sabato 20 marzo 2010


Sacha Baron Cohen accompagna i Simpson in Israele

Roma, 17 mar. (Apcom) - Sarà l'attore comico britannico Sacha Baron Cohen - famoso per i suoi personaggi di successo come Borat, il giornalista kazako, e Bruno, il giornalista di moda gay austriaco - a fare da guida turistica in Israele ai Simpson, nell'episodio del popolare cartone animato che andrà in onda negli Stati Uniti il prossimo 28 marzo (giornata in cui si celebra la Domenica delle Palme). Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz. Le prime immagini della puntata sono state diffuse questa settimana. In passato già altri episodi dei Simpson avevano trattato temi legati all'ebraismo e al conflitto mediorientale. Ma è la prima volta in 21 serie del cartone che Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie si recano in visita in Israele e incontrano una scontrosa guida turistica israeliana, che per l'occasione ha la voce del comico britannico. Nell'episodio, Homer svilupperà la sindrome di Gerusalemme e inizierà a credere di essere il Messia. Il produttore dei Simpson, Al Jean, ha anticipato che Baron Cohen avrà uno scambio vivace di battute con Marge Simpson: "(Baron Cohen) cerca di ottenere un valutazione positiva sul suo servizo da Marge, e lei gli dice: 'come popolo siete aggressivi'. Lui replica: 'che vuoi dire come popolo? Dovresti provare ad avere la Siria come vicino! Voi cosa avete, il Canada?".


Meron

Pubblicò una black list di professori universitari ebrei, il PM ha chiesto per l'autore tre anni di reclusione

Roma, 16 mar - Tre anni di reclusione o, in alternativa, tre anni di attività sociali presso la Caritas. Questa la richiesta che il pm Giuseppe Corasaniti ha fatto nei confronti di Paolo Munzi, che nel febbraio 2008 pubblicò su internet una "black list" di 162 docenti universitari indicandoli come appartenenti a una presunta lobby ebraica. Contro Munzi, sono costituiti parte civile l'Unione comunità ebraiche italiane (Ucei), la Comunità ebraica di Roma e due docenti citati nella lista.


Tel Aviv. May 1948

A proposito di antisemitismo - 3

“Se perfino gli Stati Uniti rimproverano Israele, è indiscutibile che, almeno stavolta, gli israeliani abbiano torto”. Quante persone, di fronte alle recenti polemiche riguardo ai contestati progetti edilizi a Gerusalemme Est, in questi giorni, avranno fatto un’osservazione di questo tipo? Certamente molti. La rappresentazione della controversia offerta dai mezzi di comunicazione non lascia spazio a molti altri giudizi: e, anche quando la responsabilità non venga fatta ricadere unicamente su Israele, non c’è dubbio che le ragioni della controparte emergano come fortemente meritevoli di considerazione. Stavolta non si tratta di fronteggiare proclami di distruzione dello stato ebraico, ma semplici richieste di spazio, di territorio, apparentemente funzionali alla legittima realizzazione del futuro stato palestinese.Il problema è che la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana ha della questione una percezione molto diversa da quella degli osservatori europei, o americani. Gli israeliani sanno bene, infatti, che le rivendicazioni palestinesi si intrecciano, o si fondono, con posizioni - diffusissime in tutto il mondo arabo - di contrapposizione radicale nei confronti dello stato ebraico, delegittimato e criminalizzato nella sua stessa identità, non certo per semplici questioni di confini, o per qualche specifico contenzioso politico o amministrativo. Non dimenticano che, ogni qual volta si sia registrato qualche timido passo di dialogo, si sono sempre immediatamente levate, nel fronte avverso, alte denunce di ‘tradimento’, molte piazze si sono riempite di folle sdegnate, gli attentati terroristici si sono moltiplicati. Ricordano bene qual è stato il prezzo di sangue dell’accordo con l’O.L.P., nel 1993, con le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme devastate da un’impressionante serie di attentati suicidi, o la risposta all’evacuazione da Gaza, nel 2005, con la quotidiana pioggia di missili sulle strade, le case e le scuole di Sderot. Sanno quanto sia ancora radicata la negazione del diritto di Israele a esistere, e quanto essa prescinda completamente dalle specifiche misure prese, di volta in volta, dal governo di Gerusalemme. Hanno constatato mille volte come, per molti dei propri interlocutori, qualsiasi linea di confini, anche la più ridotta, apparirebbe sempre eccessiva.In Europa e in America le richieste degli arabi vengono lette come giuste premesse sulla strada per la pacifica convivenza, ma gli israeliani sanno, per triste esperienza, che non è così. Ciò non significa, naturalmente, che Israele abbia sempre ragione, o non possa sbagliare, ma solo che è del tutto ingenuo pensare che possano essere i suoi comportamenti, più o meno ‘virtuosi’, a determinare l’atteggiamento, nei suoi confronti, della generalità del mondo arabo, e ad avvicinare o allontanare la pace. E’ giusto che Israele rispetti i diritti dei palestinesi. Ma, lo farà esclusivamente per fedeltà ai propri valori di fondo, alla propria vocazione di giustizia, senza farsi nessuna illusione riguardo a riconoscimenti esterni o possibili premi in termini di pace e sicurezza. Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/


Group Of Children In Kibbutz Mishmar Haemek 1940


Ze'ev Levy (1921-2010)

Nel kibbutz Hama’apil è scomparso ieri 16 marzo 2009/1 nissan 5770 Ze’ev Levy, filosofo e professore emerito di filosofia ebraica all’Università di Haifa. Ze’ev Levy era nato a Dresda nel 1921 e nel 1934 era emigrato con la famiglia in Eretz Israel. Dopo aver completato la scuola a Tel Aviv, aveva lavorato duramente, dedicandosi all’agricoltura nel Kibbutz Cheftzi-bah; era diventato pastore e manteneva così la sua famiglia. Ma un giorno contrasse una malattia infettiva e fu costretto all’isolamento. Approfittò di quel periodo per riprendere gli studi. Si dedicò prima alla matematica, poi alla filosofia. Studiò con passione Spinoza. Il Kibbutz lo aiutò. Ze’ev Levy poté ottenere in breve tempo la laurea, con una tesi su Rosenzweig, e poi la libera docenza. Fu tra i primi ad insegnare filosofia ebraica in Israele. Dal 1973 al 1989 ricoprì la cattedra a Haifa. Ha scritto libri di etica e bioetica; ha tradotto moltissimi autori in ebraico, tra cui Levinas, e ha pubblicato numerose opere di rilievo su Spinoza, Mendelsohn, Nachman Krochmal, Hermann Cohen, Martin Buber. Chi lo ha conosciuto lo ricorda per la sua cultura, la sua umanità, la sua straordinaria modestia.Donatella Di Cesare, filosofa http://www.moked.it/


Onore a una eroina silenziosa

Domani mattina il popolo ebraico renderà il giusto onore a una delle sue salvatrici: il nome di Maria Agnese Tribbioli, fondatrice nel 1927 della Congregazione delle Pie Operaie di San Giuseppe di via dei Serragli, verrà scritto nel registro dei Giusti tra le nazioni. Il riconoscimento ufficiale avverrà nel corso di una cerimonia organizzata nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio alla quale parteciperanno le più importanti autorità civili e religiose cittadine, tra cui il sindaco Matteo Renzi, l’arcivescovo Giuseppe Betori e il rabbino capo Joseph Levi. In apertura di mattinata è previsto l’intervento di Cesare Sacerdoti, figlio di uno dei tanti ebrei salvati dalla religiosa e promotore di questa iniziativa. Seguiranno gli interventi di alcuni docenti universitari, che ricostruiranno le tappe più significative nella vita della Tribbioli. Sarà poi Gideon Meir, ambasciatore di Israele in Italia, a consegnare medaglia e pergamena dell’istituto Yad Vashem a Marta Lombardi, attuale superiora generale della Congregazione.Negli anni delle persecuzioni nazifasciste numerosi ebrei trovarono rifugio all’interno della Casa Generalizia della Congregazione, sfuggendo così alla deportazione nei campi di concentramento. Ad aprir loro le porte fu proprio Maria Agnese Tribbioli, che preferì non avvertire le altre suore della rischiosa decisione presa (non a caso in seguito verrà definita “operaia silenziosa”).Il ricordo della donna è nelle parole commosse di Emanuela Vignozzi, vicaria generale delle Pie Operaie di San Giuseppe: “È sempre stata molto umile, modesta, non raccontava mai quello che aveva fatto nel corso della sua vita. Anche in questo caso operò silenziosamente, per non allarmare la comunità sui rischi che avrebbe creato questa azione assistenziale nei confronti degli ebrei”. E mentre il popolo ebraico le conferisce la massima onorificenza prevista per chi scelse la via del coraggio invece di quella dell’indifferenza, in Vaticano è in pieno svolgimento il suo processo di beatificazione. Adam Smulevich, http://www.moked.it/

Maria Agnese Tribbioli
Accolse due giovani fratelli ebrei nella casa delle Pie Operaie di via dei Serragli, e ai due ufficiali delle SS che vennero a compiere un rastrellamento lei, di corporatura minuta e ‘armata’ solo di un crocifisso tra le mani, rispose fermamente che “qui non ci sono ebrei, ci sono solo figli di Dio, e anche voi siete figli di Dio”.C’è anche questo episodio nelle motivazioni della medaglia e della pergamena che attesta l’iscrizione quale ‘Giusta fra le Nazioni’ nel museo dell’Olocausto di Gerusalemme che verranno consegnate domani alla memoria di madre Maria Agnese Tribbioli, fondatrice della Congregazione delle suore Pie Operaie di San Giuseppe. La cerimonia si svolgerà a partire dalle 10:30 nel Salone dei Cinquecento. Parteciperanno tra gli altri il sindaco, l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, il rabbino capo di Firenze Joseph Levi, l’ambasciatore d’Israele in Italia Gideon Meir, e madre Marta Lombardi, superiora generale delle Pie Operaie di San Giuseppe.A promuovere il riconoscimento presso l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme sono stati proprio i due fratelli salvati da madre Maria Agnese, Vittorio e Cesare Sacerdoti, figli di Simone Sacerdoti, in seguito rabbino capo di Ferrara. L’iscrizione della madre come ‘Giusta fra le nazioni’ nel museo dell’Olocausto è un alto riconoscimento che viene conferito a persone che nei terribili anni della razzia nazi-fascista hanno salvato vite di ebrei a concreto rischio della loro propria vita.I due fratelli furono accolti e ospitati dalla suora fondatrice con la loro madre insieme ad altre madri con bambini in via dei Serragli. Erano i giorni in cui a Firenze i siti religiosi, come il convento del Carmine, venivano setacciati dai nazi-fascisti alla ricerca di ebrei. Dopo la visita degli ufficiali nazisti e la razzia al convento, madre Agnese era fortemente preoccupata per la sorte dei suoi ospiti e delle sue consorelle, le quali ignoravano che si trattasse di ebrei e non di semplici sfollati. Quindi attraverso l’organizzazione che faceva capo alla Curia e all’impegno di monsignor Meneghello (segretario particolare del cardinale Elia Dalla Costa), gli ospiti furono evacuati e sistemati in altri ricoveri più sicuri. I due fratelli (sotto il falso nome di fratelli Bellucci) furono presi in consegna da don Giulio Facibeni, che li portò nell'orfanotrofio della Madonnina del Grappa a Montecatini, in salvo fino alla Liberazione di Firenze. (edl)http://www.nove.firenze.it/


Roma - giardini vaticani


Dialogo tra ebrei e cattolici? Ma se il Vaticano snobba Israele...

