mercoledì 22 dicembre 2010


Froci in divisa, in Israele difendono i confini della democrazia sott’assedio

Lo scorso febbraio, oltre a parlare di sfide comuni in medio oriente, l’allora capo degli stati maggiori riuniti degli Stati Uniti, Mike Mullen, aveva discusso con il suo omonimo israeliano Gaby Ashkenazi un argomento che da giorni scalda l’opinione pubblica americana: l’atteggiamento verso i militari che si professano gay. Un tema su cui Tsahal (l’acronimo delle forze armate israeliane) è da vent’anni in cattedra. Israele è non solo una grande democrazia che da sessant’anni sfida l’emergenza bellica, l’assedio e l’ostilità di mezzo mondo, non è soltanto l’unico paese mediorientale dove gli omosessuali hanno il diritto a esistere, è anche quello con l’esercito più gay friendly del mondo, sebbene la scorsa primavera i perbenisti omosex della Spagna abbiano boicottato la controparte israeliana. La macchina di autodifesa militare più temuta è anche la più liberale sull’omosessualità. “Le preferenze sessuali non devono essere oggetto di vergogna o di segreto”, ha scritto il direttore della rivista militare israeliana Bamahane, il maggiore Yoni Schoenfeld. “E’ difficile sopportare un servizio militare in cui si debba custodire un segreto”.Nel 1993 fu Yitzhak Rabin ad assumere un atteggiamento liberale verso l’omosessualità fra i suoi militari. E su iniziativa di Yael Dayan, parlamentare e figlia del generale con la benda all’occhio, Israele aprì ai gay in divisa. Nel 1997 il Mevaker Hamedina, l’organo legislativo che supervisiona l’ordinamento dello stato, riconobbe Adir Steiner come il legittimo vedovo del colonnello Doron Maizel e gli assegnò i benefici previsti. Alcune celebri unità militari di Gerusalemme hanno oggi la fama di essere particolarmente idonee alle necessità degli omosessuali. Una di queste è l’intelligence informatica.La divisa oliva di Gerusalemme ha un debole per i gay nerboruti. Nel 1993 l’allora capo di stato maggiore Ehud Barak, il soldato più decorato della storia israeliana, commentò che “l’omosessualità non è una limitazione alla sicurezza”. Un soldato in Israele è un soldato, indipendentemente dal sesso del partner che lo aspetta a casa. Abu Odai, coordinatore capo delle brigate Martiri di al Aqsa, ha detto che Israele può essere sconfitto perché ha “un esercito di gay”. Israele invece ne ha fatto un motivo di forza e oggi i soldati omosessuali sono dislocati ovunque, ai check-point contro i kamikaze, nei cingolati di fronte a Gaza, nelle trincee anti Hezbollah.Nel quartier generale di Kirya, il pentagono di Tel Aviv, spesso capita di sentire un capitano rivolgersi ai suoi uomini urlando “sbrigatevi, ragazze”. E il fotografo Adi Nes è uno dei più venduti al mondo con le sue immagini di modelli muscolosi e seminudi che indossano la divisa di Tsahal. Chiunque approdi a Tel Aviv o a Gerusalemme, a Haifa o a Eilat “vede” l’omosessualità per le strade e nei caffè, nelle discoteche e nei centri commerciali, nelle annuali sfilate dell’orgoglio gay e in divisa. Vi è anche un libro dello psicologo Danny Kaplan, “David, Jonathan and Other Soldiers” (Kibbutz Hameuhad), dove si raccontano le storie dei gay che servono nell’esercito.Il film “Yossi & Jagger” parla di questo, senza pudori racconta l’amore tra due ufficiali dell’esercito in una nazione sconvolta dall’angoscia terroristica, colma di paura ma orgogliosa e con la schiena dritta. “Yossi & Jagger” non sono due macchiette, non ancheggiano, non sorridono effemminati: sono due uomini che scoprono di amarsi mentre fanno la guardia in un remoto avamposto di frontiera. Decisi a non farsi piegare da chi, oltre confine, ai gay vuole staccare la testa. © - FOGLIO QUOTIDIANO di Giulio Meotti


Shadia Mansour
La nuova regina del rap è palestinese

In Palestina c’è una florida scena rap. Certo, è il modo più immediato di esprimersi. I rapper dei territori occupati vestono come quelli di Brooklyn - e in un certo senso cantano come loro - animando una scena musicale vivace, che fa ballare ragazzi e ragazze, li distrae dai luoghi ad alto tasso di criminalità e gonfi di droga, come Lod, «la città più malavitosa d’Israele», dicono i Dam, star superimpegnate dell’hip hop che, grazie al passaporto israeliano, suonano in mezzo mondo e il cui singolo Meen Erhabe? (ovvero Chi è il terrorista?) è stato scaricato dal web da oltre un milione di fan. Ci sono i superarrabbiati come i Palestinian Rappers, ma ci sono anche puri entertainer con idee innovative come gli sperimentatori Ramallah Underground, band che fonde il folk locale con il rap e l’elettronica, o lo spettacolare «beatboxer» Eyad Bc, star di Nazareth che mette insieme un travolgente spettacolo di break dance, graffiti e dj set. Gli arabi sono ultraconservatori, però la vera star della scena è la bellissima anglopalestinese Shadia Mansour, detta la «first lady dell’hip hop arabo» che ha sfondato in America aprendo concerti di Busta Rhymes e apparendo spesso in tv. Un’artista impegnata che canta, recita, cura l’immagine e fa da contraltare alla trasgressiva Sabreena da Witch, ottima cantante r’n’b, attivista politica e fondatrice di un centro di accoglienza per bambini. La Mansour ha aperto la strada a molte giovani rapper come il duo Le Arapyat («Le ragazze arabe che fanno rap», ovvero Safaah Athoth e Nahawa Abed Alaal, che per tirare avanti tra una canzone e l’altra vendevano telefoni cellulari e lavoravano in profumeria) e alle minorenni Dmar. L’ip hop arabo ha entusiasmato il Governo americano, che ha inviato in tour in Medio Oriente un gruppo come Chen Lo & the Liberation Family. Il rap diplomatico? Intanto giovani rapper crescono da duri ma, con un occhio a 50 Cent, dicono: «Voglio diventare famoso, permettermi abiti di Armani, una Bentley e una casa nuova per mamma». Senza dimenticare un «Insha’Allah», a Dio piacendo. 22 dicembre 2010,http://www.ilgiornale.it/



Acco
Israele migliora la sua posizione nella classifica della Transparency International

Martedì 21 Dicembre 2010 http://www.focusmo.it/
ll rapporto annuale pubblicato dalla Transparency International (TI) www.transparency.org, mette in evidenza come Israele abbia migliorato la sua posizione rispetto all’anno precedente passando da 32° posto nel 2009 al 30° posto su 178 paesi, nel 2010. Da notare che i paesi coniderati “meno corrotti” nella classifica pubblicata, sono quasi tutti membri dell’OCSE. Sempre nell’ambito OCSE, Israele si è posizionato al 22° posto su 33 paesi in totale.In testa alla classifica pubblicata, vi sono la Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore con un’indice di 9.3 su 10, seguiti da Finlandia e Svezia con un 9.2 su 10. Transparency International (TI) è un’organizzazione internazionale non governativa che si occupa della corruzione politica e non politica. L'organizzazione pubblica annualmente il Corruption Perceptions Index (CPI), una lista comparativa della corruzione in tutto il mondo. Il CPI classifica le nazioni con il maggior indice di corruzione basando i propri dati sulle interviste fatte agli imprenditori.


Striscia di Gaza: gruppi Ayman Jawda rivendicano il lancio di razzi su Israele

Negli ultimi due giorni circa 13 razzi hanno colpito il Negev occidentale senza provocare vittime - I gruppi Ayman Jawda, che fanno parte delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, hanno rivendicato il lancio di diversi razzi dalla striscia di Gaza contro la città israeliana di Ashkelon. L'attacco, avvenuto questa mattina ha ferito una ragazzina. Secondo quanto riporta il sito informativo locale 'Hala.ps', il gruppo armato ha diffuso un comunicato in cui oltre a rivendicare l'azione spiega che "alcuni nostri combattenti hanno lanciato diversi razzi del tipo 'Aqsa3' contro la parte sud di Ashkelon per poi ritirarsi". Negli ultimi due giorni circa 13 razzi hanno colpito il Negev occidentale senza provocare vittime.http://notizie.virgilio.it/


Da oggi iPad in vendita anche in Israele

Come promesso da diverso tempo, l’iPad è adesso ufficialmente in vendita anche in Israele. Sia la versione 3G che quella Wi-Fi sono disponibili per l’acquisto. I prezzi partono da 2.249 ILS (€477,92) per la versione da 16GB del modello Wi-Fi, ed arrivano ad un massimo di 3.299 ILS (€701,05) per quella da 32GB in versione 3G. Per il modello con 64GB di capacità di memorizzazione e connettività 3G, pur essendo presente a listino non è ancora stato fornito un prezzo ufficiale.Le vendite saranno eseguite tramite un rivenditore partner: iDigital. Apple infatti, ha una presenza molto blanda nel paese, con nessun Apple Store da visitare, né online né fisicamente. Il governo israeliano aveva bandito l’importazione di iPad, dichiarandolo non conforme alle specifiche Wi-Fi del paese. iDigital è un’azienda di proprietà del figlio del presidente israeliano Shimon Peres, ed il sospetto è che l’apparente illegalità del dispositivo sia servita solo ad incrementare le vendite future dell’azienda.21 dicembre 2010 http://www.melablog.it/


Betlemme chiesa Natività
Natale, Israele attende 90 mila pellegrini: 2010 da record

