venerdì 21 maggio 2010


“Berlino 1940″ di Nadia Crucitti

Città del Sole Edizioni
All’ascesa di Hitler, molti degli artisti che vivevano in Germania emigrano perché ebrei, altri vanno via per rifiuto della dittatura. L’attore Veit Harlan rimane perché la nuova ideologia gli piace, perché ammira la sontuosità scenografica delle adunate naziste, e soprattutto perché sta per raggiungere il suo vero obiettivo, la regia cinematografica. E resta anche perché crede che l’artista possa creare rimanendo estraneo al suo tempo, senza subire condizionamenti politici e pesanti compromessi.Vanesio e superficiale, arrivista e amante delle belle donne, Harlan non è antisemita ma, divenuto ormai famoso grazie ai suoi rapporti con il potere, pagherà la sua scelta: Goebbels, Ministro della Propaganda nazista, lo obbligherà a girare nel 1940, in pieno conflitto bellico, Jud Süss, il film assurto a simbolo dell’antisemitismo, vero e proprio strumento di propaganda della persecuzione contro gli ebrei.Questo romanzo racconta la storia di un uomo e di una nazione che preferirono, davanti all’instaurarsi di una dittatura che aveva già in sé i germi del sistema criminale, non vedere e non sentire, mettendo a tacere la propria coscienza ed evitando di scegliere. Ed è al contempo un bellissimo affresco della storia del cinema degli anni ’30 e ’40, in un periodo nel quale la sua potenza artistica e comunicativa si andava imponendo agli intellettuali e alle masse.
Questa la sua presentazione:
Sono pochi gli scrittori che hanno una vita reale avventurosa, di norma gli scrittori amano vivere le molteplici vite dei loro personaggi, mentre la loro scorre tranquilla, con ritmi quasi ascetici, anche perché sarebbe difficile conciliare scrittura e avventura. Qualcuno lo ha fatto e lo fa, ma non io. Ecco perché queste saranno notizie minime. Sono nata nel 1955 a Reggio Calabria, da padre autoctono e madre toscana, e non ci crederete, ma la mentalità più aperta -soltanto teoricamente, però- l’aveva mio padre, il quale svolgeva le sue funzioni di pater familias sotto la supervisione di mia madre. Visto quindi che in casa gestiva tutto lei, la mia educazione ha seguito i rigidi binari su cui doveva marciare una ragazza del Sud, secondo l’austera e “nordica” mentalità materna. Mi sono sposata molto giovane, e ho un figlio di ventisette anni, che è sempre stato il mio primo critico, anche perché ha avuto il tempo di diventarlo, visto che il primo libro me lo ha pubblicato una piccola casa editrice romana, nel 1990. Anzi no, per la verità il primo libro è stato una silloge di poesie, quasi orrenda, eccetto qualche verso che ho salvato. Naturalmente, come succede spesso, era stato un libretto pubblicato a pagamento, ma a mia discolpa, per questo atto di stupida megalomania, devo dire che ancora non conoscevo i meccanismi dell’editoria, alcuni truffaldini.Il mio primo racconto l’ho scritto a quindici anni, e anche questo era quasi orrendo, infatti ho avuto il buon gusto di non finirlo. Da allora in poi ho continuato a scrivere, alternando poesie e racconti, che non mi pento di aver buttati perché le carte si ammucchiavano e dovevo fare un po’ d’ordine, e poi si trattava di semplici tentativi in vista dell’impegno più gratificante che sognavo: un romanzo. Il primo che scrissi era proprio brutto, pieno di frasi fatte e luoghi comuni, ma ne fui orgogliosa per quasi tre anni, poi lo strappai. Il secondo e il terzo fecero la stessa fine. Nei lunghi anni impiegati a scrivere narrativa corposa ci stavano anche drammi teatrali, recensioni per una rivista locale, sempre racconti e poesie, il lavoro di insegnante elementare e di casalinga, la laurea, e il divertimento nel crescere mio figlio, che è la persona con la quale ho riso di più.Infine, dopo essermelo tenuto dentro per circa sette anni, è venuto fuori il romanzo che mi ha qualificato scrittrice agli occhi degli altri: Casa Valpatri. Casa Valpatri vinse il concorso e io mi ritrovai con il libro pubblicato dalla Mondadori. Una notorietà improvvisa che mi fece paura, con inviti a presentare il libro, e interviste che mi terrorizzavano perché mi distoglievano dalla quiete in cui trascorrevo le mie giornate, quiete indispensabile per poter scrivere. http://utilizerapagain.blogspot.com/