Ha sempre usato parole nette sul rapporto tra ebrei e cattolici, sottolineando in un recente saggio come la politica della Santa Sede possa portare il dialogo a una «insormontabile impasse». Perché se Giovanni Paolo II avviò il «tentativo di cristianizzare la Shoah», Papa Ratzinger è il pontefice il cui nome è legato allo scontro sulla beatificazione di Pio XII; alla revoca della scomunica ai quattro vescovi (tra cui il negazionista Richard Williamson) ordinati illegittimamente da monsignor Lefebvre; alla reintroduzione del messale preconciliare nella cui preghiera del Venerdì santo si anela alla rimozione dell’«accecamento» (formula poi dallo stesso Ratzinger modificata) degli ebrei. Eppure «in questo momento - dice Sergio Itzhak Minerbi, esperto in economia, studioso autorevole dei rapporti tra Israele e Vaticano, famoso per la sua verve polemica - il problema principale non è più la questione del dialogo tra ebrei e cattolici: adesso c’è di mezzo la volontà della Santa Sede di delegittimare lo Stato d’Israele in tutti i modi».A cosa si riferisce, Minerbi? Da decenni la Chiesa cattolica ha riconosciuto lo Stato d’Israele. E lei stesso ha dato un giudizio positivo sulla visita compiuta il 17 gennaio scorso da Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma.«È vero, ma quella visita ormai è quasi un’eccezione che conferma la regola. Qualcosa è cambiato, ma in peggio. Innanzitutto Benedetto XVI ha visitato il Tempio maggiore dopo che il 19 dicembre scorso aveva riconosciuto le ”virtù eroiche" di Pio XII, sul cui eroismo molti sono scettici, e io ancora di più. Ma il 19 gennaio, in vista dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi prevista a ottobre, sono stati pubblicati i Lineamenta, una nuova edizione della vecchia politica mediorientale della Santa Sede che consiste nel delegittimare e addossare a Israele tutte le colpe del conflitto. Il punto 75, per citarne uno, dice che "la soluzione dei conflitti è nelle mani del Paese forte che occupa un Paese o gli impone la guerra. La violenza è nelle mani del forte ma anche del debole, che per liberarsi” - riecco la teoria della liberazione - ”può ugualmente ricorrere alla violenza a portata di mano. Diversi nostri Paesi (Palestina, Iraq) vivono la guerra e tutta la regione ne soffre direttamente, da generazioni. Questa situazione è sfruttata dal terrorismo mondiale più radicale". Così il Vaticano ha riassunto molto bene la propria posizione, del tutto differente dalla mia. Con questo paragrafo non siamo più all’equidistanza. Israele anzi diventa responsabile di avere causato il terrorismo mondiale».Lo considera un passo indietro?«No, è la continuazione senza lacuna di quanto fu in passato: la Santa Sede ha dimostrato ostilità a Israele da quando lo Stato esiste. Perché iniziassero delle normali relazioni diplomatiche si dovette attendere la fine del 1993, l’anno della stretta di mano tra Arafat e Rabin. In seguito, Giovanni Paolo II prima di visitare la Terra santa - che io chiamo Israele - ricevette Arafat in Vaticano».È recentissimo però l’«incidente spiacevole» - come lo ha definito Netanyahu rilanciando peraltro in seguito la sfida - dell’annuncio di nuove costruzioni di case nella parte araba di Gerusalemme. Un fatto che ha reso irosa Washington, e non solo.«Israele non ha mai accettato che Gerusalemme fosse esclusa nella sua interezza da abitazioni ebraiche. Certo tirare fuori la questione in quel momento non è stato un passo molto furbo».Ne è nata una crisi diplomatica pesantissima.«Oh, la maestra Clinton ha già dato la bacchettata al povero scolaro Netanyahu. Ma sul lungo periodo, come la Chiesa è fondamentalmente antiamericana, così Israele è a favore degli americani: per questo le posizioni sono diametralmente opposte, non abbiamo le stesse idee su come dirigere il mondo. La Chiesa sposa le tesi dei terroristi palestinesi».In che termini vede una possibile ripresa dei negoziati?«Da buoni commercianti, i palestinesi vogliono “vendere” tutto, anche il proprio ritorno al tavolo negoziale. Evidentemente pensano che senza negoziato ma con l’aiuto degli Usa otterranno di più. Sono costretto a essere scettico sull’esito positivo di un possibile negoziato. Ritengo che i palestinesi non abbiano alcuna fretta di arrivare al loro Stato mentre - follemente - sperano che alla fine, invece di spartire la Palestina, se la mangeranno tutta intera. Nel frattempo sono foraggiati da Ue e Onu con centinaia di milioni a fondo perduto senza che siano capaci di creare un solo posto di lavoro».Intanto Israele potrebbe giungere a un’azione di forza contro l’Iran? Lo studioso Moshe Vered ha avvertito che potrebbe essere l’inizio di una guerra di anni.«Non sono nel segreto delle cose, ma come semplice cittadino mi consta non che Israele stia preparando un attacco, bensì che stia cercando di indurre i Paesi occidentali a fermare l’Iran nel suo armamento. E non è la stessa cosa».La tesi di Georges Bensoussan, ripresa di recente da Anna Foa sull’Osservatore Romano, dice che l’elemento fondante di Israele fu il sionismo, solo più tardi sostituito dalla Shoah. E che basando su quest’ultima la propria identità politico-religiosa Israele «rischia il ripiegamento sulla catastrofe» invece che puntare sulla «speranza del futuro». Lei che emigrò in Israele alla fine della seconda guerra mondiale, cosa ne pensa?«Mah, quando si esamina la politica di uno Stato, o di un governo, piuttosto fatalmente ci sono quelli che mettono in risalto un elemento o un altro. Personalmente quando penso alla nascita di Israele evidenzio la volontà dei pionieri che costruirono il Paese e furono costretti a una guerra imposta da tutti i Paesi arabi coalizzati contro il nascente Stato, e la vinsero: questo mi pare l’elemento fondante».Come giudica a oggi i rapporti tra Benedetto XVI e Israele?«Se fossi una maestra di scuola difficilmente arriverei al ”lodevole”... È possibile che il Pontefice sia un po’ prigioniero della Curia. Resta il fatto che a inizio 2009, operazione Piombo fuso, in una settimana giunsero cinque espressioni di solidarietà ai poveri arabi palestinesi. Ma in otto anni di missili sulla testa dei civili, all’indirizzo di Israele non era arrivata una parola. Fondamentalmente nell’analisi politica che la Santa Sede fa sul Medio Oriente sbaglia totalmente, prendendo tra l’altro una posizione antiamericana così come successo in altre parti del mondo, per esempio in Algeria. C’è una simpatia strana ma insita nella loro dottrina per cui gli islamici sono tutti bravi e simpatici, mentre gli ebrei sono tutti disgraziati».Che vanno convertiti, lei sottintende?«Nei confronti degli ebrei viene sempre usata la parola riconciliazione; con i musulmani si parla di cooperazione».Ipotizzava un Ratzinger «un po’ prigioniero della Curia». Come definirebbe Benedetto XVI?«Antipatico, ma fondamentalmente credo una persona seria».Cioè?«Prendiamo il caso Williamson: ci vuole un coraggio civico enorme per rimettersi in causa, scrivere a 4500 vescovi e - invece che rifugiarsi nell’infallibilità del Papa - raccontare che sul caso non era stato informato. Bravo. Un punto a suo favore anche quando, già rientrato dalla visita ad Auschwitz, si corresse nella frase che aveva ripreso da quella di Giovanni Paolo II parlando di "sei milioni di vittime, un quinto della popolazione polacca”. Del resto anche l’idea di firmare le "virtù eroiche" di Pio XII alla vigilia della visita al Tempio mi sembra più nello stile di alcuni eminenti cardinali che del Papa... Ma forse sbaglio, non sono nel segreto delle cose. È un giudizio che non mi concerne, ma come dicevo non so se Benedetto XVI riesca a dominare la Curia o se sia la Curia a dominare lui: ho l’impressione che quest’ultima sia l’ipotesi più vera. Nella migliore delle ipotesi ha un’amministrazione che non funziona».Tornando al rapporto ebrei-cattolici, come potrebbe continuare il dialogo secondo lei, e su quali basi?«Io agirei in modo del tutto diverso da quanto si fa attualmente. Per dirne una, di recente c’è stata una riunione del Dialogo ebraico-cattolico in cui si è discusso di ecologia, un problema neutro su cui si trovano tutti d’accordo. Sarebbe stato meglio discutere di bioetica, tema che investe tutti i cittadini italiani nel momento in cui il governo di Roma ha sposato in pieno le tesi del Vaticano sulla procreazione assistita».Sta dicendo che l’Italia è asservita al Vaticano?«L’Italia non è asservita a nessuno. Ma nelle cose è un po’ come quell’automobilista che non conosce la strada e segue quello che gli sta davanti».Paola Bolis, il Piccolo, 17 marzo 2010


Rahm Emanuel


Nella disputa fra Usa e Israele sulla costruzione di 1600 case a Gerusalemme Est l'unico esponente di primo piano dell'amministrazione Obama che ancora tace è Rahm Emanuel, il capo di gabinetto della Casa Bianca che non si è mai inteso con il premier Nethanyahu. E che è molto occupato a preparare un viaggio di famiglia a Gerusalemme per la maggiorità religiosa del figlio.
Maurizio Molinari,giornalista, http://www.moked.it/


Sulla maglietta si legge "Hamas, Hamas, Jews to the gas"

