sabato 20 febbraio 2010


Città del Vaticano

Rassegna stampa

Gli occhi del mondo sono sempre su Teheran. E gli Stati Uniti muovono nuove strategie sullo scacchiere mediorientale: l’amministrazione di Barack Obama prova a tessere i rapporti con la Siria per isolare la dittatura di Ahmadinejad. Lo racconta Maurizio Molinari sulla Stampa, riportando la missione a Damasco del sottosegretario di Stato William Burs. Un viaggio per assicurare a Bashar Assad la volontà americana di costruire un rapporto in funzione della risoluzione di “comuni preoccupazioni”. E’ la politica dei rapporti con i nemici strategici, secondo la Casa Bianca, una delle chiavi per affrontare il nodo del nucleare iraniano. La spinta degli States è sottolineata anche dalla nomina di Robert Ford ad ambasciatore in Siria e in queste ore è sopportata dalla nuova linea di Mosca con Teheran. Tra i russi e gli iraniani, spiega il Corriere, i rapporti sono sempre più tesi e Vladimir Putin ha più volte dimostrato la sua propensione ad affiancare le politiche dell’Occidente. Non a caso il Cremino ha deciso di sospendere la consegna dei missili S-300 all’Iran. Monta, invece, la polemica per l’uccisione di un esponente di Hamas a Dubai. Il Mossad, a cui viene attribuito l’omicidio, è stato messo sotto accusa e la Gran Bretagna annuncia l’apertura di un’inchiesta dopo aver saputo che gli assassini del militante erano in possesso di passaporti inglesi contraffatti (Repubblica).Da Londra a Roma, dove entro le mura dello Stato Vaticano la polemica sulla beatificazione di Pio XII resta di grande attualità. Oggi il Corriere propone la versione di un gruppo di studiosi cattolici che avrebbero scritto una lettera al Papa, chiedendo maggiore pazienza sul processo che vuole nominare santo Pacelli. Le preoccupazioni degli storici, che ammettono l’assenza di un documento vaticano che condanni la Shoah, sono incentrate nei rapporti con gli ebrei. Rapporti, spiega il Corriere, a rischio. Intanto al Festival di Berlino spunta una vecchia nota di Michelangelo Antonioni, in cui l’allora giovane critico elogiava il film antisemita “Suss l’ebreo” (Corriere).Fabio Perugia,http://www.moked.it/


Reality Medio Oriente

Di solito, gli agenti segreti rimangono segreti - ma se sono israeliani, diventano pubblici. E così, li hanno filmati con le mani nella marmellata mentre eliminavano un funzionario di Hamas, il diciamo così partito che nelle sue canzoni promette di bere sangue ebraico dai teschi di noialtri. Gli agenti pubblici di Israele si sono fatti riprendere dalle telecamere a circuito chiuso di un albergo come se si trattasse di una serie televisiva, anzi di un reality che poi è quello degli alberghi di mezzo mondo, dove non c'è niente di segreto, e tutto è pubblico, e ci domandiamo se gli agenti del Mossad non abbiano fatto apposta a farsi filmare, per mettere diciamo così la loro leggendaria firma d'autore. I volti sono stati trasmessi in tutto il mondo come quelli di criminali, di ricercati, di omicidi, di mostri psicopatici, di una banda di vampiri, di un gruppo di evasi da un manicomio criminale, di balordi assetati di sangue arabo. A trasmettere il format in Italia con quei volti come quelli di ricercati, ci ha pensato la Rai, non sapremmo se abbia fatto così anche Mediaset, non abbiamo visto, e ancora una volta i media hanno prodotto un'immagine allucinatoria della realtà politica mediorientale. Una fiction in salsa lisergica sulla cruciale situazione in atto da sessantadue anni tra Israele e Palestina, tra Iran e Israele, Egitto e Israele, Hezbollah e Israele, Siria e Israele, Rai e Israele. Come se non fosse in atto dal 1948 una guerra di tutti contro uno, poi trasformatasi in terrorismo, con la variante accusatoria e legittimante che siccome adesso in Palestina il terrorismo governa va protetto come accade per i panda. Non è difficile preventivare cosa sarebbe messo in onda se lo Stato ebraico un giorno tremendo ma non incomprensibile provvedesse a regolare le minacce genocide di Teheran, smorzando i suoi reattori. A Israele viene implicitamente chiesto ciò che non viene chiesto a nessun altro Stato. Di farsi scannare con educazione, in silenzio. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


I mondi nascosti nei simboli ebraici

Questo Shabbat leggeremo nella parashà di Terumà l'ordine di fabbricare una lampada d'oro a sette braccia. E' la famosa menorà, dal grande valore simbolico, che dall'antichità fino ad oggi ha rappresentato fisicamente l'ebraismo. A questo simbolo se ne è aggiunto nella storia un altro, la stella a sei punte, popolarmente chiamata magen David, lo scudo di David. Ciò che si ignora comunemente è che solo da poco (relativamente, su scala ebraica), cioè da tre-quattro secoli, questo segno è diventato il simbolo dell'ebraismo (e dal 1948 sta nella bandiera dello Stato d'Israele); prima era un simbolo polivalente, estetico e anche magico. Le Chiese medievali sono piene di queste stelle e non certo per occulte simpatie filogiudaiche. Quindi l'autentico e originale "logo" ebraico è la menorà, anche se non si può più fare a meno della stella. E' una storia curiosa, che rivela le stranezze del pluralismo ebraico e che come ogni altra cosa andrebbe, molto ebraicamente, studiata molto in profondità. Perchè i mondi nascosti che si aprono sotto a questi due simboli, e soprattutto il primo, sono affascinanti.Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma http://www.moked.it/


Hamas:Foreign Office convoca amb.Israele

Domani sara' ricevuto per discutere utilizzo falsi passaporti
(ANSA) - LONDRA, 17 FEB - Il Foreign Office ha convocato l'ambasciatore israeliano a Londra. Lo ha reso noto un portavoce del ministero britannico. L'ambasciatore d'Israele a Londra sara' ricevuto domani al Foreign Office per discutere l'utilizzo di falsi passaporti britannici durante l'operazione che ha portato all'uccisione a Dubai di un dirigente di Hamas, ha precisato il portavoce.


Londra

Capo Hamas ucciso: paura cittadini Gb
Brown, indagine per capire cosa e successo e perche'
(ANSA) - LONDRA, 17 FEB - I 6 cittadini britannici residenti in Israele accusati di aver ucciso al-Mabhouh sono scioccati e arrabbiati. Ai sei sono stati clonati i passaporti e dunque si sono visti 'sbattere' in prima pagina con l'accusa di aver preso parte al commando che ha ucciso a Dubai uno dei capi di Hamas.Il premier Gordon Brown ha chiesto che venga fatta piena luce sulla vicenda. 'Dobbiamo approntare un'indagine su quanto accaduto', ha commentato il primo ministro.



Dubai


Agenti israeliani in azione a Dubai

Identità rubate per uccidere un dirigente di Hamas , http://www.europaquotidiano.it/
Undici passaporti falsi e altrettante identità rubate per compiere un omicidio. Sette cittadini israeliani, il cui nome era scritto sul passaporto utilizzato dagli 007 del Mossad, il servizio segreto d’Israele, per preparare e portare a compimento l’omicidio a Dubai del leader di Hamas, Mahmoud al-Mabhouh, si sono presentati davanti alla stampa per testimoniare la loro innocenza. I documenti d’identità utilizzati sono un passaporto tedesco, uno francese, sei britannici e tre irlandesi. Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha affermato che non esistono elementi che provino che sia stato il Mossad. Ma la vicenda sta mettendo in imbarazzo la diplomazia israeliana. Il primo ministro britannico Gordon Brown ha promesso «un’indagine esaustiva» sull’utilizzo di passaporti falsi britannici da parte del commando 18 febbraio 2010


Weizmann Institute


Netanyahu: "Non prepariamo guerre"

Premier Israele risponde ad Ahmadinejad
Israele non pianifica nessuna guerra: il premier Benyamin Netanyahu, in visita ufficiale a Mosca, rimanda al mittente le accuse lanciate dal presidente iraniano Ahmadinejad. "Gli iraniani hanno sviluppato diverse manipolazioni. - ha detto Netanyahu - Non sarei sorpreso se queste posizioni riflettessero i sentimenti degli iraniani di fronte alle discussioni che verranno in seno al consiglio di sicurezza dell'Onu sulle sanzioni" contro Teheran.http://www.tgcom.mediaset.it/


