giovedì 1 aprile 2010



Safed

GAZA: AMNESTY INTERNATIONAL SOLLECITA HAMAS A NON ESEGUIRE CONDANNE A MORTE

Amnesty International ha sollecitato l’amministrazione de facto di Hamas a Gaza a non eseguire una serie di condanne a morte, inflitte per ‘collaborazionismo’ e ‘omicidio’ dai tribunali militari locali. Alti funzionari dell’amministrazione di Gaza hanno manifestato l’intenzione di procedere in tempi brevi a queste esecuzioni che, se avessero luogo, sarebbero le prime dal 2005.Da quando ha assunto il controllo di Gaza, l’amministrazione de facto di Hamas non si e’ resa responsabile di esecuzioni, sebbene i tribunali militari abbiano continuato a emettere condanne a morte, a seguito di procedimenti non in linea con gli standard internazionali sui processi equi.‘Hamas non deve iniziare a eseguire condanne a morte. Sarebbe un profondo passo indietro e cozzerebbe contro la crescente tendenza verso una moratoria mondiale sulle esecuzioni’ – ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. ‘Sarebbe particolarmente orribile mettere a morte prigionieri che, come in questi casi, sono stati condannati a morte al termine di processi iniqui’. Hamas non ha reso noto il numero delle persone che rischiano l’esecuzione. Tuttavia e’ noto che nel 2009 14 persone sono state condannate a morte dai tribunali militari per ‘collaborazionismo’, tradimento e omicidio.Domenica 28 marzo, l’Ufficio della procura generale di Gaza ha affemato che la ratifica delle condanne a morte non e’ solo necessaria ma rappresenta anche un obbligo di legge. Il 25 marzo Mohammed Abed, procuratore generale di Hamas nella Striscia di Gaza, aveva annunciato l’avvio della procedura di ratifica delle condanne a morte per i reati di ‘collaborazionismo’ e tradimento. Il 23 marzo Fathi Hammad, ministro degli Interni di Gaza, aveva a sua volta dichiarato alla radio che il suo dicastero aveva deciso di andare avanti con le esecuzioni di prigionieri condannati per ‘collaborazionismo’, nonostante la contrarieta’ degli organismi locali per i diritti umani. Il ministro Abed aveva anche aggiunto che la pena di morte sarebbe stata usata contro persone accusate di traffico di droga. L’anno scorso l’amministrazione de facto di Hamas aveva approvato una modifica legislativa in questa direzione.Secondo la legge palestinese, le condanne a morte devono essere ratificate dal presidente dell’Autorita’ palestinese prima di essere eseguite.Tuttavia, a seguito delle tensioni tra i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas, esplose a partire dal luglio 2007, la Cisgiordania ha un governo nominato dal presidente dell’Autorita’ palestinese Mahmoud Abbas, appartenente a Fatah, mentre Gaza e’ governata dall’amministrazione de facto di Hamas, guidata da Isma’il Haniyeh. Nel giugno 2007 il presidente dell’Autorita’ palestinese Abbas ha sospeso le attivita’ delle forze di sicurezza e degli organismi giudiziari a Gaza, creando una situazione di vuoto legale e istituzionale. Hamas ha risposto creando una forza di sicurezza e un apparato giudiziario paralleli, privi di personale adeguatamente addestrato e senza prevedere meccanismi di controllo e garanzie procedurali.Nel maggio 2009 Hamas ha annunciato che avrebbe istituito un comitato composto da consulenti legali e funzionari del ministero della Giustizia, competente per ratificare le condanne a morte emesse dai tribunali di Gaza. Le ultime esecuzioni note ad Amnesty International hanno avuto luogo nel giugno e luglio 2005. Quattro uomini vennero impiccati nella prigione centrale di Gaza e uno venne fucilato nel quartier generale della Polizia, sempre a Gaza City. I cinque prigionieri erano stati condannati per omicidio.FINE DEL COMUNICATO Roma, 31 marzo 2010 Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:Amnesty International Italia - Ufficio stampaTel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

mercoledì 31 marzo 2010


Pasqua, le tradizioni in tavola La storia di uova, agnello e colomba

Sono i simboli più tradizionali della Pasqua: grande o piccolo, di cioccolato, o di gallina con il guscio decorato, da mangiare o da ammirare, l'uovo è uno dei riti irrinunciabili delle feste pasquali. Insieme alla colomba e al capretto, le uova si scambiano di anno in anno sono portatrici di una storia vecchia di secoli. L'uso di regalare le uova coincide con l'inizio della primavera, periodo in cui la natura si risveglia dal lungo letargo invernale. Le uova sono il simbolo della fertilità e della rinascita, e in questa veste sono protagoniste di molti miti che risalgono a diverse religioni precristiane** e mitologiche. Ad esempio, il cielo e la terra erano considerati due emisferi che riuscivano a creare un unico uovo che costituiva la vittoria della vita sulla morte. Gli antichi Egizi, ad esempio, consideravano l'uomo come il fulcro dei quattro elementi, acqua, aria, terra e fuoco, sui quali si fondava l'universo. Molti sono i popoli presso i quali era diffuso lo scambio delle uova di gallina in coincidenza con l'inizio della primavera: oltre ai Persiani, la consuetudine era viva presso i Greci e i Cinesi, a conferma del fatto che lo scambio delle uova ha un'origine molto più antica dell'Avvento del Cristianesimo. Secondo la tradizione della Pasqua cristiana lo scambio delle uova viene collegato al mistero della morte e della resurrezione di Cristo: l'uovo è il simbolo della rinascita di Gesù e, in modo più esteso, dell'uomo. Nel Medioevo le uova venivano offerte alla servitù come dono primaverile, mentre l'abitudine di regalare a Pasqua le uova decorate è nata probabilmente in Germania e da qui si è diffusa a tutta l'Europa. Dall'evoluzione di questa consuetudine è probabilmente derivata l'abitudine di regalare uova "artificiali", fabbricate o rivestite in materiali preziosi tra i quali anche l'argento, il platino o l'oro, soprattutto tra i nobili. Ad esempio Edoardo I, re d'Inghilterra e d'Aquitania dal 1272 al 1307, commissionò la realizzazione di 450 uova rivestite d'oro e donate in occasione della Pasqua. L'uso delle uova di cioccolato è più recente e costituisce il segmento finale di queste tradizioni millenarie. La consuetudine di consumare l'agnello e il capretto a Pasqua risale invece alla tradizione ebraica. Come si legge nell'Antico Testamento, l'agnello è il memoriale, eseguito con il sacrificio di un agnello, della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d'Egitto. La notte prima della partenza del popolo ebraico dall'Egitto, infatti, il Signore ordinò a Mosé e ad Aronne di far chiudere in casa tutti i figli di Israele e di contrassegnare le soglie con il sangue di una agnello o di un capretto, lo stesso che avrebbe costituito la cena della famiglia riunita in quella casa. Racconta il libro dell'Esodo che quella notte l'angelo del Signore scese sulla terra e uccise tutti i figli primogeniti del popolo d'Egitto, ma risparmiò i figli di Israele, guidato dal contrassegno di sangue di agnello sugli usci. Il mattino successivo, Mosé e Aronne ottennero dal faraone, sconvolto da questa strage, il permesso di uscire dal paese per andare in cerca della terra promessa. Nel Nuovo Testamento, l'agnello pasquale assume nuovi significati e viene identificato con lo stesso Gesù Cristo. Per quanto riguarda la colomba, invece, le leggende fanno risalire la tradizione di questo dolce all'epoca longobarda, in particolare al re Alboino che, durante l'assedio di Pavia, ricevette in segno di pace un pan dolce a forma di colomba. Secondo un'altra leggenda, viva a Milano e a Pavia, invece, la colomba è legata alla regina longobarda Teodolinda e all'abate irlandese San Colombano. L'abate, al suo arrivo in città nel 612, fu ricevuto con un banchetto a base di carne di selvaggina. Trattandosi di carni molto ricche e poco adatte a un pasto in un periodo di precetto che richiedeva l'astinenza, San Colombano, per non creare un incidente diplomatico, benedisse le carni, trasformandole in pani bianchi a forma di colomba. 30.03.2010 http://www.tgcom.mediaset.it/
**L’uovo sodo: è il simbolo dell’eternità della vita, per la sua forma, e di lutto, per la distruzione del Tempio. (Nota: Il giorno di Tish’à Beàv e il I giorno di Pésach cadono sempre nello stesso giorno della settimana. Si dice: “Come l’uovo, nel cuocere, diventa sempre più duro, così Israele diventa più saldo nella sua lealtà verso il Signore, dopo ogni persecuzione”).


