giovedì 10 dicembre 2009



Amr Zaki


Il diktat dell’Egitto al suo bomber: «Se vai in Israele addio nazionale»

A distanza di oltre quarant’anni gli echi della Guerra dei Sei Giorni rivivono nell’unico scenario in cui il suono delle armi e il livore della contesa dovrebbero lasciar spazio al fair play e alla sana passione sportiva. Accade così che un calciatore egiziano, il centravanti della nazionale Amr Zaki, venga letteralmente minacciato dalla federazione del Cairo per essere prossimo alla firma di un contratto con una squadra del campionato di Israele. Zaki, 26 anni, l'ariete che ha soffiato il posto in nazionale all’ex romanista Mido Hossam, è reduce da una stagione tra luci e ombre in Premiership con la maglia del Wigan. I continui litigi con il tecnico Steve Bruce hanno indotto il club a non rinnovargli il contratto. Da settembre si allena al Cairo nello Zamalek, la squadra dei suoi esordi e dell'omonimo quartiere residenziale, in attesa di trovare un accordo con un club europeo. L’offerta più vantaggiosa è arrivata sabato scorso dal Beitar di Gerusalemme, compagine della Cisgiordania che vanta il maggior numero di trofei in bacheca.La notizia, apparsa sulla stampa israeliana, ha scatenato le ire della federcalcio egiziana che ha invitato il giocatore a non firmare con il Beitar, minacciando di depennarlo dalla nazionale che sarà impegnata a gennaio nella Coppa d'Africa in Angola. Zaki sarebbe il primo calciatore egiziano a trasferirsi nello stato con la Stella di Davide dopo il conflitto che nel giugno del 1967 provocò la morte di oltre 20mila persone, rafforzando Israele nello scacchiere internazionale e costringendo gli arabi a fare i conti con la sua presenza.L’attaccante e il suo agente hanno preso tempo, ma va anche detto che Zaki non è nuovo a situazioni in cui il pallone diventa marginale rispetto a deprecabili dispute razziali. Nei mesi scorsi infatti rifiutò un'offerta dagli inglesi del Portsmouth giustificandosi, senza tanti giri di parole, di non essere disposto a giocare per una squadra allenata da un ebreo, l'ex tecnico del Chelsea Avram Grant, e che schiera in campo un altro israeliano, Tal Ben Haim, dimenticando però che il proprietario dei Pompey è il petroliere saudita, quindi musulmano, Ali Al-Faraj. L'improvviso cambio di rotta e il desiderio di trasferirsi in Israele sarebbe quindi da accollare al denaro che ha finito per prevalere su ideali comunque discutibili. 10 dicembre 2009 http://www.ilgiornale.it/


Istituto Weizmann

MO: il viceministro degli Esteri israeliano Dany Ayalon domani a colloquio con la Santa Sede

Gerusalemme, 9 dic - Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot informa oggi che una delegazione guidata dal viceministro israeliano degli Esteri Dany Ayalon è in partenza per Roma dove domani intraprenderà colloqui con il Vaticano in un nuovo tentativo di dirimere una serie di questioni che gravano ormai da molti anni sui rapporti bilaterali. Secondo Yediot Ahronot la delegazione israeliana, di cui fanno parte esperti dei ministeri della Giustizia e delle Finanze, ha avuto istruzione di assumere posizioni "elastiche", specialmente per quanto concerne esenzioni da tasse di vario genere e lo status giuridico dei sacerdoti. Il giornale ha comunque appreso che sull'edificio del Cenacolo sul Monte Sion di Gerusalemme - di cui la Custodia di Terra Santa rivendica la proprietà - Israele non rivedrà invece le proprie posizioni: intende mantenervi il proprio controllo.



Champions League – Il Maccabi saluta la coppa con un record

Sembrava impossibile e invece il Maccabi Haifa è riuscito a entrare nel libro dei record della Champions League, anche se suo malgrado. Da ieri sera, infatti, dopo l’ennesima sconfitta (0-1) questa volta con il Bordeaux, la squadra israeliana è diventata ufficialmente il primo team nella storia della massima competizione calcistica europea a chiudere il gironcino con zero punti e zero goal fatti. Una bella botta da digerire per squadra e tifosi. Eppure chi ha seguito le vicende del Maccabi sa che questo verdetto è un po’ eccessivo per quanto visto sul campo di gioco, dove i “verdi” hanno spesso e volentieri dimostrato di non essere poi i così scarsi. Su tutti vale l’esempio della partita di Torino contro la Juventus, match in cui avrebbero meritato quantomeno un pareggio, se non la vittoria. Ma davanti c’era un super Buffon, straordinario ad evitare che la porta bianconera venisse violata, e anche un pizzico di sfortuna, una costante nel cammino europeo del Maccabi. Serpeggia la delusione tra i tifosi ma di una cosa almeno possono rallegrarsi, e cioè del fatto che la prossima volta non potrà certamente andare peggio di così................http://www.moked.it/



Jewish soldiers lying injured in hospital after surrender of city. Jerusalem, Israel. June 1948


Torah oggi - "Anche io pianterò per i miei figli"

A Copenaghen si svolge in questi giorni il vertice per il clima dal quale dovrà scaturire una risposta al problema delle emissioni di anidride carbonica e del conseguente effetto serra. Qual è la sostenibilità compatibile con uno sviluppo che guardi anche al futuro?Per questa, come per ogni questione, la tradizione ebraica ha espresso una sua idea su come affrontare questo problema, senza limitarsi all’oggi, ma guardando al domani. Una prima risposta ci viene dalla storia raccontata nel Talmud (Ta’anit 23a).Una volta Chonì Hame’aghel stava camminando per la strada, quando vide un uomo che stava piantando un carrubo. Gli chiese: “Quanti anni ci vogliono perché dia dei frutti?” Gli rispose: “Settant’anni”. Gli disse: “Sei certo di vivere settant’anni, tanto da mangiarne i frutti?” Gli rispose: “Io ho trovato il mondo con i carrubi: così come i miei padri hanno piantato per me, anche io pianterò per i miei figli”.Il concetto di continuità dell’impegno per la vita si trova anche nella poesia Alla vita del poeta turco Hikmet: 'Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli ma perché crederai alla morte, pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia'.Ogni persona ha una duplice responsabilità: consegnare alle future generazioni un mondo vivibile sia sul piano fisico-ambientale, che su quello spirituale-ambientale: la sostenibilità deve essere un obiettivo primario dell’educazione familiare, prima ancora che di quello delle istituzioni pubbliche. Ogni ebreo ha il compito di contribuire alla conservazione e alla valorizzazione del mondo materiale, così come di quello spirituale, per trasmettere ai propri figli o allievi un ebraismo vivo e autentico ,“non inquinato”.Rav Scialom Bahbout http://www.moked.it/


Gerusalemme

Israele si difende dagli "infiltrati"

TEL AVIV - Israele intende costruire una barriera lungo il proprio confine con l'Egitto per impedire l'ingresso di infiltrati provenienti dall'Africa, secondo quanto anticipa oggi il quotidiano "Maariv". Il giornale precisa che il premier Benyamin Netanyahu ritiene ormai necessaria la realizzazione dell'opera per prevenire nuove ondate migratorie dal Terzo mondo che - teme - rischiano di alterare la demografia di Israele.Netanyahu, aggiunge il giornale, rileva con preoccupazione che la zona meridionale di Israele è uno dei punti di contatto geografico fra il Terzo mondo ed un Paese sviluppato. Mentre altrove quanti cercano di abbandonare l'Africa devono attraversare tratti di mare, nella zona compresa fra il Sinai egiziano ed il Neghev israeliano non ci sono ostacoli fisici.Da qui la necessità di erigere una barriera più o meno sofisticata a seconda, spiega il giornale, delle disponibilità economiche di Israele. http://www.lasicilia.it/



Democrazia e identità nazionale nel pensiero di Max Ascoli

Alla figura di Max Ascoli è stato dedicato un nuovo libro del giovane ricercatore Davide Grippa: Un antifascista tra Italia e Stati Uniti. Democrazia e identità nazionale nel pensiero di Max Ascoli (1898-1947), (Milano, Franco Angeli, 2009). Il volume è stato presentato a Palazzo Costanzi dallo stesso autore con Patrizia Audenino, Mauro Canali, Annalisa Capristo, Antonio Versori, coordinati da Daniele Fiorentino.La figura di Max Ascoli, che fu giurista politologo e giornalista, così come sottolineato dagli interventi è stata inizialmente trascurata dal punto di vista storiografico forse per il suo organico inserimento all’interno dell'amministrazione americana quale funzionario del dipartimento di Stato.Max Ascoli fu una delle personalità di spicco dell’emigrazione antifascista negli Stati Uniti fra le due guerre, dove si era trasferito inizialmente per motivi accademici e scientifici ed in cui fu costretto a rimanere come esule a seguito dell’avvento del fascismo al potere. Max Ascoli si prodigò per favorire l’emigrazione ebraica negli Stati Uniti e la lotta antifascista. Parlando con Davide Grippa del rapporto di Max Ascoli con l’ebraismo il giovane ricercatore ha sottolineato come questi visse il problema identitario degli ebrei italiani dopo il Risorgimento. Raggiunta la piena integrazione nella società, gli ebrei italiani la pagarono con l’assimilazione.Max Ascoli pur aderendo agli ideali sionisti e collaborando con il sionista fiorentino Alfonso Pacifici, con cui intrattenne un carteggio costante che l’autore riporta nel libro, concepì come unica via alternativa a questi ideali l’assimilazione e questo lo portò ad allontanarsi dall’ebraismo con cui mantenne comunque un legame identitario nel corso della sua esistenza.Daniele Ascarelli, http://www.moked.it/