DANZA: YAIR VARDI, RAFFORZARE I LEGAMI CON L'ITALIA

(ANSAmed) - ROMA - Far conoscere sempre di piu' la danza moderna e contemporanea israeliana in Italia: questo l'obiettivo di Yair Vardi, direttore del Suzanne Dellal Center di Tel Aviv, uno dei templi mondiali della danza, in visita nei giorni scorsi a Roma per rafforzare i legami - gia' stretti - con l'Auditorium. L'occasione e' stata la recente rassegna 'Equilibrio' che ha offerto un panorama della danza contemporanea. Yair Vardi e' un 'mito' nel panorama artistico internazionale: ballerino e coreografo, ha vissuto piu' di dieci anni in Gran Bretagna dove nel 1983 ha fondato il Centro di danza a Newcastle. Nel 1989 e' stata la volta del 'Suzanne Dellal' destinato ben presto a diventare il punto di riferimento della danza contemporanea in Israele. Nel cuore di Neve Tzedek, quartiere storico di Tel Aviv, il Centro e' il cuore pulsante della danza israeliana, tanto che si parla di un 'prima e dopo' la nascita della scuola per descrivere lo stato dell'arte. Da allora Vardi ha diretto il centro con piglio manageriale di assoluto successo: un posto - secondo la definizione di molti - ''vivo'', dove si svolgono ogni anno dai sette ai nove festival con circa 600 eventi di cui 400 soltanto di danza, il resto di teatro. ''Definirei la danza israeliana - dice all'ANSA Vardi - con tre aggettivi: energetica, appassionata, aggressiva. Del resto rispecchia la societa' israeliana, sempre in movimento, sempre pronta a modificarsi''. Vardi dice di non avere rimpianti sul suo passato di artista: ''quello che dovevo fare l'ho fatto. Ora ho capito che la mia forza e' al servizio di tutto cio' che serve alla danza e al suo mondo''. Lo sforzo per tenere il 'Suzanne Dellal' al livello che oramai occupa nel panorama internazionale e' - dice Vardi - ''grande, anche perche' i fondi che arrivano dal governo, da altre istituzioni e dal municipio di Tel Aviv, rappresentano appena un terzo del budget. Una piccola quota per l'immensita' di cose che si fanno al Centro, oramai diventato nel panorama cittadino il luogo dove di viene a 'vedere' e 'sentire' la cultura''. Nei progetti di Vardi per l'Italia ci sono due obiettivi: il primo riguarda la Vertigo Dance Company che si avvale delle coreografie di Noa Wertheim; la seconda e 'Rooster' la nuova opera di Barak Marshall che a Tel Aviv ha avuto grandissimo successo. ''Fenomenali entrambi: due opere straordinarie e vorrei - spiega - farle conoscere meglio in Italia''. Per questo annuncia - anche se i giochi non sono ancora fatti - che 'Rooster' potrebbe essere uno dei titoli di punta della prossima stagione di Roma Europa festival.

venerdì 19 febbraio 2010


pasticceria ebraica nel ghetto di Roma

IL TORTOLICCHIO

E' un antichissimo dolce tipico di Purim. Deriva dalla parola "tortore" che in romanesco significa bastone,randello, vuoi per la sua durezza, vuoi per il colore. Già nel 1318 il provenzale Kalonimos ben Kalonimos venuto a Roma lo assaggiò e lo citò nel suo "trattato sulla festa di Purim".
INGREDIENTI: 500 g farina, 500 g di miele, 80 g di mandorle con la pelle, 50 g di confetti cannellini, scorza di arancia non tanto fine, uovo per spennellare PREPARAZIONE: Sciogliere il miele in un tegame a fuoco basso. Mettere la farina in un recipiente, unire il miele, aggiungere mandorle, confetti e scorza d'arancia. Impastare fino a far diventare l'impasto compatto. Formare dei bastoncini lunghi circa 10/12 cm e larghi 6. Spennellarli con l'uovo intero sbattuto
e passarli in forno preriscaldato a 180 gradi per 15-20 minuti. Sullam n.46


FRITTELLE DI MELE DI PURIM

INGREDIENTI: 1 kg. di mele, limone spremuto, 4 cucchiai di farina, 2 cucchiai di olio, 2 uova intere, sale, olio da frittura, zucchero, cognac.PREPARAZIONE: Sbucciare le mele e tagliarle a fettine dello spessore di circa 1 cm, passarle un attimo nel limone spremuto e lasciarle riposare nel cognac. Intanto preparare la pastella sbattendo uova, con un pizzico di sale, farina, i due cucchiai d'olio e una goccia di acqua. Far scaldare l'olio da frittura. Immergere le rondelle di mele prima nello zucchero, poi nella pastella e poi nell'olio bollente. Quando sono dorate, cospargerle di zucchero e servirle tiepide. Sullam n.46


L’affare Kurilov

di Irène Némirovsky,Traduzione di Marina Di Leo, Adelphi Euro 13,00
L’ultima grande storia uscita dalla penna sapiente e delicata di Irène Némirovsky s’intitola L’affare Kurilov, pubblicato per la prima volta nel 1933 per le edizioni Grasset & Fasquelle. Della scrittrice, nata a Kiev nel 1903 da un banchiere ebreo ucraino e morta ad Auschwitz nel 1942, la casa editrice Adelphi sta pubblicando l’intera opera a partire da quel capolavoro che è Suite francese.Ambientato nella turbolenta Russia dello zar Nicola II nei primi anni del secolo scorso – un’epoca che la Némirovsky non aveva vissuto ma che rivela di conoscere in profondità – il romanzo L’affare Kurilov prende avvio nella città di Nizza dove il protagonista Lev M., un ex bolscevico che ha contribuito alla dissoluzione del regime zarista, incontra in un caffè un uomo che lo riconosce come il dottor Marcel Legrand.E’ con questo nome che Lev M. si presenta appena ventenne nella casa del ministro della pubblica istruzione Valerian Aleksandrovic Kurilov, un politico crudele e spietato al punto da essere soprannominato dagli studenti universitari “Il Pescecane”: perché è talmente “feroce e vorace” che non esita a farli arrestare, processare e giustiziare.Lev ha ricevuto dal comitato rivoluzionario, al quale era stato affidato fin dall’età di dieci anni alla morte dei genitori, entrambi rivoluzionari, un incarico molto pericoloso: uccidere il ministro Kurilov. Fingendo quindi di essere il medico Legrand, Lev con l’aiuto di Fanny Zart, una studentessa di medicina iscritta al partito da tre anni, viene segnalato a Kurilov “che ogni anno, quando si trasferiva nella casa delle isole e poi in Caucaso, portava con sé un giovane medico, di preferenza straniero”.Da un giorno all’altro Lev si trova a vivere nella lussuosa dimora di Kurilov attorno alla quale “esili betulle e abeti nani crescevano dal terreno spugnoso, da cui filtrava un’acqua scura e putrida” e incomincia a studiarne le abitudini in modo da progettare un attacco terroristico che sia “il più sensazionale possibile”.Con il passare delle settimane Lev conosce i figli di Kurilov, la fredda Irina Valerianovna e il decenne Ivan, il suo precettore, uno svizzero di nome Froelich, la seconda moglie Margherite Eduardovna, un’ex cocotte francese che i sovrani si rifiutano di ricevere, innamorata e devota al marito; entra anche in contatto con l’ambiente politico che il ministro frequenta ascoltandone i discorsi e osservandone le meschinità e le debolezze: l’avidità del barone Dahl che complotta per prendere il posto di Kurilov, l’aridità umana del dottor Legrand che si rifiuta di operare il ministro malato di cancro e le elucubrazioni sul futuro della Russia del principe Nelrode.Lev è a fianco di Kurilov durante una grave crisi epatica, lo cura, gli allevia il dolore e pian piano comincia a scorgere in quest’uomo crudele un aspetto che non si aspettava di trovare perché il “pescecane” che lui deve uccidere rivela caratteristiche umane, come l’affetto profondo per la moglie, che lo trasformano agli occhi di Lev non più solo in un bersaglio da eliminare ma in un uomo la cui morte non può non far sorgere dei rimorsi.Benché Kurilov rimanga un politico dedito solo ai propri interessi l’autrice, nonostante il dualismo che mette in scena fra il bene e il male, mostra con chiarezza come la violenza utilizzata come mezzo politico sia sempre da condannare in quanto prende di mira “i fantocci” del sistema, senza intaccarne le basi.Una riflessione che conserva ancora oggi tutta la sua grande attualità.Capace di interpretare con grande sapienza narrativa i momenti fondamentali della Storia tanto quanto gli stati d’animo dei due protagonisti del romanzo Kurilov e Lev, entrambi pedine di un gioco folle, la Némirovsky si conferma una scrittrice straordinaria che ci offre con questo romanzo una lucida riflessione sul potere e una dolente considerazione sull’umana mediocrità. Giorgia Greco