Argelia, arrestato un agente del Mossad con passaporte falso

Il quotidiano in lingua araba Ennahar ha informato che le autorità di Argelia hanno arrestato la scorsa settimana, nella città di Hassi Messaoud, un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano, in possesso di un passaforte falso.Secondo la ricostruzione del giornale- che cita fonti della sigurezza argelina- l’agente del Mossad era arrivato a metà marzo da Barcellona con la falsa identità di uno spagnolo di 35 anni, Alberto, e rimase nella città circa dieci giorni prima di essere arrestato. La polizia argelina ha interrogato approfonditamente il presunto agente del Mossad prima di trasferirlo alla capitale.Venerdì scorso il quotidiano arabo con sede a Londra “Asharq el Awsat” aveva rivelato che le autorità argeline stavano investigando il possibile sequestro di un israeliano che era entrato nel paese con un passaporte spagnolo da parte dell’organizzazione terrorista Al Quaida del Magreb Islamico (AQMI). Succesivamente, i media israeliani informarono che l’israeliano aveva parlato per telefono con la famiglia rivelando di essere sano e salvo. La fonte citata dal giornale informa che le autorità argeline autorizzarono all’uomo a parlare per telefono con la sua famiglia per smentire la notizia del suo sequestro.Il giornale afferma che l’agente visitava regolarmente una mosquea e si faceva passare per un palestino originario di Gerusalemme occidentale, di nome Abu Amar. Nello stesso tempo assicura che l’uomo aveva relazioni con vari egiziani che lavoravano per la compagnia di costruzione e telecomunicazioni di questo paese, l’Orascom.La stessa fonte relaziona questo caso con la visita lo scorso giovedì a Argeli del vicedirettore del FBI statunitense, John Pistole, che avrebbe cercato di intercede per l’israeliano dato che l’Argelia e Israele non hanno relazioni diplomatiche.


spiaggia di Tel Aviv

Fenili, 4Winds: "Siria e Israele tra le proposte più richieste"

Riscontro positivo per l'offerta Medioriente di 4Winds. "Contro ogni previsione - afferma il titolare Franco Fenili -, Siria e Israele si stanno imponendo come destinazioni emergenti. Per il periodo pasquale queste due destinazioni hanno sorpassato le richieste, già molto consistenti della Giordania e della Turchia. Unica destinazione in calo rispetto al 2009 è lo Yemen". Il t.o. sta registrando richieste sia per i long weekend nelle capitali mediorientali (Istanbul, Damasco, Aleppo, Amman e Gerusalemme) sia per i tour archeologici verso Ebla, Ugarit e Palmira, Efeso, Petra. http://www.ttgitalia.com/ 30.03.2010


l successo dei talenti italianinel tempio della Silicon Valley
Negli Usa si moltiplicano le organizzazioni che puntano a valorizzare il genio dei ricercatori provenienti dal nostro paese. Tante le analogia con Israele, che con una politica di promozione ha conquistato i primi posti nel mondo per la produzione di brevetti
SONO molte le iniziative che puntano a collegare le esperienze emergenti italiane nel campo di internet e della ricerca informatica alle attività dei ricercatori italiani negli Stati Uniti e agli invenstimenti dei capitalisti di ventura americani, e che stanno riscuotendo grande successo negli Usa. Tanto da far pensare che l'imprenditoria digitale italiana possa emergere a sorpresa dalle fasce laterali della ricerca internazionale - come accaduto in Israele - per diventare un motore di innovazione planetaria.Una di queste iniziative è, ad esempio, quella promossa dalla fondazione Mind The Bridge, una no-profit fondata da talenti italiani della Silicon Valley, per valorizzare proprio il capitale intellettuale delle nuove imprese italiane. La Fondazione organizza una competizione nazionale alla quale le startup di casa nostra partecipano per poi potersi presentare ai principali investitori americani. Un "elevator pitch" - così si chiama - attraverso il quale gli imprenditori di Silicon Valley cercano di convincere i capitalisti di ventura a finanziare la loro azienda o la produzione di un'idea. Come funziona: viene utilizzato dai dirigenti di un'azienda esordiente per cercare di convincere, in circa 30 secondi, un potenziale investitore a finanziare una compagnia o un progetto commerciale, sottolineando allo stesso tempo cosa distingue la loro proposta da quello che si può già trovare sul mercato. Arrivare a un elevator pitch al quale partecipano gli investitori della Klein Perkins Caufield & Myers, della Sand Hill Partners, della Khosla Ventures o di una qualsiasi delle altre grandi venture capital di San Hill Road - la strada di Palo Alto a maggior concentrazione di "venture capitalist" del mondo - non è cosa da poco. I progetti di molti innovatori vengono rifiutati ancor prima di atterrare sulla scrivania della segretaria. Figurarsi, poi, arrivare dall'Italia per un incontro esclusivo le vecchie volpi di queste superpotenze del mecenatismo industriale mondiale. "E' proprio qui l'analogia con Israele - spiega Marco Marinucci, amministratore delegato di Mind the Bridge - il nostro scopo è quello di creare un collegamento diretto e permanente tra l'innovazione nel nostro paese e l'intelligenza italiana presente negli Usa, come hanno già fatto gli israeliani. Per potenziare sia le proposte che arrivano dall'Italia che la posizione degli operatori italiani presenti in America". L'esempio è stato già seguito da altri paesi europei come la Francia, la Germania e l'Irlanda, ma il caso di quello di Israele presenta delle caratteristiche importanti per quel che riguarda l'Italia. Assente, fino agli inizi degli anni Novanta, dalla scena, nel campo della ricerca e sviluppo Israele, facendo leva sull'esperienza di ricercatori che si erano trasferiti nella Baia di San Francisco, è riuscita in poco più di un decennio a diventare una nazione che ogni anno produce un numero di brevetti superiore a quello prodotto da una qualsiasi delle varie potenze del G7. L'Italia è ultima in classifica, sia in termini di spesa pro capite in ricerca e sviluppo che nel numero di brevetti prodotti annualmente. Ma sebbene sul piano dell'innovazione tra i due paesi esista un baratro, dal punto di vista socio-commerciale Israele e l'Italia sono molto simili. Registrano ambedue la presenza di una piccola e media industria dinamica e un tasso elevato, negli anni recenti, di fuga di cervelli. Puntando sullo spirito imprenditoriale e sulla creatività delle sue aziende a conduzione familiare, e forte di una politica di investimenti pubblici in alta tecnologia, Israele è riuscita a far rimpatriare parte dei ricercatori che avevano scelto altri paesei e a lanciare numerose nuove aziende. "Nel passato le chiamavamo aziende a conduzione familiare, erano il volano della crescita del nostro paese - ha dichiarato Yoav Andrew Leitersdorf, fondatore di YL Ventures, intervenendo a Stanford alla startup organizzata da Mind The Bridge per celebrare i vincitori dell'elevator pitch di quest'anno - poi ci siamo resi conto che il loro ruolo era stato assunto dalle startup, sono loro che adesso spingono l'innovazione. Invece che un'azienda familiare oggi i giovani formano una startup". Così solo nel 2009 Israele ha investito quasi un settantina di milioni di dollari nel lancio di nuove "aziende giovani".Quest'anno a spingere la creatività italiana negli USA sono state 5 startup che operano in ambiti commerciali molto variegati. La prima, la VRMedia, è il frutto di una ricerca condotta alla Scuola Superiore di Sant'Anna da un gruppo di precari universitari e opera nel settore della realtà aumentata. La seconda, la WhereIsNow, un sistema per l'aggiornamento automatico dei documenti digitali, è un'azienda sarda divenuta il simbolo della Sardegna che ce la può fare ed è stata fondata da due soci che (pur di seguire il loro sogno), hanno abbandonato un posto in una banca svizzera. La terza, la Fluidmesh Networks, creatrice di un sistema per la fusione, in un solo canale, di diversi metodi di videosorveglianza wireless, conta oltre 300 clienti in giro per il mondo ed è stata fondata da un gruppo di trentenni di cui alcuni hanno studiato all'MIT. La quarta, la Adant New Technologies, che produce le antenne per la prossima generazione di apparecchiature wireless, è nata dalla tesi di laurea di un italiano e ha già raccolto capitali di ventura; mentre la quinta, la TripShake Answers on the Go, che ha dato vita a un nuovo sistema di assistenza ai viaggiatori (un "social market for traveler" la definiscono i promotori), è stata fondata da un 27enne alla sua terza startup e che in Italia è considerato un guru di internet."I giovani Italiani non mancano di ideee geniali - osserva Fabrizio Marcelli, console italiano a San Francisco, introducendo le celebrazioni di Mind The Bridge alla Stanford University - sfortunatamente pagano lo scotto dell'incapacità del nostro paese di trasformare le idee in occasioni di richezza sia per il paese che per questi giovani". Ma dove fallisce lo Stato, intervengono le università e i privati. Si può dire che negli Usa, di sicuro in California, negli anni recenti c'è stato un vero boom di organizzazioni che hanno l'obiettivo di costruire ponti che colleghino l'innovazione italiana con quella di Silicon Valley e con l'industria americana. Oltre a Mind the Birdge ci sono Bridges To Italy, una no-profit fondata da Bianca delle Piane che ogni anno assegna anche un premio alla migliore scienziata italiana negli Usa; La Storia nel Futuro, un'organizzazione fondata dal docente genovese Paolo Marenco e che ogni anno organizza i Silicon Valley Study Tours, un tour delle maggiori aziende e centri di ricerca della Silicon Valley per giovani lauerati italiani nel campo dell'information technology, e BAIA, un'altra no-profit dell'area di San Francisco che punta a collegare l'imprenditoria italiana della California settentrionale con ricercatori, esponenti industriali e startup del nostro paese. Ora, il viaggio delle startup è diventato anche eco-compatibile: Green Voice, un periodico italiano dedicato alle energie rinnovabili, è nato con la missione di aiutare le startup italiane del settore energetico a rastrellare capitali di ventura in America. http://www.repubblica.it/%2029 marzo 2010 cliccare sulla foto x ingrandire


Eilat - palazzo del ghiaccio

Israele, la terra promessa dell'anonimato

Una sentenza stabilisce garanzie per l'anonimato dei netizen: un indirizzo IP non può svelare un nome. Almeno fino a che il legislatore non metterà in campo normative ad hoc
Roma - La Corte Suprema di Israele ha deciso che non esiste una procedura civile per risalire attraverso un indirizzo IP all'identità degli utenti.Fintantoché tale possibilità non venga esplicitamente prevista dal legislatore, ogni post e attività sulla Rete può rimanere anonima e viene così riconosciuto il diritto alla privacy, reso di fatto un diritto costituzionale.Il caso riguardava un praticante di medicina alternativa che riteneva essere stato calunniato online: per svelare la sua identità si era dunque indirizzato al tribunale, che però ha rilevato non esistere una procedura che gli permettesse di oltrepassare il velo d'anonimato garantito dall'agire in rete. Mancando una procedura civile è solo tramite]] il procedimento penale che si può, eventualmente, procedere ad identificare un'utenza.http://punto-informatico.it/ 30 marzo 2010

martedì 30 marzo 2010

Il pane azzimo in una foto degli anni '30

JULIENNE DI VERDURA E AZZIME

INGREDIENTI (per 6 persone):Peperoni (2), zucchine (8), pomodori di pachino (15), battuto di basilico (2 cucchiai), battuto di cipolla rossa (4 cucchiai), piselli (2 bicchieri), punte di asparagi (2 bicchieri), azzime grosse (6), formaggio da fondere(6 fette), olio extra vergine di oliva (4 cucchiai), sale e pepe.Tempo di preparazione: 40 minuti - Tempo di cottura: 1 ora
PREPARAZIONE:Grattugiare i peperoni e le zucchine; lessare le punte di asparagi,scottare i pomodorini nell’acqua bollente, e sbucciarli.In una antiaderente mettere la cipolla con l’olio e i piselli;cuocere per 25 minuti aggiungendo un po’ di acqua. Unire i peperoni e le zucchine e cuocere per 15 minuti, poi gli asparagi, i pomodorini, il basilico e tenere al fuoco ancora 10 minuti.
Mettere le azzime in una teglia con la carta forno e disporvi le verdura con il formaggio. Tenere nel forno,ben scaldato prima, per 10 minuti. http://www.morasha.it/


