sabato 19 febbraio 2011


POLLO FRITTO

Questa è una tipica ricetta toscana utilizzata per Hannukkà
INGREDIENTI (per 6 persone):Pollo (1 e 1/2), uova (2-3), farina (1 tazza), succo di limone (1 bicchiere), olio extra vergine d’oliva (quanto serve), aglio (6 spicchi), sale e pepe TEMPO DI PREPARAZIONE: 30 MINUTI-TEMPO DI COTTURA: 5-8 MINUTI Tagliare il pollo in piccoli pezzi, lasciarlo marinare con aglio, sale, pepe, e metà succo di limone per qualche ora; infarinarlo e passarlo nell’uovo sbattuto. Friggere in olio bollente e servire ben caldo con sopra il restante succo di limone.
La festa di Chanukkà ricorda il miracolo dell’olio, avvenuto nel 165 a.E.V., dopo la vittoria dei Maccabei su Antioco di Siria. Dopo il saccheggiamento del tempio fu trovata una ampolla d’olio piccolissima che durò otto giorni. Così la prima sera si accende una candela e ogni sera, per otto giorni se ne aggiunge una; protagonisti della festa… l’olio ed i bambini. In molti paesi, si usa preparare cibi, dolci e salati, fritti come le latkes, di origine aschenazita, frittelle di patate grattugiate, o nella tradizione toscana le frittelle di farina di castagne con uvette, pinoli e noci.http://www.morasha.it/



kibbutz Revivim - le prime strutture

Rischio paese in Medio Oriente: balzano i cds** di Israele

I cds per proteggersi dal rischio default di paesi arabi e anche di Israele mostrano come l'Islam in fiamme stia preoccupando tutta la comunità finanziaria mondiale.Il cds su Israele, che prima delle tensioni in Egitto si attestava a 112 punti base, ora sale di 5 punti base a quota 146. Il rischio paese balza in tutto il Medio Oriente, con il costo per assicurarsi contro un eventuale default del Bahrein che è balzato al massimo degli ultimi 18 mesi. Di fatto, il contratto a cinque anni è cresciuto di 24 punti base a 285 punti base, secondo i dati raccolti da Markit e diffusi da Reuters. Nel corso di questa settimana soltanto, i credit default swap che si riferiscono al rischio paese del Bahrein è aumentato di quasi 50 punti base.In rialzo anche il cds sull'Arabia Saudita (che ha riportato un aumento di 3 punti base a 127 punti base) e sull'Egitto (+9 punti base a 350 punti base). http://www.wallstreetitalia.com/**Il credit default swap (CDS) è uno swap che ha la funzione di trasferire l'esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti....


Hamas impone forti restrizioni all’importazione di … carta igienica (e non solo) prodotta in Israele …

Domenica il Ministero dell’economia di Gaza ha diramato un nuovo gruppo di limitazioni a Gaza sull'importazione di merci prodotte in Israele.L’annuncio del ministero include il divieto di capi di abbigliamento prodotti in Israele. La dichiarazione precisa che i commercianti dovranno rivolgersi al ministero per ottenere il permesso di vendere diversi altri articoli. Ma’an ha ottenuto una copia della lista degli articoli sottoposti a restrizioni prodotti in Israele, tra cui:
Sottoposte ad autorizzazioni- Mobili da ufficio e per abitazioni- Manufatti plastici- Tessuti, carta igienica- Tubi flessibili- Succhi, bevande analcoliche- Prodotti chimici- Fagioli in scatola- Biscotti, caramelle- Materiali da imballaggioIl divieto e le limitazioni si applicano soltanto alle merci fabbricate in Israele. I funzionari del governo hanno affermato che le merci prodotte in altri paesi non sarebbero soggette a limitazioni. Secondo i commercianti le merci prodotte in Israele spesso sono spesso più facili da importare, registrano scarsi ritardi e limitazioni alle dogane.
il Ministero dell’economia di Gaza ha affermato che le misure sarebbero entrate in vigore "fino a nuovo avviso". Ma’an Traduzione Hurricane 53 http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/


Hariri chiama milioni di persone in piazza per dire no a Hezbollah, Siria e Iran

La manifestazione è prevista per il 14 marzo e riprende la protesta che nel 2005 aveva portato milioni di libanesi in piazza contro l’occupazione siriana. Scontri verbali tra Israele ed Hezbollah e navi da guerra iraniane in rotta verso Suez fanno crescere la tensione in Medio oriente. Beirut (AsiaNews/Agenzie) – L’ex Primo ministro libanese Saad Hariri annuncia per il 14 marzo una marcia di un milione di persone per protestare contro Hezbollah e i suoi alleati. L’idea è quella di ripetere la protesta che il 14 marzo del 2005 aveva portato milioni di libanesi in piazza contro l’occupazione siriana, da cui prende il nome la coalizione di Hariri. Durante una manifestazione per commemorare l’assassinio del padre Rafik Hariri, l’ex premier ha affermato: “Il 14 marzo scenderemo in piazza per dire no al tradimento della convivenza tra la popolazione libanese, no alla presenza armata di Hezbollah, no a fare entrare il Libano nell’asse Iran, Syria, Hezbollah”. Hariri ha sottolineato che non entrerà a far parte del nuovo governo di Najb Mukati, eletto lo scorso 25 gennaio, grazie all’appoggio di Hezbollah. Lo scorso 13 gennaio il gruppo sciita ha abbandonato il governo di unità nazionale fondato nel 2008, costringendo Saad Hairi a rassegnare le dimissioni. La scelta del gruppo sciita è legata in modo stretto alla questione del Tribunale speciale sul Libano (Tsl), incaricato di un’inchiesta sull’assassinio – avvenuto nel 2005 - del premier Rafic Hariri, allora leader incontestato della comunità sunnita. Di fatto, l’opposizione, dominata dall’Hezbollah sciita, reclamava – e reclama ancora – che la maggioranza sconfessi quel tribunale, formato sulla base del cap. 7 della carta dell’Onu, sotto il pretesto che esso “strumento di Israele e Usa”.La crisi di potere presente in Libano e le recente caduta del presidente egiziano Mubarak hanno fatto crescere la tensione tra miliziani sciiti e Israele. Oggi, il Primo ministro israeliano Netanyahu, ha risposto alle dichiarazioni del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah che nei giorni scorsi ha dichiarato di poter prendere la Galilea in caso di un nuovo conflitto con Israele. “Hezbollah non potrà mai prendere la Galilea – ha affermato - abbiamo un forte esercito e una nazione unita e abbiamo provato a fare la pace con tutti i nostri vicini, ma l'esercito è preparato e pronto a difendere Israele contro qualsiasi nemico." Lo scontro è iniziato il 15 febbraio scorso, quando Ehud Barak, ministro israeliano della difesa, che ha citato la sconfitta dei miliziani islamici durante il conflitto del 2006, durante una visita nel nord di Israele al confine con il Libano. Intanto, preoccupano le due navi da guerra iraniane, avvistate ieri nel mar Rosso dall’intelligence israeliana, secondo la quale potrebbero attraversare nei prossimi giorni il Canale di Suez per fare rotta verso la Siria. Oggi, Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri israeliano ha definito il gesto una provocazione, ma ha sottolineato che le due navi non costruiscono una minaccia militare per Israele. Per il momento il governo ad interim egiziano ha assicurato che dall’Iran nessuno ha ancora chiesto l’utilizzo del canale. 17/02/2011 http://www.asianews.it/


Neghev - parco Timne

Fine dell’era alla Erekat?

