giovedì 25 febbraio 2010


In Medio Oriente si punta su un cavallo forte

di Daniel PipesNational Review Online16 febbraio 2010
http://it.danielpipes.org/7994/medio-oriente-cavallo-forte
La violenza e la crudeltà degli arabi spesso sconcerta gli occidentali.
Non solo il leader di Hezbollah proclama: "Amiamo la morte", ma lo fa anche un ventiquattrenne che il mese scorso ha gridato: "Amiamo la morte più di quanto voi amate la vita", mentre andava a sbattere con la sua automobile sul Bronx-Whitestone Bridge a New York. Se due genitori di St. Louis hanno perpetrato un delitto d'onore contro la loro figlia adolescente assestandole tredici colpi con un coltello da macellaio, un padre palestinese ha gridato: "Muori! Dai muori! (…) Stai zitta, bambina! Muori, figlia mia, muori!" – e in entrambi i casi la locale comunità araba li ha spalleggiati contro le accuse di omicidio. Un principe di Abu Dhabi ha di recente torturato un commerciante di grano che lo accusava di averlo truffato; malgrado un video delle atrocità sia stato mostrato dalle televisioni di tutto il mondo, il principe è stato assolto mentre i suoi accusatori sono stati condannati.Su una scala più larga, un computo rileva che dopo l'11 settembre sono stati perpetrati 15.000 attacchi terroristici. I governi di tutti i Paesi di lingua araba fanno più affidamento sulla brutalità che sul principio della legalità. Gli sforzi per eliminare Israele continuano a persistere anche quando le insurrezioni fanno presa; la più recente è scoppiata in Yemen.Esistono parecchi tentativi eccellenti volti a spiegare la patologia della politica araba; tra quelli che preferisco vi sono i saggi a cura di David Pryce-Jones e Philip Salzman. A questi ora si aggiunge The Strong Horse: Power, Politics, and the Clash of Arab Civilizations (edito Doubleday), una piacevole, ma profonda e importante analisi di Lee Smith, un corrispondente per il Medio Oriente di Weekly Standard.Smith parte da un commento espresso da Osama bin Laden nel 2001: "Quando la gente vede un cavallo forte e uno debole, per natura, tenderà a mostrare preferenza per quello forte". Ciò che Smith definisce il principio del cavallo forte contiene due banali elementi: prendere il potere e mantenerlo. Questo principio predomina perché la vita pubblica araba "non presenta alcun meccanismo per i pacifici passaggi di autorità o per la condivisione del potere, e pertanto [essa] considera il conflitto politico come una lotta senza quartiere fra cavalli forti". Smith rileva che la violenza è "essenziale per la politica, la società e la cultura del Medio Oriente di lingua araba". Ciò comporta altresì con più sottigliezza il dover guardare con circospezione il prossimo cavallo forte, riguardo al quale bisogna prendere una posizione e soppesare i pro e i contro.Smith sostiene che il principio del cavallo forte, e non l'imperialismo occidentale né il sionismo, "ha determinato il carattere basilare del Medio Oriente di lingua araba". La stessa religione islamica ben si accorda al vecchio schema dell'affermazione del cavallo forte e poi lo propaga. Maometto, il profeta islamico, era un uomo forte, com'era pure una figura religiosa. I musulmani sunniti hanno governato per secoli ricorrendo alla "violenza, alla repressione e alla coercizione". La famosa teoria della storia di Ibn Khaldun equivale a un ciclo di violenza in cui i cavalli forti rimpiazzano quelli deboli. L'umiliazione subita dai dhimmi ricorda quotidianamente ai non-musulmani chi governa.Il prisma di Smith offre delle intuizioni sulla storia moderna mediorientale. Il nazionalismo pan-arabo viene presentato come un tentativo di trasformare i mini-cavalli degli stati nazionali in un unico super-cavallo e l'islamismo viene mostrato come un tentativo di rendere i musulmani di nuovo potenti. Israele funge da "cavallo forte per conto" degli Stati Uniti e del blocco saudita-egiziano nella rivalità da guerra fredda che contrappone quest'ultimo al blocco guidato dall'Iran. In un ambiente in cui predomina il principio del cavallo forte, la legge delle armi attrae molto di più di quella delle urne. In mancanza di un cavallo forte gli arabi liberali fanno pochi progressi. Essendo il Paese non-arabo e non-musulmano più potente, gli Stati Uniti rendono l'antiamericanismo tanto inevitabile quanto endemico.Il che ci porta alle politiche esercitate dagli attori non-arabi: se essi non sono forti e non dimostrano realmente di stare al potere, sottolinea Smith, perderanno. Essere gentili – dice con riferimento al ritiro unilaterale dal Libano meridionale e da Gaza – porta all'inevitabile fallimento. L'amministrazione di George W. Bush ha avviato a ragione un progetto di democratizzazione, suscitando grandi speranze, ma poi è stata tradita dai progressisti arabi che non l'hanno portato a termine. In Iraq, l'amministrazione ha ignorato il consiglio di insediare un uomo forte favorevole alla democrazia.Più in generale, quando il governo Usa è esitante altri (p.es. la leadership iraniana) hanno l'opportunità di "imporre il loro stesso ordine alla regione". Walid Jumblatt, un leader libanese, ha asserito in tono semiserio che Washington "invia autobombe a Damasco" per far arrivare il proprio messaggio e mostrare che l'America ha compreso il modo di fare arabo.Il semplice e quasi-universale principio di Smith fornisce uno strumento per comprendere il culto della morte, i delitti d'onore, gli attacchi terroristici, il dispotismo, il guerreggiare e molto altro ancora che è tipico degli arabi. Egli ammette che il principio del cavallo forte potrebbe colpire gli occidentali per il fatto di essere indicibilmente rude, ma Smith insiste opportunamente sul fatto che esso costituisce una realtà indifferente che gli osservatori esterni devono riconoscere, prendere in considerazione e alla quale dover reagire.

mercoledì 24 febbraio 2010


Il modello israeliano supera il test della recessione globale

È un piccolo miracolo economico. Israele è emersa per prima da una recessione breve - solo due trimestri di contrazione - ha adottato per prima una rapida exit strategy e oggi corre rapidamente a un ritmo del 4,4% annualizzato. Il suo principale problema ora è - o forse sarebbe meglio dire è tornato a essere - l'inflazione: è oggi al 3,8%, mentre il livello desiderato dalla banca centrale è compreso tra l'uno e il tre per cento.La ripresa è ancora fragile: è tutta legata a un boom delle esportazioni - cresciute del 33% annualizzato negli ultimi tre mesi del 2009 - che a sua volta dipende dalla tenuta della domanda europea, il vecchio continente è il principale partner commerciale del paese. Gli investimenti si sono presi una pausa di riflessione, a fine 2009, dopo un rimbalzo in primavera e in estate, mentre la domanda al consumo ha leggermente rallentato.Il paese sembra però in una situazione migliore di tante altre economie, anche ricche, e in ogni caso il rapido recupero dell'economia ha sorpreso molti. L'intero 2009 si è chiuso con una crescita zero, e il paese sembra riuscire a far leva sulla capacità di raccogliere la sfida della tormentata sicurezza nazionale per ottenere risultati notevoli in altri campi.La veloce ripresa è infatti il risultato di un lungo processo di trasformazione dell'economia, che oggi permette a Israele di proporsi come un modello economico a sé, come quello anglosassone, quello europeo, o quelli dei paesi emergenti. Il tema è piuttosto discusso tra gli economisti, che sottolineano come il paese abbia sostanzialmente seguito, forse inconsapevolmente, il modello Singapore-Cina: «La politica del governo di Israele, oltre ad accogliere gli immigrati offrendo loro corsi di ebraico, alloggi temporanei e altri aiuti, ha facilitato la nascita e l'espansione di iniziative imprenditoriali ad alta tecnologia, soprattutto attraverso un venture fund», spiegano William Baumol, Robert Litan e Carl Schramm in «Good Capitalism, Bad capitalism». Nel piccolo paese mediorientale, gli investimenti in venture capital, pro capite, sono quindi oggi 2,5 volte quelli degli Stati Uniti, e 30 volte quelli dell'Europa.Il sistema incentiva a tal punto l'imprenditorialità che anche gli immigrati russi, arrivati in Israele dopo 70 anni di economia pianificata, sono riusciti a far risuscitare i loro animal spirits. Un sistema di università di alto livello, e la possibilità di usare a scopi civili le tecnologie militari, hanno poi completato l'opera.Israele è però andata anche oltre la Cina. Di fronte alla crisi del 2001-03, il governo è riuscito a fare quello che non tutte le élites politiche riescono a compiere: ha ridimensionato la sua presa sull'economia laddove era opportuno "lasciar andare" le cose, perché si era raggiunta la soglia critica oltre la quale il governo può fare poco (o male). L'artefice della svolta è stato Bibi, cioè Benjamin Netanyahu, notissimo per le sue posizioni in politica estera, un po' meno - come ha recentemente spiegato Irwin Stelzer dell'Hudson Institute - come ministro delle Finanze. In questo ruolo, con l'aiuto di Stanley Fisher alla banca centrale e di Daniel Doron dell'Israel Center for Social & Economic Progress, Bibi ha ridimensionato i sussidi e liberalizzato il settore finanziario: le start-up israeliane, oltre all'aiuto pubblico, ricevono con facilità anche finanziamenti privati.Israele, che da qualche mese è uscita dagli indici finanziari dei paesi emergenti ed è approdata nel novero delle economie ricche, sta così costruendo un modello unico che mette insieme il ruolo dello stato nel mantenere alta la capacità di innovazione del paese e un buon livello di libertà economica, in un sistema politico democratico, anche se privo di una costituzione e non sempre sufficientemente stabile, soprattutto di fronte alle sfide di politica estera. Anche se il sistema non è ancora del tutto a punto, vale allora la pena di seguirlo con attenzione. Senza pregiudizi.22 Febbraio 2010