L’opinione della piazza araba

di Emmanuel Sivan (Da: Ha’aretz, 12.3.10)
Cosa pensa la piazza araba (e musulmana)? Chi detesta e chi, invece, ammira? Sono domande che risuonano tra noi dai giorni di Gamal Abdel Nasser fino all’oggi di Hassan Nasrallah. Ma chi parla a nome della “piazza” araba?A causa della totale mancanza di affidabili votazioni e sondaggi dell’opinione pubblica, dei regimi autoritari e di mass-media ben ammaestrati su ciò che devono dire, non sorprende che le opinioni dell’uomo della strada siano così poco comprensibili e basate meramente su impressioni viscerali.È su questo arido sfondo che il Global Attitudes Project del Pew Research Center ha pubblicato la scorsa settimana una ricerca condotta nei paesi musulmani. L’istituto, che ha sede a Washington, ha investito grandi sforzi in questa sua analisi delle questioni islamiche, la seconda che abbia finora condotto, prendendo in esame nazioni e popolazioni arabe in Egitto, Libano, Autorità Palestinese e arabi d’Israele, nonché in paesi musulmani non arabi come Turchia, Nigeria, Pakistan e Indonesia. In ogni paese sono state intervistate fra 1.000 e 1.200 persone, uomini e donne sopra i 18 anni, secondo una campionatura selezionata con criteri scientifici. Le interviste sono state effettuate, nella lingua madre degli intervistati, fra maggio e luglio dello scorso anno.Ciò che colpisce innanzitutto il lettore israeliano sono i risultati circa l’atteggiamento negativo verso gli ebrei. In Egitto, Libano e Autorità Palestinese tra il 95 e il 98% degli intervistati ha opinioni negative di questo genere. Ci troviamo dunque di fronte ad una evidenza significativa delle dimensioni dell’antisemitismo arabo. Tali sentimenti di ostilità anti-ebraica risultano prevalenti anche nei paesi musulmani non arabi: riguarda tre quarti dei cittadini in Turchia, Pakistan e Indonesia, e il 60% dei musulmani in Nigeria.Ma ciò che preoccupa di più gli intervistati è la spaccatura fra musulmani sunniti e musulmani sciiti: una frattura che, per quanto li riguarda, esiste dappertutto. La pensano così il 95% circa dei musulmani in Libano, tre quarti dei palestinesi, pressappoco il 60% di quelli in Egitto e Giordania, circa metà dei turchi e persino il 42 % degli arabi d’Israele.A questo riguardo, il paese più diviso, oltre all’Iraq, risulta il Libano. E la frattura risulta sempre più profonda se confrontata son la ricerca condotta dal Pew Research Center due anni fa. Hezbollah gode del supporto di tutti gli sciiti e del 2% (!) dei sunniti (contro il 95% di loro che gli è ostile). Fra i cristiani, un quarto lo appoggia e gli altri lo osteggiano.Naturalmente questo fenomeno è collegato al drammatico cambiamento nelle alleanze politiche. Se prima della guerra civile libanese (1975-1990) i sunniti erano ostili ai cristiani e tendevano a favorire l’idea di una Grande Siria, vent’anni più tardi essi sono diventati patrioti libanesi ostili alla Siria, soprattutto dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro Rafik Hariri. E sono sospettosi verso Hezbollah, alleato di Damasco.Un’altra importante frattura, sebbene minore, si registra in Egitto. Nonostante il mito ufficiale dell’antica unità della nazione, metà dei musulmani egiziani guardano negativamente e con sospetto ai cristiani copti.Ovviamente l’importanza dell’opinione pubblica nei regimi non democratici è limitata. Al massimo, delinea i confini di “ciò che è ragionevole” e come tale esercita una pressione indiretta sui governanti. Ma sulla questione di cosa i governanti considerino materia di supremo interesse, l’opinione pubblica è totalmente insignificante. Così, ad esempio, più della metà degli intervistati in Egitto e Giordania esprimono un atteggiamento positivo verso Hamas, ma questo non ha impedito al presidente Hosni Mubarak di erigere un “muro di acciaio” fra Egitto e striscia di Gaza. Né lui né re Abdullah di Giordania hanno accettato di troncare i rapporti diplomatici con Israele durante l’operazione anti-Hamas a Gaza del gennaio 2009. Ciò nondimeno questa generalizzata ostilità comporta infauste conseguenze per le possibilità d’Israele di integrarsi nella regione, perlomeno con i suoi vicini più prossimi, anche dopo l’eventuale firma di un accordo di pace con Siria e Autorità Palestinese.In conclusione, alla luce della crisi nei rapporti fra Israele e Turchia, è interessante notare che il 60% dei turchi considera negativamente il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il suo regime. Il che può essere connesso al fatto che la maggior parte dei turchi è sunnita. Ma come si può spiegare il fatto che il 70% di loro risulta ostile a Hamas e solo il 5% lo appoggia? Quello che emerge è che l’opinione pubblica araba e musulmana è divisa dal punto di vista etnico, ma unita nel suo antisemitismo. http://www.israele.net/




Gaza


Predicatore di Gaza, Roma sara' conquistata da Islam



Cosi' un predicatore di Hamas in una moschea di Jabalya all'inizio del mese
Come già Costantinopoli nei secoli passati, anche Roma sarà un giorno conquistata dai seguaci dell'Islam: lo ha affermato un predicatore di Hamas in una moschea di Jabalya (striscia di Gaza) all'inizio del mese e in Israele alcuni brani della sua predica sono stati distribuiti via internet da Memri, un centro studi specializzato nel monitoraggio e nella traduzione dei mezzi di comunicazione in lingua araba."La profezia della conquista di Roma resta valida, a Dio piacendo. Così come Costantinopoli fu conquistata 500 anni fa, anche Roma lo sarà", ha detto il predicatore nel suo sermone. Il predicatore in questione, Osama Hammad, è considerato un esponente della corrente massimalista di Hamas e uno dei fondatori del suo braccio armato, Brigate Ezzedin Al Qassam. Ma il riferimento al futuro di Roma, viene spiegato a Gaza, ha radici nella dottrina islamica e non ha carattere "operativo", come potrebbe apparire invece dalla citazione circolata in Israele. ANSA 14 marzo 2010


Contratto multimilionario fra Australia e Israele per l'acquisto di nuove tecnologie militari

Sidney, 16 mar -L'Australia fa acquisti in Israele. E' stato stipulato infatti fra i due Paesi un contratto multimilionario con il quale l'Australia si è aggiudicata l'acquisto di un sistema di comando e comunicazioni di nuova generazione per le sue forze di difesa. E' stato il ministro per il personale e il materiale di difesa australiano, Greg Combet, a divulgare la notizia dell'accordo, stipulato con la compagnia israeliana Elbit Systems Limited di Haifa, dopo una gara di appalto su scala mondiale. La Elbit svilupperà una capacità di comando, controllo e comunicazioni per il comando operazioni speciali dell'esercito e per il gruppo di supporto al combattimento dell'aeronautica. Il sistema sarà installato in oltre 1000 veicoli dell'esercito e fornirà tecnologia elettronica di gestione di battaglia per più di 1500 soldati. "L'introduzione di questa nuova capacità migliorerà la conoscenza dello spazio di battaglia per le nostre forze di difesa, oltre ad automatizzare i messaggi di combattimento e facilitare la condotta delle operazioni", ha detto Combet. "Quel che è importante, inoltre, è che questa capacità ridurrà significativamente il rischio di perdite umane risultati da fuoco amico", ha aggiunto.

Rassegna stampa

Continua la campagna dell'amministrazione Obama contro Israele, "la peggiore crisi degli ultimi 35 anni" fra i due paesi, come si è espresso l'ambasciatore israeliano a Washington, Oren. Dopo gli interventi negli scorsi giorni del segretario di Stato Clinton e del consigliere personale di Obama Axelrod, adesso spara l'artiglieria minuta dei giornali, come il solito Roger Cohen, amico degli iraniani sul "New York Times" (in Europa leggibile sullo Herald Tribune). Naturalmente i soldatini obamiani delle organizzazioni ebraiche americane di sinistra come "J Street" seguono e chiedono di nuovo a Obama di decidere lui in casa di Israele. E i giornali italiani si allineano: Battistini sul Corriere, Stabile su Repubblica, praticamente indistinguibili dai professionisti dell'anti-sionismo come Tramballi sul Sole, Salerno sul Messaggero e i neocomunisti del Manifesto, i giustizialisti del Fatto e così via. Le voce contrarie sono molto rare, in pratica solo Pezzana su Libero. Come al solito molto personale l'analisi di R.A. Segre sul Giornale. Oggettiva e preoccupata la cronaca di Molinari per La Stampa.In realtà la ricostruzione migliore da leggere attentamente è quella della redazione del Wall Street Journal: si tratta di una svolta anti-israeliana decisa a freddo, riporta il quotidiano economico. La crisi data dall'annuncio della costruzione di qualche centinaio di appartamenti in un quartiere di Gerusalemme era stata chiusa dalle scuse di Netanyahu a Biden, che infatti nel suo discorso all'università di Tel Aviv le aveva accettate, ringraziando il governo israeliano per la sua disponibilità; ma dopo il suo ritorno a Washington c'è stata la decisione di cercare di mettere Netanyahu in un vicolo cieco. Le ragioni sono diverse: l'idea di fare i conti con un alleato indocile ora, sei mesi prima delle elezioni di mid-term, in modo da restaurare l'autorità americana in crisi è una ipotesi: si sarebbe trattato di una richiesta del Generale Petraeus, o almeno così riportano parecchi giornali. L'altra ipotesi ancora più preoccupante è che, come scrive Luisa Arezzo su Liberal, la "vera frattura" non sia su Gerusalemme ma sull'Iran, che cioè il governo americano abbia deciso di abbandonare la strategia di contrasto all'atomica iraniana nella speranza davvero folle che la Turchia di fronte alla crescita di potenza dell'Iran si decida a farne il contrappeso, pur essendo nel pieno di un clamoroso riavvicinamento col regime degli ayatollah. Sarebbe l'ennesima illusione di un'amministrazione che sta contrapponendosi a Israele per riuscire credibili con regimi come quello siriano, che non hanno la minima intenzione di cambiare politica per far piacere a Obama.La mossa dell'amministrazione americana sembra scelta molto male anche perché riguarda Gerusalemme. A Netanyahu è stato chiesto di cessare l'attività edilizia in Giudea e Samaria per riportare i palestinesi al tavolo della pace, cosa che lui ha fatto, con l'esplicita eccezione di Gerusalemme. Ora si fa scandalo che questa eccezione venga rispettata; dunque sembra che si usi, dalla parte degli americani come dei palestinesi, una sorta di tattica del carciofo, che non solo per il governo, ma per il popolo israeliano è inaccettabile. Gerusalemme per noi è una linea rossa, ha detto un ministro israeliano e che le cose siano così si vede dal clamoroso silenzio in questa circostanza non solo dei laburisti ma anche di Tzipi Livni. Che la questione sia su Gerusalemme è dimostrato anche dai tentativi, raccontati da Virginia Di Marco sul Riformista, di creare disordini per impedire la re-inaugurazione della sinagoga di Hurva, al centro del quartiere ebraico della città vecchia, già distrutta due volte, dagli ottomani tre secoli fa e dalle truppe giordane nel 1948 (tanto per mostrare la tolleranza del dominio arabo su Gerusalemme).Resta la questione del perché l'amministrazione Obama abbia deciso di forzare i tempi e l'intensità della crisi. E' per la sua attitudine a "corteggiare i dittatori e litigare con gli amici", come scrive il Wall Street Journal citato da Molinari? O per l'illusione di spezzare il governo Netanyahu, forzando un cambio di maggioranza, come scrive Spinola sul Riformista? In questo caso molto probabilmente si tratta di una manovra velleitaria, viste le posizioni dell'elettorato israeliano. O ancora, si tratta di far ripartire la strategia del discorso del Cairo, apertura al mondo islamico pagata con la messa nell'angolo di Israele, sulla base dell'idea che la crisi fra Israele e i palestinesi sia il centro delle convulsioni di tutta l'area, che si placherebbero se ci fosse la pace fra Israele e palestinesi? Ma pensa Obama che Israele possa mettere a rischio la sua sicurezza con accordi rischiosi in un momento in cui si sente abbandonato dal suo maggiore alleato? Quali siano i pericoli di questa posizione si vede bene nel bell'articolo di Emanuele Ottolenghi sul Wall Street Journal, rivolto all'Europa ma che sarebbe bello fosse letto anche dai responsabili americani. Purtroppo è difficile pensarlo, come sarà difficile rimediare a questa crisi pericolosa, costruita a freddo da Obama. Ugo Volli, http://www.moked.it/