Di Jonathan Schanzer http://www.israele.net/
Il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese Saeb Erekat ha aspramente criticato, il mese scorso, la tv AL-Jazeera per aver pubblicato documenti “riservati” relativi ai suoi negoziati di pace con Israele, sostenendo che quel reportage aveva messo in pericolo la sua vita. Tre settimane più tardi, quella che sembra essere finita è la sua vita politica.Sabato scorso Erekat ha rassegnato le dimissioni. Dalla cascata di documenti in stile WikiLeaks conosciuta come “Palestine Papers” è emersa di lui l’immagine di un uomo che era perfettamente a proprio agio, e persino in scherzosa confidenza, con i suoi interlocutori americani e israeliani, pronto a insistere per ottenere concessioni ma anche a farne a sua volta quando necessario. Nel documento a cui la maggior parte degli osservatori attribuisce la sua fine politica, Erekat fa riferimento ai profughi palestinesi come “materia di trattativa”, contraddicendo la sua posizione pubblica secondo cui i diritti dei profughi sarebbero assolutamente inalienabili.La fine dell’era Erekat mette in rilievo un infelice postulato della diplomazia in Medio Oriente: i leader palestinesi non si prenderanno alcun rischio per la pace, non diranno alla loro gente che sono necessari compromessi per porre fine al conflitto e avviare il duro lavoro di edificazione di uno stato. Al contrario, alimentano la loro popolazione con una dieta costante a base di teorie cospiratorie anti-sioniste, incolpano Israele di tutti i loro mali e imbottiscono il loro pubblico di odio contro i loro alleati, come l’America. Questa è la narrativa ultranazionalista che va avanti da decenni.Ben pochi leader palestinesi hanno il coraggio di contestare questa dottrina popolare. Erekat certamente non l’ha mai fatto. Certo, è un diplomatico esperto. Ha partecipato alla Conferenza di Madrid del 1991 e, due anni dopo, alla firma degli Accordi di Oslo sul prato della Casa Bianca (con Rabin e Arafat). Era a Camp David nel luglio del 2000 e a Taba nel 2001. Praticamente dopo ogni negoziato, però, usciva con la fronte accigliata a un linguaggio tagliente. Ogni volta attribuiva il mancato raggiungimento di un accordo all’intransigenza israeliana o alla collusione degli americani con Israele, sempre al di là del minimo accettabile per i palestinesi.Ma dopo aver letto i Palestinian Papers è lecito domandarsi: quanto di tutto questo era solo una messinscena?Nel 1995 Erekat proclamava: “Il processo di pace ci sta sfuggendo di mano per colpa della titubanza di Rabin”. Rabin, che quello stesso anno sarebbe stato assassinato, era probabilmente il miglior interlocutore di pace che i palestinesi avessero mai avuto. L’anno seguente Erekat puntava il dito contro l’inviato Usa Dennis Ross, un professionista dei negoziati di pace, dileggiandolo per il suo ottimismo sulla pace: “Forse il signor Ross vede progressi a modo suo, ma noi non vediamo alcun progresso”. Nel 1997 dava la colpa a Washington per le battute d’arresto diplomatiche, nonostante fosse sotto gli occhi di tutti che i continui attentati terroristici di Hamas rendevano quasi impossibile negoziare. “Il fatto che gli Stati Uniti non si sono mostrati fermi con Netanyahu – diceva – ha fatto perdere credibilità al processo di pace”.Quando nel 1999 il presidente Bill Clinton lanciò uno sforzo finale per la pace, Erekat sostenne che gli israeliani cercavano di garantirsi che il processo di pace fosse “distrutto ancor prima di iniziare”. Durante il vertice di Camp David del 2000 – l’occasione in cui le due parti furono più vicine che mai a firmare la pace – Erekat se ne uscì con una delle sue più madornali dichiarazioni, mortificando l’allora predominante tono di cauto ottimismo: sostenne che Israele non poteva avanzare alcuna rivendicazione storica su Gerusalemme. “Non credo – disse – che ci sia mai stato un Tempio (ebraico) sull’Haram (Monte del Tempio). Non lo credo proprio”. Quando Fatah, la fazione di Erekat, nel settembre 2000 lanciò l’intifada al-Aqsa, egli diede a Israele la colpa “di tutti gli attuali sviluppi”, pur ammettendo apertamente di avere, lui, abbandonato il tavolo delle trattative. Successivamente attaccò gli Stati Uniti per “aver accusato e bastonato i palestinesi” (per il fallimento delle trattative).Quando il presidente George W. Bush bandì dalla Casa Bianca l’allora leader dell’Autorità Palestinese, Yasser Arafat, per il suo ruolo nel fomentare le violenze, Erekat si presentò come l’uomo chiave della diplomazia. Disse: “Parlare con me, arrivare a un accordo con me, creare uno stato palestinese accanto allo stato di Israele, questo è ciò che garantirà pace e opportunità”. Corse persino voce, dopo la morte di Arafat nel 2004, che Erekat aspirasse a diventare presidente. Ma nel 2005 il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lo escluse dal suo governo. E solo quando il presidente Barack Obama resuscitò il processo diplomatico, Erekat ricomparve come figura chiave.Diplomatici navigati parevano convinti che la presenza di Erekat costituisse un vantaggio netto per il processo di pace. Ma la verità è che Erekat non si è mai assunto la responsabilità di un solo insuccesso palestinese, e non ha mai fatto il minimo sforzo di per preparare la sua gente ai compromessi che avrebbe dovuto fare. La sua uscita di scena sarebbe dovuta avvenire molto prima.(Da: Jerusalem Post, 13.2.11)


Rehovot - istituto Weizmann
SALUTE: HOMO GLOBALIS, CHI HA PAURA DEI VIP?

I successi delle celebrità minano l'autostima dei "comuni mortali". Secondo Carlo Strenger, docente di psicologia della Tel Aviv University (Israele), assistere ai traguardi raggiunti - spesso in giovane età - dai personaggi famosi, accresce il timore di valere meno.Lo studioso ha analizzato il fenomeno per 10 anni, esaminando, oltre che i suoi pazienti, anche centinaia di ricerche che avevano riscontrato un aumento dei livelli di ansia e depressione. Al termine, ha teorizzato la nascita dell'"homo globalis", un uomo creato dal sistema mediatico, che tende a confrontarsi, non più con chi ha vicino, ma con le personalità più "importanti" - da diversi punti di vista - del mondo. Ciò, avrebbe determinato da una parte l'ossessione di diventare ricchi e famosi come i personaggi del mondo dello spettacolo, dall'altra la sensazione di essere insignificanti "per non aver retto il confronto".Strenger, che ha pubblicato i risultati ottenuti in un libro intitolato “The Fear of Insignificance: Searching for Meaning in the Twenty-first Century", offre un rimedio al crescente disagio dell'uomo globale, affermando che tutti dovrebbero approfondire l'auto-consapevolezza e investire sullo sviluppo di proprie visioni del mondo. (ASCA) http://salute.asca.it/


Tel Aviv
Israele: crescono gli investimenti nel turismo

di Monica Lisi - Giovedì, 17 Febbraio 2011 http://www.travelquotidiano.com/
Il ministero israeliano del Turismo ha stanziato 740 milioni di NIS in attività di marketing per raggiungere il traguardo di 4 milioni di turisti, entrate per decine e decine di milioni di NIS oltre che 15 mila nuovi posti di lavoro. Nel dettaglio, circa 53 milioni 140 mila euro saranno destinate all’incremento del traffico aereo, basato sul posizionamento d’Israele come la Terra Santa, con Gerusalemme al suo centro. Previste nuove campagne pubblicitarie, attività di pubbliche relazioni, seminari per il tour operators ed ampliate le attività di co-marketing tra il ministero e gli operatori del turismo.Circa 75 milioni 196 mila euro saranno riservati agli investimenti e allo sviluppo delle infrastrutture, di cui circa 41 milioni 410 mila euro destinati a promuovere gli investimenti nel settore del turismo e l’incremento dell’offerta alberghiera : la costruzione, l’ampliamento e la ristrutturazione di alberghi, soprattutto a Gerusalemme , attorno al Mare di Galilea, e nella regione della Galilea. Per la fine del 2011, è prevista l’apertura di 3 mila camere d’albergo in tutto il Paese. Circa 34 milioni 89 mila euro, per lo sviluppo delle infrastrutture, compreso lo sviluppo delle città turistiche, gli itinerari, i parchi nazionali e nuovi sentieri, circa 6 milioni 15 mila euro riservati ai servizi e ai prodotti turistici, per dare un maggior supporto agli eventi religiosi e culturali, alla formazione di addetti ai servizi, compresi le guide turistiche, gli autisti di autobus, il personale della sicurezza e ad un accurato controllo del livello dei servizi negli alberghi e nei luoghi turistici. Il ministro del Turismo Stas Misezhnikov ha affermato che “il ministero del Turismo è già al lavoro per far sì che l’economia del Paese sia in grado di gestire il numero previsto di arrivi nel 2011. Il Governo è stato invitato a dare il suo sostegno alle attività di marketing del Ministero del Turismo, al suo programma di investimenti e al miglioramento del prodotto turistico al fine di raggiungere il potenziale del turismo in Israele. Va ricordato che gli obiettivi che ci siamo prefissi non mancheranno di migliorare l’immagine d’Israele nel mondo “.