Malgrado lo stallo dei negoziati di pace, Israele per questo Natale non può perdere l'occasione offerta dall'arrivo del flusso dei pellegrini cristiani. In una conferenza stampa sul turismo cristiano e il pellegrinaggio in Terra Santa organizzata in vista del Natale ormai imminente, il ministro del Turismo israeliano, Stas Misezhnikov, ha illustrato i provvedimenti presi dal governo per incentivare questo business nel periodo natalizio anche in collaborazione con l'Autorità nazionale palestinese (Anp).Infatti, grazie agli sforzi comuni, durante il mese di dicembre spostarsi tra Gerusalemme e Betlemme sarà molto più facile per i fedeli cristiani. Tutti i valichi di accesso alla città palestinese saranno utilizzati e sono stati concessi migliaia di permessi speciali per i visitatori che consentiranno soprattutto a pellegrini arabi-israeliani di accedere senza intoppi ai luoghi santi.Ma turismo significa soprattutto affari: "Il 2010 è stato un anno record per numero di visitatori - ha detto il ministro - e altri 90mila pellegrini arriveranno per Natale, portando a 2.4 milioni il totale dei turisti cristiani per quest'anno per un introito complessivo di 400 milioni di shekel". E su questo fronte, anche l'Anp ha qualche motivo di soddisfazione: nel 2010 Betlemme è stata visitata da 1,1 milioni di persone e attualmente tutti gli hotel sono pieni. http://www.travelnostop.com/


Israele approva progetto restauro rovine palazzo re Erode

Gerusalemme, 21 dic. (Apcom) - Il governo israeliano ha approvato un progetto da 4,5 milioni di dollari per i lavori di restauro delle rovine di uno dei palazzi di re Erode, che regnò a Gerusalemme dal 37 a.C al quarto anno dell'era cristiana. La decisione ha provocato le critiche dell'Autorità Nazionale Palestiense, che considera i siti archeologici cisgiordani come patrimonio culturale palestinese............


Gli ebrei libici chiedono 400 milioni di euro a Gheddafi e Berlusconi. L’Italia dice sì

I conti con il passato si fanno abbastanza presto. Per quel che hanno combinato Mussolini e Gheddafi in Libia il risarcimento ha già un prezzo stabilito: 400 milioni di dollari. E mentre il secondo è vivo e vegeto e quindi può rispondere a titolo personale (si fa per dire), il prima è morto e sepolto. Così tocca a chi oggi tiene le redini del Belpaese rispondere – economicamente, s’intende – alle richieste di risarcimento.Dicono i bene informati che qualche settimana fa, alla sede americana delle Nazioni Unite, c’è stato un incontro segreto «franco, cordiale e costruttivo». Seduti a un tavolo c’erano un fidato collaboratore di Gheddafi, un paio di parlamentari italiani e alcuni avvocati. Italia e Libia sono chiamati a rispondere di quello che hanno fatto agli ebrei nello Stato nordafricano. Perché, è l’accusa, sia i primi che i secondi hanno maltrattato la popolazione ebraica. «L’Italia, durante il colonialismo, ha mandato nei campi di concentramento molti ebrei. La Libia, salito Gheddafi al potere, li ha cacciati quasi tutti dal Paese (oltre 120 mila)».A gestire la battaglia legale è stato chiamato Alan Gershon. Non è un legale qualsiasi Gershon. Fino a oggi è stato l’unico avvocato ad aver costretto Gheddafi a sborsare dei soldi per la strage di Lockerbie del 1988, dove l’esplosione dell’aereo Pan Am 103 ha provocato la morte di duecentosettanta persone.Gershon è assistito dall’ex deputato israeliano David Mena e da un team di colleghi italiani che stanno lavorando sulla disputa per il risarcimento dei danni. Nel tavolo dei “negoziati”, data la complessità, ci sarebbero anche un ex ministro degli Esteri del nostro Paese (si fa il nome di Renato Ruggiero, ma la notizia non è confermata) e un parlamentare italiano di religione ebraica del governo Berlusconi.Al momento la richiesta non è stata ufficializzata e nemmeno depositata presso qualche cancelleria. «Preferiremmo arrivare a un accordo con il governo libico e quello italiano senza dover ricorrere alle aule dei tribunali», ha chiarito Meir Kahlon, portavoce dell’Organizzazione internazionale degli ebrei discendenti dai libici. E rivela anche la posizione del nostro Paese: «L’ambasciatore italiano ha detto che Roma è disponibile a risarcire gli ebrei libici, ma la richiesta di accordo deve venire da Tripoli».Da Roma, per ora, non confermano. Ma nemmeno smentiscono. Dalla Farnesina si limitano soltanto a dire che per quel che è successo in Libia deve risponderne Gheddafi. In tutto questo, non risulta ancora chiara la divisione del risarcimento: Libia e Italia dovranno pagare 200 milioni di euro a testa? O uno dei due dovrà sborsarne di più dell’altro? Domande. Dubbi. Che a Roma, a sentire chi sta seguendo la vicenda, in questo momento provoca solo un grandissimo fastidio.Leonard Berberi,21 dic http://falafelcafe.wordpress.com/


La disinvolta comunità che ama il maiale e sconvolge il crogiolo israeliano

I russi in Israele non sono più “russi”: come si sa, la disgregazione dell’Unione sovietica ha fatto riemergere i nazionalismi interni, che si sono via via consolidati: sono ucraini, moldavi, caucasici... parlano lingue diverse e hanno recuperato le loro originarie identità nazionali. E il nuovo caleidoscopio etnico si rispecchia fedelmente nella cospicua presenza di immigrati provenienti dall’ex-Urss in Israele. Si tratta di un milione e mezzo, poco più degli arabi israeliani (palestinesi), diversi dei quali, peraltro, solo sulla carta sono davvero ebrei.Nelle città, così come gli arabi hanno formato quartieri omogenei con scritte quasi esclusivamente in arabo, i “russi” hanno quartieri abitati principalmente da loro. Come gli arabi, amano molto i mercatini e sono sempre lì a mercanteggiare: tirano sul prezzo, contrattano, discutono! I “russi” d’Israele non sono particolarmente credenti: anzi, con la fine del comunismo sono sì riemerse le religioni osteggiate dal regime, ma la maggioranza della popolazione è rimasta atea, senza un buon Dio, e questo è vero anche nella comunità russa mediorientale.Per dire, a differenza degli israeliani ebrei praticanti e degli arabi, i russi consumano carne di maiale. Nei loro negozi trovi normalmente prosciutto, salame, nodini e costolette, etc. E, non osservando le regole kosher (che notoriamente mette al bando la carne suina) non pagano le “tasse” ai rabbini per avere il permesso di vendere, e così tutto costa meno che nei negozi degli ebrei, compresi i formaggi, le acciughe, il pollo o il tacchino, alimenti invece contemplati nella dieta kosher. Il problema però è trovarle, queste cose. Già, perché nei loro negozi, tutto è scritto in russo. E un povero israeliano che non conosce la lingua, non ci capisce niente: dov’è il prosciutto? E il salame? Quanto costa? E poi i salumi capita che siano messi insieme ai formaggi, cose che a dir poco disorientano i clienti israeliani ebrei, i quali non mescolano mai carne e latte (e derivati). Anche le scatole, le conserve, la birra e la vodka: tutto ha etichette scritte in russo.I pochi italiani che entrano nei negozi russi si arrangiano a gesti: per favore mi dia quel salame, quel prosciutto, quella mortadella (sì, hanno anche la mortadella!).In queste botteghe è sempre possibile assaggiare i salumi e c’è sempre chi, con la scusa, mangia a quattro palmenti.Ma le commesse sorridono lo stesso.Sorridono spesso, le donne russe. Sono belle , educate, gentili, non ti urlano dietro e sono ben curate e truccate; persone normali, insomma, ma più avvenenti. Guardandole, ho spesso l’impressione che non vivano la sensualità e il desiderio come un peccato mortale: al banco sanno anche giocare con la loro femminilità. Per molti “locali” le russe sono tutte “sgualdrine”, il che, ovviamente, non è vero: sono semplicemente consapevoli di essere donne. Il femminismo, se c’era, ha lasciato in eredità a queste donne il fatto di essere sensuali e seducenti.Il senso comune locale (in particolar modo degli ebrei) sostiene che i russi fanno di più all’amore dei religiosi ebrei o degli arabi ma poi rimangono comunque con un figlio solo: questo porta chiaramente a più ampie divergenze sul significato del rapporto uomo/donna e, più in generale, sul concetto di famiglia.La frequenza di molti figli unici nelle famiglie russe distingue marcatamente questa comunità dagli arabi e dagli ebrei israeliani, che hanno di solito proli numerose.Nessuno di loro, in bottega, ti guarda male se chiedi solo cento grammi di salame o due bistecche di maiale; nei supermercati israeliani, invece, una persona che compra “poco” (che so, un paio d’etti di prosciutto o di petto di tacchino) viene guardato in tralice.In Israele i russi e gli arabi sono rispettivamente un milione mezzo (tre milioni in totale), gli ebrei “veri” solo quattro milioni e mezzo. Il problema demografico è sempreal centro del dibattito politico. Ci sono poi russi che si sposano con gli arabi, il che rende il mondo israeliano ancora più variegato e complesso, ma forse questo è anche il suo punto di forza: etnie diverse che si “scontrano” giornalmente ma che contribuiscono altresì a una crescita culturale interna al paese basata proprio sulla diversità dei suoi abitanti. Per vivere integrati al cento per cento in Israele bisogna sapere l’ebraico, l’inglese ma anche il russo e l’arabo; ci vuole una bella cultura emancipata e anti razzista... che però, per ora, non c’è. O forse non viene sufficientemente valorizzata e promossa per interni giochi di potere cui i cittadini non vengono chiamati a partecipare attivamente, e così tutti litigano come in una Torre di Babele.E pensare che è proprio da Babele – un posto in Mesopotamia, nell’attuale Iraq – che arrivano gli ebrei “originali”. Il povero Abramo, per esempio, che dovette lasciare la casa del padre perché ruppe gli idoli che il padre scolpiva. Abramo credeva in un Dio solo e venne dalla Mesopotamia nella terra che gli indicò il Buon Dio! Dan Rabà*http://www.europaquotidiano.it/
*Nato in Israele nel 1956, in un Kibbutz alla frontiera col Libano, torna con la famiglia a Milano a 3 anni. Studia e partecipa alla vita politica nel Pci fino al 1984 quando, in seguito ad una crisi personale e ideologica, va a vivere in Israele in un Kibbutz. Dopo 12 anni, il collettivo Kibbutzista va in crisi. Vive la lacerazione dell'ebreo europeo in cerca della pace nel Medio Oriente violento. Intanto scrive, cucina ,si occupa di scultura e cresce i suoi figli


Ma dove devono andare gli ebrei?

