sabato 12 febbraio 2011


Strani intrecci per un sabotaggio

di Eugenio Roscini Vitali, 12 Febbraio 2011, http://www.altrenotizie.org/
Pur essendo il risultato di un’azione del tutto estranea alla rivolta che in queste settimane sta infiammando l’Egitto, il sabotaggio del gasdotto Arab Gas Pipeline, avvenuto lo scorso 5 febbraio nei pressi di El Lahafan, 15 chilometri a sud di El Arish, città portuale del Sinai settentrionale, non sembra essere un caso isolato e sarebbe inquadrato in una strategia volta a destabilizzare una delle aree più insicure del vicino Medio Oriente.Secondo quanto riportato dalla televisione di Stato egiziana, il sabotaggio, che ha causato il ferimento di due persone e la temporanea sospensione del flusso di gas verso la Giordania e Israele, sarebbe infatti stato portato a termine da “elementi stranieri” che avrebbero agito a soli 45 chilometri da Rafah, in un settore non lontano dal locale aeroporto internazionale, base in gestione alla Egypt Air Express e sede della smobilitata Palestinian Airlines dal 2001, quando i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza danneggiarono irrimediabilmente la pista dello scalo internazionale Yasser Arafat.Fonti della compagnia israelo-egiziana East Mediterranean Gas hanno reso noto che l’incendio, visibile in tutta la regione di Sheikh Zuwayid, ha coinvolto una stazione di misurazione che gestisce il flusso di gas verso Israele. Grazie al tempestivo intervento dei tecnici, i danni sarebbero stati comunque contenuti: le cariche, sistemate sotto le tubazione, sarebbero state a basso potenziale e il tempestivo intervento del personale in servizio e dei vigili del fuoco ha permesso di isolare l’area e domare le fiamme nell’arco di qualche ora.Secondo la radio militare israeliana gli effetti del sabotaggio, che ha comunque interessato la parte della struttura diretta ad Ashkelon, sono stati contenuti; nonostante Israele riceva dall’Egitto più del 25 per cento del proprio fabbisogno nazionale, l’interruzione del flusso impiegato in alcune centrali elettriche non avrebbe avuto contraccolpi nella produzione di energia. Il ministro israeliano per le Infrastrutture, Uzi Landau, ha comunque disposto l’innalzamento del livello di sicurezza per le installazioni industriali più sensibili. L’Arab Gas Pipeline è un gasdotto di 1.200 chilometri che dall’Egitto arriva in Giordania, Siria e in Libano; una ulteriore implementazione dovrebbe estendere la pipeline fino a Kilis, nella Turchia meridionale, per poi collegarsi al Nabucco e seguire la via europea.Realizzato da un consorzio che comprende le compagnie egiziane EGAS, ENPPI e GASCO, l’americana PETROGET e la siriana SPC, l’Arab Gas Pipeline è strutturato in tre segmenti. Il primo tratto, concluso nel 2003, va da El Arish ad Aqaba, in Giordania; ha una portata di 10 miliardi di metri cubi di gas naturale e comprende una sezione da 1,7 miliardi di metri cubi che si ramifica fino ad Ashkelon, in Israele. La seconda sezione, di 390 chilometri, passa per Amman e attraversa la Giordania fino a El Rehab, 24 chilometri a sud del confine siriano. Il terzo tratto, completato nel febbraio 2008 con la collaborazione tecnica della Stroytransgaz, società controllata dalla russa Gazprom, prosegue in territorio siriano fino alla centrale elettrica di Deir Ali, 40 chilometri a sud di Damasco; da qui la pipeline si estende fino alla stazione di pompaggio di Al Rayan, nei pressi di Homs, area di estrazione al confine con il Libano settentrionale, e alla città libanese di Tripoli, sulle rive del Mediterraneo orientale.Hamas si dice del tutto estranea all'esplosione ed esclude che l’operazione sia partita dai Territori: ad affermarlo è stato Hassan Abu Hashish, capo dell'Ufficio stampa del Movimento di resistenza nella Striscia di Gaza. Lo stesso afferma Sallah Al Bardawil, dirigente politico di Hamas, che ha smentito categoricamente le informazioni pubblicate dalla stampa egiziana e, in particolare, dal quotidiano Al Akhbar , che nei giorni scorsi ha parlato del coinvolgimento di palestinesi nei disordini divampati in Egitto. Al Bardawil ha inoltre ribadito che Hamas non intende interferire negli affari interni di altri Paesi e che l’ipotesi avanzate dal Cairo sono accuse fabbricate ad arte per cercare di esportare la crisi egiziana a Gaza. I dirigenti del Movimento di liberazione palestinese puntano piuttosto il dito contro le difficili relazioni che intercorrono tra il governo Mubarak e le tribù nomadi che abitano la regione; beduini che si dicono maltrattati e discriminati e che da qualche anno hanno deciso di reagire anche con l’uso delle armi. Nel giugno scorso alcuni nomadi ricercati dalla forze di sicurezza egiziana avevano addirittura minacciato di sabotare il gasdotto e questo aveva portato le autorità a rafforzare le misure di sicurezza in tutta la regione, contrastando la minaccia con operazioni che si erano spinte fino all’impervia valle del Wadi Omar, roccaforte dei clan che controllano gran parte della penisola e che si suppone siano implicati nella traffico di essere umani.E che nel Sinai si giochino anche altre partite lo dimostrano le interviste rilasciate al Telegraph e al The National di Abu Dhabi da Abu Khaled, beduino palestinese appartenente alla tribù Rashaida che, senza alcun pudore, ha illustrato ai giornalisti le sue malefatte e i suoi rapporti con Abu Ahmed, gestore della fase finale del traffico di armi e di profughi verso Rafah.
Il governatore del Sinai settentrionale, Abdel Wahab Mabrouk, è invece convinto che il sabotaggio di El Lahafan sia di matrice terroristica e che in questa occasione i clan legati alle grandi tribù nomati abbiano operato in appoggio a strutture paramilitari provenienti dall’estero. Per il Cairo l’attentato al gasdotto è in stretta relazione con la fuga dalle carceri di numerosi estremisti legati al terrorismo islamico e con gli scontri a fuoco registrati alla fine di gennaio la regione di Sheikh Zuwayid tra le Forze speciali del ministero degli Interni egiziano (CFF) e i miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam, ala militare di Hamas guidata da Mohammed Deifnel. In quei giorni il sito israeliano d’intelligence Debka ha registrato una serie di combattimenti ad est di El Arish e un raid contro il locale carcere dal quale sarebbero riusciti a fuggire alcuni detenuti.Anche il Comando del Multinational Force and Observers (MFO) che opera a El Gorah sembra convinto che quelle cui stiamo assistendo non siano semplici scaramucce e per questo ha dichiarato lo stato di massima allerta e disposto un piano per l’evacuazione immediata dei membri della missione presenti nel campo militare situato a soli 7 chilometri da Rafah. L’escalation dei combattimenti è poi confermata da molte testate internazionali, tra cui il New York Times, che addirittura ipotizza un’operazione volta ad estendere la rivolta egiziana a tutto il Sinai e, in relazione agli ultimi giorni di gennaio, parla di scontri alla periferia del settore egiziano di Rafah, di due ore di combattimenti che avrebbero visto di fronte l’esercito egiziano e alcuni membri del gruppo Takfir wal-Hijra e del lancio di razzi e granate.Per ora non ci sono conferme riguardo al coinvolgimento di Hamas nell’attacco alle carceri egiziane; al momento è però certo che nonostante la regione nord-orientale del Sinai sia da settimane teatro di scontri a fuoco e il valico di Rafah sia stato chiuso a tempo indeterminato - decisione presa il 31 gennaio scorso dalle autorità egiziane in seguito all’abbandono del posto di polizia da parte delle guardie di confine - un numero non precisato di palestinesi evasi delle prigioni egiziane è comunque riuscito (o attende il momento opportuno per farlo) a rientrare nella Striscia di Gaza. Il primo a parlarne è stato il sito islamico Muslm.net dove Imad Al Sayyid, portavoce dei prigionieri palestinesi in Egitto, che il 29 gennaio ha annunciato la fuga in massa dalle carceri egiziane e l’imminente rientro a Gaza di molti detenuti.Il comunicato è stato confermata dall’agenzia di stampa Ma’an che ha anche dato notizia del ritorno al campo di Al Bureij di Ayman Nofal, membro di spicco delle Brigate Al Qassam fuggito dalla prigione di Al Marj. Citati anche i nomi di Omar Sha’th, Muhammad Abdul Hadi, Kom’a At-Talha e Mu’tasem Al Quka, scappati dal carcere di Abu Zaabal, distretto di Al Qalyoubiya a nord del Cairo. Tra quelli già rientrati a Rafah ci sarebbero Muhammad Ramadan Ash-Shaer (coordinatore dei traffici che attraverso i tunnel scavati sotto Philadelphi Route alimentano l’arsenale di Gaza) e Hassan Washah, miliziano del gruppo salafita Jaysh Al Islam (Esercito dell’Islam), evaso insieme a Muhammad Al Sayyid, fratello di Imad, dal penitenziario di Abu Zaabal.Secondo gli egiziani alcuni elementi di Hamas potrebbero anche aver fatto parte della cellula libanese che i 30 gennaio scorso ha assaltato il carcere egiziano di Wadi El Natrun: il commando, composto presumibilmente da 25 uomini, ha permesso la fuga di migliaia di detenuti, tra cui 22 membri di Hezbollah; tra loro ci sarebbe Sami Shehab, figura di spicco del movimento sciita libanese, arrestato nell’ottobre 2008 al Cairo con l’accusa di terrorismo. Shehab, la cui fuga è stata confermata anche dal giornale arabo Asharq Al-Awsat, era stato inviato in Egitto dallo stesso leader sciita, Hassan Nasrallah, per vendicare l’assassinio di Imad Mughniyeh, comandante operativo di Hezbollah ucciso il 12 febbraio 2008 a Damasco dagli agenti del Mossad.


EGITTO: WASHINGTON, RISPETTI ACCORDO DI PACE CON ISRAELE

(AGI) 11 febb Washington - L'amministrazione Usa ha fatto appello alle nuove autorita' egiziane perche' rispettino, anche dopo l'uscita di scena di Hosni Mubarak, l'accordo di pace con Israele. "E' importante che il prossimo governo egiziano riconosca gli accordi (di Camp David) che sono stati firmati con il governo di Israele (nel 1978)", ha detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs .


Gerusalemme - chiesa Armeni

MONTEVERDE, ENTRA IN SEDE CTS CON VOLANTINI CONTRO ISRAELE E FUMOGENO

Un ragazzo è entrato nell'agenzia Cts di via Monteverde e, dopo aver lasciato una ventina di volantini contro Israele, ha acceso un fumogeno. E' accaduto intorno alle 16. A quanto si apprende il volantino recitava: "Non aprire la porta al Cts. Boicotta chi sostiene Israele. Le terre espropriate ai palestinesi vengono chiamate bellezze d'Israele. Rifiutiamo l'apartheid" ed è firmata www.bdsmovement.net". Il giovane ha poi lasciato la sede del Cts. (omniroma.it) 11 Febbraio 2011 http://roma.repubblica.it/


A Teheran festa della Rivoluzione "Morte a Israele"
Al grido di «Morte all’America! Morte a Israele!», migliaia di iraniani hanno sfilato nelle strade di Teheran per celebrare il trentaduesimo anniversario della rivoluzione del 1979. «Vedremo presto un Medio Oriente libero dall’America e dal regime sionista, dove non vi sarà posto per l’arroganza dell’Occidente», ha tuonato il presidente Mahmoud Ahmadinejad, salutando il corteo con un chiaro riferimento alle rivolte in Tunisia ed Egitto.http://multimedia.lastampa.it/






Israele, Eilat ospita lo Spring Migration Festival


di Cinzia Berardi - Giovedì, 10 Febbraio 2011 http://www.travelquotidiano.com/
Nei giorni 20-27 marzo 2011 si terrà a Eilat lo Spring Migration Festival, organizzato dal centro di ornitologia della Società per la protezione della natura in Israele.Il programma dell’evento prevede bird tour di giorno e di notte nei più interessanti siti della regione, varie attività, presentazioni e conferenze. Anche quest’anno l’hotel Agamim ospiterà il festival e sarà la sede della cerimonia di apertura, delle attività serali e della sosta al Birders Pub.


La patata bollente palestinese, tra Gerusalemme e Amman

Di Asher Susser http://www.israele.net/
Nei primi anni ’60, quando re Hussein di Giordania aveva a che fare, in Egitto, con il regime di Gamal Abdel Nasser, votato ad esportare il suo fervore rivoluzionario, il giovane re pubblicò un’autobiografa intitolata “Uneasy Lies the Head” (Inquieta giace la testa). Prendendo spunto dall’Enrico IV di Shakespeare (“inquiete giacciono le teste coronate”), Hussein caratterizzava la sua condizione in un modo che potrebbe applicarsi oggi a re Abdullah II, suo figlio ed erede.L’Egitto è di nuovo la fonte di ispirazione del fervore rivoluzionario. Oggi, tuttavia, lo spirito rivoluzionario è generato dalle masse, che cercano di rovesciare il regime eretto da Nasser e dai suoi successori, mentre Abdullah si appresta ad affrontare le ricadute del Cairo nelle strade di Amman.Incoraggiati dai movimenti di protesta che inondano le piazze arabe dalla Tunisia all’Egitto allo Yemen, nei giorni scorsi dei manifestanti guidati dalla Fratellanza Musulmana sono scesi per le strade in Giordania, chiedendo riforme politiche centrate su un ridimensionamento dei poteri della monarchia. L’intensità delle proteste non è paragonabile al turbine che ha scosso l’Egitto sin nel profondo, ma senz'altro è motivo di preoccupazione per Abdullah e per il suo nuovo governo. Cosa particolarmente vera a causa della spiacevole combinazione di trend potenzialmente destabilizzanti che sono venuti a maturazione simultaneamente, negli ultimi anni.Come altri stati arabi, la Giordania deve fare i conti con difficoltà economiche strutturali, ed elevati tassi di disoccupazione e di povertà recentemente aggravati dall’aumento dei prezzi di cibo e carburante. Ciò che rende le cose peggiori, dal punto di vista del regime, è che negli anni scorsi i giordani originari della Transgiordania – antica base sociale del regime – hanno espresso forti riserve riguardo alla politica interna.A partire dagli anni ’70 si è andata instaurano una divisione funzionale in base alla quale i giordani originari erano i padroni incontrastati dell’influenza politica, mentre i giordani palestinesi – circa metà (forse più) della popolazione – dominavano nell’economia e nel settore privato. Quando nuove difficoltà economiche hanno costretto il governo a ridurre la spesa, i giordani originari ne hanno generalmente subito le conseguenze in modo più pesante dei loro concittadini palestinesi, che erano molto meno dipendenti dalla prodigalità del governo e dai suoi posti i lavoro. Nel corso degli anni è emersa una tendenza ultranazionalista, militante e influente, votata a sradicare l’influenza dei palestinesi e il loro vantaggio economico, reale o percepito. Nel lungo periodo, persegue l’emigrazione di quanti più palestinesi possibile in un futuro stato palestinese in Cisgiordania e striscia di Gaza, e nello stesso stato di Israele. Gli sforzi da parte del re di introdurre riforme politiche sono stati spesso ostacolati dalla élite conservatrice transgiordana che temeva che un regime più liberale permettesse, a sue spese, una maggiore integrazione dei cittadini palestinesi nelle politiche del regno. Allo stesso tempo, le (eccessive) aspettative legate alla pace con Israele sono rimaste in larga parte inesaudite. Quella pace non è stata la panacea di tutti mali dell’economia giordana. E, cosa ancora più inquietante per i giordani, israeliani e palestinesi non sono riusciti nell’impresa di trasformare gli accordi di Oslo in un accordo finale.Nel corso degli ultimi venticinque anni i giordani hanno continuamente sviluppato una paura ossessiva per il “complotto della patria alternativa”, e un interesse vitale nella creazione di uno stato palestinese. Secondo la loro opinione, se in Cisgiordania e striscia di Gaza non nasce nessuno stato palestinese, lo scontro fra Israele e palestinesi finirà col culminare nella migrazione o espulsione di palestinesi in Giordania (la “patria alternativa” dei palestinesi). In questo scenario da incubo, i veri perdenti non sarebbero né gli israeliani né i palestinesi, ma appunto i giordani.Dopo il fallimento dei colloqui di Camp David (2000) e la seconda intifada, la paura giordana di questo scenario da incubo è riemersa come se il trattato di pace non fosse mai stato firmato. Nel 2003, l’invasione americana dell’Iraq e la conseguente minaccia di una disintegrazione dello stato iracheno, unita alla crescente influenza iraniana in Iraq e nel resto della regione, hanno seriamente aggravato il senso di soffocamento strategico dei giordani. Adesso si trovano fra due poli di instabilità regionale, con il caos dell’Iraq a est e l’enigma israelo-palestinese a ovest. È un genere di situazione in cui certamente non pensavano di doversi trovare dopo aver fatto la pace con Israele, resa ora infinitamente peggiore dalle scosse che scuotono gran parte del mondo arabo.Una delle principali ragioni del fallimento dei negoziati israelo-palestinesi è l’incapacità delle parti di trovare un accordo sulla questione del cosiddetto “diritto al ritorno”. La posizione di Israele è stata condannata con veemenza dai giordani, che di nuovo vedono lo spettro di un insediamento di profughi (e loro discendenti) in Giordania come precursore dello scenario della “patria alternativa” (palestinese). La posizione israeliana, ritengono i giordani, non solo è di ostacolo a un accordo con i palestinesi, ma minaccia anche di addossare definitivamente sulla Giordania una enorme popolazione palestinese.Ed è così che le posizioni di Giordania e Israele risultano diametralmente opposte su un tema che entrambe le parti considerano di importanza vitale. Non a caso furono i giordani e i libanesi i responsabili – nel 2002 e di nuovo nel 2007 – dell’aggiunta alla “iniziativa di pace” della Lega Araba dell’assoluto “rifiuto di qualunque forma di reinsediamento (dei profughi)”, rendendo l’iniziativa irricevibile da parte di Israele.In passato il comune timore di giordani e israeliani di essere sopraffatti dalla popolazione palestinese li spinse verso tacite intese strategiche. Oggi lo stesso timore condiviso li separa. Osservando da Amman un mondo arabo sempre più instabile, e considerando le implicazioni che qualsiasi sconvolgimento regionale potrebbe avere per le politiche interne giordane, è facile concludere che la corona hascemita è, come minimo, “inquieta”.(Da: Jerusalem Post, 9.2.11)


Ban Ki-moon esorta Israele a mantenere i contatti con il Quartetto per il problema del Medio Oriente

2011-02-11 http://italian.cri.cn/
Il 10 febbraio, Ban Ki-moon, segretario generale dell'ONU, ha esortato Israele a mantenere i contatti con il Quartetto per il problema del Medio Oriente, al fine di rompere l'impasse attuale dei colloqui di pace israelo-palestinese il più presto possibile. Lo stesso giorno, nella Sede delle Nazioni Unite a New York, in occasione del suo incontro con il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, Ban Ki-moon ha sottolineato l'importanza di rompere l'impasse e di fare progressi per risolvere i problemi. Il 5 febbraio a Monaco di Baviera, in Germania, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l'Unione europea e la Russia, membri del Quartetto per il problema del Medio Oriente, hanno tenuto un incontro per cercare di realizzare la pace globale in Medio Oriente attraverso i colloqui di pace israelo-palestinese ed altri provvedimenti.