CLIMA: SOS CORALLI MED E MAR ROSSO, AL VIA STUDIO

Riscaldamento delle temperature, maggiore inquinamento e acidita' delle acque marine: sono questi i fattori che mettono in pericolo i coralli di Mar Mediterraneo e Mar Rosso, due aree nel mirino dei cambiamenti climatici. Ecco allora al via il progetto ''CoralWarm'' (www.coralwarm.eu) realizzato da una task force di scienziati, formata da ricercatori italiani e israeliani, che per cinque anni studiera' alcune specie di coralli per riuscire a capire le loro possibilita' di sopravvivenza nel corso del prossimo secolo e quindi la salute delle popolazioni presenti. Sara' un tuffo in un mondo per molti versi ancora sconosciuto, quello degli scienziati nelle scogliere coralline dei nostri mari, grazie a fondi europei. ''Il progetto ha vinto un finanziamento di 3,3 milioni di euro dal Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC) - spiega Erik Caroselli, ricercatore dell'Universita' di Bologna - che e' il piu' ampio mai aggiudicato per uno studio sui coralli e i cambiamenti climatici in Europa, di fronte ad una concorrenza di oltre 1.500 candidature. Solo l'1% di queste proposte ha ricevuto i fondi''. A guidare lo studio, che partira' ufficialmente da Tel Aviv il prossimo giugno, sono Giuseppe Falini, del Dipartimento di Chimica e Stefano Goffredo del Dipartimento di Biologia Evoluzionistica Sperimentale, entrambi dell'Universita' di Bologna. Dal lato israeliano il capofila e' invece Zvy Dubinsky, della Bar-Ilan University, con una partecipazione del laboratorio palestinese dell'Al Quds University di Gerusalemme est, che fara' le analisi chimiche delle acque del Mar Rosso. ''Eseguiremo campionamenti partendo da Genova fino alle coste africane - racconta Caroselli - di sei specie in tutto. Tre saranno quelle prese in esame nel Mediterraneo: la Balanophyllia europaea, di colore beige; la Leptopsammia pruvoti, di un giallo accesso e la Cladocora caespitosa o ''madrepora cuscino'', ancora sul beige. A fare da corrispettivo nel Mar Rosso, ad Eilat, saranno analizzate la Balanophyllia gemmifera; la Stylophora pistillata, di colore dal bianco al rosa e il cosiddetto ''corallo fungo'', sul marroncino''. Qual e' stata la novita' di questo progetto rispetto ad altri? ''La multidisciplinarieta' - ha spiegato il ricercatore dell'Universita' di Bologna - che mette in campo chimici, biologi e fisici dal lato italiano ed ecologi e fisiologi dal lato israeliano. I biologi del Marine Science Group (www.marinesciencegroup.org), un gruppo di studenti e giovani ricercatori specializzato nello studio dei coralli, si focalizzeranno su accrescimento e riproduzione. I fisici valuteranno la debolezza dello scheletro, sotto l'attacco dei mutamenti climatici. I chimici invece studieranno la deposizione del carbonato di calcio, che forma lo scheletro dei coralli''. Questi delicati organismi rappresentano una miniera di biodiversita', nelle scogliere del Mediterraneo cosi' come nelle barriere del Mar Rosso. Una sorta di equivalente delle foreste tropicali, che ospitano miriadi di specie animali. In Israele le specie di coralli sotto esame verranno esposte a condizioni ambientali che simuleranno quelle dei cambiamenti climatici nei prossimi 50-100 anni, con differenti scenari di riscaldamento. Poi gli scheletri andranno a Bologna, per scoprirne le proprieta' meccaniche e strutturali. L'obiettivo finale? Comprendere le reazioni delle specie ai cambiamenti di clima, elaborando un modello matematico per prevedere come varieranno le popolazioni nel prossimo secolo, individuando quelle piu' resistenti e quelle piu' a rischio estinzione.(ANSA). 16/05/2010