Un'israeliana a Dubai...Parte 2

Shahar Peer, figlia di Israele, gioca per il secondo anno consecutivo a Dubai. Nel 2009 le negarono il visto, oggi la tensione si è allentata. E lei continua a giocare bene "Mi trovo benissimo qui". Semifinalista l’anno scorso, quest’anno è già nei quarti. Che faranno gli organizzatori se dovesse arrivare in finale? La confineranno ancora nei campi secondari?
Quando le giocatrici finiscono un match, hanno una routine ben precisa. Doccia, interviste, poi tutte in Players Lounge a chiacchierare prima di tornare in albergo. Tutte tranne una. Quando si gioca il torneo di Dubai, per Shahar Peer è tutto diverso. Ha uno spogliatoio tutto per sé, poi si deve rintanare in una specie di bunker in cui guarda qualche film in DVD in compagnia di papà Dov. L’anno scorso la sua presenza a Dubai fece rumore. Ne parlarono anche i media extra-tennistici. La notizia era troppo succosa: una giocatrice israeliana in terra araba, protetta dalle guardie e costretta a giocare sui campi secondari perché sul centrale avrebbe corso chissà quali rischi. Fece ancor più rumore perché l’anno prima le negarono il visto per entrare negli Emirati Arabi Uniti. La WTA fiutò l’incidente diplomatico: dopo averla rimborsata con punti e dollari, hanno obbligato gli organizzatori ad accettare la sua iscrizione. Non c’è offensiva militare che tenga: lo sport deve rimanere fuori da certi meccanismi. L’attenzione sul suo caso la fece giocare bene: si issò in semifinale, battendo anche la futura numero 1 Caroline Wozniacki. Quest’anno Shahar è di nuovo a Dubai: c’è meno clamore attorno a lei, ma la sua presenza non perde connotati simbolici. E continua a giocare bene: è già nei quarti di finale grazie alle vittorie su Martinez Sanchez, Dulgheru e Wickmayer (quest’ultima in rimonta: 3-6 6-4 6-1 lo score). La protezione attorno all’ex soldatessa dell’esercito israeliano (nel suo paese la leva è obbligatoria e dura tre anni, anche se ha potuto usufruire di qualche sconto riservato agli sportivi.) è inferiore, ma ci sono ancora i metal detector fuori dallo stadio. E lei è ancora confinata nella sua abitazione all’interno dell’Aviation Club, anche se continua a sostenere di sentirsi la benvenuta in una città che le hanno sconsigliato di visitare. Metal detector si, poliziotti noLa Peer e la WTA, su consiglio delle autorità locali, non sono autorizzati a fornire i dettagli sulle misure di sicurezza. Eppure Associated Press è riuscita a strappare una dichiarazione a papà Dov, il quale ha detto che “La situazione è molto più rilassata rispetto all’anno scorso”. “C’è la stessa gente intorno a me” ha detto Shahar in un’intervista di qualche giorno fa, rilasciata all’interno della sua dimora-bunker “Ci sono tante persone simpatiche che si prendono cura di me. Poi qui sembra di stare in una specie di casa, da cui è possibile trarre ottime ispirazioni….mi sento alla grande. Cercherò di restare qui il più a lungo possibile”. Per gli appassionati è una speranza, per gli organizzatori è una minaccia. L’anno scorso hanno accolto con un sospiro di sollievo la sua eliminazione in semifinale, altrimenti sarebbero stati costretti a farla giocare sul campo centrale. Per lei è una motivazione extra, anche se il percorso è duro: nei quarti potrebbe trovare la Wozniacki in un match che per la danese significherebbe leadership mondiale. In semifinale avrebbe la Stosur oppure, chissà, la Jankovic. Come l’anno scorso, Shahar sta giocando sul campo numero 1. Il più lontano dall’ingresso dell’Aviation Club. Il più isolato. Ma lei è arrivata a definirlo la sua seconda casa. “Conosco ogni centimetro e ogni rimbalzo di questo campo” ha scherzato. Solo uan ventina di spettatori hanno seguito il suo match di primo turno. Pochi di più i match successivi. Il torneo di Dubai non attrae il pubblico fino al weekend finale. Nessuno ha mostrato sentimenti pro o contro Israele. E non c’erano poliziotti, mentre si contavano sulle dita di un paio di mani le guardie all’ingresso dell’impianto. Un sogno chiamato Pace.L’anno scorso nessun match della Peer venne trasmesso dalla TV locale (Dubai Sport, che poi irradia le immagini in tutto il mondo). Il campo 1 è senza telecamere. Venus Williams accettò di buon grado di "declassarsi": era stata proprio lei a minacciare di non difendere il suo titolo se alla Peer non fosse stato concesso di giocare. Israele non ha rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi: lo sport ha saputo abbattere barriere importanti, ma è difficile pensare che la presenza della Peer a Dubai possa riavvicinare due Paesi così diversi. Eppure lei ci crede: “Se mi danno l’opportunità di giocare a Dubai e in Qatar (la prossima settimana giocherà a Doha, ndr), e mi dicono di aver apprezzato…beh, la politica passa in secondo piano ed è molto importante. Credo che siamo tutti esseri umani, e dobbiamo lottare affinchè ci sia un rispetto reciproco”. Amir Hadad e Aisam-ul-Haq Qureshi, il “doppio della pace” composto da un israeliano e un pakistano, apprezzerebbero sicuramente. Sono stati loro a lanciare la campagna “Stop War, Start Tennis” che ha furoreggiato l’anno scorso. Sognare, in fondo, non costa niente.Riccardo Bisti,17/02/2011,http://www.ubitennis.com/


Ankara

M.O.: minacce Hezbollah, Israele chiude ambasciata e consolato in Turchia

Ankara, 17 feb. - (Adnkronos) - Israele ha deciso di chiudere temporaneamente l'ambasciata ad Ankara e il consolato a Istanbul a seguito di minacce di Hezbollah. Lo ha riportato il quotidiano turco Milliyet, dopo che il minstero degli Esteri israeliano due giorni fa ha reso noto di aver ricevuto minacce terroristiche e di star valutando delle chiusure temporanee di sedi diplomatiche nel mondo.

Eilat

CALCIO, FIFA: SOSPESO CT ISRAELE FERNANDEZ DA OGNI ATTIVITA'
Il francese Luis Fernandez, ct della nazionale di calcio di Israele, è stato sospeso da ogni attività calcistica per non essersi adeguato ad una decisione disciplinare del 2009, quando fu condannato a versare una somma in denaro ad un club calcistico del Qatar. Lo ha annunciato la Fifa all'agenzia France Presse. La Federcalcio israeliana ha indicato "di aver ricevuto una richiesta ufficiale dalla Fifa riguardante Luis Fernandez, in cui si afferma che deve immediatamente cessare ogni attività calcistica, a causa del mancato pagamento di un debito ad una squadra che ha allenato in passato in Qatar".(17/02/2010)(spr) http://sport.repubblica.it/


Acco

Israele: media, a giorni incriminazione del ministro Lieberman

Tel Aviv, 17 feb. - (Adnkronos/Dpa) - Il procuratore generale israeliano annuncera' "entro qualche giorno" la sua decisione di incriminare il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, per frode, riciclaggio e ostacolo al corso della giustizia. E' quanto scrive oggi il quotidiano economico "Golobes", precisando che il procuratore generale Yehuda Weinstein non dovrebbe incriminare il ministro per tangenti. La decisione finale comunque non e' ancora stata presa e l'ufficio del procuratore generale ha in programma una serie di incontri.



Tel Aviv

La Rai sarà presto visibile in Israele

Il canale satellitare Rai Italia si potrà vedere in Israele. Lo prevede l'accordo New Co. Rai International i cui particolari saranno presentati mercoledì prossimo a Viale Mazzini in una conferenza stampa alla quale è annunciato il ministro degli esteri Franco Frattini


Se non ora quando, perché no?

Si avvicina la festa di Purim e, come ogni anno, riprendiamo in mano il libro di Ester, un testo che ci parla, tra le altre cose, di mogli da esibire come trofeo, da educare perché rispettino i loro mariti, e poi di una donna inizialmente usata come oggetto di piacere che a poco a poco prende coscienza di sé e si fa soggetto attivo della vicenda, fino a dare il nome allo stesso libro biblico che la racconta. Difficile davvero (e non solo per la Meghillat Ester), affermare che la difesa della dignità della donna non sia un valore ebraico. Dunque mi ha sorpreso che qualcuno si sia scandalizzato per il titolo della manifestazione di domenica scorsa. In mezzo a una folla enorme e festante, tra gente di tutte le età, tra ombrelli e gomitoli colorati, ho provato, anzi, un senso di orgoglio e fierezza a leggere da tutte le parti il motto di Hillel “Se non ora, quando?”. La frase dei Pirkè Avot è decontestualizzata? Per la verità a me sembra che anche il testo che la precede si adatti bene alla situazione di una donna che rivendica la propria autonomia e individualità: “Se non sono io per me, chi è per me? E quando anche io sia per me, cosa sono io?” Del resto l’uso di frasi, o semplici parole, indipendentemente dal proprio contesto è un procedimento tipico del midrash, e ogni frase quando diventa testo canonico di una tradizione viene almeno parzialmente decontestualizzata. Ogni anno durante il seder leggiamo un midrash che trasforma la frase della Torah “Mio padre era un arameo errante” in “L’arameo voleva distruggere mio padre”, che non è esattamente la stessa cosa. E’ così scandaloso se le donne che vogliono difendere la dignità del proprio genere gridano, riprendendo Hillel, “Se non ora quando?”Anna Segre, insegnante http://www.moked.it/


M’illumino di meno. Anche di Shabbat?

