili. La lezione per Israele è che, in ogni accordo, bisogna che vengano incluse garanzie di sicurezza stringenti. Dobbiamo avere la certezza che anche nello scenario peggiore, la Cisgiordania nelle mani di Hamas, la sicurezza di Israele sia garantita. E quando dico lo scenario peggiore non intendo il meno probabile. A mio avviso, anzi, le chance che tra 10 anni Hamas controlli la Cisgiordania sono maggiori che resti nelle mani dei successori di Abu Mazen. Le garanzie di sicurezza devono essere definite con più accortezza di quanto non avesse fatto Olmert, che era pronto a cedere a terzi il oggi svolto dall’esercito israeliano. Se Hamas prendesse il controllo della Cisgiordania, gli europei, gli americani, la Nato farebbero ciò che oggi è chiamato a fare il nostro esercito? Sappiamo tutti che la risposta è no.
di Claudio Pagliara, 10 marzo 2011 http://www.claudiopagliara.it/

giovedì 10 marzo 2011


Il governo della ragione

La prossima pubblicazione della seconda e ultima parte della biografia di Gesù, scritta da papa Benedetto XVI, nella quale vengono trattate le pagine evangeliche relative al processo, alla passione e alla morte del nazareno - tradizionalmente addotte a fondamento di una sorta di responsabilità collettiva, eterna e ineliminabile, dell’intero popolo ebraico, in ogni luogo e in ogni tempo (“attraverso tutte le generazione, fino alla consumazione dei secoli”, come scrisse Origene), per il cosiddetto ‘deicidio’ -, suggeriscono diverse considerazioni. Com’è evidente, l’idea che un intero popolo possa essere globalmente ed eternamente ritenuto responsabile di qualcosa avvenuto in un lontano passato rappresenta, di per sé, un totale oscuramento di qualsiasi forma di logica e razionalità umana. Anche un bambino di pochi anni, non plagiato da insegnamenti malati, capirebbe l’assurdità di un simile assunto. Ma, com’è noto, proprio tale obnubilamento, tale “sospensione della ragione” ha segnato, per diciassette secoli, la storia dell’umanità. Eliminare la colpa “metastorica” del deicidio non significa, pertanto, reinterpretare la storia, in un modo più corretto e conforme alla verità, ma semplicemente ripristinare il governo della ragione sul trionfo dell’irrazionalità. La dichiarazione conciliare Nostra Aetate, nel 1965, compì un significativo passo in tale direzione, asserendo ufficialmente che la responsabilità storica della morte di Gesù non può essere addebitata “né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né, tanto meno, agli ebrei del nostro tempo”. Una svolta storica, di fondamentale importanza, che, tuttavia non fece altro che aprire nuovamente le porte, dopo quasi due millenni, alla ragione umana. Ciò dovrebbe essere motivo di riflessione: com’è possibile che gli augusti padri conciliari abbiano scritto questa pagina memorabile, semplicemente dicendo una cosa che capirebbe anche un bambino? Ma, ovviamente, l’idea malata del deicidio non si collocava sul piano della logica e della ragione, ma su quello “meta-logico” e “meta-razionale” della fede. Dire che la fede vada necessariamente contro logica e ragione sarebbe, certamente, una forzatura. Ma è un dato di fatto che può farlo, che lo ha fatto. Nel tornare sul tema, papa Ratzinger va, però, ancora al di là dell’enunciato conciliare, in quanto nega la fondatezza dell’idea di deicidio non soltanto sul piano della razionalità umana, ma proprio sul peculiare (“meta-logico”, “meta-razionale”) terreno della fede. Sarebbe la stessa lettura dei vangeli, infatti, a escludere ogni idea di colpevolizzazione collettiva ed eterna, in quanto le frasi in essi contenute (soprattutto la famosa “il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”) non andrebbero lette in senso di maledizione, ma di “redenzione, salvezza”, come richiamo alla “forza purificatrice dell’amore”. Non è il caso, ovviamente, di addentrasi a giudicare la fondatezza dell’esegesi del Pontefice: è evidente che essa, in ragione della particolare autorevolezza della sua provenienza, non rappresenta soltanto un’opinione di scuola, ma è destinata a fungere da fermo ed durevole indirizzo ai fini di un’interpretazione attualizzante del messaggio evangelico da parte dell’intera comunità cristiana, innanzitutto riguardo al delicato rapporto col popolo ebraico, di ieri e di oggi. Quanto alla questione, che è stata evocata, di un dovuto ‘ringraziamento’ al pontefice (“non è che ogni volta dobbiamo ringraziare, dopo aver patito per duemila anni una mostruosità teologica...”, ha giustamente commentato rav Riccardo Di Segni), non se ne vede ragione. Mettiamo che uno scolaro, ogni giorno, per anni e anni, venga pubblicamente punito in classe, perché si crede che un suo antenato, in tempi remoti, aveva danneggiato la scuola, finché il preside annuncia che l’antenato, in realtà, non aveva fatto niente, per cui la punizione viene revocata. Deve ringraziare lo scolaro, o deve scusarsi il preside? Ma, al di là della questione ‘formale’ del ringraziamento, non c’è dubbio che le parole del pontefice - che appaiono mosse da un sincero spirito di amicizia e riconciliazione - risultino meritevoli di grande apprezzamento, e rappresentino, in tempi densi di difficoltà, un concreto motivo di speranza.Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/