Hamas detta condizioni

Gerusalemme potrebbe autorizzare un blitz per liberare Gilad Shalit, il soldato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) catturato il 25 giugno 2006 da un commando palestinese a Kerem Shalom, kibbutz non lontano dall’omonimo varco al confine con l’Egitto e la Striscia di Gaza. Sembra infatti che, per paura di un’imminente azione di forza, i carcerieri costringerebbero il soldato israeliano a cambiare rifugio anche due volte alla settimana e, per eliminare ogni forma di collaborazione con il nemico ed evitare possibili fughe di notizie sui nascondigli usati, le forze di sicurezza palestinesi avrebbero dato il via ad una massiccia ondata di arresti.La notizia, pubblicata da un portale d’informazione internet con base a Gaza, rilancia quanto rivelato da una fonte interna alle brigate Ezzedine al-Qassam, il gruppo radicale ufficialmente conosciuto come braccio armato di Hamas. In passato era stato lo stesso movimento di resistenza islamico a denunciare la presenza di numerose spie israeliane tra la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e i molteplici tentativi, tutti sventati, con i quali gli uomini dello Shin Bet avrebbero cercato di chiudere la questione Shalit.Le trattative per il rilascio del caporale israeliano sono praticamente ad un punto morto e neanche la mediazione russa sembra aver ammorbidito la posizione palestinese. Durante la visita in Siria dell’11 maggio scorso, il presidente russo Medvedev, aveva chiesto al leader in esilio di Hamas, Khaled Meshaal, l’immediato rilascio del soldato israeliano. Ma secondo il portavoce del Cremlino, Natalya Timakova, il movimento islamico non è disposto a fare alcuna concessione senza aver prima raggiunto un accordo “onorevole” sullo scambio di prigionieri con Israele.A margine dell’incontro di Damasco, Izzat al-Rishq, esponete in esilio del comitato politico di Hamas, ha accusato Benjamin Netanyahu di voler far fallire l’accordo sullo scambio dei prigionieri e ha etichettato la posizione israeliana come un evidente tentativo di voler chiudere la crisi con un accordo “vuoto”. Dopo mesi di trattative, lo scorso novembre l’Egitto e la Germania avevano mediato un’intesa di massima, che prevedeva la liberazione di Gilad Shalit in cambio di più di mille detenuti palestinesi; ma una serie di dettagli relativi al numero e alla natura delle persone da liberare e la mancanza del nome di alcune figure di spicco nella lista dei prigionieri, ha fatto naufragare il tentativo.Dal caso del sergente Nachson Wachsman, catturato da Hamas il 4 ottobre 1994, Gilad Shalit è il primo soldato israeliano caduto nelle mani dei palestinesi. Shalit è stato rapito all’alba del 25 giugno 2006 da un commando di guerriglieri palestinesi, penetrato in territorio israeliano attraversato un tunnel scavato tra i sobborghi di Rafah e la zona di Kerem Shalom, kibbutz a poche centinaia di metri dall’omonimo valico di passaggio che collega la Striscia di Gaza, Israele e l’Egitto. Come ritorsione all’attacco (nel quale persero la vita due soldati israeliani ed altri quattro rimasero feriti) e allo scopo di rintracciare e liberare il prigioniero, il 28 giugno 2006 Gerusalemme diede il via all’Operazione Piogge Estive, un’azione militare che nell’arco di cinque mesi causerò la morte di 402 palestinesi, 117 dei quali civili, e circa mille feriti.Hamas ha poi diffuso notizie su Shalit durante la breve guerra civile del 2007 con Fatah e nel 2008, quando ha chiesto di riaprire le trattative ponendo come condizione per il rilascio del soldato israeliano il pagamento di un riscatto miliardario o il rilascio di 250 prigionieri. Allora fu lo Stato ebraico a tentennare e questo creò la forte reazioni della famiglia del soldato e di una buona parte della stampa israeliana. Il 2 ottobre 2009 i palestinesi hanno diffuso un video nel quale Gilad Shalit è riapparso dopo 1195 giorni di prigionia in buone condizioni e con in mano un giornale datato 14 settembre 2009; il 25 aprile 2010 Hamas ha avvertito con una videocassetta shock che il caporale israeliano non tornerà libero fin quando non verranno accettate le condizioni palestinesi.In Israele l’opinione pubblica spinge per la liberazione di Shalit, ma Netanyahu non ha mai nascosto le sue preoccupazioni per la liberazione di personaggi di rilievo della resistenza isalmica, attivisti che potrebbero andare ad incrementare le fila dei gruppi più violenti. All’interno dell’esecutivo c’è poi chi si oppone a qualsiasi trattativa e questo mette in seria difficoltà un governo nel quale la presenza dei partiti sionisti radicali è decisiva.Rispondendo alla linea emersa dal meeting di Ankara, nel quale Russia e Turchia hanno convenuto che il movimento di resistenza islamico non può essere escluso dal processo di pace mediorientale, il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha dichiarato che l’azione portata avanti da Hamas è equiparabile a quella del terrorismo ceceno e che il suo leader, Khaled Meshal, è paragonabile a Shamil Basayev: “I Paesi sviluppati non possono separare il terrorismo buono da quello cattivo sulla base della sua collocazione geografica”.E per confermare la sua posizione, Lieberman ha ricordato che nella sua storia il gruppo integralista ha ucciso migliaia di innocenti, molti dei quali ebrei provenienti dai Paesi dall’ex Unione Sovietica: “Lo Stato ebraico supporta incondizionatamente la Russia nella lotta contro il terrorismo ceceno e per questo ci aspettiamo che Mosca faccia lo stesso con Israele nella lotta contro Hamas”.16 Maggio 2010, http://www.altrenotizie.org/



