venerdì 9 aprile 2010


Perach la-nizzol ("Un fiore per il sopravvissuto")

"Stasera ho il 'fiore': non torno per cena", aveva comunicato lapidariamente Itamar alla madre, chiudendo il telefono."Fiore?!" fece eco perplessa la madre, ma lui aveva già chiuso la comunicazione. Aveva indossato una divisa stirata; il fiore l'avrebbe portato Noa, una soldatessa bruttina, ma che un po' gli piaceva. Si trovarono sotto l'edificio dove abitava la sopravvissuta dalla Shoah, con cui avevano appuntamento quella sera; l'esercito aveva organizzato incontri tra soldati e sopravvissuti, all'insegna del motto: "un fiore per il sopravvissuto".La loro sopravvissuta li aveva già bidonati due volte, ma loro non si tiravano indietro. Mentre salivano le scale, fianco a fianco, i loro occhi si incrociarono imbarazzati: da quando erano nati avevano nelle orecchie il suono delle sirene che commemoravano il giorno della Shoah; avevano letto sui libri di scuola la testimonianza degli orrori più atroci; avevano sentito i discorsi degli insegnanti e del direttore e seguito le interviste alla televisione, ma un sopravvissuto non lo avevano mai affrontato a tu per tu.Le loro famiglie erano venute dall'Europa prima delle persecuzioni: la famiglia di Itamar si era installata nel primo quartiere ebraico di Tel Aviv, i genitori di Noa si erano incontrati in kibbutz. "…mah! Non so cosa proprio cosa dirle…" fece a bassa voce Noa, come parlando tra sé. Il piccolo grugnito di assenso che le venne dalla parte di Itamar la rincuorò un poco. Itamar era lungo lungo e magro, sembrava proprio un palo del telefono conficcato di fronte alla porta, pensò Noa, prendendo coraggio dal suo impaccio per decidersi a suonare. La sopravvissuta aprì la porta con un sorriso gioviale, recuperò con destrezza il fiore che pendeva malinconicamente dalla mano di Noa e fece accomodare gli ospiti in salotto. Un "salotto polacco" , con pesanti poltrone di velluto color senape col poggiatesta di trine all'uncinetto e fiori di stoffa nei vasi. Alle pareti erano appesi quadri a olio, con boschi, laghetti e cigni; un gatto grasso e rossiccio li sorvegliava dal divano. La sopravvissuta sparì svelta in cucina, riemergendone subito con un vassoio di metallo argentato con i bicchieri per il tè e una torta di cioccolata."Osem!" annunciò con una risatina confidenziale, lei non aveva tempo per fare i dolci, li comprava al supermercato - del resto, le torte della "Osem" erano decisamente più buone delle sue… Era piccolo e rotondetta, con un viso dorato di cipria e le labbra tinte di rosa vivace. Mentre i due soldati sorbivano il tè, lanciando furtive occhiatine intorno, lei se li guardava ben bene; alla fine del rapido, ma accurato esame, emise un sospiro complice e, alzatasi con slancio dalla poltrona, corse via. La sentirono frugare in un'altra stanza:"Adesso arriva con le foto di famiglia", sussurrò Noa e Itamar annuì in fretta, mettendosi un dito sulle labbra: "Occhio, non è sorda!!", diceva l'indice di Itamar.Il gatto sbadigliò, accigliato, poi salto giù dal divano e andò incontro alla padrona, mettendosi alle sue calcagna. Lei tornò con due barattolini, si risedette, assestandoseli in grembo, e entrò subito in argomento :"Sei proprio carina - fece, rivolta a Noa - però, la pelle…Hmm! La pelle bisogna curarla di più, con questo clima!""…ma io sono nata qui!" - protestò Noa. "E meno male!! "tagliò corto la sopravvissuta, "ma la pelle è una cosa delicatissima! Pensa, una cosa tanto fragile ci difende da quando siamo nati: non bisogna aiutarla un po'?". Si guardò intorno un attimo, in cerca di ispirazione, poi spedì Itamar a dar da mangiare al gatto. Approfittando di essere sole per un momento, spiegò a Noa come curare i foruncoli e come rendere la pelle luminosa. Aveva certe ricette di creme che faceva sua nonna a Cracovia, altro che Helena Rubinstein. Una volta arrivata in Palestina, dopo il lager e dopo il campo a Cipro, aveva subito capito che bisognava aggiornarsi ed era andata a studiare da estetista, era stanca di avere la pelle bruciata dall'aria calda del Paese. "E, poi, sciogliti i capelli, vedrai che figurone fai", disse col tono più naturale del mondo; Noa si rese conto all'istante che non le restava che ubbidire. "Krasavitza! Bellissima!- fece la sopravvissuta gioiosamente - voi due mi chiamate signora Fleiszman, ma il mio nome è Eva: cara bambina, dammi retta". Si chinò in avanti, confidenziale, e spiegò che il suo problema era la pelle troppo bianca: "Ce l'avevano tutte le donne di famiglia, mia madre e sei sorelle…: in Polonia era una gran bella cosa, ma, quando sono arrivata qui, mi chiamavano "faccia da morta", "saponetta", ma per il bucato, capisci?"."Saponetta?", fece Noa, non troppo sicura di aver capito. "Be', 'saponetta' erano tutti i reduci dai campi di concentramento agli occhi degli ebrei di qui, ma…'saponetta da bucato' ero solo io: un bel guaio!", spiegò Eva e fece un piccolo gesto con la mano: "Così va la vita, bambina mia, ognuno è affezionato a quello che conosce, mica bisogna prendersela…Quando verrà il Messia, capiremo anche questo. Io, lo vedi?, metto la cipria scura così questo biancore lo vedo solo io, al mattino, e sai che? Sono contenta della mia pelle di latte- l'orgoglio delle donne di casa mia, in Polonia, però". Tornò Itamar, scortato dal gatto che miagolava penosamente : "Gli ho dato da mangiare, come mi aveva detto lei, ma mi sembra scontento", osservò , un po' avvilito, perché gli piaceva il diversivo del gatto per rompere il ghiaccio della Shoah. "Ah, Mitzi! Che gatto simpatico! – esclamò Eva - è come gli uomini, quando stanno bene, si lamentano! Non ci fare caso… Quando stavamo laggiù , chi si lamentava? Eravamo troppo occupati con tutte le tzures, chi aveva la forza di lamentarsi? " e, indirizzandosi in particolare a Noa, enunciò: "Mio marito - di benedetta memoria - cominciava la giornata così: Eva?! Perche' non hai ancora acceso la stufa: si gela! Eva?!, Il gatto miagola che mi ha fatto diventare sordo, ma gli darai da mangiare una buona volta? Eva dove sei? …Già fuori a spettegolare con la vicina - e io son qua che muoio di fame…Eva! Accidenti a te! Fatti vedere almeno, così dico 'buongiorno' alla mia disgrazia…". Di fronte alla faccia dei due ospiti, la signora Fleiszman si sentì in dovere di aggiungere: "Vediamo di capirci, ragazzi. Ho incontrato mio marito nel campo a Cipro, era lo stesso Dov Baer che mi faceva il filo, quando eravamo ragazzini a Cracovia, un miracolo! Il nostro è stato un matrimonio proprio d'amore, abbiamo fatto tre splendidi figli insieme, e ci siamo adorati sino all'ultimo, quando il mio Dov è morto schiacciato da un torpedone - riposi in pace! Ma la vita è la vita e gli uomini son fatti così". Poi fece vedere le foto dei tre splendidi, che avevano studiato tutti all'università, e della relativa prole. Fuori era già buio: "Ragazzi - disse la signora Fleiszman - è ora che torniate alla base. Della Shoah avete già sentito parlare abbastanza a scuola, ma… è sulla vita che avete ancora un po' da imparare. Per conto mio, io adesso devo andare: vado a spiegare come curare la pelle alle donne del 'rifugio per le mogli picchiate', e mi sa che ne hanno bisogno". Mentre li accompagnava alla porta, tese a Noa il sacchetto di plastica con i barattoli di crema: "La pelle è proprio un miracolo, così delicata e così forte. Ricordati! … e dalle una mano a proteggerti, perché da quando sei viva ti porti dietro un miracolo - e magari te lo scordi". Già mentre scendevano le scale, Itamar si accorse che Noa gli sembrava proprio carina.Marina Arbib,



La Laguna vista dall'architetto Yona Friedman

Lo spazio come utopia del reale nella mostra di Yona Friedman “La città più moderna del mondo. Progetti per Venezia” a cura di Maria Pesavento e Gabriele Gallo, inaugurata a Venezia presso i SaLE Docks, polo di produzione artistica e culturale di recente formazione e ricavato nei vecchi magazzini del sale nelle vicinanze di Punta della Dogana.Yona Friedman è uno dei più importanti architetti urbanisti viventi, nasce a Budapest nel 1923 dove frequenta la facoltà di architettura. Sfuggito ai rastrellamenti nazisti, nel dopoguerra si trasferisce per un decennio a Haifa, in Israele, per poi trasferirsi definitivamente a Parigi nel 1957. Fondatore del Groupe d’Études de Architecture Mobile, comincia già dagli anni ‘60 a elaborare il concetto di ville spatiale, teorizzando i principi di un’architettura che possa carpire le trasformazioni che caratterizzano la mobilità sociale nel mondo moderno. Friedman ha collaborato con l’Unesco e l’Onu in una serie di progetti di autocostruzione per il Terzo mondo, il più importante dei quali è il Museum of Simple Technology di Madras, in India, realizzato nel 1982. Negli ultimi anni ha partecipato con alcuni suoi progetti alle edizioni 2003, 2005 e 2009 della Biennale di Venezia in Arti Visive.Un personaggio fondamentale per l’architettura moderna, che da sempre lavora sul confine tra immaginazione e possibilità di realizzazione, tra ingegneria e utopia. Friedman con il suo lavoro dedicato alla ville spatiale, ha di fatto rovesciato fin dagli anni ‘50 la concezione di urbanistica che attribuiva all’architetto il ruolo di demiurgo, ideatore e costruttore della città. Al contrario egli immagina la metropoli dell’autorealizzazione, della flessibilità abitativa dove la città si autocostruisce e dove gli abitanti autogestiscono lo spazio urbano.Secondo Friedman è proprio Venezia la città moderna per eccellenza, una città che si presta a una rielaborazione spaziale grazie alla suo sviluppo su tre livelli tra loro indipendenti: il livello dell’acqua e dei canali, il livello delle strade e il livello delle altane. Nella mostra ai SaLE Docks, Friedman immagina una Venezia sorretta nel cielo da un fitto groviglio di strutture reticolari e rovescia il concetto di altana, terrazza tipica costruita sui tetti di Venezia, ridefinendo questo spazio, abitualmente privato, in chiave pubblica: una rete viaria di altane costruita sopra la città, che sia fruibile dai cittadini come itinerario aggiuntivo, complementare alle strade per l’attraversamento di Venezia. Friedman si dimostra attento anche all’aspetto di sostenibilità ecologica dello spazio urbano, una parte della mostra è infatti dedicata a una serie di disegni, proiettati come slide show, sullo sviluppo sostenibile della città.Un percorso tra realtà e utopia che avviene sotto la guida di Liocorni, animali fantastici, protagonisti di fregi e bassorilievi che punteggiano le architetture veneziane. Friedman immagina che queste figure mitologiche prendano vita divenendo gli abitanti invisibili di Venezia: Enormi sagome cartonate conducono lo spettatore nel percorso della mostra alla scoperta della città, dei progetti per Venezia, delle riflessioni di Friedman sul fare arte fino alle estreme considerazioni sul vivere quotidiano e su come la città sia un laboratorio di idee in evoluzione, un organismo mutevole continuamente passibile di ridefinizione.Michael Calimani, http://www.moked.it/