Yoram Ortona

Ortona, una storia dietro ai cimeli

Non è inconsueto tra le famiglie ebraiche trovare radici che affondano in tanti luoghi diversi. La storia degli ebrei italiani originari della Libia, è una storia speciale, e la nuova sala del Museo Ebraico di Roma, che si inaugura oggi, si propone di rendere omaggio a quella comunità che era un po’ italiana ancora prima di giungere in Italia, ma che, non bisogna dimenticare, fu sradicata a forza da un paese in cui viveva da secoli. Alcuni cimeli racchiudono la storia della famiglia Ortona. Originari di Casale Monferrato, dopo un periodo a Tunisi, gli Ortona si trasferirono a Tripoli nel 1908. Là Federico Ortona si sposò e nel 1922 nacque Marcello, padre di Yoram, Giorgio e Marina, che hanno donato gli oggetti esposti nella nuova sala. Quando nel 1938 furono promulgate le Leggi Razziali, Marcello Ortona, che frequentava il ginnasio all’istituto Dante Alighieri di Tripoli, fu espulso da scuola e riparò a Tunisi, presso lo zio Cesarino, fratello di suo padre, che era direttore dell’Ospedale italiano della città. Poco tempo dopo, la politica razziale giunse anche nelle istituzioni italiane in Tunisia, Cesarino Ortona fu destituito dall’incarico, e privato di tutte le onorificenze che aveva conquistato nella sua vita. Non potè sopportare la disperazione e si suicidò.“Nel 1941 mio padre Marcello, conclusi gli studi, tornò in Libia - racconta Yoram Ortona (nell'immagine) - Era un momento terribile. Lui e altri undici compagni vennero precettati e condotti in un campo di lavoro a Sidi Azaz, in Cirenaica, costretti ai lavori forzati. Nel frattempo la Guerra proseguiva. Quando finalmente i tedeschi furono sconfitti in Africa nel 1943, il campo fu liberato. Ma bisognava ancora tornare fino a Tripoli”. E a questo punto, Yoram narra uno degli episodi che il padre ricordava più volentieri tra i racconti di guerra. “Tripoli era distante centinaia di chilometri. La strada attraversava il deserto ed era piena di insidie. Mio padre e il suo amico Aronne si incamminarono sperando di trovare qualcuno che potesse dare loro un passaggio. Si imbatterono in una Volkswagen guidata da un ufficiale della Wermacht in ritirata. Fingendosi tecnici italiani riuscirono a farsi prendere a bordo e così giunsero a destinazione sani e salvi”.Tornato in città Marcello Ortona trovò lavoro al Corriere di Tripoli, appena fondato dai liberatori inglesi e diretto da Ralph Merryll, nome d’arte di Renato Mieli, padre di Paolo (storico direttore del Corriere della Sera ndr). Quando “Ralph Merryll” tornò in Italia, alla fine della guerra, dove fondò l’Ansa e poi diresse l’Unità, Marcello Ortona, a soli ventitre anni, gli subentrò, diventando direttore del più importante quotidiano di lingua italiana in Libia. Una copia del giornale è stata donata al Museo, insieme al suo tesserino di riconoscimento. Ma la sua gioia durò poco. Solo tre giorni dopo, il 4 novembre 1945, si scatenò il primo pogrom antiebraico del paese, dopo secoli di convivenza pacifica. Trecento ebrei furono assassinati, le sinagoghe date alle fiamme, i cimiteri profanati. Dei 40 mila ebrei che vivevano in Libia nel 1945, ne ritroviamo solo seimila dopo il 1948. Tra questi proprio Marcello Ortona, che rimase al suo posto al Corriere di Tripoli e il 7 dicembre 1952 sposò la bellissima Doris Journo, che era stata Miss Maccabi nel 1949, come mostrano la foto e la fascia esposte nella nuova sala del Museo.La vita per gli ebrei libici proseguì relativamente tranquilla, nonostante frequenti disordini, fino al 1967. “Fino a quel momento non c’erano più stati episodi così gravi, soprattutto perché gli ebrei si erano organizzati per difendersi – ricorda Yoram – ma non potrò mai dimenticare quella mattina del 5 giugno 1967”. Aveva quattordici anni, e stava sostenendo l’esame di Licenza Media in quello stesso istituto Dante Alighieri che il padre era stato costretto ad abbandonare nel 1938. “Quando, nel bel mezzo del tema di italiano, ci vennero a dire di lasciare tutto e correre a casa, io mi rifugiai da un amico – prosegue - C’era un sole splendido quel giorno, ma prima dell’ora di pranzo il cielo di Tripoli si fece nero di cenere e fumo. La folla era inferocita. I miei fratellini erano all’asilo dalle suore, mia madre sola in casa, mio padre in ufficio. Solo a sera ci ritrovammo. Per dodici giorni rimanemmo barricati in casa. Poi, finalmente, riuscimmo a trovare quattro posti su un Caravelle dell’Alitalia per fuggire a Roma, con due valige e venti sterline libiche, e mio padre che teneva la mia sorellina sulle ginocchia”. Morirono diciassette persone, due intere famiglie trucidate, e migliaia furono costrette a lasciare la propria casa, gli averi, una vita intera. “Faccio fatica a trattenere le lacrime ricordando quelle ore. Sono grato ai miei genitori per tutto quello che hanno fatto per me, e sono particolarmente felice che venga rivolto loro un ricordo, soprattutto in questi giorni che ricorre il loro anniversario di nozze (il 7 dicembre ndr)”.Rossella Tercatin, http://www.moked.it/


Tel Aviv

Medio Oriente, Barghouti e Saadat rifiutano l'esilio in cambio di Shalit

I leader di Fatah e Fplp contro la condizione posta da Israele
Israele è pronta a liberare i mille prigionieri indicati da Hamas in cambio del caporale Gilad Shalit a patto che Marwan Barghouti (Fatah) e Ahmed Saadat (Fplp) vadano in esilio fuori i Territori Occupati. Dalle carceri israeliani Barghouti e Saadat fanno sapere che non intendono accettare le condizioni poste dallo stato ebraico per la loro liberazione. Nonostante la mediazione tedesca continua lo stallo fra Hamas e Israelia sul negoziato per la liberazione dei rispettivi prigionieri, il timore di Israele è la ricomposizione dell'unità delle fazioni palestinesi che seguirebbe la liberazione e il ritorno all'agibilità politica di Marwan Barghouti.Il pretesto ufficiale è che “Israele non tratta per persone con le mani sporche di sangue ebraico”, il pretesto ufficioso è che Israele non intende contribuire alla ricomposizione dell'unità politica palestinese. Hamas per riconsegnare il caporale Gilad Shalit alla sua famiglia e allo stato ebraico chiede la liberazione di mille prigionieri detenuti nelle carceri israeliane appartenenti a tutte le formazioni politiche e di resistenza. Israele in linea di massima non avrebbe nulla in contrario, spinta da un'opinione pubblica che vedrebbe volentieri Shalit nuovamente uomo libero. Ma nella lista fornita da Hamas ci sono anche i leader di Fatah e del Fplp più carismatici, leader che una volta liberi tornerebbero ad essere assolutamente rappresentativi per i propri movimenti e, in più, sarebbero grati ad Hamas. Quest'ultima sarebbe la legittimazione del tutto interna alla società palestinese verso Hamas che più spaventa Israele. Una legittimazione molto più dannosa di quella stessa che Israele attuerebbe trattando con il movimento islamico che governa la Striscia di Gaza. Una volta libero Marwan Barghouti potrebbe rappresentare seriamente un'alternativa al perennemente impantanato Abu Mazen, e, altrettanto seriamente potrebbe riportare all'unità le formazioni politiche palestinesi. Uno scenario non auspicato da Israele che, in cambio di Shalit, libererebbe tutti i mille della lista, a patto che dodici fra questi vadano in esilio a Beirut, Damasco, al Cairo o Amman e che quindi non rimettano piede nei Territori Occupati da Israele. Hamas ha girato il quesito ai diretti interessati che hanno risposto che, stando alle condizioni imposte da Israele, preferiscono rimanere nelle carceri israeliane piuttosto che vivere in esilio. Così il dirigente di Fatah Marwan Barghouti, condannato a una sfilza di ergastoli, rifiuta di essere espulso all'estero se liberato nel contesto di uno scambio di prigionieri fra Hamas ed Israele. Ieri Hamas aveva fatto sapere che l' eventuale espulsione all'estero per alcuni anni di Barghouti e di Ahmed Saadat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, era stata discussa. Oggi il ministro palestinese per i prigionieri Issa Karake ha reso noto che Barghouti e Saadat si rifiutano in maniera tassativa di trasferirsi fuori i territori palestinesi.2009-12-02,http://www.agenziami.it/