Dimona

Israele: sciopero a sorpresa in centrale nucleare

I dipendenti della centrale atomica di Dimona (Neghev) hanno incrociato le braccia a sorpresa nei giorni scorsi, nel contesto di una aspra vertenza sindacale. Lo riferisce con grande evidenza il quotidiano Maariv secondo cui si è trattato del secondo sciopero a Dimona dall'inizio del mese. La direzione della centrale ha replicato da parte sua che la vertenza è fra il comitato dei dipendenti e il ministero delle finanze. La direzione giustifica nella sostanza le richieste dei lavoratori e assicura che, anche durante la sospensione del lavoro, è stata garantita la massima sicurezza.
Domenica 21 febbraio, http://unionesarda.ilsole24ore.com/


Israele è tornato

di Guy Bechor (nella foto)
Assistiamo attualmente ad una situazione piuttosto singolare come non se ne vedeva da molti anni: i nemici di Israele sono nel panico, o in preda alla paranoia, per paura che Israele stia per attaccarli. Hezbollah è convinto di dover subire da un momento all’altro un’altra botta, Hamas si sta ancora leccando le ferite, la Siria è preoccupata e il ministro degli esteri iraniano va dichiarando che Israele “è una nazione di pazzi” guidata da “leader squilibrati” che potrebbe lanciare un raid quanto prima. Intanto un Libano spaventato fa appello a Onu, Unifil e al presidente francese Sarkozy, a cui chiede la protezione della Francia contro il “terribile” Israele. Ma i francesi hanno già annunciato che, fintantoché Hezbollah è armato, si limiteranno a chiedere a Israele di astenersi dal distruggere infrastrutture civili e niente di più. Il tutto pubblicato sui mass-media arabi.Dall’altra parte, i nostri confini sono più tranquilli di quanto siano stati da molti anni a questa parte. E allora, come si spiega questa bizzarra paranoia mediorientale? Oggi le Forze di Difesa israeliane si addestrano come non facevano da decine di anni. Praticamente ogni giorno, da mattina a notte: carri armati, jet, elicotteri, esercitazioni a fuoco e soldati che si danno da fare dappertutto. I libanesi vedono tutto questo da oltre il confine, lo stesso fanno i siriani, e si inquietano: cosa stanno tramando quegli israeliani? C’è qualcosa che non sappiamo?L’agitazione degli israeliani mette in ansia i nostri nemici, e questa naturalmente è una buona cosa. Si chiama deterrenza. Sia Hezbollah che la Siria sanno che le Forze di Difesa israeliane hanno fatto un balzo in avanti dai tempi dell’ultima guerra in Libano (estate 2006) e oggi sono il primo esercito del mondo che equipaggia i carri con sistemi anti-missile, cambiando di fatto le regole della guerra. Le forze israeliane si stanno dotando anche di nuovi sistemi d’arma APC, aerei sofisticati e sorprendenti apparati tecnologici, mentre Hezbollah e Siria sono fermi agli anni ’80 e ’90.Non basta. Una serie di audaci uccisioni attribuite a Israele sta scatenando paure personali fra i quadri e leader dell’asse del male. Sospettano di chiunque attorno a loro, e regna la confusione. Basti ricordare che Nasrallah, il capo di Hezbollah, vive nascosto ormai da tre anni e mezzo, cosa alquanto imbarazzante per uno che si era precipitato a dichiarare d’aver conseguito nientemeno che una “vittoria divina”. Agli occhi dei gruppi terroristici, Israele può arrivare dappertutto e avrebbe suoi infiltrati praticamente dentro ogni organizzazione e ogni stato arabo. La fama dei servizi segreti israeliani è stata riabilitata, la paura che incutono è tornata a crescere.Dunque cosa si dicono i popoli della regione? Dicono che “Israele è tornato”. Era scomparso per circa un decennio e mezzo di “pace”, quando veniva percepito come debole e incerto. Ma ora è tornato a tutta forza.Sia la guerra anti-Hezbollah in Libano che quella anti-Hamas nella striscia di Gaza (gennaio 2009) stanno avendo effetto. Se in passato il Libano (dopo il ritiro unilaterale di Israele dal Libano meridionale nel maggio 2000) aveva spinto i palestinesi a lanciare l’intifada delle stragi o ad azzardare sempre più a Gaza, in base alla teoria di Nasrallah di Israele fragile come “una tela di ragno”, oggi è vero esattamente il contrario. Hezbollah vede le distruzioni seminate da Israele su Hamas a Gaza e perde ogni impulso a combattere. Guardano a Gaza e pensano a se stessi.Il rapporto Goldstone, che sostiene che Israele dà di matto quando viene aggredito, ci ha procurato qualche danno agli occhi del mondo (da non esagerare); ma – pur nella sua infondatezza – è quasi una benedizione agli occhi del Medi Oriente. Se Israele, quando viene aggredito, dà di matto e spacca tutto sulla sua strada, allora bisogna stare molto attenti: meglio non mettersi di mezzo con dei pazzi furiosi.Ma cos’è che preoccupa più d’ogni altra i nostri nemici? La consapevolezza che Israele, per la prima volta nella sua storia, sembra aver appreso la lezione delle regole che vigono in questa regione. I nostri nemici capiscono che sono finiti i tempi in cui Israele si comportava come uno stato senza dignità, pronto a piegarsi alle lusinghe di coloro che lo imbrogliano.Capiscono che Israele è maturato, ha imparato l’arte di proiettare deterrenza, e che è qui per restare. I nostri nemici capiscono che Israele non cederà più alle loro avances in cambio di illusioni e parole vuote. Capiscono che non sarà facile, per loro, controllarlo dall’esterno o schierare i loro supporter al suo interno, giacché hanno perduto la fiducia dell’opinione pubblica. Iniziano a capire che Israele è più forte di quanto avessero pensato o fantasticato, e questa consapevolezza incide sull’immagine che hanno di sé e, con loro grande dispiacere, questo fa male.(Da: YnetNwes, 19.02. 10) http://www.israele.net/





Israele/ Trovati due pacchi bomba, sospeso servizio postale

Interrotta la distribuzione delle lettere in tutto il Paese
Gerusalemme, 22 feb. (Ap) - Le autorità israeliane hanno sospeso il servizio di distribuzione della posta in tutto il Paese dopo il ritrovamento di due pacchi bomba. Lo hanno annunciato fonti della polizia precisando che i due ordigni sono stati trovati nella città di Migdal HaEmek nel nord del Paese. Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld ha spiegato che il servizio postale è stato temporaneamente interrotto per precauzione. E' la prima volta che viene sospesa la distribuzione dei pacchi e delle lettere su scala nazionale.


Mo: senza dialogo rischio terza intifada

Lo afferma il presidente francese Sarkozy
(ANSA) - PARIGI, 22 FEB - Se il dialogo tra israeliani e palestinesi in merito al processo di pace non riprendera' 'c'e' il rischio di una terza intifada'. Il presidente francese Sarkozy, durante una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo palestinese Abu Mazen, ha risposto cosi' ad una domanda sull'ipotesi di summit per la pace. 'Conferenza internazionale o meno -ha detto Sarkozy -se non ci saranno discussioni tra israeliani e palestinesi, c'e' il rischio di una terza intifada'.


Israele presenta il "super-drone" senza pilota

L'aviazione militare israeliana ha presentato un nuovo modello di drone capace di raggiungere l'Iran. L'aereo senza pilota, ha un'autonomia di volo di oltre 20 ore e puo' essere utilizzato per missioni di sorveglianza e per il trasporto di merci. Heron TP, che in ebraico si chiama "Eitan", il Robusto, ha dimensioni fuori dal comune e dalle capacità significativamente superiori a quelle dei modelli precedenti: la sua apertura alare è di 26 metri, paragonabile a quella di un Boeing 737, pesa cinque tonnellate e può raggiungere una quota di 40 mila piedi. Il nuovo drone consente di potenziare le capacità operative di Israele.http://www.lastampa.it/ (23/2/2010)



centro ricerca Sde Boker

Il premier israeliano: a breve i negoziati con i palestinesi

http://www.ilmessaggero.it/ (22 febbraio) - Benjamin Netanyahu ne è convinto: i palestinesi stanno facendo marcia indietro rispetto alle posizioni difese finora e i negoziati con Israele saranno presto una realtà. In un'intervista esclusiva rilascata al quotidiano Haaretz il primo ministro israeliano dice che «è ora che i palestinesi e i siriani ritrattino le posizioni che hanno preso. Credo che i palestinesi, almeno, possano recedere». Per questo, sostiene, «ci sono segnali che i negoziati possano riprendere nel prossimo futuro». Al momento, infatti, secondo il premier israeliano, nessuno poteva dialogare con chi rimaneva ancorato a «posizioni estremiste».Alle accuse che il quotidiano muove poi al governo, del quale viene criticata la scarsa progettualità, Netanyahu risponde che «la mia visione di Israele è di una superpotenza tecnologica mondiale, ancorata ai suoi valori». Gli obiettivi del governo, ha continuato, mirano alla «crescita economica, ad aumentare la sicurezza e a rafforzare Israele sui valori nazionali di base. Vedo tutto questo come parte di una rivoluzione economica, educativa e culturale che è appena iniziata».