GNOCCHI DI PESACH

INGREDIENTI (per 6 persone):Patate (2 Kg), uova (2/3), farina di azzime (1 bicchiere), noci tritate (1/2 bicchiere), sale.Tempo di preparazione: 30minuti - Tempo di cottura: 40 minuti
PREPARAZIONE:Bollire le patate in acqua salata e schiacciarle bene con la forchetta quando sono ancora calde. In una pirofila mescolarle con le uova, la farina di azzime, le noci.Lavorare bene l’impasto in modo che diventi amalgamato e formare delle palline.Cuocere in acqua bollente per 2 minuti e scolare con la schiumarola per non romperle; condire a piacere con burro e grana, pomodoro o qualunque altro sugo.http://www.morasha.it/


Coro di un kibbutz



MOSCA: ISRAELE, NESSUN PAESE AL SICURO DA TERRORISMO

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 29 mar - Il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha inviato le proprie condoglianze all'omologo russo per le vittime degli attentati di Mosca affermando che nessun Paese e' al sicuro dalla minaccia terroristica.Combattere questo tipo di attacchi dovrebbe essere la priorita' di ogni governo, spiega il comunicato del ministero degli Esteri inviato al capo della diplomazia russa Sergei Lavrov.''La lotta contro il terrore e' una missione globale che dovrebbe essere al top dell'agenda internazionale perche' nessun Paese e' immune dagli attacchi degli estremisti'', ha detto Lieberman.Oggi due donne kamikaze si sono fatte saltare in due stazioni della metropolitana della capitale russa uccidendo almeno 38 persone. Il servizio di sicurezza russo Fsb ha legato l'attentato ad un gruppo militante del Nord Caucaso.


Israele e Terra Santa in allerta per la Pasqua

Ancora nessun incidente ma preoccupa lo scontro tra religioniGERUSALEMME - Celebrazioni pasquali sotto il segno dell’allerta in Israele e Terra Santa dove da ieri ebrei e cristiani - in un clima che in particolare a Gerusalemme resta di tensione, pur senza nuovi incidenti di rilievo - sono entrati nel vivo delle rispettive solennità più importanti: con l’avvio di Pesach (la Pasqua ebraica) per i primi, e l’ingresso nella Settimana Santa per i secondi. Per la gran maggioranza degli ebrei israeliani ieri sera c’era il Seder, la cena in famiglia o fra amici dell’inizio di Pesach, la cui commemorazione andrà avanti fino a lunedì prossimo, in ricordo della fuga dall’Egitto narrata dalla Bibbia. Una tradizione che, stando a un sondaggio riportato dal sito Ynet, viene attualmente rispettata da i due terzi degli israeliani: anche se la maggioranza si dice pronta a sfuggire - almeno in privato - all’obbligo di mangiare solo pane azzimo. Quanto ai cristiani, dopo la liturgia e le processioni della Domenica delle Palme, da ieri è cominciata la Settimana Santa: destinata a culminare - per la minoranza arabo-cristiana della popolazione palestinese e i numerosi pellegrini in arrivo nella terra della Passione e della Resurrezione di Gesù - nei riti del mercoledì delle Ceneri, dell’Ultima Cena di giovedì, della Via Crucis di venerdì e infine della domenica di Pasqua. Riti che quest’anno non solo coincidono temporalmente con quelli della Pasqua ebraica, ma cadono negli stessi giorni per i cristiani ortodossi che osservano il vecchio calendario giuliano e per i cattolici e i fedeli di altre confessioni che seguono il calendario gregoriano. Epicentro delle celebrazioni - e delle misure di sicurezza - è Gerusalemme, dove l’allerta è concentrata soprattutto nella Città Vecchia e nei quartieri orientali a maggioranza araba: area la cui annessione a Israele non è riconosciuta dalla comunità internazionale e che i palestinesi rivendicano quale capitale d’un loro futuro Stato. ...http://www.corriere.com/ 30 marzo


Israele: BSL - 19a giornata: super Jeter, ciao ciao Tyler

MERCATO – Con il termine ultimo per firmare nuovi giocatori in questa stagione fissato al 19 marzo, il Galil Elyon ha aggiunto in extremis un pezzo da novanta per la fase finale del campionato firmando l’ex Biella e Roma Erik Daniels (ala di 204 cm – 1982) a poche ore dal suo rilascio dagli ucraini dell’Azovmash nonostante un rendimento numerico più che positivo (17 punti con 6,4 rimbalzi e 3,1 assist di media).La talentuosa ala mancina andrà così ad affiancare Brian Randle ed Elishay Kadir in una "front-line" di alto potenziale. Esperimento fallito Jeremy Tyler ad Haifa (foto.sdnn.com)Lascia invece la Terra Promessa Jeremy Tyler. Il “Brandon Jennings bis” si conferma dunque un "flop" eclatante. Il taglio del giovane californiano, che sulle orme dell’attuale play dei Bucks aveva preferito l’Europa all’ultimo anno di college alla San Diego High School divenendo il più giovane giocatore americano ad aver mai tentato il salto oltreoceano, arriva al termine di lunghi mesi caratterizzati da grossi problemi di ambientamento. Un amore mai sbocciato quello tra il club israeliano e il lungo classe ’91 che dall’inizio della BSL ha collezionato solamente 10 presenze con 2,1 punti (7/16, 43,8%, da 2) e 1,9 rimbalzi in appena 7,6’ di impiego medio. Circa un mese fa la goccia che ha fatto traboccare definitivamente il vaso, quando la promessa star NBA ha scaricato tutta la sua frustrazione per lo scarso utilizzo decidendo di lasciare la panchina durante una partita e di andarsi a sedere sugli spalti. Ma già in novembre l’inviato del “New York Times” Pete Thamel aveva scritto dell’indisciplina e dell’immaturità di Tyler che l’avevano portato ad essere isolato dal resto dei compagni di squadra (americani compresi, tra cui l’ex canturino Jason Rich....... http://www.basketnet.it/





Sinagoga Hanavi (Egitto)


Sinagoga Orano (Algeria
I profughi ebrei dai paesi arabi (a proposito di esodo...)

ll sedici giugno, in un’audizione alla Commissione Esteri della Camera, è stata affrontata la questione dei profughi ebrei dai paesi arabi. Di fronte alla Commissione ha parlato il Prof. Irwin Cotler, già Ministro della Giustizia Canadese e presidente onorario dell’organizzazione “Justice for Jews from Arab Countries” e il Prof. David Meghnagi dell’Università di Roma Tre, lui stesso fuggito dalla Libia insieme ai familiari nel 1967. Purtroppo gli italiani conoscono molto poco la storia del Medio Oriente e quasi tutti ignorano quella degli ebrei di quelle terre. E’ importante parlare oltre che dei profughi palestinesi che abbandonarono le proprie case nel 1948 durante la guerra d’Indipendenza israeliana, anche degli ebrei che furono costretti a fuggire dai luoghi nei quali avevano vissuto per millenni da ben prima, cioè, dell’invasione araba del VII secolo.
Il numero dei profughi ebrei fuggiti dai paesi musulmani si aggira intorno ai 900.000 (100.000 dall’Egitto, 120.000 dall’Iraq, 45.000 dalla Libia) superando quindi, non di poco, quello dei palestinesi che gli storici valutano a meno di 700.000. In Europa è diffusa la favola della tolleranza e della benevolenza islamica nei confronti delle minoranze religiose, favola molto lontana dalla realtà dei fatti. Gli ebrei avevano vissuto, per secoli, nei paesi arabi, in una condizione di perenne incertezza, costretti ogni anno a pagare una tassa per ricomprare il diritto alla vita, esposti ad ogni prepotenza, in tutto e per tutto in una condizione di umiliazione e di inferiorità rispetto ai musulmani. Nel secolo appena trascorso, la portata dei sequestri di beni, delle aggressioni e delle carneficine fu tale da spingere la quasi totalità di loro alla fuga in Israele o in Europa: soprattutto negli anni dal 1945 al ‘48 e poi di nuovo nel 1967 e nel 1973. Gli ebrei fuggirono con addosso quasi soltanto i propri vestiti, quasi sempre perdendo ogni cosa: case, proprietà, denaro e finora nessun paese arabo ha mai pagato un risarcimento. Mentre la nakba fu causata dai cinque eserciti arabi che si opposero alla risoluzione di partizione dell’Onu del novembre 1947 e che invasero Israele chiedendo insistentemente ai palestinesi di spostarsi sul territorio per avere mano libera e poter più facilmente massacrare gli ebrei, l’espulsione dai paesi arabi riguardava comunità che non avevano mai adottato un atteggiamento ostile verso quelle che consideravano le loro patrie. In Europa si assiste, ogni giorno, alle manifestazioni di solidarietà e alla commozione nei confronti delle sofferenze dei profughi palestinesi del 1948 e dei loro discendenti, mantenuti artificiosamente in tale condizione nonostante l’immane mole di aiuti umanitari inviati negli ultimi 60 anni, non sarebbe forse il caso di ricordare, qualche volta, anche lo sterminato esodo ebraico, che è costato tante vite e tanto dolore? L’audizione alla Commissione Esteri non ha avuto un carattere di rivendicazione, gli ebrei cacciati o costretti alla fuga si guardano bene da invocare il “diritto al ritorno” nelle ex-patrie che sono state così crudeli con loro e si dichiarano molto soddisfatti di poter vivere finalmente in regimi democratici. Si è trattato di una iniziativa volta a far conoscere la Storia, a conservare la memoria e a sottolineare l’importanza della giustizia nella speranza che il riconoscimento delle reciproche sofferenze serva alla causa della pace.Anna Rolli per “Agenzia Radicale”