Stasera, verso le 18, molte luci di case e istituzioni pubbliche d’Italia si spengeranno, grazie alla benemerita iniziativa di Cirri e Solibello del programma radiofonico Caterpillar, volta a sensibilizzare il pubblico sulla necessità del risparmio energetico. Il giornale Il Foglio, sempre fuori dal coro, ha polemizzato, tirando in ballo niente meno che Prometeo, come se in gioco ci fosse uno scontro fra una concezione oscurantista, che ci vuol far tornare al buio delle caverne, e quella illuminista, del progresso e del benessere.Se c’è un mito che bene illustra la differenza fra il mondo greco, pagano e politeista, e quello ebraico è proprio il mito di Prometeo. Mentre Prometeo ruba il fuoco agli dei per portarlo agli uomini, nella visione ebraica, come riportata nel Talmud, è esattamente l’opposto. D-o dona ad Adamo il fuoco, anzi, gli dona l’intelligenza per essere in grado di accendersi il fuoco da solo. E dato che questo avvenne alla fine dello Shabbat, noi, in ricordo di quell’avvenimento, accendiamo una candela il sabato sera e benediciamo D-o “creatore delle luci del fuoco”. Non c’è scontro fra la Divinità e l’Uomo, c’è piuttosto una collaborazione. Ma l’uso del fuoco non può essere indiscriminato e non deve portare alla morte e alla distruzione, come ha recentemente ricordato Rav Steinsaltz a Roma, in Piazza Campo de’ Fiori, dove misero al rogo Giordano Bruno (e i libri del Talmud). L’eccesso di consumo energetico, quando è evidente che le risorse non sono illimitate, e il conseguente aumento dell’inquinamento porteranno a un peggioramento della qualità di vita e non al benessere.Ben venga quindi stasera l’invito a spengere, almeno simbolicamente, le luci delle nostre città. Ma noi ebrei come possiamo fare, visto che di Shabbat (che inizia il venerdì pomeriggio) non si può accendere o spengere né il fuoco né la luce elettrica? Per fortuna, la tecnologia ci ha messo a disposizione un semplice dispositivo, il timer, che accende e spenge la luce nei tempi prefissati, ormai talmente diffuso da trovarsi in tutti i negozi di elettricità e nei supermercati. Tutte le case ebraiche, dove si osserva lo Shabbat, ne sono provviste, permettendo così di osservare lo Shabbat senza per questo dovere stare al buio o, in alternativa, lasciare la luce accesa per 25 ore (con fastidio per gli occhi e spreco di energia).Il timer ovviamente va impostato prima dell’inizio dello Shabbat. Ma si pone la domanda: visto che accendere la luce è un’azione proibita di Shabbat (per gli ebrei), perché si può usufruire della stessa azione se fatta da un oggetto? In effetti, questo fu uno dei tanti argomenti in discussione, riportati dal Talmud, fra la Scuola di Shammai e la Scuola di Hillel. I primi sostenevano che un lavoro vietato è vietato a prescindere da chi o cosa lo faccia; gli altri invece pensavano che il divieto è dato agli uomini, non alle cose, perché ogni lavoro proibito è un’azione che “richiede pensiero” (melèkhet machshèvet). E come nella maggior parte degli argomenti in discussione fra queste due scuole, anche in questo caso si segue Beth Hillel: grazie a loro noi oggi possiamo usare il timer per accendere la luce e spengerla, anche più volte al giorno.Shabbat shalom e illuminiamoci di meno.rav Gianfranco Di Segni http://www.moked.it/


Ricerca e cooperazione: Italia e Israele ''viaggiano'' insieme

Pubblicato il bando di selezione per i progetti di ricerca congiunti italo-israeliani. Ci sono quasi 60 giorni per presentare le proposte.
E' stato pubblicato il bando di selezione per finanziare progetti nel campo della ricerca e sviluppo in cooperazione tra Italia e Israele. Potranno partecipare imprese, università e centri di ricerca affiancati da imprese, che dovranno presentare il progetto simultaneamente nei due stati, entro il prossimo 31 marzo.Molti i settori interessati dal bando, si va dalla medicina alle biotecnologie, dalle fonti di energia alternative alle nuove frontiere dell'informatica. I progetti di ricerca congiunti italo-israeliani verranno finanziati da entrambi i paesi. Il bando è pubblicato nell'ambito delle attività previste dall'accordo di cooperazione nel campo della ricerca e dello sviluppo industriale, scientifico e tecnologico tra Italia e Israele.Per ulteriori informazioni è possibile visitare la sezione dedicata sul sito internet del ministero degli Esteri.


Israele, l'inatteso stop delle 30mila gru

Immagini scattate nelle scorse ore, al crepuscolo, nell'Agamon Hula, lago arrtificale che si trova nella parte settentrionale di Israele. Estremamente spettacolari, tra un arcobaleno e il classico attimo crepuscolare, l'"ora blu" tanto amata dai fotografi di paesaggio, che altro non è che il sereno che torna azzurro di leopardiana memoria. Immortalano una colonia di 30mila gru grigie, che quest'anno hanno scelto di svernare nelle tranquille acque del lago. Ogni anno, la valle del Giordano vede transitare mezzo miliardo di uccelli di 400 specie, nell'ineluttabile tragitto di andata e ritorno dall'Africa all'Asia Centrale, alla ricerca del clima più mite. Ma nell'ultimo inverno, queste gru hanno "rinunciato" al viaggio in Africa, preferendo sostare nella valle dell'Hula. Gli agricoltori, per prevenire danni ai raccolti, hanno preferito giocare d'anticipo, offrendo ai pennuti granturco in abbondanza (arturo cocchi) http://mmedia.kataweb.it/


Nel nome di Allah e del gas

di Rodolfo Visser http://temi.repubblica.it/limes/nel-nome-di-allah-e-del-gas/20297
Hosni Mubarak se n'è andato, ma i militari rimangono al loro posto. La sicurezza di Israele torna in discussione, mentre un ritrovamento di gas naturale potrebbe portare benessere a tutta la regione. Se solo i vari Stati fossero in grado di mettersi d'accordo sul suo sfruttamento...


Numero uno dei giovani direttorid'orchestra compra casa in città

Vanity Fair, nell’ultimo numero in edicola, lo definisce il «numero uno dei direttori d’orchestra di ultima generazione, l’unico che riesce a mettere d’accordo critica, pubblico e orchestrali»
Lucca, 16 febbraio 2011 - Omer Meir Wellber, nasce nel 1981 in Israele, e da ieri è ufficialmente cittadino lucchese. Una qualifica che, in mezzo alle tante del suo curriculum, sembra aver il peso di una piuma ma che lui stesso, una delle più celebri bacchette a livello internazionale, ieri sera impegnato alla prima della «Tosca» alla «Scala» di Milano (seguiranno 11 repliche), ha inseguito con tenacia per ben sei mesi. Lucca “preziosa” gli ha finalmente concesso la residenza proprio in queste ore, una volta accertato che le sue prolungate assenze dalla dimora da lui abitata nel centro storico a nient’altro sono dovute se non ai suoi impegni nei teatri di tutto il mondo.http://www.lanazione.it/


Impiegati drusi residenti nel villaggio di Majdal Shams, nelle alture del Golan (nord d'Israele), lavorano su un nastro automatico che confeziona le mele coltivate nel territorio conteso. Il frutto sarà venduto nei mercatini siriani dopo aver passato il valico di Quneitra, grazie a un accordo tra Israele e la Croce Rossa internazionale. Nel 2011 saranno esportate circa 12mila tonnellate di mele, il triplo di cinque anni fa, quando fu permesso per la prima volta il commercio (foto di Atef Safadi / Epa)http://falafelcafe.wordpress.com/

venerdì 18 febbraio 2011


Beersheva

Quando Ben Gurion celebrò la “speranza di pace” portata da Nasser

Se ne discute in Israele: recenti commenti sulla stampa israeliana
Scrive HA’ARETZ, a proposito dei recenti eventi al Cairo: «Una nuova era è sorta in Medio Oriente. […] L’Egitto non è in conflitto con Israele e non deve essere presentato come un nemico.» L’editoriale chiede al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di mostrare moderazione e dare all’Egitto una chance di stabilire un regime democratico.(Da: Ha’aretz, 13.2.11)Scrive YISRAEL HAYOM: «Solo col tempo si potrà sapere cosa porta veramente questo cambiamento. Quando Naguib e Nasser spodestarono re Farouk, nel 1952, Ben Gurion andò alla Knesset ad elogiare i giovani ufficiali per aver portato una speranza di pace nella regione. Ma la pace arrivò solo dopo ventisei anni, e altre tre guerre.»(Da: Yisrael Hayom, 13.2.11)Scrive MA'ARIV: «In Egitto ha avuto luogo un colpo di stato militare interno, guidato dal ministro della difesa Tantawi che ha cercato di impedire a Mubarak di lasciare il potere in eredità al figlio Jamal. […] I capi militari egiziani ricordano bene cosa accadde ai loro colleghi in Iran, dopo la rivoluzione di Khomeini, e non intendono ripetere quell’errore quel grave madornale.» Secondo l’editoriale, i militari egiziani non permetteranno alla Fratellanza Musulmana di prendere pieno controllo del paese: «Al massimo, l’esercito permetterà loro di ottenere quel 20% dei voti che avevano riportato nelle elezioni del 2005.»(Da: Ma'ariv, 14.2.11)Secondo YEDIOT AHARONOT, «la vittoria delle rivoluzioni non violente in Tunisia e in Editto non solo costituisce una solida base per la futura democrazia: rappresenta anche un colpo micidiale per al-Qaeda e le altre organizzazioni della jihad islamica che sventolano agitano la bandiera della guerra santa violenta. Ormai è chiaro che nessuno di questi regimi può resistere più di tanto alla volontà di masse non violente.»(Da: Yediot Aharonot, 15.2.11)Scrive HA’ARETZ che Gerusalemme, in contrasto con la sua politica tradizionale, «deve vedere i cambiamenti in corso in Medio Oriente come un’opportunità, e avanzare un’iniziativa diplomatica preventiva tale da mettere in chiaro agli stati arabi, e al mondo intero, che Israele è pronto a far parte della nuova realtà che ribolle in tutto il Medio Oriente.»(Da: Ha’aretz, 16.2.11)Secondo YEDIOT AHARONOT, la prova che le tensioni regionali fra popoli e governanti stanno investendo anche la Giordania si vede nel fatto che il ministro della giustizia giordano Hussein Majali, benché in carica soltanto da una decina di giorni, ha già «invischiato il re in un incidente diplomatico con Israele». [Lunedì scorso Majali ha aderito alla richiesta di scarcerazione come “eroe” di Ahmed Daqamseh, il soldato giordano che nel 1997 uccise a mitragliate sette studentesse liceali israeliane in gita a Naharayim, al confine fra Israele e Giordania. In Israele si ricorda ancora oggi con commozione come l’allora re Hussein di Giordania si fosse recato immediatamente in Israele a presentare personalmente le proprie scuse e condoglianze alle famiglie colpite] «Nella sua precedente veste di capo dell’associazione di categoria degli avvocati – continua l’editoriale – Majali non aveva fatto mistero della sua ostilità verso l’accordo di pace e verso qualunque tipo di cooperazione con Israele.» Un altro possibile segnale di inquietudine in Giordania, secondo il giornale, è la lettera che 36 capi di tribù beduine hanno mandato a re Abdallah II per chiedergli di “occuparsi” della regina Rania, che per inciso è di origini palestinesi. Circa il ministro della giustizia, Yediot Aharonot aggiunge che egli non ha l’autorità di amnistiare l’assassino delle ragazze israeliane, mentre al contrario il neo primo ministro giordano è un ex generale ed ex ambasciatore in Israele che conosce molto bene la storia della strage di Naharayim del 1997.(Da: Yediot Aharonot, 16.2.11)http://www.israele.net/