kibbutz Sde Boker - università


L’indifferenza di fronte al pericolo del prossimo

“Una vita si è spenta solo perché nessuno ha chiamato i soccorsi”: questa la notizia pubblicata su La nuova Ferrara. Sahid Belamel, un giovane marocchino, chiede aiuto ai passanti in ginocchio, implorandoli di aiutarlo a tornare a casa. Riesce a fermare un taxi mostrando i soldi al conducente che, però, non lo accoglie. I passanti non si fermano e non trovano neanche il tempo per telefonare al servizio di emergenza 118. Un tempo si diceva che in Italia non avremmo mai potuto raggiungere questo livello di indifferenza già superato in altri Stati. La paura non può giustificare il mancato soccorso. Uno dei precetti che contraddistinguono il percorso che porta alla Kedushà (santità) consiste proprio nel “non restare indifferente di fronte al pericolo del prossimo” (Levitico 19: 16), anche se intervenendo si può andare incontro a fastidi e problemi.Al di là delle dichiarazioni, la società occidentale è molto lontana dall’aver assunto, tra le proprie radici, le regole più elementari della convivenza civile già scritte nella Bibbia.Secondo il Sefer Hachinnukh, l’aiuto prestato al prossimo non è gratuito: anche noi domani potremmo averne bisogno, ma anche a noi, così agendo, nessuno presterà soccorso.Alan Turing, uno dei padri dell’informatica, affermò che “lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo a causa di una valanga o la sua salvezza”. Ogni nostra singola azione o non azione potrà determinare imprevedibilmente il futuro.Quale sarà il futuro di coloro che non hanno soccorso il povero ragazzo decretandone la morte?.rav Scialom Bahbout, http://www.moked.it/


Lander College for Women


A 94 anni è scomparso a New York Bernard Lander, il rabbino che 40 anni fa fondò con una classe di 35 studenti il Touro College che oggi conta 17500 alunni in 29 diverse località disseminate dal Nevada alla Russia, da New York a Israele. La sua intuizione fu di inventare un modello di campus, per studenti ebrei e non, dove si insegna di tutto, da giurisprudenza a farmacologia inclusi studi ebraici. Convinto che fosse la ricetta migliore per superare ogni barriera, dentro e fuori il mondo ebraico.Maurizio Molinari,giornalista, http://www.moked.it/


Bomba molotov lanciata contro una sinagoga al Cairo
Il Cairo, 21 feb - Fonti del servizio di sicurezza locale hanno reso noto che un ordigno artigianale è stato scagliato contro il portone di una sinagoga nel centro del Cairo, senza provocare né feriti né danni. Secondo le fonti, citate dall'agenzia ufficiale Mena, l'ordigno è stato lanciato da un ragazzo, che poi è fuggito. La polizia ha sigillato l'area attorno alla sinagoga, la più grande del Paese arabo. La bomba era una molotov ed è stata lanciata dentro uno zaino dal quarto piano di un albergo che si trova di fronte al tempio ebraico Shàar Hashamayin. L'attentatore è poi fuggito. La molotov è finita sul marciapiede davanti al portone della sinagoga e ha provocato un piccolo incendio. "Non c'erano turisti nella sinagoga quando l'incidente ha avuto luogo. Non ci sono state vittime né danni" ha detto un responsabile della sicurezza. La polizia ha aperto un'inchiesta.
Pesach 5770, nuova area sul Portale dell'ebraismo italiano
Sul Portale dell'ebraismo italiano www.moked.it, oltre all'ormai usuale sezione dedicata alla kasherut contenente tra l'altro la lista dei prodotti autorizzati, è stata pubblica una speciale sezione dedicata a Pesach. Vi si trovano utili indicazioni rituali ed informazioni sui prodotti acquistabili, ovviamemente nel rispetto delle norme, senza necessità di particolari certificazioni. Lo scopo di queste indicazioni, basate su informazioni ricevute da autorità rabbiniche ed enti certificatori primari, è quello di rendere più facile e meno onerosa la spesa per Pesach. Insomma, una sorta di guida a uso del consumatore kasher che si aggiunge alle rilevanti proposte dei negozi specializzati e degli appositi servizi comunitari. Si consiglia di seguire costantemente le sezioni kasherut e Pesach in quanto potrebbero in ogni momento essere aggiornate con nuove segnalazioni.A tutti voi Pesach kasher vesameach,Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
In Ungheria il negazionismo diventa reato
Budapest, 23 feb -Tre anni di reclusione, questa la pena massima stabilita in Ungheria per la negazione della Shoah. Lo ha chiarito ufficialmente con un voto a tarda sera ieri il Parlamento, nella sua ultima sessione prima delle elezioni l'11 aprile, adottando una proposta socialista. La mozione è passata con 197 voti (socialisti, liberali, centristi), mentre l'opposizione conservatrice Fidesz si è astenuta. Il negazionismo è un fenomeno sempre più presente in Ungheria, in particolare viene spesso evocato durante i comizi del partito estremista nazionalista Jobbik, che stando ai sondaggi, riuscirà a entrare in Parlamento dopo le elezioni previste per il prossimo aprile. Il partito Fidesz aveva proposto una modifica per sanzionare anche la negazione dei crimini di "tutti i regimi totalitari, nazismo e comunismo", proposta che è stata però respinta dalla maggioranza.
Ahmadinejad contro tutti: “Nessuno si metta contro di noi”
Teheran, 23 feb -"Se una mano da qualsiasi parte del mondo si dovesse stendere per attaccare la nazione, questa nazione la taglierà dal braccio", questa l'intimidazione del presidente iraniano Ahmadinejad al mondo intero, lanciata facendo riferimento all'eventualità di un attacco militare contro le installazioni nucleari del suo Paese. Lo ha detto oggi in un discorso tenuto nell'est dell'Iran e trasmesso in diretta televisiva. Allo stesso tempo ancora parole dure verso Israele. "Ho contattato alcuni Paesi che si trovano attorno al regime sionista - ha detto Ahmadinejad - e ho detto loro di essere pronti, di equipaggiarsi e se i sionisti commettono ancora un errore, di mettere fine alle loro attività, di sradicarli". In una conversazione telefonica con il presidente Bashar al- Assad, il 10 febbraio, Ahmadinejad, citato dai mezzi di stampa iraniani, aveva detto che "se il regime sionista dovesse ripetere i propri errori e avviare una operazione militare, essa dovrà essere respinta con tutta la forza per porre fine una volta per tutte (ad Israele, ndr)".


Kibbutz Moshabei Sade

Rassegna stampa

I casi sono due. O i giornalisti dell'edizione domenicale del Times sono dotati di superpoteri, o la loro etica giornalistica somiglia piuttosto a quella dell'inventore di James Bond, Jan Fleming, che all'umile cronista che consuma le scarpe per raccontare cos'è successo in un incidente stradale. In una serie di articoli che non esprimono nessun dubbio critico troviamo oggi questa storia sulla stampa italiana (De Giovannangeli sull'Unità, Salerno sul Messaggero, notizie sulla Stampa e Repubblica). Vediamo come la racconta Micalessin sul Giornale, che ha almeno il doppio pregio di non essere pregiudizialmente anti-israeliano e di sapere di cosa parla in materia militare: "A dar retta alla ricostruzione pubblicata ieri dal Sunday Times di Londra e attribuita a una fonte del Mossad il piano per l'eliminazione di Al Mabhouh sarebbe stato approvato da Netanyahu in persona durante una visita alla cosiddetta «midrasha», il quartier generale dei servizi segreti situato su una collinetta alla periferia settentrionale di Tel Aviv. Agli inizi di gennaio – secondo il racconto – due Audi nere blindate avrebbero scaricato Bibi davanti alla «midrasha» dove lo attendeva il 64enne Meir Dagan. i due avrebbero ascoltato assieme la preparazione del piano esposta da alcuni dei sicari scelti per l'eliminazione del grande armiere di Hamas. Soddisfatto del piano Bubi avrebbe concesso l'immediato via libera dicendo: «Il popolo d'Israele ha fiducia in voi, buona fortuna»." Il carattere romanzesco di questa storia è evidente. Non solo qualcuno dovrebbe aver visto Netanyahu entrare con due auto (non tre e non una) nere (non blu e non grigie) in un posto chiamato "collegio" questo vuol dire midrashà, e qui arriva il generico in un giorno dell'inizio di gennaio scorso; ma costui avrebbe sentito "i sicari" esporre il piano e il primo ministro approvarlo con certe parole. Pura fantascienza, i capi politici non prendono decisioni operative del genere, da che mondo è mondo, al massimo si fanno raccontare il piano dal capo dei servizi segreti; ma se fosse vero, il giornalista britannico dovrebbe aver ricevuto le confessioni di un partecipante all'azione, cioè di un "sicario". Perché non ne fa il nome. Badate poi che c'è una contraddizione fra quel che si era detto, e cioè che Mabhout decise all'ultimo momento di venire a Dubai senza scorta, mentre il piano sarebbe stato definito un mese prima, e addirittura, aggiungono altri giornali ancor più fantasiosi, gli agenti si sarebbero allenati in un albergo di Tel Aviv. Le stesse contraddizioni si trovano nella storia della morte: con torture elettriche, per avvelenamento, con una medicina che provoca infarti, no con un cuscino. La realtà è che nessuno sa chi sia stato, la polizia di Dubai non ha identificato se non le facce che ha visto circolare per l'albergo di Mabhout sulle videoregistrazioni e ha attribuito loro i nomi dei passaporti falsi fotocopiati alla frontiera, senza identificare le persone. Tutto il resto sono illazioni, pura immaginazione, che ha il senso di riempire un vuoto di notizie e di mettere in imbarazzo Israele.Lo stesso vale per la sola notizia vera della giornata, la dichiarazione dei ministri degli esteri spagnolo e francese di essere favorevoli alla proclamazione dello Stato palestinese fra 18 mesi (Le Monde; Alan Barluet, Marc Henry e Yves Treard sul "Figaro"). Si tratterebbe di un proposito irresponsabile, fatto con il solo scopo di mettere in difficoltà Israele, che renderebbe più probabile una guerra (dato che si attribuirebbe a uno stato che non c'è un territorio che non controlla, contro la legge internazionale). Per fortuna è solo una mossa politica, intesa a mettere "pressione" su Israele o più probabilmente a soddisfare esigenze di politica interna. Il problema generale sotto queste due storie è che i giornalisti non fanno più i giornalisti, cioè non cercano più i fatti; i ministri non fanno più i ministri (cioè prendono decisioni). Sul Medio Oriente tutti fanno annunci, ipotesi, "ballon d'essai", provocazioni. E tutti in una direzione sola: contro Israele.Ugo Volli, http://www.moked.it/