L’alleato di Israele che ha tessuto il destino del Medio Oriente


di U. De Giovannangeli, 11 febbraio 2011, http://www.unita.it/mondo/
Comunque lo si giudichi, una cosa è certa: senza di lui, senza Hosni Mubarak, il Medio Oriente non sarà più lo stesso. Perché degli eventi che hanno segnato gli ultimi trent'anni dell'area più nevralgica del mondo, oltre che dell'Egitto, l'ottuagenario rais è stato tra i protagonisti assoluti. La sua uscita di scena segna un passaggio d'epoca destinato a ridisegnare il volto non solo del più grande tra i Paesi arabi ma dell'intera Regione. L’«ultimo dei faraoni» porta con sé le contraddizioni insanate diunleader che ha cercato di tenere insieme il disegno nasseriano di un Egitto laico e panarabo e un legame mai messo in discussione con l’Occidente «colonizzatore»: l’orgoglio di una civiltà millenaria e una dipendenza dall’America - anche quella dei neocon sostenitori del «Conflitto di civiltà » - che ha puntellato il suo potere trentennale.Ha rivendicato, conquistandolo, un posto al sole sulla scena internazionale per se stesso e per l’Egitto e ha negato al suo popolo diritti fondamentali: secondo l'indice che valuta l'attenzione garantita ai Diritti Umani, l'Egitto occupa il 119°posto su 177nazioni. Ha «conquistato » l’Europa ma non ha saputo togliersi di dosso l’accusa, documentata, di aver accumulato nel corso degli anni una fortuna «familiare» calcolata in 70 miliardi di dollari, oltre il doppio della riserva in valuta pregiata a disposizione della Banca centrale egiziana, circa la metà del debito dello Stato.Ha conquistato innumerevoli volte le prime pagine dei più importanti quotidiani al mondo ma secondo Reporters Senza Frontiere i media egiziani sono collocati per libertà d'espressione al 143° posto su 167 nazioni considerate. Comunque protagonista. Per decenni inamovibile. L’America ha visto succedersi negli ultimi trent’anni cinque presidenti. Lui, «l’ultimo faraone» è sempre rimasto in sella, partner privilegiato di Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George W.Bush e Barack Obama. Con lui hanno dovuto fare i conti sette primi ministri d’Israele, a lui si erano legati indissolubilmente «Mr.Palestine» Yasser Arafat e il suo successore, Mahmud Abbas (Abu Mazen). Al potere quando Saddam Hussein era il padre- padrone dell’Iraq, lo è ancora quando il «macellaio di Baghdad» ha finito i sui giorni su un patibolo. Ha accompagnato nel loro ultimo viaggio re Hussein di Giordania, il «leone di Damasco», Hafez el Assad, parlò al mondo dal Monte Herzl - cuore della Gerusalemme ebraica - nel giorno dell’addio al suo «partner di pace»: il primo ministro d’Israele, Yitzhak Rabin, assassinato da un zelota dell’ultradestra ebraica per aver osato la pace con l’Olp di Arafat. Era il 6 novembre 1995. Quel giorno di vuoto e di dolore, il rais andò con la memoria indietro nel tempo, ad un altro giorno che cambiò la sua vita, quella dell’Egitto e del Medio Oriente: il 14 ottobre 1981, quando vide morire sotto i suoi occhi Anwar Sadat, assassinato da un commando integralista (arabo ndr) per aver osato la pace, a CampDavid, con Israele. Hosni Mubarak ha governato con il pugno di ferro in un guanto di velluto: investendo sulla modernizzazione dell’Egitto ma senza gettare mai le basi di una vera democrazia.Hapromesso «normalità» ma ha perpetrato per trent’anni lo Stato di emergenza. Nel mondo c’è chi lo ha considerato un Grande, chi il Male minore rispetto a una deriva fondamentalista. Il suo popolo lo ha esaltato, poi temuto, infine odiato. Aveva promesso il benessere, ha finito per far assoldare squadracce di picchiatori per assaltare i ragazzi di Piazza Tahrir. Le sue origini sono quelle di una famiglia dell'alta borghesia, che lo indirizza verso la carriera militare. Frequenta l'Accademia militare nazionale e l'Accademia aeronautica e poi, in Unione Sovietica, l'Accademia di Stato maggiore. All'età di ventidue anni si arruola nell'aeronautica. Ci rimarrà per altri ventidue anni della sua vita, un periodo in cui avrà modo di intraprendere una carriera militare che gli permetterà di arrivare ai vertici delle gerarchie delle Forze armate. Diviene capo di stato maggiore dell'Aeronautica nel 1969 e comandante in capo nel 1972. Durante gli anni della presidenza di Anwar Sadat, ricopre incarichi militari e politici: oltre ad essere il più stretto consigliere dello stesso presidente egiziano, viene nominato viceministro della guerra e, nel 1975, vicepresidente. Il 14 ottobre 1981, una settimana dopo l'omicidio di Sadat, viene eletto presidente dell'Egitto. Successivamente vince tre elezioni senza alcuna opposizione fino al quarto scrutinio quando è costretto - su pressione degli Stati Uniti - a riformare il sistemaper permettere un'elezione multi- partitica per le presidenziali previste per settembre. Per la Comunità internazionale ha rappresentato un elemento di stabilità; odiato dal fronte del rifiuto arabo, ritenuto un fatto di moderazione regionale da Israele. Successi internazionali che non hanno cancellato i suoi deficit interni trasformatisi in una vera bancarotta politica, sociale, morale. Mubarak è sfuggito a sei tentativi di attentato,manon alla «Rivoluzione dei Loto». In Egitto «si sta facendo la storia», «una nuova generazione leva la voce per essere udita », dice Barack Obama, il presidente del «Nuovo Inizio» nei rapporti tra l’Occidente e l’Islam, mentre a Piazza Tahrir si attende con il fiato sospeso l’annuncio per cui in milioni si sono battuti nei diciassette giorni che hanno fatto la storia


Gerusalemme
Anche i “laici” del Cairo contro Israele. La tentazione nasserista

Roma. Se un portavoce dei Fratelli musulmani ha annunciato che “il popolo egiziano dovrebbe prepararsi alla guerra contro Israele”, c’è un altro pericolo, oltre a quello islamista, che pende sul futuro dell’Egitto e sulla stabilità della regione. Sul Wall Street Journal, Bret Stephens ha scritto che un possibile scenario del dopo Mubarak potrebbe essere la sopravvivenza del regime con un radicale cambio di linea in politica estera. Un regime “secolare ma reazionario”, antiamericano e antisraeliano, “un ritorno alle origini nasseriste”. La Carnegie Foundation ha pubblicato i programmi dei partiti che prenderanno parte alla battaglia politica in Egitto. Dal Wafd, storico partito liberale di opposizione, ai comunisti del Tagammu, fino ai socialisti e i nasseristi, i secolaristi anti Mubarak auspicano tutti una revisione o una rottura dei rapporti con Gerusalemme. A governare sulla “pace fredda” con Gerusalemme resta soltanto il regime di Mubarak. Il protagonista delle rivolte, Mohamed ElBaradei, ha paragonato la potenza nucleare israeliana a quella iraniana e ha detto che Israele è il peggiore pericolo per il medio oriente. “Israele ha stretto un trattato di pace con Mubarak, non con l’Egitto”, ha dichiarato il premio Nobel per la pace. Il partito Karama di Hamdeen Sabahi, nasseriano e di sinistra, prevede il pluralismo politico, una “rinascita egiziana”, ma anche “l’opposizione all’interferenza occidentale negli affari egiziani”. Sabahi ha detto che si deve porre fine al “dominio israelo-americano sull’Egitto”. Lo storico partito Wafd, che ha sei seggi in Parlamento dopo la tornata elettorale del 2005, auspica decentralizzazione, abolizione dello stato di emergenza, ma anche “rafforzamento dei legami con i paesi islamici” e l’alleanza col Sudan. Il principale partito di sinistra Tagammu, con cinque seggi parlamentari, oltre a un’agenda di libertà civili e di democrazia partecipata, rivendica i “principi antisionisti”, “promuove la solidarietà fra gli stati arabi, sostiene la causa palestinese e si oppone alla normalizzazione con Israele”. Il Partito nasserista, che ha un’anima statalista e socialista contraria alle liberalizzazioni, vuole “risolvere la questione palestinese attraverso l’espulsione delle forze di occupazione da tutte le terre arabe” e si oppone alla “normalizzazione delle relazioni con Israele”. Il partito socialista arabo, nato nel 1976 durante il regime di Sadat, vuole “promuovere unità e solidarietà fra gli stati arabi”. L’attuale segretario e leader del partito laburista, Magdi Hussein, sta scontando due anni di prigione per essere entrato illegalmente a Gaza durante la guerra d’Israele del dicembre 2008, in sostegno ad Hamas. E’ lo stesso Labour Party la cui nascita fu favorita da Sadat per sostenere proprio il trattato di pace con Gerusalemme. Anche il celebre movimento di protesta Kifaya, molto presente nella piazza Tahrir, chiede “opposizione all’influenza d’Israele e degli Stati Uniti nella regione”. Il sindacalista George Ishak, a capo del movimento Kifaya che nel 2005 galvanizzò un’ondata di proteste contro Mubarak e contro la possibile designazione del figlio Gamal come suo successore, ha detto che “l’accordo di Camp David è soltanto inchiostro su carta”. Stessa posizione per il “Movimento 6 aprile”, nato un anno fa e che auspica l’annullamento degli accordi di Camp David fra Israele e l’Egitto. Il Fronte democratico prevede di “resistere all’espansionismo israeliano e sostenere la causa palestinese”. Dunque non sono soltanto ElBaradei e i Fratelli musulmani a voler rovesciare lo status quo con Israele. L’intero spettro delle forze secolariste egiziane, a eccezione della formazione liberale di Ayman Nour, vuole rivedere la trentennale “pace fredda” con lo stato ebraico. Per dirla con Saeed Abdel Khalek, direttore del quotidiano del partito Wafd, “non c’è una casa egiziana che non abbia un martire, ucciso in una delle nostre guerre con Israele; ero un ufficiale nel 1973 e non posso stringere la mano di un israeliano, e come me la pensa la grande maggioranza del popolo”. Il FOGLIO 11/02/2011

Egitto, Benyamin Netanyahu:“Israele auspica stabilità e pace”


Tel Aviv, 10 febbraio http://www.moked.it/
“Auspichiamo in Egitto stabilità e continuità e che sia preservata la pace con Israele, quale che sia il govern al potere", ad affermarlo è stato il premier israeliano Benyamin Netanyahu, che ha aggiunto: “Noi comunque - ha aggiunto - ci aspettiamo che il governo in Egitto sappia tutelare la pace con lo Stato israeliano”. Da fonti governative trapela comunque la preoccupazione sulla situazione, per quanto riguarda le relazioni fra Israele ed Egitto avrebbero affermato infatti: "Stiamo passando da un'era di stabilità a una di grande incertezza".



parco Timne
L'Egitto, Obama e noi

Le vicende egiziane stanno comprensibilmente mettendo in allarme tutto il mondo ebraico, sia la parte che vive in Israele, sia chi abita la diaspora, universi, del resto, uniti da un vincolo indissolubile e da un comune destino. Lo scenario egiziano si interseca con i profondi, per non dire epocali, cambiamenti impressi dalla nostra fase storica, che stanno rideterminando gli equilibri politici mondiali. Dall’avanzata dei cosiddetti Paesi emergenti (ma ormai “emersi”) come India, Cina o Federazione Russa, alla novità impressa alla politica statunitense dalla figura di Barack Obama, catalizzatore delle speranze di un nuovo equilibrio mondiale, che l’amministrazione W. Bush non è, in fine, stata in grado di costruire. Vorrei, qui, proporre una riflessione a partire da un articolo di Fiamma Nirenstein, apparso su “Il Giornale”. Onde sgomberare il campo da qualunque riferimento personale, voglio subito dichiarare il rispetto per l’esperienza di vita in Israele della dottoressa Nirenstein durante anni molto, molto difficili. Cercherò, quindi, di affrontare gli argomenti motivando il mio dissenso politico. Nell’articolo citato, la Nirenstein critica apertamente la politica estera del governo statunitense, reo di non aver assunto una posizione decisa nei confronti, non solo delle ultime vicende, ma di tutta la questione mediorientale, strizzando l’occhio a regimi mossi da un autoritarismo senza scrupoli. Contraddizione ancor più grave, se si tiene conto che la figura dello stesso Obama ha incarnato come nessun altro leader mondiale l’ideale dei diritti umani, tanto da ricevere un inaspettato e probabilmente immeritato Nobel per la Pace nel 2009. Penso che l’articolo de “Il Giornale” punti il dito su una contraddizione che effettivamente esista nella politica estera statunitense, da un lato impegnata ad abbandonare una politica di esportazione della democrazia di sapore vagamente imperialista, dall’altro sostenitrice dei diritti civili e delle libertà fondamentali di tutti gli individui. Vediamo, quindi, un Obama che accoglie Hu JinTao a Washington con gli onori riservati a un imperatore (si è visto addirittura Joe Biden andarlo a prendere alla scaletta dell’aereo), ma che, contemporaneamente, lamenta l’assenza di Liu Xiaobo alla cerimonia di consegna di quello stesso Nobel che l’anno precedente era toccato proprio a lui. Troviamo, come dice la stessa Fiamma Nirenstein, una presidenza americana impegnata da un lato a sostenere i manifestanti egiziani, dall’altro ad aprire la porta a regimi islamisti che predicano la sottomissione della donna e la riduzione della libertà di ciascuno. Rilevata la contraddizione, credo, però, sia il caso di rifletterla, evitando il rischio di interpretare le dinamiche attuali con categorie di “scontro di civiltà”, che, per la velocità con cui si muove oggi la storia, sembrano già superate e non più capaci di offrirci un quadro veritiero di quanto accade oggi nel mondo, non solo quello arabo. Obama ha ereditato il fallimento di un paradigma politico che interpretava la democrazia occidentale come naturale sbocco di ogni civiltà, in quanto indissolubilmente legata a quella libertà verso cui ogni individuo anela. Mi permetto di definire la politica di Bush fallimentare, non per un giudizio ideologico sulla validità o meno della nozione di “diritti umani”, ma valutando più modestamente le sue conseguenze, a partire dal lascito di due guerre da cui non si sa come uscire e che hanno fornito ulteriore pretesto a gruppi di matrice islamista per radicalizzare lo scontro con l’Occidente in vista di una lotta egemonica mirante ad accaparrarsi le masse arabe. Partendo da qui, Obama ha tentato di condurre una sorta di esame di coscienza della cultura occidentale, riesaminando la sua pretesa di superiorità e ponendosi nei confronti delle altre nazioni in un atteggiamento dialogico, sostenuto da una curiosità intellettuale che afferma implicitamente la validità di culture secolari, per non dire millenarie. Un atteggiamento alimentato ulteriormente dalla sua biografia, che ne ha fatto un uomo attraversato da diverse culture, da quella statunitense, a quella keniota, passando per l’esperienza indonesiana. Sembrava una strada già tracciata, che avrebbe risolto i problemi lasciati aperti dall’amministrazione precedente e aperto nuovi orizzonti diplomatici. Le cose, però, si sono presto rilevate più complicate del previsto, vedendo come la legittimazione di altri universi culturali entrava in palese contraddizione con quel rispetto per tutti gli individui che animava quella stessa scelta politica. È qui che, a mio parere, Obama è entrato in imbarazzo, oscillando fra polarità apparentemente inconciliabili. Mi pare, però, che la politica estera statunitense cominci a ricevere una prima elaborazione, proprio a partire da queste difficoltà: l’Occidente è disposto a rivedere l’atteggiamento culturale che si è posto alla base delle politiche imperiali degli ultimi due secoli (ma che altro è il processo di evangelizzazione del mondo se non l’anticipazione delle battaglie prima napoleoniche e poi bushane?) e ad offrire il proprio contributo per la costruzione di una nuova fase diplomatica, ma è chiaro che contribuirà a questo obiettivo offrendo la propria esperienza di vita che ha sostenuto la legittimità della libertà di ciascuno. Si tratta, come per ogni area del mondo, non di un astratto dato culturale che può rimuoversi con uno schiocco di vita, ma di una convinzione profonda, prodotta da 2500 anni di storia. Ma un ebreo sa bene che gli anni sono 5771. Certo, si tratta di una politica tutta da elaborare, ma abbiamo alternativa alla luce del mondo attuale? Del resto, questa situazione non mette in scena contraddizioni della nostra cultura su cui i filosofi (e ce ne fossero oggi disposti ad un impegno politico in questo senso) dibattono da secoli? Non è, quindi, un problema dettato da contingenze storiche, ma una questione strutturale che le attuali vicende riportano alla luce. Attenzione a far prevalere comprensibili rabbie personali sulla capacità di analisi. È un errore che pagherà chi verrà dopo di noi. Davide Assael, ricercatore http://www.moked.it/