Ancora una volta questo tragico interrogativo si pone, e sembra che noi tutti dobbiamo chiedercelo. Sono passate poche settimane da quando abbiamo ascoltato vergognose frasi che chiedevano agli ebrei di abbandonare Eretz Israele e di tornare nella vecchia Europa, ed oggi leggiamo su Italia Oggi che in Olanda, dove vivono circa 30 mila ebrei, l’ex commissario europeo Frits Bolkestein, preoccupato dal pericolo creato dai “musulmani non integrati”, consiglia i membri della comunità di emigrare dall’Olanda; nello stesso modo si esprime anche una eminente professoressa onoraria dell’Università, la signora Bloeme Evers-Emdem, della comunità di Amsterdam. Anche se in Olanda gli atti antisemiti sono un decimo di quelli compiuti in Francia, non si devono tacere i recenti tentativi di incendiare le sinagoghe di Amsterdam sud e di Arnhem, o le grida “gasare gli ebrei” che troppo presto ci siamo illusi di non sentire più. In questa situazione in Olanda vi è, tuttavia, chi paragona la situazione degli ebrei di prima della guerra a quella dei musulmani di oggi. Certo migliore è la situazione in Italia, ma è bene che i lettori sappiano che ieri, nella rassegna stampa preparata dal nostro Ministero della difesa, la nomina a Presidente dell’UCEI di Renzo Gattegna è stata presentata tra le “notizie dell’estero”. Ignoranza del compilatore della rassegna, ne sono sicuro, ma anche sintomo di un pericolo che si avvicina nuovamente. Nel clima natalizio di questi giorni, bisogna fare alcune precise osservazioni: si legge su La Discussione che il patriarca ecumenico di Istambul Bartolomeo I si dichiara favorevole al dialogo con gli uomini di tutte le religioni, delle diverse fedi cristiane come dell’ebraismo e dell’islam. Purtroppo, bisogna ricordargli, le parole ascoltate nel recente Sinodo di Roma sono ancora presenti in tutti noi. E proprio quelle parole sono ricordate dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal in un altro discorso prenatalizio ripreso ancora su Avvenire; anche se concordo col patriarca quando si augura la “pace in terra tra gli uomini che Dio ama”, non posso concordare con la analisi che egli fa di questo Sinodo. E Fabio Scuto su Repubblica scrive: “Implorare la pace non è sufficiente “; è forse la sola frase del suo articolo con la quale concordo; di vero clima natalizio a Betlemme sembra vi sia ben poco, scrive Scuto, con le code ai check points, con i cristiani che scappano, e coi minareti che sempre più dominano sui vecchi luoghi cristiani, pur così pieni di storia. Tuttavia la colpa ricade unicamente sugli israeliani e sul loro muro, chissà perché così a ridosso della cittadina che pure ha un sindaco cristiano. Quella di raccontare alcune realtà inoppugnabili, nascondendovi in mezzo dei non detto o, peggio, delle autentiche falsità, che poi rimangono nella mente del lettore, è una tecnica di molti; solo ieri Sergio Romano scriveva, nella sua quotidiana risposta ai lettori, che “nel 1980 noi europei fummo i primi a dire con chiarezza che la soluzione della crisi passava dalla creazione di uno stato palestinese, prospettiva accettata ora anche dal governo israeliano”. L’ex ambasciatore non ignora sicuramente che già nel 1947 gli ebrei accettarono la spartizione nei due stati, rifiutata dagli arabi, e pertanto quanto ha scritto ieri è un altro grave falso che si aggiunge ai tanti ai quali ci ha purtroppo abituati. E questo è tanto più grave perché li scrive nelle pagine del prestigioso Corriere della sera. Altra gravissime parole le troviamo oggi su Famiglia Cristiana che, con Padre Pizzaballa, fa una carrellata sulle condizioni dei cristiani in medio oriente. In questo articolo Fulvio Scaglione parla, tra le varie minoranze cristiane in Medio oriente, di quella “in Palestina”, mentre appare evidente da una attenta lettura, che si riferisce a quella in Israele. Il riferimento è pieno di falsità, visto che parla di “leggi che reprimono ogni libertà di religione”. In Israele? Che affermazioni fa nella settimana che precede il natale, signor Scaglione! Parole più edificanti le troviamo su Avvenire in un altro articolo che ci parla di record di turisti in Israele, Terra Santa per il quotidiano cattolico; il numero dei turisti registrato nell’anno del Giubileo, il 2000, sarà ampiamente superato in questo 2010. Ma intanto la tensione è sempre latente ed i razzi qassam continuano ad essere lanciati da Gaza; ieri uno, sparato poco prima delle 8 del mattino, è finito nei pressi di una scuola, ferendo per fortuna solo una ragazzina. Proseguono, nonostante le difficoltà, le rivelazioni di Wikileaks, e sul Pais si leggono le affermazioni fatte in privato dal presidente Nixon, un noto antisemita che tuttavia, al pari dell’altro antisemita A.J. Balfour, è stato importante perché Israele diventasse quello che è oggi. Nel Foglio, in un articolo che rassicura sui rapporti commerciali tra Israele e Turchia, aumentati del 30% nell’ultimo anno, nonostante la crisi delle relazioni diplomatiche ed il crollo degli scambi turistici, si trova anche una attenta analisi sugli sforzi dei palestinesi per arrivare alla formazione di un vero stato; per ora mancano molte strutture, ma il processo diplomatico avanza rapidamente, e dopo il riconoscimento formale già ottenuto (o in corso di realizzazione) da alcuni paesi sudamericani, anche in Europa le rappresentanze dei palestinesi in alcuni paesi (Francia, Spagna e Norvegia, al momento) sono state elevate al rango di “diplomatiche”. Di fronte a questi progressi dello stato palestinese, Israele cerca di far comprendere ai governanti dei paesi amici le proprie verità. Su Avvenire, infine, un articolo rende noto che gli studiosi di Yad Vashem sono arrivati ad identificare oltre 4 milioni di ebrei tra i morti dell’Olocausto; meritorio è il lavoro di questi storici, e tuttavia non riescono a sconfiggere né i negazionisti, né coloro che, persino nelle trasmissioni televisive più seguite nel mondo islamico, discutono di cifre di 30.000 morti o giù di lì: se uno di loro osa parlare di 6 milioni, rassicurano gli ascoltatori dicendo che quella cifra, loro, non l’hanno mai sentita.Emanuel Segre Amar http://www.moked.it/


Eritrei rapiti: parla Adam ex ostaggio che ora vive in Israele

Adam, 22 anni è uno degli ostaggi eritrei liberato dopo quasi un mese d’inferno grazie a 7.000 dollari di riscatto pagati dal fratello Michele, che vive in Toscana, in un’intervista pubblicata sul quotidiano Avvenire testimonia la condizione degli altri prigionieri trattati come bestie, incatenati in container interrati, picchiati a sprangate ogni giorno e minacciati di espianto degli organi per rivenderli nel caso non fosse stato pagato il riscatto, le donne stuprate davanti ai familiari. Adam racconta al giornale di essere partito dal suo villaggio alla periferia dell’Asmara a fine agosto. “Mio fratello Michele per farmi migrare ha pagato tremila dollari a un passatore eritreo” di nome Mshgna. A controllare tutto, una rete di clan beduini che un tempo trafficava in schiavi, i Rashaida che, scrive Avvenire, sono “ramificati nel nordest dell’Africa come nel deserto del Sinai, protetta dalle polizie corrotte di diversi stati, affiancata da complici tigrini che attirano in trappola i migranti”. Arrivati in 80 su piccoli pullman in Sinai, nella speranza di entrare in Israele, “i Rashaida ci hanno consegnato ad altri beduini”. “Ci hanno venduti”, racconta il giovane eritreo. Allora “un gruppo di uomini armati ci ha meso in colonna e ci ha preso portafogli e documenti. Ci hanno lasciato solo il cellulare, dicendoci di usarlo per chiamare parenti e amici in Eritrea e in tutto il mondo. Se volevano rivederci vivi dovevano pagare settemila dollari”. Poi, racconta Adam, che ora vive in Israele in un campo per richiedenti asilo, che lui e i suoi compagni di viaggio sono stati incatenati per i piedi in dei container interrati, a gruppi di 70. Lui sapeva che si trovava in Egitto, a pochi chilometri dal confine israeliano. Inizia l’inferno: ci trattavano “come bestie, con crudeltà. Ogni giorno venivamo picchiati a caso con sbarre di ferro e minacciati. Dicevano che se non veniva pagato il riscatto ci avrebbero tagliato la testa e tolto gli organi per venderli al mercato nero”. Poco il cibo, poca l’acqua. Agli ostaggi era consentito uscire a piccoli gruppi di sera per poco tempo, sorvegliati. “Alle donne è toccato il peggio – aggiunge l’eritreo – è toccato il peggio, sono state stuprate anche se erano lì con fratelli e mariti”. http://www.moked.it/