Irène Némirovsky


Da Kiev a Parigi: vita di Irène, tra amori, crudeltà e salotti


Un talento letterario riscoperto solo pochi anni fa. Star dei circoli mondani nella Parigi degli anni Trenta, l’intera vita della scrittrice Irène Nemirovsky somiglia a un romanzo. Una biografia ne ripercorre oggi il destino, fino al tragico epilogo in un lager, nel 1942. La storia di Irène Némirovsky racconta la forza della letteratura capace di creare interi mondi, ma non capace - nonostante la grandezza di questa scrittrice - di mutare un destino che fin dall’inizio ha un senso d’ineluttabilità. Di lei, ebrea russo-francese nata nel 1903, che per le sue origini (malgrado una conversione al cattolicesino durante il nazismo), scompare nei forni di Auschwitz nel 1942, hanno ricostruito la figura Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt. È una biografia densa di aneddoti, dati storici, incroci tra opere e interviste, una bella tensione di scrittura. Un libro-viaggio, La vita di Irène Némirovsky (Adelphi ne sta ripubblicando tutta l’opera), che con le sue pagine trascina attraverso tempo e spazio; e rende una presenza realissima il ritratto di questa giovane donna, che guarda dalla copertina del volume e che alla fine si vorrebbe come amica per l’ironia e la profondità appassionata. Tutto comincia a Kiev, a inizio ’900, in una Russia razzista percorsa da tensioni sociali e pogrom antisemiti. Il padre di Irène, Leonid Borisovic Némirovsky, è un uomo d’affari di successo, self-made man e “spirito selvaggio”, con due baffetti spavaldi alla Douglas Fairbanks e interessi dalla Siberia a Parigi. Anna Margulis, sua moglie, è una donna intelligente, non bella ma determinatissima a una vita lussuosa, da trascorrere tra la capitale francese e la Costa Azzurra, alla maniera dei ricchi russi dell’epoca. Entrambi i genitori ispireranno a Irène personaggi cruciali per i suoi romanzi. Leonid che sembra condannato ad accumulare ricchezze come riscatto sociale e non ha risolto il rapporto con le proprie radici ebraiche. Anna che, dal canto suo, è avida di mondanità, coltiva la propria immagine e la cultura francese, egoista e anaffettiva, interessati agli amanti e avara d’amore verso la figlia, lasciata in custodia a tate e istitutrici. Così la piccola Irina (solo dopo l’arrivo in Francia nel 1920, occidentalizzerà il nome in Irène), nasce da questa alchimia di esistenze, sensibile ma frustrata negli affetti. Ha gli occhi neri e languidi della madre, la grande bocca del padre. Fin da piccola legge moltissimo - Stendhal, Maupassant, Huysmans - parla perfettamente varie lingue, frequenta poche amiche. E si annoia. Una rappresaglia antiebraica dà il via al lungo peregrinare dei Némirovsky, nel 1911. Eccoli quindi a San Pietroburgo, con Leonid al culmine della fortuna economica e Irène ostile alla madre. “A pensarci”, scriverà molti anni dopo, “non mi sorprende che mi sia rimasta tutta la vita quella paura, quel senso di insicurezza e di minaccia... non si dimentica mai il gusto di certe lacrime...”. Il nucleo emotivo dei romanzi di Irène risale a questi anni. Agli incontri politici e di lavoro del padre, ai tradimenti materni, alle lunghe estati sul Mar Nero e a Nizza, alla rimozione delle ascendenze del mondo yiddish, che soprattutto Anna Margulis detesta. Intanto la Rivoluzione d’Ottobre scompagina le carte e, in fuga dal paese in fiamme, c’è il traumatico passaggio della famiglia in Finlandia e Svezia: qui vedono la luce i primi tentativi letterari di Irène. Finché, con la diaspora di 150 mila russi in Francia, i Némirovsky arrivano a Parigi. Qui, a tutti gli effetti, comincia la seconda vita della futura scrittrice. È particolarmente riuscita nella biografia questa prima parte dove, in diretta, si assiste al formarsi della sua personalità. Le sofferenze affettive e gli abbandoni dei luoghi cari che, nella distanza geografica e degli anni, diventano location per la narrazione. E poi il retroterra ebraico, che continua ad avere un forte peso. Gli Anni ‘20 sono per Irène quelli della sregolatezza sulle note del jazz, con un flirt dopo l’altro come vendetta nei confronti della madre. Una ribellione che però si spenge nel 1924, quando s’impegna all’Università e comincia a scrivere seriamente. D’estate, frequenta Biarritz e assiste a “lo spettacolo di tutti quei fannulloni squilibrati e viziosi, di tutto quel mondo eterogeneo di finanzieri... di donne alla ricerca del piacere...”. Si va accumulando la materia per uno dei suoi romanzi più intensi, David Golder: ascesa, fasti e caduta di un tormentato banchiere ebreo, evidentemente ispirato al padre. Ma Irène avrà la capacità di approfondimento psicologico, intreccio esperto, stile crudo, per scampare da banali autobiografismi. Intanto ha sposato Michel Epstein, giovane impiegato di banca, originario di Mosca e ha pubblicato i primi racconti e romanzi. Ma è in Golder, pubblicato nel dicembre del 1929, che decolla il successo e la fama di questa romanziera anomala, poco incline all’autocompiacimento, per la cui opera si evocano Tolstoj e Balzac. La figura di Golder non manca di dividere. Da una parte gli antisemiti ravvisano in quel “re dell’oro e del petrolio” la vecchia, solita avidità ebraica. Dall’altra, anche i giornali della Comunità israelitica francese lamentano che il libro ripeta e ravvivi i soliti, odiosi stereotipi. Sono - gli Anni ‘30 - quelli della creatività e del riconoscimento pubblico, persino dei film tratti dai romanzi di Némirovsky. Per citare i libri più riusciti, Come le mosche d’autunno, L’affare Kurilov, Il vino della solitudine. Lei scrive di continuo. Si documenta. Ma anche osservazioni e minimi episodi di cronaca fanno cortocircuito con la memoria, innescando trame per racconti o forme più lunghe. Dopo una prima stesura, raffina con scrupoloso lavoro di lima. Ha talento: un dono per plasmare protagonisti indimenticabili e una lucidità nella descrizione dei sentimenti e delle illusioni umane. Intanto Leonid-Léon, il padre-personaggio muore consumato dalla sua lotta con la vita, vita di vittorie e rovesci economici, come di tormenti interiori. Lascia a Irène circa 600mila franchi oro, insufficienti per il tenore di vita a cui è abituata. I rapporti con la madre sono ormai inesistenti: “La chiamavo signora. Non mi ha mai dato un bacio sulla fronte”, ricorda. In parallelo, peggiorano le condizioni degli ebrei: prima in tutt’Europa, quindi in Francia. Nel 1936, Hitler muove col suo progetto di supremazia continentale. Irène lavora moltissimo (9 romanzi e 38 racconti tra il 1935 e il 1942; più dei brogliacci narrativi - uno è chiamato Mostro - che restano in incubazione a lungo e da cui attinge per opere organiche o che usciranno solo postume). È lei che mantiene - con pubblicazioni, recensioni, sceneggiature - la famiglia, con Denise, nata nel 1929 e Élisabeth, nel 1937. Ormai esponente della comunità letteraria, la stampa antisemita la bersaglia anche quando non scrive di ebrei, assimilandola ai “rivoluzionari israeliti”. E gli sforzi per ottenere la cittadinanza francese, nonostante la fama, falliscono. Come in un contrappasso - mirabile ai fini delle creazioni, pessimo per la posizione sociale - i suoi libri si concentrano ed esplorano l’ambiente ebraico (I cani e i lupi). “Francese per indole..., ebrea russa per nascita..., Iréne Nèmirovsky vive un doppio esilio”, si sintetizza nella Vita. È a questo punto, tra il 1938 e il ’39 che avviene una svolta cruciale: con tutta la famiglia si converte al cattolicesimo. Tentativo di acquistare meriti religiosi in una situazione sempre più ostile alle sue origini o che altro? Un passaporto per la naturalizzazione francese? Di fatto Iréne, negli ultimi tre anni, non cambia granché la propria attitudine esistenziale. In ristrettezze, con l’invasione nazista della Francia si trasferisce in Borgogna. E, mentre sotto Pétain gli ebrei sono platealmente discriminati, compone i capolavori della maturità, I doni della vita, Suite francese, Il calore del sangue. Racconta la borghesia francese e si sofferma sul tema dell’impulsività come affascinante meccanismo che fa deviare i personaggi dal proprio destino. “Alla sconfitta l’istinto umano oppone invincibili barriere di speranza”, azzarda Irène. Ma nel 1941 subisce il blocco dei beni, imposto dai tedeschi agli editori che pubblicano autori ebrei. È la maledizione della stella gialla che arriva anche nella sonnolenta provincia di Issy-l’Évêque, dove adesso abita. Sono senza speranza gli appelli agli amici letterati come Paul Morand, per un aiuto; né l’aver abiurato all’ebraismo le evita la deportazione. Di lei, su un convoglio piombato con destinazione Polonia, si perde traccia a metà del luglio 1942. “Sì, ho avuto una vita già parecchio movimentata”, dice in una rara, profetica intervista del 1931. “La Russia, la Svezia, l’Europa centrale... e Parigi... si potrebbe ricavarne una sceneggiatura ricca di avventura...”. La fine del “suo” romanzo coincide con l’Olocausto. Per Irène come per Etty Hillesum, per Felice Schragenheim, per Selma Meerbaum Eisinger, protagoniste della stagione d’oro in cui esplode il genio femminile ebraico, resta ancora oggi incalcolabile ciò che ci ha portato via la Shoà, se solo pensiamo a che cosa questi giovani talenti letterari avrebbero ancora potuto dare al mondo.Mauro Querci http://www.mosaico-cem.it/



