sabato 21 gennaio 2012


Bimbi annoiati in auto? Li intrattiene il finestrino-tablet
Bimbi annoiati in auto? Altro che giochi o videogiochi. Ad intrattenerli ora ci pensa il finestrino. Ma non un finestrino qualunque da cui poter scrutare il paesaggio, ma un finestrino sui generis che funziona come un vero e proprio tablet.A ideare il finestrino che intrattiene i passeggeri sono stati i ricercatori della General Motors insieme al «Future Lab» dell’Accademia di Belle Arti di Bezalel in Israele. Pensato soprattutto per i più piccoli o per i passeggeri più esigenti a cui non bastano più gli schermi lcd o i dvd portatili per svagarsi dalla strada, i nuovissimi finestrini, altamente tecnologici e all’avanguardia, permetteranno di navigare in internet, disegnare come su una lavagna, guardare un cartone animato o giocare come su un vero e proprio videogioco. Tutto questo sarà possibile dal finestrino.Come? La tecnologia che rivoluziona l’intrattenimento da viaggio è il touch screen. Il finestrino funzionerà come un tablet o come uno smartphone. Comodo, user friendly, pratico e intuitivo, il finestrino ultra-tecnologico sarà facile da usare, insomma un gioco da ragazzi. ”Di solito in auto gli schermi interattivi sono a disposizione del conducente e del passeggero accanto- ha spiegato Tom Seder di GM, per questo vediamo questa tecnologia come un’opportunità in più per quelli che viaggiano dietro”.Ma le funzionalità del finestrino intelligente sono molteplici. Non mancherà infatti la possibilità di regolare la trasparenza e la luminosità dei vetri in base alle condizioni meteo. Insomma, nessun limite alla tecnologia, se non quelle dei prezzi. Un solo cristallo del “finestrino magico” potrebbecostare un occhio della testa.http://auto.bloglive.it/


Catechismo in ebraico

Il primo di tre libri di un catechismo cattolico in ebraico è stato pubblicato a Gerusalemme per aiutare l'insegnamento ai bambini dei cristiani che vivono e lavorano in Israele. “Questi libri sono necessari per i bambini che parlano ebraico, nati nel Paese, così che possano avere accesso in ebraico agli insegnamenti che spiegano che cosa siano la nostra fede e la nostra pratica religiosa di cattolici” ha detto padre David Neuhaus, sj, vicario del Patriarca latino di Gerusalemme.

Il primo di tre libri di un catechismo cattolico in ebraico è stato pubblicato a Gerusalemme per aiutare l’insegnamento ai bambini dei cristiani che vivono e lavorano in Israele. “Questi libri sono necessari per i bambini che parlano ebraico, nati nel Paese, così che possano avere accesso in ebraico agli insegnamenti che spiegano che cosa siano la nostra fede e la nostra pratica religiosa di cattolici” ha detto padre David Neuhaus, sj, vicario del Patriarca latino di Gerusalemme. I tre libri si intitolano: “Conosci la Chiesa”, “Conosci Cristo”, e “Conosci le Feste”. Padre Neuhaus ha completato il progetto di traduzione con padre Pierbattista Pizzaballa, il custode francescano di Terrasanta. Entrambi lavorano con 35 famiglie che parlano ebraico in una piccola chiesa nel cuore di Gerusalemme. “Sono principalmente di origini israeliane miste, parenti di ebrei, figli di ebrei, con qualche ebreo convertito e altre persone che non sono ebrei, ma integrate nella società ebraica”, ha detto padre Neuhaus all’Osservatore romano.Lo sforzo servirà anche ai cittadini arabi di Israele i cui avi palestinesi non fuggirono durante la guerra del 1948. “Così i nostri libri di catechesi, la nostra rivista, il nostro sito web, la nostra liturgia possono essere di aiuto a questo popolo, anche se non il loro rito particolare. Noi insistiamo sulla formazione cristiana, cristiana, in un ambiente ebraico e secolarizzato”. I lavoratori stranieri in Israele devono mandare i loro figli alla scuola pubblica, dove si parla e si insegna in ebraico.I libri di catechismo sono rivolti a chiunque vada a una scuola ebraica, ha detto padre Neuhaus. Il progetto intende aiutare i bambini e gli adolescenti e i giovani adulti per dare loro “un senso della Chiesa, e dell’essere cristiani, un senso di gioia”. La traduzione ha richiesto affrontare questioni su come scrivere “Trinità” e “Immacolata concezione” in ebraico, la cui cultura e teologia non sono familiarizzate con questi concetti. Padre Neuhaus ha detto che nel Paese ci sono circa duecentomila lavoratori stranieri, e fra di loro molti cattolici. Tutti i bambini dei lavoratori stranieri e di chi cerca asilo vanno alla scuola ebraica, dove ricevono “un’istruzione molto buona”, ma si assimilano alla cultura ebraica e “non conoscono la Chiesa”.http://www.lastampa.it/



Kadima, il sogno del grande centro va in frantumi

Tra liti e scissioni Tzipi Livni convoca le primarie
La lotta senza quartiere che l’opposizione israeliana si propone di sferrare al governo “estremista” di Benjamin Netanyahu, in vista delle politiche del prossimo anno, rischia di arenarsi già nell’immediato futuro a causa della presenza di troppi protagonisti e comprimari. La confusione politica, un dato endemico nelle fila di Kadima, ha fatto registrare una drammatica impennata dopo la decisione del giornalista televisivo Yair Lapid (una vera e propria celebrità del piccolo schermo e star indiscussa dell’informazione) di “scendere in campo” alla guida di un nuovo partito centrista. Nell’intento, dichiarato, di strappare voti e seggi al Likud.Ma l’impressione, che per alcuni analisti è già una certezza, è che Lapid sottrarrà consensi soprattutto a Kadima, il partito centrista fondato nel 2005 da Ariel Sharon che, sotto la guida dell’ex agente del Mossad ed ex ministro degli esteri Tzipi Livni, ottenne la vittoria nel 2006 e il maggior numero di seggi alle elezioni del 2009 per dover poi soccombere alla coalizione tra Likud, estremisti di destra ed ortodossi.Kadima, che fu guidato da Ehud Olmert e appoggiato da Shimon Peres, corre insomma il rischio di una possibile implosione politica. Per arrivare politicamente viva a fine marzo, quando si terranno le primarie del partito da lei convocate, la già affascinante askenazita Tzipi Livni dovrà dimostrarsi capace di sapere raccogliere e intercettare il voto dei delusi e degli scettici. Di quanti insomma mostrano di non fidarsi degli altri due candidati alla leadership di Kadima, l’ex ministro della difesa Shaul Mofaz e l’ex capo della sicurezza interna (lo Shin Bet) Avi Dichter. La sua conferma alla guida del partito non sembra tuttavia del tutto sicura, al contrario di quella di Netanyahu, che a fine gennaio sarà nuovamente eletto al vertice del Likud.Il candidato ideale del partito centrista dovrà esser capace di interpretare il bisogno di sicurezza dei potenziali elettori, coniugandolo tuttavia con una sensibilità crescente per il disagio sociale con cui Israele sembra ormai quotidianamente condannato a coabitare. I frequenti episodi di razzismo contro gli immigrati ebrei d’Etiopia, i falashà; l’arroganza violenta degli ultraortodossi, che sfidano le leggi basilari della convivenza arrivando a insultare e coprire di sputi una bambina di otto anni, non abbigliata secondo i canoni ortodossi; e, ancora, le resistenze dei coloni della Cisgiordania e i loro scontri con la polizia incaricata di abbattere gli insediamenti illegali, come avvenuto in questi giorni a Yisa Brecha. Tutti problemi che, sommati ai morsi della crisi economica, potrebbero in teoria favorire Kadima. Solo in teoria, però, dato che la proliferazione di partitini e candidati nell’area del centro rende il fronte laico, democratico e progressista assai più vulnerabile, e fonti informate ritengono che Netanyahu intenda anticipare di un anno la tornata elettorale per trarre il massimo vantaggio dalla situazione.Per quanto poco possano valere i paragoni “storici”, non è facile dimenticare numerosi casi in cui la frammentazione dello schieramento di centro o di sinistra si è in passato tradotto in un successo di una destra inizialmente non favorita. Come in Francia, quando la presenza al primo turno di ben cinque partiti della sinistra impedì a Lionel Jospin di andare al secondo turno e consegnò la sicura vittoria a Jacques Chirac per un secondo mandato.Sul piano internazionale, Kadima promette di ridar slancio ai colloqui di pace con i palestinesi, obiettivo non impossibile in un momento di debolezza di Hamas, e accusa Likud di perpetuare un clima di insicurezza che puntualmente sembra voler monetizzare ad ogni consultazione popolare. Il partito di Netanyahu e la stampa che lo appoggia – dal Maariv al Jerusalem Post a celebri siti del web come il chiacchierato Debka (vicino ai servizi segreti) – vengono altresì accusati di drammatizzare oltre ogni misura il “pericolo iraniano”.La stampa indipendente, pur non negando la dimensione del pericolo nucleare nel paese degli ayatollah, sottolinea come fonti internazionali e neutrali ritengano ancora lontana la possibilità di un attacco militare da parte di Ahmadinejad o quella, altrettanto grave, di un vero e proprio blocco dello stretto di Hormuz da parte della flotta iraniana. E tutto ciò fa regolarmente infuriare Netanyahu, che proprio in questi giorni ha definito Haaretz e il New York Times i «peggiori nemici di Israele». Salvo poi smentire. Come sempre.
Mario Gazzerihttp://www.europaquotidiano.it/