L’Esodo come non l’avete mai visto

Illustrazioni in 3D, infografiche, un ricchissimo apparato di commenti, tutto Rashì. Esce una nuova, spettacolare edizione di Shemot "Avadìm hayìnu lefarò bemitzràyim”, schiavi fummo del faraone in Egitto…” Quante volte abbiamo ascoltato queste parole della Haggadà? Pésach è celebrazione fondamentale per l’ebraismo, la cui caratteristica sostanziale è l’elemento narrativo. Di questi giorni, non a caso, è l’uscita di una nuova edizione del Libro di Shemòt - Nomi, l’Esodo, secondo volume del Khumàsh tradotto e commentato a cura delle Edizioni Mamash: oltre a una mole ponderosa ed esaustiva di commenti, la nuova edizione presenta un inserto a colori davvero spettacolare che spiega e illustra l’architettura del Mishkan, il tabernacolo, la sua struttura interna ed esterna, l’Arca santa e l’altare di rame, nonché tutti gli arredi e i materiali, le componenti, gli abiti del Cohen gadol e il pettorale tempestato di pietre preziose da lui indossato con il significato simbolico di ogni gemma... Insomma, una ricchezza di illustrazioni, un’accuratezza del dettaglio e un’attenzione filologica davvero notevoli. Il tutto restituito con grande chiarezza di spiegazioni, infografiche, disegni in 3D che ne fanno un gioiello di editoria ebraica. “Shemòt, non dimentichiamolo, è l’atto di fondazione di Israèl come popolo, e del viaggio conoscitivo che dalla schiavitù d’Egitto lo condusse, attraverso il miracolo del mar Rosso, a ricevere il Dono della Torà. Celebrare Pésach significa raccontare i prodigi che accompagnarono l’uscita di Am Israèl dalla terra della schiavitù, e per poter narrare bisogna conoscere tutti i minimi dettagli di quegli eventi, non sempre così noti al lettore comune-, spiega rav Shlomo Bekhòr, editore di Mamash -. “Esistono, è vero, numerose Haggadòt commentate, ma nemmeno queste a volte sono sufficienti. La novità di questa nuova edizione di Shemot è nella quantità di notizie, commenti e approfondimenti che offre al lettore; d’ora in poi, con la lettura delle sue prime quattro parashòt, la celebrazione di Pésach sarà diversa e senza dubbio più completa”.Quali quindi i punti di forza di questa nuova edizione? Spiega Bekhor: “Innanzitutto una traduzione che pur mantenendosi fedelissima al testo, consente a quanti non conoscono la lingua ebraica di accedere alla parola sacra; grazie soprattutto ai commenti di Rashì e di molti altri maestri, questa edizione permette di avvicinarsi a una più profonda comprensione del significato della Torà. Abbiamo dispiegato un grande sforzo creativo nell’inserto a colori dedicato alla realizzazione del Mishkan, il tabernacolo. Fino ad ora il lettore, per cercare di figurarsi visivamente i dettagli e i particolari esposti nelle ultime cinque parashòt del libro di Shemòt, doveva fare ampio ricorso all’immaginazione. In questo volume, invece, le descrizioni sono concretizzate in bellissime immagini, realizzate per mezzo di tecniche grafiche modernissime, seguendo però fedelmente il commento di Rashì, integrato dalla lettura dei pareri degli altri grandi commentatori. È un fascicolo a sé stante, caratterizzato da illustrazioni tridimensionali, accompagnate da un’introduzione e da testi chiari; per facilitare così il lettore nel suo sforzo di capire e memorizzare le caratteristiche tecniche e spirituali del Mishkàn. Una proposta davvero inedita questa, che non trova molti altri esempi nell’editoria ebraica”. Qual è quindi il tipo di lettore a cui ci si rivolge? “A tutti, nel senso più ampio del termine. Ad esempio, numerosi lettori ci hanno chiesto di pubblicare la traduzione integrale dei commenti di Rashì. Inizialmente avevamo deciso di non farlo, sia perché gran parte dei suoi commenti sono di carattere linguistico e grammaticale e quindi poco rilevanti per i lettori che hanno scarsa dimestichezza con la lingua ebraica e le sue sfumature, o un lettore magari alle prime armi con lo studio della Torà. Sia perché lo spazio dedicato alla traduzione integrale degli scritti di Rashì sarebbe andato a scapito degli altri numerosi commenti che abbiamo scelto di pubblicare, cosa che dava ai lettori un quadro più ricco della letteratura omiletica, talmudica ed esegetica esistente sulla Torà. Tuttavia, per soddisfare le esigenze del maggior numero possibile di persone, abbiamo alla fine optato per una scelta importante: tralasciando esclusivamente le note esplicative di carattere linguistico e grammaticale e quelle di poca rilevanza per il lettore italiano medio, abbiamo tradotto e approfondito la quasi totalità dei commenti di Rashì. Cercando quasi sempre di riportare integralmente i suoi commenti. Un’altra novità di questo volume, rispetto a quello di Bereshìt che l’ha preceduto, è stata per esempio l’introduzione - su richiesta di rav Riccardo Di Segni - delle “melodie” italiane. Tale dettaglio tecnico allude al desiderio di rivolgersi alla pluralità, in vista dell’unità, di tutti gli ebrei”.Un apparato di notazioni e commenti di per sé ricchissimo con ampio spazio dedicato ai riquadri che riportano il pensiero dei maggiori maestri della tradizione ebraica. Un gran numero di schemi e tabelle riassuntive che, aggiunte ai testi, ai commenti e agli approfondimenti in appendice, lasciano pochissimo margine a domande e dubbi. Gli indici, infine, oggetto di particolare cura, per facilitare la ricerca e agevolare lo studio e l’approfondimento dei contenuti delle parashòt. Frutto di lunghi anni di lavoro, ricerca e impegno di un team numeroso, c’è infine da dire che questo genere di progetti monstre hanno sempre bisogno di grande sostegno economico: per realizzarli non sono sufficienti gli introiti delle vendite (che, tra l’altro, in Italia sono ridotte, dati gli esigui numeri dell’ebraismo italiano). Diventa quindi fondamentale, inutile negarlo, poter usufruire di donazioni ad opera di fondazioni private e pubbliche oppure di sponsor privati (c’è chi si impegna tout court a finanziare il Progetto Khumash come forma di sostegno all’ebraismo italiano, chi dedica una pagina a un parente caro, chi ne acquista delle copie per farne dono ad amici o familiari). La vitalità della cultura e la ricchezza del pensiero ebraico oggi in Italia non passano, in fondo, anche da qui?Anna Coen http://www.mosaico-cem.it/


Simon Konianski

la Trama:A 35 anni suonati, Simon torna a vivere con suo padre, reduce dai lager. I due si rendono la vita impossibile, ma quando suo padre muore, Simon decide di esaudire le sue ultime volontà: essere sepolto nel villaggio in cui è nato. Ne scaturisce un road movie inedito in cui Simon, insieme al figlioletto, copre un tracciato picaresco e comico accompagnato dal fantasma conviviale del padre e una serie di personaggi da fumetto pop.
Ebrei sull'orlo di una crisi di nervi. Recensione del film Simon Konianski (2009)
Dal regista Micha Wald 'Simon Konianski', uno spassoso road movie tra il Belgio e la Polonia in compagnia di una sgangherata famiglia di ebrei. Recupero picaresco della memoria e divertente melò familiare.
Protesi del suo divertente cortometraggio Alice et moi (2004), che ha fatto incetta di premi in giro per il mondo e per i festival, Micha Wald, lanciato al 60esimo Festival di Cannes, dirige un'opera che cattura subito l'attenzione: Simon Konianski è uno spassoso road movie tra il Belgio e la Polonia in compagnia di una sgangherata famiglia di ebrei. E come ogni viaggio, cinematografico e non solo, il trip si sdoppia presto in un'esperienza terapeutica, cura necessaria ma non sufficiente per certi tic e certe nevrosi messe in scena con moderna comicità slapstick. Simon è poco più che trentenne, ma è un Peter Pan con gli occhialoni, la laurea in Filosofia e nemmeno l'ombra di un lavoro, con un figlio piccolino che gli somiglia incredibilmente e una moglie con la quale è a un passo dalla separazione. Per l'emergenza della propria precarietà decide di trasferirsi momentaneamente a casa di suo padre Ernest, attempato ebreo praticante con il quale non va decisamene d'accordo. La morte di Ernest rappresenterà per Simon e per il figlioletto un importante momento di conoscenza e di scoperte delle radici polacche, perché le ultime volontà del signor Konianski sono state ricevere la sepoltura nella tanto ricordata Yiddish Land.Incipit in salsa cubana e sprazzo metropolitano: il film di Wald c'immette subito in un ritmo travolgente di musica e immagini per poi affievolirlo calandoci gradualmente in una piccola e pittoresca realtà domestica, quella della famiglia Konianski. Il ritratto di famiglia, che tanto ricorda quello di un'altra gang di scalmanati, i fratelli andersoniani de Il treno per il Darjeeling, ripercorre le disavventure di un piccolo nucleo familiare, che intanto implode dal baricentro padre-figlio, in un bellissimo rapporto di odio-amore, sulla strada verso la Polonia. L'umorismo che fa il verso a Woody Allen, specie se si considerano i doppi sensi e i rimandi continui alla relazione di fede, conoscenza e pregiudizi, inanellati intorno alla causa della comunità ebraica e al conflitto israelo-palestinese, è perfettamente funzionale alla struttura narrativa e le permette di evitare la caduta nel pathos stilistico e nel tono drammatico che il tema dell'Olocausto spesso ha attirato al cinema. L'omaggio al regista torna anche in una citazione, intenzionale o casuale che sia, nella sequenza in cui il nostro scettico e ateo protagonista si ritrova di fronte al rabbino "di sfiducia", comparso con il suo faccione da oratore nel bel mezzo del cielo azzurro, quasi identica all'episodio Edipo relitto del film collettivo New York Stories (Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, WoodyAllen, 1989) in cui il povero Sheldon-Allen era perseguitato dalla madre. Anche la comparazione visiva, ma non cromatica, con Little Miss Sunshine, già abusata dalla critica estera, sembrerebbe idonea al film, ma Simon Konianski vira verso alt(r)i orizzonti: se il tragitto a cui i Nazisti condannarono gli ebrei fu architettato secondo la frammentazione e la sospensione, quello del nostro protagonista può essere visto come una metafora all'inverso di quella diaspora. Simon, che ha a che fare con un padre insistente e invadente anche da morto, come le surreali presenze spiritiche di Volver, percorre una strada che, seppure interrotta dai cronici siparietti dei suoi compagni di viaggio (gli zii paterni freakettoni), dal campo di sterminio di Majdanek proverà a congiungerlo alle sue radici, con la figura paterna - il bravissimo Popeck (Il pianista) , e, probabilmente, con la madre di suo figlio. http://www.movieplayer.it/