Haggadah di Pesach manoscritto, XIV secolo


Pesach: libertà e vita. Un insolito commento all’Haggadà

Un insolito commento all’Haggadà* ci ricorda che il passato “respira” con noi e che non va museificato o imbalsamato. Pena la perdita del nostro presente e del futuro La Haggadà di Pesach è un testo complesso e tradizionalmente molto commentato. In genere però si commentano soltanto alcune parti del testo, in particolare l’inizio e il brano sui quattro figli. La parte principale della Haggadà però è il midràsh che commenta alcuni versi della Torà che partono dal periodo dei patriarchi per finire con l’uscita dall’Egitto. Questa parte della Haggadà è in genere molto poco commentata. Vorrei soffermarmi proprio sull’inizio del midràsh che commenta i versi della Torà. Il primo verso commentato è quello che inizia con le parole “Aramì ovèd avì” (L’arameo volle distruggere mio padre), che secondo il midràsh si riferiscono a Lavàn, suocero di Ya’akòv che voleva “sradicare tutto” e si arriva a dire che Lavàn è peggio del faraone perché il faraone tentò di uccidere i maschi ebrei, mentre Lavàn tentò di sradicare tutto. Non si capisce bene a cosa si riferisca il midràsh. Il paragone con il faraone sembra decisamente esagerato. Lavàn nella Torà appare come un piccolo imbroglione e non ha sicuramente la ferocia del faraone e le sue azioni non hanno certo l’impatto storico che ha avuto nella storia ebraica la schiavitù e la persecuzione in Egitto. Che senso ha quindi ciò che dice la Haggadà?Secondo un rabbino contemporaneo, Rav Mordechai Elon, la chiave per capire le affermazioni della Haggadà è in un episodio apparentemente poco significativo. Nell’ultimo incontro fra Lavàn e Ya’akòv i due stabiliscono un patto. A testimoni e garanti di questo patto Lavàn chiama suo nonno e il nonno di Ya’akòv, Avrahàm. Ya’akòv, invece, chiama a garante del patto suo padre Yitzchàk. Che differenza c’è fra i diversi garanti? Una differenza fondamentale: i due nonni sono morti, Yitzchàk è ancora vivo. Secondo Rav Elon i diversi garanti chiamati da Ya’akòv e Lavàn rappresentano una profonda differenza nel rapporto con il passato. Lavàn ha un rapporto con un passato che è già morto, il passato a cui fa riferimento può essere rinchiuso in un museo.È come se Lavàn tentasse di trasformare la memoria storica del popolo ebraico in un reperto archeologico. In questo modo, secondo Rav Elon, Lavàn “sradica tutto”. Ya’akòv, invece, ha un rapporto vitale con il passato, il suo passato è il padre che è ancora vivo. Un padre con cui può confrontarsi, da cui può imparare, che può essere un modello di vita ma da cui nello stesso tempo si può differenziare. Un grande Maestro del Chassidismo, Rabbi Zussia di Hannipol, diceva che egli non desiderava affatto essere una copia di Moshè Rabbènu ma desiderava essere Zussia e realizzare in questo modo la sua missione nel mondo. Moshè può e deve essere un modello per tutti noi ma ognuno di noi è unico ed è chiamato ad assumersi la responsabilità della sua unicità. Ancorati al futuroQuesto passo apparentemente non ha niente a che vedere con l’uscita dall’Egitto, ma in realtà trasmette un elemento essenziale di questo grande evento della storia ebraica. Noi dobbiamo ricordare questo evento considerando come se noi stessi fossimo usciti dall’Egitto. Noi stessi con la nostra personalità e nel nostro tempo. Pesach è l’atto di nascita del popolo ebraico e del suo rapporto molto particolare con la memoria del passato, una memoria che non può e non deve essere il ricordo di un glorioso tempo ormai finito ma che non ha più alcuna attinenza con il presente e con il futuro. In caso contrario si realizza il programma di Lavàn.Rav Alfonso Arbib , http://www.mosaico-cem.it/

*Il termine ebraico haggadà (narrazione) indica i racconti, le parabole, le leggende contenuti nell'esegesi rabbinica della Bibbia e del Talmud ; in particolare trova espressione nel midrash . Si distingue dalla halakà , che enuclea le regole di condotta in campo giuridico ed etico. L'haggadà più nota è quella di Pasqua (Haggadà Pesach), che racconta la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell'Egitto mediante brani biblici, commenti e preghiere.


LA NOTTE TACE. LA SHOAH NELLA POESIA EBRAICA

Presentazione del Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini. Prefazione di David Meghnagi.Introduzione e note di Sara Ferrari.Traduzioni di Sara Ferrari e Maria Luisa Mayer Modena.Testo ebraico a fronte.Edizioni Salomone Belforte & C. Livorno, 2010.Pagine 235
Prezzo € 18,00
Come possono coesistere la poesia e l’orrore di Auschwitz? E come può l’arte, massima espressione di libertà dell’individuo, parlare della Shoah, di quel male radicale in cui la coscienza individuale è stata annichilita?Questa raccolta di poesie offre per la prima volta in traduzione italiana una panoramica del modo in cui la Shoah è stata rappresentata ed elaborata in ebraico, la lingua del popolo che si voleva annientare. Attraverso le parole dei poeti uccisi nei campi di sterminio o sopravvissuti; di coloro che trovandosi all’epoca già nella Palestina Mandataria assistettero da lontano al tentativo di distruzione dell’Ebraismo europeo; infine dei figli e nipoti dei sopravvissuti, posti di fronte al peso opprimente di traumi e sofferenze familiari, il volume apre una prospettiva nuova su un evento indicibile ma di cui abbiamo il dovere di non smettere di parlare.
Poesie di:Yehuda Karni, Yitzhak Katzenelson, Avigdor Hameiri, David Vogel, Uri Zvi Greenberg, Avraham Shlonsky, Shin Shalom, Aleksander Penn, Natan Alterman, Amir Gilboa, Abba Kovner, Hayim Guri,Tuvya Ruebner, Avner Treinin, Aryeh Sivan, Dan Pagis, Itamar Yaoz-Kest, Margalit Matitiahu, Shlomo Avayu, Naomi Vogelmann, Meir Wieseltier, Ester Ettinger, Tanya Hadar, Zvi Atzmon, Zvya Litevsky, Oded Peled, Pnina Oly(Zilbershtein), Rivka Miriam, Ester Fuchs, Leah Aini.


George Mitchell


Su Isralele l'ombra di una nuova intifada

da Il Giornale del 17 marzo 2010 di Gian Micalessin
Per una nuova intifada ci vogliono sempre l'ombra diAl Aqsa e di un grande complotto israeliano. I palestinesi lo sanno bene. Ci provarono già nel settembre 1997. Allora l'apertura di un tunnel sotto la Spianata delle moschee, autorizzata da un Benjamin Netanyahu al suo primo mandato, si concluse con una serie di scontri costati settanta morti. Tre anni dopo, la passeggiata di Ariel Sharon e l'uccisione di una decina di dimostranti portarono in pochi giorni allo scoppio della seconda intifada, alla cancellazione degli accordi di Camp David e all'orrore dei kamikaze. Dieci anni dopo i capi palestinesi ripartono da lì. Stavolta, a dar retta alla dirigenza di Hamas e Fatah, per una volta nuovamente d'accordo, il futuro di Al Aqsa e del Haram al-Sarif (il nobile santuario) è minacciato dalla sinagoga di Hurva, un piccolo edificio ridotto in rovine (Hurva significa appunto rovina) dalla guerra del 1967 e da allora mai ricostruito. L'inaugurazione celebrata domenica notte, dopo un restauro prolungatosi per oltre otto anni, diventa il miglior pretesto per risvegliare la rivolta degli arabi di Gerusalemme. Certo dietro la giornata di scontri nelle strade di Gerusalemme conclusasi, ieri, con il ferimento di una quarantina di dimostranti palestinesi ci sono anche ragioni più profonde, prima fra tutte la complessa questione degli insediamenti ebraici nel cuore di Gerusalemme Est. La costruzione di 1600 nuovi appartamenti all'interno di quei quartieri orientali che i palestinesi considerano la futura capitale del loro Stato ha già contribuito a incrinare i rapporti con l'amministrazione Obama, trasformando in scontro politico la visita del vicepresidente statunitense Joe Biden. A rinfocolare la tensione hanno contribuito lunedì le dichiarazioni del premier israeliano che - dopo essersi scusato con la Casa Bianca- ha difeso la presenza israeliana nel cuore di Gerusalemme Est definendola «indolore» per i palestinesi. A quelle parole ha fatto seguito - ieri il brusco comunicato con cui il Dipartimento di Stato di Washington ha cancellato visita dell'inviato della Casa Bianca Joe Mitchell, atteso in Israele già ieri sera. La dura posizione assunta dalla Casa Bianca è - dal punto di vista palestinese un'ottima ragione per tornare a scendere in piazza e cercare di riguadagnare credibilità e legittimità dopo anni di crisi e di perdita di consenso tra la propria popolazione. Ma senza l'ombra di un complotto, senza la leggenda di una profezia che lega la riedificazione della sinagoga Hurva ad un'imminente ricostruzione del terzo tempio ebraico nessuno sarebbe riuscito ad evocare un'autentica giornata della rabbia palestinese. Probabilmente ci sarebbero stati incidenti e scaramucce, ma non più violenti di quelli che si registrano da settimane. La ricostruzione di quella sinagoga che per uno strano gioco di prospettive sembra a tratti - sovrastare la sacra Spianata delle moschee è riuscita invece a rinfocolare le antiche paure e riaccendere la voglia di rivolta nei cuori arabi di Gerusalemme. I primi a capirlo sono quelli di Hamas, prontissimi a proclamare la "giornata della rabbia" e nello stesso tempo a diffondere le voci sull'imminente entrata in azione di gruppi di fanatici israeliani pronti a occupare la Spianata e a distruggere la santissima moschea di Al Aqsa per ricostruirvi sopra il cosiddetto "terzo tempio". A dar fiato alle trombe del grande complotto israeliano ci pensa lunedì il capo di Hamas Khaled Meshal. Commentando l'inaugurazione e la ristrutturazione della sinagoga, il leader in esilio a Damasco la definisce il primo atto verso «la distruzione della moschea di Al Aqsa e la costruzione del nuovo tempio». E ieri un portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas a Gerusalemme annuncia a nome di tutta Fatali il dovere di ribellarsi per «contrastare il piano del governo israeliano che punta ad inghiottire la capitale palestinese». Per la prima volta dopo tre anni Hamas e Fatah sono nuovamente d'accordo e insieme ringraziano l'intransigenza di Netanyahu e quella di Obama.