giovedì 18 febbraio 2010


Onu, che vergogna se l’Iran deciderà sui diritti dell’uomo

Il Giornale, 17 febbraio 2010 di Fiamma Nirenstein
Per capire cos’è diventato l’Onu basta pensare che forse a maggio l’Iran, con il suo carico di condanne a morte di dissidenti e omosessuali, con la sua persecuzione dei dissidenti, diventerà membro del Consiglio dell’Onu per i Diritti umani con il voto della maggioranza dei 192 membri dell’assemblea generale. Non c’è niente da ridere. Teheran ci sta lavorando parecchio, e le possibilità sono alte: i nuovi membri del Consiglio, composto di 47 Paesi, saranno eletti a scrutinio segreto. La durata del mandato è di tre anni. Il gruppo asiatico adesso ha a disposizione quattro posti e gioca su cinque candidati: la Malaysia, le Maldive, il Qatar, la Thailandia... e l’Iran. Un calibro da 90 rispetto agli altri, in grado di dire semplicemente «fatti più in là» a parecchi soggetti. E il gioco sarebbe fatto.Dunque l’Iran potrebbe, magari mentre gli vengono comminate le famose sanzioni che tanto tardano nonostante la violenza fisica e la protervia atomica del regime, ricevere una legittimazione internazionale attraverso la maggioranza automatica dei Paesi non allineati e dei Paesi islamici, e acquisire così potere decisionale sulla moralità del mondo, su chi giudicare buono e chi cattivo, su chi spedire alla Corte penale internazionale, chi accusare di crimini di guerra. Del resto Ahmadinejad è già carico di medaglie delle Nazioni Unite, che gli hanno offerto pedane ben applaudite mentre condannava Israele a morte e invitava il presidente degli Usa a convertirsi all’Islam: l’Iran è già parte del direttivo (fatto da 36 membri) del Programma Onu per lo Sviluppo, membro del direttivo del World and food program, dell’Unicef, della Commissione narcotici dell’Onu con base a Vienna. Se l’Iran entrasse anche nel Consiglio, per i dissidenti che in questi giorni, di nuovo, sfidano le Guardie della rivoluzione e piangono morti, feriti, picchiati, rapiti, sarebbe un segnale di disprezzo e di abbandono così grave da risultare forse fatale.Il Consiglio per i Diritti umani è in teoria la massima istanza in cui si giudica lo standard dei diritti umani nei vari Paesi dell’Onu. Esso è il prodotto di una riforma della screditata Commissione per i Diritti umani sciolta da Kofi Annan dopo avere difeso, invece dei dissidenti, quasi tutti i dittatori del mondo e dopo essersi scelto nel 2003 un presidente libico. Il nuovo Consiglio, nato nel 2006, non ha deviato dall’antica strada, e lo capì subito l’ambasciatore John Bolton, allora ambasciatore americano all’Onu, che non accettò di farne parte, mentre il nuovo organismo seguitava nella stessa identica politica: dal 2006 il Consiglio ha lanciato 33 condanne, l’Iran non ne ha mai ricevuta una come tanti altri violatori seriali dei diritti umani, una mezza dozzina riguardano la Birmania e la Corea, e se si gioca a indovinare chi invece se ne è beccate 27, è troppo facile. Il Sudan? No. La Cina? Nemmeno. Cuba? Per carità. Se le è beccate tutte Israele, e immaginiamo che nessuno sia troppo sorpreso. Inoltre il Consiglio solo l’anno scorso ha partorito sia la conferenza antisemita detta Durban 2 che l’Italia ha boicottato, che lo scandaloso rapporto Goldstone nato e confezionato allo scopo di accusare Israele di crimini di guerra, e che l’Italia non ha accettato. E anche adesso la coraggiosa ambasciatrice d’Italia a Ginevra, Laura Mirachian, si è dichiarata contraria all’ingresso iraniano.Paradosso evidente, mentre si costruisce la candidatura di Ahmadinejad, da lunedì il Consiglio sta tuttavia esaminando tutta una serie di documenti sulle violazioni del regime degli ayatollah. La parte centrale della documentazione, scrive la giornalista americana Claudia Rossett che ha guardato le carte, è un rapporto di 16 pagine preparato dall’Alto Commissario per i Diritti umani che riassume le prove presentate da dozzine di gruppi per i diritti umani, supportate da video, rapporti eccetera. Vi si descrive l’uso di tortura, sevizie e stupri; si sostiene che il numero dei giovani detenuti nel braccio della morte è pari a 1.600, in parte per ragioni che nelle società libere non hanno niente a che fare con la criminalità, come l’apostasia, l’omosessualità, e «atti non confacenti alla castità». Il rapporto cita anche le uccisioni dei manifestanti nelle strade, le brutalità sistematiche nelle prigioni, e cita il codice penale: prevede la lapidazione per l’adulterio e, in altri casi, amputazioni e frustate. L’Iran ha presentato una sua difesa che sostiene che le leggi e il sistema in genere sono legati al rispetto dell’islam. L’opposizione di massa, certamente anche religiosa, ci dice che gran parte della popolazione non avallerebbe questa spiegazione. Né certo la può avallare il mondo democratico. Se l’Iran dovesse conquistare un suo posto al sole dei diritti umani, forse la crepa dell’Onu diventerà una voragine. E forse è ora.

mercoledì 17 febbraio 2010


Arab soldiers with rifles being transported in military vehicles. March 1948


Rassegna stampa

Gli argomenti più trattati oggi nei nostri quotidiani sono i rapporti dell’Occidente con l’Iran e l’uccisione del trafficante d’armi palestinese avvenuta nel mese di gennaio a Dubai. Sul Corriere Battistini descrive nei dettagli l’uccisione di Mahmoud al Mabbouh avvenuta in un grande albergo ad opera di un commando composto da 10 uomini (e una donna) dei quali sono noti i visi ma non le identità, nascoste da passaporti falsi di diverse nazionalità. Perfino un israeliano si è accorto di essere stato coinvolto suo malgrado in questo affair, con tutte le spiacevoli conseguenze che gliene deriveranno. Il Mossad è sospettato, ma si sottolinea che di solito non ricorre a commandos così numerosi, e non lascia così tante tracce dietro le sue azioni. In questo caso inoltre anche due palestinesi sembrerebbero essere coinvolti (ed è difficile immaginare una collaborazione in simile operazione tra Mossad e palestinesi). Di questa azione che si è svolta con precisione cronometrica in soli 23 minuti, anche altri quotidiani parlano, ma sembrano tutti certi della colpevolezza del Mossad: così è per Liberazione, dove Marretta scrive: killer del Mossad, per il Messaggero, in un simile articolo di Erica Salerno, e per Repubblica, in un altro articolo ancora simile di Stabile, che solo nelle ultime righe accenna al coinvolgimento dei due palestinesi. Su l’Opinione Stefano Magni parla delle diplomazie al lavoro per risolvere il nodo Iran. Anche la Turchia si dà da fare, forte dei suoi nuovi, forti legami con Ahmadinejad, mentre l’Arabia Saudita sembra essere meno disposta a seguir la strada tracciata dalla Clinton. Gli USA con la loro politica incerta hanno già perso un anno a tutto vantaggio dei mullah. E intanto l’Arabia Saudita avrebbe concesso ad Israele il permesso di sorvolare il suo territorio in caso di attacco. Per il Tempo la missione della Clinton in Arabia Saudita e Qatar sarebbe fallita. Intanto su l’Opinione Sfaradi si chiede se la missione di Netanyahu a Mosca possa ancora servire: la Russia ha confermato la propria fornitura di missili ”difensivi” S300 a Teheran, ma una volta che questi vengano schierati a difesa delle basi nucleari “offensive”, non diventano essi stessi armi offensive? Ed a proposito della visita a Gerusalemme del capo di stato maggiore USA, dopo la sua conferenza stampa (in un passato recente queste visite non venivano tanto pubblicizzate, altro che conferenza stampa ndr), Sfaradi si domanda se sia stata più una visita da ammiraglio o da pompiere. Fiamma Nirenstein sul Giornale scrive del rischio sempre più vicino che a maggio l’Iran diventi membro del Consiglio ONU per i diritti umani: diventerebbe giudice di chi è buono e morale, dopo aver già collezionato tanti incarichi ufficiali internazionali negli ultimi anni. Dal 2006 il nuovo Consiglio per i diritti umani ha emesso 33 condanne contro stati, delle quali ben 27 contro Israele, ma nessuna contro stati sicuramente colpevoli come l’Iran, il Sudan, la Cina e Cuba. Fiamma Nirenstein scrive che la crepa dell’ONU può diventare una voragine, e c’è da chiedersi se questo non possa servire finalmente perché il mondo democratico comprenda finalmente come stanno andando le cose. Il Foglio parla delle pressioni sulle aziende tedesche perché si ritirino dal mercato iraniano. La Siemens, spinta dai più importanti affari negli USA, ha dichiarato che non firmerà nuovi contratti, ma altre aziende come BASF, Bayer, Linde, nonché tante aziende medie dichiarano di non voler seguire questa strada. E se le banche tedesche non coprono operazioni commerciali con l’Iran, ci pensano le banche iraniane presenti in Germania con loro filiali. Anche Dubai, con 5/6000 aziende iraniane presenti sul suo territorio, si presta ad agire come testa di ponte per il regime di Ahmadinejad. Ma poi, se alcune aziende europee smettono di fare affari con gli iraniani, oltre ai cinesi, sempre pronti a infilarsi in questi business, vi sono anche altri europei: quando la Mercedes rifiutò di fornire i propri camion, la commessa venne vinta dalla Volvo, con buona pace della solidarietà europea. Solidarietà che, come ricorda l’Avanti, venne meno anche in occasione delle recenti celebrazioni della rivoluzione di Khomeini: alcuni paesi non hanno mandato i propri ambasciatori, ma tanti altri invece li hanno mandati (ed io ricordo che, in Italia, il solo Dini sembra aver partecipato, tra i politici di primo piano, al ricevimento dell’ambasciata iraniana). Molti quotidiani, come il Messaggero ed il Sole 24 Ore, pubblicano una breve nella quale si riportano le parole di Ahmadinejad che dice che Israele in primavera attaccherà l’Iran: ma non era lui che continuava a dichiarare che presto avrebbe cancellato l’entità sionista dalle carte geografiche? Su l’Opinione David Harris si chiede come mai passi sotto il silenzio di tutti il ritiro della cittadinanza a migliaia di palestinesi giordani. Siccome non è colpa di Israele, nessuno se ne accorge, come nessuno si accorse di quando Saddam Hussein ne cacciò quattrocentomila, e altre centinaia di migliaia furono cacciati dal Kuwait. Harris scrive: se questo non è un caso di ipocrisia rampante, che cosa è? L’Osservatore Romano dedica un lungo articolo propagandistico alla storia di un ebreo polacco che durante la guerra riuscì, sotto falso nome, ad arruolarsi tra le SS e in tal modo contribuì a salvare molte vite di ebrei; vistosi scoperto si rifugiò in un convento e finì col convertirsi al cattolicesimo, dopo una battaglia psicologica “di due giorni”. Dopo la guerra si riunì ai familiari sopravvissuti, in Israele, dove ora vive nel convento carmelitano di Haifa. L’Avvenire parla della visita del cardinale Poletto nella Sinagoga di Torino, accolto dal rabbino Somekh e dal presidente Tullio Levi. Ha fatto un discorso di fraternità e di dialogo, in presenza anche di rappresentanti del Coreis. Speriamo che in futuro sia davvero così, e che in locali della Chiesa cattolica torinese non si debbano più sentire parole di antisemitismo puro (e anche di violento antisionismo) come è purtroppo successo ancora in un recente passato, senza possibilità di confronto. Il Messaggero parla del consigliere regionale romano che distribuisce calendari con l’immagine del Duce. All’estero le Monde interroga numerose donne velate, con le loro difficoltà causate dalle leggi francesi; tuttavia non scrive che il velo non è un simbolo religioso. Infine l’Herald Tribune pubblica la recensione del libro Capitalism and the Jews di Muller che meriterebbe maggiore approfondimenti.Emanuel Segre Amar, http://www.moked.it/