lunedì 29 marzo 2010


Pesach è il giorno più difficile dell'anno ebraico. Il momento in cui sorge il dovere di costruire e di conquistare la nostra libertà. Ma l'emozione, la gioia immensa di voler essere liberi è anche una terribile responsabilità. Per questo alla tavola del Seder, accanto al posto dei propri cari e dei propri amici, molti di noi fra poche ore lasceranno una sedia vuota per l'ospite più atteso. Il suo nome è Gilad Shalit. La sua libertà è la speranza che illumina la notte.
Guido Vitale,giornalista, http://www.moked.it/


Un augurio per la difesa della nostra identità

Pesach è la festa della liberazione dalla schiavitù ed è il simbolo di una minoranza che difende i propri valori. Solo preservando la nostra identità e la nostra cultura possiamo contribuire al progresso e garantire il pluralismo della società di cui siamo parte. Auguro a voi e ai vostri cari Pesach Sameach.Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Gerusalemme
Capitale di Israele e città universale

Yerushalaim è grammaticalmente un duale. Il nome rinvia a un duplice compito. Può essere già in questa forma grammaticale la risposta alla questione che negli ultimi giorni è tornata in primo piano sia sulla scena politica internazionale sia all’interno del mondo ebraico. Comunque si giudichino gli insediamenti a Gerusalemme est, difendendoli a oltranza o distanziandosene con preoccupazione, occorre riflettere sul ruolo di Yerushalaim.Gerusalemme indica che il popolo ebraico è un popolo come gli altri, ma è anche “di più”. Perché ha un duplice compito che emerge proprio attraverso Gerusalemme: la soglia attraverso cui si passa, in Israele, dalla singolarità all’universalità. Nella tradizione ebraica Gerusalemme è al di fuori della spartizione delle terre perché è l’apertura mobile che permette l’unità, è il luogo del Tempio, la Residenza dell’Estraneità dell’Altro sulla terra. La condizione di questa Residenza, dell’apertura all’Altro, è che Gerusalemme sia capitale di Israele. Ma essere capitale dello Stato di Israele non basta. È a Yerushalaim che lo Stato degli ebrei può andare al di là dello Stato singolare, può accogliere l’estraneità dello straniero che sfugge alla sua sovranità.In breve: per rispondere alla sua vocazione universale, Israele ha bisogno della sua singolarità, e Gerusalemme deve essere capitale. Ma è una strana capitale o, meglio, è il luogo dell’apertura all’estraneità. È attraverso questa apertura che è possibile la continuità e l’esistenza di Israele. È nel passaggio dalla singolarità all’universalità che si giocherà non solo il futuro dello Stato di Israele, ma la possibilità di un nuovo ordine del mondo. Scandalo per chi nel XXI secolo ragiona ancora con gli antiquati schemi del nazionalismo e del patriottismo, Yerushalaim dovrà essere città universale, aperta all’umanità, “pietra da carico per tutti i popoli” (Zaccaria 12, 3). È in questa Gerusalemme che - nella nostra Haggadah - promettiamo di esserci il prossimo anno.Donatella Di Cesare, filosofa ,http://www.moked.it/



Dmitry Medvedev


Il nuovo Barack, telefoni in faccia e colloqui a muso duro

Il presidente cambia stile e trasforma lo "street basket" in approccio diplomatico
Benjamin Netanyahu non è stato il primo leader straniero a saggiare il nuovo approccio di Barack Obama alle relazioni internazionali. A suggerirlo è il tam tam di Washington sul retroscena che ha portato al raggiungimento dell’accordo Start con il Cremlino sulla riduzione del 30% delle armi strategiche. Oltre due settimane fa, ben prima dunque della crisi con Israele innescata dalle 1.600 nuove case costruite a Gerusalemme Est, Obama era al telefono con il collega russo Dmitry Medvedev per discutere sui dettagli dello Start e quando si sentì ripetere per l’ennesima volta la richiesta di stabilire un collegamento diretto con la difesa antimissile americana, rispose dicendo «così non si va da nessuna parte». E chiudendo la comunicazione senza troppi complimenti. Almeno in un’altra occasione Obama avrebbe interrotto di sua volontà un colloquio telefonico con Medvedev. Il risultato è stato un accordo Start che non include riferimenti allo scudo antimissile Usa - anche se Mosca dà un’interpretazione diversa - e che ha dato alla Casa Bianca l’occasione di far filtrare la nuova immagine di un presidente assai grintoso con i leader stranieri.Finora Obama è stato bersagliato dall’opposizione repubblicana a causa dei cedimenti, di forma e sostanza, attribuiti alla sua politica estera: dai pronunciati inchini personali di fronte al sovrano saudita, alla regina britannica e all’imperatore nipponico, fino alla modifica unilaterale dello scudo antimissile per andare incontro alle obiezioni russe, ai messaggi segreti agli ayatollah di Teheran e alle pacche sulle spalle ad avversari dichiarati come il venezuelano Hugo Chavez. Obama adesso dimostra di volersi togliere tale immagine di leader remissivo ed eccessivamente buonista. Da qui l’accento su un approccio assai più determinato, che si è manifestato prima chiudendo il telefono a Medvedev almeno in due occasioni e poi abbandonando a sorpresa Netanyahu nella Roosevelt Room della Casa Bianca per andare a cenare con Michelle nella East Wing. Il messaggio è chiaro: se Barack lo ha fatto con Russia e Israele, potrebbe ripeterlo con chiunque. Rispolverando l’approccio «tutto gomiti» alla politica degli anni di Chicago, come anche della passione per lo «street basket» che ha in comune con Craig Robinson, fratello di Michelle.
di Maurizio Molinari, 29 marzo, http://www.lastampa.it/


Nato pomodoro superdotato senza Ogm

Scoperto il difetto genetico che rende alcuni incroci piu' ricchi di fiori e di frutti
Piantine di pomodoro superdotate sono nate senza traccia di Ogm ma solo con incroci naturali tra diverse varietà di pomodoro: è la prima volta che questo non accade per caso.
E' stato infatti scoperto il difetto genetico che rende alcuni incroci particolarmente ricchi di fiori e frutti e il risultato, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, promette di avere ricadute importanti sulla produttività di molte colture agricole. "Papà" della piantina è Zachary Lippman, del Cold Spring Harbor Laboratory di New York, che in collaborazione con l'università di Israele ha scoperto che il segreto degli ibridi super-produttivi è nel difetto del gene che controlla la fioritura attraverso la produzione di una molecola simile ad un ormone chiama "florigen". Quando il gene è alterato, la fioritura avviene più rapidamente e in modo più abbondante. E' stato spiegato così, per la prima volta, il meccanismo genetico alla base del fenomeno detto "vigore ibrido", che finora ha portato in modo casuale ad ottenere varietà di piante molto più produttive. Per arrivare a scoprire il segreto del vigore ibrido i ricercatori hanno incrociato una pianta di pomodoro normale con 5.000 diverse piante, ciascuna con una singola mutazione genetica. Alla fine è stata individuata la mutazione "giusta", dalla quale è nata una pianta capace di produrre il 60% in più di pomodori rispetto a una pianta normale. I pomodori della super-pianta erano inoltre più dolci. http://www.ansa.it/, 28 marzo



Su RaiTre, ieri 28 marzo, nuova puntata dell’ottimo Report, che stasera propone qualcosa di davvero particolare, ossia il documentario ‘Google Baby’, di Zippi Brand Frank, che svela i meccanismi dell’industria della “maternità surrogata”, attraversando tre nazioni – Stati Uniti, Israele, India. Spermatozoi selezionati in Israele, ovuli acquistati online e fecondati nei laboratori americani, uteri affittati nel Gujarat, India. http://www.tvblog.it/


Haifa

Israele chiude valichi con Cisgiordania per la Pasqua ebraica

28 mar. (Adnkronos/Dpa)- Israele chiudera' tutti i valichi con la Cisgiordania dalla mezzanotte di oggi alla mezzanotte del 6 aprile, ovvero per tutta la durata del periodo festivo di Pesach, la Pasqua ebraica. Lo ha annunciato questo mattina un portavoce militare. Potranno entrare in Israele soltanto persone bisognose di cure mediche, mentre sara' autorizzata l'entrata in Cisgiordania di medici, operatori di agenzie non governative e avvocati.