sinagoga Casale Monferrato

Comunicare i valori degli ebrei italiani

Nel rivolgere i più calorosi auguri al nuovo Consiglio dell’UCEI, e al rinnovato Presidente Renzo Gattegna – che certamente traghetteranno l’ebraismo italiano verso sempre più ambizioni traguardi, con grande beneficio dell’intero Paese, che tanto deve a questa sua antichissima comunità -, mi permetto, dall’esterno, di formulare alcune considerazioni riguardo ai possibili modi per far fronte alle pressanti esigenze economiche dell’Unione, a ciò sollecitato da un intervento di Claudio Vercelli pubblicato sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche. Si segnala, in tale contributo, che il numero dei contribuenti italiani che, nell’assegnazione dell’Otto per mille, optano per l’UCEI, è considerevolmente superiore al numero degli iscritti alle varie Comunità: un fatto che va interpretato come incoraggiante segnale di attenzione e simpatia verso la realtà ebraica, anche da parte di persone ad essa esterne. Fra l’altro, nota ancora Vercelli, tale “già ragguardevole cifra di contribuenti potrebbe essere ulteriormente aumentata se la comunicazione riuscisse a raggiungere quanti costituiscono potenziali simpatizzanti senza che per questo riescano ancora a cogliere appieno la strategicità di una loro opzione fiscale”.Tali affermazioni colgono senz’altro del segno. È da ritenere, infatti, che l’alta percentuale di opzioni per l’Otto per mille a favore della Chiesa cattolica non rispecchi né la percentuale dei cattolici osservanti, né quella dei soggetti che nutrono per la Chiesa, al di là della personale fede religiosa, una particolare fiducia e considerazione, ma rifletta, piuttosto, la percentuale – purtroppo molto alta – di persone che hanno assai scarsa fiducia nello stato, e che sono perciò disponibili a optare per chiunque altro, ma non per esso. È molto diffusa nel Paese, infatti, l’associazione – quantunque venata di qualunquismo – tra stato e malversazione, inefficienza, ruberie ecc., tanto che non pochi contribuenti, quantunque non dichiaratamente cattolici, o addirittura atei o anticlericali, preferiscono assegnare l’Otto per mille alla Chiesa cattolica – verso la quale, nel sentire comune, i motivi di critica e insofferenza non sono pochi, ma generalmente non collegati a quest’idea di spreco e disonestà -, pur di non darlo a “Roma ladrona”. Fra questi contribuenti, non cattolici né filo-clericali, ma, per così dire, “anti-stato”, molti sicuramente opterebbero volentieri per l’UCEI, se solo sapessero di essa – della sua storia, della sua realtà, delle sue realizzazioni, dei suoi obiettivi – qualcosa di più rispetto a quel pochissimo che emerge dall’informazione pubblica. Perché, se gli italiani, sanno, più o meno, cos’è l’ebraismo e chi sono gli ebrei (ma, non nascondiamocelo, anche fra gli “addetti ai lavori” le opinioni, al riguardo, non sono certo univoche), dell’UCEI sanno davvero pochissimo. E, in questa non voluta ignoranza, l’Unione viene vista fondamentalmente come un’altra Chiesa, la struttura organizzativa di un diverso culto religioso. E perché finanziare un culto in cui non ci si riconosce? Molto più immediata e istintiva la scelta a favore della Chiesa, che quantunque abbandonata, o lontana, resta comunque la vecchia Chiesa di sempre, dei genitori e dei nonni, ben chiara e riconoscibile nella sua identità.Un suggerimento, dunque, ai nuovi Consiglieri? Investire in pubblicità riguardo alla realtà dell’UCEI, alla sua dimensione civile, laica, culturale, progettuale. E farlo, soprattutto, con continuità, non solo nell’approssimarsi della scadenza della dichiarazione dei redditi. Sarebbero soldi ben spesi, che, c’è da scommetterci, tornerebbero moltiplicati.Francesco Lucrezi, storico





La domanda più difficile che Dio pone all'essere umano è quella della esistenza.


Vittorio DanSegre,pensionato. http://www.moked.it/



Israele trasforma i treni in centrali elettriche

Le ferrovie israeliane hanno avviato una sperimentazione per trasformare l’energia cinetica prodotta dai treni in energia elettrica pronto uso e a costo zeroChe il treno fosse il mezzo di trasporto più green – a parte la bicicletta, d’accordo! -, lo sapevamo tutti, ma alle virtù del trasporto ferroviario se ne è recentemente aggiunta una: quella di produrre energia!Il traffico produce inquinamento e congestione, è vero: ma ormai abbiamo oltrepassato il punto di non ritorno, ed è impensabile fare a meno di macchine, aerei e treni. L’approccio vincente è dunque quello di cercare soluzioni intelligenti, che uniscano i vantaggi del traffico al fabbisogno di elettricità della nostra era. Si è già pensato a strade fotovoltaiche, e a dossi stradali che trasformano l’energia cinetica dei mezzi in energia elettrica.Una nuova è venuta all’azienda israeliana Innowatech, già famosa per aver brevettato un sistema per ricavare elettricità dal manto stradale, sfruttando il movimento e il peso degli stessi veicoli.Perché non applicare lo stesso principio anche ai treni, trasformandoli in centrali elettriche?Il concetto è in realtà molto semplice: basta sfruttare lo stesso meccanismo un accendigas o di un accendino per sigarette, ovvero l’effetto piezoelettrico. In parole molto semplici e da profani in fisica, un condensatore viene deformato o compresso da una forza che viene applicata dall’esterno, producendo quindi una scintilla, come nel caso di un accendigas, o una corrente elettrica.Innowatech ha pensato di inserire dischi piezoelettrici sotto le rotaie dei treni, pensando al grande potenziale di elettricità che se ne potrebbe ricavare: su una tratta ferroviaria in cui passano 10-20 convogli all’ora, le sollecitazioni meccaniche a cui sono sottoposti i binari restituirebbero 120 Kwh nello stesso lasso di tempo. Energia che potrebbe essere sfuttata dal treno stesso, permettendo di creare un sistema ferroviario che si autoalimenta, o magari essere ceduta alla rete energetica nazionale. Attualmente 32 dischi sono stati posati lungo una tratta di pertinenza della Israel National Roads Company: se la sperimentazione darà i frutti sperati, la tecnologia potrebbe essere sfruttata in tutto il mondo! http://smartercity.liquida.it/



Archeologia: Israele, dalla furia delle acque riemerge statua romana di Venere

Gerusalemme, 17 dic. - (Adnkronos) - Una magnifica statua romana di Venere del II-III secolo d.C. e' riemersa dalle acque che lambiscono Israele. E' la sensazionale scoperta avvenuta lungo la costa mediterranea (in particolare di Cesarea) di cui ha dato notizia il sito internet Israele.net citando il quotidiano ''Ha'aretz''.


Un film immagina la fine di Israele. Il regista: La colpa sarà nostra

La donna indica l’orizzonte sul mare ed è come una linea tracciata per depennare quella terra che non è più la sua. Dice di poter avvistare la torre della vecchia centrale elettrica a Tel Aviv, la casa di famiglia stava là dietro, i quartieri eleganti a nord della città. E’ il 2048, sono passati cent’anni dalla fondazione di Israele e Israele non esiste più. Leo Amizur-Coehn è una rifugiata, ha scelto di fermarsi a Cipro, perché un giorno spera di poter tornare, in mezzo c’è solo il Mediterraneo da attraversare. Gli altri israeliani sono sparsi per il mondo: in Australia il rabbino che sta scrivendo un nuovo capitolo della Bibbia, il bibliotecario a Berlino che cura il memoriale della cultura sionista, la sabra che ha aperto un ristorante in Canada e legge tra le lacrime la lettera del fratello: «Siamo stati noi a distruggere quello che nostro padre aveva costruito» . Il «noi» è collettivo e frammentato: la destra, la sinistra, gli ultraortodossi, gli edonisti/egoisti. Da che parte stia davvero la colpa resta offuscato, perché Israele sia scomparsa e al suo posto sulla mappa si trovi la Nuova Repubblica Araba è quasi un enigma. Il film 2048 e il regista Yaron Kaftori, 47 anni, non danno risposte: un testimone accenna al pericolo della Bomba (l’Iran?), un altro alla violenza (non si sa se interna o esterna), lo studioso incolpa il crollo del sistema educativo. A budget minimo (anche la diva Gila Almagor ha il memoriale della cultura sionista, la sabra che ha aperto un ristorante in Canada e legge tra le lacrime la lettera del fratello: «Siamo stati noi a distruggere quello che nostro padre aveva costruito» . Il «noi» è collettivo e frammentato: la destra, la sinistra, gli ultraortodossi, gli edonisti/egoisti. Da che parte stia davvero la colpa resta offuscato, perché Israele sia scomparsa e al suo posto sulla mappa si trovi la Nuova Repubblica Araba è quasi un enigma. Il film 2048 e il regista Yaron Kaftori, 47 anni, non danno risposte: un testimone accenna al pericolo della Bomba (l’Iran?), un altro alla violenza (non si sa se interna o esterna), lo studioso incolpa il crollo del sistema educativo. A budget minimo (anche la diva Gila Almagor ha accettato di recitare senza compenso), i cinquanta minuti sono costruiti come un falso documentario: il protagonista scopre un video girato dal nonno nel 2008, le celebrazioni per il sessantesimo anniversario dalla nascita dello Stato ebraico. Queste immagini sono reali, la camera di Kaftori inquadra gli israeliani davanti al fumo del barbecue (è il piatto semiufficiale per Yom Haatzmaut, il giorno dell’Indipendenza) mentre rispondono alla domanda: come sarà il centesimo compleanno? Alla cineteca di Tel Aviv, il film è stato presentato il 20 di luglio, quando quest’estate è caduta Tisha B’Av, la data in cui gli ebrei commemorano la distruzione del primo e del secondo tempio. 2048 immagina lo sfacelo del terzo. «In passato non avevo dubbi: questo Paese è sicuro, forte» , dice il regista, che aspetta una risposta dal Festival di Berlino, dove nel 2004 ha presentato Out of the Forest, il documentario sugli eccidi perpetrati dai lituani e dai polacchi contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. «Al compimento dei 60 anni nazionali, ho cominciato a chiedermi se non stiamo correndo nella direzione sbagliata» . Fa l’esempio degli incidenti stradali, considerati dagli israeliani una delle piaghe più gravi. «Nessuno prende la responsabilità su di sé, continuiamo a guidare male o troppo veloce, ubriachi o con le auto scassate, perché abbiamo preferito trovare una scorciatoia al momento del tagliando obbligatorio» . Il nonno di Kaftori è uno dei fondatori del kibbutz Mizra, famoso per la produzione di pancetta, salami e prosciutto (tutti proibiti dalla religione ebraica). Il bibliotecario di Berlino rappresenta nel film il rimpianto per la vita collettiva dei pionieri, il sionismo laico di Theodor Herzl o David Ben-Gurion. «Il problema è che non esistono più obiettivi comuni, la società è frammentata, ogni gruppo va in una direzione diversa — continua il regista —. Non ci sono leader in grado di prendere decisioni, l’ultimo è stato Yitzhak Rabin. Gli esempi del declino? La spaccatura tra laici e religiosi, il modo in cui trattiamo i lavoratori stranieri (sudanesi o cinesi), la corruzione, il materialismo, il crimine organizzato. Prima c’erano delle linee rosse, che pensavamo non sarebbero mai state oltrepassate. Ripetevamo: qui non succede...» . Nella Città Vecchia di Gerusalemme, Nuova Repubblica Araba, un palestinese vende memorabilia, divise di Tsahal e magliette con stampato il volto dall’occhio bendato di Moshe Dayan. Consiglia al giovane documentarista di visitare il cimitero Trumpeldor a Tel Aviv, che lui vorrebbe aprire ai turisti (gli ex israeliani). Tra le pietre bianche e il secco degli ulivi, il ragazzo ripete le parole del nonno, che chiudono 2048 come l’epitaffio su una lapide: «Pensa a Mosé, mi diceva. E’ vissuto fino a quando voleva andare da qualche altra parte. La tua vera casa è dove ti trovi. Prendi poco con te e solo quel che è davvero importante. "E come posso capire che cosa sia davvero importante?", gli chiedevo. "Il punto è tutto lì", rideva lui» . CORRIERE della SERA 20/12/2010,