Cari amici della Brigata Ebraica, di fronte a un numero crescente di notizie riguardanti la Brigata Ebraica, per non snaturare il sito che voi conoscete, cioè per lasciarlo dedicato soprattutto ai caduti e ai soldati che combatterono in Italia, ho deciso di aprire un piccolo blog parallelo al sito stesso.Perciò, da oggi a questo indirizzo:http://brigadeinitaly.blogspot.com/troverete materiali più di attualità, come notizie dalla stampa internazionale sulla Brigata, o avvisi di conferenze e uscite di libri sull'argomento.Il blog, per sue caratteristiche, è anche uno spazio più aperto al contributo di chi passa e legge. Vi invito quindi a segnalare avvenimenti o semplicemente a lasciare un commento.Prosegue, è inutile che ve lo dica, il lavoro al sito. Stiamo cercando di migliorare e colmare vuoti ad esempio proprio nella pagina dedicata ai caduti.
Un cordiale saluto,Primo


GRATIN DI BIETOLE E CAROTE

Ingredienti:500 gr di carote uno scalogno 500 gr di bietole uno spicchio d'aglio 40 gr di pangrattato 40 gr di grana padano grattugiato 2 rametti di timo olio extravergine d'oliva sale q.b. pepe q.b.Preparazione:Soffiggete lo scalogno tritato in una padella antiaderente con 3 cucchiai d'olio, aggiungete le bietole pulite, salate, coprite e cuocete per 5 minuti .Cuocete a vapore le carote raschiate e tagliate a bastoncini per 5 minuti e conditele con un filo d'olio, l'aglio tritato, sale e pepe. Frullate il pangrattato con un pizzico di sale, il grana padano, 5 cucchiai d'olio e le foglie di timo. Disponete le bietole in una pirofila e copritele con le carote; cospargete tutto con il composto preparato e infornate a 220° per 10 minuti o finché la superficie diventa dorata.


La Germania ricorda la "soluzione finale"

La Germania ricorda i 70 anni dalla Conferenza di Wannsee: l'incontro in cui alti ufficiali del Reich hitleriano definirono, nel 1942, l'organizzazione della soluzione finale della questione ebraica.

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=7YK8xKDD_bk

Iran: Generale Usa in Israele per convincere a linea comune

Dempsey incontra Netanyahu e Barack

(ANSA) - TEL AVIV - La necessita' di ''rafforzare le comunicazioni'' fra Israele e Usa sui principali dossier d'interesse comune e' stata sottolineata oggi dal capo degli stati maggiori riuniti, generale Martin Dempsey, nell'ambito di una visita nello Stato ebraico incentrata secondo i media sulla temuta questione dei programmi nucleari dell'Iran.Dempsey - che ha incontrato a Tel Aviv il suo omologo israeliano, generale Benny Gantz, e il ministro della Difesa, Ehud Barak, prima di essere ricevuto a Gerusalemme dal presidente, Shimon Peres, e dal premier, Benyamin Netanyahu - ha osservato dinanzi ai giornalisti il piu' stretto riserbo sul tema iraniano, evitando qualsiasi dichiarazione esplicita nel giorno in cui dall'Europa rimbalzava la notizia di una possibile ripresa a breve dei colloqui '5+1' con Teheran. Vi ha fatto tuttavia un riferimento indiretto a margine del faccia a faccia con Barak notando che Stati Uniti e Israele ''hanno molti interessi in comune nella regione (mediorientale)''. E che ''in una fase molto movimentata come quella attuale devono continuare a coordinarsi reciprocamente, quanto piu' possibile meglio''.Peres e Netanyahu hanno piu' tardi convenuto con l'ospite sull'importanza dell'alleanza strategica con Washington. Ma solo il presidente ha fatto in pubblico un riferimento (fugace) all'Iran, affermando che i piani nucleari della Repubblica islamica costituiscono un problema ''non solo per Israele e Stati Uniti, bensi' per tutta la comunita' internazionale''.La visita di Dempsey si svolge sullo sfondo di un clima inquieto, alimentato dal riemergere di voci anche su una ipotetica opzione militare nei confronti dell'Iran. Opzione che la leadership Usa non esclude formalmente, ma che - stando ai media israeliani - non e' giudicata per ora matura a Washington e che comunque Casa Bianca e Pentagono non sembrano voler lasciare nella mani dell'autonoma valutazione d'Israele.Fonti militari citate oggi dalla stampa locale spiegano senza elaborare che e' in ogni caso interesse condiviso dei due Paesi che Teheran ''prenda sul serio'' il moltiplicarsi dei moniti sulle possibili ''gravi conseguenze'' dei suoi piani nucleari.Nei giorni scorsi il vicepremier israeliano (ed ex capo di stato maggiore) Moshe Yaalon - un 'falco' della destra di governo - ha contestato come insufficiente l'inasprimento delle sanzioni internazionali verso l'Iran, criticando apertamente l'amministrazione Obama. Ma il piu' moderato (e piu' autorevole) Ehud Barak ha poi corretto il tiro, assicurando che Israele resta per il momento ''lontano da ogni decisione'' su un eventuale attacco militare contro obiettivi iraniani.

venerdì 20 gennaio 2012

Voci a confronto

Si approssima il giorno della memoria, oramai il dodicesimo, e come di prassi si intensificano le iniziative da parte degli enti locali, delle Regioni così come delle autorità pubbliche ma anche delle scuole e dell’ampio mondo della pubblicistica. Si vedano, al riguardo, gli articoli di Ida Palisi su il Mattino, di Francesca Nunberg per il Messaggero ma anche il Secolo XIX. Nei giorni a venire ci misureremo, se ne può stare certi, su una grande quantità di segnalazioni. La lamentazione più comune, del tutto sottoscrivibile, è che il carnet di eventi è ogni anno talmente così robusto da rendere impossibile a chi vuole partecipare a più iniziative di esservi presente, essendo nella quasi totalità concomitanti o sovrapposte. In realtà, fatta salva l’indiscutibile funzione di pedagogia civile che tale genere di ricorrenza cerca di assolvere, il merito della sua fungibilità culturale è invece oggetto da tempo di discussione. Si tratta, ovviamente, di una riflessione complessa, piena di interrogativi, che trova nel 27 gennaio la data più significativa ma che si riallaccia all’insieme delle ricorrenze che il calendario civile riconosce come tappe della coscienza repubblicana e democratica. Tra di esse sia sufficiente richiamare il 10 febbraio, giorno del ricordo dell’esodo italiano dai territori del confine orientale, il 25 aprile, il 1° di maggio, il 9 maggio, giorno delle vittime del terrorismo, il 2 giugno, il 4 novembre e altre date ancora, istituzionalizzate e più o meno celebrate, con maggiore o minore intensità e partecipazione, di pubblico come di stampa. Si tratta di commemorazioni di taglio diverso per eventi distinti della storia nazionale dove tuttavia vi è un elemento comune, ossia la deferenza e il rispetto nei confronti di coloro che furono vittime di tragedie alle quali, direttamente o indirettamente, queste date rinviano. Nonché, ed è un aspetto per nulla secondario, il rimando alla funzione di monito che il ricordo assume in ambito collettivo. Va sottolineato che tale calendario è il prodotto della maturazione di una cognizione e di una consapevolezza del valore universale che vicende di questa fatta assumono, altrimenti destinate ad essere rammentate nella semplice dimensione privata (ovvero come riflesso personale, soggettivo di una più ampia vicissitudine storica). Riconosciuto doverosamente ciò, poiché andiamo parlando non di un dovere (quello al ricordo) ma di un diritto (ad una memoria condivisa ancorché non necessariamente “pacificata”) si apre il campo, in sé legittimo, di come tutto ciò possa tradursi in un’efficace comunicazione pubblica. Poiché i rischi della ritualizzazione, della ripetizione ad oltranza, della banalizzazione, addirittura della trivializzazione sono sempre dietro l’angolo. Qualche spunto il tal senso ci è offerto del nuovo volume di Valentina Pisanty sugli «abusi di memoria», di cui il Fatto quotidiano ci dà una anticipazione. Anche Gad Lerner, su l’Espresso, con taglio sferzante e cortesemente polemico rimanda a tale groviglio di questioni così come, a modo suo, l’articolo di Francesca Angeleri su il Manifesto nel merito dell’intervento (l’unico previsto in Italia nel calendario di iniziative che sta portando avanti) di Art Spiegelman, l’autore di Maus, un fumetto il cui valore testimoniale può esser di buon grado accostato ad alcuni dei migliori libri sulla deportazione. Qualcuno ha detto, e con efficacia, che più ci allontaniamo da quei tragici eventi storici maggiore è la vicinanza di Auschwitz. Non è un paradosso, a pensarci bene. La cesura dello sterminio pesa mano a mano che la sua concretezza fattuale si congeda da noi per essere sostituita dalle immagini, dai ricordi traslati, trasferiti di generazione in generazione, dalle assenze che si fanno, nella memoria, presenze vive e dolorose. Il passato, da questo punto di vista, non lenisce l’inconsolabilità. Semmai l’accentua, e non è lo Yom ha-Shoah, che è cosa diversa dal Giorno della Memoria, a potere surrogare o placare una somma di sofferenze individuali e familiari accomunate dall’appartenenza ad una comune tradizione e ad un vincolo di reciprocità che si fa, nella parola di senso condiviso, «popolo». La sfida rimane quindi intatta, poiché demanda alla comunicabilità verso chi è estraneo a queste vicende, chiamandolo comunque in causa in quanto cittadino dello stesso spazio pubblico, allora, quando la tragedia si consumò, così come oggi. Quanto tutto ciò possa diventare cognizione condivisa è questione aperta che, come ben sappiamo, non passa solo attraverso un pur doveroso impegno pubblico, che di certo non ha fatto difetto dal 2001 in poi. Peraltro è la stessa concezione di «dimensione pubblica», di spazio collettivo che va mutando. Anche qui, partendo da una singola notizia, quella commentata da Luigi Offeddu per il Corriere della Sera, nella quale veniamo a sapere che nelle scuole di Bruxelles, capitale del Belgio ma anche dell’Unione Europea, l’insegnamento della religione musulmana ha superato quello degli altri culti e dei corsi di «morale laica». Fenomeno, questo, variamente interpretabile ma che ci segnala, nella sua natura di episodio indice, il cambiamento che le nostre società, e quindi, di immediato riflesso, la loro coscienza collettiva, stanno subendo. In un’Europa dove la presenza di immigrati di origini extracontinentale e, soprattutto, arabo-musulmana, ha concorso a mutare in vent’anni gli assetti sociodemografici, incidendo, secondo le proiezioni statistiche, anche per il futuro (ed in misura sempre più corposa), il problema di una ridefinizione del senso della cittadinanza, che si basa sulla condivisione di un comune sentire, si è fatto così urgente da essere inderogabile. E tuttavia trovare dei fili comuni sulla base dei quali tessere un rapporto di reciprocità con chi si sente estraneo alla nostra storia, se non a volte addirittura ostile, è un’impresa epica, una fatica di Sisifo. È fatto noto l’indisponibilità con la quale in molte realtà islamiche venga recipito qualsiasi discorso sulla Shoah. Prima ancora che bollare tali atteggiamenti, spesso dichiaratamente ostili, dello stigma di antisemitismo, occorrerebbe indagare sulle radici di un rifiuto. In alcuni casi – purtroppo non pochi – esso si incontra e dà corpo di certo al fantasma antisemita tout court: si rifiuta il ricordo sofferente dell’ebreo di ieri per meglio denigrare l’individuo in carne ed ossa oggi. Fin qui ci siamo, per così dire. Ma non è meno vero che la Shoah è vista da molti non europei come un problema di coscienza (pessima) del nostro continente. La qual cosa fa sì che dietro ai dinieghi e ai silenzi ci sia non solo il pregiudizio ma anche il convincimento, non importa quanto errato, d’essere immuni da quest’ultimo. E di costituire, semmai, parte della più amplia platea di “vere” vittime, quelle del colonialismo, il cui statuto si contrappone alle “vittime eurocentriche”, di cui gli ebrei sarebbero, ancora una volta, gli indebiti usurpatori del titolo. Sempre più spesso dovremo confrontarci con questo ordine di situazioni. In Francia è un problema diffuso, ad esempio nelle scuole superiori dove la multiculturalità, che è un dato di fatto che poco o nulla ha a che fare con l’interculturalità, fa sì che in certe classi, dove spiccata è la presenza maghrebina, la docenza abbia serie difficoltà ad affrontare “laicamente” il tema delle deportazioni. Non basterà la condanna, pur legittima, dell’altrui travisazione e manipolazione (le due cose sono poi facce della stessa medaglia) per venirne fuori se, come ci dicono alcuni proiezioni statistiche, la demografia del 2050, in Italia, vedrà un 25 per cento della popolazione di origine allogena. Certo, non non ci saremo più o saremo troppo vecchi per preoccuparcene oltre misura. Ma i nostri figli e nipoti saranno lì. E visto che la memoria parla del (e al) passato per costruire il futuro sarebbe bene che ci riflettessimo un po’ sopra da subito.Claudio Vercelli, http://moked.it/