Libro e film

Il romanzo Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani (Bologna, 4 marzo 1916 – Roma, 13 aprile 2000) è stato pubblicato nel 1962, dalla casa editrice Einaudi. Anche se successivamente appariranno edizioni da Mondadori (prima nella collana Oscar e poi nella collana Classici Moderni). Appena pubblicato, il romanzo ottiene ottime reazioni dal pubblico e dalla critica,vincendo il premio Viareggio nello stesso anno. Successivamente il Giardino dei Finzi-Contini confluì nella raccolta Il romanzo di Ferrara, opera che Bassani pubblicò nell'edizione definitiva del 1980, ma che riscosse un successo relativamente minore. Dal romanzo è tratto l’omonimo film del 1970, diretto da Vittorio De Sica (Sora, 7 luglio 1901 - Neuilly-sur-Seine, 13 novembre 1974). La pellicola vinse l'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1971 e il Premio Oscar al miglior film straniero nel 1972 ed è considerata una delle opere migliori del celebre regista italiano. http://www.moked.it/


Il favoloso mistero dei Finzi Contini

Esce stamane in libreria il saggio Il giardino dei Finzi Contini: una fiaba nascosta (Fernandel editore). Pagine Ebraiche di marzo attualmente in distribuzione ne anticipa un brano. Malgrado il suo vivace realismo storico e sociologico, il giardino dei Finzi-Contini è pervaso da una grande poeticità legata all’uso di un discorso allegorico e simbolico che introduce il lettore in un universo prossimo, molto spesso, a quello fiabesco. Già all’inizio della sua carriera Bassani aveva pubblicato un racconto, uscito nel Corriere padano, che alludeva alle “alte mura di un giardino” che, isolando i suoi abitanti in un luogo e una temporalità altra, creavano un microcosmo meraviglioso, estraneo alla quotidianità sociale e storica. In quel racconto del 1936, Bassani evocava perfino il carattere magico del discorso fiabesco, ossia della “fiaba ascoltata ad occhi sbarrati con attenzione”, atta ad immergere l’individuo (qui bambini deliziosamente prigionieri del loro giardino) in una dimensione magica, incantata: quella del “mistero” e della “fiaba”, come precisava l’autore stesso. Un anno dopo, nel 1937, tornava nei suoi racconti, come un leitmotiv, il tema del giardino incantato, “lungo il viale amico dei tigli”, che aveva il potere prodigioso di far rinascere “una catena di epoche lontane, dolci, perdute”. All’universo della fiaba, però, Bassani non si riferiva esplicitamente, anche se intitolò proprio Due fiabe due brevi racconti della raccolta L’odore del fieno. Vi era comunque indirettamente legato: infatti il genere fiabesco si era sviluppato all’inizio del XIX secolo sulla base della filosofia idealista, il cui rappresentante italiano più noto fu, qualche decennio più tardi, Benedetto Croce, guida intellettuale dello stesso Bassani. Il grande filosofo napoletano non esitava ad affermare che il Cunto de li cunti, prima raccolta di fiabe europee (1634 1636) scritte da Giambattista Basile, al quale gli stessi fratelli Grimm si erano ispirati e che Croce stesso aveva tradotto dal dialetto napoletano, era uno dei più bei libri della letteratura italiana. Ora, se si considera attentamente il romanzo bassaniano, si nota che esso mette essenzialmente in scena l’iniziazione alla vita di un giovane prossimo all’età adulta, immerso in un giardino incantato e magico, popolato da individui eccezionali, con diverse prove da affrontare e superare per maturare e