Edipi, decennale a Gerusalemme

PADOVA - Evangelici d'Italia per Israele (Edipi) terrà il suo decimo raduno a Gerusalemme nell'ultima settimana di giugno. Decimo raduno e secondo convegno internazionale dell'associazione coincideranno. «La proposta - spiega Ivan Basana, presidente Edipi - è venuta da due leader messianici, Micky Yaron e Tony Sperandeo, già relatori ai nostri incontri in Italia, che hanno apprezzato il lavoro, gli scopi e gli obiettivi fin qui perseguiti dall'associazione.Il raduno sarà circoscritto nel giorno di shabbat (sabato) dell'ultima settimana di giugno e sarà preceduto e seguito da tour giornalieri che avranno come "guide turistiche" i leader messianici del posto e proprio loro ci daranno la lettura spirituale passata, presente e futura dei territori che visiteremo». [gp]20/12/2010, http://www.evangelici.net/


James Van Der Beek presenta sua figlia: ecco la prima foto di Olivia

James Van Der Beek e la moglie Kimberly Brook hanno aspettato quasi tre mesi per diffondere la foto della loro primogenita, Olivia, nata il 25 settembre. L’annuncio della gravidanza era stato diffuso lo scorso aprile ad appena una settimana dall’ufficializzazione del divorzio fra Van Der Beek e l’ex moglie Heather McComb. L’ex star di ‘Dawson’s Creek" ha sposato Kimberly, un tempo sua consulente finanziaria, il primo agosto in Israele. Non a caso, come rivelato dallo stesso attore 33enne, il nome Olivia richiama un olivo israeliano alla quale la coppia è molto legata.21 dicembre 2010, http://www.gossipblog.it/

martedì 21 dicembre 2010


Quando la bandiera diventa un diritto importante

Di Yoaz Hendel, http://www.israele.net/
Chiedo venia se mi permetto di guastare la scintillante parata inaugurale dei mondiali di nuoto in Dubai, ma quando ho visto sfilare i nuotatori israeliani senza la bandiera e senza il nome del loro paese mi sono sentito alquanto a disagio.Con tutto il dovuto rispetto per le aperture del governo del Dubai, va chiarito che loro hanno bisogno degli atleti israeliani almeno quanto gli atleti israeliani hanno interesse a partecipare al campionato in Dubai. Se il Dubai vuole ospitare competizioni sportive internazionali, deve accettare tutti indipendentemente da religione, credo e origine, in linea con la Carta del Comitato Olimpico. La conseguenza logica di questo concetto è molto semplice: se Israele non può partecipare a una competizione in Dubai, allora la competizione verrà spostata altrove.Le autorità del Dubai sono alla caccia di grandi onori: vogliono ospitare importanti gare e trasformare il loro paese in un centro internazionale dello sport. Per questo sono anche disposti a ingoiare la presenza di una rappresentanza sportiva israeliana. Il problema sorge quando gli organizzatori di eventi sportivi cercano di farlo dando allo stesso tempo l’impressione di non farlo: vogliono ospitare gli israeliani affinché gli enti internazionali riconoscano il Dubai come degno e adeguato, ma dall’altra parte vogliono nascondere la presenza di Israele.È vero, bandiere e simboli non sono tutto. Israele per anni ha coltivato legami diplomatici segreti con diversi paesi arabi che ufficialmente non lo riconoscono nemmeno, e in alcuni casi si è trattato di vicende fruttuose, tornate a vantaggio di entrambe le parti. Ma cultura e sport non appartengono alla sfera della segretezza. È vero il contrario: sono la voce più alta e forte di cui disponiamo. Ed è qui che salta fuori la questione della bandiera, del nome e dei simboli di Israele.Si può sostenere che si tratti di un modo di pensare ristretto e persino infantile. Ma a mio modo di vedere, nel 2010 non è possibile che esistano circostanze in cui si pretende che un atleta israeliano, che rappresenta lo stato nazionale del popolo ebraico, rinunci alla sua bandiera per comparire come una sorta di ebreo errante senza patria. I nuotatori israeliani a Dubai rappresentano uno stato che ha un nome e una bandiera, e non c’è motivo perché si debba impedire loro di usare questi simboli.Non mi aspetto che il ben noto capo della polizia di Dubai appenda bandiere israeliane ai lampioni. Ma mi aspetto senz’altro che le autorità di quello stato si attengano al dovere di rendere noto il paese d’origine dei nuotatori, e permettano alla bandiera israeliana di sventolare dove gareggiano gli atleti israeliani.Se gli organizzatori ritengono di non poter accordare un eguale trattamento agli atleti israeliani, allora noi israeliani dovremmo evitare di partecipare. Certo, questo farebbe perdere ai nostri atleti una o più gare importanti, ma perlomeno questa scelta farà arrivare un chiaro messaggio agli organizzatori: si può e si deve perseguire un trattamento eguale per tutti gli atleti, compresi quelli israeliani.Ecco perché bisogna impuntarsi su simboli e bandiere. Sbaglia chi pensa che spirito sportivo e buona volontà siano sufficienti per indurre un cambiamento: bisogna fare il gioco duro, ed esigere ciò che ci spetta secondo la Carta Olimpica.(Da: YnetNews, 20.12.10)


Ufficiale: Douglas da Silva al Salisburgo fino al 2015

Douglas da Silva, 26enne difensore centrale brasiliano, si è trasferito ufficialmente dall’Hapoel Tel Aviv al Salisburgo firmando un contratto di 5 anni con i campioni d’Austria.da Silva da 7 anni giocava in Israele e aveva raccolto 91 presenze e 15 goal con la squadra della capitale: lo scorso anno aveva vinto la Israeli State Cup e la Premier League. Il trasferimento avverrà a Gennaio, nella conseuta finestra di mercato di riparazione. Abbiamo avuto modo di assistere a diverse sue prestazioni nei gironi della Champions League duranti i quali è riuscito a siglare anche un goal, nel 3 a 0 contro il Benfica del 24 Novembre.http://www.calcionews24.com/19/12/2010,


Pantaloni robotici

ReWalk è un dispositivo che sostituisce la sedia a rotelle. In vendita con il nuovo anno.
Amit Goffer è un imprenditore israeliano rimasto paralizzato dal collo in giù dopo un grave incidente d'auto avvenuto nel 1997. Insofferente alla sedia a rotelle, ha pensato di inventare quelli che possiamo definire pantaloni robotici, in grado di 'far camminare' persino i paraplegici.Il dispositivo, chiamato significativamente ReWalk, pesa 7 kg ed è costituito da un paio di gambe artificiali dotate di motore e sensori di movimento. Il paziente dovrà indossare delle bretelle, che reagiscono ai movimenti fatti con la parte superiore del corpo, uno zaino da spalla contenente un computer (per impartire i vari comandi) e una batteria ricaricabile senza la quale non sarebbe possibile far funzionare il sistema motorio. Aiutandosi con delle stampelle, che gli daranno equilibrio, anche una persona paralizzata potrà dunque compiere diversi movimenti. Ciò, come fa notare il suo inventore, comporta anche la limitazione degli inevitabili danni fisici a cui si va incontro quando non si cammina come piaghe da decubito, problemi digestivi, cardiovascolari, urinari e circolatori. E non sottovalutiamo l'aspetto psicologico: chi ha provato ReWalk si è sentito finalmente di nuovo padrone del proprio corpo.Per il momento il dispositivo può essere utilizzato solo con le mani ma la società di Goffer, fondata per l'occasione, la Argo Medical Technologies, sta lavorando per rendere accessibile il ReWalk anche ai tetraplegici.Dopo averlo testato sia in Israele che negli Usa con esiti positivi, è stato dato l'ok per la sua commercializzazione che avverrà a partire da gennaio 2011. (Rossana Cacace)http://www.bluewin.ch/


Israele, abbattuto un pallone sonda nel cielo sopra il sito nucleare di Dimona

L’aviazione israeliana ha abbattuto un oggetto volante, che pare essere un pallone sonda senza pilota, dopo che aveva sorvolato la centrale nucleare di Dimona, nel Neghev. Lo ha riferito la radio militare, secondo cui l’intercettazione è avvenuta sopra all’area meridionale del Mar Morto, dopo che l’area circostante era stata chiusa al traffico aereo civile.L’emittente ha aggiunto che non è escluso che si tratti di un ”velivolo ostile”. Un’altra ipotesi è che possa rivelarsi come un pallone usato per rilevazioni meteorologiche.Già nel 2009 un piccolo velivolo privato con una persona a bordo era stato intercettato e costretto ad atterrare nella cittadina di Arad dopo che era entrato inavvertitamente nello spazio aereo sovrastante la centrale di Dimona, una delle località di importanza strategica più sorvegliate in Israele.http://www.blitzquotidiano.it/



FIGLIO BEGIN FERMA BANCONOTE CON EFFIGE PADRE

(AGI 20 dic) Gerusalemme - Benny Begin, figlio dell'ex premier israeliano Menachen, ha bloccato al'ultimo minuto la stampa delle banconote con l'effige del padre. L'evento ha causato grave imbarazzo e irritazione al premier Benjamin Netanyaho che aveva gia' dato via libera al progetto che prevedeva di ritrarre sugli sheckel israeliani oltre a Begin anche Yitzhak Rabin, Ad aggravare la posizione di Benny Begin l'essre ministro senza portafoglio ed esponente di punta del Likud, il partito di Netanyahu .