Giaffa primi anni '20

Abu Mazen ha incontrato l'inviato Usa George Mitchell

Colloqui sull'assetto del futuro Stato palestinese
19 mag. (Apcom) - Il presidente palestinese Abu Mazen ha incontrato oggi a Ramallah, in Cisgiordania, l'inviato Usa in Medio Oriente George Mitchell. Secondo quanto ha detto il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, i due hanno discusso in particolare dell'assetto del futuro Stato palestinese. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz. "Ci stiamo concentrando sulle questioni relative allo status finale come i confini e la sicurezza", ha detto Erekat ai giornalisti, al termine dell'incontro. "Speriamo che nei prossimi quattro mesi (di colloqui indiretti) possiamo giungere alla soluzione dei due stati (israeliano e palestinese) sui confini del 1967", ha aggiunto, ribadendo che l'Autorità Palestinese richiede il ritiro israeliano dai territori conquistati nella guerra dei Sei giorni del '67. Israeliani e palestinesi hanno iniziato i colloqui di pace indiretti, sotto la mediazione dell'inviato Usa Mitchell. Israele è d'accordo a discutere le questioni chiave (Gerusalemme, confini, rifugiati palestinesi) nel corso di questi colloqui di "prossimità", che dureranno quattro mesi, ma vuole che le decisioni finali siano prese nel corso di una sessione successiva di colloqui diretti.