Gerusalemme - sinagoga Hurva


Hamas infila il "giorno dell'ira" nella distanza tra Israele e America

da Il Foglio del 17 marzo 2010
L'inaugurazione della sinagoga Hurva, nella zona est di Gerusalemme, fornisce ad Hamas il pretesto per proclamare la "Giornata della rabbia" contro "l'occupazione israeliana che minaccia la moschea di al Aqsa". 1400 metri di distanza dell`antica sinagoga sono bastati per renderla motivo scatenante della tensione: da Gaza, Hamas parla di "profanazione dei luoghi santi dell'islam". "Non è una terza Intifada", rassicura David Cohen, capo della polizia di Gerusalemme. e a dispetto dei timori di molti analisti - che ne attendono lo scoppio da mesi - la sollevazione popolare non c'è stata. Un poliziotto, nella serata di ieri, è stato ferito alla mano da un proiettile. Ma a Gerusalemme gli unici altri episodi importanti sono avvenuti in tarda mattinata, nella Città Vecchia e nella zona orientale, quando gruppi di manifestanti palestinesi hanno incendiato copertoni e lanciato pietre contro la polizia nel campo profughi di Sohafat e nelle zone di Isawiyah, Abu Dis e Wadi Joz. Il bilancio è di 55 feriti e 60 dimostranti arrestati. Ci sono stati scontri anche a Betlemme, Hebron e in Galilea. A Gaza in migliaia hanno sfilato al grido di "moriremo in Palestina, la Palestina vivrà" e Ahmed Bahar, un leader di Hamas, ha chiesto attacchi armati al cuore di Israele e ha implorato gli stati arabi di "prendersi sulle spalle le proprie responsabilità e di mandare aerei e armi per salvare la moschea di al Aqsa e fermare la giudaizzazione di Gerusalemme". Ieri l'impiego massiccio di forze di polizia e il divieto d'accesso per i palestinesi alla Spianata del Tempio hanno permesso di arginare le proteste nella capitale. Ma lo stato di massima allerta proseguirà almeno fino alla preghiera di venerdì, dice il commissario Cohen, che spera di riuscire a riportare la calma entro domenica. La nuova distensione tra America e Israele tarda ad arrivare, l'inviato di Obama. George Mitchell, ha annullato per ora una visita prevista per non precisate "ragioni logistiche" e il generale Petraeus ha ridimensionato la minaccia nucleare iraniana, definendola "non imminente".


Gerusalemme

L'ira palestinese barricate contro la polizia
la Repubblica del 17 marzo 2010 di Alberto Stabile
È stata una giornata di scontri, di sassaiole, di barricate, come se fosse l'alba di una nuova intifada. Da un lato, gruppi di giovani palestinesi armati di pietre, il volto coperto dalle kefiah, che hanno raccolto l'appello del Movimento islamico, Hamas, a mobilitarsi per una sorta di «dies irae» in difesa della Gerusalemme araba contro la continua espansione della Gerusalemme ebraica. Dall'altro, le forze di sicurezza israeliane decise a mantenere sotto il loro controllo ogni angolo della città vecchia. Alla fine si contano una quarantina di arresti e una sessantina di feriti, tutti leggeri. Percorrendo il campo di battaglia quando gli ultimi fuochi andavano spegnendosi, il capo della Polizia israeliana, David Cohen, ha escluso che gli incidenti avessero segnato il debutto di una nuova rivolta popolare, una terza intifada. Forse, anche al capo della polizia sono giunte all'orecchio le voci secondo cui l'Autorità palestinese, per distanziarsi da Hamas, avrebbe deciso di non estendere l'incendio alla Cisgiordania. E tuttavia la tensione crescente a Gerusalemme non può non preoccupare. Quello di ieri è stato il quinto giorno consecutivo di disordini, a causa dei quali le autorità israeliane hanno deciso di prorogare fino al prossimo fine settimana la chiusura dei Territori in vigore da venerdì scorso. Ma i motivi di apprensione non derivano soltanto dal termometro dell'ordine pubblico. Il contesto politico non è per nulla incoraggiante. La grave crisi di fiducia esplosa tra l'Amministrazione americana e il governo israeliano ha spinto ieri l'inviato di Obama, il senatore George Mitchell, a rinviare il viaggio che avrebbe dovuto portarlo in Israele per tentare di riallacciare i fili del dialogo. A giustificazione del rinvio, fonti dell'Amministrazione hanno menzionato non meglio precisati «problemi logistici» che, se Mitchell fosse venuto in Israele, gli avrebbero impedito di partecipare alla riunione del Quartetto degli sponsor del processo di pace fissata per venerdì a Mosca. In realtà, Washington non deve aver gradito le parole con cui Netanyahu, parlando alla Knesset, ha respinto la richiesta americana di accantonare i progetti di espansione nelle aree contese di Gerusalemme est. Davanti ad un simile atteggiamento di chiusura, contro cui i palestinesi hanno opposto analoga chiusura, Mitchell ha annullato la visita. Siparietto americano. A margine dell'incontro con il ministro degli Esteri irlandese, Michael Martin, Hillary Clinton ha ribadito «lo stretto, incrollabile legame» tra Stati Uniti e Israele», ma ha poi aggiunto che «sono in corso consultazioni congli israeliani sulle misure da prendere per manifestare il loro impegno nei confronti del processo di pace». In serata è arrivata la risposta del premier attraverso il suo ufficio. «Netanyahu - è scritto - ha dimostrato con le parole e nei fatti il suo impegno per la pace». Il Dipartimento di Stato aspetta da Netanyahu una risposta alle quattro condizioni poste al premier israeliano per uscire dalla crisi. E cioè: l'annullamento della decisione di costruire altre 1600 case nel quartiere ultraortodosso di Ramat Shlomo; l'adozione di misure per ristabilire la fiducia verso l'autorità palestinese (si parla della liberazione di alcuni detenuti); la messa in atto di meccanismi che impediscano il ripetersi di un pasticcio come quello combinato dal ministro perla casa, Yishai durante la visita di Biden. E infine, l'impegno che i «colloqui indiretti» coi palestinesi vertano sulle grandi questioni aperte (i confini, il futuro di Gerusalemme, i rifugiati) e non su dettagli tecnici. Avrà Netanyahu la capacità rispondere in modo soddisfacente alle richieste dell'alleato americano senza rischiare il disfacimento della coalizione di governo? Sarà in grado, il premier, di far digerire alle forze estremiste e nazionaliste che fanno parte della maggioranza, inclusa la fazione più oltranzista del Likud, misure che oggettivamente cozzano contro il loro credo ideologico e, come gli ha prontamente ricordato il ministro degli Esteri, Liebermann, contro gli accordi di coalizione?


Cari Amici di Israele e simpatizzanti

In questi giorni stiamo preparando per Domenica 2 Maggio, la grande festa di Yom Haazmaut (62° anniversario della costituzione dello stato d'Israele). Come tutti gli anni, anche questo anno ci troveremo in tantissimi ai Giardini di Via Guastalla a Milano per passare una bellissima giornata di festa con musica dal vivo, cibi tipici, bancarelle, attività per bambini e tanto altro. Abbiamo tanto bisogno di volontari per montare i gazebo la mattina (dalle 09.00 alle 11.00), per la gestione del gazebo ADI + distribuzione cibo+ attività per i bambini + pulizia e ordine (dalle 11.00 alle 17.30) e per smontare tutto e la pulizia finale (dalle 17.30 alle 19.00).
Noi ci mettiamo l'anima ma senza il vostro aiuto non sarà possibile organizzare una festa cosi grande e importante. I volontari sono pregati di contattare la segretaria soci sig.ra Francesca Casiraghi con la disponibilità per fasce orarie e per ruolo preferito lasciando nome, cognome e numero di telefono.mail : francycasi64@alice.it Cell. 3381493639
Sinceri saluti Eyal Mizrahi Presidente ADI