Molti Hamàn, un solo Purim

La storia del mondo non sa nulla di una regina ebrea in Persia. La Meghillàt Estèr, con i suoi sfarzosi banchetti e le scene da harem, gli intrighi e i complotti di corte, i colpi di scena e le svolte teatrali, assomiglia quasi a un racconto delle “Mille e una notte”. Certo, tutto sembra una favola. Eppure la Meghillà è molto più realistica di molti altri racconti biblici.L’occasione all’origine di Purim è tutt’altro che gioiosa. Ancora una volta il popolo ebraico è minacciato. Nell’impero persiano Hamàn, il consigliere del re Assuero, addita negli ebrei il nemico numero uno. E pretende che il re risolva una volta per tutte la “questione” e ne ordini lo sterminio. Gli ebrei del regno – ed erano allora tutti gli ebrei del mondo – avrebbero dovuto essere annientati in un sol giorno. Hamàn, tirando a sorte, lo aveva già stabilito.Tutto ha inizio con il grande banchetto del re Assuero che vuol fare baldoria e chiama la regina Vashtì a presentarsi. Ma questa si rifiuta. E così occorre trovare una sostituta. Viene indetto allora un concorso di bellezza e a vincere è Estèr, un’ebrea. Ma Estèr non rivela di essere quello che è, tiene segreto il suo ebraismo. Glielo ha suggerito Mordekhài che ha acquisito meriti su meriti nello Stato persiano. E malgrado ciò gli ebrei sono a un passo dall’abisso. Mordekhài infatti non si lascia allettare dall’assimilazione e resta tenacemente saldo alla sua fede. In nessun modo vuole piegarsi davanti al potente tiranno persiano. La sua inflessibilità potrebbe costituire il motivo dello sterminio? Al contrario. Il re persiano, durante una notte insonne, viene a sapere che Mordekhài, rimasto fedele al suo ebraismo, è leale e affidabile. E così, su quella stessa forca che era stata preparata per Mordekhài, finisce Hamàn.Già il nome Purìm dice tutto: dal persiano pur designa le sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il destino. Fin troppe volte, nella storia, l’esistenza del popolo ebraico è parsa come abbandonata alla fatalità, legata ad una partita a dadi. Insomma: come una insperata vincita alla lotteria.Proprio un’ebrea assimilata doveva diventare “Miss Persia”? E doveva trapelare la lealtà ebraica? E il malvagio consigliere doveva cadere nella trappola dei suoi stessi intrighi? Che cosa sarebbe successo se il re non fosse stato un inetto, se la regina non fosse stata una ebrea, se il nemico del popolo ebraico non fosse stato un pericoloso sbruffone? Mordekhài avrebbe potuto essere impiccato al posto di Hamàn, come Hamàn è stato invece impiccato al posto di Mordekhài.La storia secolare di Estèr ha una inquietante attualità. Il numero vincente delle generazioni che ci hanno preceduto era uno su mille, su diecimila, su centomila. Riflettendoci potrebbero sorgere dubbi e si potrebbe finire per disperare. Ma è la Meghillà stessa a ricordarci che l’esistenza ebraica è appesa a un filo sottilissimo… Lo sterminio, nel regno persiano, non ebbe luogo – e il popolo ebraico fu salvo.Chi ha impedito lo sterminio? Nel testo ebraico il Nome Divino non viene neppure menzionato. E tutta la storia appare un vero tiro a sorte. Ma dietro il destino cieco, il fato dei pagani, c’è una Assenza che brilla nascosta e che, malgrado la fitta oscurità e il frastuono assordante, malgrado le minacce e le intimidazioni, attende di essere riconosciuta nella storia e nel miracolo della sopravvivenza del popolo ebraico.Perciò, malgrado i tanti Hamàn di questo mondo, siamo qui a festeggiare!Donatella Di Cesare, filosofa http://www.moked.it/

martedì 23 febbraio 2010


Mario Canessa

Mario Canessa, Grand'Ufficiale della Repubblica italiana, ha ricevuto dallo Yad Vashem di Gerusalemme il riconoscimento di Giusto delle Nazioni.Nacque a Volterra il 20 novembre 1917. Appartenente ad una numerosa famiglia di otto figli, ha fatto carriera nell’ambito della polizia: dal grado più basso di semplice agente di Pubblica Sicurezza negli anni 1943-1945 ai gradi più alti di Questore a Cagliari e a Firenze e di alto dirigente al Ministero dell’Interno. Durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca si adoperò per prestare aiuto ad ebrei perseguitati in tre distinti casi. A Volterra (Pisa), città natale, indicò al dottor Emerico Lukcas, medico dentista, la casa di una famiglia amica come possibile luogo di rifugio; il dottore si salvò grazie a questa indicazione, mentre la sorella Oretta Canessa riuscì a salvaguardare il suo gabinetto dentistico, che egli ritrovò intatto dopo la guerra. Nell’autunno del 1943, Canessa abitava a Tirano in provincia di Sondrio e faceva parte della Polizia di Frontiera, come agente di Pubblica Sicurezza. Il 10 dicembre 1943, condusse attraverso il valico di Sasso del Gallo, assieme al brigadiere Giovanni Marrani, Ciro De Benedetti, ragazzo ebreo di 11 anni. Lo consegnarono a Amarca, capoguardia svizzero a Campocologno e riportarono indietro un biglietto, firmato dal ragazzo, che consegnarono ai genitori Mario e Theresia Herz. Essi erano stati arrestati e rinchiusi nel carcere di Sondrio in attesa di deportazione. La nonna fu invece affidata a due contrabbandieri e portata a spalle su una gerla fino alla frontiera italo-svizzera. Nonna e nipote si salvarono. Ciro De Benedetti abita oggi a Milano.Nell’autunno del 1943, Canessa ospitò nella sua casa di Tirano, in attesa di trovare il momento buono per l’espatrio, Flora Lustz e la figlia Nomi Gallia. Le aveva conosciute già prima del settembre del 1943 perché gli furono presentate da un funzionario dell’Ufficio stranieri della Questura di Milano. Il padre di Nomi era un ebreo ungherese molto in vista a Milano, era stato consigliere dell’ammiraglio Horthy e proprietario della banca Gallia che aveva sede nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Gallia aveva perso la cittadinanza ungherese ed era emigrato in Svizzera già da tempo. Quella volta passò in Svizzera solo Nomi, che accompagnò lo stesso Canessa alla frontiera. La madre tornò invece a Milano. http://www.mosaico-cem.it/


Un libro per un eroe silenzioso

Mario Canessa è un uomo distinto che ha alcune caratteristiche tipicamente livornesi, e più in generale toscane: prima tra tutte una certa predisposizione alla risata e alla battuta. Ma questo simpatico novantaduenne sa stare anche in silenzio: per oltre 60 anni non ha raccontato la sua storia a nessuno, neanche ai parenti più stretti. La sua ritrosia è stata vinta gradualmente e con una certa difficoltà, come può testimoniare l’editore Guido Guastalla, uno dei primi a cercare di farsi raccontare quello che Canessa aveva fatto per il popolo ebraico.Livornese di adozione (è nato a Volterra), negli anni del nazifascismo Canessa ha aiutato molti ebrei e prigionieri di guerra a fuggire in Svizzera. Poliziotto di servizio a Tirano, non ci ha pensato neanche un attimo a mettere a repentaglio la propria vita per salvare delle persone che non conosceva neppure. La Comunità Ebraica di Livorno ha recentemente voluto rendergli omaggio facendo scrivere in suo onore il nuovo Sefer Torà, da poche settimane nella sinagoga della città labronica: il primo Sefer Torà ad essere mai stato scritto in onore di un Giusto tra le Nazioni.Ma lui non si sente un eroe. “Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque”, spiega al numeroso pubblico accorso nella Sala delle Cerimonie del Palazzo Municipale in occasione della presentazione del libro “Questo strano coraggio. Mario Canessa un livornese Giusto fra le nazioni”, volume scritto dal giornalista del Tirreno Massimo Zucchelli e già spedito nelle case di seimila nuclei familiari della zona. Erano presenti in sala alcune tra le principali cariche pubbliche cittadine (a partire dal sindaco Cosimi), rappresentanti della Regione, delle Forze Armate e della Chiesa. C’era anche Liliana Picciotto, storica del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.Canessa ha parlato del suo comportamento come di un comportamento normale, eppure non tutti agirono come l’ex poliziotto nativo di Volterra: decine di lapidi presenti nelle nostre città ci ricordano quotidianamente che “Italiani brava gente” è molto spesso un clichè abusato. Ed anche la realtà dei nostri giorni ci mostra che l’indifferenza (il caso Rosarno è solo l’ultimo di una serie) è una malattia dalla quale non possiamo dirci guariti. Su questo concetto i vari relatori intervenuti si soffermeranno più volte.Scrive Mauro Zucchelli: “Mario Canessa è un ragazzo di 92 anni e la faccia da eroe francamente non ce l’ha. Ammesso che gli eroi abbiano l’identikit hollywoodiano con la mascella inox e il muscolo gonfio che a scanso di dubbi scatta prima del pensiero. Non ce l’ha perché non si è mai visto un eroe con i capelli bianchi, un viso rotondo e il sorriso largo da nonno contento più quel tot di ironia bonaria toscana, forse etrusca”. Ecco la normalità del bene, che ci riconcilia in parte con un passato in cui delatori si muovevano per le piazze e per le vie delle nostre belle città, vendendo ebrei e oppositori in cambio di poche lire.Adam Smulevich http://www.moked.it/