diventare adulto. Privo di nome come ogni eroe fiabesco, il protagonista bassaniano si trova al centro di una vicenda strutturata secondo il modello tradizionale della fiaba. Sorprendentemente, la morfologia del racconto bassaniano adotta la struttura presentata da Propp (Vladimir Propp, antropologo e linguista russo, ndr): a guardar bene, non manca l’incipit tipicamente fiabesco, presente nel Prologo, né manca la nascita di una crisi necessaria all’inizio delle peripezie dell’eroe che, penetrato in un aldilà sopramondano, incontra aiutanti e antagonisti che lo accompagnano nella sua iniziazione attraverso vicende insieme incantevoli e dolorose. L’itinerario esistenziale del protagonista del Giardino sembra perciò direttamente legato ai presupposti tematici della fiaba e al modello del viaggio iniziatico che essa sottintende: leggendo le pagine bassaniane, appaiono centrali le idee di una battaglia accanita contro nemici multipli e di una conquista identitaria ottenuta dopo un abbandono volontario dei modelli sociali e dei riferimenti familiari, proprio come nelle fiabe. Si tratta inoltre di un viaggio iniziatico che avviene negli spazi fiabeschi più flagranti. Il lettore segue infatti l’eroe in luoghi misteriosi ed enigmatici noti ai lettori di fiabe, carichi di simbolismo, nei quali gli è rivelata, di volta in volta,una parte della verità: il mondo sotterraneo, plutonico, la foresta incantata, il castello isolato dotato di un ideale labirinto e di una simbolica torre, centro nevralgico della casa fatata che nasconde segreti e rivelazioni arcane. Nella stessa logica, Micòl e suo padre appaiono come l’incarnazione perfetta del re e della principessa, o anche dello stregone e della fata. Abitanti di un universo incantato dalla dimensione mai solo referenziale ma in permanenza metaforica, offrono all’eroe gli strumenti necessari alla scoperta delle numerose verità che gli sono progressivamente divulgate sulla vita, l’amore, la morte, l’arte. Il fascino fiabesco delle pagine bassaniane sembra anche nascere dall’impostazione accurata di uno scenario caratterizzato da un’atemporalità sistematica quando si è nel giardino, assecondata dalla creazione di uno spazio fatato nel quale i minimi dettagli rinviano a un mondo straordinario e stregato. Il linguaggio stesso di Bassani, la fraseologia usata dall’autore, che è un poeta anzitutto, favorisce la narrazione di un universo in cui il meraviglioso si mescola con il fantastico: aleggia un’atmosfera in cui i personaggi sembrano incantati e gli oggetti più ordinari paiono assumere un valore soprannaturale. Certi episodi del romanzo offrono perfino una dimensione onirica e talvolta surreale che immerge il lettore in una realtà del tutto insolita, priva di riferimenti con il mondo ordinario. Alla fine del racconto però, l’eroe non sposa la principessa, che lo respinge e che muore; egli abbandona definitivamente il giardino incantato. Manca allora il “lieto fine”, elemento paradigmatico della fiaba popolare. Perché non si tratta ovviamente di una fiaba tradizionale. A meno che si tratti di una fiaba nascosta, o di una fiaba “moderna”, senza happy end - appunto come in Andersen o Saint-Exupéry - in cui l’eroe riesce, attraverso il dolore, a conquistare la maturità e la saggezza, come era il caso del resto delle prime fiabe, che si rivolgevano anzitutto agli adulti e non finivano sistematicamente bene. Sophie Nezri-Dufour http://www.moked.it/