Gerusalemme - Yad Vashem

Domenica ricorre Yom ha Shoah

Anche gli alunni e docenti delle scuole ebraiche sono chiamati a riflettere su ciò che è stato. Alle generiche affermazioni sul “dovere della memoria” o ad altre ingannevoli scorciatoie, vuote e controproducenti si cercherà di rispondere soprattutto con lo studio della Storia. Una scelta che lo storico Georges Bensoussan ne L’eredità di Auschwitz - Einaudi così declina: “.. Al ritornello secondo il quale il passato chiarisce il presente, bisogna aggiungere, fondamento di una politica della trasmissione, che il presente chiarisce il passato. Ma nel proiettare sistematicamente l’immagine di Auschwitz sul nostro presente, un certo insegnamento della Shoah può ostacolare la comprensione del mondo attuale, come può intralciare la nostra analisi del passato mettendo nell’ombra avvenimenti anteriori percepiti come 'secondari' in rapporto allo sterminio”.
Sonia Brunetti Luzzati, pedagogista, http://www.moked.it/


Dan Meridor

Israele Solo il vice di Netanyahu al summit sulle armi nucleari

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarà a Washington il 12 e 13 aprile per il summit sul nucleare ma manderà al proprio posto Dan Meridor, vice primo ministro con delega per l’energia atomica. Lo hanno precisato i vertici governativi dello Stato ebraico dopo che si era diffusa la notizia che il capo del governo avrebbe boicottato il vertice. La decisione è stata presa in seguito alla scoperta che Egitto e Turchia hanno intenzione di sollevare nel corso del summit la questione dell’arsenale atomico in mano a Israele. Intanto ieri, il ministro degli Esteri Franco Frattini, nell’elogiare la firma del Nuovo Trattato per la riduzione delle armi strategiche tra Stati Uniti e Russia («un atto di grande valore sul piano sostanziale ma anche simbolico», «un importante passo avanti nel cammino per il disarmo e per un mondo senza armi nucleari»), ha ricordato che l’accordo «costituisce un contributo importante per sollecitare l’impegno e la responsabilizzazione del resto della comunità internazionale in vista del vertice di Washington e della Conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione del 3 maggio a New York». 09 aprile 2010, http://www.ilgiornale.it/


Moda Vox Arosha Designs e le vie della seta

Sete colorate d’Israele per gli accessori di Arosha Designs
Oggi vi racconto la storia di un artista, dalla vita che sa quasi di fiaba moderna. Arosha Luigi Taglia è nato qui in Italia e ha vissuto a Torino, per amore si è trasferito ad Haifa in Israele dove ha sposato una donna israeliana e dove vive e lavora attualmente.Arosha è uno di quei "cervelli in fuga" di cui andare fieri, perchè nasce come artista scultore, pittore e designer, nella sua vita si è occupato praticamente di tutto quello che ha a che fare con l’arte compresa la pubblicità. Da qualche anno si occupa di realizzare gioielli con ogni materiale conosciuto, ispirandosi al suo primo amore, la scultura, crea forme morbide con la plastica, geometriche con vari metalli colorati e crea singolari accessori con i fili di seta (attenzione sembrano linee semplici ma non è cotone è seta, questo per gli scettici) nella sua collezione silk che mi ha subito incuriosito e che volevo proporvi per questa primavera estate.Le sue collane hanno colori abbinati agli stati d’animo e anche se semplici si ispirano alle tendenze della moda araba e alla perizia con cui sanno lavorare i tessuti, tutto è creato rigorosamente a mano artigianalmente e i fili di seta sono tinti con antiche tecniche. I metalli (oro, argento e pietre preziose) giocano un ruolo fondamentale nel portfolio di Arosha, gli consentono di sperimentare l’uso di varie pietre (come la giada) o di incorporare il legno profumato della sua terra nel monile che preferisce (e renderlo bellissimo indossato, per niente facile rendere fine il legno).17 marzo 2010, http://www.agoravox.it/


Il primo ministro turco Erdogan attacca duramente Israele

Già da tempo il grande paese sospeso tra laicità ed islamismo, candidato ad entrare nell’Unione Europea, ha raffreddato i propri rapporti con Israele
Un durissimo attacco contro Israele è stato espresso ieri mattina a Parigi dal Primo Ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, leader del partito islamico moderato al potere ad Ankara, che ha definito Israele un paese guerrafondaio che rappresenta il maggior "ostacolo sulla strada della pace in Palestina”.Non è la prima volta che la Turchia attacca le politiche di Gerusalemme dopo che non più tardi di due anni fa il suo esercito condusse esercitazioni militari in comune proprio con i militari dello stato ebraico. La Turchia, paese appartenente alla Nato sino ad esserne il suo baluardo in Medio Oriente, è anche il più importante dei paesi candidati ad entrare a far parte dell’Unione Europea, anzi, con i suoi ottanta milioni di abitanti quasi tutti musulmani, sarebbe il più popoloso dell’Europa unita.La Francia di Sarkozy, che ieri Erdogan ha incontrato, socio fondatore dell’Unione è invece con Germania ed Olanda la nazione che più si oppone all’integrazione di Ankara tra i ventisette. Sicuramente le dichiarazioni anti- israeliane pronunciate da Erdogan rappresentano un ulteriore macigno nel difficile e, forse, velleitario cammino turco verso Bruxelles. La borghesia filo-europea, quasi totalmente concentrata ad Istanbul, spera ancora che i militari , baluardo della laicità della Turchia contemporanea come volle il suo fondatore Ataturk, intervengano per rovesciare il governo islamico moderato di Erdogan, anche se allo stesso tempo non si rendono conto che per l’Unione europea pure tale genere di intervento è comunque qualcosa di democraticamente insopportabile forse ancora più degli attacchi anti- ebraici inferti al maggior amico dell’Occidente sulla riva asiatica del Mediterraneo.“A Gaza gli israeliani hanno deliberatamente fatto strage di palestinesi lanciando bombe al fosforo, vietate dalle convenzioni israeliane”, ha tuonato, inoltre, un incattivito Erdogan. Ieri, comunque, il cammino d’avvicinamento della Turchia all’Unione Europea pare sia più stretto della cruna di un ago. Se da un lato, comunque, Erdogan strizza l’occhio ai paesi islamici, anche a quelli fondamentalisti come l’Iran che perseguono la distruzione di Israele, dall’altra glia alleati della Nato non possono più far finta di niente di fronte all’animosità turca, specialmente gli Stati Uniti d’America grandi amici di Israele. Forse prima o poi, nonostante ci si trovi nel ventunesimo secolo, ancora una volta si risolveranno le cose “ alla turca” cioè con l’intervento dei militari. L’Europa, comunque, è e deve essere un’altra cosa. 8 aprile 2010 http://www.agoravox.it/


Israele: Netanyahu, no a pace imposta

Obama sarebbe incline a imporre piano pace
(ANSA) - GERUSALEMME, 8 APR - Il premier israeliano Benyamin Netanyahu avrebbe detto che Israele rifiutera' piani di pace imposti dall'esterno. ''Non funzioneranno e comunque una soluzione imposta non sarebbe per noi accettabile'' avrebbe affermato Netanyahu, secondo il quotidiano Haaretz. Le affermazioni del premier sono state fatte in relazione a notizie apparse negli Stati Uniti stando ai quali Obama sarebbe ora incline ad adottare un piano di pace da imporre alle due parti.

giovedì 8 aprile 2010


Danny Ayalon

La denuncia dei quotidiani tedeschi sulle indennità ai superstiti della Shoah

Berlino, 7 apr - La necessità di mettere a disposizione un indennizzo per gli ebrei perseguitati durante la Seconda guerra mondiale era stato già approvato da tempo dal governo tedesco, ma solo oggi sarà riconosciuta alle vittime una pensione per le sofferenze patite che, già magra, risulterà ancora più bassa rispetto a quanto previsto e promesso inizialmente. A denunciare il fatto è stato il sito del quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung. Una legge del 2002, mossa dal governo tedesco con l'intenzione di compiere un tardivo gesto di riconciliazione, si è rivelata così poco pratica che ha portato al respingimento di oltre il 90 per cento delle domande, un blocco poi revocato solo grazie a una sentenza del Tribunale federale per le questioni sociali ma che ha provocato un ritardo che anno dopo anno sta rendendo più esiguo il numero dei potenziali beneficiari ancora in vita. Ora l'Inps tedesco si è dichiarato pronto a versare le pensioni, ma con arretrati solo a partire dal 2005 sebbene la legge avesse indicato come anno di riferimento il 1997. La differenza è notevole: trattandosi di versamenti mensili tra i 150 ed i 300 euro.