Beersheva - museo dei Beduini

M.O.: leader Hezbollah, conquisteremo nord Israele in caso di guerra

Beirut, 16 feb. - (Adnkronos) - Il leader del partito sciita Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha minacciato oggi di conquistare il nord d'israele se scoppiera' una nuova guerra con lo Stato ebraico. "Dico ai combattenti della resistenza islamica: siate pronti per il giorno, se il Libano sara' costretto alla guerra, la leadership della resistenza vi chiedera' di conquistare la Galilea", ha detto il leader del "partito di Dio".


Gerusalemme - Gerusalemme all'età del Tempio

Iran/ Presidente Israele: Attuale leadership è vergogna per Paese

"A Teheran la maggiore corruzione politica e morale"
16 feb. (TMNews) - Dopo le nuove manifestazioni di protesta in Iran, il presidente israeliano, Shimon Peres, ha avuto parole durissime per le autorità di Teheran: "l'Iran sarà fermato dalla sua stessa gente. Quello che l'attuale leadership del Paese sta facendo è una vergogna per la storia iraniana, per la sua cultura, e un dolore per il suo stesso popolo". Lo riporta il sito della Bbc. Peres ha poi concluso affermando che "la maggiore corruzione politica e morale nel mondo è in Iran".


IRAN: STEFANI, RISPETTARE DIRITTI UMANI. BASTA ATTACCHI A ISRAELE

(ASCA) - Roma, 16 feb - ''La situazione attuale necessita di una soluzione. Bisogna studiare una Road Map perche' soltanto attraverso il dialogo e l'unione interparlamentare e' possibile raggiungere dei risultati''. Lo spiega, come riporta una nota, il Presidente della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati, Stefano Stefani, nel corso dell'incontro con una delegazione della Commissione Affari esteri del Parlamento iraniano presieduta da Alaeddin Boroujerdi, e formata da rappresentati della maggioranza e dell'opposizione.Stefani ha sottolineato, piu' volte, l'importanza del dialogo per superare le divergenze esistenti relative alla questione nucleare ma ha, al tempo stesso, criticato le reiterate dichiarazioni contro lo Stato di Israele del Presidente Ahmadinejad, nonche' la repressione della protesta in corso a Teheran. Boroujerdi ha escluso che l'Iran voglia dotarsi di armamenti nucleare ed ha sottolineato come le incomprensioni attuali derivino dalla mancanza di fiducia reciproca.Riportando all'esponente iraniano le manifestazioni di solidarieta' espresse alla Camera nei confronti dell'ex presidente del Majis Karroubi, il Presidente Stefani ha concluso l'incontro richiamando la priorita' del rispetto dei diritti umani.


Makhtesh Ramon (Negev), l'enorme cratere nel selvaggio West israeliano (il viaggio che organizzerò per dicembre 2011 sarà quasi tutto nel Neghev ndr)

Il deserto del Negev, è sicuramente una delle meno conosciute tra le destinazioni turistiche in Israele. Tuttavia, i turisti possono esplorare dei luoghi unici senza essere disturbati da una folla di altri visitatori. Il paesaggio inoltre ricorda anche molti tratti del selvaggio West, con rocce colorate e paesaggi che sembrano scolpiti con la supervisione di scenografi cinematografici. Israele offre numerose ed interessanti destinazioni turistiche. Per coloro che sono desiderosi di scendere dai sentieri battuti una bella sorpresa è rappresentata dal deserto del Negev. Il deserto nasconde un enorme cratere chiamato Makhtesh Ramon, che offre una esperienza unica, dal momento che il paesaggio è semplicemente indescrivibile, e non sono molti i turisti che si fermano qui. Ci sono solo cinque crateri come Makhtesh Ramon sul nostro pianeta. Tre di loro sono proprio nel deserto del Negev israeliano e due rimanenti sono nella penisola del Sinai. La maggior parte dei turisti che arrivano nella regione non conoscono il posto, e probabilmente on sanno neanche cosa sia un makhtesh. Non sono strutture vulcaniche o di impatto meteorico, ma particolari erosioni che creano dei circhi di rocce. In genere sono formati da ripide pareti di rocce compatte che resistono meglio all'erosione delle zone più friabili all'interno, che vengono scavate da uno uadi che crea una depressione. Il punto migliore da cui un turista potrebbe iniziare l'esplorazione del deserto del Negev è la città di Micpe Ramon. Si tratta di un villaggio a decine di chilometri da qualsiasi altre abitazioni dell'uomo e consiste di due strade, una banca, un benzinaio, due bar e due negozi. La città ricorda ai visitatori certe situazioni del selvaggio West. Tuttavia, invece di cowboy e indiani si possono incontrare i beduini che vivono alla periferia della città. E 'difficile descrivere il paesaggio di Makhtesh Ramon. Se qualcuno volesse girare un film su Marte, questo sarebbe un luogo perfetto. Probabile che invece che l'atterraggio virtuale a Mosca di questi giorni (simulando l'arrivo su Marte) avrebbe avuto miglio scenario un atterraggio qui al Makhtesh Ramon. I visitatori che arrivano in città di solito prendono un paio di foto o si fermano al centro di informazioni turistiche. Poi, continuano nel loro cammino verso la costa. Coloro che sono più avventurosi, possono decidere di dedicarsi al trekking, su percorsi che possono durare ore o addirittura giorni. Il sentiero li conduce attraverso zone militari, ma comunque i turisti possono anche noleggiare una jeep e una guida e di viaggio e compiere il giro con qualche comodità in più. E 'anche possibile viaggiare attraverso il cratere attraverso la strada 40 che scende di 300 metri verso il fondo del cratere, e poi sale di nuovo dopo pochi chilometri. La strada porta poi i turisti alle rovine di Avdatu, un antico forte che un tempo era usato dai Romani e successivamente dai Bizantini. http://www.ilturista.info/