venerdì 19 marzo 2010



kibbutz Qallia


Hamas ha usato i bambini come scudi umani

Bambini usati come scudi umani, miliziani palestinesi travestiti da civili, oltre a moschee e ospedali trasformati in arsenali, comandi o postazioni per lanciare razzi. Un rapporto israeliano di 500 pagine denuncia le porcherie di Hamas durante la guerra nella striscia di Gaza dello scorso anno. Il documento, anticipato ieri sul quotidiano Jerusalem Post, è stato realizzato dal Centro di informazione di intelligence e terrorismo (Malam), un'organizzazione non governativa formata in gran parte da ex agenti israeliani. Non a caso la minuziosa ricerca è stata guidata da Reuven Erlich, ex ufficiale dell'intelligence militare. Le forze armate israeliane e lo Shin Bet, il servizio segreto interno, hanno messo a disposizione informazioni, foto e riprese aeree, oltre alle confessioni dei prigionieri e le testimonianze degli ufficiali impegnati nell'operazione Piombo fuso scatenata da Israele contro Hamas, nella striscia di Gaza, fra il 27 dicembre 2008 ed il 18 gennaio 2009.In un video citato nel rapporto, del 6 gennaio dello scorso anno, si vede un cecchino palestinese che spara contro le truppe israeliane da un palazzo. Si accorge di essere stato individuato e chiede ai civili di aiutarlo a fuggire. Poco dopo arriva un gruppetto di bambini all'ingresso dell'edificio utilizzato come postazione. Il cecchino esce e grazie ai piccoli utilizzati come scudi umani si dilegua. Un altro video del 13 gennaio 2009 mostra un capo di Hamas finito nel mirino di un velivolo israeliano. Per sfuggire all'attacco corre verso un'anziana donna camminandole a fianco pur di non venir colpito. Più tardi le truppe israeliane scopriranno che «la vecchietta» era in realtà un miliziano di Hamas travestito.Il rapporto dell'Onu dell'ex giudice Richard Goldstone sulla guerra di Gaza sosteneva di non aver «trovato prove che i combattenti palestinesi si siano mescolati tra i civili con l'intenzione di nascondersi dagli attacchi». Gli israeliani adesso dimostrano che gli uomini di Hamas usavano abiti civili per non farsi individuare. Le conferme arrivano non solo dalle immagini, ma dalle testimonianze di diversi ufficiali che hanno combattuto in prima linea e dalle ammissioni dei prigionieri. Gli uomini di Hamas si sono addirittura mascherati da donne con bambini in braccio per fregare gli israeliani. Il rapporto Malam denuncia anche il trasporto di una partita di razzi in un rimorchio dove c'erano dei bambini, che servivano a «proteggere» il carico. Il palazzo Andalous, nel quartiere al-Karama della città di Gaza, ridotto ad uno scheletro di cemento, è diventato un simbolo di come gli israeliani bombardavano i civili. Invece sul tetto c'era una postazione di fanatici di Allah, che non volevano muoversi nonostante le suppliche degli inquilini. «Morire con noi è un grande onore. Sia fatta la volontà di Allah», dicevano. A Sheik Zayed, 20 chilometri a nord di Gaza city, un farmacista palestinese era barricato con la famiglia al secondo piano del suo condominio. I militanti islamici avevano piazzato una trappola esplosiva sulla strada di fronte nascondendosi al terzo piano con il detonatore. La famiglia del farmacista ha dovuto fuggire per evitare il peggio. I soldati con la stella di Davide hanno sequestrato uno schizzo con il reticolo di cecchini e trappole esplosive che aveva trasformato Beit Lahiya, una cittadina nel nord della Striscia dove si è combattuto duramente, in un enorme scudo umano. Il rapporto Malam denuncia anche l'utilizzo di un centinaio di moschee e otto ospedali come posti di comando, arsenali o zone di lancio per i razzi di Hamas. Erlich, l'ex ufficiale dell'intelligence militare responsabile del gruppo di ricerca, ha dichiarato: «Mettendo tutte le loro armi vicino alle case, operando nei dintorni delle abitazioni, dalle moschee e dagli ospedali, sparando razzi vicino alle scuole e usando scudi umani, Hamas è responsabile per la morte dei civili». 16 marzo 2010, http://www.ilgiornale.it/


Israele: ecco i gelati «come Dio comanda»

Apre a Gerusalemme «Zisele», la nuova gelateria kosher riservata a un pubblico rigorosamente religioso
In fila per sei ore, sotto il primo sole caldo di Gerusalemme. In seimila, forse anche più. Uomini da una parte, donne e bambini dall’altra. Ultraortodossi, tutti. Golosi di gelato, anche. In Israele, lo sbarco negli ultimi giorni delle più famose marche internazionali (da Gap a H&M, a Ikea) non ha attirato tanto pubblico quanto «Zisele» (parola yiddish che sta per «dolcezza»), la nuova gelateria kosher riservata a pubblico rigorosamente, esclusivamente religioso. Dunque, con entrate separate. Vetrine d’angolo ad hoc: a sinistra pastrani e cappelli, a destra cuffie e gonne lunghe. E già prima dell’apertura, le file composte. Poi la folla e l’intervento della polizia, costretta a chiudere l’accesso a quel crocevia, con scene di conseguenza: donne svenute, passeggini capovolti, bambini andati persi. Il tutto, per poter avere in mano il primo gelato artigianale abbastanza kosher da soddisfare anche le richieste dei più severi tra gli ultraortodossi.
GUSTI DEL PARADISO - Siccome al palato non si comanda, spontanei i commenti: «Sono i gusti del paradiso», li ha definiti un anziano religioso. Forse c’entra il fatto che fosse tutto gratis, per il giorno dell’inaugurazione, e che in meno di due ore se ne siano andati più di 300 chili di creme. La tecnica e le macchine per fare il gelato come Dio comanda sono tutte italiane. In quattro apprendisti sono partiti da Gerusalemme, destinazione Veneto, e lì hanno imparato quel che serviva. Al rientro, non hanno fatto altro che adattare le nostrane ricette “tricolori” alle regole ferree sulla preparazione kosher, ottenendo dopo attento esame la certificazione della commissione religiosa: ingredienti separati secondo la regola, esclusione d’alimenti proibiti. Adesso, sono più di quaranta i gusti scelti secondo le preferenze dell’acquirente ultraortodosso: limone e vodka, ciliegie e cioccolato all'arancio (che è fra i più leccati). Passano anche sapori particolari: miele, cetriolo e perfino l’arak, l’aroma del liquore all’anice, tanto popolare fra i ragazzi delle scuole religiose. CHE SUCCESSO - Yaakov Halperin, l’ideatore e imprenditore di «Zisele», prevede d’aprire altri venticinque negozi in tutto il Paese. Un investimento da 130mila euro per ciascun locale, facilmente ripianabile: «Sono sorpreso», racconta, mentre osserva quanta gente s’accalchi all'apertura del primo negozio gerosolimitano. «Sapevo che al pubblico degli ultraortodossi mancava un buon gelato, ma non immaginavo che la polizia dovesse addirittura transennare il marciapiede». Nonostante la confusione, Halperin ha chiesto al pubblico di rispettare le due entrate della rivendita: donne di qua, uomini di là. Perfino i Naturey Karta, i più estremisti fra gli ultraortodossi, quelli che non riconoscono nemmeno il laico Stato d’Israele, perfino loro non hanno voluto mancare alle degustazioni d’esordio: non senza sottolineare, con tanto d’altoparlanti, di restare in code distinte e distanti. E gli altri? Proprio in queste ore, e proprio a Gerusalemme, a centinaia sono scesi in piazza con cartelli e slogan («Qui non è Teheran!») per manifestare contro la proposta d’introdurre autobus separati per femmine e maschi, come vorrebbero gli ultraortodossi e come sembra piacere al ministro dei Trasporti. I contestatori le hanno viste, le file alla cremeria kosher. Ma nessuno s’è sentito disturbato, né s’è sognato di ridire qualcosa. Perché un gelato non è un tram: e tutti, in fondo, hanno diritto di chiamarlo desiderio.Francesco Battistini 15 marzo 2010, http://www.corriere.it/



Gerusalemme

Egitto: arrestato giornalista israeliano

Tentava rientro in Israele passando illegalmente frontiera Sinai
(ANSA)- GERUSALEMME, 15 MAR -E' stato arrestato dalla polizia un israeliano che cercava di rientrare nel paese passando illegalmente la frontiera egiziana nel Sinai.L'israeliano e' un giornalista del quotidiano Haaretz. L'uomo, che ha subito una ferita a una mano da filo spinato, e' figlio di un avvocato di Tel Aviv e stava conducendo l'inchiesta per conto della Tv privata Canale 10. Per questo aveva chiesto alcuni giorni di ferie al suo giornale. Le autorita' israeliane stanno cercando di ottenere la liberazione.


Inácio Lula da Silva

Visita ufficiale del Presidente del Brasile in Israele

Gerusalemme, 15 mar - E' iniziata oggi a Gerusalemme la prima visita ufficiale del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva in Israele. Il Presidente da Silva che si recherà anche in Iran, ha detto di voler vedere il Brasile svolgere un ruolo più attivo nei processi diplomatici mediorientali. La visita di Lula suscita interesse a Gerusalemme dove, accanto a calde espressioni di benvenuto, si prevede che la parte israeliana non celerà le sue critiche alle strette relazioni del Brasile con l' Iran e alle posizioni negative nei confronti di Israele che il Brasile è solito assumere nei fori internazionali. Israele considera il programma nucleare dell'Iran una minaccia alla sua stessa esistenza e insiste per l'adozione di dure sanzioni economiche internazionali, che il Brasile ritiene invece controproducenti. Una fonte nell'ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha detto: "é una visita importante perché offre la possibilità di ampliare le relazioni col Brasile in tutti i campi... e anche i contatti politici e diplomatici". Secondo fonti informate, Israele cercherà di convincere Lula che l'ambizione del Brasile di svolgere un ruolo di protagonista sul palcoscenico politico mondiale comporta anche un'assunzione di responsabilità. Lula, in interviste alla stampa israeliana prima di partire per il Medio Oriente, ha affermato che è tempo che nuovi attori emergano per fare da mediatori tra israeliani e palestinesi, al posto di quelli vecchi che non hanno avuto successo. Lula, che ripartirà mercoledì, vedrà i maggiori esponenti politici del governo israeliano, visiterà l'Autorità palestinese e il presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas) a Ramallah e terrà un discorso alla Knesset.
Israele: Lula non rende omaggio a tomba Herzl, sionisti offesi
Gerusalemme, 15 mar. (Adnkronos) - Il mancato omaggio del presidente braziliano Luiz Inacio Lula da Silva alla tomba di Theodor Herzl nel corso della sua prima visita ufficiale in Israele iniziata ieri e' "un insulto agli israeliani e alle comunita' sioniste di tutto il mondo". E' il commento dell'Agenzia ebraica per bocca di Hagai Merom, citato dal 'Jerusalem Post'. "Mi auguro e credo che il presidente cambiera' idea -aggiunge- non deporre una corona sulla tomba di Herzl e' come rifiutarsi di visitare le tombe di Mustafa Kemal Ataturk in Turchia o del Mahatma Gandhi in India".