Netanyahu: “No, a piano di pace imposto dall'esterno”
Gerusalemme, 8 apr - Israele rifiuterà piani di pace imposti dall'esterno. Questo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, durante i colloqui a porte chiuse con i suoi collaboratori. Le affermazioni del premier sono state fatte in relazione a notizie apparse su alcuni organi di stampa negli Stati Uniti stando ai quali il presidente Barak Obama, disperando nella possibilità che israeliani e palestinesi riescano a giungere a un accordo sul contenzioso da soli, sarebbe ora incline ad adottare un piano di pace da imporre alle due parti. "Non ci sono piani di pace preconfezionati da ritirare da uno scaffale e un accordo dovrà basarsi su un negoziato diretto tra le parti in conflitto", ha affermato, dal canto suo, il vice ministro degli Esteri Danny Ayalon, in linea con l'opinione espressa dal premier.






Tel Aviv artisti di strada
Rassegna stampa (cliccare sui titoli per aprire l'intero articolo)

Due argomenti che ci riguardano trovano largo spazio su tutta la stampa. Il primo è il problema della pedofilia nella Chiesa. In realtà si tratta di un tema in cui l’ebraismo non vuole e non deve entrare, come afferma giustamente la prima affermazione (spesso saltata) di un comunicato del presidente dell’Ucei Renzo Gattegna, che è riportato su tutti i giornali, spesso però in maniera incompleta, senza dar conto del suo equilibrio. Per questo è bene leggere l’intervista di Gattegna a Repubblica, che riporta tutto il discorso. In sostanza il ragionamento è questo: l’ebraismo ritiene che ogni religione dovrebbe affrontare i suoi problemi interni senza interferenze altrui e quindi il problema se ci sia stato o meno un comportamento improprio del Vaticano sui casi di pedofilia, riguarda in primo luogo il mondo cattolico. Ma l’ebraismo è stato tirato in ballo almeno due volte, prima col paragone improprio del frate Cantalamessa fra polemiche sulla pedofilia e antisemitismo e poi con l’accostamento del cardinal Sodano fra queste polemiche e quelle - che riguardano sì l’ebraismo - su Pio XII. Questa è la posizione ufficiale, ben meditata e non frettoloso, dell’ebraismo italiano, che naturalmente non impedisce a singoli ebrei di dire la loro com’è accaduto. I giornali però sono per lo più saltati a cogliere in questa dichiarazione una polemica che non c’è. Così D-News, Carlino-Giorno-Nazione, Gazzetta del Mezzogiorno, Secolo XIX. Repubblica parla del’”ira degli ebrei”. In America, addirittura, come testimonia il Mattino, i blog cattolici si mettono a caccia di “rabbini stupratori” per pareggiare il conto. Questa vicenda, che ha evidentemente un impatto terribile sulla Chiesa e la mette sulla difensiva, contiene per noi una strana lezione, l’impossibilità di star fuori da vicende che non ci riguardano e in cui non vogliamo entrare. L’altra storia che ci riguarda è di nuovo un’aggressione dall’esterno. Il primo ministro turco Erdogan (quello che per replicare alle dichiarazioni del parlamento svedese e del congresso americano sul genocidio armeno ha minacciato di deportare altri centomila armeni, cioè in sostanza di proseguire i metodi che portarono al genocidio) ha dichiarato in un incontro a Parigi col presidente francese Sarkozy che Ahmadinedjad è innocuo, che l’Iran ha diritto al suo nucleare e che il maggior pericolo per la pace in Medio Oriente proviene da Israele (Marta Ottaviani sulla Stampa, Alberto Negri sul Sole e molti altri giornali). Si tratta della rottura ormai definitiva di un’alleanza militare che aveva retto il Medio Oriente per decenni, e di un allineamento della Turchia con l’asse islamista fra Iran, Siria, gruppi terroristi libanesi e palestinesi. Nella stessa giornata, l’Iran reagisce alla nuova “mano tesa” dell’America (la nuova politica atomica con la riduzione delle testate) con un nuovo ceffone: “Vi spezzeremo i denti”, ha detto Ahamadinedjad (fra gli altri Roberto Fabbri sul Giornale e Pompetti sul Messaggero). Molte nubi si addensano all’orizzonte del Medio Oriente. Per passare a temi culturali, vale la pena di registrare che molti giornali (fra l’altro Il Mattino, Il Manifesto e Il Messaggero) segnalano positivamente “Simon Konianski”, una commedia cinematografica sulla Shoà del giovane belga Micha Wald. Ugo Volli, http://www.moked.it/


Meglio mai che tardi


Sessantamila anziani che hanno sofferto le persecuzioni dei ghetti riceveranno un vitalizio dal governo tedesco. Considerata l'attesa di vita di questi sessantamila ebrei, la notizia ridefinisce in modo drastico il significato della parola vitalizio.Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


Stephen Walt

Stephen Walt, un professore di Harvard, ha pubblicato con John Mearsheimer, dell’Università di Chicago, “La lobby di Israele e la politica estera americana” (2007). Il libro accusa pesantemente Israele e i suoi sostenitori di aver svolto un ruolo sproporzionato e incontrastato nel determinare le scelte politiche degli Stati Uniti, in particolare in Medio Oriente. È stato ampiamente confutato sul piano concettuale e documentario, anche se ha trovato i suoi naturali sostenitori fra chi a priori nutre dubbi sulla legittimità dell’esistenza di Israele. Nel giustificarsi di fronte alle molte critiche, gli autori hanno dichiarato che avevano previsto di essere accusati di antisemitismo, pur considerandosi in realtà entrambi filosemiti e forti sostenitori dell’esistenza di Israele. Ora lo stesso Walt pubblica un nuovo saggio contro il coinvolgimento dell’ambasciatore Dennis Ross nella politica medio-orientale del presidente Obama. Ross che, oltre a essere uno dei maggiori esperti del settore, è un ebreo simpatizzante nei confronti di Israele, avrebbe un conflitto di interessi nello svolgere tali delicati incarichi, e per evitare ogni sospetto di “doppia lealtà” farebbe bene a lasciarli ad altri - non ebrei. Walt risuscita vecchie preclusioni nei confronti dell’ebreo cittadino imperfetto, non completamente affidabile, governato da istinti e legami al limite del cospiratorio, insensibile al vero interesse nazionale del paese in cui lavora. Queste gravi allusioni sono ovviamente spropositate per chi conosce il lungo e specchiato servizio di Ross; ma una volta messe in circolo, tendono fatalmente a radicarsi. E allora perché non chiedere allo stesso Walt, appunto perché si è definito filosemita sostenitore di Israele, di applicare a se stesso gli stessi parametri? Ossia, per evitare ogni sospetto di “doppia lealtà”, il compito di criticare Israele farebbe bene a lasciarlo ad altri - non ebrei.Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme http://www.moked.it/


E adesso Ahmadinejad minaccia l’America: «Vi romperemo i denti»

Sembra passato un secolo da quando, approdato trionfalmente alla Casa Bianca, Barack Obama annunciò che avrebbe compiuto ogni sforzo per colmare la distanza che separava gli Stati Uniti e l’Iran. Il lodevole obiettivo di aprire un percorso di comprensione reciproca è naufragato davanti all’evidente intenzione della Repubblica islamica di continuare a perseguire una politica regionale aggressiva, i cui aspetti più inquietanti sono le costanti e aperte minacce a Israele, un programma atomico sinistramente ambiguo e la feroce repressione dell’opposizione interna.Rinfoderate le sue profferte d’amicizia, Obama si è risolto a schiacciare nuovamente l’acceleratore delle sanzioni internazionali contro Teheran. Il clima tra i due Paesi è attualmente pessimo e a peggiorarlo ulteriormente sono arrivati i dettagli della nuova dottrina nucleare americana: disarmo concordato con l’ex arcinemico russo, promesse obamiane di rinunciare all’uso delle bombe atomiche contro i Paesi che ne sono privi ma con una rilevante eccezione, gli Stati che violano il trattato di non proliferazione. In pratica, l’Iran e la Corea del Nord.Teheran ha fatto mostra di prenderla malissimo e il presidente Mahmoud Ahmadinejad non si è fatto sfuggire l’occasione per lanciarsi in una delle sue tipiche sparate retoriche antiamericane, utilissime per riallineare al regime il nazionalismo assai diffuso tra gli iraniani. Il frasario, inutile girarci attorno con sofferte analisi semantiche, è quello del bullo di periferia. «Mi auguro che le dichiarazioni pubblicate non siano vere», ha detto Ahmadinejad, in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione di Stato. Obama «ha minacciato di utilizzare armi nucleari e chimiche contro quegli Stati che non si sottomettono all’ingordigia degli Stati Uniti. Faccia attenzione: se seguirà la strada del signor Bush, la risposta dei Paesi sarà da rompere i denti, esattamente come con Bush».Nel discorso, pronunciato dinanzi a una folla riunita nello stadio di Orumieh, nel nord-ovest dell’Iran, il presidente iraniano ha detto che «persone vicine» al presidente Usa lo hanno «informato che (Obama) ha fatto le dichiarazioni sotto la pressione dei sionisti». «Attribuiamo queste dichiarazioni alla tua inesperienza, sei stato appena eletto e devi avere pazienza», ha aggiunto con tono sardonico. E poi ha continuato nel suo affondo: «Neppure Bush, le cui mani grondavano di sangue, si era spinto a tanto». «Gli consiglio di non firmare tutto quello che gli mettono dinanzi. Aspetti e soppesi un po’ le cose».Ahmadinejad ha anche fatto un riferimento al messaggio di felicitazioni del presidente americano per l’anno nuovo iraniano, cominciato lo scorso 21 marzo, in cui Obama «afferma che l’Iran ha respinto i suoi sforzi di farlo uscire dall’isolamento». «Grazie, ma non vogliamo i vostri favori», ha aggiunto sarcasticamente prima di accusare gli Stati Uniti di essersi isolati nel mondo, tanto che i suoi leader devono arrivare a sorpresa nei Paesi della regione, mentre le autorità dell’Iran annunciano tranquillamente le date dei loro viaggi in Afghanistan e in Irak dove «sono ben ricevuti».Il presidente iraniano ha naturalmente rivolto le ormai abituali minacce a Israele, accusato di preparare una nuova campagna contro Gaza «che metterà fine alla vostra esistenza». E a Obama ha «consigliato» di smettere di sostenere acriticamente lo Stato ebraico: «È per il vostro bene», ha detto con il solito tono tra il minaccioso e il canzonatorio. 08 aprile 2010, http://www.ilgiornale.it/




Tel Aviv


ISRAELE MINACCIA TAGLIARE L'ACQUA (per usi industriali ed agricoli) AI PALESTINESI

(AGI) - Gerusalemme, 7 apr. - Il ministro israeliano delle Infrastrutture, Uzi Landau, ha minacciato di tagliare parte delle forniture idriche in Cisgiordania se i palestinesi non risolveranno il problema delle acque di scarico non trattate. "Se i palestinesi continueranno a riversare le loro acque di scarico, inquinando fiumi e il sistema acquifero, Israele interrompera' di rifornirli", ha detto alla radio dell'esercito. Il ministro ha invitato i palestinesi a connettersi agli impianti di depurazione, "altrimenti daremo loro l'acqua da bere ma non quella per gli usi industriali e agricoli".