Benjamin Natanyahu in visita ufficiale a Cipro

Prima visita ufficiale del premier Benjamin Netanyahu sull'Isola di Cipro il 16 Febbraio. Netanyahu spera di aumentare la cooperazione con Cipro relativamente all'estrazione sottomarina di gas naturale e alla questione della "sicurezza" nel Mediterraneo orientale, vacillante a causa delle tensioni con la Turchia e l'instabilità determinata dalla vicina Siria. Nei giorni scorsi, i media ciprioti hanno parlato di un accordo di cooperazione riguardante la protezione dei giacimenti di gas e l'istallazione di basi aeree sull'Isola. Il governo di Cipro non ha ancora confermato e probabilmente la proposta verrà esaminata durante la visita di Netanyahu.http://www.moked.it/


Il fumetto secondo Spiegelman

La tragica vicenda di Auschwitz raccontata sotto forma di fumetto. Ieri sera al Circolo dei Lettori di Torino si è tenuta una conferenza con ospite Art Spiegelman, autore del celeberrimo Maus. Racconto di un sopravvissuto. In quest’opera che ha commosso milioni di lettori in tutto il mondo Spiegelman, attraverso la forma espressiva del fumetto, racconta la storia di suo padre Vladek, ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, descrivendo carnefici e vittime in un modo inconsueto e di rottura: i deportati diventano infatti topi e i nazisti sono impersonificati da gatti. Un lavoro, com’è noto, che segna l’inizio di un nuovo rapporto tra graphic novel e memoria; in particolare la memoria della Shoah.Attraverso una breve carrellata sulla storia del fumetto, da mezzo di comunicazione di massa alla fine degli anni Quaranta a vera e propria forma d’arte, l'autore svela alcune peculiarità di questo genere: si sofferma in particolare sull’importanza della struttura visiva delle strisce, che richiama quella di una serie di finestre a nastro in cui ogni finestra rappresenta un attimo sulla struttura del tempo. “Il fumetto – spiega – è una coreografia del tempo nello spazio. E il passato sovrasta il mio futuro perciò si ritrova nel fumetto, dove passato, presente e futuro possono condividere la stessa pagina”. Si parla poi di perché, a detta del padre di Maus, sia più adatta a descrivere l’anima del fumetto la dicitura “Co-mix” rispetto al termine “Comic”. Spiegelman dice di preferire il primo termine perché racchiude in sé il significato di “mescolare”: il fumetto, quindi, inteso come un cocktail tra parole e immagini.Nel corso dell'incontro l'autore, seguito da un pubblico colto e attento, ha poi modo di introdurre Meta Maus, il grande archivio di testi e immagini che ripercorre la genesi della sua opera più amata nel venticinquesimo anniversario della prima pubblicazione. Un corpus documentale vastissimo e articolato, uscito da alcune settimane in lingua inglese, che Pagine Ebraiche aveva presentato in anteprima ai suoi lettori nel numero di novembre.http://www.moked.it/ Alice Fubini

Mar Morto

Haddarat Nashim

Una delle espressioni più diffuse nei media israeliani riguardo alle recenti polemiche sorte sulla questione femminile è Haddaràt nashìm. Come è noto, l’ebraico si scrive comunemente senza vocali e altri segni fonetici. La prima volta che ho visto questa espressione è stata l’ultimo venerdì dell’anno civile, appena arrivato in Israele. L’ho letta sul giornale Haaretz, che in prima pagina dedicava ampio spazio alla faccenda (come tutti i quotidiani, ma gli altri in modo più strillato). Erroneamente, però, lì per lì ho letto hadràt nashìm, che vorrebbe dire “rispetto per le donne”, affine a hadràt kòdesh, rispetto per le cose sacre, che poco dopo avrei cantato nel Mizmor le-David durante la Kabbalat Shabbat. Ma dal contesto dell’articolo del giornale era chiaro che l’espressione non indicava affatto l’onore e il rispetto per le donne, bensì tutto l’opposto. Qualcosa quindi non tornava. Poi mi hanno spiegato che leggevo male: non si trattava di hadrat ma di haddarat. Il primo termine deriva dalla radice hadàr, che significa appunto onorare, abbellire. Il secondo deriva invece da nadàr, fare un voto, sottoporre a vincolo. Haddarat nashim significherebbe quindi esclusione e allontanamento delle donne. Hadrat e haddarat si scrivono con le stesse consonanti, la differenza sta solo nella punteggiatura e nella pronuncia. La lettera nun di nadar, cadendo durante la declinazione della parola, causa il raddoppiamento della dalet, indicato foneticamente dalla presenza del daghesh, il punto dentro la lettera. Per passare da haddarat nashim a hadrat nashim, dall’esclusione delle donne al loro rispetto, è dunque facilissimo: basta solo l’aggiunta (netta) di un puntino. Si toglie un punto da haddarat (il daghesh nella dalet) e si aggiungono due punti sotto la lettera he di hadrat (nella vocale shevà-patach al posto del kamatz). Sarebbe auspicabile che fosse altrettanto facile, nella realtà, passare dall’allontanamento all’onore delle donne. È pur vero che le offese alle donne cui abbiamo assistito sono un fenomeno minoritario anche all’interno del mondo charedì: ma la protesta, soprattutto dal mondo religioso, contro la degenerazione del concetto di tzeniùt, modestia (femminile ma non solo), è sicuramente doverosa. In una rubrica di parole e del loro corretto uso, non è fuori luogo parlare anche del loro mal uso. Nelle contro-manifestazioni, si sono visti cartelli e sentite esclamazioni in cui i charedim (non “gli haredim”) si rivolgevano con la parola “nazim” ai poliziotti, i quali stavano solo cercando di svolgere il loro dovere di mantenere l’ordine pubblico. Giustamente noi ci lamentiamo ogni qualvolta si equipara il comportamento di Israele nei confronti dei palestinesi a quanto fecero i nazisti contro gli ebrei. Ugualmente dovremmo protestare quando alcuni ebrei, spesso discendenti o parenti di coloro che furono perseguitati e sterminati nella Shoah (che bene dovrebbero conoscere cosa fecero i nazisti), si permettono di dare del nazista a un altro ebreo.rav Gianfranco Di Segni Collegio Rabbinico Italiano
(Pagine Ebraiche, febbraio 2012)


^ ^ ^ M U S A N E W S ^ ^ ^Newsletter dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Israele
La cultura è l’arma più forte della democrazia Amos Luzzatto