Herzl, Mazzini. Risorgimenti a confronto

Un'equivalenza di diritti e uno stesso fondamento che accomuna il patriottismo europeo di matrice democratica e il Sionismo. Questa è la tesi forte, secondo il semiologo Ugo Volli, espressa da Luigi Compagna nel suo ultimo libro “Theodor Herzl, il Mazzini di Israele” presentato ieri al Centro Bibliografico dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Un'analisi storica che è di grande attualità, vista la ricostruzione filosofica che è alla base del dibattito politico attualmente in essere sia in ambito ebraico che europeo. Volli, infatti, consigliando la lettura di questo volume che è anche una dettagliata biografia del fondatore del Sionismo politico, lo contrappone alle tesi di Shlomo Sand secondo il quale le Nazioni sono un'invenzione delle classi dominanti e quindi un'orribile violenza verso i popoli il cui esito naturale sono stati regimi nefasti quali il fascismo e il nazismo. Anche in Europa la maggioranza dei governi tende ad anteporre il multiculturalismo agli interessi nazionali.Al contrario, il libro di Compagna legittima l'idea della la politica nazionale-statale democratica e liberale come una forma di arricchimento e non di chiusura verso gli altri com'era appunto concepita alla fine dell'Ottocento.I due movimenti politici risorgimentali, quello italiano e quello ebraico, erano legati da un filo sottile, ma importante: Herzl si ispirò a Mazzini e i due personaggi erano simili, come hanno ricordato sia Volli sia Luciano Tas, giornalista e scrittore, che ha moderato la serata, non nel carattere o nella personalità, ma nelle loro posizioni e nei loro scopi. Entrambi miravano a creare una nazione in cui i diritti liberali potessero crescere in maniera equilibrata. Tanti furono gli ebrei che parteciparono alla nascita dello Stato italiano e alcuni esponenti intellettuali, così come alcune forze politiche, laiche liberali e democratiche, hanno offerto e offrono uno spazio naturale di dialogo con l'ebraismo. Si trova d'accordo con Volli, la professoressa Ester Capuzzo che ricorda che anche Mazzini era legato all'ambiente ebraico, che in diverse sue opere cita la Bibbia, che vede Mosè come guida della Nazione verso la libertà. Mazzini era legato anche al sionismo europeo, attraverso gli stretti contatti con Moses Hess che a sua volta si era interessato al risorgimento italiano nel suo libro “Roma e Gerusalemme”. E così come Mazzini mirava a trasformare la questione italiana in un problema europeo, Herzl trasformò il problema ebraico in una questione di diritto internazionale.Per il rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento Educazione e Cultura dell'Ucei, il libro di Compagna fornisce un quadro completo del dibattito sul Sionismo. Un dibattito tipico del pluralismo ebraico in cui sono presenti diverse anime che Herzl volle includere nel suo progetto. Rav Kook, primo rabbino capo dell'Yishuv e fondatore del sionismo religioso, per esempio, era un suo seguace. Il sionismo moderno è un movimento politico nazionale osteggiato e combattuto dai charedim che vi vedono una sorta di eresia, ma è anche un rapporto unico e speciale tra il popolo ebraico e la propria terra che, come ricorda sempre rav Della Rocca, nasce quando Dio dice ad Abramo di lasciare la terra dei padri e che porta ogni ebreo a tendere verso Israele. Elena Lattes



Gerusalemme
Amici e nemici

Un vecchio proverbio dice: “Dagli amici mi salvi Iddio, poiché dai nemici mi salvo io”. Il proverbio mi è venuto in mente osservando il comportamento di Barack Obama e quindi degli Stati Uniti nei riguardi della crisi egiziana. Da 18 giorni Hosni Mubarak, vecchio amico degli Stati Uniti, è costretto a battersi contro enormi manifestazioni cercando di riportare l’ordine senza cedere il potere ai Fratelli Mussulmani. Da Obama giungono solo ingiunzioni ad andarsene immediatamente in nome di una presunta democrazia. Ma quale democrazia, quella delle sommosse di Piazza Tahrir? Chi ci garantisce che esse esprimano l’opinione anche dei contadini della Valle del Nilo?.Mubarak ha detto nel suo discorso di ieri sera: “Annuncio in parole semplici, senza equivoci, che non mi presenterò alle prossime elezioni presidenziali. Annuncio che rimarrò in questa carica per far fronte alle mie responsabilità, proteggere la Costituzione, finché i poteri siano trasferiti alla persona che verrà eletta in elezioni libere.”Il portavoce dell’esercito ha dichiarato venerdì che lo stato di emergenza verrà abolito e saranno indette le elezioni non appena le condizioni lo permetteranno. “Non potremo mantenere tutto ciò senza prima riportare l’ordine”. Mubarak ha trasferito i suoi poteri al vicepresidente di recente nomina. Omar Suleiman. Però Mubarak non è ancora scomparso dal giro politico, e preferisce effettuare i cambiamenti a ritmo più lento di quanto ingiungono gli Stati Uniti, non solo per salvare il proprio onore ma anche per permettere quei contatti politici con l’opposizione che possono portare ai nuovi schieramenti. La condotta di Mubarak mi sembra dunque calma e pesata, cioè la migliore possibile in questi frangenti. Egli non è fuggito sul primo aereo disponibile ma è rimasto in Egitto, ha usato l’esercito ma chiedendogli di non sparare. L’Arabia Saudita, altra nota amica degli Stati Uniti, lo sostiene, mentre lo criticano vivamente l’Iran e la Turchia di Erdogan.La Turchia ha passato il Rubicone e si schiera ormai con l’Hezbollah in Egitto, con Hamas a Gaza e coi Fratelli Mussulmani al Cairo. Ma da Washington non viene nessuna critica alla Turchia islamizzata. Sono convinto che l’Egitto riuscirà a uscire dalla crisi, ma non sono affatto sicuro che lo strano comportamento di Obama possa giovare agli Stati Uniti e ai loro veri amici in Medio Oriente.Sergio Minerbi http://www.moked.it/


Nathan Sharansky, 25 anni di libertà

Anatoly Natan Sharansky. Lei è in arresto. Da domani non sarà più un uomo libero. Per i prossimi 13 anni la sua dimora fissa sarà una cella buia di un gulag sovietico. Non le è permesso tenere nessun oggetto privato. Nemmeno la mia raccolta di poesie popolari ebraiche? Soprattutto quella è vietata. Privo della libertà di camminare, di pensare e di lottare, Natan Sharansky a una cosa non vuole rinunciare. Alla libertà di pregare. Quel piccolo libro di Tehilim, di Salmi, fatti pervenire per vie traverse dalla moglie Avital, sono la luce quotidiana in una cella priva di finestre. Quei caratteri microscopici quasi impossibili da leggere per un uomo tenuto al buio giorno e notte, sono identità, legame col passato, ossigeno per il presente. E unica speranza di avere un futuro. Perché tutte la forza per combattere per la libertà deriva dalla mia identità ebraica, pensa dentro di sé Natan quando domanda per tre anni, senza sosta, che gli venga restituito il suo libro. Anche se camminerò nella valle dell’ombra della morte, non temerò il male perché sei con me D-o. Sei nelle frasi, nelle lettere, nelle parole. Mi leghi a mia madre che piange in Russia, a mio padre che non ha avuto un kaddish dopo morto, a mia moglie che lotta disperata per la mia liberazione. La libertà arriva nove anni dopo. Venticinque anni fa, l’11 febbraio 1986 (nell'immagine Sharansky mano nella mano con l'allora ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres, nel momento dell'arrivo a Gerusalemme, dopo la liberazione). Anatoly Nathan Sharansky è un uomo libero. Di essere ebreo. Di aprire un libro di preghiera, un Tehillim, e di pregare. Non rischia più 100 giorni di cella di isolamento per lo sciopero della fame indetto per poter rientrare in possesso del suo libro. Quando ti privano di tutto lotti per ciò che davvero vale. Quando hai tutto talvolta dimentichi per cosa vale la pena lottare. Gheula Canarutto Nemni Guarda le immagini http://moked.it/