Heavy metal e Terra promessa: l'integrazione passa dall musica

Testi del Talmud su lirica hard e strumenti mediorientali. Palestinesi e giordani in una band con solista israeliano. Gli Orphaned Land: rock che scavalca religioni, ideologie e politiche
Shalom a tutti, siamo gli Orphaned Land da Israele». E così che saluta , così inizia i concerti Kobi Farhi, 35 anni, solista della band e pioniere heavy metal in Israele. «Il nostro nome è la parafrasi della "terra Promessa" in cui viviamo. Amo la mia Terra e la mia religione ma non gli estremisti», cosi racconta Kobi in un caffé nel sud di Tel Aviv. Giacca in pelle nera, borchie e tatuaggi (una frase del cantico dei Cantici e il suo cognome tatuato in arabo e in ebraico) ma Kobi racconta di piangere ogni volta che sente la musica di Puccini o di Verdi. TATUAGGIO - La band è il gruppo heavy metal più amato in Medio Oriente. «In Paesi non democratici è difficile suonare la nostra musica. In Israele siamo liberi di suonare qualsiasi cosa. È cosi che siamo diventati la band heavy metal del Medio Oriente», racconta. Kobi e il resto dei musicisti si conoscono fin dall'epoca della scuola. Da sempre hanno fatto musica, ma dopo il primo disco si sono fermati per sei anni. «Abbiamo ripreso a suonare grazie ad un ragazzo palestinese che vive in Giordania», racconta Kobi. «Circa dieci anni fa mi è arrivata una mail con una foto di un braccio con il nome degli Orphaned Land tatuato. Era il braccio del giovane giordano che ci chiedeva di tornare a fare musica. L'emozione di un tale gesto ci ha convinti a tornare sul palcoscenico e da allora suoniamo in tutto il mondo». FRATELLI E SORELLE - Giovani siriani, iraniani, egiziani, libanesi, libici , migliaia di fan che attraversano il Medio Oriente per poter assistere a uno dei loro concerti, quando non sono in Israele. Ankara e Istanbul sono state le loro ultime tappe: «È stato un trionfo, erano in migliaia, la musica non ha religione ne ideologia politiche. I nostri fan ci apprezzano per quello che siamo e non per il nostro passaporto». Medio Oriental Metal, cosi chiamano il loro tipo di musica, unico nel genere, lirica hard ma accompagnata da strumenti mediorientali e testi del Talmud Ebraico che non infastidiscono affatto i fan siriani o iraniani a cantare con i loro idoli testi ebraici. «Siete dei grandi», scrive il libanese Mohamed Yehya sul sito degli Orpahned Land. « Vieni al concerto di Haifa la settimana prossima? Non è cosi lontano dal Libano», gli risponde l'isareliano Yaron Horing. «A tutti i nostri fratelli e sorelle tunisini, i nostri cuori sono con voi», ha scritto il gruppo sul proprio blog e in pochi minuti dall'Indonesia, dal Libano , dalla Siria , dall'Iran e anche dall'Europa e dal sud America decine di fan hanno mandato messaggi di pace ai loro compagni tunisini. METALLICA- La politica non interessa gli Orphaned land, ma la crisi tra i governo israeliano e turco dopo l'accaduto della Marmaris, la nave turca che voleva approdare a Gaza, li ha costretti ad annullare il concerto a Istanbul con i Metallica. «Lo scorso mese a Istanbul e Ankara i nostri concerti sono stati tra i più commuoventi, abbiamo dimostrato di poter vincere la politica nonostante tutto», racconta Kobi. Il prossimo mese suoneranno in India , e poi sperano di tornare i n Italia dove Kobi ricorda sorridendo di aver cantato in uno dei suoi concerti Volare in versione Heavy Metal .Mara Vigevani15 febbraio 2011


Haifa - centro Bahai

Elezioni palestinesi, purché valide

Editoriale Jerusalem Post http://www.israele.net/
Gli effetti a catena della destituzione di Hosni Mubarak in Egitto si fanno sentire in tutta la regione. Il messaggio che arriva da Piazza Tahrir è che i leader del Medio Oriente che vogliono restare al potere devono guadagnarsi una legittimità attraverso un processo elettorale corretto e democratico.La palese manipolazione delle elezioni parlamentari in Egitto dello scorso autunno è stata perlomeno una delle cause della caduta di Mubarak. Non che qualcuno si aspettasse una sconfitta del National Democratic Party, che governava il paese sin da quando era stato fondato nel 1978 dal predecessore di Mubarak, Anwar Sadat. L’Egitto è noto per i brogli elettorali, tanto che durante le ultime elezioni palestinesi del 2006, quando si seppe che anche l’Egitto avrebbe partecipato alla squadra di osservatori internazionali, i palestinesi iniziarono a dire che, con garanti come quelli, probabilmente alla fine avrebbero scoperto d’aver eletto Mubarak come loro presidente. Ma a differenza del 2005, le ultime “elezioni” in Egitto non hanno mantenuto più nemmeno una parvenza di realtà. Al primo turno si sono visti nomi cancellati dalle schede, osservatori lasciati fuori dai seggi, seggi anti-Mubarak chiusi all’improvviso, schede pre-votate e tanti altri imbrogli, spesso documentati con riprese video finite in tempo reale su internet. Le liste collegate ai Fratelli Musulmani, ufficialmente banditi ma che nel 2005 avevano ottenuto quasi il 20% dei 454 seggi parlamentari, decisero di boicottare il secondo turno, insieme allo storico partito laico Wafd, privando Mubarak della sua foglia di fico democratica, cosa che contribuì a mettere in moto alcune delle forze che hanno poi portato alla sua fine.La reazione del presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ansioso di puntellare la legittimità della dirigenza di Fatah, è stata quella di annunciare sabato scorso, esattamente il giorno dopo le dimissioni di Mubarak, che l’Autorità Palestinese terrà elezioni presidenziali e parlamentari non più tardi del prossimo settembre. Abu Mazen spera, a quanto pare, di far tesoro degli errori di Mubarak e di ottenere un nuovo mandato popolare.Ma è più facile a dirsi che a farsi. Hamas, che nel 2007 ha strappato con la violenza all’Autorità Palestinese il controllo sulla striscia di Gaza dopo aver vinto le elezioni parlamentari palestinesi nel 2006, ha già annunciato che boicotterà le elezioni del prossimo settembre, svuotando così di qualunque significato l’eventuale vittoria di Fatah. Secondo Nabil Kukali, direttore generale del Palestinian Center for Public Opinion, Hamas si oppone ad elezioni in questa fase perché teme di perderle, in particolare proprio nella striscia di Gaza. Secondo un sondaggio condotto da Kukali nell’estate 2010, a Gaza il 42,1% dei palestinesi appoggia Fatah contro solo il 19.8% che sarebbe a favore di Hamas. Nonostante un leggero aumento di popolarità dopo l’affare della nave turca Mavi Marmara, a quanto pare gli abitanti di Gaza sono stufi dell’estremismo militante di Hamas, che viene in parte accusato per il blocco israeliano e l’operazione Piombo Fuso. Per contro, in Cisgiordania Fatah godrebbe del 48,2% dei consensi contro il 41,3% di Hamas.Ma è tutt’atro che sicuro che le stime di Kukali siano aggiornate. Nelle ultime settimane l’Autorità Palestinese ha sofferto un calo di popolarità. Benché i “Palestine Papers” non contenessero nulla di terribilmente nuovo, quella miniera di documenti riservati sono stati faziosamente diffusi dalla tv Al-Jazeera come “prova” che la squadra negoziale palestinese avrebbe “ceduto” alle pretese israeliane riconoscendo alcuni quartieri ebraici a Gerusalemme est o mostrando una dose di flessibilità sul cosiddetto “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi. Dunque in questo momento non è affatto certo che Fatah vincerebbe delle elezioni contro Hamas, soprattutto in Cisgiordania.Ma indipendentemente da chi dei due sia più popolare, sarebbe comunque un errore buttarsi a capofitto in nuove elezioni al più presto possibile. Fra i palestinesi, esattamente come fra gli egiziani, non sarà sufficienti indire elezioni precipitose per istituire una stabile democrazia. In Cisgiordania gli squadristi di Fatah continuano a intimidire e arrestare gli attivisti affiliati a Hamas, e Hamas fa lo stesso nella striscia di Gaza con i membri di Fatah. Né in Cisgiordania né a Gaza vige la libertà di stampa o la libertà di riunione (anche i tentativi di manifestare sull’Egitto sono stati pesantemente repressi). In entrambi i territori il sistema giudiziario è lungi dall’essere minimamente obiettivo, e il sistema scolastico continua a indottrinare all’odio contro Israele. Sia in Cisgiordania che a Gaza continua ad esistere una “società della paura”, nella quale gli elettori, quando sono chiamati a votare, possono solo scegliere da quale delle due violente fazioni pensano di essere meglio protetti (o meno angariare).Sotto il pungo di ferro di Hamas, la striscia di Gaza nel futuro prevedibile sembra una causa persa. Ma l’Autorità Palestinese guidata da Abu Mazen ha, come l’Egitto post-Mubarak, una occasione di approfondire il processo di costruzione di istituzioni democratiche e di creare quel clima autenticamente libero che, insieme, costituiscono i requisiti necessari per ogni elezioni realmente democratica.Ecco l’insegnamento che i palestinesi dovrebbero trarre dagli eventi che hanno condotto alla cacciata di Mubarak. Riuscirci significherebbe far arrivare ai palestinesi della striscia di Gaza l’inestimabile messaggio che esiste una assennata alternativa a Hamas.(Da: Jerusalem Post, 13.2,11)


Soros: investimenti nel settore energetico israeliano

Martedì 15 Febbraio 2011 http://www.focusmo.it/
Il miliardario George Soros ha deciso d’investire nel settore energetico israeliano. Nello specifico, Soros appare interessato alle opportunità di business legate alle nuove scoperte, e ha scelto di puntare sulle esplorazioni di nuove giacimenti fossili.La compagnia petrolifera Adira Energy Ltd. – che ha sede in Canada, ma è attiva in Israele tramite la sussidiaria Adira Energy Israel – ha fatto sapere che l’uomo d’affari ungherese-americano ha realizzato un investimento privato di 6.5 milioni di dollari. La società americana lavora nello Stato ebraico tramite quattro licenze di sfruttamento dei giacimenti Eitan (onshore), Gabriella, Yitzhak e Samuel (offshore). L’ingresso di Soros ha portato fortuna alla Adira Energy: ieri il prezzo delle azioni è aumentato del 21 per cento, raggiungendo il valore di mercato di 56.38 milioni di dollari. Negli ultimi tempi, il panorama energetico israeliano è particolarmente dinamico: nelle profondità del Mediterraneo a largo di Haifa è stata scoperta una vasta area che secondo tutti gli indicatori sarebbe ricchissima di gas naturale.