Purim, la gioia e la vittoria

La voce della Torà. È la festa più allegra del calendario ebraico, il racconto di un tentativo di sterminio e del trionfo sui persecutori di ogni tempo e luogo. ecco quali sono le quattro mitzvot-simbolo della festa Un umorista israeliano, Efraim Kishon, sostiene che Purìm è la festa più gioiosa dell’anno ebraico perché, una volta tanto, un antisemita ha fatto una brutta fine. Kishon coglie scherzosamente un elemento essenziale della festa di Purìm. Purìm è un tentativo di sterminio del popolo ebraico che si conclude inaspettatamente con la sconfitta dei persecutori e la loro punizione. Ci potevano essere molti modi per ricordare questo evento, si poteva per esempio stabilire un giorno in cui riunirsi e raccontare la storia, lo si poteva fare in pubblico, organizzando eventi aperti a tutti. Questa festa però viene festeggiata in maniera diversa. Si racconta sì la storia ma questo racconto deve seguire regole precise. Una delle quattro mitzvòt di Purìm è la lettura della Meghillà che però deve essere letta da un rotolo di pergamena simile a un sèfer Torà e più o meno con le stesse regole della lettura della Torà. Se la Meghillà viene letta traendola da un semplice libro o raccontata oralmente non si compie la mitzvà. Il racconto cioè diventa parte del sistema delle mitzvòt, della vita religiosa del popolo ebraico, solo se letto in un certo modo.Le altre mitzvòt di Purìm sono i doni ai poveri, l’invio di cibo ad amici e conoscenti e infine il banchetto. Queste mitzvòt hanno un profondo significato non tanto per Purìm quanto per la vita del popolo ebraico. Con i doni ai poveri si osserva la mitzvà fondamentale di occuparsi degli altri, dei bisognosi. Questa mitzvà risponde innanzitutto a un’esigenza di giustizia sociale ma è anche un modo di mettere in pratica alcune idee fondamentali della tradizione ebraica, come per esempio l’idea che la nostra vita non ha senso se non ci occupiamo del prossimo, se non consideriamo i beni in nostro possesso uno strumento che Dio ci ha concesso per aiutare gli altri. Lo scambio di cibo è un modo per rinsaldare i rapporti all’interno del popolo ebraico o per ricrearli quando si sono spezzati.Il banchetto infine è un modo per vivere con gioia lo scampato pericolo. Qualcuno voleva sterminarci e noi dimostriamo di essere sia spiritualmente sia fisicamente vivi. Il ricordo viene così trasformato in un’esperienza di vita ebraica che ruota intorno al tempio, alla famiglia e alla Comunità. Senza questi tre elementi (a cui va aggiunto un quarto fondamentale che è lo studio) non esiste Comunità né popolo. Il ricordo fine a se stesso rischia invece di trasformarsi in una commemorazione.di Rav Alfonso Arbib


Un timido imbranato al vertice della Federal Reserve Bank USA

Ben Shalom Bernanke Modesto e schivo, è tra i più grandi economisti del mondo. Ha salvato l’America dalla depressione spingendola verso la lenta ripresa economica di oggi. Alla moglie, incontrata ad un appuntamento al buio organizzato dai genitori, non sa mai dire di no: così lei lo fa cucinare e portare fuori la spazzatura. Un uomo calvo, con barba grigia e occhi stanchi, che non vanta né una presenza carismatica né una dialettica coinvolgente. Un tipo metodico, professionale, apparentemente non un power broker, un uomo di potere. Ma Ben Shalom Bernanke, nominato nel 2005 presidente della Federal Reserve, la Banca Centrale Usa, come successore di Alan Greenspan, e riconfermato nel ruolo da Barack Obama, è senza dubbio uno degli uomini più potenti del pianeta. Dall’anno della sua nomina ha dovuto affrontare fin dagli inizi lo tsunami della crisi economica e finanziaria globale: da quando cioè è esplosa, nel 2007, la questione dei mutui subprime, che ha scatenato la grande recessione mondiale dell’anno successivo. Le sfide che ha dovuto affrontare non sono dunque poche, e certamente non di poco conto: un esempio su tutti è la scelta di non intervenire per salvare la banca d’affari Lehman Brothers, facendola cadere in un fallimento che ha avuto disastrose conseguenze su tutto il sistema economico-finanziario mondiale. Esperto studioso e conoscitore della Grande Depressione degli anni ’30, non vuole essere il presidente della Fed durante la Depressione 2.0, sostiene Time. Per questo mette in campo numerose strategie, che hanno l’obiettivo di tamponare gli effetti della crisi, nella profonda coscienza di quanto essi possano essere devastanti.Proprio per avere svolto il suo lavoro seriamente e professionalmente in un contesto così difficile, riuscendo a invertire la rotta verso una timida ripresa, è stato nominato Person of the year 2009 da Time. L’autorevole e prestigioso settimanale americano sottolinea infatti che la ragione principale di questa decisione è che “Bernanke è il più importante personaggio alla guida della più importante economia mondiale. La sua leadership creativa ha contribuito a fare sì che il 2009 fosse un anno di debole ripresa invece che di catastrofica depressione. E le decisioni che ha preso e che deve ancora prendere daranno forma alla nostra prosperità e segneranno la direzione delle nostre politiche e delle nostre relazioni nel mondo”.Nonostante tutto, però, Bernanke rimane un uomo timido, che non frequenta i party della Washington politica, ma che preferisce rimanere a casa a cena con la moglie, Anna Friedman, un’insegnante di spagnolo, ebrea, della quale però non si sa quasi nulla, se non, precisa Time, che “ogni tanti lo mette ai fornelli a cucinare e portare fuori la pattumiera. E poi insieme fanno le parole crociate o discutono della giornata prima di andare a letto”. Per questi e molti altri simili motivi l’uomo dell’anno è, per il settimanale americano “un vero nerd (sfigato-imbranato, ndr), a cui è capitato di essere il più potente nerd del mondo”. Della propria identità ebraica, da uomo schivo che è, parla poco (è ortodosso). Ma gli antisemiti non hanno certo bisogno di dettagli, e avere un ebreo alla guida della banca più potente del mondo è un’occasione troppo ghiotta per tacere: ecco quindi il pacifico Bernanke descritto su alcuni media come il solito ebreo avido alla guida della finanza mondiale e indicato come il responsabile della cospirazione ebraica contro l’economia mondiale. Nato il 13 dicembre del 1953 ad Augusta (Stato della Georgia), cresce con i genitori e i due fratelli Seth e Sharon a Dillon, South Carolina, una città molto cattolica dove esiste una presenza ebraica. Nel XIX secolo, il South Carolina vanta il più alto numero di ebrei fra tutti gli Stati americani. Mentre prima della guerra civile le città di Georgetown e Charleston avevano sindaci ebrei. I nonni paterni di Bernanke lasciano l’Austria negli anni ’20 e approdano prima a New York e poi, negli anni ’40, a Dillon. Il nonno era, durante la Grande Guerra, un ufficiale dell’esercito austro-ungarico e prigioniero di guerra dei russi, mentre la nonna, in controtendenza rispetto agli usi femminili dell’epoca, si era laureata in medicina nel 1919. Da parte materna, la famiglia è osservante: il nonno Harold, soprannominato ironicamente “reverendo” per la sua grande cultura religiosa, gestisce un negozio kasher nella vicina città di Charlotte e insegna ebraico a scuola e ai ragazzi che devono diventare Bar Mizvah. I genitori, Philippe ed Edna - il primo farmacista nella farmacia principale di Dillon, la seconda insegnante - rispettano la kasherut in casa in maniera talmente ligia che sono loro a ospitare gli studenti del Jewish Theological Seminar che giungono nella città per officiare durante le grandi feste: la sinagoga di Dillon, Ohav Shalom, infatti, all’epoca non poteva permettersi di mantenere a tempo pieno un rabbino, e doveva quindi “importare” studenti di scuole rabbiniche per le ricorrenze.Uno di loro, Rabbi Arnold Stieber, ospitato dai Bernanke, ricorda un giovane Ben molto attivo in sinagoga. “Pensate, il più giovane ad aiutarmi con i Sifrei Torà, colui che all’epoca mi diede numerosi consigli è oggi nominato chairman della Federal Reserve - commenta -. Beh, è un piccolo mondo ebraico”.In questa comunità, dove oggi vivono circa 6.500 ebrei, Ben Bernanke è ricordato come un ragazzo intelligente ossessionato dalle statistiche del baseball, che suona il sassofono e che ottiene il più alto punteggio di tutto lo Stato all’esame di ammissione al college.“A 13 anni discutevamo di cosmologia e della misura dell’universo”, ricorda l’amico d’infanzia Nathan Goldman.Studente modello già da piccolo, appassionato di matematica, studia ad Harvard, dove si laurea nel 1975 in economia. È in questi primi anni Settanta che conosce - sembra durante un appuntamento al buio o meglio una specie di incontro combinato - la moglie Anna Friedman, insegnante di spagnolo, con cui si sposa nel 1978, e da cui avrà due figli, Alyssa e Joel. Dopo la laurea, continua la sua educazione al Massachussets Institute of Technology (Mit) dove ottiene il dottorato in economia nel 1979. Subito dopo, inizia la carriera di insegnante al Stanford Graduate School of Business dove rimane fino al 1985, quando passa alla New York University. Ma è a Princeton che, appena trentenne, oltre all’insegnamento ottiene anche l’incarico di presidente del Dipartimento di economia, che ricopre dal 1996 al 2002. È in questo periodo a Princeton che Ben Bernanke diventa famoso a livello mondiale per le sue lezioni e per i suoi testi di macro e micro-economia. Per un certo periodo è editor dell’American Economic Review. Nel 2002 lascia Princeton per dedicarsi ai propri studi sulla deflazione e sulla sua influenza sull’economia. Per un anno (2005-2006) è presidente del Council of Economic Advisers, mentre dal 2002 al 2005 è nel Board dei governatori della Fed.E’ nell’ottobre dello stesso anno che il presidente George W. Bush lo nomina al prestigioso incarico di presidente della Federal Reserve.Ilaria Myr