La sinagoga di Roma sotto la neve


I tortuosi percorsi del 'cammino dell'odio'

Fra i vari passi del discorso pronunciato da Benedetto XVI nel Tempio Maggiore di Roma, lo scorso 17 gennaio, già ampiamente commentati e valutati, una piccola osservazione, forse, merita ancora la considerazione secondo cui la Shoah “rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo”. Il concetto non è nuovo, giacché altre volte il Pontefice ha accostato il nazismo e il comunismo all’ateismo (o, come in un’altra recente esternazione, al ‘nichilismo’), considerati tutti, in vario modo, espressioni di un comune “cammino di odio”, capace di portare alle più gravi abiezioni.Anche se gli atei (come i ‘nichilisti’) non dispongono di chiese, partiti o portavoce, essi avrebbero, ciò non di meno, buone ragioni per protestare. “Mettere l’uomo al centro dell’universo”, infatti, non vuol dire necessariamente effettuare una scelta di protervia e sopraffazione, ma può anche significare, al contrario, fiducia nella responsabilità individuale e nelle virtù etiche dell’essere umano, unica creatura capace di discernere tra il bene e il male. Alcuni ritengono che la luce della morale sia ispirata dalla divinità; altri, invece, non lo credono, ma anche tra questi ultimi si possono annoverare molti tra i più alti e nobili spiriti dell’umanità (c’è bisogno di fare nomi?).Per quanto riguarda, in particolare, la Shoah, non sarebbe male ricordare che tanti atei e tanti comunisti sacrificarono la loro vita per combattere fascismo e nazismo, mentre tanti uomini di fede e di chiesa fecero scelte opposte (indicando, per esempio, in Mussolini un “uomo della Provvidenza” [Pio XI, 13 febbraio 1929], o elogiando i “nobilissimi sentimenti cristiani” di Franco [Pio XII, 16 aprile 1939]).Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/

Una giornata per la libertà religiosa

Firenze, proseguendo nel cammino intrapreso dai tempi di Giorgio La Pira, si candida a diventare la capitale del dialogo. E non lo fa con proclami e dichiarazioni di intento, ma con iniziative concrete. L’ultima in ordine di tempo è stata l’istituzione della Giornata della libertà religiosa, che d’ora in poi, quantomeno nella patria di Dante e Machiavelli, verrà celebrata ogni 16 febbraio. L’iniziativa, promossa dalla Consulta per il dialogo con le confessioni religiose (nata circa un anno fa) ha preso il via con un incontro svoltosi nel Salone dei Dugento, cuore pulsante di Palazzo Vecchio. Sui banchi dove sindaco e consiglieri si scannano su Tramvia e Cittadella Viola, per una volta erano seduti i rappresentanti delle principali comunità fiorentine e alcuni docenti universitari. Presente tra il pubblico (un centinaio di cittadini) anche Valdo Spini, ministro dell’Ambiente nel governo Amato e da sempre paladino della laicità. Quello di ieri sera era il primo appuntamento ufficiale della Consulta. Il presidente, l’avvocato Leonardo Bieber, ha spiegato come questo organismo sia nato con una doppia finalità. Da un lato lavorare per una pacifica convivenza tra le varie minoranze, dall’altro vigilare e contribuire per un sereno rapporto tra istituzioni pubbliche e singole comunità. Con un principio di fondo: “Il Comune deve essere il garante assoluto della libertà”. E dove c’è libertà religiosa, c’è democrazia.Finora 17 comunità hanno aderito alla Consulta. Ormai sono davvero poche quelle a mancare all’appello. Le premesse perché i lavori portino a risultati significativi ci sono dunque tutte. Anche in considerazione del fatto che, a breve, in seguito a una proposta della Consulta approvata dal consiglio comunale, verrà inaugurato il “Centro di In-Formazione Religiosa”, luogo di ritrovo, formazione ed informazione dedicato in particolare agli studenti dell’area metropolitana fiorentina.Tra i relatori chiamati ad intervenire a Palazzo Vecchio c’era anche Daniela Misul, presidente della Comunità ebraica, che ha parlato di antisemitismo e razzismo strisciante nella società italiana, esortando a non restare indifferenti ogni volta che si verificano episodi di intolleranza e xenofobia. Perché una delle colpe più gravi, spiega la Misul, è proprio quella di non voler vedere. E questo succede sempre più spesso anche nella civile e tollerante Toscana. Per la cronaca, non più di un mese fa un commerciante empolese ha esposto sulla porta del suo negozio un cartello in cui vietava l’ingresso ai cinesi che non parlavano italiano.I capri espiatori cambiano, ma le dinamiche sono le stesse.Adam Smulevich, http://www.moked.it/


Ethan Bronner

Ethan Bronner è il corrispondente del "New York Times" da Gerusalemme

è sposato a un'israeliana e ha un figlio che veste la divisa di Tzahal. Alcuni gruppi di attivisti arabi hanno chiesto al giornale di richiamarlo perché "non più credibile" dopo la divulgazione delle notizie sul figlio. Il garante dei lettori ha dato loro ragione e ha sentenziato "è bene che torni". Poi la parola è passata al direttore, Bill Keller, la cui risposta è stata: "Se rinunciassimo a Ethan per il figlio militare, poi ci chiederebbero di riunciare a mandare in Israele giornalisti sposati con israeliani e poi ci chiederebbero di non mandare dei giornalisti ebrei e poi ci sarebbero altri che ci chiederebbero di non mandare giornalisti sposati con arabi, o arabi loro stessi. Dunque Ethan resta al suo posto, anche perché fa un ottimo lavoro". Una lezione di giornalismo, e anche di molto altro.Maurizio Molinari,giornalista, http://www.moked.it/



Scavi a Bersheeva


Dubai, multato il quotidiano Al Watan per pubblicità pro Israele
Dubai, 16 feb - Il quotidiano Arab Times riferisce che Al-Watan, altra testata giornalistica del Kuwait, è stato multato per aver pubblicato un pagina pubblicitaria pro-Israele. Al Watan aveva autorizzato la pubblicità dell'associazione ebraica americana Anti defamation league (Adl) a sostegno dell'operazione Piombo fuso mentre l'offensiva era in corso pubblicandolo nell'inserto dell'International Herald Tribune, distribuito insieme al giornale. Il quotidiano si era scusato pubblicamente per la pubblicità, ma il gesto non aveva salvato il giornale da tre distinte denunce, finite nell'ammenda da diecimila dollari.

Israele, istruzioni per l'uso
Tel Aviv, 17 feb - Il governo israeliano distribuisce da oggi un particolare libretto informativo ai suoi cittadini in partenza per l'estero. Lo scopo di questo libretto, il cui contenuto sarà diffuso anche via internet (masbirim.gov.il), è quello di difendere l'immagine di Israele dagli attacchi sistematici dei suoi avversari politici. Il ministro per l'Informazione Yuli Edelstein, ha spiegato che l'obiettivo che ci si prefigge è di mettere gli israeliani nelle condizioni di sostenere discussioni argomentate con i loro interlocutori all'estero, e fornire loro informazioni aggiornate. Il tutto nel per migliorare l'immagine dello Stato ebraico e di combattere una serie di 'miti' che secondo il governo hanno preso piede. Fra le idee preconcette che andranno sradicate figurano: la convinzione che Israele sia uno Stato 'religioso'; che gli israeliani non vogliano la pace; che in passato ci sia stata un Palestina araba; che il conflitto israelo-palestinese sia all'origine del terrorismo nel mondo. Ai turisti e agli uomini di affari in partenza vengono dati anche consigli pratici su come meglio attirare la attenzione dei loro interlocutori. Si suggerisce ad esempio di esprimersi in maniera chiara e stringata; di ascoltare con attenzione le tesi altrui; di evocare esperienze di carattere personale; e di non rinunciare mai ad una dose di umorismo.