E ora i giovani di Gaza chiedono la cacciata di Hamas

«Fuck Hamas». Un affronto così esplicito non l’avevano mai né sentito, né letto. Da qualche giorno i dirigenti della formazione estremista devono fare i conti con una nuova realtà nella Striscia di Gaza. Il «Manifesto dei giovani ribelli» chiede una ventata di democrazia anche nel pezzettino di terra tra Israele ed Egitto.I giovani si sono mobilitati su Facebook. Poi sono approdati direttamente sui siti web di al-Fatah, il partito antagonista di Hamas, e hanno affrontato a viso aperto i servizi di sicurezza dell’organizzazione terroristica. I reparti antisommossa, allertati da tempo, hanno sciolto le loro fila in breve tempo e hanno compiuto una quindicina di fermi.Ma resta il senso della protesta. Che si aggiunge ad altri episodi di dissenso politico verso Hamas. L’11 febbraio doveva segnare l’inizio della “Thawrat al-Karamah”, la “Rivoluzione della Dignità”. Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta avevano anticipato che la popolazione di Gaza si sarebbe riversata nelle strade al termine delle preghiere per esprimere la propria insofferenza nei confronti del regime di Hamas.Sul più grande social network al mondo, Facebook appunto, le adesioni erano state migliaia. Ma solo poche centinaia di persone sono scese in strada in modo silenzioso, senza striscioni, né cartelli, né frasi contro Hamas. Le imponenti misure di sicurezza hanno fatto desistere molti. Per non parlare del fatto che con la crisi egiziana non ancora conclusa (Mubarak non s’era ancora dimesso), il realismo incentivava a stare a casa.Ma ora che Mubarak se n’è andato, ora che un milione di persone dopo diciotto giorni di protesta pacifica hanno costretto il “faraone” ad andarsene, Hamas è preoccupata. E dietro le congratulazioni ufficiali al popolo egiziano, i vertici hanno già preso le contromisure per evitare un altro Egitto in territorio palestinese. Basterà? A sentire i ragazzi di Gaza no.11 febb. http://falafelcafe.wordpress.com/

venerdì 11 febbraio 2011


I suoni e le luci e la magia (sempre dal nostro viaggio di dicembre)

Il sabato mattina mi è improvvisamente piombato addosso un micidiale attacco di artrosi lombare, che mi ha letteralmente paralizzata, oltre che martellata con dolori disumani. Sono stata così costretta a rinunciare alle visite della giornata e a restarmene tutto il giorno immobile a letto, impasticcandomi peggio di una quindicenne discotecara sgallettata per poter sopportare il dolore e recuperare un minimo di movimento.La sera piovigginava – anzi, spiovizzicava, come disse una volta con una simpatica invenzione una giornalista sportiva, ingiustamente, a mio avviso, bacchettata dai beghini della lingua italiana – e minacciava di fare peggio, e qualcuno del gruppo ha rinunciato allo spettacolo, che si teneva all’aperto, ma io, che quello spettacolo lo conoscevo per averlo visto due anni fa, per niente al mondo avrei rinunciato a rivederlo, e così, pur muovendomi ancora con notevole fatica, aggrappata al braccio di Paolo il Grande per poter percorrere le poche decine di metri da fare a piedi, barcollante e dolorante, con un paio di maglie di lana addosso e un’altra avvolta intorno alla vita per tenere ulteriormente al caldo la schiena, sono andata a rivederlo, a rivedere la storia di Gerusalemme scorrere sulla torre di David e sulle mura adiacenti... E poiché qualcuno ha avuto la brillante idea di fermare alcune di quelle immagini e farne un power point, io a mia volta ho sottratto e ridimensionato le più significative, per dare anche a voi almeno un’idea dell’incanto di quello spettacolo, che meritava davvero una battaglia all’ultimo sangue con l’artrosi lombare.Barbara Mella


EGITTO, AL QAEDA CHIAMA LA JIHAD. MIGLIAIA DI MANIFESTANTI ANCORA IN PIAZZA

Omar Suleiman, vicepresidente egiziano lancia l'allarme: tra i detenuti evasi nelle scorse settimane durante la protesta antigovernativa, ci sono alcuni militanti islamici legati a Al Qaeda. La notizia coincide con la comparsa su un forum jihadista di un comunicato con cui Al Qaeda in Iraq invita i manifestanti al "jihad contro il tiranno egiziano e i suoi padroni di Washington e Tel Aviv", per la fondazione in Egitto di uno "stato islamico". Nel frattempo continuano le proteste in piazza Tahrir. Il comunicato del gruppo terrorista, uscito su un forum jihadista e individuato dal centro Usa di monitoraggio dei siti di Al Qaeda, è datato 8 febbraio e avverte i manifestanti che "il mercato del jihad" in Egitto è aperto, cos come "le porte del martirio". Nel messaggio si invitano gli egiziani a dare il via a una guerra santa, puntando alla creazione di uno stato islamico. Si tratta della prima presa di posizione di Al Qaeda sulle proteste egiziane, il gruppo invita a evitare le laicità e la democrazia "ignoranti e fuorvianti" e il "marcio nazionalismo pagano". Gli autori del messaggio chiedono quindi di iniziare un "jihad" a beneficio degli egiziani, dei palestinesi e di "tutti i musulmani che conoscono l'oppressione del tiranno d'Egitto e dei suoi padroni di Washington e Tel Aviv". I servizi segreti egiziani, che erano guidati proprio da Suleiman fino alla sua nomina alla vicepresidenza a gennaio, avevano sempre dedicato molti sforzi alla richiesta di estradizione in Egitto di militanti all'estero "legati a leadership straniere, in particolare Al Qaeda". Nei giorni scorsi era poi trapelato che tra gli evasi nelle rivolte in carcere ci sono anche circa venti membri di una cellula locale di Hezbollah, già fuggiti in Libano o a Gaza.
Intanto a favore del presidente Mubarak si sono mossi Israele, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati Arabi chiedendo ripetutamente agli Stati Uniti di non abbandonarlo al suo destino perchè un taglio netto delle relazioni con il capo dello Stato egiziano e un sostegno aperto ai movimenti di opposizione potrebbe ulteriormente destabilizzare tutta la regione mediorientale. Un diplomatico locale, riferisce il New York Times, ha confermato di avere passato 12 ore al telefono, a questo scopo, con funzionari americani. Ma la piazza non smobilita. Le aperture del regime sono ancora insufficienti per molti 2. E migliaia di manifestanti anti-Mubarak hanno trascorso la notte accampati nella "tendopoli" che ha occupato tutti i prati e le aiuole della gigantesca piazza Tahrir al Cairo e attorno ai carri armati dell'esercito. Dopo le grandi manifestazioni di ieri 3, che si sono estese in diverse città, stamani, nel sedicesimo giorno della "Rivoluzione sul Nilo", piazza Tahrir è tranquilla. "Non siate stanchi, non siate stanchi. La libertà non è stata ancora liberata", scandiva un manifestante con l'altoparlante mentre la popolazione di oppositori "accampati" si svegliava. Come le notti precedenti, diversi dimostranti hanno scelto di dormire intorno o addirittura sui cingoli dei tank, nel timore che l'esercito cerchi di sgomberare la piazza con la forza. "L'esercito vuole spingerci più al centro della piazza (Tahrir). Vuole che ce ne andiamo. E' per questo che noi dormiamo qui. Noi amiamo i soldati e ci fidiamo di loro, ma non ci fidiamo affatto di coloro che li comandano", dice Essam, avvocato 35enne, che ha trascorso la notte accanto a un carro armato. "Non vogliamo nè uno stato militare nè uno stato religioso. Ci che vogliamo è uno stato basato su istituzioni ed elezioni - spiega - Non ci possono essere negoziati fintanto che Mubarak resterà al suo posto".http://www.clandestinoweb.com/ 09 febbraio 2011


SALUTE: INDIVIDUATE 3 PROTEINE PER SPEGNERE LO STRESS

(ASCA) - 9 feb - Disattivare lo stress e' possibile, e il cervello e' equipaggiato per farlo: e' grazie a tre proteine - urocortin 1, 2 e 3 - che l'organismo assorbe gli avvenimenti stressanti e gli shock acuti e riesce a ''tirare avanti''. Le tre proteine, pero', non sono presenti nelle stesse quantita' in ogni persona: e proprio nei diversi livelli delle tre proteine risiederebbe quindi la differente capacita' delle persone di reagire a nervosismo e stress. La scoperta arriva da uno studio pubblicato su Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS) dai ricercatori del Weizmann Institute of Science (Israele) guidati da Alon Chen.Chen e colleghi hanno modificato geneticamente un gruppo di topi privandoli delle tre proteine e li hanno poi sottoposti a eventi stressanti insieme a un gruppo di topi normali utilizzati come gruppo di controllo: hanno poi misurato lo stress degli animaletti 24 ore dopo, rilevando che mentre i topolini del gruppo di controllo sembravano essersi ripresi completamente dagli shock somministrati, i topi ingegnerizzati mostravano ancora chiari segni di ansia osservati immediatamente dopo l'esposizione allo stress.


Clima: livelli Co2 'scritti' in pagine vecchi libri

Possibile risalire a 150 anni fa e capire originalita' testi
(ANSA) - ROMA, 9 FEB - I segni dei cambiamenti climatici, in particolare dell'aumento della CO2 atmosferica dall'inizio dell' era industriale, si nascondono nelle pieghe di vecchie riviste e libri.Lo hanno scoperto i ricercatori del Weizmann Institute of Science in Israele, secondo cui, analizzando la carta, e' possibile risalire a quanta anidride carbonica era presente all' epoca della sua fabbricazione.L'analisi, descritta da un comunicato dell'istituto, si basa sul rapporto tra gli isotopi del carbonio all'interno della cellulosa. Le piante 'preferiscono' immagazzinare carbonio 12, invece del piu' pesante C13, e questo vale anche per quelle che milioni di anni fa hanno formato i giacimenti di combustibili fossili. Quando petrolio e carbone vengono bruciati, quindi, immettono in atmosfera CO2 molto piu' ricca del C12, diluendo il C13 presente nell'aria. Questa diluizione viene 'registrata' dalle piante moderne, e si riflette nel rapporto tra gli isotopi presenti nella carta analizzata.''Questo metodo e' piu' affidabile e rappresentativo rispetto all'utilizzo degli anelli degli alberi - spiega Dan Yakir, uno degli autori dello studio - perche' permette di avere un campione molto piu' ampio e rappresentativo''.Con il metodo messo a punto e' stato possibile risalire ai livelli di CO2 degli ultimi 150 anni, e dimostrare che l'aumento registrato e' dovuto proprio all'uso dei combustibili fossili fatto dall'uomo. La tecnica, spiegano gli autori, puo' essere usata anche 'al contrario': a partire dalla quantita' di CO2 conosciuta in un determinato anno si puo' verificare se un documento antico e' originale o un falso piu' moderno.