soldatessa israeliana

Il premier bacchetta i suoi ministri che parlano male degli Stati Uniti

Il governo di Benjamin Netanyahu è stato oggi impegnato a definire una linea di comportamento che consenta a Israele di affrontare due crisi apertesi simultaneamente: quella politica con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che esige una serie di concessioni nel tentativo di rilanciare negoziati fra Stato ebraico e Anp (Autorità palestinese); e quella militare con Hamas, i cui miliziani sono stati impegnati venerdì in uno scontro a fuoco ai bordi della Striscia di Gaza. Una misura del nervosismo manifestatosi fra dirigenti di governo è giunta dal solitamente pacato ministro della finanze Yuval Steinitz (Likud) il quale ha avvertito che, in assenza di altre opzioni, Israele potrebbe tornare a occupare Gaza per abbattere il regime di Hamas. Un portavoce del movimento palestinese, Fawzi Barhum, ha replicato che minacce del genere «vanno prese sul serio» e ha invocato un intervento internazionale. Da parte sua il quotidiano Yediot Ahronot ha raccolto nell’entourage di Netanyahu toni di esasperazione nei confronti di Obama che ormai sarebbe «un disastro» per Israele, essendo responsabile di una «politica folle e malsana». Di fronte al vistoso titolo del giornale il premier si è visto costretto a intervenire di fronte alle telecamere e a smentire quei testi «che sono da condannare - ha detto - e che certo non rispecchiano il pensiero» dei suoi consiglieri. Per tutta la giornata di ieri Netanyahu è stato comunque assillato dalle impellenti richieste americane per un congelamento dei progetti edili a Gerusalemme est, per la estensione nel tempo del congelamento nelle colonie ebraiche in Cisgiordania, e per una serie di gesti buona volontà verso l’Anp di Abu Mazen. Fra questi: la disponibilità di Israele ad affrontare già negli imminenti «proximity talks» (negoziati indiretti) con i palestinesi questioni fondamentali del conflitto. Obama punta alla costituzione di uno Stato palestinese entro due anni, ma nel governo israeliano spira un’aria di scetticismo. Nei giorni scorsi il ministro per le questioni strategiche Moshe Yaalon ha affermato che fra i sei ministri più vicini a Netanyahu non c’è nemmeno uno che ritenga quell’obiettivo realistico. Le pressioni americane su Israele, ha detto Netanyahu, hanno finora avuto solo l’effetto di indurire la posizione dei palestinesi. 29 marzo 2010, http://www.ilgiornale.it/


................La Cisgiordania e' stata militarmente occupata per 19 anni (1948-1967) da quello che si chiamava nel 1948 il Regno di Transgiordania, entita' artificiale creata dagli inglesi nel 1922 con il nome di Sheikdom of Transjordan, a seguito di una guerra di aggressione e pertanto illegale secondo il diritto internazionale ed i principi delle Nazioni Unite. I villaggi e le magnifiche cittadine che Israele ha costruito in quella parte del paese che storicamente si chiama Giudea e Samaria, sono dal mondo che "ignora" chiamati erroneamente "insediamenti", ma secondo il diritto internazionale sono a tutto diritto villaggi e cittadine facenti parte dello Stato di Israele... il diritto internazionale non e' una cosa che uno possa tirare come la gomma o possa essere oggetto di opinioni ed in quella regione il diritto internazionale e' rappresentato dalle due risoluzioni della Societa' delle Nazioni alla Conferenza di San Remo del 1920 e del 1924. Nella prima si istituisce il Mandato di Palestina che comprendeva l'area del presente Stato di Israele, incluso il West Bank (del Giordano) e la Transgiordania con il preciso ed unico obbiettivo di preparare la creazione di uno Stato degli Ebrei (di tutto il mondo) e ahime' la Societa' delle Nazioni nomina come Mandataria la perfida Albione (l'Inghilterra) e le affida in amministrazione fiduciaria la Palestina. Nella Risoluzione di San Remo nel 1920 la Societa' delle Nazioni ingloba la Dichiarazione Balfour del 1917 che dopo aver dichiarato che il Governo di Sua Maesta' (britannica) fara' di tutto per facilitare la creazione di una "national home" in Palestina per il popolo Ebraico ("for the Jewish people") aggiunge che "...niente sara' fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunita' non-ebraiche in Palestina, o i diritti e lo status di cui godono gli Ebrei in qualsiasi altra nazione". ("...nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country").
Questo e' piu' importante di quello che sembri a prima vista, perche' il corpo supremo che allora creava e rappresentava la legge internazionale, la Societa' delle Nazioni, sentenzia che di tutte le popolazioni nel Mandato di Palestina, l'unico popolo ad avere diritti politici e quindi diritto ad avere uno stato ("national home per tutti gli Ebrei che vogliano stabilirvisi) e' solo ed esclusivamente il popolo Ebraico, mentre gli altri non-ebrei, avranno garantiti tutti i diritti "civili e religiosi". E nessuno puo' dire che lo Stato di Israele al giorno d'oggi non onori questi obblighi.
Nel 1922, la "perfida Albione", proditoriamente e alla faccia dei suoi obblighi come nazione fiduciaria del Mandato di Palestina, sottrae il 76% del territorio del Mandato, la Transgiordania, e lo consegna al figlio del suo amico Hussein, Sceriffo della Mecca e capo della tribu' degli Hashemiti, che fuggiva dall'Arabia incalzato dal predone Ibn Saud che finira' per prendersi tutta l'Arabia. Pertanto, Abdallah, uno straniero dell'Arabia diviene Sceicco di Transgiordania ed il territorio viene battezzato Sceiccato di Transgiordania mentre suo cugino Feisal viene insediato dalla stessa Inghilterra in quello che diviene Iraq. Nel 1946 lo Sceiccato cambiera' nome in Regno Hashemita di Transgiordania, ma ciononostante verra' riconosciuto solo dalla Gran Bretagna e nel 1947 dal Pakistan!A seguito del furto della maggior parte del Mandato di Palestina da parte della Gran Bretagna, la Societa' delle Nazioni, sollecitata dalla ladra, (ma maggior vincitrice della Grande Guerra), emette una seconda risoluzione nel 1924 sempre a San Remo, in cui si ribadiscono tutti i principi ed i punti della prima Risoluzione, salvo per la correzione che il confine orientale del Mandato di Palestina e' la riva sinistra del Giordano e che per quanto riguarda il territorio ad est del Giordano una diversa soluzione e' stata trovata.I principi, le risoluzioni e le responsabilita' della Societa' delle Nazioni sono stati ereditati, assorbiti ed inglobati nella carta costituente delle Nazioni Unite e mai abrogati. Fanno quindi parte del diritto internazionale compresa anche la realta' che la Cisgiordania/West Bank/Giudea e Samaria non sono territori palestinesi o territori occupati, ma parte integrante dello Stato di Israele, voluto e riconosciuto dalle Nazioni Unite. La spartizione dell'area votata nel 1947 dall'Assemblea dell' ONU in uno stato ebraico ed uno arabo, in primis non e' vincolante in quanto e' una risoluzione dell'Assemblea e non del Consiglio di Sicurezza, e in secundo e' stata nullificata dalla non accettazione degli stati arabi e dall'aggressione militare al neonato Stato di Israele del 15 Maggio 1948 da parte di 5 eserciti arabi........Enzo Nahum