La bestia umana che è in noi

Gian Antonio Stella, Negri, Froci, Giudei & Co., L’eterna guerra contro l’altro, Editore Rizzoli, pp. 331, euro 19,50
La creazione del nemico. L’odio antico per l’altro da sé, la paura atavica del “barbaro”. Il razzismo è un male che sembra eterno "Avere un nemico è importante, non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”. Sono parole di Umberto Eco, pronunciate durante una lezione all’Università di Bologna, che Gian Antonio Stella riprende nel suo ultimo libro Negri, Froci, Giudei & Co., L’eterna guerra contro l’altro per spiegare come l’avversione, l’odio, la paura per l’altro, il diverso, siano orribili e “necessarie” costanti nella storia umana. Siamo tutti “altro” rispetto a qualcuno; tutti diversi, per chi vuole appiccicare etichette sugli uomini, e ci va bene che la marcatura a fuoco è caduta in disuso. Ma mica da tanto. Nell’affresco dipinto da Stella, attraverso le pagine dense di un libro che non risparmia nessuna presunta, autocelebrata, “civiltà”, le reti oscure del medioevo con i suoi pregiudizi, le fobìe e le follie, si stendono ben oltre il secolo dei Lumi, scavalcano le epoche e le scoperte scientifiche.Restano pozze fetide di odio e disprezzo, tra popoli l’un contro l’altro armati, dalle antiche città greche, ai comuni italiani, dai Conquistadores che trattavano gli indios come scimmie ammaestrate, esibite a mo’ di trofei, alle stragi della guerra balcanica - appena quindici anni fa - in cui gli stupri etnici avevano lo scopo di annientare il nemico, l’altro da sé, nella sua stessa stirpe. L’altro da sé non può essere “uomo”; così gli ebrei sono “untermensch” per i nazisti, i negri “bestie fetide” per i Belgi predatori del Congo, gli zingari al di là di ogni possibile “riabilitazione”. E così via, dalle steppe dell’Asia alle tribù africane, dai barbari del Nord, all’invasione dei migranti, i popoli che si contendono spazio e risorse vivono, subiscono, si nutrono dell’odio e della paura, che si generano reciprocamente. O non sono piuttosto - odio e paura - alibi per altri interessi, per azzerare ogni possibile richiamo della coscienza e del senso morale?Se l’altro non è umano, non è “peccato” ridurlo in schiavitù; se è poco più di un animale, intriso di istinto e brama, diventa necessario proteggere la “civiltà” dalla sua orrenda influenza. Ma è anche lecito quindi riempire l’Africa di rifiuti tossici, come ieri depredarla dei suoi giovani più forti per il florido mercato delle “bestie umane”. Oggi come ieri, gli affari sono affari. Come sembra “corto” il tempo, brevi i secoli, oscena l’esperienza umana sul comune palco della Terra, quando le stesse logiche di prevaricazione e disprezzo si ripetono dalle guerre del Peloponneso alle invettive della Lega Nord, per tacer - ma Stella non ne tace - della tecnologia di internet abusata dal più nauseabondo, antico razzismo. Millenni passati invano. Memoria vuota e coscienza muta. Non basta lo “stupidario dei fanatici” - l’ultimo capitolo - a riportare il sorriso sulle labbra dei lettori di Stella. È troppo amara la considerazione che il razzismo, l’antisemitismo, l’omofobia, la xenofobia politica sono piante dalle radici profonde e capaci di dare frutti sempre diversi, sempre velenosi, di un veleno che uccide infliggendo un lancinante dolore all’altro, al diverso. Cioè: a noi stessi. Ester Moscati Milano

lunedì 22 febbraio 2010


CINZIA LEONE ANTISEMITISMO NELLA VIENNA FIN DE SIECLE La figura del Sindaco Karl Lueger

Tra le novità di inizio anno pubblicate dalla Casa Editrice Giuntina questo saggio di Cinzia Leone, genovese, studiosa free lance -proprio per questo così appassionata?- di germanistica e di storia degli Ebrei in ambito tedesco e austriaco, si impone per la rilevanza del tema e la profondità con cui esso è trattato. L’Autrice ci presenta la figura, da noi pressoché sconosciuta (o almeno dimenticata), di Karl Lüger, Sindaco -o meglio Borgomastro- di Vienna dal 1897 al 1910, anno della morte.Alla base dello straordinario successo di questo personaggio fu l’aperto antisemitismo: rozzo, volgare, dichiarato ai quattro venti, ma utilizzato in modo abile, tanto da attirare l’attenzione e il favore pure di tante persone in apparenza lontane da lui (pensiamo a Alcide De Gasperi, militante nel suo stesso Partito). Egli seppe utilizzare con intelligenza tecniche manipolatorie della pubblica opinione che avranno molto da insegnare al giovanissimo Adolf Hitler, suo strenuo ammiratore, vissuto, com’è noto, nella capitale austriaca dal 1907 al 1913, squattrinato aspirante pittore, in apparenza; attento osservatore della realtà circostante, nella sostanza . Esponente del Partito cristiano-sociale, Lüger si presentò come il campione della riscossa cattolica contro l’ormai stanco liberalismo laico e, per un quindicennio, fu il personaggio più significativo e carismatico dell’Impero.Insieme ad un’acuta analisi psicologica del personaggio, con accenni significativi alla famiglia e alla storia personale -egli non si sposò mai, né ebbe in sostanza una vita privata-, Cinzia Leone dedica diverse pagine ad una disamina approfondita della sua figura politica inserita nel contesto europeo ed austriaco di fine Ottocento, caratterizzato da rilevanti fattori quali: la decadenza del liberalismo, criticato sia da destra che da sinistra; l’ascesa delle nazionalità (e soprattutto dei nazionalismi), le nuove formazioni politiche di massa; la grave crisi economica del 1873 -della quale si cercavano con ansia i responsabili sui quali scaricare le colpe; e possiamo immaginare a chi spettò il ruolo di capro espiatorio…-; il tumultuoso sviluppo urbano, accompagnato, a partire dagli anni ’80 del secolo XIX, dall’arrivo di grandi masse di Ebrei in fuga dalle persecuzioni in atto nell’Europa orientale, assai diversi, quanto ad abitudini e stili di vita, dai loro correligionari, viventi da secoli nei Paesi di lingua tedesca, che avevano ottenuto l’Emancipazione nel 1867 (lo stesso anno della Ausgleich, il compromesso, la parificazione, consistente nella creazione di una duplice monarchia, entro la quale Austria e Ungheria erano due stati separati, con Governo e Parlamento propri, ma uniti nella persona del sovrano, Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria)Il “bel Karl”, così era soprannominato, fu uomo cinico ed ambiziosissimo, grande animale politico il cui antisemitismo, pur reale, era tuttavia strumentale alle brame politiche. La sua celebre frase: “Decido io chi è Ebreo!” la dice lunga in proposito. Tale sentimento, pur non volto, in sé, ad un programma di eliminazione fisica, nondimeno contribuì ad alimentare l’odio profondo contro gli Ebrei, sempre in agguato, anche ai tempi dell’Impero (tra l’altro, già all’epoca, c’era chi aveva ipotizzato il loro allontanamento fisico, ad es. verso il Madagascar) fino, poco tempo dopo, alle tragicamente note, estreme conseguenze. Uomo vanitoso, ma dai modi affabili; tutto il contrario del tono freddo e distaccato dei liberali -che avevano fatto il loro tempo e, per soprammercato, suscitavano malcontento in una parte consistente della pubblica opinione con quel continuo insistere sulla laicizzazione della società (nella cattolica Austria, poi!); e gli ebrei aderivano per lo più al liberalismo…- egli seppe conquistarsi enorme popolarità. Lo “zoccolo duro”, per così dire, era costituito da artigiani e basso clero, insomma la piccola borghesia; ma, grazie all’acuta intelligenza politica, seppe attirarsi le simpatie anche degli strati medio-alti. Molti manufatti gli furono dedicati: tra questi la Karl Lüger Kirche, imponente costruzione, iniziata quando il titolare era vivo e vegeto, troneggiante ancora oggi al centro del principale cimitero di Vienna, non lontano dall’importante “Doktor Karl Lüger Ring”. Lascia perplessi il persistere nella capitale di una Nazione che, a più riprese, si è dichiarata prima vittima del nazismo, dell’intitolazione di opere ad una persona la quale, al di là di meriti che possa aver vantato sul piano della mera amministrazione pubblica, fece dell’antisemitismo un solido instrumentum regni. Sostenne le istanze degli artigiani verso mutamenti economici basilari, quali facilitazioni nell’ottenimento del credito, maggiori tasse per le grandi industrie; abolizione del commercio ambulante (costituito, per lo più, da ebrei e dunque percepito come una minaccia incombente). E poi attenzione ai servizi sociali, peraltro concepiti e varati da chi lo aveva preceduto nel governo, demagogia a piene mani, presenza frequente a matrimoni e battesimi. “La politica è magia: Le masse obbediscono a colui che sa esaltarle” questa osservazione di Hugo von Hofmannstahal si attaglia perfettamente a Lüger.Sapeva cogliere i segreti umori sia della borghesia minuta che mal sopportava i ricchi borghesi dominatori della finanza (ovviamente identificati tout court con gli Ebrei), sia del cattolicesimo conservatore, preoccupato dalla presenza di una minoranza ebraica cosmopolita, liberale, che eccelleva, specie dopo l’ottenuta emancipazione, nelle arti, nelle scienze, nella letteratura, in ogni ambito della società.Nella parte centrale dell’opera, scritta con stile efficace, in grado di dar conto della grande varietà di contesti e percorsi variegati, facendo ricorso a fonti interessanti ed inedite sul piano sociale e demografico (tra i rilevanti testi citati nella bibliografia utilissimo a tale proposito è Marsha L. Rozenblit, Die Juden Wiens 1867-1914, Assimilation und Identität, Wien-Köln-Graz, 1988), l’Autrice ci ricorda come, specie nel periodo esaminato, la storia di Vienna sia intrecciata con quella dei suoi Ebrei, i quali pur costituendo, a inizio del ‘900, solo il 10% della popolazione, si erano messi in luce in tutti i campi, contribuendo a rendere grande l’Impero austro-ungarico.A ridosso della I Guerra Mondiale a Vienna si riscontrava la più grande comunità ebraica d’Europa Occidentale e Orientale, seconda solo a Varsavia. In una città autentico mix di “provincialismo e cosmopolitismo, di tradizionalismo e modernismo”, notevole fu il fervore culturale diffuso in tutti i campi e gli Ebrei ne furono protagonisti: rammentiamo l’importanza dei teatri e il ruolo dei Caffè come luogo di aggregazione e di sapere. In un celebre caffè, il Griensteidl, aperto ancora oggi, nacque la scuola poetica dello Jung Wien, animata da Bahr, Hofmannstahl, Schnitzler. Era una cultura diffusa senza distinzione di rango o livello d’istruzione; in tali luoghi potevi incontrare il poeta e il giurista -tra questi ultimi, un solo nome: il grande Hans Kelsen, nato a Praga nel 1881 da una famiglia ebraica di origine galiziana, si era trasferito con i genitori a Vienna fin dall’età di quattro anni- o magari un….Bettgeher. Chi erano? Erano coloro i quali, in maggioranza cechi, disponendo nella città solo di un letto in affitto, e soltanto per alcune ore (il letto infatti doveva essere liberato per il resto della giornata), finivano per affollare i Caffè della capitale. Nel 1910 pare che il loro numero si aggirasse sulle 80.00 persone! Cinzia Leone ci trasmette la gioia di vivere, la gaiezza e cordialità di quell’ambiente, sentimenti talora espressione di un desiderio di fuga da un mondo percepito ormai prossimo alla caduta: nostalgia espressa tanto bene da Stefan Zweig nel suo Die Welt von Gestern, il Mondo di Ieri.Non stupiamoci della definizione, coniata da Hermann Broch, rampollo di una famiglia di industriali ebrei viennesi del tessile, ingegnere e scrittore (poi emigrato negli USA), della Vienna negli anni tra il 1880 e il1920 come Gioiosa Apocalisse.Sotto quel pavimento di legno prezioso di libertà e cultura stava acquattato, pronto a colpire, il marcio dell’antisemitismo distruttore, impastato con il letame dell’eterna arroganza vittimistica da odiatori di Ebrei, pronti a trasformare questi ultimi da persone in esseri non più umani, bensì ectoplasmi, Luftenmenschen, e, come tali, sterminabili a piacimento. Stati d’animo che salirono il primo gradino nella scala della rispettabilità con l’avvento di Karl Lüger. Questi, pur dichiarandosi sempre fedele suddito dell’Impero, in realtà ne tradì lo spirito cosmopolita. Il Kaiser Francesco Giuseppe si rifiutò di ratificarne la nomina a primo cittadino , proprio a causa del violento antisemitismo, suscettibile di incrinare l'equilibrio multinazionale sul quale si fondava l'impero asburgico. Per ben tre volte il governo sciolse il Consiglio Comunale di Vienna, e per ben tre volte Karl Lüger venne rieletto a grande maggioranza. Alla fine l’abile politico la spuntò, anche perché, se i vescovi lo osteggiavano, il basso clero -con annesse parrocchie- lo adorava; e il Pontefice allora regnante, Leone XIII, forse troppo lontano, lo benedisse.Non resta che concludere con l’amara riflessione dell’Autrice, a p. 65: “La società austriaca e tedesca in genere, che tanto doveva ai suoi ebrei proprio -e non unicamente- per lo splendore culturale, non seppe [cioè non volle, aggiunta mia] apprezzare e ripagare debitamente quanto gli ebrei avevano prodotto solo per amore di quella che pure era la loro Heimat” . Mara Marantonio