Israele e Firenze mai così vicini: Delegazione del Parlamento arriva in Palazzo Vecchio

FIRENZE - Ieri il vicesindaco Dario Nardella ha incontrato una delegazione del Parlamento dello stato di Israele, in questi giorni in visita ufficiale in Italia per rinnovare i rapporti di amicizia fra i due stati ed in particolare per far conoscere l’iniziativa “Christian Allies Caucus” (Unione Alleati Cristiani), nata per “costruire una linea diretta di cooperazione fra il Parlamento israeliano e i leader cristiani di tutto il mondo”. All’Unione, composta da parlamentari della Knesset, aderiscono numerosi stati di tutto il mondo (dalla Gran Bretagna alla Germania, dagli Stati Uniti al Giappone, dal Sud Africa aal’Uruguay) ma non ancora l’Italia. Da qui l’avvio di un progetto che coinvolga il nostro paese, con una missione che dopo Roma ha fatto tappa a Firenze, con una delegazione di cui facevano parte tra gli altri il viceministro per l’Industria Orit Noked, il presidente dell’Unione e parlamentare David Rotem e il direttore dell’Unione Josh Reinstein. Il vicesindaco ha accolto la delegazione in Palazzo Vecchio ed ha ricordato lo storico e stretto rapporto della città con la sua comunità ebraica, che si rinnova ogni anno con molte iniziative comuni; massima disponibilità da parte dell’amministrazione anche a portare avanti insieme il progetto “Christian Allies Caucus”. Nardella ha anche ricordato agli ospiti l’impegno in corso per legare la città e Israele anche con un volo diretto Firenze-Tel Aviv. 07/04/10 http://www.notiziarioitaliano.it/


LIZZIE DORON GIORNATE TRANQUILLE

Trad. Anna Linda Callow, Ed. Giuntina, collana Israeliana, Marzo 2010, pp. 169
“Da dove vieni? Mi domandò….Non lo so, risposi. Lei capì subito e non chiese altro. Anch’io vengo da là, mi disse…Poi mi chiese cosa avessi intenzione di fare. Una famiglia, le dissi, voglio una famiglia”.Bisogna ringraziare di cuore coloro che, in Israele, hanno dato vita al progetto Radici: affidare ad ogni studente degli istituti superiori una ricerca sulle origini della propria famiglia, affinché i giovani si impadroniscano della loro storia e memoria. Com’è ormai noto, fu grazie a questa circostanza -e alle insistenze della figlia, desiderosa di riportare un buon voto nell’elaborato- che, anni fa, Lizzie Doron iniziò l’indagine sulle vicende della madre Helena, sopravvissuta alla Shoah, indi approdata in Israele, morta nell’autunno 1990, della cui vita passata ella conosceva ben poco.Tale indagine, col trascorrere dei mesi, la coinvolse al punto che Lizzie, dapprima chiese un periodo di congedo dall’Università, dov’era impegnata col dottorato in Scienze cognitive, indi si appassionò tanto da tradire, in definitiva, l’Accademia per la Letteratura.Da tale “tradimento” nacquero Perché non sei venuta prima della guerra? e C’era una volta una famiglia, stupendi affreschi del complesso universo di coloro che hanno vissuto la tragedia della Shoah e ne sono ritornati; romanzi amati da pubblico e critica internazionali e gratificati con importanti riconoscimenti, tra i quali, solo in Italia lo scorso anno, il Premio Adei Wizo - Adelina Della Pergola e il Premio Alziator.Ora, dopo i primi due, la Casa Editrice Giuntina pubblica la terza opera, Giornate tranquille, uscita in Israele nel 2003, dedicata, significativamente, a “Coloro di cui nessuno si ricorderà”.La vicenda è raccontata in prima persona da Lèale (Lea), una donna di circa sessant’anni, capelli biondi, occhi azzurri, un’esistenza tragica. Sola al mondo, bambina magra “trasparente, pallida e contratta”, con le lunghe trecce, era stata, possiamo dire, trovata -alla fine della guerra- in un orfanotrofio della Polonia da Mordekhai, autentico sabra, recatosi in quel Paese alla ricerca di piccoli ebrei rimasti soli per condurli in Terra di Israele e iniziare una nuova vita. Egli, persona dai modi spicci con la quale per tutta la vita Lèale ha un difficile rapporto, la conduce in un kibbutz, dove crescerà e resterà diverso tempo, senza peraltro acquistare né serenità, né gioia. Queste le verranno donate verso i diciotto anni da Srulik, un uomo più anziano di lei di circa vent’anni, sarto, che aveva vissuto la tremenda esperienza del campo di concentramento. I due si innamorano, si sposano e si stabiliscono in città, a Tel Aviv, in un quartiere abitato per lo più da ex deportati. Dal matrimonio nasce un figlio, Eytan. Una famiglia vera, finalmente, questo era il desiderio più forte di Lèale.
Dopo solo quattro anni, però, Srulik, all’improvviso, muore, lasciando la moglie, poco più che ventenne, e il piccolo di quattro anni. Essi tuttavia non sono soli: a proteggerli c’è il parrucchiere Zaytshik -il “bello”, capelli neri curatissimi, occhi verdi, inappuntabile casacca bianca-, amico fraterno del defunto poiché i due erano stati insieme ad Auschwitz e ciò li aveva uniti per sempre.Zaytshik propone a Lèale di lavorare con lui nel suo negozio; anzi le inventa una professione di tutto rispetto, quella di manicure. Pian piano la giovane vedova si innamora di quest’uomo affascinante, sorprendente, coltissimo, amante dei fiori e del verde, che gli ricordano la terra natale, la Romania. Zaytshik, con i suoi segreti e i suoi tormenti, primo tra tutti quello di non riuscire a cancellare quel numero blu tatuato sul braccio, nonostante i ripetuti tentativi. Il suo negozio è il centro pulsante del piccolo quartiere, un luogo in cui non si fanno domande, ma si ascolta, in silenzio. Dove è “molto facile sapere quello che sarebbe successo domani, ma impossibile conoscere ciò che era avvenuto ieri” e dove “non si piangeva mai su ciò che faceva male davvero”.Attraverso il suo lavoro Lèale impara a conoscere le persone che frequentano quel luogo: se guardi le mani di qualcuno, ne interpreti la personalità, ne intuisci le sofferenze, come capita con Zila, dalla “bocca piena di parole mostruose”, ma in realtà piena di buone intenzioni, alla quale i nazisti avevano strappato le unghie e che di conseguenza non sopporta il manicure; Dorka, la sua, per così dire, “interfaccia”: in apparenza gentile, ma in realtà donna sputante veleno per carattere e non “perché avesse avuto chissà che Shoah terribile”; Ida, l’estetista, moglie di un calzolaio muto, alla quale sarebbe piaciuto tanto aprire un salone di bellezza a Parigi con Zaytshik! Ella però un giorno esprime un desiderio chiaro e netto: “Voglio morire!”. Tragica figura, Ida, che coltiva il sogno di ritrovare il suo cavallo, “ebreo”, alle porte del giardino di Eden. Quel cavallo, chiamato Zaddik (Giusto), era stato ucciso dai tedeschi, perché appartenuto al padre di lei, un ebreo.E Kalman, il lattaio, con la dura punizione inflittagli dagli abitanti del quartiere, a causa dei suoi trascorsi…E Monsieur Résistence, così soprannominato perché aveva combattuto nella Resistenza francese, con moglie e figlia, Rita. Figure tragiche, quei tre, a cominciare dalla ragazza: un giorno ella manifesta l’intenzione di lasciare i genitori per iniziare una nuova vita in un kibbutz, ma prima esige dal parrucchiere un taglio cortissimo dei capelli, gli stupendi lunghi boccoli, che le avevano meritato il soprannome di Shirley Temple, la bimba prodigio del cinema americano in anni lontani. E la visione di quei mucchi di capelli tagliati in un angolo…quale ricordo tremendo riesce ad evocare in Zaytshik!La persona alla quale Lèale è più legata, dopo Zaytshik, è Rosa Ornshteyn, conosciuta al suo arrivo con Srulik nel quartiere; a Rosa erano bastate poche parole per comprendere che anche quella giovane, alla ricerca di una famiglia, veniva da là. Rosa (sposata ad un uomo che si esprime solo in yiddish) diventa la sua più cara amica, una specie di madre adottiva: insegna a Lèale ad essere una brava padrona di casa, a cucinare il gefilte fish o il borsht, la conforta nei momenti di paura (“Rosa mi diede il coraggio di essere madre”), la educa con pazienza, osservando che si può imparare dalla vita e…dai libri. Le instilla l’amore per la lettura, così come farà col piccolo Eytan. E la ammaestra in molto altro. A non formulare domande dirette, tanto per cominciare. “Chi vuole sapere qualcosa su D-o, meydele [ragazza], può chiedere a me, e se qualcuno vuole sapere di me, la cosa migliore è che chieda a te”. Rosa, amata da tutti, è persona di grande sensibilità e cultura, tanto che di lei si diceva che, se non ci fosse stata la guerra -guai nominare direttamente la Shoah! Meglio parlare, in modo generico, di “guerra”-, ella sarebbe diventata una famosa scrittrice o un professore all’Università.Rosa ha un conto in sospeso con l’Eterno, come talora capita a chi ha sofferto al punto di non riuscire a dare un significato al proprio dolore: “Non voglio che D-o si ricordi di me” suole affermare. E’ ideale anima gemella di un altro “angelo” del quartiere, il Dr. Wolmann, originario di Berlino, “prima” celebre e invidiato neurologo, con una bella famiglia; ora l’unico medico di cui ci si possa fidare in caso di malattie da Shoah, circondato dal rispetto di tutti: “Ogni volta che nel quartiere qualcuno stava male, chiamavano il medico della mutua per occuparsi della malattia e il Dottor Wolmann per occuparsi del malato”.
E’proprio Rosa, coadiuvata all’occorrenza dal dottore, la persona più vicina a Lèale quando, a causa di una grave malattia sopportata con coraggio e senza mai lamentarsi, anche Zaytshik muore. La perdita dell’uomo amato è insopportabile e Rosa mette in guardia l’amica dal lasciarsi andare ad un desiderio di morte che pare volerla travolgere. Nel primo periodo di lutto la protagonista vive in una specie di stato confusionale, nel rammentare i ricordi di quel mondo che pulsava nel negozio: ricordi del parrucchiere e degli altri. Negli anni trascorsi aveva ascoltato tante storie, tanti segreti, ora non può fare a meno di raccontare tutto a se stessa e addirittura di scriverne spezzoni su un vecchio quaderno di scuola di Eytan. Il dolore le dà la forza di provare, proprio come aveva fatto Zaytshik, un’empatia profonda nei confronti di coloro che aveva incontrato ogni giorno; quelle persone per le quali la Shoah non diviene mai “Storia” poiché resterà sempre "Realtà quotidiana".“….non chiesi mai che cosa (le) fosse accaduto. Ma ora, da quando è morto Zaytshik, mi vengono in mente tante vicende che pensavo di aver dimenticato da un pezzo”.Il romanzo accompagna la donna nel racconto dei suoi ricordi, più lontani e più vicini, suoi e dei personaggi del quartiere. E’ questa la parte più intensa del libro: in un linguaggio tenero, delicato l’Autrice tratteggia bozzetti pieni di umanità, di vita vissuta, in quel mondo dove “ogni persona è una storia, una storia che nessuno vuole raccontare e nessuno vuole ascoltare”, venata dalla nostalgia del tempo che fu “prima” (della guerra!); storie nascoste, sì, ma con l’impulso irrefrenabile di uscire alla luce. Ricordi che, pian piano, inesorabili, si fanno strada, lottando col desiderio, da parte di lei, di negarsi agli altri, di sottrarsi alle loro non gradite premure; e di essere lasciata in pace, per annullarsi. “Avrei davvero voluto morire senza fare chiasso…”La rispettosa, pur forzata, lontananza del prossimo, ad un certo punto, le dà la possibilità dunque di poter trascorrere, in solitudine, diverse "giornate tranquille”, espressione che dà il titolo all'opera, non priva peraltro di una certa ironia. Il linguaggio dell’anima di Helena, la mamma di Lizzie, fa capolino ad ogni pagina. Poi c'è il tragico paradosso costituente l’infanzia della piccola Lèale; per un tempo difficilmente commensurabile ella aveva vissuto, in campagna, nascosta dentro una buca “nera nella terra”, da dove ogni notte una donna alta e magra -dalla voce inconfondibile, tuttora presente a decenni di distanza- la tirava fuori per darle da mangiare, bere e…farle pulire l’aia. La ragazzina a stento conosce il cognome della propria famiglia, Zucker forse, rammenta con fatica di essere stata affidata dai genitori ad una donna polacca (quella che le fa pulire il cortile, verosimilmente), con l’intesa che essi l’avrebbero ripresa dopo la guerra. Ma poi..nessuno si presentò. Privata di una vera infanzia -“d’estate, con un rametto disegnavo omini, animali…con le foglie che cadevano in autunno e con la paglia che copriva la fossa mi facevo dei gioielli…”-, ella venne condotta dalla donna in un orfanotrofio, dove aspettò e aspettò, fino all’arrivo di…..Mordekhai.Tutta l’esistenza di Lèale è un confronto con la solitudine, ne è condizionato anche il rapporto col figlio Eytan. Questi, divenuto un uomo, vive e lavora a New York. Padre di due gemelli, è sposato con un’americana, Nancy, con la quale Lèale non lega affatto (come sovente capita, ella prova una certa gelosia nei confronti della nuora: “..non penso che per una donna estranea si possa rinunciare alla propria madre...”). Il rapporto Madre/Figlio è aspro, ma indistruttibile: ella ama Eytan in modo viscerale proprio perché, per quanto la riguarda, non ha avuto, se non per un periodo di tempo troppo breve, una vera famiglia ad insegnarle che c’è un tempo per gli abbracci e uno per…. il distacco.Giornate tranquille dev’essere letto con calma, senza lasciarsi fuorviare dall’apparente semplicità espressiva, e ti dispiace quando l’hai terminato; vorresti che continuasse. Sono lieta per Lizzie che l’opera abbia ricevuto da Yad Vashem il Premio Buchman.Il caldo trasporto nella narrazione si sposa ad una tenera ironia in alcuni passaggi in sé drammatici, come il terrore suscitato dall’apparizione improvvisa -in quel quartiere di Tel Aviv!- di un uomo sconosciuto, dai capelli biondi e dalla bella voce, ma di lingua tedesca, alla ricerca di….Il romanzo tocca tutte le cifre espressive e gli aggettivi non bastano a definirlo: inatteso, a volte folle, in grado di immaginare per una vicenda finali diversi; non vi è infatti una vera e propria trama, né una conclusione. I ricordi, le esperienze della protagonista e delle persone a lei vicine si mescolano nella fatica e nel dolore quotidiani, in un alternarsi tra ansia di annientamento e insopprimibile desiderio di vita, di lancinanti ricordi e visioni della persona amata.Questo è il segreto del suo fascino. Perché, come fa osservare un giorno Zaytshik a Lèale “Nel nostro mondo, meydele, non c’è veramente una verità”. Mara Marantonio http://www.angolodimara.com/