L'Aia
Parlamento olandese: "Israele è Stato ebraico"

L'AIA - Membri del governo olandese hanno ufficialmente riconosciuto Israele come Stato ebraico. È questo il risultato di un voto parlamentare a L'Aia. Già dall'inizio di questo mese diversi membri del Parlamento hanno lottato per l'accettazione di uno stato ebraico. Adesso 113 su 150 politici olandesi hanno votato per la designazione ufficiale di uno "Stato ebraico e democratico". Inoltre l'UE dovrebbe respingere un "riconoscimento unilaterale dei Territori palestinesi", chiede il Parlamento a L'Aia. Perché altrimenti non potrebbe essere garantita una pace di lungo termine. "L'Europa deve invitare i dirigenti palestinesi a negoziare direttamente con Israele", si legge in un comunicato. Un primo passo è l'accettazione dello "Stato ebraico di Israele" da parte dei palestinesi. Solo in questo modo potrebbe essere risolto il conflitto in Medio Oriente. «È un buon segno che gli olandesi comincino a capire il problema centrale del conflitto arabo-israeliano», ha detto l'esperto olandese di Medio Oriente Jonathan Visser al Jerusalem Post. Il voto dovrebbe servire da modello per le decisioni dell'UE sul futuro del Medio Oriente.(traduzione di www.ilvangelo-israele.it) di: A. Klotz da: www.israelnetz.comdata: 14 febbraio 2011 http://www.evangelici.net/


Mo: minaccia su ambasciate Israele
Adottate misure particolari di sicurezza non divulgate
(ANSA) - GERUSALEMME, 15 FEB - Alcune ambasciate israeliane si trovano negli ultimi giorni sotto la minaccia concreta di attentati. Per questo motivo sono state adottate misure particolari di sicurezza. Lo ha appreso radio Gerusalemme dal ministero degli esteri. La emittente ha detto che la lista delle ambasciate a rischio non può essere precisata, per motivi di sicurezza. Particolarmente sensibile il rischio di attentati organizzati dagli Hezbollah libanesi negli anniversari delle uccisioni di due loro dirigenti.


Eilat

Egitto: stampa arabo-israeliana, Mubarak e' a Eilat

Gerusalemme, 15 feb. - (Adnkronos/Aki) - L'ex presidente egiziano Hosni Mubarak si troverebbe in Israele, secondo quanto sostiene il sito di notizie arabo-israeliano al-Arab, e precisamente nella citta' di Eilat, dove soggiornerebbe in un lussuoso hotel. A riprova della notizia, che il sito da' in esclusiva, viene citato il massiccio dispiegamento delle forze di sicurezza israeliane attorno all'hotel e la presenza di aerei che sorvolano la zona, per garantirne la sicurezza. Un impiegato dell'albergo, interpellato sulla presenza di Mubarak, ha detto che l'ex presidente egiziano e' stato ospite nell'hotel. La direzione alberghiera ha rifiutato di rilasciare commenti in merito.


Chef israeliano e palestinese cucinano per la pace a Vienna

Vienna, 16 feb. (TMNews) - "Cucinare per la pace": questo il titolo dell'incontro gastronomico svoltosi ieri sera a Vienna tra due famosi chef, l'israeliano Ran Shmueli e il palestinese Abdalkarim M. Shamsana, a favore dell'organizzazione SOS-Villages che si prende cura dei bambini in Israele e nei territori palestinesi. Alla presenza del vice-cancelliere e ministro delle Finanze austriaco Josef Proll, i due cuochi hanno dichiarato di "avere ancora un lungo cammino davanti a loro per la pace" tra i loro due popoli, "ma i nostri punti in comune sono molto più importanti di ciò che ci separa ed è questo che vogliamo mostrare al mondo, perchè facciamo parte di quell'80% di israeliani e palestinesi che vogliono la pace". Il menù della serata prevedeva tartare di pesce su taboule, filetto di pesce con cous cous e ratatouille (miste di verdure)agnello con purea di piselli e creme brulee all'acqua di rosa. Ran Shmueli, nato a Tel Aviv 46 anni fa, oggi dirige un'impresa di ristorazione, Shmueli Catering Ltd., e offre consulenze; Abdalkarim M. Shamsana, 44 anni, ha cominciato la sua carriera nel 1985 all'Hotel American Colony di Gerusalemme, dove è tornato a lavorare nel 2001 come responsabile delle cucine. (fonte Afp)



E' San Valentino per tutti. Anche per gli innamorati della Striscia di Gaza. Nella foto, un ragazzo prepara un mazzo di fiori commissionato da un cliente nel suo negozio nel cuore di Gaza City (foto di Mohammed Saber / Epa) http://falafelcafe.wordpress.com/


Tel Aviv
E Israele decide se dare l’ok o meno a Google Street View

18 feb http://falafelcafe.wordpress.com/
Può un Paese iper-tecnologico avere paura della tecnologia? Sì, se quel Paese si chiama Israele. E se ai confini premono nemici, finti amici, nuove minacce e incognite grandi quanto l’Egitto.Che sarebbe venuto il momento fatidico, quello dell’incontro tra ragioni di sicurezza e di progresso, questo gl’israeliani lo sapevano. Soprattutto ai ministeri della Difesa e dell’Interno. Ma la macchinina di Google Street View, quella con un complesso sistema di macchine fotografiche a trecentosessanta gradi, fa paura.In settimana una speciale task force governativa si è riunita una prima volta e presto dovrà dare una risposta al colosso americano Google per quanto riguarda le autorizzazioni ad andare in giro e portare in tutto il mondo le strade lussuose di Tel Aviv, le lunghe discese – o salite – di Haifa, le vie piene di storia di Gerusalemme.La commissione è chiamata a valutare i possibili rischi che tale servizio può arrecare al Paese. Vedi alla voce “attentati”. In questo senso esiste un precedente: Google Earth, quello che utilizza le immagini satellitari, è parzialmente schermato. In pratica Israele dall’alto si vede, ma non al massimo della risoluzione possibile, così da evitare di dare il massimo numero di informazioni a possibili nemici dello Stato ebraico.Ma Street Viev è diverso. Stavolta le foto non si possono pecettare. Le strade, gl’incroci, gli edifici, l’affollamento, le vie di fuga non si possono nascondere. Ed è su questo che dovranno produrre una documentazione rigorosa i vari ministri: Dan Meridor (Intelligence), Limor Livnat (Cultura e Sport), Moshe Kahlon (Comunicazioni e Welfare), Michale Eitan (Scienza e tecnologia), Stas Misezhnikov (Turismo) e Yossi Peled (senza portafoglio).Il sì non è scontato. Anzi, per ora prevarrebbe il parere negativo. Ma il Paese dovrebbe poi fare i conti con tutta una serie di considerazioni e controffensive di Google. Si porrebbe un problema di coerenza con la sua immagine di Stato che incentiva l’uso della tecnologia e investe miliardi di dollari nel settore (si pensi al distretto di Tel Aviv e a quello di Be’er Sheva).L’altra questione è puramente economica: le big del settore a livello mondiale negli ultimi anni hanno investito molti soldi nel Paese. Un parere negativo al servizio Street View potrebbe spaventare eventuali nuove società. Nel 2011, per esempio, la sola Intel ha stanziato 2,7 miliardi di dollari per il micro-chip di ultima generazione che sarà elaborato nel complesso di Kiryat Gap.Google non è stata da meno. Oltre a comprare decine di start up (nate grazie ai fondi del governo e dei privati), ha acquistato anche l’israeliana Quiksee. Non una società qualsiasi, ma quella – unica al mondo – che ha sviluppato la tecnologia che consente agli utenti di costruire aree in realtà virtuali, in tridimensione, proprio là dove il servizio di Street View non può arrivare.Entro poche settimane la commissione dovrebbe dare il suo responso. E a quel punto si scoprirà se lo Stato ebraico ha optato per la sua sicurezza interna – a tutti i costi – o per l’apertura alla tecnologia, e quindi anche agl’investimenti.



Tel Aviv - sala dell'Indipendenza

Peres sprona Netanyahualla pace con i palestinesiGerusalemme, 16 febbraio 2011

Il presidente israeliano Shimon Peres, ha invitato il governo del Paese a procedere per la via della pace. “Ci sono ancora i margini per colmare le distanze fra israeliani e palestinesi e raggiungere un accordo complessivo", ha affermato. Parlando dinanzi a una platea influente come quella dei leader della Conferenza delle principali organizzazioni ebraiche americane, riuniti a Gerusalemme, Peres ha avuto parole di fuoco contro il leader iraniano, Mahmud Ahmadinejad, accusato di servirsi strumentalmente della causa palestinese per seminare "odio" e veleni antisemiti. Far ripartire il negoziato secondo Peres è utile anche al fine di "togliere ogni pretesto" a chi potrebbe sfruttare l'odierna situazione di stallo. http://www.moked.it/


L'ironia

Il presidente Obama trova ironico che mentre Teheran plaudiva alle manifestazioni egiziane contro Mubarak, intanto reprimeva nel sangue le proteste del proprio paese. Può anche darsi che la traduzione abbia lievemente tradito il senso della frase e in realtà "ironico" fosse "buffo", oppure "curioso", o addirittura "comico". Ma al di là delle risate, i differenti aggettivi applicabili alla frase non cambiano la sostanza: stiamo approdando ad una dimensione inedita della politica internazionale: l'estetica estera. Con una punta di pedagogia, Obama ha fatto capire che l'America si è accorta che l'Iran non è democratico come sembra. Teheran è avvertita: un'altra bugia e vanno dal preside. Punto secondo, con l'Amministrazione non si sgarra. Mano di budino, in guanto di mozzarella. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/