Haifa, albero di Natale con 5000 bottiglie di plastica riciclate

A Haifa è stato installato l’albero di Natale che vedete su: è stato costruito grazie a 5000 bottiglie di plastica usate, è alto 10 metri èd è illuminato da luci LED. Si tratta di riciclo creativo insomma. Non siamo nell’opulenta America, non siamo nella Francia très chic e neanche in Italia: siamo in Israele terra che peraltro non conosce il Natale. Ma a Haifa vivono pacificamente cristiani, musulmani e ebrei. La municipalità di Haifa ha dunque commissionato all’artista Hadas Itzcovitch l’albero che vedete su. Le 5000 bottiglie di plastica ricordano i 5000 ettari di alberi andati incendiati all’inizio di dicembre sul Monte Carmel.Itzcovitch con le bottiglie di plastica vuole così ricordare ai cittadini di Haifa di pensare un po’ di più al loro impatto ambientale. 18 dicembre 2010, http://www.ecoblog.it/


Israele: formiche del monte Carmelo incolumi dopo incendio

Reportage dell'inviato di Maariv
(ANSA) - TEL AVIV, 18 DIC - Israele ha qualcosa di molto profondo da imparare dalle formiche del Monte Carmelo. Lo sostiene il quotidiano Maariv nel notare con ammirazione che esse sono emerse incolumi dalla viscere della terra dopo che per quattro giorni quella montagna e' stata avviluppata da un furioso incendio durante il quale si sono toccate temperature elevatissime, fino a mille gradi. Nel rogo sono rimaste uccise 43 persone.


monte Hermon
Israele: Caccia agli assassini di una turista Usa

La polizia e i servizi segreti israeliani sono impegnati in serrate ricerche per rintracciare gli assassini di Christine Logan, una turista statunitense pugnalata a morte sabato mentre compiva un’escursione in una foresta a ovest di Gerusalemme. Il suo cadavere, trovato in mattinata dietro a un cespuglio, mostrava profonde e numerose ferite. La sua compagna di gita, la guida turistica britannica Susan Kaye Wilson (da 20 anni residente in Israele) - che ha lanciato l’allarme - è tuttora ricoverata in un ospedale di Gerusalemme in condizioni di media gravità. Alla polizia ha riferito di essere stata selvaggiamente aggredita alle spalle con la Logan, durante l’escursione nella vallata Hanut, da due palestinesi incontrati casualmente. Anche se la polizia ha imposto il blackout sui dettagli dell’indagine, la sensazione è che la sua deposizione sia ritenuta per il momento degna di fede. Secondo la stampa, in questa fase la polizia non esclude tuttavia anche altre piste. Per dissipare la cortina di mistero che ancora grava sulla vicenda è entrato in azione anche lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. Intanto le ricerche sul terreno proseguono, sia in direzione della vicina Cisgiordania sia fra i palestinesi che lavorano in una città israeliana a pochi chilometri dal luogo del delitto. Alla stampa la Wilson ha detto di aver avuto un presentimento negativo alla vista dei due arabi e di aver deciso con l’amica di interrompere l’escursione. Ma non ha fatto in tempo ad allontanarsi. 20 dicembre 2010http://www.ilgiornale.it/,


«Boicottate Spielberg, amico di Israele»

Washington Il regista americano Steven Spielberg, nel 2007, venne messo in una lista nera da 14 Paesi arabi, pronti a boicottare i suoi film per protestare contro la sua donazione di un milione di dollari a Israele, avvenuta durante la guerra del Libano l’anno prima, nel 2006.È quanto emerge da un cablogramma rubato da Wikileaks, redatto dall’ambasciata americana di Damasco, in Siria, e pubblicato dal quotidiano britannico Guardian.Nel corso di un vertice della Lega Araba dell’aprile 2007, i diplomatici di 14 Stati arabi, tra cui l’Irak, il Libano, il Kuwait, il Qatar, l’Arabia Saudita, la Tunisia e gli Emirati Arabi, votarono a favore della messa al bando dei film del celebre regista.Marvin Levy, portavoce di Spielberg, tuttavia minimizza: «Non commentiamo il contenuto dei “cable”. Possiamo però dire che in tutti questi anni i nostri film e i nostri Dvd sono stati venduti e distribuiti senza alcun problema a livello globale in tutto il mondo». Nella stessa riunione, rivela il documento, anche il gigante della cosmetica, Estee Lauder venne inserita nella lista nera, mentre la Merrill Lynch fu messa «sotto osservazione».Ieri, intanto, il fondatore di Wikileaks Julian Assange, scarcerato tre giorni fa e al soggiorno obbligato in un’elegante residenza inglese, si è fatto notare per una lite con un giornalista che gli aveva fatto una domanda sulle accuse di stupro contro di lui in Svezia. «Sei una carogna da tabloid», l’ha insultato Assange, che ha interrotto la conferenza stampa cui stava partecipando e se n’è andato .19 dicembre 2010


Acco

Voci a confronto

Certe volte il senso della politica emerge dai dettagli. Per esempio la subordinazione dell’opinione pubblica internazionale alla “narrativa” estremista palestinese emerge da una storia raccontata da Dimitri Buffa sull’Opinione: il sito di filmati fornito dai lettori “Youtube”, uno dei più importanti al mondo, di proprietà di Google, su richiesta di Hamas, ha cercato di escludere “per incitamento all’odio” il canale “Palestinian Media Watch” dove si possono vedere in originale le trasmissioni antisemite, fanatiche e belliciste delle televisioni palestinesi: una realtà rovesciata, come giustamente commenta Buffa, che per fortuna è stata scongiurata dalla mobilitazione indignata del pubblicoAncora una rivelazione interessante per valutare i rappiorti fra Israele e i palestinesi ci viene da Wikileaks: l’AP chiese l’appoggio di Israele per battere Hamas a Gaza (Repubblica, La Stampa). Sempre dalle rivelazioni di Wikileaks, Le Monde racconta degli sforzi israeliani per impedire che l’Occidente sostenga il riarmo arabo – sforzi purtroppo senza esito.Nel frattempo la pressione internazionale su Israele aumenta. Il “ministro degli esteri” palestinese Maliki ha annunciato che nel 2011 l’Europa e in particolare la Spagna riconosceranno lo stato palestinese (El mundo). Il fatto che questo annuncio avvenga dall’interessato, senza alcuna trattativa con Israele la dice lunga sulle buone intenzioni dell’Europa. Intenzioni che si inseriscono in maniera disaccorta e ideologica in una “polveriera” come scrive Jaulmes sul Figaro. E certamente se le cose andranno avanti così si può essere d’accordo con la sua impressione che le prospettive della regione siano “molto oscure”. A Teheran, nel frattempo, aumenta la repressione e l’estremismo, che sono la fonte principale dei problemi della regione, come mostra una volta di più l’analisi di Micheel Ledeen su Liberal. Sullo stesso giornale Pierre Chiartano racconta la persecuzione subita in Iran dai Ba’hai, membri di una religione particolarmente pacifica ma odiata dagli islamici come apostati.Interessante un articolo di Tiziana Berrucci su Europa, a proposito della struttura sociale della Giordania, ancora molto iniqua socialmente e antidemocratica, benché si tratti del paese arabo forse più vicino all’Occidente. Ugo Volli, http://www.moked.it/


per le strade di Haifa

Vilipendio alla religione ebraica, oggi parla l’imputata

Prosegue con la deposizione dell’imputata il processo contro Cinzia Viviani, insegnante di religione e lettera alla scuola elementare D’Azeglio di Livorno accusata di vilipendio alla religione ebraica. I fatti risalgono alla fine dell’anno scolastico 2006-2007 quando Viviani avrebbe ripetutamente pronunciato frasi di chiaro stampo antisemita davanti ai suoi alunni. “Gli ebrei sono l’essenza della stupidità”, “L’ebraismo è una religione inutile perché insegna a piangere vicino a un muro”, “Gli ebrei sono un popolo di ladri”, “Si lamentano dello sterminio ma ne hanno ammazzati pochi”. Il procedimento processuale è stato aperto con la denuncia di Luna Mosseri, 62enne insegnante in pensione, costituitasi parte civile insieme all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, tutelate in aula dall’avvocato Renzo Ventura del foro di Firenze. “Ha detto frasi terribili contro la religione ebraica che ho saputo dai bambini e dai loro genitori – l’accusa pronunciata dalla Mosseri davanti al giudice Antonio Del Forno in occasione della prima udienza svoltasi a fine ottobre. Allora l’imputata aveva scelto la via del silenzio scuotendo la testa davanti alle deposizioni dei vari testimoni, dalla dirigente scolastica Gianna Valente alle madri di alcuni ex alunni fino ai ragazzi stessi, ormai adolescenti ma con buona memoria dei fatti contestati. “Una volta arrivai a casa piangendo perché disse in classe che gli ebrei erano tutti stupidi altrimenti non si sarebbero fatti uccidere in massa”, la testimonianza choc della 14enne Beatrice. Frasi tremende forse in parte figlie dei rapporti tesi tra Valenti e Mosseri che i ragazzi hanno confermato in sede giudiziaria. Nel corso della prima udienza era anche emerso il tentativo fatto dalla dirigente scolastica di minimizzare le ragioni della controversia. Un tentativo candidamente confermato dalla stessa Valente: “Volevo svelenire il clima. Dissi alla maestra Mosseri che affermare che gli ebrei erano ricchi in fondo non voleva dire che erano ladri. E questo era quanto mi risultava avesse detto Cinzia Viviani”. Fatto sta che al termine dell’udienza il pubblico ministero Gianfranco Petralia aveva deciso di modificare il capo di imputazione: oltre all’accusa di vilipendio della religione ebraica, Cinzia Viviani dovrà rispondere anche della diffamazione della sua ex collega.Adam Smulevich, http://www.moked.it/