AMOS OZ SCENE DALLA VITA DI UN VILLAGGIO

Traduzione dall’ebraico di Elena Loewenthal, Feltrinelli Editore ,Marzo 2010, pp. 184
“Perché si sono inariditi tutti i cuori? Me lo sai dire tu? No?”
La vicenda si svolge in un immaginario villaggio israeliano, situato fra le alture della regione di Manasse, chiamato Tel Ilan, costruito circa cento anni prima da un gruppo di intrepidi pionieri, uccisi successivamente a seguito di un attacco arabo. Puoi vederne il piccolo monumento commemorativo, peccato davvero che sia sporco e circondato da erba ingiallita.Ben visibile è ancora la torre dell’acqua: se hai voglia di salire fino in cima c’è “ una postazione di cemento con dei sacchi di sabbia e degli spioncini, residuo della Guerra di Indipendenza”.Tel Ilan è un posto magnifico per il quale non è certo sprecato l’appellativo di “Provenza di Israele”, poiché il panorama, i vigneti, il borgo con le case coloniche fine Ottocento dai tetti rossi, ben tenute (ad un primo sguardo), ne fanno una meta privilegiata per i gitanti del fine settimana. Ogni sabato infatti piovono nel centro del paese colonne di automobili, i cui passeggeri visitano cantine, banchetti di formaggi artigianali, olive, miele, spezie e altri prodotti genuini, senza trascurare le esposizioni di mobili (quest’ultimi peraltro provenienti da Paesi dell’Estremo Oriente, come Burma o Bangladesh).Se però ti addentri per le strade portanti i significativi nomi di Via dei Fondatori o Via del Salice, lentamente ti accorgi di certi muri scrostati, di bacheche per gli annunci per lo più non aggiornate e magari arrugginite; curiosando poi sul retro delle case ti rendi conto che, nonostante vi siano ancora le stalle per i vitelli all’ingrasso o le incubatrici per i pulcini, l’allevamento del bestiame è stato da tempo abbandonato, così come l’agricoltura, malgrado, ad esempio, le colline siano ancora coperte di vigneti.Soprattutto, al di là dell’aspetto ridente e tranquillo, il luogo comunica, dopo un po’ di tempo, una certa inquietudine. Tel Ilan potrebbe essere definita un “non luogo”, un’entità posta in una sorta di sospensione spazio/temporale, a parte fugaci accenni alla storia concreta di Israele.L’inquietudine è potenziata dal fatto che non è facile incontrare per strada i suoi abitanti; d’altronde, allorché ti imbatti in qualcuno di loro, ecco storie complesse, inquietanti. Segreti sepolti in cantina o nell’anima, enigmi mai chiariti. Le voci umane e i suoni della natura si odono per un po’, indi si dissolvono, come l’abbaiare nella notte di un cane, cui quello di un altro, a distanza non facilmente commensurabile, fa eco.Grande, grandissimo Amos Oz. Il suo ultimo romanzo, Scene dalla vita di un villaggio, appena uscito in Italia da Feltrinelli con la sapiente traduzione di Elena Loewenthal, ci conduce in un mondo che ti pare assurdo, dalle domande senza risposta.
La narrazione si snoda lungo otto magistrali racconti (alcuni narrati in prima persona), dipinti con quella profondità psicologica ben conosciuta dai lettori, dove i protagonisti di una storia talora fanno capolino in un’altra; abile accorgimento dell’Autore per consentirci di approfondire la loro conoscenza, grazie ad un certo particolare fisico o ad un pensiero espresso, magari lasciando una frase a metà.Nell’atmosfera solo in apparenza bucolica diventiamo partecipi di tragici, quanto inspiegabili, episodi, ci confrontiamo con indecifrabili presenze, ci interroghiamo su sparizioni o attese, non soddisfatte, di eventi o di persone.Certo che mai come leggendo queste pagine mi è venuta alla mente la frase che William Shakespeare mette in bocca al suo Amleto: “Ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, che non ne sogni la tua filosofia”.Ogni storia raccontata affonda le proprie radici in una ferita, magari rimossa dalla coscienza, suscettibile però di riprendere a sanguinare all’improvviso, quando meno te lo aspetti. In ogni caso la cicatrice non è mai scomparsa.Prendi, per esempio, la Dottoressa Ghili Steiner, il medico del villaggio, diagnostica infallibile. Nubile, magra, tipo energico dai capelli grigi cortissimi, viso severo, atteggiamento burbero verso i pazienti. Di lei alcuni rammentano che, da giovane, aveva avuto una storia d’amore con un uomo sposato, ucciso durante la Guerra in Libano del 1982.
L’unico legame affettivo è rappresentato oggi dal nipote ventenne, Ghideon Ghet, militare di leva, figlio di sua sorella residente altrove.In un tardo pomeriggio invernale Ghili aspetta, alla fermata del pullman proveniente da Tel Aviv, l’arrivo del giovane che, reduce da un periodo trascorso in ospedale per problemi renali, è stato inviato dalla madre a casa della zia in campagna, per ritemprarsi.La dottoressa, prima di uscire, ha cucinato con amore la cena per il nipote, gli ha preparato la stanza a lui riservata da sempre, senza dimenticare giornali, riviste e alcuni libri che si augura siano di gradimento del caro ospite, visto che a lei sono piaciuti.Purtroppo, però, il ragazzo non giungerà all’appuntamento: non si saprà mai che fine ha fatto Ghideon al quale “lei voleva più bene che a qualunque essere umano al mondo”.Sparito nel nulla, come Nava, la moglie del Sindaco di Tel Ilan, Benni Ravni, la quale, prima di andarsene, ha fatto recapitare al marito, in Municipio, un biglietto scritto di proprio pugno: “Non preoccuparti per me”. Quel cane, un po’ curioso e un po’ diffidente, che segue Benni nelle sue peregrinazioni alla ricerca di Nava, è davvero un cane, oppure……?E che succede ogni notte nella casa, posta in fondo al villaggio, dove abitano due persone solitarie: Rahel Franco, insegnante, vedova ancora piacente, insieme col padre, colui che in anni ormai lontani era stato il deputato laburista Pesach Kedem? Ottantasei anni, a suo modo ancora lucido, pur chiamando talora la figlia col nome della defunta moglie Abigail, questi, simile nell’aspetto ad un uccellaccio del malaugurio (o, come scrive Oz, caratteristico per quella postura ad angolo retto che “conferiva al suo corpo la forma di una forca”), immancabile basco nero calcato sulla testa, è in lite col mondo intero: dai cassetti di casa che si rifiutano di aprirsi, al vento che gli scompiglia le carte sul tavolo, all’elettronica.Ma la fonte principale della sua ira è che l’uomo non “aveva mai perdonato al partito di essersi dissolto ed estinto, venticinque anni prima”. Anzi, in occasione delle sue interminabili tiritere contro l’immoralità dell’attuale mondo politico, si diverte a storpiare i cognomi di questo o quel membro del governo in carica o ad affibbiare significativi epiteti ad un paio di compagni di partito, defunti da un pezzo (“compagno Onta” e “compagno Fallimento”).La meravigliosa capacità dello scrittore israeliano nel regalarci tipi umani dove sono mescolate tenerezza e bonaria ironia è particolarmente intensa nell’indulgere su questa figura, ispirata, immagino, da esponenti politici incontrati da lui durante gli anni giovanili.E ora, che cosa tormenta il vecchio Pesach? Egli è convinto che qualcuno, durante la notte, scavi sotto le fondamenta della loro casa: chi saranno questi…muratori e che cosa cercano? Invano Rahel tenta di persuaderlo sull’inesistenza di presenze ostili. Il vecchio azzarda tutte le ipotesi, compresa quella secondo la quale il responsabile altri non è che un pacifico studente arabo con sogni di scrittore, Adel, ospitato in una piccola costruzione di loro proprietà, posta di fronte, in cambio dell’aiuto a Rahel nello sbrigare piccole incombenze di casa: “Ma certo, è venuto qui apposta con l’inganno, per rivendicare il suo diritto al ritorno, riprendersi il cortile e la casa in nome di qualche…trisavolo che forse stava su questa terra ai tempi degli ottomani! O dei crociati, forse?”Lascio al lettore il piacere di scoprire l’evolversi degli eventi in questo racconto, il più lungo e forse il più significativo degli otto; oltre naturalmente a formulare ipotesi sulla natura di tale, parrebbe indecifrabile, “scavare”.Occasioni perdute d’incontro per due solitudini. Kobi Ezra, diciassettenne dall’espressione sul viso come di stupore mesto, è innamorato della Signora Ada Devash, cioè “Miele”, trentenne divorziata, personaggio, ad un primo sguardo, solare, addetta all’ufficio postale e alla biblioteca del paese, dove lavora con impegno fino al tramonto. Kobi è discreto e non osa rivelare i propri sentimenti, ma la donna ha compreso la situazione e lo tratta con una certa delicatezza di modi, senza rinunciare, a tratti, di provocarlo. Alla fine, il giovane abbozza un maldestro approccio, che però conclude con una fuga, poiché gli manca il coraggio necessario per dichiararsi. Ne conseguono inevitabili tormenti e la consapevolezza che, da quell’istante in poi, nessun rapporto sarà più possibile tra loro due: perduta l’occasione, essi si sono trasformati in due estranei.
Anche Ada prova un intimo dolore, un sentimento di vuoto d’amore collegabile ad una ferita risalente a diversi anni prima, un trauma sempre presente.Si canta a casa di Abraham e Dalia Levin, una serata, preparata con scrupolo maniacale, incentrata su canti ebraici e russi velati di nostalgica malinconia e inni patriottici legati alla Guerra d’Indipendenza del 1948. All’incontro è presente una buona parte delle persone conosciute nelle vicende precedenti: “Era così bello cantare tutt’insieme in cerchio in quella notte tempestosa di pioggia, ripescando vecchie canzoni di un tempo in cui tutto era chiaro a tutti”.Ma su tutti aleggia, senza che alcuni se ne rendano conto, il ricordo, anzi la presenza palpabile, di una tragedia verificatasi quattro anni prima, proprio in quel luogo.Chi era stato a chiamare per nome all’inizio della serata il protagonista -voce narrante-, senza che questi riuscisse ad identificarne la voce? E che cosa cerca egli, per tutta la serata e a più riprese, in preda a quell’irresistibile richiamo verso una certa stanza della casa?Il romanzo, adatto anche ad una riduzione teatrale per il suo incentrarsi su caratteri e temperamenti, ci trasmette assai più di quanto il titolo -neutro, ritengo volutamente- lascerebbe supporre. Ringrazio tra me e me l’Autore -pure spesso piuttosto critico nei confronti della politica attuata dal Governo del suo Paese- perché, in un’intervista rilasciata al quotidiano Ha’aretz, ha dichiarato che, nell'ambientazione dell'opera, non è affatto adombrato Israele, come, immagino, sarebbe portato a fare un certo numero di lettori. Oz si riferisce in particolare all'ultimo racconto in cui è descritto un luogo malsano e paludoso, dominato dalla morte, nel quale ogni opportunità positiva viene lasciata cadere.Protagonista è piuttosto l’universale fatica del vivere quotidiano, la consapevolezza di come, a causa delle, sovente imprevedibili, vicissitudini che ci sovrastano, la speranza di una vita nuova possa a volte scomparire in un attimo. Non sempre accade ciò, ma è necessario metterlo in conto.E poi c’è il mistero dell’esistenza, spesso impastato con l’assurdo.
Amos Oz ci dona un sorprendente affresco di vita vissuta, stupendo proprio perché striato di mille e mille incongruità.D’altronde, come afferma convinto un autorevole giurista padovano, la bellezza non è forse un’armonia sull’orlo del caos? Mara Marantonio