In uscita in Italia il nuovo romanzo di Nava Semel E IL TOPO RISE La scrittrice israeliana in Italia per presentare il suo nuovo romanzo, pubblicato da Atmosphere e tradotto in italiano da Olga Dalia Padoa. Dal testo è stata tratta un’opera lirica ed è in preparazione il film.Il romanzo è scritto in 5 parti: storia, leggenda, poesia, fantascienza e diario, la creazione di un ciclo di 150 anni. Inizia, nel 1999, con la storia di una bambina di cinque anni, come racconterà alla nipote anni più tardi. La bambina è lei (ora la nonna) che fu affidata dai genitori ad una famiglia di agricoltori che vivevano in un remoto villaggio. Lei fu nascosta in una cantina di patate, al buio per circa un anno, con poco cibo, solo un topo in sua compagnia - e violentata ripetutamente dal figlio dei contadini. La seconda parte è il diario della nonna, che getta più luce sul racconto della superstite così come sul titolo del romanzo. Il topo, secondo il mito della creazione alternativa legate dalla nonna, ha chiesto che Dio gli conceda il dono della risata, ma ben presto si rese conto del più miserabile degli errori di Dio: "... In un mondo dove i bambini devono essere nascosti. [...] Il caos non è un semplice "difetto" incidentale, ma un completo collasso del sistema. Un mondo deve essere distrutto dalle fondamenta e ricostruito fin dall'inizio". La nipote condivide poi la storia della nonna con la sua insegnante e così facendo, si innesca una catena di eventi che risuonerà per decenni a venire. Nella terza parte, in cui una raccolta di poesie scritte sulla bambina e il topo è diffusa su internet, è seguita da un rapporto di ricerca (quarta parte), scritto nel 2099 da parte di un antropologo deciso a scoprire le origini del diffuso mito della "bambina e del topo". Questo capitolo è anche una riflessione sulla natura della memoria - la sua presenza persistente coscienza dell'uomo; i suoi effetti spaventosi; la possibilità di una susseguente speranza: "Una cicatrice storica non garantisce infatti che eventi orribili non si ripeteranno; l'esistenza della memoria può, tuttavia, concedere qualche speranza". La quinta parte è il diario del prete che salva la bambina dal campo di concentramento e che, nel tentativo di ristabilire la speranza e la fede in Dio e nell'umanità, scopre di avere perso le sue speranze.E il topo rise ha a che fare con gli orrori dell’Olocausto e con la comprensione della natura umana, con la necessità di dimenticare per sopravvivere, e con la necessità di ricordare, comunque.«E il topo rise è un libro unico. A differenza di altri libri sull'Olocausto che si concentrano solo sugli eventi storici terribili, il presente romanzo fa i conti con l'atto di ricordarli». Ebookee«Questo romanzo si fonde comunque in un’indimenticabile e commovente storia che risuona nei lettori per gli anni a venire. Sarà un classico in futuro, e non saremo sorpresi di vederlo inserito in elenchi di lettura richiesti sia alla media sia a livelli di scuola superiore». Large print Reviews. Nava Semel Nava Semel (nata nel 1954 a Tel Aviv, Israele), laurata in Storia dell’Arte lavora come critico d’arte in programmi televisivi e radiofonici e per alcune riviste. Ha scritto poesie e romanzi per adulti e bambini, ha composto e tradotto fiction televisive e opere teatrali. Ha vinto numerosi premi, tra i quali l’American National Jewish Book Award di letteratura per l’infanzia, il 1994 Women Writer`s of the Mediterranean Award, il 1996 Israeli Prime Minister`s Award for Literature, il 1996 Austrian Best Radio Drama Award e il 1999 Ze`ev Award. Molti suoi racconti sono stati adattati per la televisione, il cinema e il teatro. Nava Semel è anche membro del Massua Institute of Holocaust Studies ed è membro del consiglio direttivo del Museo Yad Vashem.Da questo libro E il topo rise, è stata tratta un’opera lirica ed è in lavorazione l’adattamento cinematografico.


Nella foto in alto: il caporale Elinor Joseph, prima donna araba entrata in una unità di combattimento delle Forze di Difesa israeliane. “Guardate il berretto” dice Elinor con un grande sorriso, intervistata da Rotem Caro Weizman, esibendo con orgoglio il berretto verde che si è guadagnata completando il corso d’addestramento per entrare nel Battaglione Karakal. Nata e cresciuta in un quartiere misto arabo-ebraico della città di Haifa, si trasferì successivamente a Wadi Nisnas, il quartiere arabo dove vive tuttora. Benché avesse sempre portato al collo la piastrina di suo padre, che aveva servito nei paracadutisti, non pensava davvero di arruolarsi lei stessa. Quando lo fece, dovette affrontare l’ostilità di molti amici arabi che minacciavano di toglierle il saluto. “Ho deciso di andare avanti lo stesso e vedere quali erano i miei amici autentici. Mi era chiaro che dovevo fare qualcosa per difendere la mia famiglia e il mio paese. Io sono nata qui”. Dice d’aver poi capito che era la cosa giusta da fare. “Col tempo, quando fai le cose col cuore, ne capisci l’importanza. Alla fine mi ha sorpreso vedere come anche quelli che non volevano più parlare con me hanno accettato la mia scelta”. Secondo Elinor, essere soldato significa garantire la sicurezza per tutti i cittadini israeliani, compresi gli arabi israeliani come i suoi genitori. E ricorda quella volta che un razzo Katyusha cadde vicino a casa sua, ferendo alcuni arabi. “Se qualcuno mi dice che servire in unità di combattimento israeliane significa potersi trovare ad uccidere degli arabi, rispondo che molti più arabi sono uccisi da altri arabi”. “In fin dei conti – conclude – questa sarà sempre la mia casa, e sono convinta che, nonostante tutto, prima o poi verrà la pace”.(Da: northshorejournal.org, 28.7.2010) http://www.israele.net/


“Fiera di contribuire alla difesa del mio paese”

Può una persona essere araba e al contempo un buon cittadino israeliano al punto da voler difendere il proprio paese in uniforme? A quanto pare la risposta è sì. Basta chiede a Shirin Shlian, soldatessa ventenne delle Forze di Difesa israeliane, originaria di un villaggio arabo della Galilea, il cui compito nell’esercito è quello di incoraggiare gli studenti delle scuole superiori ad arruolarsi nelle forze armate. Di più, ad arruolarsi nelle unità combattenti.Visto che non mancano giovani ebrei israeliani che fanno di tutto per sottrarsi all’obbligo di leva, la vicenda dalla famiglia araba Shlian appare abbastanza sorprendente. Shirin non è l’unico membro della famiglia che serve nelle Forze di Difesa israeliane: un suo fratello è maggiore in un’unità di combattimento, mentre un altro fratello presta servizio nella polizia di frontiera.“Molti arabi ed ebrei mi chiedono come mai mi sono arruolata nelle Forze di Difesa israeliane – dice Shirin ai suoi amici nella città di Nazareth Illit, nel nord di Israele – Specie gli ebrei quando sentono che sono araba e si stupiscono. Deve essere la buona educazione che ho ricevuto in famiglia. Sorrido a tutti e non litigo con nessuno”.Shirin si è arruolata diversi mesi fa ed ha seguito un corso per giovani istruttori. Come parte dei suoi compiti, va nelle scuole superiori di Nazareth Illit a parlare di reclutamento nelle forze armate con gli studenti degli ultimi e penultimi anni. “Tengo loro delle lezioni sull’avviso di coscrizione, sul servizio di leva nelle Forze di Difesa israeliane e sulle mansioni che offre l’esercito. Poi ho degli incontri a tu per tu coi singoli studenti con l’obiettivo di incoraggiarli a dare il loro contributo prestando servizio in modo significativo. Gli studenti si congratulano con me per la mia decisione di arruolarmi volontaria [i cittadini arabi d’Israele sono esentati dal servizio di leva obbligatorio, ndr] per dare il mio contributo al paese”.Ad ogni modo, quando torna a casa, nel suo villaggio, Shirin si toglie la divisa e indossa abiti civili per evitare qualunque genere di frizione con coloro che potrebbero disapprovare la sua scelta. “Non ho paura di nessuno – tiene comunque a precisare – e non ho mai ricevuto nessun tipo di minaccia”. E conclude: “Sono molto fiera del mio servizio militare. Avevo sempre desiderato entrare nell’esercito e dare il mio contributo alla difesa del mio paese”. Shirin dice che anche il suo ragazzo è d’accordo e l’ha appoggiata nella sua scelta.Di lei, il sindaco di Nazareth Illit, Shimon Gapso, parla solo bene. “Il soldato Shirin – dice – è un esempio positivo. Ci sono molti come lei, qui a Nazareth Illit: una città che rappresenta la coesistenza fra tutte le componenti della società israeliana”.(Da: YnetNews, 19.1.12) http://www.israele.net/

Gaza: ancora balle dall’ONU. Preso per buono un incredibile rapporto palestinese

Siamo ormai oltre il ridicolo. Mentre nel mondo ci sono crisi umanitarie che mietono milioni di vittime, governi che sparano sui loro cittadini inermi e ogni tipo di violazione dei Diritti Umani, le Nazioni Unite perdono tempo dietro a un rapporto sulla inesistente crisi umanitaria a Gaza scritto dagli stessi palestinesi o da organizzazioni a loro vicine.