Medio Oriente, quattro medici francesi hanno visitato Gilad Shalit

A Gaza una equipe medica e il capo dell'intelligence tedesca
Quattro medici francesi sono oggi entrati nella Striscia di Gaza per visitare Gilad Shalit, il militare israeliano prigioniero di Hamas. Nelle stesse ore il capo dell'intelligence tedesca Ernst Uhrlau ha raggiunto Gaza. Sembrerebbe quindi imminente lo scambio del caporale israeliano con quasi mille detenuti palestinesi. Nessun elemento sulla sorte di Marwan Barghouti e Ahmed Saadat.Quattro medici francesi hanno visitato Gilad Shalit, il soldato israeliano che da tre anni e mezzo è nelle mani di Hamas. La visita sembrerebbe il passo preliminare allo scambio di Shalit con 980 prigionieri palestinesi. Israele aveva chiesto durante tutti i tre anni della prigionia di Shalit che alla Croce Rossa, o a qualche altra organizzazione sanitaria internazionale, venisse consentito di controllare le condizioni di salute del giovane caporale rapito. Hamas ha sempre negato tale possibilità per il timore di infiltrazioni dell'intelligence israeliana. Ma l'odierna visita dei quattro medici francesi, e l'ingresso nella Striscia del mediatore Ernst Uhrlau, capo dell’intelligence di Berlino, lascerebbe pensare che per lo scambio i tempi siano davvero imminenti. Intorno la parte egiziana di Rafah da giorni stazionano numerosi check poin, la sicurezza egiziana ha fortemente aumentato la propria presenza nel caso dovesse prendere in consegna il militare israeliano rapito.
La novità assoluta sul fronte politico israeliano è il consenso ottenuto nell'opinione pubblica dal “partito della trattativa" rispetto il "partito della fermezza" in precedenza sempre maggioritario. Per la liberazione di Shalit Hamas richiede allo stato ebraico la liberazione di quasi mille palestinesi, e molti tra questi sono detenuti per aver commesso azioni militari. Poche notizie giungono sulla sorte di Marwan Barghouti e Ahmed Saadat, i leaders di Fatah e Fplp che Israele vorrebbe, sempre in cambio di Shalit, in esilio. I due prigionieri hanno respinto ogni ipotesi al ribasso rispetto la piena agibilità politica nei territori occupati. Le agenzie stampa internazionali hanno ridotto il numero della contropartita alla liberazione di Gilad Shalit da mille prigionieri a 980. la sorte dei due leaders palestinesi aveva di fatto paralizzato la trattativa, probabile che Hamas abbia fatto un passo indietro per aggiudicarsi quello che verrà comunque interpretato come una enorme vittoria politica.http://www.agenziami.it/ 2009-12-08


Rehovot la casa di Weizmann

INFLUENZA A: GAZA,DA ISRAELE 10.000 VACCINI DOPO PRIME MORTI

(ANSA) - GERUSALEMME, 8 DIC - Le autorita' sanitarie di Israele hanno hanno annunciato oggi di voler destinare 10.000 vaccini contro l'influenza A alla Striscia di Gaza, la porzione di territorio palestinese controllata dagli islamico-radicali di Hamas e sottoposta a embargo e isolamento da oltre due anni. La decisione e' stata assunta dopo che nei giorni scorsi il governo di fatto di Hamas a Gaza ha dato notizia dei primi tre casi di morte accertata fra la popolazione della Striscia (un neonato e due donne) a causa dell'influenza A. Finora nella Striscia di Gaza si sono contate alcune centinaia di contagi, mentre nella Cisgiordania (l'altra parte di territorio palestinese, sottoposta all'autorita' dell'Anp del presidente moderato, Abu Mazen) si e' arrivati a quasi 1.300 casi. Nei giorni scorsi la stessa Anp e alcune organizzazioni umanitarie palestinesi hanno accusato peraltro Hamas di limitare i permessi alla gente di Gaza che chiede di lasciare la Striscia per ricevere cure mediche in Israele o Cisgiordania. Gravemente devastata dalla guerra dell'inverno scorso, la Striscia di Gaza e' serrata da pesanti controlli interni, oltre che al blocco imposto ai suoi confini da Israele fin dall'avvento al potere di Hamas (2007), con rare e parziali eccezioni riguardanti carichi umanitari o aiuti internazionali.



Gerusalemme - lo zoo

Israele: BSL - 7a giornata: un quartetto alle spalle del Maccabi

Sul difficile campo di Hasharon arriva il secondo stop stagionale per il Galil Elyon che viene così raggiunto in seconda posizione dal terzetto formato dalla neopromossa Barak Netanya, dall’Hapoel Gerusalemme e dal Maccabi Haifa. Il team guidato da coach Avi Ashkenazi, pur continuando a non convincere, infila il quarto successo consecutivo sudando le proverbiali sette camicie in quel di Naharya.L’Ironi resta una delle quattro squadre con un bilancio deficitario tra vittorie e sconfitte, assieme alle ultime tre della classe (Rishon, Holon e Ramat Gan), di nuovo tutte perdenti in questa giornata. Ora inizia a farsi evidente il gap tra questo grappolo di formazioni in coda alla graduatoria e le restanti otto compagini.........................


Gerusalemme

FRATTINI DOMANI IN VISITA IN ISRAELE E TERRITORI

Roma, 8 dic. - (Adnkronos) - Il ministro degli Esteri Franco Frattini sara' domani in visita in Israele e nei Territori per una missione di poche ore, durante la quale incontrera' il premier palestinese Salam Fayyad, il premier israeliano Benyamin Netanyahu e l'omologo Avigdor Lieberman. Ai suoi interlocutori, il titolare della Farnesina sottolineera' la necessita' di un effettivo rilancio dei negoziati di pace, nella speranza e nella convinzione che la piena sintonia di posizioni fra Stati Uniti ed Unione Europea costituisca per le parti un forte incoraggiamento ad impegnarsi con spirito di buona volonta' per ricreare la fiducia reciproca.



«Lo Stato adotti la legge divina» Laicità in pericolo in Israele

Non è un caso che Yaakov Neeman, illustre avvocato e ministro della Giustizia del governo Netanyahu, abbia scelto la conferenza sulla Halakha (legge religiosa ebraica) tenutasi recentemente a Gerusalemme per sostenere che sia necessario gradatamente sostituire la Legge (biblica e talmudica) a quella attualmente in vigore in Israele. Il ministro, uomo religioso, ha probabilmente voluto rinforzare la compagine della coalizione governativa scossa dalla decisione del premier di sospendere per dieci mesi le costruzioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania (lasciando libera quella in Gerusalemme). Oltre al luogo, ha scelto anche un momento adatto per lanciare la sua "bomba". Siamo alla vigilia della festa di Hanukkah, la festa delle Luci che inizia venerdì sera e dura otto giorni. Essa a ricorda la vittoria riportata sul regime ellenista nel 165 a.C. in Palestina. Guidata dalla famiglia sacerdotale dei Maccabei contro Antioco IV Epifane, iniziata come una rivolta contro la tassazione, riprese possesso dal tempio di Gerusalemme purificandolo con una piccola boccetta di olio sacro che miracolosamente durò per otto giorni, ma creando in seguito il regno ebraico degli Asmonei alleato e poi nemico di Roma.La rivolta dei Maccabei fu adottata dal movimento sionista come simbolo di liberazione politica dal dominio straniero (donde la Maccabiade, versione ebraica delle Olimpiadi) senza tener conto del fatto che si trattò essenzialmente di una rivolta dei tradizionalisti religiosi contro l'ellenizzazione (oggi si direbbe occidentalizzazione). «Se tornassero i Maccabei - ebbe a dire scherzosamente un famoso rabbino - metà della popolazione israeliana dovrebbe essere punita, a partire dai primi ministri, per violazione alla Halakha». Non è certo quello che il signor Neeman intende fare. Ma ha dimostrato di voler dare un colpo al sistema legislativo laico e democratico attualmente in vigore in Israele, a cominciare dalla riduzione dell’autorità della Corte suprema ritenuta troppo laica.Naturalmente gli ostacoli all'introduzione della legge religiosa in Israele sono enormi, primo fra tutti la sostituzione della sovranità divina a quella popolare espressa attraverso partiti (incluso quello nazionalista laico, il Likud di Netanyahu) e il Parlamento. In secondo luogo l'assenza del Tempio di Gerusalemme, che secondo gli ortodossi deve attendere la venuta del Messia per essere ricostruito, pone il problema della ricostruzione del Sinedrio, il tribunale supremo, interpretativo della volontà (legislativa ed esecutiva) divina e della scelta dei suoi membri proprio all'interno del mondo ortodosso. I rabbini, contrariamente a quello che spesso si crede, non sono sacerdoti, ma Maestri - come il termine di rabbino indica - con autorità uguale. Infine il ripristino della legge religiosa in Israele potrebbe rappresentare una rottura profonda non solo nel Paese, ma con la Diaspora dove la corrente ortodossa (forte in Israele perché incarnata in partiti politici) è minoritaria nei confronti della corrente conservativa e di quella liberale.Ciò detto (e si tratta solo della punta dell'iceberg) il problema della legittimità del potere è sempre stato presente in Israele. Riconoscendone l'importanza esplosiva, Ben Gurion si oppose da un lato all'adozione di una Costituzione inaccettabile per gli ortodossi (che considerano la Legge divina - quella scritta della Bibbia e quella orale elaborata nel Talmud - come la sola valevole per gli ebrei). Dall'altro cercò negli anni Cinquanta con l'aiuto del rabbino Ben Maimon, una delle autorità della Halakha, di ricostruire il Sinedrio, sola istituzione collettiva autorizzata a portare cambiamenti alla tradizione religiosa, adattandola alle nuove esigenze di uno Stato sovrano moderno.Il tentativo fallì soprattutto per le rivalità nel mondo ortodosso, che allora si trovava in minoranza. Oggi che è in crescita di potere in Israele è naturale che cerchi di affermarsi imitando, paradossalmente, quello che avviene nel mondo islamico. Anche questo è il risultato di un conflitto che da un lato non mostra speranze di soluzione politica e dall'altro trasforma, per il meglio o per il peggio, Israele e molti Paesi islamici (Gaza con Hamas inclusa) in laboratori per l'elaborazione del problema centrale emergente nella società internazionale di questo secolo: il significato e la struttura dello Stato - ebraico o non ebraico - che si proclama al tempo stesso sacro e moderno. 09 dicembre 2009, http://www.ilgiornale.it/