Fiano interroga Maroni: "Denunciare le liste dell'odio"

Una interrogazione parlamentare presentata dagli onorevoli Emanuele Fiano e Paolo Fontanelli al ministro degli Interni Maroni per sapere se il Governo ritiene che si debba verificare attraverso la polizia postale chi siano gli autori e i responsabili della pubblicazione del sito antisemita Holywar e del suo contenuto; bloccare il sito e presentare denuncia sulla base dei dettami della legge Mancino, costituendosi parte civile. I due deputati segnalano anche il fatto che le pagine del sito, oggetto di un'indagine della magistratura, che avrebbero dovute essere cancellate sono state addirittura aggiornate: sul sito si espongono infatti tesi razziste riguardanti in generale la "superiorità della razza bianca" e viene attaccato anche il sindaco di Pisa per la sua politica nei confronti dei rom e degli immigrati. In una nuova lista appaiono ottanta cognomi di famiglie indicate come ebraiche della zona di Pisa. Il sito è collegato a un altro denominato Holywarvszog che pubblicò la lista di oltre diecimila famiglie indicate come ebraiche in nome di una «guerra santa contro i nemici di Dio e della Chiesa cattolica». A parlarne qualche settimana fa molti quotidiani soprattutto nella stampa locale pisana che oltre a dare la notizia delle famiglie schedate informavano come i siti antisemiti diffondessero veleni e elementi di odio prendendo di mira singoli cittadini. «Sono atti provocatori - ha dichiarato al quotidiano Il Tirreno il rav Luciano Caro, rabbino di riferimento della Comunità ebraica di Pisa - bisogna fare molta attenzione e seguire l’evolversi di queste vicende perché potrebbero avere preoccupanti riflessi nel mondo reale. Man mano che ci allontaniamo dalla tragedia della Shoah, si stanno sviluppando sempre di più sentimenti antisemiti e negazionisti. Oggi viviamo un periodo difficile e in parte incomprensibile sotto questo aspetto e solo la cultura e una corretta informazione possono distogliere l’attenzione da questi pensieri». http://www.moked.it


Jewbox radio è online

Uno, due, tre in onda. Dopo due settimane di rodaggio trasmettendo solo musica, è partita la programmazione a pieno regime di Jewbox, la prima web radio ebraica italiana, con una diretta speciale condotta da Roberto Zadik. Il progetto ci ha impiegato parecchio a scaldare i motori. Due anni, da quando al segretario generale della Comunità ebraica di Milano Alfonso Sassun e all’allora presidente Leone Soued, Alberto Hazan, fondatore di Radio 105, propose di donare una web radio. Divenuta poi anche un’idea meritevole di essere finanziata dalla Commissione otto per mille dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Negli ultimi mesi, tra lavori di ristrutturazione per trasformare un’aula della scuola in sala di registrazione, installazione delle apparecchiature fornite da 105, formazione dei tecnici, ricerca di idee e soprattutto di persone pronte a mettersi in gioco, la preparazione del lancio di JewBoxRadio, il grande “contenitore di ebrei”, è entrata nel vivo. Il risultato, ora a portata di click, è una web radio che “forse è partita come un fuoco a carbonella, ma che oggi ha il propellente per arrivare fino alla luna” ha sottolineato il presidente della Comunità Roberto Jarach. Sicuramente l’entusiasmo è già alle stelle, e non soltanto quello dei “fab five”, Ruben Gorjan, direttore organizzativo, Joseph Menda, direttore artistico, Jonathan Mele, direttore tecnico, Davide Rosenholz direttore musicale e Judith Sisa, direttore comunicazione, che rappresentano il cuore pulsante di Jewbox insieme ai consiglieri Gad Lazarov e Simone Mortara. Il progetto ha infatti coinvolto quasi un centinaio di persone, e si candida a diventare forse quel nuovo “centro giovanile” e polo di aggregazione tanto sospirato dalla Comunità ebraica di Milano, come ha evidenziato anche il rabbino capo Alfonso Arbib nell’augurare un grande mazal tov a Jewbox. Così, dopo settimane di registrazioni e accattivanti presentazioni su jewbox.it, la prima puntata del primo programma è andata in onda: Prozadik, dedicato al mondo della musica targato jewish nella maniera più insospettata, ha svelato i segreti del cantautore e chitarrista Lou Reed. Questo tuttavia è solo l’inizio, perché come ha voluto spiegare Joseph Menda ringraziando i rappresentanti di Radio 105, “abbiamo ricevuto molto più che una radio, perché parlare di radio normalmente significa ascoltarla rimanendo passivi, noi invece abbiamo la grande possibilità di fare radio, e alle spalle un’intera comunità da coinvolgere”. “Tutti possiamo fare spettacolo, e lo faremo - ha concluso Simone Mortara, citando quello che è ormai diventato il motto di Jewbox - per noi stessi, per scoprirci, per migliorarci e quindi essere pronti a raccontare al mondo chi siamo”. Rossella Tercatin, http://www.moked.it/