Pini Gershon


Coppa d'Israele: pronostico rispettato, il Maccabi torna a vincere dopo tre anni
Dopo tre lunghi anni di astinenza il Maccabi Tel Aviv torna ad aggiudicarsi la Coppa d’Israele. Un successo che la squadra di Pini Gershon si è dovuto sudare fino all’ultimo secondo vista la strenua resistenza proposta in finale da un agguerritissimo Bnei Hasharon. Non si è materializzata così la proverbiale vittoria del Davide di turno contro il Golia del basket israelita verificatasi negli ultimi anni; alla cerimonia di premiazione è stato l’eterno capitano Derrick Sharp (ancora capace di mettere lo zampino in finale) ad alzare la Coppa.......http://www.basketnet.it/


Russia conferma fornitura missili a Iran

Israele e Stati Uniti avevano chiesto a Mosca di rinunciare
(ANSA) - MOSCA, 19 FEB - La Russia intende onorare il contratto per la fornitura all'Iran di missili terra-aria S-300 anche se in ritardo per problemi tecnici. Lo ha detto il viceministro degli Esteri Riabkov, dopo l'annuncio di martedi' che alcuni avevano interpretato come un congelamento della fornitura.Annuncio che aveva coinciso con la visita a Mosca del premier israeliano Netanyahu. Non solo Israele ma anche gli Stati Uniti hanno chiesto a Mosca di rinunciare alla vendita dei missili.


Fillon a Damasco: Pronti a lavorare per ripresa negoziati

Divergenze sul dossier nucleare iraniano
Roma, 20 feb (Velino) - La Francia è pronta a lavorare per far ripartire i negoziati di pace indiretti tra Siria e Israele, mediati dalla Turchia. Una disponibilità ribadita oggi dal premier Francois Fillon, giunto in visita a Damasco, dove è stato ricevuto dal suo omologo Mohammed Naji Otri. Quest’ultimo ha però ricordato che la Siria “ha sempre espresso il desiderio di arrivare ad una pace giusta, ma il processo richiede l’impegno di entrambe le parti, e non di una sola”. Otri ha in particolare puntato il dito contro la crescita degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, nonostante le pressioni della comunità internazionale. I due capi di governo hanno poi discusso del dossier nucleare iraniano, con Fillon che non ha nascosto le sue preoccupazioni riguardo alle conclusioni di un nuovo rapporto dell’Aiea. “Abbiamo proposto il dialogo all’Iran per diversi mesi, ma per il momento tutte le nostre proposte sono state respinte – ha dichiarato il premier francese, nel corso di una conferenza stampa al termine dell’incontro -. Se la situazione non cambia, non abbiamo altra soluzione che guardare a nuove misure nelle prossime settimane”. La Francia, insieme a Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia è ormai pronta a votare nuove sanzioni contro Teheran. Contraria tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu solo la Cina. Di diverso avviso il premier siriano, per cui invece il nucleare iraniano ha scopi pacifici. “Niente giustifica le paure su questo dossier – ha osservato Otri -. Riteniamo che sia un diritto di tutti avere energia nucleare per scopi pacifici. Speriamo che la comunità internazionale adotti gli stessi criteri con tutti”.


Bruce Ivins


Ha terrorizzato mezzo mondoma il "dottor antrace" agì da solo

NEW YORK - Dr. Anthrax e Mr. Hyde. "Credimi, non sono un killer" scriveva il dottor Bruce E. Ivins a un amico che gli chiedeva se potesse davvero essere coinvolto in quell'incredibile vicenda delle lettere all'antrace. Ma l'altra parte di sé aveva qualcos'altro da raccontare a un ex collega: "Sì, io posso ferire, uccidere, terrorizzare. Vai giù, giù, giù più che puoi, poi comincia a scavare senza fermarti, e alla fine troverai la mia vera psiche". Alla fine anche l'Fbi è convinta dopo otto anni di aver trovato la soluzione al giallo che paralizzò l'America nei giorni terribili dopo l'11 settembre. L'autore di quelle lettere che seminarono l'incubo di un attacco bioterorristico di Al Qaeda, l'uomo che inviò la polverina bianca che uccise cinque persone e ne infettò una trentina, l'estensore di quei messaggi che inneggiavano ad Allah e morte agli Usa e a Israele era proprio quel professore di chimica che lavorava per l'esercito. E che perfino loro, gli stessi 007, si erano scelti come consulente nei primi passi dell'indagine.La conclusione dell'inchiesta chiude i misteri culminati nel 2008 con il suicidio del professore, che a 62 anni, sposato, due figlie, braccato dai detective decise di farla finita con una dose letale di Tylenol. Ma la chiusura di una delle indagini più lunghe dei federali, riassunta in un fascicolo di 96 pagine, molte messe anche online per rispondere alle critiche dei detrattori, non spegne le polemiche. "Chiudere arbitrariamente il caso un venerdi pomeriggio non vuol dire che adesso si debba smettere di indagare" accusa un deputato del New Jersey, Rush D. Holt: l'Accademia Nazionale delle Scienze deve ancora mettere l'imprimatur sul lavoro scientifico dei federali, dice, "in un tribunale queste prove non avrebbero retto". Nell'inchiesta non c'è nessun elemento probatorio - un capello, una traccia di qualsiasi cosa - ma l'inciampo maggiore dell'Fbi è stato il coinvolgimento di un collega di Ivins, il dottor Steven J. Hatfill, anche lui scienziato arruolato dall'Arma, rivelatosi estraneo e vincitore per questo di una causa miliardaria. Le lettere all'antrace seminarono il panico in America e mezzo mondo, portarono alla chiusura temporanea del Congresso e della Corte Suprema ma soprattutto alla riapertura di un programma miliardario di difesa bioterroristica: compresa la produzione di quel vaccino a cui proprio Ivins aveva lavorato. Tra le prove della follia dello scienziato, che in molte mail sembra accennare appunto a una disfunzione della personalità, quasi divisa in due, l'Fbi riporta ora alcuni messaggi in codice nascosti nelle lettere di minacce a un giornalista tv che rimandavano - attraverso complicatissimi riferimenti al Dna - a due ex colleghe che in passato gli avevano fatto perdere la testa. Il professore era fra l'altro ossessionato dalle immagini di donne bendate: ne sono state trovate a centinaia sul suo computer. "Sono stato selezionato per il sacrificio di sangue" scriveva in un'altra mail l'uomo che si spacciava per Al Qaeda. Ed era invece l'ennesimo pazzo born in the Usa. 20 febbraio 2010, http://www.repubblica.it/