Il caos in Sinai spaventa i prìncipi dei tunnel a Gaza

Ugo Tramballi 10 febbraio 2011 http://www.ilsole24ore.com/
RAFAH. Dal nostro inviato«Dall'altra parte è proprio un gran casino», sospira il principe del tunnel, mentre altri sacchi di cemento emergono dal sottosuolo. Suona come un paradosso dirlo da questa parte della frontiera, da Gaza, la striscia del caos per definizione. Ma le cose stanno così adesso in Medio Oriente: nel Sinai egiziano c'è l'anarchia, qui a Gaza l'ordine moderatamente islamico e sempre più poliziesco di Hamas.Una manifestazione a favore degli egiziani, di una ventina di giovani con qualche giornalista, è stata sciolta con durezza: botte e tutti in galera per qualche ora. Poi non è successo più nulla. Ma Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, è stato schierato dalla frontiera con Israele a quella egiziana, qui a Rafah. Per impedire che migliaia di palestinesi sfondino di nuovo i reticolati per andare a fare acquisti nel Sinai. Ma soprattutto per controllare i tunnel dai quali passano gli asset strategici del potere di Hamas: denaro, cemento e benzina. Gli israeliani dicono che da quando l'esercito egiziano non controlla più come prima, dai tunnel entrano armi. Gli arsenali di Hamas sono pieni già da tempo. Quello che passa ora è il denaro: valige di dollari in contanti che arrivano da Iran e Siria con una certa libertà per finanziare le casse esauste di Hamas.Da quando gli israeliani hanno alleggerito l'assedio lasciando passare dal posto di Kerem Shalom alimentari e quasi tutti i beni di consumo, i tunnel di Rafah non sono più l'eldorado di una volta. Prima i 1.200 tunnel garantivano un affare da 600 milioni di dollari l'anno in una striscia dove la disoccupazione è al 45 per cento. A Gaza era nata una nuova classe sociale, i "principi dei tunnel" diventati ricchissimi in fretta e, per convenienza, soci in affari con Hamas. Ora i tunnel aperti sono 450 ma quelli operativi non più di 100. Oltre ai soldi che passano solo dai pochi tunnel "statali", quelli controllati da Hamas, il business è ridotto al materiale da costruzione e alla benzina, che non transitano dal valico israeliano.«Già, ma di là adesso c'è il caos», dice il principe preoccupato, mentre dal suo tunnel emergono altri sacchi di cemento. «È difficile trovare la merce e quando la troviamo le bande dei beduini ce la rubano o chiedono il pizzo. Portare fin qui una tonnellata di cemento mi costava 75 euro, adesso 113. E ora Hamas ci ordina di venderlo ai vecchi prezzi. Di questo passo fra un paio di settimane chiudiamo tutti». È il sacrificio patriottico che Hamas chiede ai "principi dei tunnel" dopo averli fatti ricchi. La prima minaccia della rivoluzione egiziana sono i prezzi che rischiano di salire vertiginosamente e provocare disordini. Dai tunnel passa solo il 60% della domanda di cemento; la benzina è sempre più introvabile a causa della paralisi economica egiziana. Con i principi e il denaro contante degli amici all'estero, Hamas continua a far pagare la benzina 36 centesimi di euro al litro, sussidiando il carburante già sussidiato dagli egiziani. In Cisgiordania la pagano un euro e 41 perché possono importarla solo da Israele.Le tensioni sociali non sono la sola preoccupazione di Hamas che continua a promuovere l'islamizzazione di Gaza con moderazione ma in questi mesi ha reso più pesante il controllo poliziesco. Al netto dell'assedio israeliano che rende apparentemente secondarie altre rivendicazioni, lo spirito del Cairo penetra anche fra il milione e mezzo di palestinesi della striscia con un tasso di natalità del 6 per cento. Il 60% ha meno di 20 anni. Per strada, davanti ai venditori di shawarma, decine di ragazzi guardano a bocca aperta l'intervista del blogger loro coetaneo che ha iniziato la rivolta del Cairo: al-Jazeera la replica senza sosta.«Libertà di espressione e di associazione, l'attacco di Hamas alla società civile, l'islamizzazione delle leggi. Queste sono le cose che la gente incomincia a cogliere», dice Jaber Wishah della Commissione palestinese per i diritti umani. «Ma c'è anche la corruzione, il legame economico esclusivo fra i principi dei tunnel e Hamas». Il movimento islamico riuscì a imporsi a causa della corruzione del potere di Arafat. Ora sta assomigliando sempre di più al vecchio regime. «Le uniche case che vengono ricostruite sono quelle dei dirigenti di Hamas», constata la gente.Nel partito islamico c'è chi sta ascoltando con attenzione questi segnali. "La casa della saggezza" è il think-tank dove i moderati di Hamas e di Fatah cercano un dialogo. «Povertà, oppressione e sfiducia sono gli ingredienti di ogni rivoluzione», dice Ahmed Yousef, ex ministro degli Esteri di Hamas, ora emarginato dai radicali che dominano il movimento. «Qui è diverso dall'Egitto perché c'è l'assedio di Israele e la gente lo capisce. Ma molti di noi hanno compreso che bisogna fare qualcosa di diverso. Chi non vede arrivare le cose, presto resterà sorpreso».


palazzo di Erode a Masada

Israele: diminuisce il numero di clandestini rispetto al 2010

Mercoledì 09 Febbraio 2011 http://www.focusmo.it/
Il numero d'infiltrati illegali a Gennaio nello Stato d'Israele è sceso a 400, da una media mensile di 1000 nel 2010. Lo hanno riferito ieri funzionari del Ministero della Difesa israeliana. Il ministro della Difesa generale Udi Shani,recandosi al confine, ha incontrato gli appaltatori che stanno lavorando alla costruzione del muro lungo 200 km. Shani è stato informato che il lavoro sarà concluso entro la fine del 2012, sei mesi prima della data prevista. Fonti ufficiali hanno riferito che la riduzione del numero d'infiltrati è dovuta alla presenza di lavoratori edili, nonchè soldati dell'IDF e poliziotti di frontiera.La settimana scorsa il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato al Ministero della Difesa di accellerare i lavori alla luce dei recenti sconvolgimenti politici in Egitto e della possibilità di un cambiamento di regime.


kibbutz Neot Smadar nel Negev

Partita a scacchi coi Fratelli Musulmani

Di Tawfik Hamid http://www.israele.net/
Gli Stati Uniti sono di fronte al dilemma su come trattare la Fratellanza Musulmana in Egitto. Da una parte, accettarla significa accettare un sistema islamista che avrebbe certamente un’agenda anti-americana e anti-israeliana. Dall’altra, rifiutare e delegittimare questo gruppo può spingere alla violenza una parte dei suoi membri.Il gruppo ha effettivamente una visione fortemente anti-americana e anti-israeliana, e dunque per batterlo occorre mettere in campo la sapienza del giocatore di scacchi, più che lo scontro frontale diretto, soprattutto nella situazione attuale così precaria. Questo approccio è reso possibile dl fatto che sappiamo che i capi della Fratellanza Musulmana, a differenza di altri gruppi jihadisti, sono capaci di sedersi a un tavolo e negoziare. Negli scacchi, si può vincere una partita con le mosse giuste ed anche con “sacrifici” ben calcolati. Lo scontro frontale con la Fratellanza Musulmana in Egitto potrebbe essere assai meno efficace di una serie di mosse ben studiate.La realtà attuale in Egitto è che, nonostante siano ufficialmente banditi, i Fratelli Musulmani esistono eccome. Per quasi trent’anni il regime di Mubarak non è stato capace di frenare il diffondersi della loro ideologia. Durante gli anni del governo del presidente Mubarak la Fratellanza è riuscita ad incrementare l’odio su base islamica verso Israele, mentre nel paese sia l’anti-americanismo che l’antisemitismo toccavano livelli molto elevati. Non basta. La Fratellanza è riuscita a islamizzare una porzione significativa dell’intera società egiziana. Attualmente la maggior parte delle donne islamiche portano lo hijab (il velo che copre il capo), la fraseologia islamica è adottata da tutti i maggiori mass-media, e nella popolazione generale prevale il sostegno alla shari’a (legge islamica). Per contro, ai tempi di Anwar Sadat l’antisemitismo e l’anti-americanismo erano in declino; e ai tempi di Gamal Abdel Nasser i segni di islamizzazione della società erano praticamente inesistenti. Il che indica quanto la Fratellanza Musulmana abbia prosperato durante il regime di Mubarak.Fare affidamento su un uomo solo al comando in Egitto, senza che si facesse pressione su di lui affinché imprimesse un cambiamento al sistema educativo e ai mass-media controllati dal governo per contrastare attivamente l’antisemitismo e l’anti-americanismo, si è rivelato per Israele e Stati Uniti un approccio miope, destinato al fallimento. Sarebbe stato molto meglio se gli Stati Uniti, anziché premere su Mubarak sul tema della democrazia, avessero usato le loro relazioni con lui per ottenere cambiamenti nel campo dell’educazione e per attuare efficaci strategie volte a indebolire l’islamismo. Questo avrebbe garantito un rapporto molto più a lungo termine fra Egitto, Stati Uniti e Israele.L’approccio di Mubarak, che permetteva all’antisemitismo di prosperare mentre pretendeva d’essere amico di Israele, era schizofrenico, e indica che egli non era un vero allato. Il suo rifiuto di recarsi in visita ufficiale in Israele anche solo una volta nei suoi trent’anni di presidenza è un ulteriore indizio della sua mancanza di buona fede nel rapporto, nonostante i miliardi di dollari in aiuti che riceveva dagli Stati Uniti. Una persona che crede veramente nella pace non avrebbe permesso che l’antisemitismo fiorisse nel proprio paese fino a livelli così patologici. Sadat, ad esempio, che credeva nella pace, prese molte iniziative concrete per cambiare la società egiziana e usò efficacemente la stessa religione per combattere, anziché promuovere, l’antisemitismo. L’approccio di Sadat ebbe in gran parte successo nel ridurre l’antisemitismo, malgrado sia stato assassinato da estremisti che lo consideravano un “apostata”.Ad ogni buon conto la Fratellanza Musulmana, benché nei decenni scorsi abbia prosperato, negli ultimi anni è andata invece perdendo una quota significativa della sua popolarità a causa di vari motivi. 1) L’emergere di aperte critiche all’islam e lo smascheramento di insegnamenti estremisti che sono in aperta contraddizione con la coscienza umana. Internet e i moderni mass-media hanno permesso un livello di dibattito e di discussione che ha indebolito l’appeal dell’islam politico agli occhi di molte persone. La cosa è apparsa evidente nel rifiuto dei manifestanti egiziani di brandire la bandiera islamista della Fratellanza Musulmana. 2) Il fallimento di gruppi islamisti ispirati alla shari’a in Somalia, Afghanistan (i talebani) e nella striscia di Gaza (Hamas) nel procurare una vita migliore alle rispettive popolazioni ha smentito il classico slogan della Fratellanza Musulmana secondo cui “l’islam è la soluzione”. Inoltre, il fallimento della soluzione islamista ha dimostrato a molti che la ricchezza in Arabia Saudita non è necessariamente dovuta al fatto che essa applica la shari’a. 3) Il rifiuto della Fratellanza Musulmana di unirsi alle dimostrazioni sin dall’inizio (lo ha fatto solo quando hanno iniziato ad avere successo) ha portato molti a percepirla come un gruppo di politici opportunisti. La Fratellanza Musulmana non ha potuto fare altro che organizzare un paio di manifestazioni parallele, separate e insignificanti. A questo proposito è importante sottolineare che le preghiere che si sono tenute in piazza durante le proteste rappresentano un livello rituale comune nell’islam, più che un movimento ideologico legato alla Fratellanza Musulmana.Nell’attuale situazione instabile ed esplosiva, fare i conti con la Fratellanza Musulmana in Egitto è diventata una questione estremamente delicata. Queste che seguono sono poche, ma essenziali, raccomandazioni su come gestire la situazione attuale coi Fratelli Musulmani in modo tale da evitare il completo collasso del paese. 1) Cercare di “contenere” o “racchiudere” il gruppo, in una certa misura, mediante uno scontro frontale può far diventare violenta una parte del movimento, o spingerlo ad appoggiare gruppi islamisti più violenti, dediti al terrorismo. La stabilità in questa fase è essenziale per sconfiggere questo gruppo nel lungo periodo. 2) Permettere ad alcuni membri del gruppo di ricoprire ruoli limitati nel prossimo governo in settori che non permettano di controllare politiche strategiche, educative o ambiti delicati della sicurezza e militari. Tale offerta dovrebbe essere condizionata all’approvazione da parte della Fratellanza Musulmana dei trattati internazionali stipulati dall’Egitto, compreso il trattato di pace con Israele. 3) Combattere il gruppo sul piano ideologico: mettere in prigione i suoi membri senza combattere la sua ideologia si è rivelato inefficace e non è servito a fermare la sua proliferazione. 4) Utilizzare la religione stessa per combattere la Fratellanza Musulmana e metterla in difficoltà. Ad esempio, un governo laico potrebbe dichiarare che deve rispettare il trattato di pace con Israele, e chiedere al gruppo di fare lo stesso, sulla base del Corano che afferma: “Onora ogni promessa e accordo” (17:34), “Oh voi che credete, onorate i vostri impegni” (5:1), “[Lode a] coloro che onorano il loro giuramento e non infrangono mai i loro impegni” (13:20). 5) Fornire aiuti umanitari attraverso organizzazioni non islamiche, in concorrenza con la Fratellanza Musulmana che usa questa tattica per conquistare i cuori e le menti delle persone.La mossa di accettare un ruolo limitato e controllato dei Fratelli Musulmani nella prossima fase del futuro politico egiziano, adottando al contempo misure efficaci per sconfiggerli sul loro terreno pratico e ideologico, potrebbe rivelarsi essenziale per evitare un’ulteriore instabilità che creerebbe estremismo incontrollato.(Da: Jerusalem Post, 7.2.11)