Morgan

Sanremo e la halakhà

Il festival di Sanremo, che si svolge a partire da stasera, ha portato con sé le polemiche sul “caso Morgan”: le sue dichiarazioni in merito all’uso di droga per combattere la depressione hanno indotto gli organizzatori del festival a escluderlo dalla manifestazione. Possiamo analizzare questo caso in base a tre principi.1. La proibizione di far uso di droghe rientra in quanto scritto in Deuteronomio 4: 9: shmòr nafshechà meod, salvaguarda molto il tuo corpo. Maimonide nelle Norme sull’omicidio e la salvaguardia della persona (11: 4) stabilisce: “Ogni ostacolo che comporti pericolo di vita è un precetto positivo ed è un dovere eliminarlo e guardarsi da esso”. L’uso di droghe è certamente nocivo ed è quindi chiaro che, a meno che non esista una prescrizione medica, è proibito farne uso: alcuni Maestri vietano per lo stesso motivo anche il fumo, dato che è accertato che l’uso prolungato produce gravi danni. 2. Accanto a questo divieto, va applicato in questo caso anche il principio che la persona che ha commesso un reato non deve ottenere vantaggi dall’averlo fatto, shelo ijè chotè niskàr: trasformare in eroe chi ha fatto dichiarazione pubblica di avere fatto uso di droghe è grave in quanto induce all’emulazione.3. Qualcuno potrebbe erroneamente sostenere che le droghe non rientrano negli alimenti proibiti: ora, accanto alle singole mizvoth, esiste l’imperativo più generale siate kedoshim, cioè distinguetevi e siate coscienti in ogni vostra azione e in ogni momento. Nahmanide afferma che una persona potrebbe anche osservare formalmente tutti i precetti, ma nonostante ciò essere “disonesto con il permesso della Torà”. Assieme alla forma delle mizvoth bisogna osservarne lo spirito. L’uso di droghe finisce per annebbiare la coscienza e a minare la libertà dell’uomo.Naturalmente le porte della Teshuvà, del pentimento e del recupero, sono sempre aperte: non resta che augurarsi che, dopo aver avuto il coraggio di uscire allo scoperto, Morgan possa concludere felicemente il percorso di disintossicazione intrapreso e tornare presto a calpestare il palcoscenico di Sanremo.Rav Scialom Bahbout, http://www.moked.it/


Golan


BREVI DA ISRAELE.NET. Mosca, Parigi e Washington smentiscono il capo dell'agenzia nucleare iraniana

16/02/2010 Mosca, Parigi e Washington hanno smentito lunedì sera il capo dell'agenzia nucleare iraniana, Ali Akbar Salehi, secondo il quale "dopo la decisione dell'Iran di produrre localmente uranio arricchito al 20%, una nuova proposta è stata presentata da Russia, Francia e Stati Uniti".16/02/2010 Nel 2009 rispetto al 2008 il Pil pro capite di Israele è sceso dell'1% contro un calo medio del 4% nei paesi europei. Per il 2010, il FMI prevede una crescita del Pil israeliano intorno al 3,5%.16/02/2010 Scontri armati tra fazioni palestinesi rivali in località Ain Hilweh, nel sud del Libano, lunedì pomeriggio: almeno due morti, tra cui un quadro di Fatah.16/02/2010 Un indagato palestinese, ex membro della sicurezza di Fatah, è stato estradato lunedì sera dalle autorità giordane nel Dubai, nell'ambito delle indagini sull'uccisione del quadro di Hamas Mahmoud Al-Mabhouh. Hamas accusa Fatah di coinvolgimento nell'uccisione; Fatah smentisce.http://www.israele.net/


Per la Clinton l’Iran “sta trasformandosi in una dittatura militare”

L’Iran sta trasformandosi in una dittatura militare. La Guardia rivoluzionaria agli ordini del presidente Ahmadinejad avrebbe di fatto esautorato il governo e il Parlamento.Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha espresso queste valutazioni davanti a una platea di studenti riuniti a Doha, prima di volare in Arabia Saudita ultima tappa del suo viaggio nei paesi del Golfo Persico.Il nuovo assetto che si sarebbe creato a Teheran non implica, ha specificato la Clinton, l’abbandono del dialogo con il regime ma rende necessaria una risposta chiara e netta della comunità internazionale. Un messaggio senza equivoci che obblighi Ahmadinejad a rinunciare al piano di sviluppo nucleare.Giovedi scors, in occasione delle celebrazioni per il 31 esimo anniversario della rivoluzione, Mahmud Ahmadinejad aveva annunciato davanti a una folla di sostenitori che il primo quantitativo di uranio arrichito all 20% era pronto. Le reiterate minaccie a Israele fanno temere che l’obiettivo reale sia quello di dotarsi di un’arma capace di minacciare il paese vicino.Di sanzioni contro Teheran ha parlato ieri anche il presidente russo Medvedev che ha ricevuto al Cremlino Beniamin Nethaniahu.“Israele – ha spiegato Medvedev – è un paese con cui abbiamo molteplici e profondi legami”. Per il varo di nuove piu severe sanzioni pero’ non basta la Russia. Ci vorrebbe anche il sostegno cinese che al momento sembra improbabile http://it.euronews.net/, 16.02.10



Avigdor Lieberman


Lieberman: Anp appoggia campagna globale contro Israele


Ministro Esteri israeliano: ci vogliono delegittimare
15 feb. (Apcom) - Il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha detto oggi che l'Autorità Palestinese (Anp) sostiene e sponsorizza una campagna globale per delegittimare Israele. Lo riferisce il sito web di Haaretz. Parlando di fronte alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset, Lieberman ha detto che il tentativo in corso di screditare lo Stato ebraico di fronte alla comunità internazionale è "in parte sponsorizzata con i fondi che Israele trasferisce ai palestinesi". Nei giorni scorsi era stato il Reut Institute, un think-thank di Tel Aviv, a denunciare la campagna globale contro Israele, che sarebbe a suo dire condotta da un network di singoli individui e organizzazioni, accomunati da un comune scopo: quello di rappresentare Israele come uno Stato pariah e di negare il suo diritto ad esistere. Intanto sempre oggi il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, impegnata in un tour diplomatico nella regione del Golfo Persico, si è detta ottimista sulla possibilità di un rilancio del processo di pace tra israeliani e palestinesi entro l'anno. "Ci sono buone speranze", ha detto il capo della diplomazia Usa.


Nucleare: colloquio Netanyahu-Medvedev

A Mosca, sollecitate sanzioni dure su energia nei confronti Iran
(ANSA) - TEL AVIV, 15 FEB - Sanzioni dure nei confronti dell'Iran sono state sollecitate dal premier d'Israele durante un colloquio a Mosca col presidente russo.Benyamin Netanyahu ha incontrato il presidente Dmitri Medvedev ipotizzando un possibile blocco dell'import-export di carburante con Teheran da parte della comunita' internazionale in risposta alla prosecuzione dei programmi nucleari iraniani. Programmi rispetto ai quali anche Mosca ha mostrato di recente settimane segnali di crescente allarme e irritazione.