Dubai


Israele, nessuna crisi diplomatica con paesi europei per vicenda Dubai

Gerusalemme, 20 feb. (Adnkronos/Dpa) - Non c'e' e non vi sara' nessuna crisi diplomatica tra Israele e i paesi europei coinvolti nella vicenda dei passaporti falsi utilizzati dai presunti assassini del leader di Hamas morto il 20 gennaio a Dubai. Lo ha detto il vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon. "Non vedo una crisi con gli alleati europeii - ha affermato parlando ai giornalisti a Rehovot - Gran Bretagna, Francia e Germania tutti condividono i nostri interessi nella battaglia contro il terrorismo globale e quindi non non ci sara' nessuna crisi".


Israele chiede aiuto alla Cina


Gerusalemme 21 feb - La stampa israeliana riferisce oggi che una delegazione israeliana andrà in Cina per convincere Pechino a sostenere nuove sanzioni all'Iran contro i suoi progetti nucleari. A guidare la delegazione che sara' nel Paese asiatico nei prossimi giorni il ministro per le Questioni strategiche Moshe Yaalon (un generale della riserva, ex capo di Stato Maggiore) e dal governatore della Banca d'Israele, l'economista Stanley Fisher.


macchina per la disinfestazione abiti dei prigionieri

La citta' di Atlit

fu l'approdo per i profughi che scelsero Israele per ricominciare a vivere: migliaia di loro erano riusciti a imbarcarsi dopo essere scampati ai lager. Ad Atlit si trova un campo di profughi fondato dagli inglesi. Un vasto centro di detenzione in cui vennero chiusi migliaia di immigrati clandestini catturati dagli inglesi mentre cercavano di entrare in Palestina durante il mandato britannico. Il 10 ottobre del 1945 il Palmach (unità delle forze speciali dell’Haganà), comandate dal giovane Itzhak Rabin, fece irruzione nel campo liberando 200 prigionieri


campo prigionia di Atlit - Hof Hacarmel

Obama riparte da Russia e Israele

Sono appena rientrato da New York, dove ho parlato con diverse persone che certo non fanno la politica americana, ma la commentano pubblicamente e concorrono non poco ad influenzarla. Fra di loro il presidente del Council on Foreign Relations, Richard Haas, e il suo predecessore, Leslie Gelb. Ho avuto anche modo di incontrare Ted Sorensen, indomabile kennediano e oggi sostenitore convinto di Obama. il clima è tutt'altro che buono e le analisi sono spesso cataloghi di difficoltà più ardue del previsto e di errori e contraddizioni del presidente nell'affrontarle Obama contava sulla propria capacità di ottenere consensi trasversali e di costruire così un clima bipattisan attorno alle sue iniziative e invece mai come con lui la radicalizzazione dello scontro poli- tico è stata tanto elevata. I repubblicani non gli danno tregua né sulle grandi nè sulle piccole cose e un'opinione pubblica sgomenta per un tasso di disoccupazione che tocca ormai milioni di famiglie è sensibilissima a queste critiche (proprio ieri l'ex governatore repubblicano del Massachusetts, Mitt Romney, dichiarava solennemente che il presidente non è riuscito ad aggiustare l'economia e a creare nuovi posti di lavoro e ha quindi fallito). Sul piano internazionale il passaggio dalla aggressività al dialogo non sta dando nessun frutto con l'Iran, che continua a essere un interlocutore intrattabile e verso il quale ci si sente ora costretti a inasprire sanzioni, che potrebbero alla fine fallire. Tanto più che verso la Cina Obama è stato prima troppo morbido e ora improvvisamente duro, creando un clima di conflitto che di sicuro non lo aiuterà a chiudere il cerchio delle sanzioni contio Teheran. Per non parlare dell'Afghanistan, dove manda nuove truppe, proclama che il ritorno a casa inizierà a metà 2011 e poco dopo dallo staff una voce autorevole precisa che naturalmente dipenderà dalle circostanze. Insomma, le difficoltà ci sono e qualcosa nell'amministrazione di sicuro non va. Non tutti seguono gli stessi indirizzi, si sovrappongono visioni diverse e sembra che il presidente pon riesca per ora a fare l'amalgama. Leslie Gelb ha di sicuro esagerato nella sua ultima colonna sul The Daily Beast, proponendo dettagliatamente a Obama i nomi da sostituire e quelli da introdurre nella sua squadra per migliorare le cose. Ma nessuno nega che qui le cose vadano migliorate, così come nessuno nega che vi sono questioni cruciali su cui non si sono fatti passi avanti perché è mancata una vera strategia. E in testa a questa lista c'è la questione israelo-palestinese, nella quale si è puntato tutto su una riduzione preventiva degli insediamenti israeliani nei territori destinati ai palestinesi, che il primo ministro israeliano Netanyahu non voleva e forse non poteva politicamente dare. Fotografata così, la presidenza Obama, se non giustifica la condanna senza appello pronunciata da Romney, mostra un percorso talmente avaro di successi da mettere in dubbio la forza stessa degli Stati Uniti nei prossimi mesi e anni (oltre che la rielezione del presidente nel 2012). Ma è una fotografia corretta, non è deformata dal clima corrosivo creato dall'opposizione e dalle simmetriche ansie dei sostenitori, che avevano sperato in una trionfale cavalcata del nuovo messia? In una situazione che non potrebbe essere più difficile tutte le opzioni sono aperte, anche le più negative; e tanto più lo sono se gli errori persistono e se la squadra del presidente continua a non essere tale. Ma non c'è solo questo. Intanto il tema che sta più a cuore agli americani, il futuro dell'economia e dei posti di lavoro, può diventare col tempo la carta vincente di Obama. Per ora può dire, come ha detto mercoledì scorso, che il suo piano ha evitato un vero e proprio disastro e ha consentito un inizio ormai certo di ripresa. Più avanti, se la ripresa continua; potrà anche rivendicare il ritorno dell'occupazione e lavorare al ridimensionamento del bilancio federale in un clima assai meno oppressivo di quello di oggi. Nel frattempo, la nuova fermezza che sta dimostrando contro i baroni della finanza lo aiuta a mantenere il contatto con le famiglie e i ceti pi colpiti dalla crisi. Sul piano internazionale, un risultato che la nuova amministrazione ha ottenuto e che avrà effetti su diverse questioni sul tappeto è la nuova relazione con la Russia. Ci si è arrivati premendo il tasto giusto, quello della ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti, che soddisfa l'orgoglio dei russi quali interlocutori di rango mondiale. Certo si è che proprio in questi giorni essi hanno sospeso l'invio a Teheran dei sistemi antimissilistici s-300 e sono pronti a concorrere alle sanzioni contro il regime iraniano, spingendo la Cina altrimenti isolata in Consiglio di sicurezza più al negoziato di merito sulle stesse sanzioni che non a vietarle. Non solo, ma tutto questo si collega al clima nuovo che c'è a Mosca nei confronti di Israele: si rivendica la quota importante di popolanione israeliana che proviene dalla Russia e si cominciano a delineare interessi comuni. E stato proprio dopo la visita di Netanyahu a Mosca di qualche giorno fa che è arrivata la sospensione degli s-300 già destinati all'Iran e questo di sicuro sarà fonte di riflessione a Teheran, se lì si vorrà andare avanti con l'arricchimento dell'uranio facendo finta di niente. Ancora a proposito di Israele, è vero che il negoziato coi palestinesi è al palo, ma è non meno vero che le cose nel la West Bank stanno evolvendo in una direzione che rafforza l'Autorità Palestinese e può ridurre le resistenze e le diffidenze israeliane, rendendo così possibile domani ciò che è impossibile oggi: l'economia cresce a ritmi superiori al 6% (e già Israele ha silenziosamente ridotto i controlli su chi si muove per lavoro), mentre Hamas sta perdendo sia il controllo delle moschee, sia la capacità di offrire alle famiglie quei servizi sociali che tanto avevano alimentato i suoi consensi. Sono solo alcuni dei cambiamenti positivi che fanno parte del quadro, così come lo è il clima diverso che c'è nei confronti degli Stati Uniti all'Onu, dove molto più facilmente di ieri essi trovano oggi interlocutori disposti ad ascoltare e farsi convincere.Nell'enunciare giudizi e aspettative, perciò, anche di essi si deve tener conto. In più c'è da chiedersi dove andranno i repubblicani con l'opposizione senza quartiere che hanno instaurato. Se finiranno attratti dall'estremismo del movimento dei Tea Party, nelle elezioni presidenziali del 2012 difficilmente potranno coagulare una maggioranza. E dopo, forse, l'aria di Washington tornerà respirabile. Non c'è dunque ragione di cedere all'isteria delle critiche e alla tentazione, al fondo suicida, di bruciare al più presto ogni idolo per cercarne un altro. Obama ha ancora un domani. Giuliano Amato, Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2010