Egitto, stop gasdotto pesa su Israele

Persi un milione e mezzo di dollari al giorno
(ANSA) - TEL AVIV, 9 FEB - Assomma a 1,5 mln di dollari al giorno, per Israele, l'impatto economico della sospensione delle forniture di gas dall'Egitto, causata durante il fine settimana dall'esplosione che -nel pieno della rivolta egiziana- ha danneggiato il gasdotto del Sinai. Israele ha fatto fronte all'accaduto ricorrendo a fonti alternative e senza alcuna forma di razionamento dell'energia. Ma l'utilizzo di altri combustibili -come gasolio o mazut- comporta un incremento dei costi fino a 10 volte rispetto al gas.


Israele: spunta il burka tra ebree

La stampa laica s'inquieta, piccole talebane crescono
(ANSA) - GERUSALEMME, 9 FEB - I talebani sono alle porte di Gerusalemme. Nel comune di Beit Shemesh sempre piu' spesso si vedono arrivare donne coperte dalla testa ai piedi da burqa neri, ma l'Islam non c'entra: sono le adepte di una setta ebraica ultra', che accompagnano le figlie a scuola. E anche le bambine indossano cappe scure. La stampa laica s'inquieta e ne parla come di 'ebree talebane'. La loro e' una forma estrema di religiosita', che in Israele e' inizata nel 2006 e oggi conta centinaia di fedeli.


Lago Tiberiade

Attenti, copiare la Turchia non significa democrazia

Il Giornale, 11 febbraio 2011,Fiamma Nirenstein
Dovremmo davvero smetterla di raffigurarci schemi che ci garantiscano dove va a parare l’Egitto, meglio andare dallo psicanalista a calmare le nostre paure, specialmente ora che Mubarak vacilla sempre di più. Meglio smettere di immaginarsi una magnifica rivoluzione sociale di giovani e di donne che prepara la democrazia nel mondo arabo. C’è chi dipinge piazza Tahrir come una raffigurazione in termini arabi delle rivoluzioni liberali e anticomuniste dell’Europa dell’Est: lo faccia pure, si prenderà una solenne legnata. L’unico elemento di somiglianza l’ha individuato Sharansky: ogni uomo vessato dalla miseria e dalla prepotenza anela alla libertà. Tutti, senza distinzione. Fare il dittatore è rischioso.C’è chi si immagina che la Fratellanza Musulmana abbia aderito a un processo democratico, e anche Obama se ne accorgerà. Ogni affermazio! ne di gradualismo di Mohammed Badie, il capo, è puro tatticismo, e se ne trova la conferma in altre sue terribili affermazioni contro la civiltà non musulmana: lo scopo è il califfato universale e, prima di tutto, in Egitto. Infine, ci sono quelli che si calmano pensando che l’Egitto adotterà un modello turco, islamico ma secolare, in pace con l’Occidente.Ma il modello turco in realtà non è come molti si figurano, cioè come uno scenario in cui i militari giuocarono un ruolo di stabilizzazione e i partiti islamisti vengono ammansiti con la partecipazione. Intanto, questa è un’immagine vecchia, antecedente alla Turchia di Erdogan, ormai parte dell’asse politico iraniano. E inoltre, non funzionerebbe comunque: l’Egitto, anche se era ed è tuttora fra i più secolari Paesi arabi, non ha mai avuto un leader formidabile come Kemal Ataturk che abbia fatto della secolarizzazione il suo compito storico, nessuno che gli abbia insegnato, in nome di una magnifica! visione moderna, a scrivere in lettere latine o che abbia costretto le donne a partecipare al lavoro e a vestirsi all’occidentale... Dopo i colpi di stato del 1960 e del 1980 civili e militari lavorarono insieme per costruire la transizione alla democrazia. In ambedue i casi il capo dei militari divenne presidente e molte figure in parlamento si misero al loro fianco.Se l’Egitto dovesse seguire le orme di questa esperienza, l’esercito (che in queste ore ha effettivamente un ruolo centrale) verrebbe fiancheggiato da una pluralità di partiti di massa e rinnoverebbe la costituzione. Ma, peccato… l’Egitto non ha una struttura partitica sviluppata. L’unico partito ordinato, schierato, con un piano preciso, arricchito dai soldi delle donazioni e dei business di cui il mondo islamico estremista lo gratifica, è la Fratellanza Islamica.In secondo luogo, in Turchia l’esercito che aveva garantito una gestione laica del potere, comincia a sparire con la pr! esenza sulla scena dell’Akp nel 2002. Questo partito islamico, una specie di Fratellanza all’acqua e sapone, decise di presentarsi morbido perché la Corte Costituzionale aveva chiuso i partiti islamici duri, il Partito del Benessere nel 1998 e il Partito della Virtù nel 2001. Era un periodo in cui tutti sperarono che la Turchia, liberatasi dal retaggio della continua violazione dei diritti umani, potesse accedere all’Unione Europea. Ma la storia è matrigna. Dopo che l’Akp vinse le elezioni del 2002 su una piattaforma moderata, cominciò la sua marcia verso l’islamismo e verso il terreno incognito che potesse restituirle l’onore che l’Europa non si decideva a accordarle. Divenne antiamericano e antisemita, e si assimilò all’Islam dell’Iran e dei suoi amici, duro, orgoglioso, antagonista. I militari sono stati fatti fuori, e così anche il potere giudiziario.La democrazia garantita dalla specificità turca è svanita, inutile invocarla: una volta el! iminati i controllori, lo spirito islamista della Turchia è inesorabilmente resuscitato. La scelta moderata che era stata imposta da forze come l’esercito e i giudici, compagna di strada della marcia verso l’Europa, è saltata. Per l’Egitto, è inutile contare sull’opzione turca-laica se nessuno è là ad imporla. All’inizio questa soluzione potrebbe neutralizzare le forze religiose, ma alla lunga esse hanno nel mondo islamico una forza, un rigoglio ideologico e pratico straordinario.


Cairo: ambasciata Israele assalita

Il Cairo, 1 Febbraio 2011 – L’ambasciata di Israele al Cairo è stata assalita questa mattina da alcuni uomini armati, che sarebbero stati respinti dalle forze di sicurezza egiziane.A scrivere dell’accaduto è l’agenzia iraniana Irna, secondo la quale un agente egiziano di guarda all’edificio diplomatico avrebbe perso la vita negli scontri.Il corrispondente dell’agenzia nella Capitale egiziana cita “un testimone oculare”, il quale avrebbe visto che “gli assalitori si sono ritirati dopo scontri con le forze egiziane”http://www.focusonisrael.org/


Tel Aviv

Clinton e Gates dall'israeliano Barak, assieme per la pace in Medio Oriente

New York, 10 febbraio Proseguono gli incontri diplomatici fra americani e israeliani preoccupati per l'evoluzione dei fatti in Medio Oriente. I ministri Usa Robert Gates (Difesa), Hillary Clinton (Esteri) e Tom Donildon (consigliere per la Sicurezza Nazionale) hanno incontrato il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Confermato "l'incrollabile impegno americano per quanto riguarda la sicurezza di Israele", compreso "il continuo sostegno alla forza armate israeliane e l'inedita cooperazione tra i due governi in tema si sicurezza". Nell'incontro sono stati esaminati anche "gli ultimi sviluppi della crisi in Egitto" e si è discusso della necessità "di procedere sulla via della pace in Medio Oriente" e di "evitare che l'Iran possa acquisire armi nucleari".http://www.moked.it/


Strano

Terminati incongruamente i discorsi sulla libertà, le dichiarazioni di Obama rientrate, evaporati i distinguo tra Fratelli Musulmani e autentica rivolta popolare, obliato il discernimento fra Facebook e Islam. Basta, stop, finito. L'Egitto era un programma televisivo. Strano, pensa il Tizio della Sera, che non abbiano pensato a mandare la pubblicità durante la rivolta. Con il calcio lo fanno. Il Tizio della Sera


la sinagoga di Firenze
Passigli: "Questa è la mia Memoria"