ANCORA UN DRONE DA ISRAELE

Roma, 20 maggio (Fuoritutto) Uno degli specialisti più avanzati nel settore degli aeromobili senza equipaggio è la Malat, divisione delle Israel Aerospace Industries. Ad essa si deve una famiglia di teleguidati dal costo contenuto, chiamati “I-View”, ai quali si è aggiunto recentemente l'”I-View” Mk.50.Si tratta di un drone tattico, idoneo a missioni di sorveglianza, acquisizione dei bersagli e direzione del tiro dell'artiglieria, capace di decollare automaticamente mediante catapulta e di essere recuperato, sempre in modo autonomo, tramite paracadute. Con un'apertura alare di 4 metri ed un peso al decollo di 65 kg (dei quali 10 costituiscono il carico di missione), è il più piccolo tra i droni di questa famiglia ed è destinato ad operazioni a livello di brigata o di squadre di “special forces”.Come standard il Malat ”I-View” Mk.50 è offerto con un doppio sensore optronico/infrarosso “MiniPOP” ma può essere adattato facilmente anche a dotazioni specifiche sottoposte dall'acquirente. L'intero sistema prevede una stazione di guida (per un operatore più il responsabile della missione) e due aeromobili, il tutto può essere caricato su un veicolo tattico classe “Hummer”, a sua volta trasportabile in volo mediante un aereo come il C-27 J o il C-130. Il drone ha un raggio d'azione di 50 km, può raggiungere 4.575 m di quota e ha un'autonomia di sei ore.(Pac)



Acco


Israele - Palestina, verrà rilasciato esponente di Hamas arrestato dopo il sequesto di Shalit

Mahmoud Abu Tir, militante di Hamas, arrestato dalle forze di sicurezza israeliane poco tempo dopo il sequestro del caporale israeliano Gilad Shalit, avvenuto nel 2006, verrà scarcerato domenica prossima. La notizia è stata diffusa da Ynet, il sito del quotidiano "Yedioth Ahronoth".Abu Tir era stato arrestato quattro anni fa dopo un raid delle forze israeliane e finì in manette insieme ad altri 60 esponenti di Hamas, movimento che controlla la Striscia di Gaza. Negli ultimi 30 giorni Israele ha rilasciato nove funzionari di Hamas. 20 maggio, http://notizie.virgilio.it/


fiume Giordano

A Roma seminario su "Economia in Israele e nei Territori"

Economisti a confronto domani al Cnel
Si svolgerà domani a Roma, presso la Sala Biblioteca del Cnel, un seminario internazionale su "Economia in Israele e nei Territori dell'Anp", a cui parteciperanno economisti israeliani, palestinesi, statunitensi e intaliani. Il seminario, che inizierà alle 14.30, è promosso dall'associazione Appuntamento a Gerusalemme e dall'Istituto Bruno Leoni, con il patrocinio del Cnel e il sostegno della Fondazione Euromid. Lo riporta un comunicato diffuso dai promotori. "Se il processo di pace tra israeliani e palestinesi sembra arenato - afferma il comunicato -, se lo scenario diplomatico e negoziale sembra scontrarsi con ostacoli che oggi appaiono di difficile superamento, è possibile ricercare una strada diversa per la pace? E' realistico ipotizzare che la costruzione dal basso di una società civile e di un'economia fiorente nei territori palestinesi, si dimostri un fattore più potente delle difficoltà politiche, spianando la strada a una collaborazione di fatto fra i due popoli? E che ruolo può avere l'Europa in questa prospettiva? Ecco alcuni degli interrogativi su cui si confronteranno i partecipanti al seminario: studiosi e protagonisti dell'economia nazionale e internazionale, provenienti da Israele, Cisgiordania, Usa, Gran Bretagna e Italia". Tra i partecipanti ci sono Bruna Ingrao, economista all'Università "La Sapienza" di Roma; George Gilder, autore di un recente saggio di successo "The Israel Test" , in cui esamina il ruolo della libera impresa per la sicurezza e la prosperità di Israele, Saad Khatib, attuale Consigliere del Ministero dell'Economia Palestinese; Jonathan Medved, imprenditore; Amos Ron, consulente di progetti innovativi; Matthew Sinclair economista inglese, fa parte del think tank britannico TaxPayers' Alliance. Il seminario verrà concluso da una tavola rotonda fra gli italiani Marco De Benedetti top manager nel settore delle Tlc, Mario Carlo Ferrario avvocato e investment banker in campo internazionale, Giampaolo Galli, Docente di Economia e Finanza delle Assicurazioni presso l'Università Luiss-Guido Carli di Roma e Direttore Generale di Confindustria. 20 maggio, http://notizie.virgilio.it/

giovedì 20 maggio 2010


Dal 18 al 20 maggio è Shavuot!