È di questi giorni la notizia del dibattito apertosi in Germania attorno al tema della circoncisione, che, ci si accorge oggi, sarebbe in contrasto con la legge che vieta l’imposizione di mutilazioni di organi. Tralasciando i commenti riguardo al luogo d’origine di queste polemiche, che aggiungono elementi di inquietudine per la coscienza ebraica, il tema solleva macroscopici problemi, che, come sempre, le contingenze storiche spingono a riproporre, ma che riguardano logiche comuni a tutte le epoche. Dovendo schematizzare, indicherei tre nodi su cui mi sembra imprescindibile riflettere, sia in quanto ebreo, che in quanto cittadino di un Paese che si inserisce nel solco delle democrazie occidentali. 1. Il rapporto fra identità ebraica e ritualità. In sostanza, se il modello di vita ebraico debba riassumersi nell’halakha, o se si debba pensare ad un’”eccedenza” rispetto al rito. 2. Il rapporto fra ebraismo e mondo circostante: quanto il primo possa adattare i propri usi e costumi senza correre gli speculari rischi dell’assimilazionismo e del settarismo. 3. La forma stessa di un sistema democratico, che vive nell’ossimoro di dover far rispettare i diritti civili senza contrastare le libertà di culto. Contraddizione che si presenta, non da oggi (si pensi al problema della trasfusione di sangue per i Testimoni di Geova) in tutte le legislazioni democratiche. Punti che lambiscono il dibattito che si è aperto su queste stesse pagine negli ultimi giorni, che non stupisce avvenga proprio nelle più moderne democrazie: ancora una volta emerge il vincolo fra il progetto universalistico inaugurato dalla stessa cultura ebraica, che riconosce pari dignità a tutti gli individui, e il modello occidentale che da lì si è sviluppato, con l’integrazione della cultura greca, latina e cristiana. Quello stesso progetto che ha spesso spinto gli israeliti a sopprimere l’ebreo in loro per sacrificarlo sull’altare di un sempre più astratto universalismo. Dobbiamo forse, ebrei e non, elaborare nuove forme universalistiche capaci di conciliare le differenze culturali con i diritti di tutti? Soluzione che, a mio modo di vedere, non può essere trovata su di un piano teorico, ma concretizzata su quello storico, che ha il pregio di misurarsi con gli attori in gioco nel proprio tempo. Davide Assael, giurista http://www.moked.it/







Gli strali divini son sulla tua testa.

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Tartufini di Purim

Ingredienti (circa 12 bagels): 250g di biscotti, 1 bustina di cacao amaro, 125g di burro, 1 tazza di caffè, 1 tazza di Rum (facoltativo), 7 Cucchiai di zucchero Preparazione: Tritate i biscotti fino a farli diventare tipo pan grattugiato nel frattempo preparate il caffè e sciogliete il burro. Versate in una ciotola i biscotti tritati,il burro,il cacao,la tazza di caffè,lo zucchero e amalgamate tutto con le mani. Adesso con il composto che avete ottenuto formate delle palline e passatele nello zucchero, o nelle codette, o nel cacao amaro. Mettete le palline in un vassoio e depositatelo in un congelatore, lasciatele indurire.Sullam n.67