C’è tutta la sofferenza del ricordo, la paura e l’angoscia di quei mesi nascosto dalle Suore di San Giuseppe sotto falsa identità, il dolore di un abbraccio con i nonni paterni che non tornerà più, spazzato via dalla razzia del ghetto di Roma che si prenderà per sempre Guido e Virginia Passigli, unici ebrei fiorentini vittima delle SS di Kappler in quei tremendi giorni capitolini. Ma c’è anche la consapevolezza di una vita che deve continuare nonostante la perdita del padre Raffaello, morto di una gravissima malattia alla vigilia dell’otto settembre. Nuova vita, nuova famiglia, nuovi equilibri suggellati dall’unione della madre Albana con Schulim Vogelmann, ebreo askenazita miracolosamente sopravvissuto all’inferno di Auschwitz. Davanti al Consiglio del Comune di Firenze in rispettoso silenzio per onorare la Memoria della Shoah, il presidente della Comunità ebraica di Firenze Guidobaldo Passigli ha scelto di parlare della sua storia di giovanissima vittima del nazifascismo. Un racconto fatto nella consapevolezza che ogni ebreo sopravvissuto alla Shoah ha la sua storia da raccontare. Storie di ansie e di paure, di amicizie e di solidarietà, di tragici errori e di ingenuità, di tradimenti e di delazione, storie di disperazione estrema. Storie che scuotono ancora oggi le coscienze. «Giuseppe Dalmasso, Giuseppe Dalmasso detto Guido; così dovrai rispondere a chi ti chiederà come ti chiami». Si era alla fine di ottobre oppure all’inizio di novembre del 1943. Io non avevo ancora 5 anni quando per l’ennesima volta la mia mamma mi fece questa raccomandazione, prima di varcare la soglia di un istituto retto dalle Suore di San Giuseppe in via del Guarlone a Rovezzano. Lì io restai con la mia nonna materna che però non doveva apparire tale, tanto è vero che la madre superiora le fece indossare le vesti dell’Ordine in modo da apparire agli estranei come fosse una suora. Ricordo che c’erano molti bambini della mia età, qualcuno dormiva all’interno in una camerata come la mia, altri la sera andavano a casa per tornare l’indomani. Ricordo che c’erano anche degli adulti e pochi ragazzi più grandi. Io rimasi lì con la mia nonna fino a dopo la liberazione. Mio padre Raffaello Passigli, dopo parecchi mesi di sofferenze per una gravissima malattia allora incurabile, era deceduto il 3 di settembre, praticamente alla vigilia di quell’8 settembre che avrebbe segnato un punto di svolta nel destino e nella vita di tutti gli italiani. La mia mamma, vedova a venticinque anni, aveva accettato di essere nascosta in casa di parenti di una famiglia di Grassina nostra amica: Elio Spicchi, operaio, la sua mamma e la moglie Gina con le loro due bambine in tenerissima età, le fecero posto nel loro piccolo appartamento in un seminterrato vicino a Piazza Gavinana. La accolsero con calore e con amore disinteressato, dividendo con lei le limitate risorse alimentari disponibili. Non ricordo bene in quale momento, ma un giorno la mamma si ricongiunse a me ed alla nonna dalle Suore di San Giuseppe; seppi successivamente che la «caccia agli ebrei», anche a seguito di spiate, era sempre più attiva e che era divenuto sempre più pericoloso e rischioso tenere nascosti in casa propria degli ebrei. La madre superiora aveva perciò accettato di accogliere una seconda persona adulta della mia famiglia, anche se lo spazio ormai disponibile nell’istituto era ristretto. Anche la mia mamma indossò le vesti dell’Ordine I miei nonni paterni Guido e Virginia Passigli, di età intorno ai settantacinque anni, dopo la lunghissima malattia di mio padre, la prognosi infausta della quale era da loro ben conosciuta, erano psicologicamente, moralmente e fisicamente distrutti. A questo si aggiunse il grande senso di incertezza, di confusione generale che esplose in tutta Italia a partire dall’8 settembre. Però ancora non si pensava minimamente al pericolo per gli ebrei di essere catturati. Essi non si sentivano più di vivere nella casa e nell’ambiente fiorentino che aveva visto la lunghisima malattia, che si alternava a periodi di quasi-normalità, e le sofferenze del loro figlio e pensarono che avrebbe loro giovato di passare un periodo a Roma, dove viveva il fratello del nonno e la sua famiglia. Così l’11 o il 12 di ottobre partirono in treno per Roma, dove arrivarono dopo un viaggio disastroso lungo dodici ore. La tragica trappola del destino era ormai scattata. Il sabato 16 ottobre (il cosiddetto «sabato nero» degli ebrei romani) essi, credo unici fiorentini, furono catturati dalle SS di Kappler nella prima retata di ebrei di Roma. Si sa che tutti gli ebrei catturati furono rinchiusi nel Collegio Militare; l’evento della loro partenza dipendeva da quali parole sarebbero state pronunciate dall’altra parte del Tevere. Il convoglio lasciò la stazione Tiburtina il lunedì 18 ottobre e arrivò dopo cinque interminabili giorni ad Auschwitz/Birkenau; la loro tragica orrenda fine avvenne nella stessa giornata. Tutto questo si seppe a Firenze solamente parecchio tempo dopo. Schulim Vogelmann, nato in Polonia, arrivò quasi ventenne a Firenze alla fine del 1921, per imparare il mestiere di tipografo, arte nobile che lo avrebbe messo in contatto con il mondo accademico, con le persone di cultura, e quindi ritenuto un lavoro che poteva dare garanzie per il futuro. Qui era stato chiamato dal fratello, studente e laureando in Lettere Classiche alla nostra università, ma anche docente nell’allora esistente Collegio Rabbinico Italiano che aveva la sua sede in Borgo Pinti, questo giovane, sportivo e pieno di energia, dopo aver imparato la base del mestiere di compositore a mano in piccole tipografie artigiane, si presentò a Leo Samuele Olschki, illuminato uomo di cultura ed editore, ed anche valorizzatore della libreria di antiquariato, ma soprattutto proprietario della Tipografia Giuntina, dove forse c’era posto per lui. L’incontro fu proficuo, ed egli fu assunto come operaio compositore. Quando alla fine del 1928 andò in pensione il direttore, fu dato a lui quell’incarico. In quegli anni aveva ottenuto la cittadinanza italiana. Nel 1933 egli sposa Anna Disegni, figlia del rabbino di Torino, e nel 1935 nasce Sissel Emilia. Con le leggi razziali del 1938 Anna viene allontanata dalla cattedra di Lettere Italiane dell’Istituto Duca D’Aosta di via della Colonna; Sissel nel 1941 inizia la prima elementare alla scuola ebraica accanto al Tempio di via Farini. Nel 1940 Leo Samuele Olschki, prevedendo tempi molto difficili, decide di lasciare Firenze e si trasferisce in Svizzera con la attività editoriale e la libreria antiquaria, mentre mette in vendita la tipografia. Schulim Vogelmann ne rimane direttore. Alla fine del 1943 egli con Anna e Sissel di 8 anni tenta di andare in Svizzera; essi viaggiano con documenti di identità falsi forniti dall’avvocato Enrico Bocci. Vengono catturati alla frontiera e riportati a Firenze, provvisoriamente internati per qualche settimana nel campo di Villa La Selva al Ponte a Ema. Verso la fine di gennaio 1944 vengono portati a Milano, con breve sosta a San Vittore. Partono il 31 gennaio 1944 su un carro bestiame dal binario 21 che si trova nel piano interrato della stazione centrale di Milano; la destinazione è Auschwitz/Birkenau. All’arrivo, dopo cinque giorni di viaggio drammatico, Anna con Sissel vengono immediatamente selezionate per la camera a gas. Schulim viene considerato abile al lavoro ed inizia per lui la durissima vita di internato. Egli fu sempre molto avaro di racconti anche in famiglia; quando qualcuno gli chiedeva dei particolari, egli rispondeva che si era salvato grazie a quattro cose: la conoscenza della lingua tedesca, la sua prestanza fisica di abile nuotatore, il suo mestiere di tipografo, ma soprattutto una grande dose di fortuna nei momenti più critici. Quando arrivò al campo egli pesava ottanta chili, quando ne uscì pesava quaranta chili. Egli rientrò a Firenze nell’agosto del 1945, dove nessuno più si immaginava che sarebbe ritornato. Riprese con energia il suo lavoro, rimettendo in piedi la attività praticamente distrutta. Nel dicembre 1946 egli conobbe la mia mamma; si raccontarono le loro durissime tragiche esperienze, decisero di creare una nuova famiglia. Io avrei così trovato quel padre che non avevo potuto avere. Nel 1948 nacque il mio fratello Daniel. Signor Presidente del Consiglio comunale di Firenze, signori consiglieri. Io sono molto onorato di essere stato chiamato oggi in questa solenne Seduta di Consiglio per parlarvi sul Giorno della Memoria. Ho accolto subito la vostra richiesta ed ho scelto che vi avrei parlato soprattutto di come la Shoah ha influito sulla mia vita, cioè sulla vita di un qualsiasi bambino ebreo di Firenze, che apparteneva ad una qualsiasi famiglia di questa città. Ho pensato che questa testimonianza diretta potesse essere il giusto punto di partenza per affrontare l’argomento. Ogni ebreo sopravvissuto alla guerra potrebbe oggi raccontare la sua storia, le sue storie, come oggi ho fatto io, storie tutte uguali e tutte diverse al tempo stesso. Storie fatte di ansie e di paure, di amicizie e di solidarietà da parte anche di estranei, storie di tragici errori e di ingenuità, storie di tradimenti e di delazione da parte di falsi amici, storie di disperazione estrema. Sono 248 gli ebrei della nostra comunità che hanno trovato tragica morte per mano dei nazifascisti; ci sono altre diverse decine di ebrei catturati casualmente a Firenze perché qui si erano rifugiati provenienti da altre località europee dove le persecuzioni e la loro cattura erano iniziate già nel 1941 e nel 1942. I nomi di tutti loro sono scritti sulle lapidi nel giardino della nostra sinagoga: tra di essi ci sono bambini anche in tenerissima età ed anche gli anziani di ottanta e novanta anni che erano ospiti della casa di riposo del viale che oggi è intitolato ad Amendola. Non posso non citareCarolina Lombroso Calò, che partorì la sua creatura durante il trasporto ad Auschwitz/Birkenau. Tutti loro furono strappati ai loro affetti, alle loro case, alle loro attività e furono avviati verso la morte. E così avvenne in tutti i paesi d’Europa per sei milioni di esseri umani. Il poeta yiddish Yitzhak Katzenelson, originario della Bielorussia ma catturato in Francia, anch’egli poi scomparso nel baratro di Birkenau, ci ha lasciato un poema scritto nel campo di Vittel e fortunosamente ritrovato perché lui lo aveva là sotterrato; il Canto IX “Ai cieli” così esordisce:… Cieli, ditemi perché, perché! Perché dobbiamo essere tanto umiliati in questo mondo? La terra, sorda e muta, ha chiuso gli occhi… Ma voi cieli, voi dall’alto avete visto tutto e non siete crollati dalla vergogna! Non una nuvola ha coperto il vostro vile azzurro, che come sempre mostrava il suo falso splendore; il sole, rosso come un carnefice feroce, ha continuato il suo corso; la luna, come una vecchia puttana, come una peccatrice, è uscita di notte a passeggiare, e le stelle ammiccavano luride come occhi di topi. Basta! Non voglio più guardarvi, non voglio più vedervi… Primo Levi, nella introduzione alla edizione italiana, così commentava questo canto: "Qui è Giobbe che parla, un Giobbe moderno più vero e compiuto dell’antico, ferito a morte nelle sue cose più care, nella famiglia e nella fede, orbo ormai dell’una e dell’altra. Ma alle domande eterne del Giobbe antico si erano levate voci in risposta, le voci prudenti e timorate dei «consolatori molesti», la voce sovrana del Signore: alle domande del Giobbe moderno nessuno risponde, nessuna voce esce dal turbine. Non c’è più un Dio nel grembo dei cieli «nulli e vuoti», che assistono impassibili al compiersi del massacro insensato, alla fine del popolo creatore di Dio". Come è uso della tradizione ebraica quando si parla di defunti, diciamo insieme: il loro ricordo sia di benedizione. Guidobaldo Passigli, presidente della Comunità Ebraica di Firenze http://www.moked.it/