Shavuot

Shavuot, la festa delle Settimane, è una delle ricorrenze che, come Pesach e Sukkot, prevedevano un pellegrinaggio, poiché nei tempi antichi, durante queste festività gli Ebrei erano soliti recarsi al Tempio di Gerusalemme offrendo doni sacrificali quali frutti della terra e animali. Shavuot cade al termine del conteggio dell'Omer, un periodo di sette settimane, attualmente 50 giorni, contati partendo dal primo giorno di Pesach. All'inizio di questo periodo al Sacro Tempio veniva offerto un "omer", un'unità di misura biblica, del primo raccolto di orzo, e al termine, sette settimane dopo, un omer del primo raccolto di frumento: da queste "settimane" la festa ha assunto il nome. Festività principalmente agricola, Shavuot viene anche chiamata la Festa della Mietitura e delle Primizie (Bikkurin), per celebrare la consuetudine di offrire al Tempio i primi frutti della stagione e i primi animali nati nelle greggi. Questo aspetto tipicamente agricolo della festività venne conservato anche dopo la distruzione del Tempio attraverso i simboli che la rappresentano, i sette frutti considerati la benedizione di Israele: grano, orzo, uva, fichi, melograno, olive e datteri.A Shavuot si celebra anche la festa del Dono della Torah poiché, secondo la tradizione, in questo giorno, sul Monte Sinai, Dio diede in dono la Torah al popolo di Israele. Nel periodo in cui la maggior parte degli Ebrei viveva in Diaspora, senza avere la possibilità di celebrare il rituale agricolo di Shavuot, le tradizioni religiose presero il sopravvento fino al ritorno delle colonie ebraiche in Terra di Israele, quando i nuovi agricoltori, abitanti di kibbutz e moshav, restituirono l'aspetto agricolo della festività come predominante, sviluppando una ricca tradizione di cerimonie commemorative per la Festa delle Primizie.Shavuot si lega anche al Libro biblico di Ruth, la storia di Ruth la Moabita, che scelse di sua volontà di divenire parte del Popolo Ebraico, e che fu antenata del Re Davide. La storia di Ruth è correlata a Shavuot poiché si svolge nel periodo della mietitura, mentre il legame con la dinastia reale di Davide è dovuto anche alla tradizione secondo la quale il grande sovrano di Israele sarebbe nato e morto nel giorno di Shavuot. La storia di Ruth, in particolare, evidenzia come ognuno, anche quando provenga da una nazione diversa e nemica, abbia la possibilità di divenire parte del Popolo Ebraico e di accogliere il dono della Torah.
Consuetudini
Preghiera notturna di Shavuot – Poiché la tradizione vuole che la Torah sia stata donata agli Ebrei nel giorno di Shavuot, è consuetudine trascorrere la notte in Sinagoga a studiarne i contenuti, come una sposa si prepara a ricevere il proprio compagno. I testi presi in esame differiscono nelle varie comunità, ma generalmente includono brani della Torah, del Mishna e dello Zohar.La lettura del libro di Ruth – Il giorno di Shavuot la lettura del libro di Ruth, in Sinagoga, viene accompagnata da canti liturgici correlati ai precetti della Torah.Mangiare prodotti caseari – E’ una tradizione relativamente recente dalle origini indefinite: molti israeliani, non specificamente religiosi, hanno adottato la consuetudine di preparare pietanze speciali utilizzando i moltissimi prodotti caseari disponibili in Israele.http://www.goisrael.com/