8 marzo, Israele: statistica sulle donne

Tel Aviv, 8 marzo 2011 http://www.moked.it/
Tel Aviv è la capitale delle donne single. In occasione della giornata internazionale delle donne, l'ufficio centrale di statistica israeliano ha reso noto che le donne israeliane single in età compresa fra i 25 e i 34 anni sono il 53 per cento. Hanno una longevità media di 83 anni, hanno mediamente 3 figli e il primo parto è all'età di 27 anni. I divorzi, nel 2008 sono stati circa 14 mila. L'età media delle donne divorziate nel 2008 era di 38 anni. Ancora, fra le donne, le fumatrici costituivano nel 2009 il 13 per cento. La disoccupazione femminile si aggira attorno al 6,5 per cento. Per quanto riguarda l'istruzione l'istituto di statistica afferma che le adolescenti riescono meglio dei loro compagni negli studi liceali, negli esami di maturità e anche nelle prove di accesso alle università.


Investire sulla cultura

Ho letto con attenzione l’editoriale di rav Riccardo Di Segni su Pagine Ebraiche di marzo, e devo dire che mi ha convinto. Non so se la mia modesta opinione abbia un qualche interesse su questo tema, ma vorrei provare a chiosare alcuni aspetti del suo ragionamento, in sostanza riassumibile in tre questioni: il Talmud è l’opera fondamentale della cultura ebraica, perno e fondamento della tradizione orale della Bibbia; il fatto che le risorse per questa gigantesca opera di traduzione vengano dalle istituzioni non è di per sé un male; la traduzione, con tutti i suoi problemi metodologici e teorici, è uno straordinario strumento di propagazione della cultura in chiave democratica e facilitante. Ha ragione Di Segni ad affermare che il valore di un’operazione culturale di questo tipo non consiste solo nell’esito finale, nella pagina stampata, ma nel percorso per giungervi. È proprio così. Molti rabbini, studiosi di varie discipline, studenti di diverso ordine e grado si troveranno a discutere e collaborare per tradurre e interpretare un testo che, come tutti i grandi classici, non smetterà mai di parlarci. In questo senso, se posso azzardare un consiglio non richiesto, troverei significativo che chi si occuperà dell’impresa coinvolga pareri alternativi, personalità non omogenee, scuole di pensiero e discipline distanti. In questo sforzo inclusivo si darebbe a quest’opera nascitura una specificità straordinaria. Il rapporto con le istituzioni e la politica. Le obiezioni dei contrari non sono prive di fondamento. Cinque milioni di euro, in tempi di crisi economica, sono una bella cifra per un testo che, già tradotto in molte lingue, non sarà certamente un best-seller. Ma questo argomento potrebbe essere del tutto rovesciato. Sono proprio questo genere di opere a meritare il contributo pubblico, quelle cioè che, indipendentemente dal proprio valore culturale, per stazza e pubblico non potranno mai essere economicamente sostenibili. La cultura, in termini politici e di amministrazione, è un sistema complesso, composto da elementi redditizi e da altri decisamente e strutturalmente in perdita. È proprio questa complessità che va tutelata, e a farlo può essere solo il pubblico. Vale per il Talmud, per un museo di provincia, per un fondo di manoscritti antichi. In tempi così grami per le politiche culturali, questi cinque milioni possono essere un bel segnale. E l’unica risposta a chi parlerà ancora di «marchette» fatte agli ebrei sarà l’auspicata qualità di questo lavoro. Tobia Zevi, associazione Hans Jonas http://www.moked.it/