Gerusalemme . spianata delle Moschee

Netanyahu parteciperà al vertice sulla sicurezza nucleare

Gerusalemme, 7 apr - Il premier israeliano Benyamin Netanyahu parteciperà al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama nei giorni 12-13 aprile. A darne notizia è il quotidiano filo-governativo Israel ha-Yom aggiungendo che Netanyahu sarà accompagnato dal Consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal direttore generale della Commissione per la energia atomica Shaul Chorev. Fonti vicine a Netanyahu citate dal giornale hanno escluso che la sua presenza al vertice possa essere sfruttata da altri partecipanti (ad esempio, da dirigenti arabi) per invocare che le installazioni atomiche di Israele vengano sottoposte a controlli internazionali. Israel ha-Yom aggiunge che, con tutta probabilità, Obama non tornerà ad incontrare Netanyahu avendolo già ricevuto due settimane fa. Al tempo stesso il premier prevede che durante il suo soggiorno a Washington potrà incontrare altri responsabili di governo americani per i quali - precisa il giornale - sta preparando risposte dettagliate ad una serie di richieste politiche avanzate da Obama, fra cui il congelamento di progetti edili ebraici a Gerusalemme est.


Ebraismo e diritto. Il contributo fondamentale di Rabello

È stata appena pubblicata, nella Sezione Studi Giuridici della Collana dell’Università di Salerno (Edizioni Rubbettino), un’opera di grande rilievo scientifico e culturale, il cui interesse andrà certamente molto al di là della pur vasta schiera dei cultori dei diritti antichi. Ci riferiamo alla raccolta, in due volumi, di Alfredo Mordechai Rabello "Ebraismo e diritto". Studi sul diritto ebraico e gli ebrei nell’impero romano.La silloge è suddivisa in cinque sezioni, rispettivamente dedicate ai seguenti campi di investigazione: a) la condizione giuridica degli ebrei nell'impero romano pagano; b) la condizione giuridica degli ebrei nell'impero romano cristiano; c) la Collatio legum Mosaicarum et Romanarum; d) gli ebrei nella Spagna romana e visigotica; e) il diritto ebraico. Le pagine di tale ultima sezione, in particolare, possono essere lette come una sorta di “viaggio di Ulisse”, lungo le rotte percorse da Israele sulla via del ritorno alla casa del Padre; come un tributo alla dimensione atemporale della Torah - le cui lettere sopravvivono sempre, anche quando la carta, e la carne, bruciano, come nel rogo di Rav Chaninah (T.B., Avodà Zarà 18a) -, a una parola che perfora il tempo, cambiando sempre di senso nella fissità della lettera, dividendo come uno scoglio le acque della storia. Esse aiutano a capire in che modo i precetti mosaici, eterni e immutabili, abbiano conosciuto la straordinaria capacità di adattamento che ha permesso al popolo ebraico di assumere mille volti, parlare mille lingue e fecondare mille civiltà, restando sempre sé stesso; in che modo, come recita Bialik, la rigida halachah, “pedante, grave, dura come il ferro”, sia stata mitigata dalla compassionevole haggadah, “indulgente, lieve, tenera come il burro”. Per la sua salvezza, l’uomo ha bisogno di entrambe, di legge e misericordia, di severità e di poesia, come Dante ebbe bisogno di Virgilio e di Beatrice.In generale, Rabello aiuta a capire in che modo il diritto ebraico abbia conservato e maturato la propria peculiare forza etica, elaborando per l’uomo sempre nuovi parametri comportamentali atti a fungere da barriera contro il male, “facendo siepe” intorno alla Legge, come è scritto nella Mishnah (Avòt 1.1) e come ebbe a ricordare, nel suo campo di morte, Primo Levi. Una forza, una duttilità e una perenne modernità che rendono la sapienza rabbinica, com’è noto, particolarmente preziosa come strumento di orientamento nei nuovi, inesplorati terreni della bioetica, come eloquentemente attestano i saggi sull’ubàr, il nascituro, sull’eutanasia, la procreazione assistita, la fecondazione artificiale.Se il livello di conoscenza del diritto ebraico, nel suo insieme, ha fatto notevoli progressi negli ambienti accademici europei, ciò è avvenuto, in buona misura, grazie all’opera di Rabello, a cui va riconosciuto il merito di avere dimostrato l’attualità e la funzionalità di tale millenaria tradizione giuridica, la sua peculiare posizione a cavallo tra diritti antichi e moderni, tra norma giuridica, precetto religioso e imperativo etico universale.E se, sessantaquattro anni dopo la Shoah (che, come scrive Gorge Steiner, aveva sospinto l’ebraismo europeo “verso i margini cinerei del silenzio”) e sessantuno dopo l’Indipendenza di Israele, la risorta patria degli ebrei è tornata a dispensare al mondo gli inesauribili tesori di una millenaria tradizione giuridica, assolvendo di nuovo alla propria missione profetica di “luce per le nazioni”, ciò si deve anche all’impegno e al coraggio di Alfredo Rabello, che gli ha conquistato l’unanime stima e gratitudine dell’intera comunità scientifica internazionale. Anche se, fra tante luci, non sarebbe corretto nascondere alcune ombre, come, per esempio, l’embargo decretato contro di lui e i suoi colleghi connazionali da quei sedicenti Professori britannici che - in perfetta sintonia con gli scienziati italiani del ‘38 - non lo gradirebbero su una Cattedra del Regno, in ragione della “responsabilità oggettiva” della sua cittadinanza. Ma seguiamo l’insegnamento di Alfedo, nella Nota di presentazione della raccolta, e ricordiamo il bene, non il male, fiduciosi che, una volta realizzati gli auspici del salmista, anche il ricordo di Amalek possa allontanarsi.Francesco Lucrezi, storico