Parte in anticipo la stagione sciistica sul Monte Hermon

Riapre la stazione sciistica del Monte Hermon, il massiccio montuoso che si trova al confine fra Libano meridionale, Siria e Israele nella zona formalmente annessa allo Stato ebraico insieme alle alture del Golan nel 1981. Per la prima volta dopo quattro anni gli impianti riapriranno a dicembre anziché a gennaio, dopo le abbondanti nevicate degli scorsi giorni durante le quali la neve ha raggiunto l'altezza di un metro e venti. Le squadre degli operatori sono al lavoro per pulire le strade e per rendere agibili le piste da sci, che in estate vengono usate dai ciclisti. Dovranno ripulire anche gli impianti di risalita che sono coperti di neve. Gli impianti sciistici garantiscono un bacino di utenza di circa duemila duemilacinquecento sciatori. Sul Monte Hermon si trova l'unica stazione sciistica di Israele che include piste di ogni colore. Esistono anche piste per lo sci di fondo e per le slitte, con scuole di sci, ristoranti e altri servizi. Il prezzo di uno skipass giornaliero è di 245 shekel (circa 52 euro).l.e.http://www.moked.it/


Il campo di Gonars, una tragedia dimenticata

Davide Toffolo è una delle figure più eclettiche e apprezzate della cultura underground italiana dei nostri giorni. È cantante e chitarrista dei Tre allegri ragazzi morti, gruppo rock alternativo isontino che da quindici anni imperversa sulla scena indipendente nostrana, ormai idolo generazionale. Oggi lavora anche come discografico: dirige La tempesta, l'etichetta indipendente – o “collettivo di artisti”, come lui preferisce chiamarla – che produce alcuni fra i nuovi talenti del panorama italiano.I dischi dei TARM hanno creato una nuova poetica dell'adolescenza, raccontando e al tempo stesso dando forma ad un nuovo modo di essere giovani. Le loro canzoni – secondo le centinaia di migliaia di fan, che li seguono, molto spesso, anche una volta passata l'adolescenza – allo stesso tempo interpretano e dettano lo spirito del tempo. E, come tutti i grandi artisti, non creando il nuovo, ma innovando profondamente la tradizione – in questo caso il rock'n'roll e la musica punk. Ma Davide Toffolo ha una doppia vita: è anche un fumettista di riconosciuto valore. Anche se la sua fama di disegnatore raggiunge un pubblico un po' meno esteso di quella di frontman di una della principali rock band italiane, El Tofo – così è noto al grande pubblico - realizza da molti anni albi di grande successo. Come nel campo musicale, anche nel disegno è riuscito a legare al suo nome una nuova estetica, ormai riconoscibile da ogni intenditore.L'inverno d'Italia è il titolo del suo ultimo lavoro, che viene pubblicato all'inizio del 2011 da Coconino Press, editore specializzato in graphic novel d'autore. Racconta la storia del campo di concentramento di Gonars, costruito nel 1941 nel Friuli Venezia Giulia, utilizzato dall'esercito italiano per i piani fascisti di pulizia etnica e italianizzazione della vicina Jugoslavia. Tra il '42 e il '43 vi furono internate molte migliaia di civili, di cui almeno ottocento sono sicuramente morti. Tra essi numerosi le donne e i bambini.Gonars è una tragedia dimenticata, una pagina della storia d'Italia che non è mai stata scritta sui manuali di storia liceali, volutamente occultata – questa la tesi di Toffolo, e di chi con lui collabora a documentare e raccontare questa storia – dalle gerarchie militari nostrane nel dopoguerra, e dalla dominante retorica postbellica degli “italiani brava gente”. “Non si sono mai celebrati processi relativi a quei crimini – spiega l'autore – è un buco nero nella storia del nostro paese”.“È un libro di denuncia”, ammette Toffolo. “Ho sempre amato usare un mezzo espressivo a me tanto caro come il fumetto anche per trattare tematiche inusuali per questo genere”. In effetti il suo libro più fortunato è Intervista a Pasolini, nel quale, attraverso l'espediente narrativo di un'immaginaria intervista al poeta friulano, sviscera, nelle sue vignette, alcuni dei temi pasoliniani, soprattutto il rapporto di uno scrittore con l'esistente. Ne Il re bianco invece, raccontando la storia del gorilla albino dello zoo di Barcellona – realmente esistito - “conduco un'indagine sul rapporto dell'uomo con l'extraumano, con la malattia e con la morte”. Non proprio temi da fumetto, dunque, ma a Davide – vero amatore del genere – piace sovvertire quest'abitudine. “Tuttavia è la prima volta che faccio un libro di denuncia”. Donde proviene l'idea di un fumetto storiografico? “In un certo senso – spiega la rock star – posso dire che è un lavoro commissionato”. Non da un editore, sia chiaro, l'artista è geloso della sua indipendenza. “L'ex sindaco di Gonars Ivan Cignola, che, insieme alle autorità slovene, lavora molto per la memoria di quella pulizia etnica, mi ha contattato per illustrarmi il progetto”. Davide confessa che nemmeno lui, che abita a pochi chilometri da Gonars, sapeva nulla di ciò che vi accadde nel 1942-43. “Non c'è voluto molto per convincermi”, dice. Si è preso a cuore la questione.Se l'è presa a cuore anche perché lui, uomo di confine, conosce bene le ferite rimaste aperte fra due popoli, quel sentimento di “qualcosa di non risolto”, quel residuo di diffidenza che si può abbattere solo a condizione di ripristinare la verità storica. “Ti racconto un episodio significativo: qualche anno fa abbiamo fatto un concerto a Lubiana (la capitale slovena, da cui provennero la maggior parte degli internati di Gonars). L'ambiente non era dei più tranquilli: suonavamo alla fine di tre giorni di un festival punk rock in un centro sociale molto bello, la Metelkova, davanti a un pubblico stanco e per lo più ubriaco”. “Nonostante ciò – spiega il cantante dei Tre allegri ragazzi morti – sono rimasto molto colpito quando, saliti sul palco, il pubblico ha intonato un coro che diceva 'italiani fascisti'”. Prescindendo da discorsi sul galateo, Toffolo si rende conto che all'origine di quell'episodio c'è un risentimento sloveno mai sopito nei nostri confronti.Anche per questo ha deciso di raccontare Gonars, e l'ha fatto come lo sa fare lui, con un fumetto.Manuel Disegni, http://www.moked.it/


relax a Tel Aviv

Netanyahu respinge le critiche della Ong Human Rights watch

Secondo il premier israeliano Benyamin Netanyahu, pecca di “ipocrisia”, la Ong per la difesa dei diritti umani ‘Human Rights Watch’ (Hrw) che ieri ha pubblicato un rapporto molto critico sulla politica israeliana nei confronti dei palestinesi. In un discorso pronunciato ieri di fronte ai membri di una organizzazione ebraica giunti degli Stati Uniti Netanyahu ha sostenuto, secondo la radio militare, che Hrw si astiene dal criticare regimi repressivi “che sono abituati a lapidare donne e ad impiccare omosessuali” mentre moltiplica gli attacchi verso Israele, “unica democrazia liberale in Medio Oriente”. Nel rapporto pubblicato ieri, titolato ‘Separati ed ineguali’, Hrw afferma che Israele usa “due sistemi di leggi, di norme e di servizi per le due popolazioni (palestinesi e coloni israeliani) in Cisgiordania”. Hrw ha dunque consigliato agli Stati Uniti di detrarre dall’annuale stanziamento di 2,75 miliardi di aiuti militari ad Israele la somma spesa dal governo Netanyahu a favore delle colonie. http://www.moked.it/