Gerusalemme

Gerusalemme capitale di due Stati

La proposta dei ministri europei: «Sì ai negoziati per definirne lo status»
ALDO BAQUIS
TEL AVIV «Se ci deve essere una pace genuina, occorre trovare la strada per risolvere attraverso negoziati lo status di Gerusalemme come futura capitale di due Stati»: lo ha stabilito ieri il Consiglio dell’Unione Europea al termine di una settimana di contatti convulsi dietro le quinte, scatenati da una bozza presentata dalla Svezia che aveva provocato l’ira degli israeliani. Determinante è stata l’introduzione del concetto che l’assetto definitivo a Gerusalemme (che Israele considera propria capitale riunificata per sempre) debba scaturire da negoziati, e non possa essere stabilito in maniera unilaterale come suggeriva la Svezia, presidente di turno dell’Ue. «Gli svedesi forse non hanno capito che il processo di pace non è come i mobili leggeri dell’Ikea per i quali bastano un martello e qualche vite, ma è una questione ben più complessa», ha osservato una fonte governativa israeliana. Alla vista del documento concordato a Bruxelles, Israele ha concluso che le posizioni «estreme» di Stoccolma erano state accantonate e che avevano invece «prevalso le voci responsabili e ragionevoli». In particolare Israele ha ringraziato l’Italia per il ruolo svolto. Oggi il ministro degli esteri Franco Frattini avrà occasione di illustrare il significato del documento al premier Benyamin Netanyahu a Gerusalemme e al suo omologo Salam Fayad a Ramallah. All’origine della sortita svedese c’erano le espressioni di sconforto provenienti da Ramallah: ad esempio, la decisione di Abu Mazen di non ripresentarsi alla carica di presidente dell'Anp; la sensazione palestinese che anche il presidente Usa Barack Obama sia impotente di fronte ai progetti edili ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est; e le voci ricorrenti a Ramallah per una proclamazione unilaterale di indipendenza palestinese in assenza di negoziati concreti con Israele. Nell'intento di garantire ai palestinesi un orizzonte politico la Svezia aveva suggerito di stabilire che Gerusalemme dovrà essere la capitale dei due Stati e di enunciare l'intenzione europea di riconoscere comunque un futuro Stato palestinese, anche se proclamato unilateralmente. Poi la diplomazia svedese ha dovuto retrocedere. Il documento approvato a Bruxelles raccoglie invece, almeno in parte, le tesi israeliane sulla necessità che ogni futuro assetto di pace derivi da negoziati diretti e tenga a mente le necessità di sicurezza dello Stato ebraico. L’Unione Europea respinge invece la tesi israeliana secondo cui sia da imputare ad Abu Mazen la assenza di negoziati. Fayad, il premier palestinese, era ieri sostanzialmente soddisfatto: «Israele avrà capito adesso che la sua politica del fatto compiuto nei Territori non paga piu», ha commentato. Da parte sua il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat ha ribadito che Gerusalemme «è la capitale del popolo ebraico da tremila anni» e deve restare una città unificata, «proprio come Berlino». Il documento approvato a Bruxelles lo ha deluso anche perché, a suo parere, non ha attinenza con la realtà: «Sul piano pratico - avverte Barkat - qualsiasi tentativo di spartire Gerusalemme non potrebbe avere oggi successo, sarebbe destinato al fallimento». 9/12/2009, http://www.lastampa.it/

martedì 8 dicembre 2009


Israele, in vendita una spiaggia con sirena

Il primo testimone che assicurò aver visto una bellissima sirena nuotare nelle acque della spiaggia di Kiryat Yam, una località a dieci km al nord del porto di Haifa, in Israele, è stato un pescatore di 60 anni. Da allora si sono moltiplicati gli avvistamenti di questa creatura mitologica, portando fama e notorietà alla piccola spiaggia. Tanto che il municipio della città ha messo all’asta su e-bay la spiaggia per tre milioni di euro.
Il comune ha offerto 1 milione di euro a chi apporti prove tangibili dell’esistenza della sirena, convinto che, se davvero esistesse questa mitica creatura, molto più denaro arriverebbe alle casse municipali per la pubblicità. Nessuno ha potuto dimostrare la sua esistenza ma, sembra che, secondo quanto rivelato da un giornale locale, la catena americana NBC stia preparando un documentario sul paesino e sulla misteriosa sirena.http://www.newnotizie.it/



Tel Aviv


Ritz-Carlton debutta a marzo in Israele

Sarà indirizzato soprattutto ad una clientela business di alto livello il nuovo hotel a firma Ritz-Carlton che aprirà in Israele a marzo 2012. La struttura rappresenta il debutto del brand nel Paese e avrà 110 camere e 85 Ritz-Carlton residential suite, ideate per i soggiorni più lunghi dei businessmen. L'hotel si trova nella marina di Herzliya, a Nord di Tel Aviv. "Un sito adatto anche alla clientela leisure - specifica Simon F. Cooper, president and chief operating officer, Ritz-Carlton - in un'area particolarmente adatta ad accogliere una struttura a cinque stelle. L'hotel è solo il primo passo per una nostra espansione futura nel Paese". Il progetto richiederà un investimento complessivo di circa 160 milioni di dollari.07/12/2009 http://www.ttgitalia.com/



Gli insediamenti sono il punto più basso dei rapporti fra Europa e Israele

Netanyahu in difficoltà (per colpa nostra)
di Claudio Pagliara 7 Dicembre 2009 , http://www.loccidentale.it/
Gerusalemme. Che autogol per la residua credibilità europea in politica estera! Benjamin Netanyahu annuncia il congelamento degli insediamenti per 10 mesi. E la presidenza svedese dell’Unione prepara una bozza di risoluzione che sembra copiata con carta carbone da un documento palestinese: uno stato con i confini del ’67 e Gerusalemme est come capitale. Si dirà, niente di nuovo. Vero. Ma in diplomazia non conta solo cosa si dice, ma anche e soprattutto quando. Accendere i riflettori su Gerusalemme, il nodo più controverso , all’indomani dello stop israeliano a nuove costruzioni in Cisgiordania equivale a dare un sonoro schiaffo a Benjamin Netanyahu.E’ assai probabile, dice una fonte diplomatica italiana, che la bozza subirà una profonda revisione prima di lunedì, quando verrà portata al voto dei 27 ministri degli Esteri. Franco Frattini, atteso a Gerusalemme e a Ramallah il 9 dicembre, è tra i più attivi nel premere per un cambiamento sostanziale dei toni. Ma anche se il documento finale sarà più bilanciato della bozza, il danno è fatto. Netanyahu, riferisce chi gli è vicino, è furioso. Tanto che ha ordinato ai suoi uomini di tempestare di telefonate gli ambasciatori dei 27. Il ritornello è questo: con simili documenti, l’unico risultato è di dare al presidente palestinese Abu Mazen un pretesto per continuare a starsene alla finestra, allontanando nei fatti la ripresa del negoziato.I rapporti tra Israele e Unione europea hanno toccato uno dei punti più bassi durante il semestre di presidenza svedese. Si è sfiorata la crisi diplomatica in almeno due circostanze. La prima quando Stoccolma si rifiutò di criticare un articolo dal sapore antisemita comparso sul principale quotidiano del Paese. La seconda per l’intenzione del ministro degli Esteri svedese Carl Bildt di visitare Gaza. Ora, a presidenza quasi conclusa, terza crisi.I toni del documento in preparazione a Bruxelles rendono la vita più difficile a Netanyahu nel momento in cui deve fronteggiare le resistenze alla sua svolta. Il dibattito sul congelamento degli insediamenti nella colazione è stato vivace. La decisione è stata presa con un voto contrario, due astensioni e molti mugugni. Mai un governo israeliano si era impegnato a porre un freno alle nuove costruzioni in Cisgiordania. L’unico precedente riguarda il Sinai e dovrebbe far riflettere i critici di oggi. Begin decretò una moratoria di 3 mesi degli insediamenti quando iniziò il negoziato con Sadat. Con la sua mossa, Netanyahu si è messo in rotta di collisione con una parte del suo elettorato. All’ingresso di Ofra, i coloni, ai cui occhi il premier fino a ieri era un idolo, hanno scritto: “Bibi, Arabs in, Jews out”. Nemesi storica: era accaduto lo stesso al premier Sharon, quando annunciò il ritiro da Gaza e, all’epoca, era Netanyahu a guidare la protesta. Ora Bibi si trova alle prese con gli stessi problemi. Gli ispettori inviati dal governo per controllare il rispetto della decisione presa trovano i cancelli degli insediamenti sbarrati. Ci sono stati già i primi episodi di violenza. E la polizia ha dovuto procedere ai primi arresti. Neppure l’arma della seduzione personale ha funzionato: Netanyahu ha convocato i rappresentanti dei coloni, per due ore ha ascoltato le loro rimostranze, ha promesso che cercherà di alleviare i disagi causati dal blocco dei cantieri, ma non è riuscito a convincerli a mantenerne la protesta dentro i binari della legalità. La temperatura politica in Israele è destinata a subire un’impennata. Netanyahu lo ha messo certamente nel conto. Non sembra, il premier, credere che con la sua mossa riporterà il recalcitrante Abu Mazen al tavolo negoziale. Non subito, almeno. A spingerlo a varcare il Rubicone è stata piuttosto la necessità di rinsaldare i rapporti con i suoi alleati, in primo luogo gli Stati Uniti, che avevano toccato un punto pericolosamente critico proprio mentre l’ora della verità con l’Iran si avvicina a larghe falcate. La bozza svedese invece rischia di dar man forte ai falchi contrari a qualunque passo.
Una parte dell’Europa stenta a capire che per riannodare i fili del negoziato con i palestinesi bisognerà attendere l’esito della trattativa sulla liberazione di Gilad Shalit. Per il caporale ostaggio da 3 anni e mezzo di Hamas, Israele si appresta a liberare 1000 detenuti tra cui i registi della recente intifada dei kamikaze. Hamas canterà vittoria, a ragione. E a Fatah non resta che sperare nel ritorno in libertà del suo leader più popolare, Marwan Barghouti Un ritorno ad oggi non ancora certo. In questo contesto, Abu Mazen e’ spinto ad indurire i toni, per non perdere il residuo consenso popolare. L’Europa lo aiuti a decidere, senza dargli sempre ragione.