Tecniche per fare una challah di 4 treccie:


Ricetta di Challah:

- 250 g di farina- 25 g di lievito di birra in cubetto fresco o una bustina di lievito liofilizzato- 50 g di zucchero- un uovo- un cucchiaio di olio- un pò di sale1. Formare una "montagna" con la farina, il sale e lo zucchero; fare un "bucco" in mezzo dove versare l'uovo.2. Cominciare ad impastare.3. Aggiungere a poco a poco il lievito fresco preabilmente diluito in acqua tiepida.4. Impastare.5. Aggiungere l'olio e continuare ad impastare.Si deve ottenere una palla di pane abbastanza omogenea.6. Lasciare lievitare con un panno sopra per 2 a 3 ore.7. Si possono fare diverse challoth sia con due o tre treccie.8. Mischiare un rosso d'uovo con un pò di caffé e con un pennello da torta ricoprire le challoth in modo omogeneo.9. Cuocere 20 minuti in forno a 160°C. http://www.comunitadibologna.it/


La Challah

“Parla ai figli d’Israele. Dirai loro: Quando voi sarete entrati nel paese, dove io sto conducendovi e mangerete del pane del paese, ne sottrarrete un’offerta al Signore”. (Num. 15, 18-19). E’ questa l’origine della challah, il pane bianco che accompagna lo shabbat e le feste ebraiche. Originariamente, e fin quando fu possibile, da questo pane era prelevata la decima che veniva offerta al sacerdote. Oggi che non c’è più il Tempio, si preleva comunque un pezzetto dell’impasto che viene messo da parte, bruciato in forno e non consumato. La challah, pane bianco e soffice di gusto leggermente dolce, è una delle componenti essenziali del pasto di sabato. E’ a forma di treccia, e sulla tavola ne sono presenti due, a misura della doppia porzione di manna che Dio elargiva agli israeliti nel deserto alla vigilia del sabato e delle feste. La preparazione di questo pane e il prelevamento dell’offerta dall’impasto, sono esclusiva incombenza femminile. Fonte: Elena Loewenthal "Gli ebrei questi sconosciuti" http://www.comunitadibologna.it/


Moses Hess

I nomi dell’emancipazione

Il Centociquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia ripropone, insieme al discorso sull’emancipazione degli ebrei e sul suo intreccio con il processo risorgimentale, anche il dibattito ormai antico sull’“assimilazione”. Come storica, vorrei intervenire sui nomi. I nomi intendo dati all’emancipazione degli ebrei, il contesto in cui questi nomi si sono affermati e il senso che hanno assunto, nella consapevolezza - una vera e propria malattia professionale di noi storici - che i nomi sono delle interpretazioni e in quanto tali nascono in un particolare contesto storico, obbediscono a bisogni particolari. Il più diffuso di questi nomi, “emancipazione”, appare per la prima volta in riferimento agli ebrei già nella Germania della prima metà dell’Ottocento, in seguito all’emancipazione dei cattolici irlandesi, nel 1829. Anche il termine “assimilazione” appare nella prima metà del XIX secolo e viene usato in alcune pagine di Heinrich Heine e di Moses Hess, entrando nel dibattito politico però solo intorno agli anni ‘80 dell’Ottocento. Esso è, tra tutti i nomi usati per designare l’ingresso degli ebrei nella società esterna, il più ambiguo e il più connotato negativamente, perché suggerisce l’idea che tale inserzione abbia provocato la perdita, veloce o progressiva, della loro identità ebraica. Assai più recenti, degli ultimi decenni., sono invece i termini, ormai molto usati, di integrazione, acculturazione, modernizzazione, desunti dalle scienze sociali a designare l’entrata di una minoranza, in questo caso quella ebraica, nella società esterna. Nei loro studi sugli ebrei dei vari paesi d’Europa, gli storici fanno molta attenzione a distinguere queste etichette e a precisare la natura dei diversi processi, mentre nella vulgata storiografica sono termini che vengono spesso usati in maniera indifferenziata a descrivere quelli che sono in realtà processi di diversa natura, economico-sociale, giuridico-politica, identitario-religiosa. Questa vulgata, pur obbedendo a motivazioni diverse da quelle della storia risponde ad un percorso storico assai specifico fatto dal mondo ebraico italiano nella sua interpretazione del proprio passato: la costruzione di un paradigma identitario dalla fusione, negli anni intorno all’inizio del Novecento, di una precedente riflessione sulla necessità di tener saldo un ebraismo passibile di disgregazione, frutto di timori soprattutto religiosi e tale comunque da non mettere mai in discussione l’adesione all’emancipazione e al processo risorgimentale, e la polemica antiemancipatoria del sionismo, che vedeva in questa integrazione la perdita dell’identità della diaspora. Si trattava di un modello interpretativo della storia degli ebrei che si basava sulla netta contrapposizione tra identità ebraica ed “assimilazione” e che è rimasto a lungo egemone nella storiografia e nel senso comune storiografico, fino a prender nuova linfa dalla riflessione del dopo Shoah sull’inanità dell’emancipazione. Si tratta di interpretazioni che hanno goduto di un’eccezionale vitalità nel mondo ebraico italiano, anche se in anni recenti gli storici degli ebrei, a partire dalla storiografia anglosassone ed israeliana, le hanno confutate e demolite sulla base di attenti studi di storia sociale e culturale, fino a proporre, come in uno studio sul caso tedesco dello storico Scott Spector apparso nel 2006 sulla rivista americana Jewish History, l’eliminazione pura e semplice del termine “assimilazione” dall’uso storiografico: “Forget assimilation”, dimenticatevi dell’assimilazione.Anna Foa, storica, http://www.moked.it/


spiaggia di Tel Aviv
Alla lettera "L" troviamo quattro parole

L'insurrezione. Quando una sommossa popolare inizia sotto l'impulso di una certa parte della popolazione senza molta organizzazione ma con molta spontaneità, ma i frutti finali della sommossa li raccoglie un'altra parte della popolazione molto meglio irregimentata e con scopi completamente diversi.L'imprevedibilità. Quando gli analisti del momento si lasciano trasportare dalle loro ideologie, speranze, ambizioni e reti di interessi vissute da lontano, e non da una sistematica, neutrale e impietosa conoscenza immediata degli attori, dei loro obiettivi e delle loro capacità.L'impotenza. Quando la rivoluzione che è riuscita a rimuovere il tiranno è acefala - perché non si è mai creata una dialettica politica e non ne esistono le categorie mentali, le formazioni sociali, gli strumenti d'azione, i leaders veramente rappresentativi - e non resta che delegare il potere agli amici del tiranno uscente, o a un altro tiranno ancora peggiore.L'ipocrisia. Quando si critica sempre il tiranno uscente dopo che la sua debolezza ha permesso la nascita dell'insurrezione, ma non lo si critica mai prima, quando le sue bocche da fuoco puntate sulla folla impediscono l'espressione della volontà popolare.SergioDella Pergola,Università Ebraicadi Gerusalemme, http://www.moked.it/



Nahalat Benjamin nel 1914 e oggi
E l’orgia di colori (sempre dal viaggio di dicembre)

delle meravigliose opere di artigianato sulle bancarelle di Nahalat Benjamin, di cui nel 1910 si sono cominciate a scavare le fondamenta.E l’altra orgia di colori, profumati questa volta, di Mahane Yehuda, il grande mercato di Gerusalemme – e Paolo il Grande che non è stato neanche un po’ contento e anzi ha anche fatto una faccia strana quando gli ho detto ma lo sai che qua ci sono stati un sacco di attentati terroristici, perché insomma, a me sembra che a uno dovrebbe interessare di conoscere la storia dei posti che sta vedendo, no? E lui ha detto che sì, però magari era meglio se glielo dicevo dopo. Io comunque mi sono rimpinzata di fragole fresche profumatissime e di dolcissimi datteri e un sacco di altre cose che non mi ricordo più. C’erano anche le uova col guscio bianco, che da noi non si vedono praticamente più. Cinzia, che lavora nel ramo, ha spiegato che il guscio, siccome è poroso, trattiene la polvere che vi si posa; siccome sul bianco la polvere è chiaramente visibile, un occhio esperto è in grado di calcolare, dalla quantità di polvere trattenuta, quanto è vecchio l’uovo, e per questo sono state selezionate quelle uova dal guscio circa ocra, in cui tutto questo non si vede.E poi quell’altra orgia di colori ancora delle vetrate di Chagall nella sinagoga dell’ospedale Hadassah, dedicate ai dodici discendenti di Giacobbe che hanno dato origine alle dodici tribù di Israele,una delle quali colpita dai giordani durante la guerra dei Sei giorni, e per questo ora protette e non più visibili dall’esterno. Ed è per questo motivo che quando mi ci ha portata il tassista di Fiamma Nirenstein la volta che ho girato mezzo Israele con tutte e due le zampe rotte, non le ho potute vedere, ma adesso per fortuna ho finalmente potuto riempire anche quella lacuna.Barbara Mella