Ludwig Wittgenstein

Wittgenstein, l’umorismo e la democrazia in pericolo

Riflettendo nel 1948 sul nazismo Ludwig Wittgenstein ha scritto: “L’umorismo non è una disposizione dell’animo, bensì una visione del mondo. Perciò, se è giusto dire che nella Germania nazista l’umorismo era stato estirpato, ciò non significa che la gente non fosse di buon umore, ma qualcosa di molto più profondo e importante”.Di che cosa si tratta? Wittgenstein lo spiega così: “è come se tra certe persone ci fosse l’uso di gettarsi la palla; uno la getta, l’altro la raccoglie e la rimanda. Ma ci sono alcuni che non la rimandano e invece se la mettono in tasca”.Dove l’umorismo è bandito, dove c’è qualcuno che si mette in tasca la palla, ferma il gioco, impedisce ogni altro modo di guardare il mondo, lì la democrazia è già in pericolo.Donatella Di Cesare, filosofa, http://www.moked.it/


In Memory's Kitchen, vecchi sapori di cucina ebraica nel ricettario della Memoria delle donne di Terezin

Per un gruppo di donne internate nel campo di Terezin, la cucina non era solo un argomento di conversazione. Esse riuscirono a scrivere un libro di ricette nonostante gli stenti, sapendo di non poter mai più preparare i piatti che così minuziosamente descrivevano. Quello che ne esce rappresenta un elemento quasi unico nella letteratura sulla Shoah, un libro di ricette sognate, immaginate: un ricettario della memoria.Di questo parla il libro In Memory’s Kitchen, caso letterario dell’anno per il New York Times, presentato l'altra sera dall’autrice Cara de Silva e introdotto da Shaul Bassi, professore di Lingua e Letteratura Inglese all'Università di Ca' Foscari, in collaborazione con Il Museo ebraico di Venezia, il Centro veneziano di studi ebraici internazionali, la Biblioteca Renato Maestro, il Centro interdipartimentale di studi balcanici e il Centro studi e documentazione della cultura armena.Cara de Silva è una scrittrice e una giornalista pluripremiata. Per dieci anni ha scritto per il New York Newsday, uno dei giornali più diffusi negli Stati Uniti, con una rubrica dedicata alla gastronomia newyorkese. Oltre a In Memory’s Kitchen è stata autrice e coautrice di una serie di saggi apparsi in pubblicazioni dai nomi piuttosto accattivanti come Gastropolis: Food and New York City, Food and Judaism, A Slice of Life: Contemporary Writers on Food. Cara ha inoltre collaborato con giornali e riviste come il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times Syndicate, Food & Wine, Eating Well, Martha Stewart Living, Cuisine.La vicenda ha inizio 25 anni dopo la morte a Terezin di Mina Pächter, una delle autrici del ricettario, quando uno sconosciuto contattò telefonicamente la figlia, Anny Stern e le comunicò di avere un pacchetto per lei da parte di sua madre. Per più di dieci anni Anny non aprì il pacchetto, per lei rappresentava qualcosa di sacro, un ultimo ricordo della madre. Ebbe poi il coraggio di farlo visionare a una collezionista di libri di cucina, che subito si rese conto del valore intrinseco del manoscritto. Si misero quindi in contatto con una traduttrice, Bianca Steiner Brown, sopravvissuta del campo di Terezin, per poi arrivare alla giornalista Cara de Silva che decise di raccontare la storia di questo ricettario.“Quando vidi per la prima volta il manoscritto – spiega Cara de Silva – scritto con calligrafie diverse, tremolanti, non mi resi subito conto che, al pari del diario di Anna Frank, queste ricette erano un documento altrettanto commovente e importante. Non sono solo ricette, ma sono autobiografie di persone. Ogni ricetta ha una storia da raccontare, nuovi elementi sulla vita a Terezin.”Terezin era una città fortezza, costruita dall’imperatore d’Austria Giuseppe II alla fine del ‘700. Sotto il Terzo Reich divenne però un luogo di morte. La Gestapo utilizzò Terezin, più conosciuta con il nome tedesco di Theresienstadt, come campo di concentramento. Circa 144 mila ebrei furono imprigionati qui (tra questi 15 mila bambini), dei quali 33 mila morirono, a causa della fame, delle malattie e del sovrappopolamento. Terezin infatti era stata inizialmente progettata per ospitare circa 7 mila persone e arrivò ad ospitarne invece più di 90 mila. Si viveva cibandosi di rifiuti e più di cento persone al giorno morivano di stenti: i cadaveri sparsi ovunque per le strade della città destinata da Hitler agli ebrei, una città scenario principe della bieca propaganda nazista che dissimulò la vita del campo in favore di una realtà edulcorata da poter esibire in occasione della visita di alcuni osservatori della croce rossa.Attraverso la vitalità del ricordo prende corpo una lotta contro l’oblio, il tentativo di lasciare non solo un segno di sé, ma il ricordo di un’intera tradizione. Le persone che hanno scritto le ricette contenute in questo libro non erano di certo le uniche che hanno tentato di preservare le proprie tradizioni, ma rispetto ad altri libri di questo genere Memory’s Kitchen ha permesso ai lettori di avvicinarsi al tema della Shoah da una prospettiva più intima, più a misura d’uomo.“Il cibo - secondo l’autrice - quando si unisce al ricordo riesce a superare qualsiasi confine, diventa un linguaggio universale che tutti riusciamo a comprendere e ad assimilare”.Per sopravvivere in quelle condizioni la fantasia era un elemento essenziale e Mina Pächter insieme alle sue compagnie di prigionia cercarono di rendere più vivido il ricordo di un mondo al quale volevano disperatamente tornare attraverso le ricette della tradizione ebraica. Ciò dimostra quale sia il potere del cibo come metafora di vita, come tratto identitario di un popolo, una forma di resistenza psicologica contro chi, in questo caso, cerca il tuo annientamento.Michael Calimani http://www.moked.it/

lunedì 15 marzo 2010




Kuala Lampur


Kuala Lumpur: quell’islam che ama la diversità. Ebrei globali

Nel groviglio di strade che attraversano Kuala Lumpur, l’avveniristica e svettante capitale della Malesia, a ogni passo si incontrano volti dai tratti somatici differenti, che raccontano l’appartenenza a comunità distinte per storia, lingua, tradizione e religione, ma unite nella convivenza quotidiana. È proprio questo l’aspetto che più colpisce, al primo impatto, il visitatore occidentale. In Malesia vive una società storicamente multirazziale, formata, nei secoli, dalle successive ondate migratorie di popoli provenienti dai Paesi vicini, come la Cina e l’India e, più recentemente, dalle Filippine. Oggi, i malesi costituiscono poco più della metà della popolazione; la seconda comunità è costituita dai cinesi, mentre gli indiani rappresentano la terza comunità. Il resto della popolazione è composto da numerose minoranze. Inoltre, nelle foreste pluviali incontaminate degli Stati del Borneo malese, il Sarawak e il Sabah, risiedono gli abitanti originari della Penisola, che, ancora oggi conservano abitudini nomadi, di cacciatori-raccoglitori, e praticano un’economia di sussistenza legata al baratto dei prodotti della giungla. Ma nel cuore della moderna capitale, immersi in una babele di lingue mimetizzate dietro l’inglese coloniale, non poteva mancare una Comunità Ebraica. Fra il milione e mezzo di abitanti di Kuala Lumpur e i circa 27 milioni in Malesia, Gary Braut è l’unico a indossare una kippah. Nato e cresciuto a Brooklyn, precisamente “a Crown Heights, accanto alla casa del Rebbe”, come si affretta a puntualizzare, Gary “Leibel Ben Peretz Ha Levi” Braut, 62 anni, si è stabilito in Malesia poco più di vent’anni fa, con lo scopo di avviare un commercio oggi fiorente. Senza alcun dubbio, il presidente della “Mist Judaic Foundation” e fondatore della “Worldwide Pirkei Association” testimonia la vita di un ebreo a Kuala Lumpur. “La presenza ebraica in Malesia - racconta Braut - non è da rintracciarsi qui, nella capitale, ma più a Nord, nello Stato di Penang, dove, agli inizi del XIX secolo, si stabilì Ezekiel Menassah, il primo ebreo giunto in Malesia da Baghdad. Per più di trent’anni, Menassah rimase l’unico ebreo residente nel Paese, continuando a osservare le festività e la Kasherut”. Qualcosa iniziò a cambiare dopo la prima Guerra Mondiale, quando alcune famiglie, provenienti dal Medioriente, si stabilirono in Malesia. Negli anni del Secondo Conflitto Mondiale, la Comunità Ebraica di Penang venne sfollata a Singapore dalle forze armate britanniche, che temevano rappresaglie e deportazioni da parte dei militari Giapponesi.Dall’inizio dei primi anni Sessanta, in Malesia risiedono una ventina di famiglie ebraiche. “Nella capitale dello Stato di Penang, George Town - prosegue Braut - in quella che, un tempo, era la Jahudi Road (la strada degli ebrei), oggi ribattezzata Jalan Zainal Abidin, si trovano una piccola congregazione e un cimitero ebraico, ritenuto il più antico della Malesia, se non, addirittura, dell’intero Sud Est asiatico. Lì, sono presenti circa settanta tombe e sono sepolti i soldati ebrei inglesi caduti sul suolo Malese durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1976, purtroppo, la sinagoga fu chiusa per mancanza di un minian. Nonostante la mancanza di una comunità vera e propria, il cimitero è tuttora visitabile e mantenuto in ottime condizioni”. Per Braut, essere ebreo in uno Stato musulmano non costituisce un problema: Gary non nasconde in alcun modo la sua identità religiosa, tanto che tutti coloro che varcano l’ingresso della sua abitazione non possono fare a meno di notare la scritta “Chabad House, Mikvah Malaysia” e, una volta all’interno, sono colpiti dal solido Aron HaKodesh in marmo e dalle numerose fotografie che ritraggono il “Sultan” of World Jewry, Rabbi Menachem Mendel Schneerson, the Lubavitcher Rebbe. “Qui - ha aggiunto Gary Braut - abbiamo piena libertà di culto e religione. Una comunità tanto piccola attira poca attenzione e così ci lasciano liberi di manifestare la nostra fede. Le difficoltà, semmai, nascono proprio dall’isolamento e dall’esiguità numerica che, molto spesso, mi impediscono di essere pienamente osservante, anche se rispetto shabbat e le festività. Mi piace dire e pensare che la forza della mia fede si manifesta nel riconoscere ogni persona che incontro, ebrea o non ebrea, come figlia di Dio”. Campioni di convivenzaPasseggiando per Kuala Lumpur, è davvero facile imbattersi nei luoghi di culto delle religioni praticate dalle diverse comunità. Malesia quindi come luogo di integrazione, dove tutti hanno la libertà di credo e di seguire la propria cultura? Sì. “Questo moderno Paese asiatico - ha scritto in un articolo Ben Mollov, docente di Scienze Politiche e Gestione dei conflitti alla Bar-Ilan University di Tel Aviv - è un vero pioniere, un campione della buona convivenza sociale. Per ragioni accademiche, sono stato in Malesia in due diverse occasioni, nel 2005 e nel 2008. La mia conclusione non cambia anche dopo essere entrato maggiormente in contatto con la realtà locale e avere osservato una disparità di diritti fra le diverse comunità, che hanno inevitabilmente appannato la prima immagine di perfetta fusione fra culture che avevo ipotizzato”. Secondo il parere di Mollov, pur con evidenti limiti che coinvolgono soprattutto le minoranze più esigue, la Malesia si è sforzata di trovare un equilibrio multiculturale pur tenendo salda la sua identità musulmana. “Nel corso della sua storia, questo Paese ha affrontato più volte le problematiche legate all’integrazione. Al ritorno dal mio primo viaggio considerai la Malesia come un esempio per superare le differenze sia culturali, sia religiose che, al giorno d’oggi affliggono Israele e molti altri Paesi. Tornai a casa vedendo la Malesia come una possibile società islamica aperta e tollerante. Nonostante le restrizioni osservate, anche oggi sono certo che possa essere un modello per il mondo, in grado di guidarci verso un sereno incontro di civiltà”. http://www.mosaico-cem.it/