mercoledì 7 aprile 2010


Gerusalemme

La tv turca attacca Israele e fa infuriare pure i palestinesi

di Fiamma Nirenstein, 07 aprile 2010 http://www.ilgiornale.it/
Un serial mette in mostra la cattiveria dei soldati israeliani. Ma la scena inventata di uno stupro scatena persino lo sdegno di Fatah
Zelo traditore, che brutta figura si fa quando si cerca di essere più realisti del re. Se ci si poteva aspettare che la Turchia inciampasse sulla strada iperislamica e antisraeliana intrapresa recentemente, che fossero i palestinesi, bandiera di Erdogan, a sbugiardare la Turchia non si sarebbe mai potuto prevedere. La storia è semplice: a ottobre la tv turca ha trasmesso un serial che ad ogni puntata mostrava la mostruosa cattiveria dei soldati israeliani. I soldati uccidevano e tormentavano con mostruosi sghignazzi bambini e donne palestinesi. Ok, fa parte della nouvelle vogue turca, la stessa che ha portato Erdogan a gridare insulti a Shimon Peres durante l’incontro di Davos.Il serial in questi giorni è in onda su due tv del network saudita Mbc. Israele aveva già protestato, ma si sa, il diritto alla libera espressione fa si che né gli Usa né gli europei alzino mai un dito specie quando si incita all’antisemitismo. Diverso è con l’islamofobia, si capisce. Ma al tredicesimo episodio, in cui una famiglia palestinese torna dalla Giordania per trovare la sua casa distrutta dalle solite carogne, c’è anche una scena molto espressiva in cui una prigioniera del carcere israeliano, Miriam, viene violentata dalle guardie. Uscita dalla galera la ragazza nel film viene uccisa dalla famiglia, ed è sempre ovvia colpa degli israeliani. Ma la reazione delle prigioniere vere è stata immediata: «Chiediamo ai realizzatori della serie tv di scusarsi per la scena in cui viene violentata una prigioniera di nome Miriam» hanno detto. La scena, hanno aggiunto, non ha niente a che vedere con la realtà, e che non è mai successo che una ragazza palestinese sia stata violentata da un soldato israeliano: «Chi si immagina che una palestinese in prigione venga violentata, vive in un mondo di illusioni e di errori. Né abbiamo mai sentito dire che qualche donna sia stata uccisa dalla famiglia una volta rilasciata». Anche l’Autonomia Palestinese si è ribellata: Kadura Fares, membro del comitato centrale di Fatah, ha detto alla radio israeliana che i palestinesi chiedono di smettere di mandare in onda il film.La Turchia intanto si avventura in una quantità di attivismo molto spinto: mentre da Gerusalemme è stato ritirato l’attuale ambasciatore Ahmet Oguz Cernicol (forse ritenuto troppo morbido dopo un recente testa a testa con il governo israeliano e sostituito con un diplomatico locale, Kerim Uras) a Istanbul si prepara il più grande convoglio marino per raggiungere Gaza con aiuti: lo organizza la Turkish Relief Foundation (Ihh) con varie associazioni decise a formare un convoglio di aiuto alla zona governata da Hamas cui parteciperà una ventina di navi turche, europee, malesi alla fine di aprile. Lo sfondo dell’attività antisraeliana dei turchi consta di un potente avvicinamento al mondo islamico dopo tanti anni di mediazione con l’Occidente. Oggi Erdogan è protagonista della resistenza alle sanzioni contro il nucleare iraniano, insieme a Chavez.Intanto quasi tutti i militari turchi imprigionati dal governo con accuse di cospirazione sono stati rimessi in libertà, mettendo così in mostra l’intento eminentemente politico della retata. E in questi giorni si discute molto anche del fatto che il governo turco sta riscrivendo la Costituzione in chiave islamista, introducendo misure che ne rafforzano il potere mettendo in subordine il militare e il giudiziario. L’ultima azione anti Israele è stata la minacciosa asserzione che la Turchia non se ne starà con le mani in mano e difenderà i musulmani ovunque, anche a Gerusalemme.


Tel Aviv

L’analisi / Vaticano e Israele: uguali nella diversità

di R.A. Segre, 07 aprile 2010 http://www.ilgiornale.it/
Padre Raniero Cantalamessa è rimasto giustamente stupito e rattristato dal polverone sollevato dalla sua omelia pasquale nella quale ha paragonato - citando una lettera di un amico ebreo - gli attacchi mossi contro il Papa all’antisemitismo. Il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni ha deplorato l’incidente come una «caduta di stile». Per la radio vaticana invece «Ci sono lobby economiche dietro l’attacco al Papa». Anche il commento dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams è stato secondo la BBC «insolitamente duro». Il prelato afferma che «una istituzione che viene cosi profondamente emarginata dalla vita sociale (come la Chiesa irlandese) perde di colpo la sua credibilità» Si tratta per il settimanale cattolico «Tablet» di «un commento sorprendente che rischia di influenzare la comunità dei credenti». Tuttavia a ben guardare, un legame esiste fra questi attacchi alla Chiesa e la persecuzione degli ebrei. Si compone di due fatti: 1) L’incapacità dello Stato Vaticano e dello Stato di Israele (nella misura in cui esso viene erroneamente identificato con l’ebraismo) di far fronte ad una offensiva mediatica di delegittimazione. 2) la diversa capacità della Chiesa e della Sinagoga di spiegare il significato della «elezione» che entrambe difendono.Lo Stato vaticano e lo Stato di Israele sono molto differenti. Il Vaticano è uno stato assoluto, particolare nel suo regime teocratico, come lo è lo stato d’Israele nel suo regime laico e democratico. Entrambi non traggono la loro legittimità - non la loro legalità politica internazionale - dal riconoscimento delle altre nazioni. Fondano, questa legittimità, su un’idea di «missione» o «scelta» inconcepibile in termini politici e storici. Il che appare un anacronismo, se non addirittura un anatema, a chi lega la sovranità all’idea di nazione, sia che questa coincida o no con la territorialità.E' evidente - o per lo meno dovrebbe esserlo - che la Chiesa non è una istituzione di vizio mascherato da falsa umiltà e carità come l’ebraismo non è un gruppo di potere economico, razzista mascherato da falso vittimismo. La Chiesa, come ha detto il cardinale Roger Etchegaray, vice decano del Sacro Collegio, «è invisa soprattutto a chi mal sopporta la sua azione a difesa della sacralità della famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna, dell’equa distribuzione delle risorse mondiali e di una alternativa etica alla logica del puro profitto». Israele - soprattutto nella identificazione dell’ebraismo col movimento sionista - è inviso per il successo di questa idea nazionale a confronto col fallimento di tutte le altre ideologie politiche. Non gli si perdona la pretesa di voler dimostrare colla sua esistenza, l’incapacità degli altri di vivere secondo i valori e gli scopi che proclamano. Questo non significa che Chiesa e Israele non abbiano colpe. Ma riconoscerle, come fa la Chiesa con la pedofilia e come hanno fatto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nei confronti dell’antisemitismo, imbestialisce chi vorrebbe mettere la propria coscienza in pace abbassando la Chiesa e Israele al proprio livello. Col risultato che, paradossalmente, Chiesa e Israele (stato e popolo) si trovano, sia pure in differente condizione, a far fronte ad attacchi di invidia e delegittimazione, unendoli nella incapacità di spesso reagire in maniera appropriata a questi attacchi. Qualunque possano essere la falsità e l’ipocrisia dei loro avversari, sbagliano quando cadono nella trappola di chi si consola dicendo «ma lo fanno anche gli altri».È vero. E lo fanno molto di più della Chiesa e di Israele. Ma chi mette la Stella di Davide o le Chiavi di San Pietro sulla propria bandiera non ha il diritto di essere come gli altri anche se lo volesse. La Chiesa e Israele sono - volenti o nolenti - testimoni del fatto che esistono verità morali nella società e nella politica. In un mondo dove la tendenza è quella di omologare tutto, in queste verità sta il loro diritto ad essere e di restare differenti.