Secondo la relazione annuale sulle condizioni umanitarie dei palestinesi pubblicata ieri dalle Nazioni Unite, il blocco israeliano su Gaza sarebbe una “punizione collettiva” che determina una situazione umanitaria insostenibile per la popolazione. Scarsità di cibo, mancanza di servizi sanitari, mancanza di sicurezza e istruzione carente sarebbero solo alcune delle conseguenza di questa “punizione collettiva” inflitta da Israele ai poveri palestinesi.Secondo il rapporto palestinese, presentato durante una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il numero delle vittime civili deceduti a causa delle restrizioni, tra Gaza e la Cisgiordania, nell’ultimo anno sarebbe salito del 30%, dati smentiti da tutti gli organismi internazionali (Croce Rossa in testa) ma presi per buoni dall’Onu. Secondo il rapporto palestinese poi a Gaza ci sarebbe anche una gravissima crisi alimentare. Peccato che cibo e altri tipi di alimenti entrino con regolarità a gaza ma vengono presi in consegna da Hamas che invece di distribuirli gratuitamente li fa pagare, come riportato da diverse Ong che hanno operato nella Striscia di Gaza prima di essere espulse perché si rifiutavano di cedere il controllo degli aiuti umanitari al gruppo terrorista palestinese. Se quindi una colpa c’è non è da attribuirsi a Israele ma ad Hamas. Ma anche su questo l’Onu ha allegramente sorvolato.Sorvoliamo poi su quello che i rapporto palestinese dice sulle condizioni della popolazione nella West Bank, una accozzaglia di balle incredibili se si tiene in considerazione che solo in quell’area nello scorso anno si è assistito ad una crescita economica superiore al 35% (il 30% a Gaza). Nemmeno Paesi come la Cina, l’India o il Brasile hanno una crescita così marcata. Eppure anche su questo l’Onu ha sorvolato allegramente.E così, dopo aver preso per oro colato il rapporto palestinese, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è tornato a chiedere a Israele di riprendere i negoziati di pace (ma non erano i palestinesi a rifiutarli?) e a cedere alle richieste palestinesi nel nome della “pace regionale”.La risposta da Israele è arrivata immediatamente attraverso l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Ron Prosor: «il Consiglio di Sicurezza farebbe bene a occuparsi delle vere crisi umanitarie come quella a cui si assiste in Somalia dove quattro milioni di somali rischiano di morire per fame, invece di stare dietro a finte crisi umanitarie come quella di Gaza».Miriam Bolaffi, http://www.secondoprotocollo.org

I 9 film stranieri candidati all’Oscar

L’Academy ha comunicato mercoledì sera la lista dei 9 titoli ancora in gara per il premio Oscar come miglior film straniero. Tra questi verranno scelti i cinque candidati ufficiali che saranno annunciati, con le altre nomination, durante una cerimonia martedì 24 gennaio alle 17,30 ora locale (le 2,30 di mercoledì in Italia). Gli Oscar saranno assegnati domenica 26 febbraio. Dalla lista iniziale di 63 titoli sono stati esclusi, tra gli altri, il vincitore del Premio del Pubblico al Festival di Toronto “Et maintenant, on va où?” della libanese Nadine Labaki, “Once Upon a Time in Anatolia” del turco Nuri Bilge Ceylan premiato dalla Giuria di Cannes e “Le Havre” (in italiano “Miracolo a Le Havre”) di Aki Kaurismaki. E “Terraferma”, il film di Emanuele Crialese che rappresentava l’Italia e che era stato premiato dalla Giuria di Venezia nel 2011. È dalla candidatura del 2006 di Cristina Comencini con “La bestia nel cuore” che nessun film italiano è in gara per gli Oscar. L’ultimo Oscar vinto da un film italiano risale al 1999 quando Roberto Benigni ritirò dalle mani di Sofia Loren il premio per “La vita è bella”.I film confermati dall’Academy sono:...........“Footnote” di Joseph Cedar (Israele): un padre (Eliezer) e un figlio (Uriel) sono entrambi professori alla Hebrew University e vogliono aggiudicarsi il prestigioso Premio Israele. Uriel fa di tutto perché vinca il padre e così sembra quando a Eliezer viene notificata l’imminente attribuzione. Ma c’è un errore: una segretaria distratta ha fatto confusione e il vincitore è Uriel. A partire da quel momento, i rapporti tra i due si fanno complicati..............http://www.ilpost.it/2012/01/19/i-9-film-stranieri-in-corsa-per-loscar/

MATRIMONIO MASSA PER 50 DETENUTI LIBERATI PER SHALIT

(AGI) Gaza - Cinquanta detenuti palestinesi liberati da Israele nello scambio di prigionieri per la liberazione del caporale Gilad Shalit si sono sposati in un matrimonio di massa organizzato da Hamas nella Striscia di Gaza. La cerimonia e' stata celebrata nel pieno rispetto della tradizione islamica ed e' stata presenziata dal capo del governo Ismail Haniye. Gli sposi erano vestiti di nero e le loro consorti, che indossavano abiti bianchi, sono arrivate in macchine abbellite con fiori.
Le coppie erano separate durante la funzione.

Operazione Qumran

Da febbraio a Gerusalemme un’équipe italiana al lavoro sui materiali archeologici rinvenuti negli Anni 50. Sveleranno gli ultimi misteri dei Rotoli
del Mar Morto

La storia era una di quelle a cui si crede volentieri. Il pastorello beduino che pascola il gregge, una pecora che se ne va per conto suo, lui che la insegue in una grotta e dentro alcune giare di terracotta trova un tesoro. I Rotoli del Mar Morto: la più grande scoperta archeologica del secolo scorso, assieme alla tomba di Tutankhamon, ma ben più densa di implicazioni politico-religiose, conflitti accademici, intrighi internazionali. Il racconto «funzionava», un misto di Alì Babà e della parabola evangelica della pecora smarrita.«Peccato che la realtà fosse un po’ più complicata», fa notare Marcello Fidanzio, coordinatore scientifico dell’Istituto di Cultura e Archeologia delle Terre Bibliche di Lugano, professore di Ebraico biblico alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Milano. Insieme con Riccardo Lufrani, Fidanzio è a capo dell’équipe italiana che dal 1˚ febbraio sarà a Gerusalemme, incaricata di studiare e pubblicare i materiali scavati negli anni 50 nel sito di Qumran, sulla costa nord-occidentale del Mar Morto, presso le grotte dei famosi rotoli che contengono, tra l’altro, alcuni tra i più antichi manoscritti della Bibbia. L’archeologia è la chiave per comprenderli meglio, dopo sessant’anni di ricostruzioni fantasiose.Il ritrovamento, secondo la versione ufficiale, risale al 1947. Merito di un certo Muhammad ed-Dibh («il Lupo») e forse di un altro paio di beduini ta’amireh. Ma in realtà pare che si debba risalire più indietro, agli ultimi mesi del ’46. E forse quei beduini non erano tanto pastori, quanto contrabbandieri in cerca di nascondigli per la loro mercanzia. «Ma il fatto più triste», dice Fidanzio, «è che tutte le prime testimonianze convergono su uno stesso punto: che la pergamena di cui è fatta la maggior parte dei rotoli era un materiale molto utile per fabbricare i legacci dei sandali…». Con ogni probabilità alle grotte che punteggiano la falesia di Qumran avevano già attinto altri in passato, come è suggerito anche dalla constatazione che molte giare vennero rinvenute vuote. Del resto in questa zona già nel III secolo d.C. erano stati ritrovati manoscritti biblici: lo riferisce Eusebio di Cesarea nella Storia ecclesiastica (324 circa), raccontando che Origene se ne sarebbe servito per redigere la sua Esapla .Quel che è certo è che, con le 24 sterline ricavate dalla vendita del bottino a un mercante di nome Kando che aveva la bottega nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, Muhammad il Lupo si comprò un fucile, venti capre e una moglie e cambiò vita. L’antichità dei manoscritti era stata riconosciuta da Eleazar Sukenik, insigne archeologo dell’Università ebraica di Gerusalemme, nel novembre del ’47. Da quel momento la caccia ai rotoli, quelli nascosti nelle altre grotte di Qumran, poteva dirsi aperta. Pochi giorni dopo, però, il 29 novembre, l’Onu votò la partizione della Palestina tra arabi e ebrei. Seguì il 14 maggio ’48 la dichiarazione unilaterale che sancì la nascita dello Stato di Israele. E, il giorno dopo, lo scoppio del primo conflitto arabo-israeliano. Per un paio di anni, fino a quando la Cisgiordania venne annessa dalla Giordania, la zona di Qumran fu off-limits. Cessate le ostilità, le ricerche potevano riprendere, con gli archeologi di tutto il mondo (ma con l’importante esclusione degli israeliani, ossia i più interessati) pronti a contendere il tesoro ai beduini, che erano avvantaggiati dalla conoscenza dei luoghi. Alcune grotte erano raggiungibili soltanto calandosi per una trentina di metri sul fianco della falesia, altre distavano fino a due chilometri dal sito.In mezzo a tutte queste complicazioni, l’incarico di condurre gli scavi fu affidato a un domenicano francese, Roland de Vaux, ferratissimo storico e archeologo direttore dell’École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme. I lavori si protrassero fino al 1956, quando la seconda guerra arabo-israeliana, conseguente alla crisi di Suez, impose un nuovo stop. Ma il grosso era fatto: centinaia di grotte erano state ispezionate, e undici di queste avevano restituito importanti rotoli, per un totale di circa 900 manoscritti in decine di migliaia di frammenti. Restava da studiarli e pubblicarli. Nel 1959 De Vaux, che in tutti quegli anni aveva pubblicato periodici rapporti sulla Revue biblique , propose la sua teoria: Qumran era il sito comunitario degli Esseni, una setta che intorno al 150 a.C. si era staccata da Gerusalemme, in opposizione all’«empia» ellenizzazione dell’ebraismo, per praticare il lavoro, la preghiera e l’osservanza della purità rituale; e i rotoli erano la loro biblioteca, nascosta nelle grotte per metterla in salvo, al tempo della rivolta antiromana culminata nella distruzione del Tempio, nel 70 d.C.«La teoria sembrava convincente», osserva Fidanzio, «perché molti dei primi manoscritti erano relativi alle norme della vita comunitaria essenica. Ma, proseguendo gli studi, si constatò che solo una parte dei documenti rimandava agli Esseni, gli altri attestavano tendenze religiose diverse e anche divaricanti. Qualcuno, poi, risaliva addirittura al III secolo a.C. Il limite di De Vaux fu di mischiare la descrizione e l’interpretazione». Riesaminando i materiali, dopo la sua morte prematura, nel ’71, si aprirono molti interrogativi. Per esempio: come spiegare le tracce di decori architettonici - mosaici, fregi, colonne, ceramica fine - in una comunità pauperista di celibi? E l’abbondanza di monete, che sembra attestare un’attività economica rilevante? E perché nella necropoli alcuni corpi, anziché essere sepolti in un telo, secondo l’usanza ebraica, erano composti entro bare, indizio probabile che vennero trasportati qui da un altro luogo?Per rispondere a queste domande sarebbe stato necessario un esame approfondito dei materiali archeologici. Ma intanto un’altra guerra, quella dei Sei giorni, nel giugno ’67, aveva nuovamente capovolto la situazione e bloccato tutto. Al termine del blitz Israele aveva occupato, tra l’altro, la parte Est di Gerusalemme, dove i reperti erano depositati nel Museo Rockefeller. Non essendo stata riconosciuta l’annessione, per vent’anni nessun archeologo vi mise piede. Intanto i rotoli erano stati portati nel Museo d’Israele, oggetto di tensioni con la Giordania che periodicamente li rivendica. Il gruppo internazionale e interreligioso creato da De Vaux per lo studio dei manoscritti procedeva a rilento, alimentando illazioni (circolò anche una «teoria del complotto», secondo la quale nei rotoli erano contenuti documenti scottanti che il Vaticano voleva tenere nascosti). All’inizio degli anni 90 fu così istituita una nuova commissione che è finalmente riuscita a pubblicare tutti i manoscritti realizzando microfiches e foto all’infrarosso.Per quanto riguarda i materiali di scavo, rimasti «dormienti» dalla metà degli anni 50, nel 1987 l’École Biblique incaricò dello studio un altro frate domenicano, l’archeologo Jean-Baptiste Humbert, sotto la cui supervisione opererà dai prossimi giorni la squadra italiana. La sua ipotesi è che Qumran abbia attraversato diverse fasi: nella prima metà del I secolo a. C. vi sarebbe sorta una residenza di tipo ellenistico (la pianta è la stessa della Casa del Governatore a Dura Europos, in Siria), sulle cui rovine si era in seguito insediato un piccolo gruppo permanente dedito all’ospitalità dei pellegrini, che nei giorni della Pasqua si rifiutavano di compiere i riti al tempio di Gerusalemme. Nell’imminenza dell’arrivo dei Romani, sarebbero stati nascosti qui tanto documenti propri dell’insediamento, quanto materiale proveniente da più lontano. Per Fidanzio e colleghi, in attesa di qualche sponsor che sostenga la loro ricerca priva di finanziamenti pubblici, il lavoro si prospetta lungo, con la possibilità di aprire scenari del tutto nuovi anche per quanto riguarda l’interpretazione dei testi. «Faremo come per i rotoli: cercheremo di pubblicare ogni cosa il più rapidamente possibile, in modo gli studiosi di tutto il mondo possano dare il loro contributo». Maurizio Assalto, http://www3.lastampa.it