Gerusalemme cimitero monte Ulivi



Israele Lo 007 tedesco arrivato a Gaza per rilascio Shalit

È nelle mani di un enigmatico mediatore tedesco, Ernst Uhrlau, capo dell’intelligence di Berlino, il destino del negoziato sul possibile scambio di prigionieri fra Israele e Hamas. Negoziato giunto a un tornante decisivo, secondo le fonti ufficiose che indicano la presenza a Gaza di Uhrlau: reduce da una tappa israeliana e latore della risposta forse definitiva del governo Netanyahu all’ultima proposta di baratto di Hamas per il rilascio del caporale Ghilad Shalit. Secondo le fonti, Uhrlau - associatosi ai mediatori egiziani, ma accreditato ormai come il vero regista della trattativa - è nella Striscia. 08 dicembre 2009, http://www.ilgiornale.it/



Gerusalemme


iPhone verso il debutto in Israele

iPhone mercoledì arriverà ufficialmente anche sul mercato israeliano. Cupertino conta di collocare circa 240mila pezzi nel paese del Medio Oriente. Previsto venerdì il debutto anche nella piccola isola di Guam.
C'è un nuovo mercato pronto al debutto per iPhone. Si tratta di quello israeliano che mercoledì avrà, dopo una lunga attesa, il cellulare di Apple. Il lancio avverrà per iniziativa di tre operatori in contemporanea: Cellcom, Orange e Pelephone. In pratica tutti e tre gli operatori con network compatibili con il telefono avranno iPhone; resta esclusa solo MiRS che opera su rete iDEN e conta su ha un target di mercato diverso da quello della normale telefonia cellulare commerciale. Da notare che Cellcom, Orange e Pelephone hanno più o meno lo stesso numero di clienti con differenze tra l'uno e l'altro di poche decine di migliaia, anche se Cellcom, con circa tre milioni di abbonati, è il leader.Nonostante il mercato israeliano sia piuttosto piccolo, Apple spera di avere un buon riscontro. Nel paese del Medio Oriente c'è una forte penetrazione pro capite (circa il 140%, non troppo distante da quelle al top nel mondo come quella Italiana, 153%) e una forte propensione all'acquisto di questo tipo di dispositivi; si calcola che già siano almeno 80mila gli iPhone importati al mercato grigio e funzionanti sulle reti israeliane. Apple, in base a quanto riferisce Reuters, avrebbe stipulato un contratto per vendere 80mila iPhone a ciascuno dei suoi partner.............



Iran/ Israele, Netanyahu: Usa utilizzino "Twitter" conto Teheran

Gerusalemme, 7 dic. (Apcom) - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha raccomandato agli Stati Uniti di utilizzare il sito di micro-blog "Twitter" e internet contro il regime iraniano. E' quanto si è appreso da fonti parlamentari. "L'Iran impedisce la libertà di informazione della popolazione attraverso internet (...) utilizzare l'impatto di internet e di Twitter contro il regime iraniano, costituisce qualcosa di straordinario che gli Stati Uniti possono fare", ha affermato Netanyahu, secondo queste fonti. Il primo ministro ha espresso queste opinioni, che sono state riportate alla stampa, durante una riunione della commissione della Difesa e degli Affari esteri del Parlamento. "In questi ultimi anni, l'Iran è stato percepito come un regime antipatico. Oggi, ispira un odio profondo al popolo (iraniano). E' questo che si esprime all'esterno e questo rappresenta un vantaggio molto importante per lo stato di Israele", ha aggiunto Netanyahu. Come molti Paesi occidentali, Israele accusa la repubblica islamica di cercare di dotarsi dell'atomica sotto copertura di attività nucleare civile. Accuse che sono state smentite da Teheran. Israele ritiene l'Iran il suo nemico peggiore, visto che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha più volte annunciato la prossima scomparsa dello stato ebraico.



I sogni non passano in eredità. Cinquant'anni di vita in kibbutz

Corrado Israel De Benedetti Prezzo di copertina: € 12,91
Questo libro è nato per cercare di chiarire a chi l'ha scritto e a chi lo vorrà leggere il succedersi dei cambiamenti nella vita in un kibbuz, che hanno portato questo modello di vita comunitaria a un graduale rigetto dei valori socialisti su cui si fondava. Cause ed effetti del processo tuttora in corso si possono intravedere seguendo le vicende di un membro del kibbuz, uno tra le decine di migliaia che scelsero di vivere questa esperienza straordinaria.

"Anni di rabbia e di speranze. 1938-1949"**dedicato "...ai miei compagni della scuola ebraica di Ferrara assassinati nei campi di sterminio nazisti assieme a un milione e mezzo di altri bambini ebrei."** racconta l'esperienza degli ebrei italiani dopo l'emanazione delle leggi razziali e durante la guerra e soprattutto l'entusiasmo e la gioia con cui, nell'immediato dopoguerra, l'autore e altri giovani scoprirono e abbracciarono l'ideale sionista e socialista. "Per la prima volta dopo gli anni delle persecuzioni, della guerra e delle fughe mi si apriva davanti una strada del tutto nuova,mi si offriva un mondo del tutto diverso da quello fino ad oggi conosciuto della borghesia cittadina,dei compromessi,delle delusioni e dei vuoti di pensiero. Mi si spalancava davanti un mondo di ideali, bandiere nuove e pulite, un mondo dove saremmo stati noi soli a costruirci il nostro futuro come lo volevamo...siamo traboccanti di voglia di essere ebrei,e solo ebrei, tornare al nostro paese, costruire una società nuova, fare i pionieri e creare un kibbutz tutto nostro ...il seminario ci ha aperto una strada bella, nuova e pulita tutta per noi..."** "http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/?TAG=speranze%20e%20sogni


«Verso le due del pomeriggio scorgiamo delle figure [...]: sono soldati [...], noi chiediamo balbettando in inglese: «Are you English?». «No» è la risposta. «American?». E di nuovo «No». «Who are you?» «I am a Jew». Queste quattro parole ci lasciano sbalorditi [...]» De Benedetti, Corrado Israel, Anni di rabbia e di speranze. 1938-1949, La Giuntina, Firenze 2003. Una recensione di Claudia Rosenzweig: Prima di cominciare a presentare questo libro, vorrei ricordare un episodio accadutomi mentre ero in visita nel Kibbutz dei Combattenti del Ghetto, i Lokhame' hagettatot, nel Nord d'Israele. Là ho avuto la fortuna di conoscere Marek Hermann, un ebreo originario di Lodz, che è stato partigiano in Polonia e in Italia e che, dopo avere dedicato la vita alla costruzione del Kibbutz e all'allevamento delle mucche, da pensionato fa il volontario nel Museo sulle persecuzioni ebraiche in Europa del Kibbutz, che contiene anche una biblioteca. Marek Hermann è una figura carismatica, affascinante. La moglie, timida e introversa, dopo avermi raccontato la tragica fine della sua famiglia, mi disse piangendo e sorridendo a un tempo: «Sai, a volte mi chiedo come abbiano fatto persone come noi, che hanno sofferto così tanto, che hanno perso tutto, a riuscire a costruire una cosa così bella come il nostro kibbutz.»Il libro di Corrado Israel De Benedetti è una testimonianza che può essere avvicinata a quanto raccontava la signora Hermann. È infatti il libro di un protagonista di questa attività di costruzione dopo la rovina portata del nazi-fascismo con la II Guerra Mondiale. «Per la prima volta, dopo gli anni delle persecuzioni, della guerra e delle fughe», scrive De Benedetti, «mi si apriva davanti una strada del tutto nuova, mi si offriva un mondo del tutto diverso da quello fino ad oggi conosciuto della borghesia cittadina, dei compromessi, delle delusioni e dei vuoti di pensiero. Mi si spalancava davanti un mondo di ideali, bandiere nuove e pulite, un mondo dove saremmo stati noi soli a costruirci il nostro futuro come lo volevamo.» E ancora: «siamo traboccanti di voglia di essere ebrei e solo ebrei, tornare al nostro paese, costruire una società nuova, fare i pionieri e creare un kibbutz tutto nostro. [...] il seminario ci ha aperto una strada bella, nuova e pulita tutta per noi» [p. 125].Anni di rabbia e di speranze è un libro di ricordi, narrato con stile semplice e diretto, senza sentimentalismi. Il racconto è fatto in prima persona, al presente, come era già avvenuto nel primo libro di De Bendetti che Giuntina ha pubblicato nel 2001, I sogni non passano in eredità. Cinquant'anni di vita in kibbuz.È il libro di una generazione che ha deciso di non dedicarsi alle parole, bensì di crescere nella vita concreta, di tornare alla terra, di abbracciare l'ideologia del kibbuz e di dedicare la propria vita, per tornare su un'espressione dell'autore stesso, a costruire un sogno. Anche nel tipo di narrazione, che potremmo definire quasi come una cronaca degli avvenimenti, si avverte questa scelta di concretezza, in questo riproponendo in italiano alcune caratteristiche della lingua, ebraica, come in genere una sintassi molto semplice, accanto a un lessico conciso, essenziale, a tratti persino colloquiale, nel quale le parole non sono mai ambigue.Si tratta dunque di una autobiografia, divisa, come ci dice l'autore stessa, in un “prima” (l'adolescenza), un “durante” (la guerra e la persecuzione degli ebrei) e un “dopo” (il periodo del dopo guerra).La parte per noi più interessante è senza dubbio l'ultima, quando l'autore descrive l'entusiasmo con cui lui e altri giovani ebrei abbracciano l'ideale sionista e socialista e in particolare ci offrono una testimonianza della Hakhsharà, «centro di preparazione professionale», «campo di avviamento al lavoro agricolo, integrato da corsi di lingua e cultura ebraica, e, per le correnti della sinistra sionistica, anche di marxismo»[citazione tratta da: Amos Luzzatto, Autocoscienza e identità ebraica, in Storia d'Italia. Gli ebrei in Italia, op. cit., pp. 1829-1900 e in particolare p. 1866, nota 89]. Le hakhsharot erano state create già prima della II Guerra Mondiale e destinate alla formazione professionale dei profughi ebrei intenzionati a partire per la Palestina. La prima hakhsharà in Italia fu fondata nel 1934. La Hakhsharà di cui De Benedetti ci racconta è quella di San Marco, soprannominata Tel broshim, la collina dei cipressi, che rimase in funzione dall'estate del 1947 a quella del 1958. Su questi temi la letteratura è ancora insufficiente, limitata a interventi sporadici raccolti ne La Rassegna Mensile di Israel e in modo organico soprattutto nel contributo di Simonetta Della Seta e Daniel Carpi, Il movimento sionistico, in Storia d'Italia. Gli ebrei in Italia, a cura di Corrado Vivanti, vol. II, Dall'emancipazione a oggi, Einaudi, Torino 1997, pp. 1321-1368. La bibliografia riportata in questo articolo ci farà comprendere ancora di più quanto quella di De Benedetti sia una testimonianza importante, che sarebbe interessante l'autore approfondisse ulteriormente. Una storia raccontata oggi potrebbe forse tenere conto del fatto che quegli anni nella coscienza delle nuove generazioni sono già molto lontani e poco noti, nonostante rappresentino un capitolo importante del sionismo in Italia e in altri paesi d'Europa.http://www.israele.net/