Israele: Bibi Netanyahu, rimasto solo contro tutti

È stata una cena pasquale tutta in famiglia a Beit Aghion, la residenza ufficiale del primo ministro d’Israele, a Gerusalemme. Per il «Seder» che dà inizio al Pessach, la Pasqua ebraica, la sera del 29 marzo, Benjamin Netanyahu non ha invitato quest’anno nessun soldato senza famiglia, ma ha voluto accanto a sé e alla moglie Sarah solo i parenti più stretti. Primo fra tutti il patriarca, il professor Benzion, che solo quattro giorni prima aveva compiuto 100 anni. Noto intellettuale della destra israeliana, storico revisionista del sionismo, papà Benzion è il consigliere principale di Benjamin, «Bibi», come lo chiama fin da bambino.A un anno esatto dall’inizio del suo secondo mandato come premier israeliano (la prima volta fu dal giugno 1996 al maggio 1999), Benjamin Netanyahu, 60 anni, è alla prova della vita come leader politico. Solo una settimana prima delle festività pasquali, a Washington, è stato umiliato dal presidente Barack Obama, visibilmente infuriato per i reiterati annunci da parte del governo israeliano di volere costruire nuove abitazioni nella parte araba di Gerusalemme: il che blocca di fatto l’avvio dei negoziati indiretti con i palestinesi vanificando gli impegni internazionali presi dalla Casa Bianca con i leader arabi alleati. È la più grave crisi nei rapporti fra Stati Uniti e Israele, che porta di fatto all’isolamento dello stato ebraico, dal momento che anche l’Unione Europea si è schierata compatta con l’amministrazione americana. E questo accade nel momento in cui l’Iran e la sua bomba nucleare diventano sempre più una minaccia ineludibile.In patria, proprio il giorno che ha dato l’avvio alla settimana pasquale, il quotidiano Ma’ariv ha pubblicato un sondaggio sul primo anno di governo di Netanyahu assai poco promettente. Il 53,2 per cento degli israeliani (contro il 41,2 per cento) non è soddisfatto della sua leadership. Se le elezioni si dovessero svolgere in questo momento, Kadima, il partito di centro guidato da Tzipi Livni, ora all’opposizione, avrebbe il maggior numero di seggi e il Likud, il partito di Netanyahu, ne perderebbe qualcuno. Ancora più disastroso il crollo dei laburisti di Ehud Barak, oggi alleati di governo. Risultato: sarebbe auspicabile una sola maggioranza con Livni dentro la coalizione e, per di più, nella posizione di dettare legge. Ma il dato più preoccupante, dal punto di vista del premier, è un altro ancora. Sebbene lui e i suoi partner dell’estrema destra religiosa e nazionalista (Shas e Yisrael Beiteinu) continuino a battersi per l’unità di Gerusalemme, un’ampia fetta di opinione pubblica israeliana al contrario appoggia la proposta americana elaborata fin dai tempi di Bill Clinton: il 46,2 per cento (contro il 38,9) si proclama a favore della soluzione «due stati», uno israeliano e uno palestinese, che prevede il ritorno ai confini del 1967, con lo smantellamento delle colonie e la divisione di Gerusalemme.
«Figlio mio, l’unico tuo impegno deve essere quello di salvare il popolo ebraico, che io vedo a rischio come mai nella storia recente» è stato, quella sera, il consiglio di papà Benzion facendo riecheggiare le stesse parole pronunciate il giorno del suo centesimo anniversario. Per il primo ministro la scelta è proprio questa: arroccarsi sulle colonie rischiando l’emarginazione internazionale o preparare la difesa strategica contro l’Iran stringendo patti di ferro con il maggior numero di nazioni al mondo? Più semplicemente: sopravvivere come leader o passare alla storia come statista?Sostiene il politologo americano Fareed Zakharia: «A Bibi piace paragonarsi a Winston Churchill per il suo monito al mondo sulla tempesta in arrivo. Ma lui dovrebbe ricordare che l’unica ossessione di Churchill alla fine degli anni Trenta era di rafforzare l’alleanza con gli Usa, a qualsiasi costo, concessione e compromesso».La verità è che Netanyahu è finito in rotta di collisione con Obama non capendo che l’America è cambiata. E anche il resto del mondo. Ha scommesso su un presidente tutto impegnato sulle questioni di politica interna ed è sbarcato a Washington il giorno dopo la storica vittoria congressuale con l’approvazione della legge di riforma della sanità, che ha galvanizzato ancor più Obama. Ha pensato di fare affidamento ancora una volta sulla potente lobby ebraica dell’Aipac e non si è accorto della sua perdita progressiva di peso a favore di altre organizzazioni (J Street e Israel Policy Forum) più liberal e composte da giovani ebrei che vogliono la pace e non nuovi insediamenti. Ma soprattutto non ha creduto fino in fondo alla svolta impressa dalla Casa Bianca alla politica mediorientale.
Se solo Netanyahu avesse prestato attenzione alle parole pronunciate dal generale David Petraeus, il supremo comandante americano dei teatri di guerra più caldi (dall’Afghanistan al Medio Oriente), forse sarebbe stato meno baldanzoso, com’è nel suo carattere. Testimoniando alla commissione Forze armate di Washington, Petraeus ha sostenuto che il conflitto fra israeliani e palestinesi continua a fomentare sentimenti anti Usa, coltivati da Al Qaeda, Hezbollah, Hamas e Iran per complicare la vita innanzitutto ai soldati americani nella regione. Il governo guidato da Netanyahu, che non sblocca il negoziato con i palestinesi, diventa «una zavorra strategica» per l’interesse nazionale americano.È una svolta, sì, che però va a fare il paio con un’altra svolta in Israele. Il presidente Shimon Peres lo ha ricordato poco prima dell’inizio della Pasqua ebraica partecipando al compleanno della figlia di Ytzhak Rabin, Dalia. «Tutti i governi israeliani, compresi quelli di Menachem Begin e di Yitzhak Shamir, hanno sempre accettato di non costruire nuove abitazioni nelle aree di Gerusalemme a maggioranza arabe. Potevano costruire solo in quelle ebraiche» ha detto Peres.Ora la parola finale spetta a Netanyahu. Obama vuole un riscontro scritto (e non più solo verbale, perché non si fida) alle 10 richieste fatte e lo pretende entro pochi giorni. Il cosiddetto Forum dei sette (i ministri più importanti della coalizione di governo) è spaccato: almeno quattro sono per rispondere picche a Washington e ricordano tutti i giorni a Netanyahu quali potrebbero essere le conseguenze di un cedimento alla pressione internazionale su Gerusalemme: la rottura della coalizione e probabilmente la fine della leadership del Likud con Benny Begin pronto a soppiantarlo. Altri tre ministri sono meno intransigenti. In particolare Barak, pressato dal suo partito perché si ritiri dalla coalizione aprendo le porte a una nuova maggioranza con i moderati di Kadima.Netanyahu è strattonato. C’è chi gli ricorda il suo passato di soldato coraggioso nei reparti speciali della famosa Sayeret Matcal. Chi invece punta a quello di diplomatico giovane e brillante a Washington. I suoi detrattori gli sbattono in faccia al contrario l’eccessiva emotività dimostrata da quando è entrato in politica e citano quell’impietoso giudizio di Ariel Sharon: «È un bambino viziato di Rehavia, nato con il cucchiaio d’argento in bocca», laddove per Rehavia si intende il quartiere chic di Gerusalemme dove Bibi ha sempre vissuto.Quel che è certo è che, dopo avere tanto meditato, ponderato i pro e i contro, interpellato intelligence e militari, chiamato a raccolta i suoi fedelissimi, alla fine l’unico che ascolterà sarà sempre papà Benzion, convocato di nuovo a cena prima della fatidica risposta a Washington.http://blog.panorama.it/, 6 aprile 2010


Israele: distribuzione maschere antigas

Obiettivo dotare entro l'anno almeno 1,5 mln di persone
(ANSA) - TEL AVIV, 6 APR - Prende quota in Israele la distribuzione di maschere antigas per la intera popolazione, oltre sette milioni di persone.Da oggi sono aperti centri di distribuzione ad Ashdod e Rishon le-Zion, a sud di Tel Aviv.Nelle prossime settimane saranno attivati altri centri nelle maggiori citta'. E ogni famiglia potra' richiedere le maschere al servizio postale con un modesto versamento.L'obiettivo e' dotare di maschere entro 12 mesi almeno un milione e mezzo di israeliani.


E' mia abitudine non fare commenti ai testi che pubblico sul blog, ma questo articolo necessita di un mio brevissimo "cappello": ho scelto di metterlo sulle pagine del blog perchè si veda quale esercito democratico e serio è quello israeliano. Ragazzi 19enni, quali sono i soldati israeliani, possono anche fare errori, ma la cosa fondamentale è che vengano processati e puniti. Quanti eserciti al mondo lo fanno e soprattutto lo rendono pubblico?

Israele, inchiesta esercito su 4 palestinesi uccisi: i morti potevano essere risparmiati

GERUSALEMME (6 aprile) - Alcuni militari israeliani sono stati accusati di avere agito con «scarsa professionalita» al termine di un'inchiesta ordinata dallo stato maggiore in seguito all'uccisione di quattro palestinesi avvenuta lo scorso mese in Cisgiordania.Le inchieste preliminari, riferisce la stampa, hanno messo in luce gravi deficienze nei confronti dei comandanti di basso grado presenti sul terreno. Quelle morti, è stato stabilito, avrebbero potuto essere risparmiate. Nei prossimi giorni sarà il capo di stato maggiore, generale Gaby Ashkenazi a decidere eventuali sanzioni nei confronti dei militari coinvolti. Il primo episodio risale al 20 marzo scorso, quando un mezzo militare israeliano venne attaccato a colpi di pietre e bottiglie incendiarie nei pressi di Nablus. Uno dei soldati a bordo ha aperto il fuoco e due manifestanti palestinesi sono rimasti uccisi. Il militare aveva sostenuto di avere sparato con proiettili di gomma ma l'indagine ha appurato che si trattava invece di pallottole vere.I vertici militari che hanno indagato su quell'episodio sono giunti alla conclusione che l'intervento della unità militare ad Arak-Burkin «era superfluo» ed è stato generato da una visione tattica errata. L'indagine invece non è riuscita a far luce su un punto controverso: se i due siano stati uccisi da proiettili rivestiti di gomma (come sostengono i soldati che erano sul terreno) oppure da munizioni vere, come affermano i medici di Nablus. Il secondo incidente, avvenuto nel villaggio di Awarta, risale al giorno successivo. Qui due palestinesi sono stati uccisi da una pattuglia che li aveva appena fermati per un controllo. I militari sostengono di avere sparato perché minacciati con una bottiglia e un arma da taglio. Nel rapporto, tuttavia, si afferma che in entrambi i casi i soldati non avrebbero dovuto aprire il fuoco.Secondo il generale Avi Mizrahi, comandante delle forze israeliane in Cisgiordania, i soldati avrebbero dovuto aver ragione dei due palestinesi (che avevano aggredito separatamente uno di loro) senza necessariamente provocarne la morte. Nell'inchiesta viene ammesso che il soldato che ha aperto il fuoco si è sentito in pericolo immediato di vita. Le critiche sono invece indirizzate ai superiori, che non hanno saputo disporre in maniere adeguata le forze sul terreno. In una inchiesta separata, l'esercito israeliano ha invece concluso di non essere responsabile delle morte di un palestinese diabetico, Muhammed Alyat, 63 anni, asseritamente trattenuto a lungo giorni fa in un posto di blocco della valle del Giordano. Dall'inchiesta è emerso che l'uomo non è stato trattenuto al posto di blocco, bensì subito respinto per un motivo tecnico. Di conseguenza si è prolungato di diverse ore il suo viaggio per la Giordania, dove questi è poi deceduto. Secondo la stampa in questa serie di episodi i responsabili militari israeliani hanno trovato anche un raggio di luce: il comportamento delle forze di sicurezza dell'Anp che si sono prodigate per circoscrivere gli episodi ed impedire che in Cisgiordania la situazione degenerasse. http://www.ilmessaggero.it/