Tel Aviv
Credevo di aver ascoltato male, giovedì sera ad “Annozero”. La trasmissione era iniziata da pochi minuti. Santoro aveva appena elogiato le cose magnifiche che sanno fare i suoi coraggiosi collaboratori. Così oggi, prima di mettermi a scrivere questa noterella, sono andato a rivedere su youtube il servizio di Corrado Formigli sui rivoltosi che s’oppongono a Gheddafi. Un servizio davvero istruttivo, una voce sincera, non c’è che dire. Ognuno potrà ascoltare, facendo scorrere il filmato al minuto 1.57. Non occorrono commenti. “Gheddafi è un ebreo!”, dice un rivoltoso di Brega davanti all’infatuato e ineffabile Formigli. E poi, a esplicita domanda: “Voi siete contro gli ebrei?”, il rivoltoso di Brega risponde: “I giovani islamici si battono per la libertà”. Che Formigli dovesse dire a caldo qualcosa è da escludere, ci mancherebbe altro; nel commento in studio, su imbeccata di Santoro o di qualcuno dei suoi illustri ospiti, qualcosa, forse, si poteva osservare. Sulle leggerezze pronunciate sempre in tono aulico di “Annozero” si sorvolerebbe volentieri, se il cupo scenario mediterraneo che si apre davanti ai nostri occhi in queste ore non fosse così preoccupante da indurci a osservare l’abisso che separa quella frase dalle ispirate e monotone elegie sul 1848 del Maghreb.Alberto Cavaglion, storico,http://www.moked.it/



"Gerusalemme è mia per sempre"

Una delle canzoni più famose di Yaniv Ben Mashiach, il cantante ortodosso che nel suo ultimo concerto al Palazzo della Cultura di Tel Aviv ha imposto che il pubblico in sala fosse diviso fra uomini e donne. http://www.mosaico-cem.it/
VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=dC8I8-CBqMY


Internet, Che Guevara del XXI secolo

Cari amici, posto la “Lettera da Gerusalemme” che ho scritto per il prossimo numero di Prima Comunicazione:
Gerusalemme. Si chiamano Facebook, Twitter, YouTube, i Che Guevara del XXI secolo, i nuovi Lenin che catalizzano il malcontento del nostri giorni, I Mao Tze Tung che fanno compiere in un battibaleno una lunga marcia ai popoli del mondo arabo. Internet, con i suoi “social network”, ha supplito alla palese mancanza di leader nelle piazze di Tunisi e Cairo. I video amatoriali realizzati con i telefonini hanno sconfitto la sofisticata macchina della censura di stato e messo in luce la repressione in Libia e Iran. Le nuove tecnologie, insomma, hanno dato forma alla protesta nel mondo islamico, trasformandola spesso in moto rivoluzionario, in valanga capace di seppellire bugie dal naso lunghissimo e con esse i regimi le avevano irradiate. “Da decenni, i leader arabi hanno eretto la corruzione a sistema e scaricato le responsabilita’ di tutti i mali su Israele”, dice a Prima Comunicazione Itamar Marcus, direttore del Palestinian Media Watch, nel suo ufficio di Gerusalemme, da dove monitora i media arabi . “A cambiare le carte in tavola e’ stato l’avvento di internet. All’improvviso, popoli tenuti all’oscuro di tutto, si sono aperti al mondo, hanno avuto conferma della corruzione dei propri leader e si sono ribellati”. Sufian Belhaj è un tunisino di 28 anni, laurea in Scienze Politiche a Bruxelles, disoccupato. Avendo tempo a disposizione, ha cominciato a frequentare con assiduità Facebook e Twitter. Quando a novembre Wikileaks ha pubblicato i documenti del Dipartimento di Stato americano che denunciavano la quasi mafia del regime di Ben Ali e la cupidigia senza limiti della first lady, Leila Trabelsi, Belhaj ha fatto la cosa più semplice: li ha tradotti in arabo e pubblicati su Facebook con lo pseudonimo di Hamadi Kalaucha. Una settimana dopo, 170 mila utenti avevano cliccato “I like” sulla pagina. Le autorità tunisine ci hanno messo un mese a cancellare il gruppo Nel frattempo però i documenti compromettenti erano stati condivisi da centinaia di blogger. A nulla è valso l’arresto di Belhaj.Dopo pochi giorni, Bel Ali è stato costretto all’esilio. Anche in Egitto un internauta è divenuto eroe della rivoluzione. Si tratta di Wael Ghonim, il responsabile marketing per il Medio Oriente di Google. Sotto le mentite spoglie di El Shaeed (Il martire) ha creato un gruppo in Facebook chiamato: “Siamo tutti Ali Khaled”. Il riferimento è al nome di un blogger ucciso a bastonate la scorsa estate dalla polizia egiziana. Ghonim ha lanciato su internet una campagna contro le torture. All’apice della protesta, 300 mila persone erano iscritte alla sua pagina. Anche Ghonim ha conosciuto la galera, dieci giorni. Ne e’ uscito quando ancora Mubarak era in sella, sull’onda della pressione popolare di piazza Tahrir, che lo ha innalzato a simbolo. Lui oggi rifiuta il titolo di leader della protesta democratica. “Ho solo scritto dei post – minimizza -. Alla fin fine, è la forza del popolo ad aver fatto vioncere la rivoluzione”. Sarà ma senza la rete ben difficilmente l’onda di protesta si sarebbe propagata così in fretta. Tunisia ed Egitto hanno un indice di penetrazione d’internet del 20 per cento, ancora basso rispetto alla media occidentale ma rilevante. Oltre, e ancor più di Facebook, a far la differenza è stato il cellulare. Le immagini della repressione in Libia e a Bahrain, immortalate dai telefonini, hanno fatto il giro del mondo via Msm e YouTube, facendo sprofondare nel ridicolo i media ufficiali che hanno continuato a ignorare i moti di piazza. Il ruolo dei nuovi media è stato anche quello di far scoprire alla gente che i propri problemi erano condivisi. “In passato, ognuno era portato a pensare che la sua frustrazione fosse un fatto individuale. – dice Itamar Marcus -. Ora, grazie ai social network, è possibile condividere le proprie pene con centinaia, migliaia di persone, scoprendo che non si è soli. Questo da fiducia. Tunisia ed Egitto sono stati l’inizio. Il processo va avanti”. Uno che se ne intende come Alec Ross, assistente per l’innovazione del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, sintetizza: “Non c’e’ più bisogno di una sola figura rivoluzionaria per ispirare e organizzare le masse. Nell’era digitale, la leadership rivoluzionaria può essere distribuita, come è chiaramente accaduto in Tunisia ed Egitto”. Claudio Pagliara, 7 marzo