martedì 16 febbraio 2010



Ezio Mauro

Il coraggio di essere “contro”Intervista a Ezio Mauro

Israele, i palestinesi, il nuovo razzismo. L’intollerabile atteggiamento dell’Italia verso l’Iran, in nome del business. L’importanza di essere intellettualmente onesti per praticare un giornalismo dei fatti. Parla Ezio Mauro, direttore de La Repubblica.La Harvard Kennedy School e la Nieman Foundation for Journalism hanno consegnato nell’ottobre scorso ad Ezio Mauro, direttore da più di 14 anni (1996) del quotidiano La Repubblica, un encomio per il ruolo svolto dal quotidiano “in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa in Italia”. Il riconoscimento è venuto dopo un serrato confronto di quasi otto mesi con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Da più parti è stato detto che Ezio Mauro aveva trasformato il giornale in una sorta di partito, altri si sono spinti a indicarlo come segretario ideale del Partito Democratico. Il direttore ha liquidato questi argomenti: “Abbiamo un forte rapporto con i lettori, confermato dai brillanti dati di vendita. E poi sarebbe davvero uno strano partito questo, fatto di carta, inchiostro, qualche idea e un po’ di buone ragioni”. A Mauro abbiamo chiesto come la pensa in fatto di media e informazione sul Medioriente e del perché così spesso il quotidiano che dirige venga “percepito” poco equidistante sulla questione.Perché i giornalisti in generale, e La Repubblica in particolare, sono considerati spesso faziosi quando affrontano temi che toccano Israele e questione palestinese?Gli approcci fideistici non sono mai un buon metodo. Credo di stare con Israele ma questo non vuole dire non riconoscere i diritti dei palestinesi. Il nostro lavoro è stato sempre quello di affermare insieme i due diritti, che non sono divisibili in termini morali e politici. Il fatto che attraverso La Repubblica una certa parte della società italiana, e perfino della politica, abbia sentito di dover riconoscere il diritto di Israele di vivere in sicurezza mi sembra un risultato importantissimo. Tutti i leader politici, da Itzchak Rabin a Benjamin Netanyahu, hanno chiesto un’assunzione di responsabilità verso il destino di Israele: lì, in Israele, ci sono un Parlamento, delle istituzioni, un’affinità di valori di fondo che rendono la democrazia un fatto naturale. Chiunque appartenga a una sinistra, riformista, democratica, occidentale non può non riconoscere che è l’unica democrazia in quel pezzo di mondo e che deve battersi per il suo diritto all’esistenza. Ma allo stesso tempo deve affermare il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato. Ogni sforzo è utile se favorisce il processo di pace in Medio Oriente ma è davvero sbagliato invece ritenere che gli affari, il business, ci consentano di poter sottovalutare il pericolo iraniano. Trovo intollerabile che il governo italiano a volte si scusi di mantenere un rapporto con Paesi al limite dell’impresentabile, i cui leader minacciano la sicurezza di Israele o mettono in discussione la sua esistenza, per via dei forti rapporti commerciali. Non è accettabile questa furbizia velleitaria, la nostra identità democratica deve fornire punti fermi e dare in ogni caso una scala di valori dentro cui muoversi. Agli scambi commerciali e alle opportunità di business bisogna anteporre la coscienza di ciò che siamo, come Paese, in questo pezzo di mondo: se ricordiamo che questa è terra di diritti e di democrazia dovremmo ritenere insopportabili parole di odio, come quelle del presidente iraniano Ahmadinejad. È possibile per un giornalista mantenere equidistanza sul tema Israele-palestinesi?Anche per i veterani, per i giornalisti più avanti di età che sono stati molte volte in quei posti, che sono carichi di esperienza storica, c’è un’esperienza maturata sul campo che considero fondamentale per poter dare un giudizio. Sentono il peso del divenire, analizzano i fatti, i processi di cambiamento e poi giudicano. Sarebbe diverso se ci fosse una soluzione comoda, magari più cinica, ma non c’è, si tratta di mettere insieme le ragioni degli uni e degli altri: la pace passerà solo attraverso questo principio e alla fine si torna sempre su questo punto, dobbiamo farcene carico in termini intellettualmente onesti. Certo, la cosa non significa usare il bilancino, ognuno ragiona con la sua testa, non esiste l’equidistanza perfetta. Chi ha conosciuto Arafat, chi ha visto le spinte verso la pace di Rabin o oggi le mosse di Netanyahu è giusto le descriva. Se intravvede le intenzioni di un leader in una certa direzione o qualcuno lo delude per i suoi tentennamenti, magari a un passo da accordi storici, è giusto che esprima una posizione netta. Allo stesso modo sentire il peso di certi soprusi che i palestinesi sono costretti a subire non significa non denunciare come errori le loro azioni di terrorismo verso Israele per le gravi conseguenze che comportano. Ritengo assolutamente legittimo poter valutare via via l’operato di un governo a seconda delle circostanze, al di là delle scelte di fondo. Faccio un esempio: il giudizio su Bush e la sua politica è stato radicalmente diverso da quello espresso su Obama ma questo non c’entra col fatto che io abbia sempre pensato di avere un destino comune con gli Usa. Personalmente spero, quando avrò finito di dirigere La Repubblica, di poter vivere qualche anno in America.Non è preoccupato da forme di razzismo che sembrano aumentare ogni giorno di più in Italia?Sì, molto. Nell’intera faccenda di Rosarno, ad esempio, è emersa per la prima volta la figura razzista dell’uomo bianco che gira di notte col fucile sul sedile, per sparare a un nero come a un gatto, a un barattolo, un po’ come accadeva negli Stati del sud degli States negli anni Cinquanta. Nel caso di Rosarno, i giornali di destra hanno convenuto che questa volta avevano ragione i “negri”, come li chiamano loro, ma lo hanno fatto senza essere consapevoli di avere evocato questa figura dell’uomo bianco come antitesi di altre identità umane. E allora io dico: stiamo attenti ai passaggi sotterranei del linguaggio e del pensiero. Quando certi giornali scrivono “non si spara al negro” lo dicono da uomo bianco a uomo bianco, quando affermano che i negri minacciano i diritti dell’uomo bianco stanno tirando fuori una figura, una categoria che l’Italia non aveva ancora conosciuto. Chiudersi dentro identità sempre più piccole porta a questo, un passo più là c’è la questione della razza. È mai stato in Israele? Sì, con mia moglie - dopo aver letto e studiato la letteratura, che amo molto, le vicende storiche, la questione religiosa - e una preziosa compagna di viaggio, Angela Polacco. Ci ha aiutato a capire le pieghe della realtà israeliana e dei processi storici e politici. Ho nostalgia di Gerusalemme, dei suoi colori.Ha amici ebrei?Sono molto amico di Gad Lerner e Claudia Fellus, consigliere della Comunità ebraica di Roma. Ma la persona cui sono più legato è Amos Luzzatto, che mi viene spesso a trovare. Ho sempre ammirato il suo rapporto con i giovani, così come ho avuto modo di parlare spesso con Rav Elio Toaff. A proposito di Luzzatto, fu proprio lui un giorno a dirmi una cosa importante, quando Gianfranco Fini stava preparando il viaggio in Israele: “Fini non può andare a regolare i suoi conti con Israele e la sua storia senza farlo prima con la Comunità ebraica italiana. Bisogna che questo passaggio avvenga e subito. C’è un unico pezzo di terra, un unico luogo in Italia dove può avvenire, ed è il tuo giornale, La Repubblica. Hai voglia di farlo?”.Gli dissi subito sì. Allora non conoscevo Fini, quando venne qui volli incontrarlo da solo: “Deve sapere questo, sono antifascista e sono di Dronero, in provincia di Cuneo. Nella mia terra la Resistenza si è fatta davvero. Caro Fini, ci tengo lo sappia, questo è il segno del nostro incontro, che deve avvenire nella schiettezza e nella coscienza della nostra diversità”. ”Non c’è problema”, mi rispose Fini e quella è stata la premessa di un buon rapporto tra noi, tra diversi, tra un direttore di giornale e un’autorità istituzionale.Quel dibattito è stato un evento storico, la stanza era piena, c’era una forte tensione positiva, la volontà di tutti di produrre qualcosa di utile. Per la prima volta Fini disse che “il fascismo è un male assoluto”, condannò pubblicamente le Leggi Razziali del 1938. Fu un gesto importante, più importante ancora è che, anni dopo, lo abbia ripetuto ai giovani del suo partito. In quella circostanza ho apprezzato l’intelligenza di Amos, con la sua iniziativa aveva reso impossibile eludere il confronto con la Comunità ebraica italiana e la sua memoria storica. Sono contento di essere stato testimone di quell’evento, di essere stato lì, al posto e nel momento giusto.di Giorgio Secchi http://www.mosaico-cem.it/


Musei vaticani


Procedono i negoziati tra la Santa Sede e Israele

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 14 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Procedono i negoziati tra la Santa Sede e Israele, come si apprende dal comunicato congiunto emesso dopo l'ultima riunione dei loro rappresentanti, il 10 febbraio.L'incontro della Commissione Bilaterale Permanente di Lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele cercava di continuare il suo lavoro su un Accordo in conformità all'Articolo 10 § 2 dell'Accordo Fondamentale tra le Parti del 1993. Quell'Accordo ha permesso di stabilire relazioni diplomatiche, ma ha lasciato a negoziati successivi le questioni fiscali e relative alle proprietà della Chiesa nello Stato di Israele, che ora sono in fase di analisi. "I colloqui sono stati proficui e si sono svolti in un'atmosfera di grande cordialità. Il prossimo incontro avrà luogo il 18 marzo", spiega la nota congiunta, diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede questo sabato.14/02/2010, http://www.zenit.org/