Michelstaedter e "Il segreto di Nadia B."
Donna, ebrea, russa, anarchica, colta, anzi coltissima: questo l’identikit della protagonista dell’ultimo libro di Sergio Campailla: Il segreto di Nadia B.È un romanzo al femminile, una spy story. Scopriamo infatti che la misteriosa Nadia è una spia, ma una spia vera. Sì, perché la cosa più sorprendente è che il personaggio è esistito per davvero. È tutto documentato. L’autore cita le fonti, una per una. A cento anni di distanza, recupera gli articoli dei giornali dell’epoca che hanno parlato di lei, una straniera che, nel 1907, all’indomani del suo “suicidio-spettacolo” in Piazza Vittorio Emanuele, a Firenze, aveva destato scalpore, scandalo, ma che poi era stata presto dimenticata, rimossa.“Pericolosa come una cometa”, Nadia ha intrecciato il suo destino con quello di Carlo Michelstaedter, di cui quest’anno ricorre il centenario, e di cui Campailla è il maggiore conoscitore, che ne ha curato il revival a livello internazionale. La grande rivelazione è che Nadia, di cui addirittura ormai si ignorava l’esistenza, è stata la sua musa segreta. Si scava nell’epistolario, dove i richiami alla donna sono evidenti, ma ancor più evidente, talvolta, è ciò che viene deliberatamente taciuto, omesso, cancellato. Con intuito da rabdomante, lo scrittore va alla ricerca proprio di ciò che è nascosto e che scorre sotterraneo. Nel Segreto di Nadia B., la verità sulla donna rappresenta quasi un tabù, ed è continuamente “insidiata dalla menzogna”.Una verità sepolta che riemerge dopo tanto tempo. Un notte lunga un secolo e poi nel buio appare un volto: il volto di Nadia.È cominciato tutto trentasette anni fa, per Campailla, quando per la prima volta, in qualità di curatore testamentario, ha avuto accesso alle carte di Michelstaedter, carte bagnate di sangue, a sancirne il sodalizio inscindibile tra vita e scrittura.Trentasette anni fa, dunque, esaminando quelle carte, si è imbattuto in Nadia.“La percezione di quelle due storie parallele, di Carlo e di Nadia, al maschile e al femminile – confessa – mi risultava angosciosa. Due storie parallele, a meno che una non fosse in rapporto con l’altra…«Nadia, di nome», chiesi. «Ma il cognome?»«Baraden.»Baraden… Non lo avevo mai sentito… Non avrei potuto. Non era mai stato scritto in precedenza. Era la prima volta che saltava fuori”.A cento anni di distanza dagli avvenimenti emerge un materiale inedito e scottante, un magma che irrompe nel presente.Tutto ha inizio da quella curiosità, da quella domanda sul cognome della donna.Alla ricerca di una verità perduta, Campailla consulta prima gli archivi italiani, poi quelli segretissimi dell’ex Unione Sovietica.Salta fuori perfino una lettera di Albert Einstein a Carlo Winteler, nipote omonimo di Carlo Michelstaedter.“Il passato è un giacimento imprevedibile – avverte all’inizio del romanzo – e nel buio, talora riserva sorprese e scoperte emozionanti. È come il mare, pieno di vita segreta, che deposita i suoi relitti sulla sponda, in successive ondate, nel tempo. Sulla sponda, io ho raccolto quei frammenti e li ho messi insieme”.Con piglio da investigatore, l’autore segue le tracce lasciate dal suo personaggio. La donna è approdata a Firenze, dove studia presso la prestigiosa Scuola del Nudo, ma viene da lontano. Nadia è una donna in una società patriarcale, una figlia di un padre che avrebbe desiderato un maschio, una russa in terra straniera, un’anarchica nella sterminata Russia degli Zar, una ventenne sensibile e acculturata, un’aspirante artista in un secolo che appartiene ancora all’altra metà del cielo. Non solo. È bella, indicibilmente bella, di una bellezza esotica, e la bellezza è la sua maledizione. Tutte le contraddizioni e le tensioni di un secolo controverso sembrano coagularsi in lei.Nata a San Pietroburgo, da una famiglia di ebrei ortodossi vicina agli Zar, spicca il volo appena adolescente. A Odessa, tristemente nota per il pogrom del 1905, al quale sopravvisse lo scrittore Isaak Babel’, partecipa all’attentato nei confronti di un principe antisemita. Condannata alla deportazione in Siberia, la sua pena viene poi commutata nell’espatrio.Sono gli anni dei Protocolli di Savi di Sion, delle teorie del complotto giudaico-massonico, dell’Affaire Dreyfus. È una caccia alle streghe:“Nichilismo e «lebbra ebraica», come ebbe a definirla Dmitrij Tolstoj, il ministro dell’Interno di Alessandro iii, i due gemelli della modernità, sono entrambi presenti nella storia di Nadia Baraden”.Come Michelstaedter, si è allontanata dalla religione dei padri, non frequenta la sinagoga, eppure quando approda a Firenze, ultima tappa del suo pellegrinaggio in terra straniera, “le sue frequentazioni, in sottotraccia, sono prevalentemente ebraiche”. Con cognizione di causa, Campailla cita Einstein: “l’ebreo che abbandona la sua fede è in posizione simile a una chiocciola che abbandona la conchiglia. È ancora una chiocciola”.Sembra uscita dalla penna di Dostoevskij, da un romanzo russo, e la sua storia è fascinosa “come una favola, una favola russa che sembra falsa”, eppure è tutto vero.Che cosa rappresenta Nadia per Michelstaedter?, si domanda Campailla:“L’immagine di un amore impossibile. Nadia viene da lontano ed è andata lontano. La Russia è un fondale della fantasia e la donna ne possiede la chiave. Ha dietro di sé un mondo mai visto se non nei romanzi di Tolstoj, di Gor’kij e di Merežkovskji”.Un ritratto di lei, ad opera di Michelstaedter, forse ce ne restituisce l’aspetto. Senz’altro suggestivo, il quadro è stato inserito nella mostra Far di se stesso fiamma, curata dallo stesso Campailla, nell’ambito della quale sono esposti, presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, dipinti, caricature, disegni e bozzetti dell’enfant prodige goriziano:“Un olio su tela. Dedicato a una giovane donna. Con un colletto bianco alto a coprire per intero il collo, una collana, un fiore all’altezza del seno. Con i capelli biondo fulvo, o rossi, e degli occhi grandi e visionari, isolata in una luce spirituale”.Ma i suoi ritratti, man mano che la ricerca procede, si moltiplicano, così come si moltiplicano i suoi doppi, i suoi sosia. La sua condanna è quella delle donne in ogni forma d’arte: quella di essere ritratta oppure cantata dall’uomo, passivamente. È la leggenda popolare della “moglie del muratore”. La donna deve morire perché l’uomo possa edificare la sua casa. È il suo sacrificio rituale, il suo sangue, a dare linfa all’edificio della società patriarcale. A questo schema culturale, a questa gabbia, Nadia si ribella, e soccombe. Non rinuncia alla libertà di autodeterminarsi, di scegliere chi vuole essere.Chi è Nadia, allora?È la straniera, la diversa, l’ebrea, la donna, l’anarchica, colta, anzi coltissima, per giunta aspirante artista. È una creatura che abita la soglia, nel segno della differenza. Proprio l’esotismo e l’inappartenenza, però, se da un lato alimentano il suo fascino, dall’altro ne fanno un capro espiatorio. Gli stessi uomini, che lei aveva ammaliato con la sua bellezza, la ingannano. La verità è che non è lei, una spia russa, ad averli irretiti, sono loro, al contrario, ad aver ordito trappole ai suoi danni, uno dopo l’altro: “C’era nella sua personalità un difetto originario, un’ingenuità che la predisponeva alla caduta”. Non è una Mata Hari Nadia: lei i suoi segreti se li è fatti rubare. Ne rimane solo uno, che lei aveva affidato in una lettera estrema a Michelstaedter e che noi preserviamo per il lettore, sconvolgente: il Caput Nili.Una spy story dalle tinte noir alla ricerca della “vera verità”. Un thriller sulle tracce del colpevole, sì, perché alla fine del romanzo scopriamo che Nadia “è stata suicidata”.Paola Culicelli,http://www.moked.it/


"Come tutti quei nostri fratelli che ci riscattarono con la seconda ondata immigratoria, anche Isacco Kumer abbandonò il paese e la città che gli avevano dato i natali, per salire in Terra d'Israele, edificarla ed esserne a sua volta edificato". E' l'incipit del romanzo che è considerato il capolavoro di Shemuel Yosef Agnon, Appena ieri, uscito da Einaudi nella splendida traduzione di Elena Loewenthal, con una prefazione di A.B.Yehoshua. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1945 a Tel Aviv ed è uno straordinario viaggio tra Galizia e terra d'Israele, sionisti ed ortodossi, Tel Aviv e Gerusalemme. Tra i suoi protagonisti, oltre all'imbianchino Isacco, il cane matto Balac, che si interroga con invidiabile profondità e con irraggiungibile ironia sui gentili e sugli ebrei e sul senso dell'universo. AnnaFoa,storica http://www.moked.it/


Hans Jonas, Hannah Arendt e la loro fede

Tale vincolo (con il destino ebraico) era d’altronde percepito anche da Hannah Arendt, una volta che ne parlavamo mi disse infatti: “Davvero singolare. Non riesco a immaginare un mondo senza ebrei. Naturalmente, se siamo ebrei, continueremo a esserlo”. Essere ebrei, quasi un character indelebilis del quale nessuno di noi vorrebbe liberarsi. Lei dubitava fortemente che lo Stato d’Israele potesse sopravvivere, ma in mia presenza citò una frase che una volta pare fosse stata pronunciata da Ben Gurion: “Anche se tutto ciò che abbiamo fondato dovesse perire - il rischio c’è, infatti - sono convinto che ciò che accade qui garantirà la sopravvivenza dell’Ebraismo per i prossimi mille anni”. La citò quasi con approvazione e disse: “Un popolo con una memoria come quella”. Lei dunque si annoverava fra loro. E a casa sua ci fu poi una conversazione, rimasta per me indimenticabile. Lore (la moglie di H. Jonas) e io eravamo invitati insieme con Mary McCarthy e una sua amica che viveva a Roma e che, si appurò poco dopo, era una cattolica convinta. Mostrava verso di me un forte interesse e mi provocò con la domanda: “Lei crede in Dio?”. Nessuno me lo aveva chiesto in modo così diretto - per di più, una persona praticamente estranea! Prima la guardai un po’ perplesso, riflettei, e con mia sorpresa dissi: “Sì!”. Hannah trasalì - ricordo ancora che mi guardò quasi spaventata. “Davvero?”. E io risposi: “Sì. In fondo, sì. Qualunque cosa ciò possa significare, ‘sì’ è più vicino alla verità di ‘no’”. Poco tempo dopo mi trovai da solo con Hannah. Si venne a parlare di nuovo di Dio e lei disse: “Io non ho mai dubitato dell’esistenza di un Dio personale”. Al che io replicai: “Ma, Hannah, questo non lo sapevo proprio! E poi non capisco per quale motivo l’altra sera sei rimasta così sorpresa”. E lei rispose: “ Ero sconvolta a sentirtelo dire, non lo avrei mai pensato”. Con quella confessione, dunque, ognuno aveva stupito l’altro.da Hans Jonas, Memorie, Genova, Il melangolo 2008, pp. 277-278(segnalato da rav Gianfranco Di Segni) http://www.moked.it/