Palestina, Fatah censura uno sketch tv su Gheddafi. I telespettatori si arrabbiano

Diplomazia? Paura di danneggiare i profughi ospiti nel Paese? Poca dimestichezza con la satira vera e propria? Chissà. Intanto resta il dubbio sulla decisione del Fatah, l’autorità palestinese della Cisgiordania, di bloccare uno sketch del programma più seguito e apprezzato nella regione, “Watan ala Watar” (Paese appeso ad un filo). Nel filmato c’è un attore che, vestito ridicolmente da Muammar Gheddafi, arringa la folla, minaccia il mondo, agita lo spettro di Al Qaeda. Al suo fianco c’è una finta amazzone vergine, una di quelle che segue il leader libico nelle trasferte lungo il Paese e fuori. «L’episodio di satira può danneggiare i nostri profughi ospitati nel Nord Africa», si sono giustificati i funzionari palestinesi. Una motivazione che non ha convinto nessuno. Il pubblico ha attaccato l’Anp sulla pagina Facebook ufficiale del programma. «La tv palestinese merita di essere distrutta», ha scritto uno. Gli autori, poi, hanno minacciato di trasmettere lo sketch sul satellite, ricordando che l’audience potenziale è decine di volte più alta di quella strettamente palestinese. E nel frattempo hanno incrociato le braccia: «non gireremo nessun altro episodio fino a quando non andrà in onda quello bloccato», ha detto uno dei curatori, Imad Farajin.«All’inizio ci hanno dato carta bianca: potevamo prendere in giro chiunque e senza freni», ha raccontato Farajin. «Questo vuol dire che possiamo scherzare anche si quello che succede al resto del mondo pan-arabo». «Ora decidono di bloccare l’episodio nascondendosi dietro ai nostri profughi. È solo una scusa. Per questo non ci fermeranno». In due anni di vita, il programma non ha mai avuto problemi. E di sketch velenosi e polemici contro i capi del Fatah e di Hamas ne ha trasmessi a dozzine. Stavolta qualcosa è cambiato. Sarà anche, per dirla con qualcuno, che si fanno sentire le elezioni all’orizzonte? http://falafelcafe.wordpress.com/