lunedì 7 dicembre 2009


Santo Sepolcro


Santo Sepolcro, Amman protesta

"Terrasanta.net" riferisce di un'iniziativa israeliana che sta provocando problemi e polemiche intorno all'edificio sacro nel cuore della Città Vecchia, un luogo in cui anche i centimetri sono preziosi e pericolosi....
Nell'edizione di ieri, 4 dicembre, il quotidiano di Amman The Jordan Times riferisce che il ministero degli Esteri giordano ha convocato l'ambasciatore di Israele, Nevo Dani, per consegnargli una nota di protesta ufficiale. La nota esprime condanna e preoccupazione per i lavori intrapresi dagli israeliani sul muro occidentale esterno della basilica del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, in violazione del regime dello Status quo che regola tutto ciò che riguarda quell'edificio sacro cristiano. Nei giorni precedenti alcuni tecnici dell'Autorità israeliana delle antichità erano intervenuti su un'antica porta murata che si affaccia su Christian Quarter Road, provocando subito allarme e accuse ai francescani della Custodia di Terra Santa, sospettati di aver richiesto l'intervento. Per rigettare questi addebiti la Custodia ha emesso un comunicato ufficiale nel pomeriggio del 3 dicembre. Ne riportiamo integralmente il testo, in una traduzione dall'inglese della nostra redazione: La Custodia di Terra Santa si sente in dovere di diffondere il seguente comunicato: «I lavori attualmente condotti dall'Autorità israeliana per le antichità (Israel Antiquities Authority, Iaa) sull'antica porta murata denominata Porta di Maria, che si trova in Christian Quarter Road nella città vecchia di Gerusalemme, sono esclusivamente e totalmente iniziativa della medesima Autorità israeliana per le antichità». «La Custodia di Terra Santa non ha mai chiesto alla Iaa di realizzare questi lavori né ha concesso il suo permesso. I rappresentanti della Custodia hanno invece informato i funzionari della Iaa circa la delicata natura di questa porta. Va dichiarato che la Custodia non ha richiesto che fosse effettuato alcun cambiamento alla porta, e che le sbarre metalliche poste a protezione della porta fossero mantenute immutate, esattamente perché dietro questa porta murata c'è il convento francescano del Santo Sepolcro». «La Custodia dichiara, perché sia messo agli atti, che questa antica porta deve essere lasciata come si trovava». «La presente dichiarazione viene rilasciata per contrastare le accuse totalmente false che i lavori abbiano in qualche modo avuto origine dalla Custodia di Terra Santa». Abbiamo chiesto a padre Eugenio Alliata, archeologo e docente allo Studium Biblicum Franciscanum, di dirci in poche parole cosa sia accaduto. Spiega il religioso: «La porta di Maria, murata da tempo, risale all'epoca crociata ed è un manufatto molto importante perché introduce alla cappella dell'Apparizione, all'interno del Santo Sepolcro, attraverso una scala oggi impraticabile. Onestamente sono rimasto stupito dell'intervento israeliano dei giorni scorsi, che non reputavo urgente. I lavori, da quanto ho capito, si sono limitati a una sistemazione delle fughe delle pietre e alla rimozione di una grata. La Custodia non ha chiesto a nessuno, tantomeno all'Iaa, di intervenire sul manufatto, né sta eseguendo alcun lavoro in proprio. Essendo parte integrante della struttura del Santo Sepolcro, la Porta di Maria è sottoposta al regime dello Status quo e nessun lavoro può esservi compiuto senza l'accordo delle altre Chiese cristiane presenti nel santuario. Questo, credo, sia il senso della dichiarazione: la Custodia non ha violato in alcun modo lo Status quo». Va ricordato che nelle settimane scorse il governo giordano aveva già espresso anche al Papa (ne abbiamo riferito con una notizia del 28 ottobre) le sue preoccupazioni per le «misure unilaterali» israeliane a Gerusalemme Est, area su cui la Giordania esercitava il controllo fino alla Guerra dei sei giorni del 1967 e che Amman - come anche la comunità internazionale - considera sotto occupazione, ma non legittimamente parte del territorio israeliano. http://www.lastampa.it/, 6/12/2009



Eilat parco del ghiaccio


Israele: attrice fuma in scena, teatro citato per danni

TEL AVIV – Un’attrice fuma in scena e il teatro viene citato per danni da una spettatrice. E’ successo ad Haifa: secondo questa donna, la protagonista del ‘Posto da cui provengo’ Orli Silberschatz, ha fumato complessivamente ”per circa mezz’ora, arrecando danno ai suoi colleghi e agli spettatori”. L’indennizzo richiesto al tribunale e’ di mille shekel (equivalente di circa 180 euro) per ciascuno dei 4mila spettatori. (RCD) 06 Dicembre 2009