AMALIA ROSENBLUM IN FONDO ALLA STRADA

Trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, Salani Editore, Marzo 2010, pp. 112
“Johnni si rammaricò che Ilan fosse un uomo e che non gli si potesse spiegare in tutta semplicità l’importanza della cosa. Ne era spesso dispiaciuto, Johnni…”
Felici coincidenze. Una dozzina di giorni or sono il sito web InfiniteStorie.it, che segnala le novità librarie, suddivise per argomenti, mi ha indicato, alla voce “Libri per ragazzi”, il romanzo In fondo alla strada; autore un’israeliana, Amalia Rosenblum. Due motivazioni mi hanno indotto a leggerlo subito: la prima concerne le due traduttrici dall’ebraico alla nostra lingua, Ofra Bannet e Raffaella Scardi. Madre e figlia, grazie al loro impegno -in singolo, per così dire, o in tandem- importanti nomi della letteratura israeliana sono conosciuti ed apprezzati in Italia: pensiamo a classici come Aharon Appelfeld, o a nomi quali Ron Leshem o Alon Altaras. O magari a personaggi fino a poco tempo fa lontani dalla letteratura, ma che, ad un certo punto, hanno inteso sfidare se stessi in un terreno inesplorato: Zvi Yanai, celebre divulgatore scientifico israeliano nato nel nostro Paese, per esempio, racconta il mistero chiave della sua vita in Il fratello perduto (o Schelchà, Sandro – Tuo, Sandro), originalissimo mémoir sulle vicissitudini di una famiglia ebrea del XX secolo.In occasione dell’uscita da noi di tale opera, al Salone del Libro di Torino nel maggio 2008, ebbi modo di conoscere, insieme con Zvi, Raffaella Scardi, con la quale sono rimasta in corrispondenza.La seconda motivazione è il grande amore che, da sempre, nutro per gli animali e, in particolare, per i cani. Gli interpreti di In fondo alla strada sono un gruppo di cani, attorniati da gatti, cinghiali, volpi, iene, sciacalli, uccelli vari, ecc. Animali domestici e animali selvatici, in un insolito connubio.Amalia Rosenblum (1974), statunitense di nascita, cresciuta tra Tel Aviv e New York, è scrittrice, giornalista e sceneggiatrice. Docente al College of Management di Tel Aviv, collabora con diversi periodici israeliani, soprattutto in qualità di critica letteraria.
Come tanti altri Autori del suo Paese, ella si cimenta con un genere letterario, i libri per l’infanzia, in grado di catturare spesso l’attenzione degli adulti. In fondo alla strada, uscito in Israele nel 2006 con l’editore Keter di Gerusalemme (lo stesso che due anni prima ne aveva pubblicato la prima opera, E ogni cosa pare possibile), ci racconta una storia di amore, amicizia, dolore, solidarietà.La vicenda si svolge in una serena cittadina di campagna all’interno di Israele, dove gli esseri umani fanno da sfondo, mentre in primo piano ci sono gli animali.Il protagonista è Johnni, figlio di “un Cane Lupo Cecoslovacco e di una cagna che a sua volta era un misto fra un Pastore tedesco e un qualche tipo di Terrier”.Egli vive con Ilan, un uomo ancor giovane, scapolo, in costante ricerca dell’anima gemella, consapevole che questi sono gli ultimi anni…buoni.Amico per la pelle di Johnni è Arthur, un Golden Retriever dal mantello dorato, un po’ più grande per età, il Fratello Maggiore che chiunque sogna. I due sono inseparabili; anzi una volta erano perfino finiti sul quotidiano locale, con tanto di fotografia e articolo esplicativo, poiché, in occasione di una delle tante scorribande, avevano scoperto un prezioso mosaico di epoca romana.Un brutto giorno però la famiglia con cui Arthur vive ha la pessima idea di trasferirsi dall’idilliaca campagna in quel luogo confuso e malsano chiamato città.Il dolore dei due amici è cocente. Invano Johnni tenta di trattenerlo escogitando piani fantasiosi, con l’aiuto delle volpi: Arthur, sia pure con profondo malincuore, decide di partire poiché il richiamo della famiglia e, in particolare del padroncino Michael, è troppo forte.Johnni è tristissimo e invano gli altri cani si danno da fare per consolarlo.
Ci sono: Golda (!), matura e saggia -magari un po’ saccente- collie, autorità morale della compagnia, che pare saper sempre tutto;Betty, la cockerina incinta, Forza e Coraggio, i due meticci da stalla, l’uno cieco e l’altro sordo; per completare il tutto, come sappiamo, non mancano i gatti, pur considerati dai cani una presenza un po’ disdicevole (sentimento ricambiato da questi ultimi, immagino); senza dimenticare Zoba, il mite cinghiale.
Nel paese giunge ben presto un nuovo personaggio, al quale, come sovente capita, gli altri ostentano di non prestare attenzione, ma che tien banco nelle loro chiacchiere, poiché suscita un misto di curiosità e diffidenza.Il neo arrivato è un Labrador marrone, chiamato Cacao: un nome banalissimo e scontato, indice dell’irrimediabile scarsa fantasia delle persone; qualità, questa, di cui, al contrario, gli animali e, in particolare i cani, sono ricchissimi. Insieme a lui c’è una giovane coppia in attesa di un bambino, Amos e Miri.Grazie al proprio spirito di iniziativa e capacità di adattamento, nonché alla ritrovata gioia di vivere di Johnni, pian piano Cacao si inserisce bene nel gruppo; con il “Cane Lupo Cecoslovacco” nasce una bellissima amicizia (anche se Arthur resterà sempre un “mito”, come tutti i primi amori), che vedrà i due come protagonisti di fantastiche avventure, dominate dal coraggio, mescolato a volte ad una discreta dose di incoscienza. Ma rischiare, anche pagandone un salato prezzo, non è forse parte integrante dell’esperienza umana, pardon canina?Può capitare, poi, che una difficile circostanza riveli la natura solidale di qualcuno, giudicato in modo severo fino a poco prima: come la Pittbull Germana, bersaglio della generale ostilità perché al servizio dei bracconieri -pericolosi individui, vivente insulto al buon senso-, la quale, in una vicenda difficile, riuscirà a riscattarsi e a rivelare il suo vero temperamento.Il romanzo è ricco di fini annotazioni psicologiche sul carattere di esseri umani e animali, sulla linearità dei secondi e sulle contraddizioni e strane abitudini dei primi; come, ad esempio, quell’assurda consuetudine di misurare il tempo suddividendolo secondo criteri uno più strambo dell’altro, anziché osservare i mutamenti, ben più oggettivi ed affidabili, della natura che ci circonda.L’Autrice non scade mai nel patetico o nel banale, non tenta di ridicolizzare i suoi personaggi umanizzandoli: dalle sue pagine si intuisce che gli animali non comunicano vicendevolmente tra loro o con gli uomini parlando, come accade nei cartoons, bensì attraverso un particolare linguaggio, non comprensibile da chi non è in grado, o non vuole, mettersi in sintonia.Vincitore del Ze’ev Prize for Children’s Literature nel 2007, questo libro sa rallegrare e commuovere il lettore: lo consiglio a chi desidera trascorrere qualche ora in compagnia di questi nostri impareggiabili amici, dei quali spesso conosciamo poco il cuore tenero e generoso. Mara Marantonio

L'anno prossimo a Gerusalemme

Domani (stasera) sera in tutte le case ebraiche, dopo il vino, l'haroset, le erbe amare, i salmi e le storie, proprio alla fine della sera, si diranno tre parole decisive, che danno al seder una presa sull'attualità che non è mai cessata da quando i saggi hanno fissato l'Haggadà. Diremo, come tutti gli anni "Leshanà habbà beJerushalaim", l'anno prossimo a Gerusalemme. Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva. Una preghiera. Gradualmente, a partire da centocinquanta anni fa, la clausola è diventata concreta, il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Eretz Israel. Una proposta, una richiesta. Poi, a giugno di sessantatre anni fa a Gerusalemme ci siamo insediati davvero. Dal senso della frase non è sparito l'invito all'alyà, ma si è aggiunta la gioia di una realizzazione. Era diventata un segno di festa. Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula.Tutti sappiamo quel che ho appena riassunto. Perché parlarne ancora? Perché non è affatto detto che l'anno prossimo saremo ancora a Jerushalaim. Se le cose andassero come sembrano volere non solo i palestinesi e il mondo arabo e islamico, ma anche l'Europa e l'America di Obama, l'anno prossimo di Gerusalemme potrebbe restarci solo la periferia occidentale, quartieri simpatici come Rehovia. Come negli anni fra il '48 e il '67 la parte occidentale delle mura di Solimano, dalla cittadella di Davide alla porta di Giaffa sarebbero di nuovo il confine di due Stati. Per capire quel che accadrebbe all'interno della Gerusalemme storica basta ricordare la legione araba guidata dagli inglesi nel '48 all'assalto del quartiere ebraico: non lasciarono pietra su pietra, bruciarono tutto, costruirono strade con le lapidi del Monte degli Ulivi.Non voglio rovinare la festa a nessuno, ma è di questo che si discute oggi. Non delle 1600 case in un quartiere o delle 20 di un'altro: il problema è se Israele debba restare beJerushalaim o no. Sul nostro Stato si sta addensando una "tempesta perfetta" come nei film: l'arma atomica iraniana, il terrorismo, l'odio del mondo islamico, l'idea comune a Obama e all'Europa che per fare la pace col mondo islamico bisogna fare a Israele quel che Francia e Inghilterra fecero alla Cecoslovacchia a Monaco 29 al 30 settembre 1938: una bella conferenza senza la partecipazione della vittima, che diede a Hitler quel che voleva con l'illusione di acquietarlo col riconoscimento della sua potenza. (Come sappiamo non si tranquillizzò affatto, anzi, ma questa è un'altra storia). Il rifiuto generale di qualunque mossa Israele faccia per difendersi da nemici aggressivi e violenti: le campagne militari, la barriera di sicurezza, le esecuzioni mirate, l'esercito, i servizi segreti, la giustizia. Attualmente, che io sappia, l'America è "indignata" per l'insulto di Israele che costruisce case nella sua capitale, Inghilterra e Australia sono "offese" per vie dei passaporti di Dubai, l'Europa è "scontenta" delle scelte di Israele, l'amica Italia ha appena proposto per bocca del presidente della repubblica e di quello del consiglio uniti per l'occasione una resa senza condizioni alla Siria. Anche la Chiesa vuole che Gerusalemme sia quanto meno internazionalizzata e lo dice a voce sempre più alta. La stampa è unanime nel condannare. Una bella fetta di prestigiosi intellettuali ebraici che si dicono pacifisti, per fortuna del tutto privi di seguito popolare, fanno il possibile per convincere tutti che il popolo di Israele non esiste, che la fondazione dello Stato ebraico è stato un crimine, e comunque per far sì che leshanà habbà a Gerusalemme comandi Abu Mazen o magari anche Hamas. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite ha approvato un paio di giorni fa quattro mozioni quattro di condanna a Israele, con una maggioranza di 39 a 5 (e 11 astenuti). Fra i contrari c'era l'Italia, ma non è una consolazione. Eccetera eccetera.Certamente il nostro popolo e il suo Stato non sono spacciati, hanno ancora la sua forza militare ed economica, la creatività, la combattività, l'ostinazione che Israele mostrava già uscendo dall'Egitto. Il popolo ebraico ha il suo destino storico, la fede che ci ha portato per due millenni a ripetere il seder e la sua formula finale. Ma domani sera, forse, guardando la sedia che lasceremo vuota per Gilad Shalit, dovremo interpretare di nuovo la formula millenaria come una preghiera e magari aggiungere sottovoce un'altra parolina, un davar acher: (gam) leshanà habbà biJerushalaim: anche l'anno prossimo a Gerusalemme. Speriamo.Ugo Volli, http://www.moked.it/