Il libro dei deportati. Vol. II. I luoghi

Editore Mursia
Dopo "Il libro dei deportati. Vol. I", con l’elenco dei nomi dei 23.826 deportati politici italiani, con le date e i luoghi di nascita, di arresto, di detenzione, di liberazione o di morte, una raccolta di saggi divisi in tre parti e realizzati da un’équipe di esperti del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino. La prima parte, di inquadramento generale, tocca vari aspetti storiografici e bibliografici oltre ad affrontare le problematiche relative alle diverse categorie di deportati, dagli operai ai militanti antifascisti agli ebrei. Nella seconda parte sono radunati vari studi sui singoli lager di Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Bergen-Belsen, Dachau, Mittelbau-Dora, Ebensee, Mauthausen, Natzweiler, Neuengamme, Ravensbrück, Sachsenhausen, Stutthof. Nella terza, studi locali sui singoli luoghi di partenza dei deportati italiani delle varie zone d’Italia.

martedì 6 aprile 2010


Dividere Gerusalemme equivale a uccidere Gerusalemme

Il risultato del recente confronto Obama-Netanyahu è che la Casa Bianca vuole che Israele si muova rapidamente verso la divisione di Gerusalemme. Purtroppo, però, il diffuso assunto secondo cui spaccare in due Gerusalemme porterebbe prosperità alla città e la pace fra ebrei e arabi è un madornale errore. In realtà, dividere Gerusalemme distruggerebbe la città, che ne morirebbe sotto ogni aspetto: culturale, economico e non solo. Sul piano politico, poi, la scissione fra sovranità araba e sovranità ebraica farebbe di Gerusalemme il bersaglio del conflitto mediorientale: e la città si ritroverebbe peggio messa della Belfast dei tempi peggiori.Il primo motivo è che qualunque sezione della città ceduta al controllo arabo diventerebbe immediatamente epicentro della feroce guerra che si combatte all’interno del mondo arabo su modi di vita, ideologia e legittimità islamica. Chi esattamente dovrebbe governare nella parte araba di Gerusalemme est? Il declinante movimento nazionale laico palestinese (il cui potere in Cisgiordania è nel migliore dei casi assai incerto), o l’estremismo islamista di Hamas (che persegue apertamente la distruzione di Israele), o le forze suicide affiliate ad al-Qaeda (la cui forza sta crescendo nei territori), o il sempre più estremista e violento movimento arabo-islamico israeliano (che è stata la forza principale dietro ai recenti disordini al Monte del Tempio di Gerusalemme), o i giordani (che accampano solidi titoli per la leadership araba su Gerusalemme in base al trattato di pace del 1994 con Israele), o i marocchini (che sono alla testa del Supremo Comitato per Gerusalemme della Lega Araba), o i sauditi (che considerano se stessi gli autentici custodi dei luoghi santi islamici)?Ciascuna di queste forze cercherebbe di affermare la propria supremazia e di rafforzare la propria legittimità nel mondo arabo attraverso il controllo della Gerusalemme araba e aggredendo ciò che rimarrebbe della Gerusalemme ebraica. Quale miglior prova della propria lealtà alla causa islamica che attaccare la residua presenza israeliana nella città? Con le basi operative nella metà orientale della città (i cui quartieri non sarebbero più sotto controllo di sicurezza israeliano) – località che si trovano letteralmente a pochi metri dalle case e dai centri governativi e commerciali israeliani – tale terrorismo apparirebbe davvero molto fattibile, e irresistibilmente allettante.Così, se la città venisse irresponsabilmente recisa in due metà, inevitabilmente morirebbe di morte lenta. Quale famiglia israeliana andrebbe più il venerdì sera, a piedi e coi bambini, al Muro Occidentale (il cosiddetto muro del pianto) attraversando vicoli e posti di blocco controllati dalla polizia palestinese? Quale gruppo di giovani ebrei della diaspora andrebbe più fra i negozi dell’isola pedonale di Mamilla, esattamente sotto la Porta di Giaffa, con i tiratori scelti palestinesi o della Lega Araba piazzati sulle sovrastanti mura della Città Vecchia? Quale gruppo di cristiani americani sfilerebbe più lungo le stazioni della Via Crucis nei quartieri cristiano e musulmano di Gerusalemme vecchia, con le pattuglie della “polizia morale” di Hamas o saudita mandata a molestare le donne? Quale azienda hi-tech investirebbe più a Gerusalemme quando i razzi Qassam iniziassero ad abbattersi dal quartiere arabo di Sheikh Jarrah sul parco industriale di Har Hotzvim?Il mondo ha bisogno che gli si ricordi una fatto molto semplice: è solo il completo controllo israeliano dell’intera città che impedisce a Gerusalemme di diventare un calderone violento del conflitto interno a un mondo arabo e islamico esplosivo, e di trasformarsi nel barile più infiammabile che si sia mai immaginato del conflitto arabo-israeliano. Non esiste al mondo forza di pace “neutrale” che potrebbe compiere un lavoro più serio e più efficace di quello delle Forze di Difesa e della forze di sicurezza israeliane nel tenere i terroristi fuori da Gerusalemme.Non assolutamente nulla nell’esperienza concreta che giustifichi l’illusione che dei governatori arabi a Gerusalemme rispetterebbero l’alto standard israeliano di libertà di culto nella città per tutte le religioni. Non esiste nessun paese arabo o islamico in Medio Oriente dove cristiani ed ebrei possano gestire liberamente le proprie istituzioni religiose. Sotto i regimi dell’Autorità Palestinese e di Hamas, i cristiani di Cisgiordania e Gaza sono stati braccati, terrorizzati, cacciati. La Betlemme cristiana praticamente non esiste più da quando è passata sotto controllo palestinese. La Chiesa della Natività è stata profanata da terroristi musulmani palestinesi che, nel 2002, ne fecero un covo armato. Chi proteggerebbe le chiese di Gerusalemme dal subire la stessa sorte sotto un regime islamico? Sinagoghe e luoghi santi ebraici a Gerico e Nablus (in Cisgiordania) e a Gush Katif (nella striscia di Gaza) non hanno avuto destino migliore: sono stati devastati e dati alle fiamme sotto gli occhi della polizia palestinese. Sotto il regime giordano, agli ebrei non era nemmeno permesso raggiungere i loro luoghi santi a Gerusalemme est, mentre migliaia di plurisecolari tombe ebraiche sul Monte degli Olivi venivano profanate e le lapidi usate per pavimentare strade e latrine. Come si potrebbe impedire tutto questo sotto un regime palestinese?La verità è che non sarebbe possibile. Né gli ipotetici governanti arabi di Gerusalemme est che il presidente Barack Obama è così ansioso di insediare, né la comunità internazionale custodirebbero adeguatamente gli interessi ebraici e cristiani a Gerusalemme. Israele è l’unico custode di Gerusalemme che si sia dimostrato affidabile e responsabile.E già che siamo in argomento, c’è da dire un’altra verità politicamente “scorretta”: Israele ha la necessità e la volontà di sviluppare Gerusalemme come una città vitale e affascinante, vero cuore dell’antico popolo ebraico e del moderno stato d’Israele. Arabi e palestinesi, invece, non sono realmente interessati a Gerusalemme: non lo sono mai stati. In realtà, vedrebbero come un trionfo il fatto in sé che fosse persa dagli ebrei, anche a costo di distruggerla a tal punto, nel corso del conflitto, da lasciarla in rovina per mille anni. Ecco una ragione in più per non lasciare che Gerusalemme venga spezzettata coi palestinesi.Come ha detto paternalisticamente ricordato il segretario di stato Usa Hillary Clinton, “bisogna dire la verità, quando è necessario”. Giusto. E la verità è che Gerusalemme è fiorita sotto Israele, non prima. In egual misura per ebrei, musulmani, cristiani, studiosi, religiosi, artigiani, architetti, artisti, archeologi, turisti e pellegrini, gli ultimi 43 anni sono stati tempi buoni. Ed anche per i cittadini normali: mai prima, nei suoi tremila anni di storia, Gerusalemme ha esercitato una tale attrattiva per i semplici abitanti: basta vedere l’incredibile domanda residenziale e i prezzi delle abitazioni schizzati alle stelle.Israele ha sviluppato la città giudiziosamente, trasformandola da una cittadina depressa in una splendida metropoli, e l’ha accortamente mantenuta aperta a tutte le fedi, ampliando le opportunità per ogni culto. La oculato custodia israeliana ha tenuto a freno le sempre latenti tensioni nazional-religiose della città. Con poche eccezioni, ha saputo gestire questa complicatissima città con sottigliezza e sensibilità.Persino gli arabi di Gerusalemme ne convengono. Qualunque palestinese vi direbbe (in privato, naturalmente) che, nel contesto più generale delle cose, preferisce vivere in una Gerusalemme controllata da Israele che in una Gerusalemme controllata da una imam-crazia di Hamas o da quell’entità palestinese così impropriamente chiamata “Autorità” (priva com’è di autorità e di democrazia di qualunque genere). Ecco perché ben pochi arabi di Gerusalemme hanno mai partecipato ad attività terroristiche. Ecco perché ogni palestinese che ne abbia avuto la possibilità si è freneticamente affrettato verso il lato israeliano della barriera di sicurezza, dentro e attorno a Gerusalemme. Ecco perché gli arabi di Gerusalemme stanno comprando case a un ritmo vertiginoso in quartieri abitati prevalentemente da ebrei come French Hill, Pisgat Ze’ev e Talpiot.Dunque, la scissione di Gerusalemme non solo sarebbe palesemente insensata, ma anche profondamente ingiusta nei confronti della storia ebraica e dell’amministrazione israeliana della città.(di David M. Weinberg Da: Jerusalem Post, 1.4.10) http://www.israele.net/