Mar morto





Viaggio a Sodoma modello di vizi esportato in Italia

Sodoma Dal vostro inviato a Sodoma. Non è una metafora del caso italiano, dei suoi giri viziosi e ricattatori, sono davvero nel luogo biblico della città più viziosa del mondo, modello universale di Turpilandia. Tutti parlano da noi di Sodoma, o di Gomorra nel senso di Saviano; e mi incuriosiva vedere, o almeno sfiorare, l’originale biblico. Risalendo da Aqaba in Giordania verso il mar Morto, si incontra il sito più sciagurato del mondo, distrutto nel 2009 avanti Cristo, o giù di lì. Due antiche città che si presume fossero Sodoma e Gomorra, furono in effetti ricoperte da uno strato di cenere assai denso e qui si sono rintracciate migliaia di tombe. È il tramonto e da lontano si intravedono le luci di Israele, la Terra Santa, i luoghi della Salvezza. Forse non fu Dio in persona a ordinare il massacro dopo la pretesa dei sodomiti di abusare perfino degli angeli; forse fu un cataclisma naturale. Un terremoto può aver risvegliato i gas sotterranei, scosso fiumi di bitume e provocato la distruzione delle città sul mar Morto e la riduzione di alcuni suoi mitici abitanti in statue di sale, come Lot. Ma le due città, o forse cinque, furono rase al suolo e l’agente atmosferico della catastrofe, stando alle tracce ritrovate, sembra che sia stato davvero col fuoco lo zolfo, il diabolico zolfo. Si avverte nell’aria qualcosa di osceno e sulfureo in questi luoghi, un odore ancestrale di eros e di morte, di piaceri andati a male, di corruzione dei corpi per stravizi o per decomposizione. Ci sono ancora nella zona i biblici pozzi di fango citati nel Vecchio Testamento, anche se la maledizione si secolarizzò in terapia e ora non servono per punire le coscienze sporche ma per pulire la pelle sulle rive del mar Morto. Se fossimo integralisti islamici, ebraici o cristiani, o semplicemente dirigenti della Regione Lazio, organizzeremmo gite d’istruzione nei luoghi della corruzione per mostrare come finiscono male le città travolte dal vizio sessuale. Eppure pochi chilometri più su, c’è il luogo del battesimo di Gesù Cristo, c’è Monte Nebo dove Mosè mirò alla Terra Promessa e morì col suo desiderio irrealizzato, e al di là delle acque c’è Betlemme, la città del Pane, c’è Gerusalemme, ci sono i luoghi santi. Quasi a conferma che il Male è coinquilino del Bene, non abita agli antipodi ma accanto... Francesco Fransoni, ambasciatore d’Italia ad Amman, mi dice che c’è chi ha progettato di far rinascere nel sito di Sodoma e Gomorra una zona gaudente di casinò e annessi, ma la Giordania è già il luna park dei Paesi arabi e forse un’idea del genere sarebbe troppo per un Paese islamico. Oggi sulle rive del mar Morto i corpi beati galleggiano nel mare, gambe all’aria, grazie alla presenza massiccia del sale, quel lago salatissimo nel punto più basso della terra, a quattrocento metri sotto il livello del mare. Un lago morente, privo di vita in cui scende ogni anno il livello dell’acqua. A pochi chilometri dai resort si sentono e si vedono esplosioni militari in direzione di Israele, ma gli arabi non sembrano preoccupati. Impressionano nel mar Morto le donne islamiche che fanno il bagno intabarrate nei loro vestiti e copricapi; la religione nega loro il piacere elementare di corpi liberi nelle acque e li obbliga a tenersi l’umidità dei loro vestiti addosso. Persino le bambine di cinque anni fanno il bagno coperte fino al collo, mentre i loro coetanei maschi se la spassano nudi; il loro tagliando per la libera circolazione fu la circoncisione. Sono numerosi i bambini arabi in vacanza con la famiglia, tutti molto disciplinati; i più irrequieti saranno stati uccisi? (Scherziamo). A pochi chilometri dal Bene e dal Male, nel deserto della Giordania, campeggiano i sette pilastri della saggezza, la montagna spettacolare dalle sette rocce accavallate l’una sull’altra che affascinò Lawrence d’Arabia. Luogo biblico la Giordania ma anche cinematografico, se si considera che qui fu girato il mitico film su Lawrence d’Arabia con Peter O’Toole e a Petra, dove fu girato vent’anni fa Indiana Jones, che sembra una fiction di Hollywood tanto è irreale il suo paesaggio: le rocce ed i templi scavati nelle sue pietre sembrano cartapesta di un set e invece sono granitica realtà. E così i passaggi esoterici tra le rocce, le dune rosse di sabbia del Wadi Rum, i castelli arabi e crociati, come a Karak, le rovine di Gerasa. I giordani sono tra gli arabi forse i meno ringhiosi e più affabili e sorridenti. Ma l’islam si affetta pure qui con il coltello, tanto è spesso. A Petra in piena notte e al primo chiarore dell’alba, siamo stati svegliati più volte dagli altoparlanti del minareto che diffondono le preghiere del muezzin e dei devoti per i giorni del Sacrificio: noi ci poniamo il problema di offendere la sensibilità degli islamici semplicemente con un discreto e muto crocifisso disperso in una parete, loro non si pongono il problema di svegliarci con altoparlanti a palla che ripetono per un’ora le loro invocazioni religiose. Una religione invasiva, in tutti i sensi. Contrappasso di un’irreligione invasiva, quella di Sodoma e Gomorra, divenuti i pilastri della follìa del nostro tempo. Dal Medio Oriente non esportiamo solo monoteismi ma anche antichi modelli sodomiti di vita. Il rovescio dell’islamizzazione, il suo lato b, è la sodomizzazione d’Italia. 07 dicembre 2009, http://www.ilgiornale.it/


istituto Weizmann


Erez, israeliano ucciso da agenti sicurezza stato ebraico

Gerusalemme, 7 dic. (Ap) - Un israeliano, che tentava di superare la barriera di sicurezza che circonda la striscia di Gaza vicino al valico di Erez, è stato ucciso da agenti di sicurezza dello stato ebraico. Lo ha annunciato la radio pubblica. La vittima, sulla trentina, è riuscita a superare il "muro" ed è penetrata nel perimetro di sicurezza che circonda il punto di passaggio riservato ai pedoni. L'uomo è poi corso verso il punto di passaggio delle automobili. Gli agenti di sicurezza lo hanno localizzato e gli hanno invano intimato di fermarsi. Gli agenti hanno successivamente sparato in aria a scopo di avvertimento, ha aggiunto la radio. Spaventato, è tornato sui propri passi prima di voltarsi di nuovo e correre verso la striscia di Gaza. A questo punto, conformemente alle norme in vigore in questo settore "sensibile", agenti e soldati hanno aperto il fuoco contro di lui per evitare che entrasse nella striscia di Gaza e fosse rapito dai palestinesi come il soldato Gilad Shalit, preso nel giugno 2006 e prigioniero nella striscia di Gaza. Secondo i primi elementi dell'indagine, la vittima originaria del sud di Israele soffriva apparentemente di "disturbi mentali". Un portavoce dell'esercito non è stato in grado di confermare o smentire queste notizie.



Israele: rafforzata protezione per Netanyahu

I servizi di sicurezza israeliani hanno rafforzato la protezione attorno al premier Benyamin Netanyahu perché preoccupati dall'inasprimento delle proteste dei coloni contro il congelamento dei loro insediamenti per i prossimi dieci mesi. Lo ha riferito la radio militare secondo cui oggi attorno all'ufficio del premier a Gerusalemme si nota una presenza rafforzata di forze di polizia. Secondo il ministro Benyamin Ben Eliezer l'atmosfera di insubordinazione creatasi fra i coloni in Cisgiordania in seguito alla decisione sul congelamento "ricorda quella dei mesi precedenti all'assassinio di Yitzhak Rabin", nel novembre 1995. 06 dicembre 2009 http://unionesarda.ilsole24ore.com/


Gerusalemme

Gaza: il soldato israeliano rapito Gilad Shalit visitato da medici francesi L'incontro potrebbe essere visto come il segno di una prossima liberazione

Gaza - Gilad Shalit, Il soldato franco-israeliano (il militare ha la doppia nazionalita' francese e israeliana) rapito nella striscia di Gaza da più di tre anni sarebbe stato visitato da un equipe di medici francesi. Secondo il quotidiano in lingua araba bastao a Londra, Al Hayat, l'incontro con il personale medico sarebbe avvenuto nella giornata di oggi. Un responsabile dei servizi di sicurezza egiziani ha confermato che un gruppo di medici francesi si è recato ieri nella striscia di Gaza, controllata da Hamas. Secondo Al Hayat e altri organi di stampa della regione, Hamas, starebbe trattando un'accordo con Israele: uno scambio di prigionieri, Gilad Shalit contro un certo numero di prigionieri politici Tra cui, forse Marwan Barghouti, leader coraggioso e carismatico, la speranza della causa nazionale palestinese. Le trattative sarebbero patrocinate dall'Egitto con la mediazione della Germania. http://www.voceditalia.it/

Ad rivum eundem: cronache da Israele (1990-2006)

Per capire la complessità del conflitto più discusso e meno conosciuto al mondo: raccolti in volume più di 100 articoli sulla storia e la cronaca dello stato di Israele dal 1990 a oggi.MARCO PAGANONI"Ad rivum eundem. Cronache da Israele"Proedi, Milano, 2006pp. 416, € 12,00Per i lettori del sito www.israele.net, sconto del 30% (più spese di spedizione). Scrivere al sito www.israele.net specificando nome, cognome, recapito postale.Chi esamina la storia della Terra d’Israele/Palestina e delle due popolazioni che vi vivono non può che arrivare alla conclusione che l’unica soluzione è il compromesso: suddividere la terra tra i due popoli. Il movimento nazionale sionista, che accettò la suddivisione nel 1947, la persegue ancora oggi tra accordi di Oslo, offerte a Camp David, Road Map, ritiri unilaterali. Il nazionalismo pan-arabo e il movimento indipendentista palestinese, invece, non la accettarono nel 1947 e ancora oggi non sembrano realmente disposti ad accettarla. Ciò che è in discussione, qui, non sono dunque i confini, né il territorio dei due stati. Ciò che è in discussione è il principio stesso della suddivisione della terra in due stati per due popoli. A ben vedere la questione, per quanto complessa, è tutta qui: nella mancata spartizione della Terra d’Israele/Palestina fra i suoi abitanti, ebrei e arabi. E in questi termini si ripropone, ostinata, fino i nostri giorni.È intorno a questi temi che ruotano gli articoli raccolti in questo volume. Scritti originariamente per un pubblico partecipe, informato ed esigente come è quello del mensile della Comunità Ebraica di Milano e del sito WWW.ISRAELE.NET, si sforzano di offrire una lettura delle complesse vicissitudini del conflitto israelo-arabo-palestinese che sia approfondita e dettagliata quanto occorre, e al contempo sufficientemente chiara e comprensibile.Dando voce sovente all’opinione di autorevoli e ascoltati esperti e politici israeliani, le cronache e le analisi contenute in questa raccolta assolvono anche a un compito non banale: dare conto di come vengono compresi e dibattuti i nodi della guerra e della pace nel discorso pubblico israeliano. Infatti, a differenza delle posizioni più marginali e minoritarie – che certo in Israele non mancano, come in ogni vera democrazia, ma che godono all’estero di un’eco sproporzionata – è la maggioranza della popolazione israeliana quella chiamata a operare le grandi scelte politiche. Dunque vale la pena di comprenderla, e di comprendere la percezione che ha del conflitto, delle sue cause e delle sue prospettive.Conflitto che viene qui ripercorso nei suoi ultimi quindici anni – dalle radiose speranze alle cocenti delusioni del processo di pace – nel costante sforzo di mettere in luce le circostanze, le ragioni di fondo ma anche quegli ambigui pretesti che non di rado, con la loro logica all’apparenza persuasiva e stringente, hanno tanto affascinato gli osservatori stranieri. Nell’auspicio, come insegna l’apologo di Fedro (Ad rivum eundem…) di non confondere chi si atteggia a vittima con chi vittima è veramente.MARCO PAGANONI. Nato in Israele nel 1959 da genitori italiani non ebrei, vive in Italia dal 1967. Nel 1986 pubblica Dimenticare Amalek - rimozione e disinformazione nel discorso della sinistra sulla questione israeliana (La Giuntina). Dal 1989 pubblica articoli di analisi mediorientale sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano. Nel 1989 è tra i fondatori, a Milano, del centro NES - Notizie e Stampa e da allora è direttore del notiziario periodico NES, specializzato su Israele e Medio Oriente. Dall’ottobre 2000 dirige il sito www.israele.net. Dal 2001 insegna Storia e Istituzioni dello Stato di Israele presso l’Università di Trieste.[L’Editore avverte che, per errore, sono andate in distribuzione alcune copie difettate e si dichiara pronto a sostituirle con copie corrette senza oneri per l’acquirente. Rivolgersi a Proedi, Via E. Biondi, 1 - 20154 Milano - tel. 02 349951 - fax 02 33107015 - ww.proedieditore.it]