Sul Mar Morto la più grande spa naturale del mondo

Dalla cima della Fortezza di Massada, simbolo della resistenza ebraica alla conquista romana, si vede lo specchio d'acqua, quasi immobile, e tutt'attorno il deserto di Giudea. Bastano pochi chilometri per arrivare a Ein Bokek, sulla riva del mar Morto e scendere a più di 400 metri sotto il livello del mare. Ed è lì che avviene la trasformazione. Cambia la luce, cambia l'aria, tutto rallenta. E i turisti, prima sudati e affannati dalla salita, si abbandonano alla quiete dell'immersione. Un bacino di 650 chilometri quadrati di acqua amara e lieve nutrito dal fiume Giordano, con salinità al 30%. La più grande spa naturale del mondo. Qui le ricchezze sono sali e minerali - cloruro di magnesio e di potassio, bromo, sodio, cloro e calcio -, alghe termo-minerali – che trattengono calore e minerali,- e fanghi originati da depositi di 5 milioni di anni fa. Nessun inquinamento e un'evaporazione continua che crea una un' invisibile nube di protezione dalle radiazioni Uva e Uvb. Un microclima, una bolla sospesa, lontana dalle vie brulicanti di Gerusalemme e dai viali ariosi di Tel Aviv, che attira circa il 50% dei turisti che visitano Israele: nel 2009 in totale 2 milioni e 700mila persone, a fronte di una popolazione di 7 milioni di abitanti. Il 6 per cento circa si ferma anche a pernottare negli alberghi della zona. Ma non solo: secondo i dati del Ministero del turismo sono gli stessi israeliani, nel 2008 in una percentuale che supera il 70%, ad alloggiare negli hotel sul Mar Morto. Gli stranieri arrivano soprattutto tra novembre e febbraio , quando la temperatura è tra i 25 e i 28 gradi: allora le 30 spa incastonate sulla riva sud-occidentale del Mar Morto ospitano flussi di visitatori con diverse patologie: dermatologiche (psoriasi in primis) reumatiche, respiratorie e vascolari. Un altro cinquanta per cento del turismo, poi, è legato alla cura estetica e al relax. Anche per i più scettici, bastano dieci minuti di "galleggiamento" per avere un effetto sulla pelle di 48 ore. Sali e fango del Mar Morto hanno proprietà curative scientificamente riconosciute. I primi studi moderni risalgono agli anni '50 e oggi si sa che questi prodotti hanno effetti positivi sul metabolismo cellulare, stimolano la rigenerazione e la microcircolazione cutanea e hanno effetti analgesici sui dolori muscolari e articolari. Alberghi e centri termali si sono affiancati alle saline ed è fiorita un'industria cosmetica e farmaceutica a base di prodotti naturali. L'estrazione della materia prima è sotto il controllo di una società pubblica, la Dead Sea Works. E due aziende israeliane hanno avuto in concessione i diritti di estrazione e lavorazione sulle rive: Minerals e Ahava. A pochi chilometri a sud del Mar Morto si trova lo stabilimento di produzione di Minerals: cinquanta dipendenti lavorano sali e fanghi estratti a diverse profondità e latitudini, ognuno con la sua peculiare composizione. Il business è nato sullo studio del principio fisico dell'osmosi inversa, che permette il passaggio di un solvente dalla soluzione più concentrata a quella più diluita. "Per questo i laboratori e l'investimento in ricerca e sviluppo sono per noi fondamentali. – dichiara il general manager Eyal Kidron – Siamo nati nel '93 e oggi offriamo centinaia di prodotti diversi, sviluppati attraverso processi eco-compatibili ed esportiamo il 90% della produzione all'estero, Italia compresa". Sono più di cinquanta le aziende che utilizzano prodotti del Mar Morto, in gran parte export-oriented. Nel 1994, a suggello del trattato di pace tra Yitzhak Rabin e Re Hussein è nata anche una joint- venture israelo-giordana: Jordael, presente in Italia con il marchio Sea of Life. Ultimo arrivato, poi, nel 2007, è il marchio Yes to Carrots che unisce all'acqua e ai Sali del Mar Morto, le proprietà antiossidanti del betacarotene. Con evoluzioni continue, la spa naturale ha fatto da volano per l'intera industria cosmetica del Paese. Un settore piccolo, ma in crescita. Nel 2009 ha rappresentato lo 0,5% del Pil, per un fatturato che si aggira attorno a un miliardo di dollari. Una cifra su cui l'export pesa per il 40 per cento: circa 400milioni di dollari. Il tutto sotto la bandiera di un comparto che a livello globale non ha visto crisi: la cosmesi naturale. Una scelta possibile solo se abbinata all'investimento in ricerca applicata. Una scelta prevedibile nel Paese che ha il maggior numero di start up del mondo e i kibbutz in mezzo al deserto sono aziende agricole. Il risultato è una squadra di imprese che scommettono su innovazione e risorse locali. Così se al colosso Ahava si conducono ricerche nel campo delle nanotecnologie e del genoma umano, anche Magiray che lavora sui principi attivi di oli, piante, frutta e sali, ha iniziato a collaborare con aziende di biotecnologie. Mentre Nature Scent utilizza estratti naturali, da coltivazioni, non solo biologiche, ma organiche. E alla Leorex la formulazione dei prodotti anti-age, a base di silice, viene messa a punto da ingegneri che studiano le proprietà fisiche, invece che chimiche, delle materie prime.14 febbraio 2010 http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/


Israele: "Vogliono attaccarci"

http://www.altrenotizie.org Lunedì 15 Febbraio 2010
Ynet, il sito web del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, non ha dubbi: lo Stato ebraico sta per subire un nuovo attacco. L’informazione si riferisce ad una indiscrezione divulgata dalla testata saudita Ozak, secondo la quale in Libano sono certi che le crescenti tensioni tra Gerusalemme e Damasco sarebbero dovute all’atteggiamento di sfida di Hezbollah, che si starebbe preparando ad affrontare una escalation militare tesa a colpire Israele.La possibilità che in Medio Oriente si stia andando incontro ad un nuovo conflitto viene confermata anche dal giornale pan-arabo Al Sharq Al Awsat, il quale rivela che l’esercito del presidente Bashar al-Assad starebbe già richiamando in servizio i militari incorporati nella riserva, e dalla stessa stampa siriana, che in editoriale pubblicato sabato 6 febbraio dal quotidiano filo-governativo Tishreen, parla di una esplicita volontà israeliana di dare il via ad una nuova guerra e delle possibili conseguenze.Nonostante Benjamin Netanyahu si sia impegnato in una storica apertura verso il mondo arabo - “Israele anela ad accordi di pace con tutti i suoi vicini. Lo abbiamo fatto con l'Egitto e con la Giordania, possiamo farlo anche con la Siria e i palestinesi” - la tensione è ormai alle stelle. A buttare benzina sul fuoco sarebbe proprio il presidente iraniano Ahmadinejad, che nel Giorno della Memoria non ha perso l’occasione per ricordare al mondo la sua posizione: “Arriverà il giorno della vostra distruzione”. Un avvertimento che, alla luce degli scontri verbali che negli ultimi tempi hanno visto di fronte lo Stato ebraico ed Hezbollah, accentua la certezza che in Medio Oriente la crisi politica potrebbe presto trasformarsi in un nuovo conflitto. E proprio in questo contesto che va anche vista la risposta del ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, che dall’Università Bar-Ilan di Tel Aviv ha ricordato a Damasco che “il regime siriano è destinato a cadere se continuerà a provocare Israele….. Se la Siria dichiarerà guerra allo Stato ebraico non solo perderà il conflitto ma il regime di Bashar Assad crollerà”.
Le affermazioni di Lieberman si riferiscono ad un carico di armi che comprende circa 100 missili terra-terra a medio raggio e che a gennaio l’Iran avrebbe fornito alla Siria. Scaricato in una non meglio precisata base militare, il carico avrebbe poi preso la via del Libano della Striscia di Gaza e sarebbe andato a rinforzare l’arsenale del movimento sciita Hezbollah e dei gruppi armati legati ad Hamas. A conferma di tale tesi ci sarebbe il ritrovamento di due casse, contenenti ciascuna circa 10 chilogrammi di esplosivo, rinvenute il 1° febbraio scorso sulle spiagge di Ashkelon e Ashdown, porti israeliani a circa 25 chilometri da Gaza. Il sospetto è che il materiale bellico faccia parte di un carico ben più consistente e che i due container siano stati lasciati alla deriva in attesa che qualche peschereccio li recuperasse per poi scaricarli di fronte alle coste della Striscia di Gaza.Il 3 febbraio scorso era stato lo stesso presidente Assad a puntare il dito contro Gerusalemme, accusando gli israeliani di essere alla ricerca di un pretesto per scatenare un conflitto e il ministro degli Esteri siriano, Walid Moallem, tuonava: “Israele sa che questa volta gli effetti della guerra arriveranno fino alle sue città … lo Stato ebraico non deve più indirizzale le sue minacce contro Gaza, il Libano meridionale, l’Iran ed ora anche contro la Siria”. Dichiarazioni che, per Tel Aviv, confermerebbero i sospetti israeliani sull’esistenza di un patto segreto che legherebbe la Siria e l’Iran ai due movimenti armati e che sarebbe stato sottoscritto nel dicembre scorso a Damasco dal ministro della Difesa siriano, Generale Ali Habib, dall’omologo rappresentante iraniano, Generale Ahmad Validi, e dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
Israele è seriamente preoccupata per il riarmo del movimento sciita libanese e, nel caso di un altro scontro, ha già minacciato che questa volta l’attacco sarebbe devastante; l’allerta è tale che nelle scorse settimane le Forze di Difesa Israeliane sono state impegnate in una manovra militare su vasta scala che ha interessato anche il confine settentrionale con il Libano: l’esercitazione Home Front Command. Chi sembra piuttosto tranquillo è il leader di Hezbollah, che al contrario, nei confronti di Israele, continua a mantenere un atteggiamento di apparente sfida; Nasrallah non nasconde che i suoi miliziani sono pronti ad affrontare un nuovo conflitto e si dice fiducioso in una “nuova e schiacciate vittoria”. Una guerra psicologica che rientrerebbe nel normale confronto tra due acerrimi nemici se non fosse per le informazioni che arrivano dai servizi d’intelligence, che smentiscono quanto sostiene la forza di pace delle Nazioni Unite nel sud del Libano, e cioè che non c’è alcuna indicazione che sia in atto la preparazione di una nuova escalation militare.In Israele c’è chi pensa che Teheran stia già preparando il terreno per rispondere ad un sempre più probabile attacco israeliano agli impianti nucleari di Natanz e Isfahan, soprattutto ora che la Repubblica Islamica ha pubblicamente dichiarato di voler produrre uranio arricchito al 20%, gradazione di U235 che potrebbe già aver raggiunto e che sarebbe sufficiente per la costruzione di un’arma nucleare cruda, molto inefficiente ma estremamente pericolosa. Per far questo starebbe cercando di stimolare uno scontro che impegni Israele su tre fronti: con Hamas lungo la Striscia di Gaza, con la Siria sulle alture del Golan e con Hezbollah attraverso il confine libanese. Migliaia di miliziani addestrati in Iran a combattere nelle aree urbanizzate della Galilea sarebbero pronti ad invadere Israele da diversi settori: dalla comunità di Ramot Naftali, con i kibbutz di Malkia e Yiftah e la collettività agraria di Dishon, alla città costiera di Nahariya, sul Mar Mediterraneo.