Poisoned - La Zombie Comedy Israeliana di David Lubetzky

Bino Aharonovitch è un leggendario eroe di guerra in Israele. Suo figlio Danny è l'esatto opposto. Il ragazzo lavora infatti come semplice sorvegliante e manutentore in una base militare, la sede di un corpo d'elite dell'esercito, subendo ogni giorno le urla e gli improperi del suo dispotico capitano. Un giorno arriva alla base la bella Maya, una sua ex compagna di liceo. La ragazza, anche lei nel corpo militare, è giunta sul posto con l'incarico di distribuire ai soldati dei vaccini, che però presentano dei leggeri effetti collaterali che trasformano l'intera truppa in un'orda di zombi.Danny e Maya dovranno quindi unire le proprie forze per riuscire a sopravvivere, ma il ragazzo, come si diceva all'inizio, non possiede proprio l'indole del guerriero del suo grande padre. Mentre Maya si farà strada a colpi di mitra, lui farà tesoro della propria esperienza in fatto di giardinaggio e fai da te, difendendosi con cesoie, tosasiepi, martelli e vari utensili.Sembra divertente questa nuova 'zomedy' israeliana dal titolo Poisoned. Il regista, sceneggiatore è David Lubetzky, che ha realizzato il film con il contributo della Tel Aviv University Film School e l'ausilio di alcuni fondi pubblici in Israele.Poisoned è stato presentato con successo all'Icon TLV Fantastic Film Festival a Tel Aviv.
A voi una serie di Trailer e video.http://www.splattercontainer.com/news/view.php?id=2762&movie_id=2423


Nell’era della cyber-jihad

Una serie di attacchi da parte di vari hacker (pirati informatici) arabi contro siti web israeliani ha suscitato la reazione di hacker israeliani, scatenando negli ultimi giorni una sorta di cyber-guerra via internet.Tutto è iniziato un paio di settimane fa quando un sedicente hacker saudita che si firma “0xOmar" ha attuato la sua minaccia di pubblicare sul web informazioni dettagliate su migliaia di carte di credito israeliane. Poi, lunedì scorso, un gruppo di hacker pro-palestinesi chiamato “Nightmare” (incubo), col quale "0xOmar" dice d’aver “fatto squadra”, ha attaccato e danneggiato i siti web israeliani della Borsa di Tel Aviv, della compagnia aerea El Al e della First International Bank. “Voglio colpire/danneggiare Israele in ogni modo possibile – ha scritto "0xOmar" in una e-mail inviata a YnetNews – Nessuno al mondo mi può arrestare, è impossibile trovarmi e io continuerò ad attaccare Israele. Aspettate e vedrete”.Per tutta risposta, martedì sera un gruppo di hacker israeliani ha attaccato i siti web della Borsa Tadawul di Riyadh (Arabia Saudita) e della Borsa ADX di Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Sempre martedì, gli hacker israeliani hanno diffuso su internet una lista di migliaia di e-mail e password di Facebook sauditi. “Di solito non prendiamo di mira siti web innocenti – hanno comunicato gli hacker israeliani – ma questa è una cyber-guerra ed ogni guerra fa vittime. Se gli attacchi degli hacker sauditi continueranno, passeremo alla seconda fase, paralizzando i siti web per periodi più lunghi, settimane o anche mesi. Si considerino avvertiti”.“La cyber-guerra è efficace”, ha proclamato mercoledì Tareq Mohammed Al-Suwaidan, eminente imam del Kuwait, sul suo account di Twitter che è seguito da più di 240.000 “follower". Secondo Al-Suwaidan, i recenti attacchi informatici arabi a istituzioni finanziarie israeliane “sono efficaci esempi di jihad informatica che daranno grandi risultati, ad Allah piacendo; per cui – aggiunge – occorre unire gli sforzi di tutti gli hacker in un’unica rete di cyber-jihad [guerra santa] contro il nemico sionista”. Dal canto suo, Abdulrahman al-Kharraz, membro di un comitato anti-israeliano in Kuwait, ha espresso il proprio entusiasmo per gli attacchi elettronici contro Israele scrivendo che “gli ricordano Yahya Ayyash”, il terrorista palestinese di Hamas detto “l’ingegnere” che fu tra gli inventori delle cinture esplosive per attentati suicidi (e che morì nel 1996 per l’esplosione del suo cellulare).“Quando sono state fatte trapelare le informazioni sulle carte di credito di cittadini israeliani mi sono infuriato, così ho deciso di passare all’azione e ho formato un gruppo di hacker pro-Israele per reagire alle minacce dirette contro Israele nelle ultime settimane”, ha scritto mercoledì su YnetNews un hacker israeliano che si firma Yoni. “Per trovare le persone disposte a partecipare all'attività del gruppo, che è illegale, c’è voluto più tempo del previsto – continua Yoni – La maggior parte delle mie richieste venivano respinte per una ragione: le leggi informatiche israeliane puniscono gli abusi on-line con una pena fino a cinque anni. Tuttavia, alla fine sono riuscito a mettere insieme un gruppo di persone che credono negli stessi principi e disposte a sacrificarsi, se necessario, pur di dare una risposta adeguata all’hacker saudita. Come squadra, siamo riusciti a dotarci di un ‘arsenale di risposte’. D’ora in poi, tutto quel che resta da fare è aspettare il momento giusto per utilizzare le informazioni in nostro possesso. Per me come leader del gruppo – conclude Yoni – è molto importante sottolineare che noi non operiamo contro nessuna nazionalità specifica, ma che sarà colpito chiunque agisca contro i principi del nostro gruppo, senza riguardo a sesso, religione o ideologia. Inoltre voglio sottolineare che ci dispiace per eventuali danni a innocenti, che cerchiamo di evitare il più possibile”.Il ministro israeliano per i servizi di intelligence, Dan Meridor, ha criticato mercoledì gli attacchi a siti arabi da parte di hacker israeliani. “Non vi è nessuna prova concreta che gli hacker aggressori fossero davvero sauditi” ha detto Meridor a Israel Radio, ed ha aggiunto: “Iniziative individuali da parte di hacker israeliani per attaccare hacker sauditi o di qualunque altro posto sono inefficaci, e non devono essere fatte a nome di Israele”.Nel frattempo, fonti dei servizi di sicurezza (Shin Bet) hanno spiegato a YnetNews che nessun sistema vitale on-line è stato compromesso dai recenti attacchi informatici a siti web israeliani. Secondo la National Information Security Authority, che opera per conto dei servizi di sicurezza, gli hacker non sono riusciti a penetrare nessun sistema infrastrutturale strategico come la Compagnia dell’Acqua, quella dell’Elettricità o sistemi di comunicazione. A differenza dei siti privati o anche di quelli usati dalle società di carte di credito, i sistemi infrastrutturali individuati dal governo come vitali godono di livelli di protezione e di crittografia ben più elevati, e sono costantemente monitorati dai servizi di sicurezza contro eventuali attacchi terroristi o tentativi di spionaggio, informatici o di altra natura.“C’è differenza – spiega una fonte della sicurezza israeliana – fra qualcuno che penetra in un sito web israeliano e ne sostituisce per qualche ora la homepage con una pagina di slogan in arabo, o ruba dati di carte di credito, e qualcuno che penetrasse nei sistemi strategici che controllano l'acqua e l’energia, o nei miliardi di fondi statali. Certo, al giorno d’oggi non occorrono per forza i missili per spargere il terrore fra milioni di persone: basta riuscire a penetrare nei database classificati di un paese per causare danni potenzialmente catastrofici”.“Un’escalation di attacchi informatici può diventare una vera minaccia per la stabilità di Israele, la guerra virtuale contro Israele è una minaccia concreta alla sicurezza – ha commentato lunedì il ministro per la diaspora, Yuli Edelstein – Non bisogna cadere nella paranoia, ma come abbiamo visto, qui si tratta di atti di violenza che mirano a destabilizzare Israele”.“Le strutture strategiche non sono state colpite – ha confermato il ministro per il miglioramento dei servizi governativi, Michael Eitan – Ma il vero danno che questi attacchi possono provocare è una diminuzione del flusso di informazioni on-line, così come il traffico stradale si blocca quando c’è un incidente. Ma noi non dobbiamo permettere che questi hacker interrompano lo sviluppo informatico. Israele è un paese tecnologicamente avanzato e come tale può essere più vulnerabile a tali attacchi. Questo significa che le autorità di stato e di governo hanno il compito di preservare con estrema attenzione la sicurezza delle informazioni relative alle infrastrutture vitali”. (Da: YnetNews, Ha’aretz, israele.net, 17-18.1.12) http://www.israele.net/