Berlino, le parole mute di Felice e Lilly.Sofisticata, controcorrente, anticonformista

Sofisticata, controcorrente, anticonformista. Un talento bruciato, una vita fatta di ardenti passioni. Oggi un libro ripercorre la storia di Felice Schragenheim, poetessa che morì a Bergen Belsen a soli 23 anni. Apre il libro una delle foto più toccanti. Lilly Wust ha 78 anni, è il 1991. Seduta al tavolo del suo tinello, solleva con la mano ossuta una delle foto dell’amica Felice sparse davanti a lei. Ha il viso scavato dal dolore, gli occhi pudichi nascondono una vita di lacrime. Lilly e Felice - Aimée e Jaguar, soprannomi letterari, secondo l’epica dell’amore -, si erano viste per l’ultima volta il 7 settembre 1944. La cronaca: “Arrivate a casa senza fiato dopo una lunga pedalata sotto il sole, ci trovano la Gestapo. ‘Non c’è bisogno che lo neghi’, afferma in tono tagliente l’uomo con i capelli scuri e l’uniforme delle SS, rivolgendosi a Felice, ‘lei è l’ebrea Schragenheim’. Felice tenta la fuga, corre via, attraversa il giardino e sale dalla signora Beimling, ma non c’è niente da fare. L’interrogatorio riprende. Dopo due ore arrivano altri uomini delle SS che avevano atteso in un camion pochi isolati più avanti. In silenzio Felice sfila l’anello con la pietra verde che porta al dito medio e lo consegna a Lilly, la bacia sulla fronte. Poi la portano via”. Secondo documenti conservati a Tel Aviv, muore nel marzo 1945, a soli 23 anni. Le mille testimonianze, le immagini, le lettere, le poesie, gli appunti raccolti dalla scrittrice Erica Fisher nel volume La breve vita dell’ebrea Felice Schragenheim (editore Beit, euro 32,00) dicono che si poteva essere felici. Che nella Berlino assediata dal Male la vita poteva pulsare ed espandersi e irradiare la sua grazia leggera. Che la paura poteva arrendersi di fronte alla normalità. Che nella tragedia, il cuore di Felice pulsava al suo solito ritmo, e di più. E che il suo sorriso restava invulnerabile: identico a quello che bambina esibiva nelle foto accanto alla sorella Irene. Felice nasce il 9 marzo 1922 all’ospedale ebraico di Berlino. Nella capitale tedesca vivono allora 173 mila ebrei, il 4,3 per cento della popolazione, il 30 per cento di tutti gli ebrei tedeschi. Il padre Albert è un dentista, la madre Erna Karewski anche. “Gli amici della famiglia sono ebrei di orientamento liberale e socialista. La casa è frequentata da avvocati, medici, artisti, come il noto scrittore Lion Feuchtwanger, cugino di secondo grado di Albert Schragenheim. Fra i loro amici vi è anche un rabbino: gli Schragenheim, pur non essendo religiosi, danno molta importanza alle tradizioni. La vita scorre abbastanza tranquilla: le vacanze nella Foresta Nera, a Binz, sull’isola di Rugen, sugli sci a Johannisbad, nel Reisengebirge. È tutto nelle foto. Il miracolo della vita di Felice risuona in un apparato documentario incredibile.Il certificato di nascita, l’iscrizione a scuola, i compagni delle elementari, i visti per l’espatrio, cartoline, lettere, poesie, ritratti, fogli strappati, quaderni, conti, tutto. Anche il primo lutto di Felice è inciso in un’immagine. L’incidente del 30 maggio 1930: la Fiat dei genitori si ribalta su una strada di campagna. Il papà rimane illeso, la mamma muore. Da lì, il precipizio: le prime epurazioni a partire dal 1933, la morte del padre nel 1935, l’esclusione dalla scuola dopo la Notte dei Cristalli fra il 9 e il 10 novembre 1937. In quello stesso anno Felice scrive: “Gli spiriti lungimiranti del nostro tempo/vedono nero, i miopi vedono rosso,/i presbiti distinguono tutti i colori./Vi è proprio di tutto, manca però/chi sappia veder chiaro”. L’impegno se lo prende in prima persona: io voglio vederci chiaro, dice Felice. Almeno questo racconta la sua vita. Una chiarezza che diventa strumento operativo. Tutti scappano, compresa l’amica Hilli Fränkel, ma lei no, resta a Berlino. Tra i documenti c’è un visto per l’Australia; forse potrebbe raggiungere lo zio Walter Karewski negli States; la sorella Irene va a Londra. Niente di fatto: “Per la Terra promessa / occorre prima prenotare”, scrive in versi. La sua vita è già prenotata qui, a Berlino. Da spendere nel clan effervescente e libertino dell’attrice Olga Cechova, tra fughe, nascondimenti e amori omosessuali. Fino all’incontro decisivo dell’ottobre 1942. L’amica Inge Wolf, con cui Felice condivide la casa, lavora come domestica da Elisabeth Lilly Wust, madre di quattro figli. Un giorno la padrona le confida di poter riconoscere un ebreo dall’odore. Come Inge lo riferisce all’amica, “Felice, che amava l’avventura e si annoiava in mancanza di un’occupazione, trova il fatto assai curioso e intende fare la prova di persona”. Alla fine di novembre le tre donne si danno appuntamento al Café Berlin nei pressi del Banhof Zoo. “Malgrado sia novembre, Lilly indossa un vestito di seta blu scuro a roselline bianche e azzurre. Accanto a Felice, così elegante nel suo fine tailleur inglese, si sente penosamente banale.Giunto il momento di congedarsi, Felice offre a Lilly una mela. Lei l’afferra tremante e la stringe forte tra le mani”.Detto così, un normale incontro. D’accordo, fulminante, ma agli esseri umani accade così, no? È la scena a essere folle. Berlino è nel pieno delle deportazioni; Felice, clandestina, non ha fissa dimora e sopravvive con documenti falsi; nel giro di qualche mese verrà il tempo dell’azione finale contro gli ebrei. Scrive in versi Felice: “…Una cosa almeno mi è comunque riuscita: / sognavo sempre di far cose folli / e di questo ora ho la prova: / a essere folle sono io!”. E Lilly? Sposata con un militare, quattro figli maschi. Che importanza ha? Nell’ottobre del 1943 si separa dal marito. Il 22 novembre squillano le sirene, intorno alle 20 inizia un attacco a tappeto. La gente sgombra le macerie, tappa le finestre con il cartone, si mette alla ricerca di amici colpiti dai bombardamenti. La follia della guerra e la follia dell’amore. Attestiamo i seguenti dieci punti, scrive Felice: “1) Ti amo follemente! 2) Ti amo follemente! 3) Ti amo follemente!…”. Risponde Lilly: “Con la presente certifico espressamente che sei un angelo!” La mistica della guerra, dell’onnipotenza cieca. E dentro la guerra, la mistica di un amore dallo sguardo adolescenziale, salvifico e impossibile. La relazione umana che diventa la pagliuzza del naufrago, strumento di una catarsi che restituisce qualche carezza, baci (documentati dalle foto), ma soprattutto nostalgia e dolore. Un incontro che alimenta il presagio della felicità e si trasforma in lutto infinito. “Il 21 agosto Lilly comincia a tenere un diario. Dopo la guerra ricopia tutte le sue annotazioni e le poesie di Felice in quello che definisce il suo ‘libretto delle lacrime’. L’8 settembre 1944 Felice viene deportata. Scrive il suo ultimo messaggio: “Mia amatissima gattina, sii sempre buona e coraggiosa e pensami! Il Pervitin me l’ha dato l’infermiera che ti ho presentato recentemente. È molto buona con me….”. Se l’energetica freschezza, se il chiarore di Felice è un fiore nato nello sterco nazista, la memoria di Lilly è l’alimento che l’ha tenuto in vita. Nulla sarebbe rimasto senza la costanza del ricordo amorevole di Aimée-Lilly. Le foto si sarebbero disperse, la storia deflagrata in mille schegge. Non sarebbero state le molte poesie raccolte a fine libro a resuscitare Jaguar-Felice. Lei che si credeva invulnerabile muore in un campo di concentramento. La vulnerabile Lilly sopravvive a se stessa e al ricordo di quell’amore. Non è solo Felice la protagonista di questo libro, le protagoniste sono due, Aimée e Jaguar. Una morta a 23 anni, l’altra il 31 marzo 2006, a 97 anni. La rabbia nazista ha condannato entrambe. La seconda, Lilly, a ricordare. Per 74 anni, una vita intera. di Fabrizio Sarpi http://www.mosaico-cem.it/
"La breve vita dell'ebrea Felice Schragenheim Jaguar" (Berlino 1922-Bergen-Belsen 1945). Ediz. italiana e tedesca di Fischer Erica