Gerusalemme


Mo:Israele invita suoi turisti a cautela

A Pune (India) forse uno degli obiettivi era Centro ebraico
(ANSA) - TEL AVIV, 14 FEB - L'ente israeliano per il monitoraggio del terrorismo ha pubblicato un avvertimento che sollecita gli israeliani alla cautela. E ad assumere piu' strette misure di sicurezza nel timore che possano essere oggetto di attacchi o di rapimenti. Un responsabile di sicurezza indiano ha riferito che nell'attentato di ieri a Pune, uno dei probabili obiettivi dei terroristi era rappresentato dal Centro ebraico Chabbad, vicino al luogo dell'esplosione.


il ghetto di Roma sotto la neve

Giornalista britannico arrestato da Hamas nella Striscia di Gaza

Gaza, 15 feb - Il giornalista britannico freelance Paul Martin che in passato ha collaborato con la Bbc, con il Times e con il Daily Mirror, arrestato ieri durante un dibattito a porte chiuse mentre deponeva a favore di un palestinese sospettato di collaborazionismo con Israele, sarà sotto inchiesta, per un periodo prevedibile di due settimane, e viene assistito da un legale di Gaza. A renderlo noto Ihab al-Ghusein, il portavoce del ministero degli interni di Hamas a Gaza. Le circostanze dell'arresto, sono state descritte in dettaglio dal ministero degli esteri dell'esecutivo di Hamas a un rappresentante del consolato della Gran Bretagna."Abbiamo confessioni sulle violazioni della legge palestinese di cui si è reso responsabile il giornalista", ha detto Al-Ghusein senza precisare da chi le confessioni siano venute.


sinagoga di Roma sotto la neve


Il profondo significato dello Shabbat

Spesso si dimentica che Shabbat ha anche un valore politico. La parola viene dalla radice shavat che vuol dire “cessare”, “riposare”, “festeggiare” – che si tratti del lavoro di D-o, dell’uomo o degli animali (Gen 2,1-3; Es 20,8-11; Deut 5,12-15). Ma alcuni la mettono in relazione con la radice sh-v “rivolgere”, “far ritorno”, “invertire”, “sovvertire”; in questo caso non sarebbe sbagliato tradurre Shabbat con “rivoluzione”. E a buon diritto. Non solo perché è un ricordo, e dunque una ripresa dell’inizio, non solo perché attesta la liberazione dalla schiavitù, ma perché è l’irrompere del futuro nel presente, di un tempo altro nel tempo che sarebbe altrimenti sempre uguale. L’utopia non è, nella forma di vita ebraica, una chimera che scivola nel lontano passato o nel lontano futuro, ma è un presente che torna ogni Shabbat. E può essere vissuto, festeggiato, testimoniato.Schiavitù vuol dire che un giorno è uguale all’altro – in una catena ininterrotta; rivoluzione vuol dire “interruzione”. Questa interruzione dello Shabbat è il “segno” dell’ebraismo, di cui dobbiamo essere grati e per cui ringraziamo.Donatella Di Cesare, filosofa http://www.moked.it/


Bar Refaeli


Quando Sarko fu beccato a sbirciarle il décolleté

Lo hanno pizzicato così con lo sguardo perduto dentro la sua scollatura mentre la moglie Carla Bruni, distratta, dava il benvenuto agli ospiti della serata. Ed è diventato il video più cliccato della rete. Marzo di due anni, Eliseo, il presidente israeliano Shimon Peres è in visita ufficiale a Nicholas Sarkozy, con lui c’è Bar Refaeli, la bella di Israele. È lì all’ingresso, dopo averle stretto la mano, che Sarkò non resiste: butta l’occhio come farebbe chiunque, ufficialmente o meno. E la stampa francese il giorno dopo non si è mai divertita tanto nei titoli giocando sul doppio senso: Sarkozy «attirato» dalla Refaeli, Sarkozy «cede» al suo décolleté, Sarkozy «impressionato» dalle forme generose della bella modella, Sarkozy «nel» décolleté della Refaeli. Alla faccia di Carlà...

16 febbraio 2010 http://www.ilgiornale.it/



Sport Illustrated: svastiche su una foto

Compaiono su un'aereo della Seconda Guerra Mondiale su cui si appoggia una modella. In Israele è polemica
MILANO - È polemica in Israele per una foto della rivista americana Sports Illustrated. L'immagine ritrae la top model Genevieve Morton appoggiata alla carlinga di un aereo americano della seconda guerra mondiale su cui campeggiano alcune svastiche naziste. La foto appartiene al servizio del numero più atteso dell'anno della celebre rivista Usa, quello dedicato ai costumi da bagno, che rappresenta anche la consacrazione per le più belle modelle del mondo.SITO INTERNET - La foto non compare nella versione stampata del numero di Sport Illustrated, ma è stata riportata dal sito Internet del magazine. L'attenzione si è concentrata sulla fotografia in questione anche perché nella rivista ci sono diverse immagini delle top model israeliane, da Bar Rafaeli, fidanzata di Leonardo di Caprio, a Esti Ginzburg, altra bellezza proveniente da Israele. Le svastiche in questione tuttavia, sono delle «tacche» che venivano dipinte sugli aerei per contrassegnare il numero degli aerei nemici abbattuti, in gergo erano definite «killing flag». 13 febbraio 2010, http://www.corriere.it/












Cisgiordania: tra foto e gas fiorisce il 'turismo della barriera'

I palestinesi chiedono attenzione, anche vestiti da Avatar
BILIN (CISGIORDANIA) - Gli ultimi scatti li hanno dedicati ai dimostranti che questa settimana si sono schierati sotto i reticolati della barriera che separa la Cisgiordania palestinese da Israele agghindati, per sberleffo, come i Nàvi, i personaggi blu di Avatar hit cinematografica del momento. Sono i 'turisti dell'occupazione', viaggiatori un po' più avventurosi della media che - fra impulsi di solidarietà politica, curiosità e un tocco di presenzialismo - si vedono sempre più spesso, camere digitali al collo, sullo sfondo delle ormai abituali 'proteste anti-muro' del venerdì.
Arrivano da mezzo mondo, Italia inclusa, per fotografare e fotografarsi. O girare video amatoriali. Ci sono i turisti per caso e quelli che mostrano di volersi documentare sulla storia della controversa genesi d'una cortina che, fra recinzioni e tratti di muro in cemento armato, corre per decine e decine di chilometri lungo questa eterna linea del fronte. Cortina voluta a suo tempo dal governo di Ariel Sharon per fermare le incursioni del terrorismo kamikaze e di cui Israele - dati sul calo degli attentati alla mano - difende la necessità. Ma che la Corte internazionale dell'Onu ha definito illegale e i palestinesi avvertono come una forma d'inaccettabile punizione collettiva, quando non come "un simbolo di apartheid". Per farsene un'idea, si possono scegliere diverse mete.Quelle più battute dai turisti occidentali sono i villaggi cisgiordani di Nabi Selech, Naalin, al-Maasara e soprattutto Bilin: centro abitato tagliato in due dallo sbarramento nel quale il 19 febbraio sarà 'celebrato' il 5/o anniversario delle proteste. Proteste che sono il frutto della "resistenza pacifica" di migliaia di palestinesi e pacifisti israeliani e internazionali, affermano i promotori dei Comitati popolari locali. La loro linea, giurano, è la non violenza. Anche se proprio a Bilin - dove in questi anni si sono avuti contusi, feriti e qualche morto - sono più frequenti i tafferugli: le sassaiole di alcuni dimostranti, l'uso di proiettili di gomma e lacrimogeni (anche ieri) delle forze di sicurezza israeliane.I visitatori occasionali, comunque, non paiono darsene per intesi. E d'altronde le regole d'ingaggio dei soldati sembrano più caute quando fra i manifestanti è segnalata una presenza significativa di stranieri. Ideatore "in chiave anticoloniale" della protesta modello Avatar, Mohammad al-Khatib, fermato e rilasciato a più riprese dai militari israeliani, si mostra compiaciuto. Tratteggia le sue iniziative come come uno sforzo "creativo" volto a richiamare un barlume d'attenzione dal mondo. E in questo senso, dice all'ANSA, tutto fa brodo: comprese le 'strategie di marketing' che favoriscono il coinvolgimento nei "venerdì di Bilin" di semplici curiosi e persino pellegrini, accanto ad attivisti, fotoreporter o giornalisti. Secondo Khatib, la partecipazione internazionale è importante per far conoscere all'estero la sorte dei contadini che hanno perso terra e lavoro a causa del grande steccato.Condizione che potrà cambiare per qualcuno, dopo la recente sentenza dell'Alta Corte israeliana favorevole a un gruppo di palestinesi e l'annuncio delle autorità - formalizzato giusto ieri - dell'avvio di lavori per una deviazione parziale del tracciato che attraversa Bilin. Ma che resta gravosa e senza sbocchi per molti altri. Sia come sia, e malgrado gli incidenti, il numero dei visitatori che inseriscono una tappa da queste parti continua ad aumentare. Sono persone "stanche dei soliti viaggi", spiega all'ANSA Samer Kokali, dell'agenzia turistica non-profit Alternative Tourism Group di Betlemme, che dal 1996 organizza soggiorni in Cisgiordania.Un tour operator sui generis che, oltre alle visite ai siti religiosi e artistici, propone incontri con esponenti politici palestinesi e israeliani o con i coloni, ma anche lezioni di cucina, lingua e cultura araba. E, con le cautele del caso, assiste chi desidera fare una puntata nelle 'zone calde'. Non ci interessa il business, sostiene Kokali, ma che "la gente venga qui e veda con i suoi occhi la situazione". Al di là della sfida al pericolo o del brivido del fuggi-fuggi d'occasione.13 febbraio ANSA.it