Israele,spettacolare esercitazione para'

Migliaia di paracadutisti hanno simulato scenari estremi

(ANSA) - TEL AVIV, 18 GEN - La intera Brigata dei paracadutisti ha condotto la scorsa notte, in una localita' imprecisata di Israele, la piu' grande esercitazione negli ultimi 15 anni, ed una delle maggiori in tutta la sua storia. Lo ha reso noto il portavoce militare. Nella simulazione, aggiunge il sito di questioni militari 'IsraelDefense', sono stati impiegati un migliaio di paracadutisti che hanno simulato ''scenari estremi''.

Mo: Israele, Livni allo scontro finale per guida Kadima

Tzipi sfidata da 2 rivali interni, partito crolla in sondaggi


Tzipi Livni Tzipi Livni
(di Aldo Baquis) (ANSAmed) - TEL AVIV - A sei anni esatti dall'inizio dello stato di coma di Ariel Sharon, il suo progetto politico - il partito centrista Kadima - rischia di spegnersi anch'esso, mentre al vertice infuriano lotte al vetriolo fra la leader Tzipi Livni e due contestatori: l'ex ministro della Difesa Shaul Mofaz e l'ex capo dello Shin Bet (sicurezza interna) Avi Dichter.Sottoposta da mesi ai loro sferzanti attacchi, oggi la Livni ha rotto gli indugi e ha annunciato che le elezioni interne fra le decine di migliaia di membri saranno anticipate alla fine di marzo. Lei - ha aggiunto in un conferenza stampa - intende vincerle, per poi ingaggiare una battaglia senza quartiere col premier Benyamin Netanyahu, nell'intento di sconfiggere "il suo governo estremista" e di dare finalmente agli israeliani "un futuro, e la speranza".Mofaz, un generale della riserva, ha subito esultato: "Oggi é terminata la carriera della Livni. Sarò io a misurarmi con Netanyahu - ha precisato - e a diventare il prossimo primo ministro".Ma negli uffici di Kadima sono giunti stamane gli ultimi, disastrosi sondaggi. Se le elezioni si svolgessero oggi - e non, come previsto, alla fine del 2013 - il principale partito di opposizione si schianterebbe: Kadima passerebbe dagli attuali 28 seggi alla Knesset (su 120) ad appena 11. Diversamente dal Likud, che salirebbe dagli attuali 27 a 33.Il motivo immediato di tanto sfacelo ha nome e cognome: Yair Lapid, il celebre e fascinoso 'anchor-man' della televisione commerciale Canale 2, che due settimane fa ha deciso di abbandonare la carriera giornalistica per dar vita ad una formazione centrista, piena di nomi celebri. Nel sondaggio odierno le vengono assegnati 13 seggi. A quanto pare, molti provengono dai delusi di Kadima.Fra le ragioni profonde della crisi della partito della Livni vengono citate una opposizione 'anemica' al governo Netanyahu; un forte ritardo nel rilevare l'importanza della protesta sociale che la scorsa estate ha investito le piazze di Israele; una serie incessante di scandali nell'apparato del partito.Ma l'esperienza insegna che la Livni - una ex agente del Mossad - ha carattere da vendere e che non si lascerà intimidire dall'ex generale e dall'ex '007'.La questione principale, fanno notare alcuni analisti, è quali ripercussioni avranno le elezioni interne sul futuro di Kadima. In particolare: se il dirigente sconfitto accetterà serenamente il verdetto, oppure compirà una scissione. Le dichiarazioni odierne della Livni e di Mofaz fanno temere che allo stato attuale in Kadima non ci sia più posto per entrambi.

Israele: la legittimazione non viene dalla Shoah

Lo storico George Bensoussan apre il calendario culturale del Meis

Sala gremita per la prima conferenza ospitata dal Meis, il Museo dell’ebraismo italiano e della Shoha. Per inaugurare il calendario dei propri appuntamenti culturali la Fondazione che gestisce lo spazio museale è riuscita a chiamare a Ferrara George Bensoussan, responsabile editoriale della Shoah di Parigi, professore alla Sorbona ed autore di numerose ricerche sulle tematiche relative allo stato di Israele e al movimento sionista. La sua conferenza ha aperto il programma delle numerose iniziative che, dislocate in vari luoghi della città, nei giorni a venire prepareranno la cittadinanza al 27 gennaio, Giornata della Memoria.

Introdotto da Raffaella Mortara, consigliere della Fondazione Meis nonché curatrice delle tre mostre attualmente allestite nella palazzina, e dalla direttrice dell’Istituto di storia contemporanea Anna Quarzi, Bensoussan ha voluto in questa occasione tralasciare gli aspetti più noti della vicenda ebraica del dopoguerra, per concentrarsi su alcune questioni irrisolte e di cui raramente si sente parlare, relative al luogo comune che vorrebbe lo stato di Israele “legittimato” dalla tragedia dello sterminio nazista.“Questa teoria dimentica sessant’anni di storia, di costruzione economica, politica e culturale – ha sottolineto più volte lo storico -. A Gerusalemme l’università in lingua ebraica è stata fondata nel 1925, la compagnia nazionale di trasporto nel 1935, uno dei quotidiani più importanti risale nasceva addirittura nel 1919. La Shoah ha reso fragile Israele da un punto di vista demografico, portandogli via centinaia di migliaia di uomini e donne che avrebbero potuto contribuire alla sua crescita, ma non bisogna credere che da essa abbia potuto nascere uno stato. La compassione non ha nulla a che vedere con la decisione presa nel 1947 a New York, quando l’Onu stabilì la creazione di due stati, Israele e Palestina”.Bensoussan ha esplorato inoltre la complessità dei sentimenti che hanno inizialmente indotto gli ebrei di Israele a rapportarsi freddamente con i sopravvissuti arrivati dai campi: un misto di senso di colpa per non essere potuti intervenire in Europa, di aggressività derivante dal disprezzo che il sionismo ha sempre nutrito nei confronti degli ebrei della diaspora – “considerati deboli, incapaci di rivolta” – e di sospetto “quando iniziarono a circolare le prime voci sull’inferno che quelle persone dovettero attraversare”.“La vittima veniva considerata in ogni caso dalla parte del torto: se era morta nei campi aveva sbagliato perché non aveva saputo difendersi, se era sopravvissuta perché chissà quali compromessi aveva finito per accettare” ha concluso lo studioso.Il Meis continuerà il proprio percorso di approfondimento sulle vicende della Shoah mercoledì primo febbraio, con la tavola rotonda “La conservazione della Memoria nell’era digitale”. http://www.estense.com/?p=192440


Aspic di Frutta

Ingredienti per 4 persone:100 ml di succo di arancia 400 ml di acqua 150 gr di zucchero 4 fogli di gelatina 400 gr di frutti di bosco fragole qb rum qb Procedimento 1. Spremere le arance. 2. Unire all'acqua lo zucchero in un pentolino su fiamma bassa. 3. Mettere a bagno la gelatina. 4. Filtrare il succo di arancia 5. Tagliare in 4 le fragole. 6. Unire il succo allo sciroppo. 7. Aggiungere anche il rum e la gelatina strizzata. 8. Riempire la forma da plum cake con tutta la frutta. 9. Versare lo sciroppo sulla frutta e mettere in frigo per qualche ora a riposare. 10. Servire guarnendo con altra frutta fresca e zucchero a velo. http://imenudibenedetta.blogspot.com/


Israele - La fibra ottica che collega Tel Aviv a Bari

La compagnia israeliana Bezeq International e Alcatel-Lucent hanno lanciato commercialmente un nuovo cavo sottomarino di comunicazioni ad altissima velocità che collega Israele e Italia. Questo sistema in fibra ottica superveloce denominato Jonah attraversa per 2.300 chilometri il Mar Mediterraneo e punta a soddisfare il dinamico mercato delle telecomunicazioni di Israele che mostra uno dei più alti tassi di penetrazione della banda larga su rete fissa e mobile del mondo.http://www.moked.it/



Vivere davvero

Le bombe; i kamikaze; il negazionismo; la propaganda ideologica anti-sionista e antisemita; l'avversione di destra e di sinistra; l'odio islamista; un odio indeterminabile che potrebbe sorgere dalla palude umana; fazioni opposte che progettano insieme la criminalizzazione di ogni esistenza ebraica: ognuna di tali questioni è estremamente seria, e tutte insieme hanno posto in uno stato di allerta difensiva la persona ebraica, protesa in un vano, surreale sforzo di decostruire le menzogne, smascherarle, ridicolizzarle. Quasi che fosse divenuto possibile vivere, se vogliamo chiamarlo vivere, urlando ogni minuto: "Non è vero". Ahinoi, è tutto risibilmente inutile se l'azione è meramente difensiva: bisognerà cambiare passo, dire quello che c'è da dire, criticare quello che c'è da criticare, parlare e sognare di altro, uscire da questo cerchio buio: la vita ci richiede un'estenuante veglia. Ci vorranno anni, forse decenni, per ricostruire ide personali o collettive che non siano solo idee dettate dall'esigenza di schierarsi; anni per realizzare ponti verso le società nazionali nelle quali viviamo, costretti a parlare unicamente e angosciosamente di noi stessi. Anni per vivere normalmente, anche se non c'è più niente di normale. Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/


L'inciampo

La soluzione inaspettata del caso sul furto delle pietre d’inciampo mi stimola ad alcune riflessioni. Diamo per scontato che l’autore del furto/demolizione dica il vero e non abbia cercato di nascondere un atto antisemita per paura delle conseguenze. Ma riflettiamo sulle sue argomentazioni:1.Innanzitutto, le pietre d’inciampo gli sembravano, così poste davanti a casa sua, un cimitero. Insomma, ci è proprio inciampato sopra! Ha dovuto pensare che alcune persone sono state trascinate a forza da quella casa verso il campo di sterminio. L’idea gli è riuscita di disturbo, tanto da pensare, eliminando le pietre, di eliminare anche l’inciampo emotivo.2.E per farlo, ha pensato bene di compiere un atto vandalico su terreno pubblico (perché il marciapiede è terreno pubblico, non privato), in un’estensione abnorme del suo diritto di proprietà: casa mia!3. Il signore in questione non è un povero analfabeta, ma un farmacista. Se non è un commesso di farmacia, si suppone che abbia fatto la facoltà di farmacia, e prima ancora una scuola superiore. Il risultato è proprio fantastico!4. Se quanto dicono i giornali è esatto, il signore in questione ha detto che le pietre erano brutte. Ne deduco che si senta autorizzato ad andare nei musei a distruggere quanto non corrisponde al suo giudizio estetico, visto che questa parola è stata da lui scomodata per il suo atto.Anna Foa, storica, http://www.moked.it


Il saluto della Capitale all’ambasciatore Meir

È un grande incontro tra popoli nel segno della musica l’arrivederci rivolto da Roma all’ambasciatore di Israele in Italia Gideon Meir che, conclusi i cinque anni di missione nella Capitale, si appresta a tornare a Gerusalemme per assumere un importante ruolo dirigenziale al ministero degli Esteri. David D’Or e Noa, Raiz e Hana Yahav: sono solo alcuni degli interpreti avvicendatisi ieri sul palco dell’Auditorium della Conciliazione per una serata di note e parole, condotta da Fabrizio Frizzi, che si declinava nel segno dell’intenso legame di amicizia tra Italia e Israele e che voleva a questo modo rivolgere un caloroso “lehitrahot” al diplomatico uscente e a sua moglie Amira. Sedevano tra il pubblico alte cariche istituzionali, grandi protagonisti della cultura e della società italiana, numerosi leader ebraici. Tra gli altri hanno voluto testimoniare la loro vicinanza il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio Mario Monti, i suoi predecessori Silvio Berlusconi e Romano Prodi, il presidente del Senato Renato Schifani, il presidente della Camera Gianfraco Fini e il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. Intervenendo sul palco in apertura di concerto e dopo le parole di stima espresse dal ministro Terzi di Sant’Agata, Meir ha tracciato un bilancio della sua quinquennale esperienza romana. “Sono stati anni straordinari, assolutamente indimenticabili. Lascio un paese che mi ha dato tanto – ha affermato l’ambasciatore – e che mi ha sempre fatto sentire a casa regalandomi emozioni, calore e stimoli”.http://www.moked.it/ a.s.


Quando si discute, le parole contano. Contano per il contenuto e il significato, ma anche per il suono e l'accento. In questi giorni si parla molto di "haredím", il collettivo degli ebrei molto osservanti delle tradizioni e, in misure variabili, in cerca di segregazione dalla società moderna. È un collettivo che è difficile da definire chiaramente, e che se proprio esiste, è peraltro eterogeneo ideologicamente, con storie e realtà diverse, frammentato fra correnti in perpetua e accanita competizione reciproca. E come tutti i gruppi umani, con le sue buone aliquote di moderazione e di estremismo, di santità e di devianza. La parola "harèd", traducibile con "timorato" ma anche "preoccupato", "impaurito", "in preda al panico", per associazione comunitaria al singolare "haredí", e al plurale "haredím", inizia in ebraico con la consonante "hèt", che produce un suono gutturale forte e profondo. Il suono della "hèt" contraddistingue le lingue semitiche e il Medio Oriente. Pochissimi in occidente la sanno pronunciare bene. Quasi tutti la confondono con la lettera "hé" che corrisponde a una semplice acca aspirata. D'altra parte, molti confondono la "hé" con la "alef", che non ha nessun suono. Ma "hèt" semmai assomiglia a una "ch". Non proprio, perché per esprimere questo suono palatale esiste la consonante "caf", purché non all'inizio di una parola quando il suo suono equivale a quello di una kappa. Ma in definitiva la "hèt di "haredím" è una consonante dal suono forte. Di conseguenza, quando in italiano si parla del collettivo, l'uso corretto dell'articolo è sempre "i haredím" e non "gli haredím", come invece si legge frequentemente in Italia sulla stampa in generale ma anche sulla stampa ebraica. Lo strafalcione va fatto notare e va corretto. Se riusciamo a metterci d'accordo sulla pronuncia e sull'uso esatto delle parole, forse poi potremo concordare anche sul loro significato e sulle loro implicazioni più profonde.Sergio Della Pergola univ ebraica Gerusalemme. http://www.moked.it/

giovedì 19 gennaio 2012

Israele: indebita ingerenza dell’Europa nelle vicende interne israeliane

Lo avevamo anticipato lo scorso 17 dicembre. L’Unione Europea, su fortissime pressioni inglesi, stava redigendo un documento a senso unico contro Israele che non solo voleva costringere Israele a cambiare politica verso le minoranze arabe, ma mirava a sottrarre al controllo israeliano diverse zone della Cisgiordania. Bene, è peggio di quello che si pensava. Ieri sera si è appreso che, partendo da quel mendace rapporto inglese, l’Unione Europea ha elaborato un documento che non solo è una spregiudicata interferenza negli affari interni dello Stato di Israele, non solo è sbilanciato completamente a favore dei palestinesi, ma è anche un vero e proprio tentativo di sottrarre a Israele il controllo di Gerusalemme Est e di costringere lo Stato ebraico a redigere una sorta di black list dei coloni considerati violenti.Anche nei giorni scorsi la Gran Bretagna, attraverso il suo Ministro degli Esteri Nick Clegg, era tornata ad attaccare la politica israeliana riguardo ai nuovi insediamenti a Gerusalemme Est chiedendo alla UE di intervenire affinché si sostenesse l’insediamento della OLP propri a Gerusalemme Est e l’abbandono da parte dei coloni degli insediamenti a favore della popolazione araba che occupa la Cisgiordania. Clegg però sembra aver dimenticato che proprio l’OLP nelle ultime settimane ha visto l’ingresso al suo interno di Hamas (un gruppo terrorista) e che Gerusalemme (tutta) è la capitale dello Stato Ebraico di Israele e che quindi non può essere divisa.Fatto sta che l’Unione Europea ha ceduto alle pressioni britanniche e ieri ha emesso un documento con alcune “raccomandazioni” rivolte allo Stato di Israele tra le quali le più incredibili sono: 1) abbandono di Gerusalemme ESt – 2) creazione di una black list dei coloni giudicati (da loro) violenti, cioè di quelli che in sostanza si difendono dagli attacchi arabi – 3) incoraggiare e favorire la rappresentanza della OLP a Gerusalemme Est lasciando il controllo totale di quella parte della città alle forze arabe. In sostanza il documento chiede esplicitamente la divisione di Gerusalemme. Ma non solo. Lo stesso documento, dando per buono lo scandaloso rapporto britannico di cui si parlava il 17 dicembre, raccomanda a Israele di cambiare la sua politica verso le minoranze arabe e condanna fermamente la recente decisione dell’Alta Corte di Gerusalemme di negare la cittadinanza a quei palestinesi sposati ad israeliani, una pratica questa molto diffusa tra i palestinesi per ottenere la cittadinanza dello Stato di Israele. Finito qui? Nemmeno per idea. Il bello deve arrivare. La UE “raccomanda” anche le aziende europee a non avere rapporti commerciali con le aziende israeliane situate a Gerusalemme Est e a non acquistare prodotti israeliani provenienti dai cosiddetti territori occupati. Un vero proprio boicottaggio.Un diplomatico europeo, intervistato ieri sera dal quotidiano Ynet, ha detto che “l’Europa si rende conto perfettamente delle implicazioni di questo documento ma che la UE è fermamente intenzionata a intraprendere misure concrete per porre fine all’espansione degli insediamenti e a promuovere la divisone di Gerusalemme”.Ancora non si registrano reazioni ufficiali dal Governo israeliano, che comunque era al corrente di questo documento tanto che nei giorni scorsi si è tenuto un meeting con gli analisti per parlarne. Di certo siamo di fronte all’ennesima clamorosa intromissione europea negli affari interni dello Stato di Israele, una intromissione faziosa, tendenziosa e in mala fede che non può passare sotto silenzio.Sharon Levi, http://www.secondoprotocollo.org/