Medvedev in Medioriente per questioni economiche e politiche

La scorsa settimana ha avuto luogo l’importante visita del presidente russo Dmitri Medvedev in Siria ed in Turchia. Il suo viaggio è stato motivato innanzitutto dall’obiettivo di rafforzare i rapporti economici con questi due paesi, ma anche dalla volontà russa di assumere alcune posizioni politiche di rilievo in merito alle principali questioni regionali.Al di là del carattere di alto profilo della visita – in occasione della quale il presidente russo ha fra l’ altro voluto rivolgersi direttamente alla popolazione siriana ed a quella turca, dalle pagine di due importanti giornali locali – a fare maggiormente notizia è stato l’ incontro fra Medvedev ed il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, a Damasco.In occasione di quest’incontro, che ha attirato le dure critiche di Israele, il presiddente russo ha affermato che Hamas non dovrebbe essere escluso dal processo di pace mediorientale. Tale concetto, espresso a pochi giorni dall’avvio dei cosiddetti “colloqui di prossimità” fra il governo israeliano e l’Autorità Palestinese del presidente Mahmoud Abbas, è stato ribadito in maniera congiunta da Medvedev e dal presidente turco Abdullah Gul pochi giorni dopo, ad Ankara..................mag 19, 2010, http://www.direttanews.it/



Inter, da Israele arriva Maor Buzaglo

Si chiama Maor Buzaglo, ha solo 22 anni ed è uno dei giocatori più talentuosi di Israele. Due anni fa venne acquistato, dal Maccabi Tel-Aviv, per la cifra record di due milioni di euro dal Maccabi Haifa. Guadagna circa 500.000 euro a stagione e ha un contratto che scadrà solo nel 2013. L'estate scorsa l'Aston Villa offrì 2,5 milioni per lui, ma il Maccabi ne chiese 4 e nulla si fece. Quest'anno, però, il ragazzo lascerà Israele e pare che l'Inter sia vicina all'acquisto. Il giocatore è da tempo sul taccuino degli scout dell'Inter e, come appreso da calciomercato.com, ci sono già dei negoziati tra l'agente del giocatore, Oved Kraus, e alcuni emissari dell'Inter.In base ad un accordo tra il Maccabi e il ragazzo, Buzaglo può lasciare Israele per cinque milioni di euro. Ha giocato sinora 50 gare per il Maccabi segnando 13 reti.


Musica: Costello annulla tour Israele

Ampia eco su media e polemiche politiche per boicottaggio
(ANSA) - TEL AVIV, 18 MAG - Salta il doppio concerto di Elvis Costello in Israele, in programma per il 30/6 e l'1/7 prossimi.Lo annuncia lo stesso musicista.Costello spiega l'annullamento come una forma di protesta politica contro quelle che definisce 'l'umiliazione e le intimidazioni' riservate dallo Stato ebraico ai palestinesi. La notizia trova ampia eco sui media online.Polemico con Costello il ministro della Cultura Livnat, secondo la quale chi 'boicotta' i suoi ammiratori non e' degno di esibirsi qui'.


fiume Giordano

Chomsky attacca Israele ma fa l’amico dei dittatori

Ok, sia che l’ordine provenisse dall’alto o che si sia dato troppo da fare uno di quei giovanotti che al confine di Israele stanno sempre spasmodicamente attenti a chi entra (magari questo era uno studente che aveva letto i libri del professore), sarebbe stato meglio che il professore del Mit (Minnesota State University) Noam Chomsky fosse andato a tenere la sua conferenza a Bir Zeit, Ramallah. Chi lo avesse ascoltato lo avrebbe pleonasticamente applaudito con frenesia quando avesse detto che Israele è uno stato di apartheid, una colonia americana, sostanzialmente nazista, e avrebbe battuto le mani ancora più forte quando avesse sostenuto che Hamas è un’organizzazione non solo legittima ma anche indispensabile per la pace in Medio Oriente. Chomsky lo dice, lo scrive, lo ripete senza sosta, e quindi impedirgli, domenica, di avviarsi attraverso Israele sulla strada per Ramallah (Netanyahu nega, per la cronaca, di averlo mai ordinato) gli ha solo consentito di ripetere al mondo che Israele è un Paese totalitario e razzista - anzi, stalinista - e di avere una grande eco in tutto il mondo. Non a caso si riporta purtroppo, che Chomsky è «uno degli autori viventi più citati», che rimbalza di sito estremista in sito estremista, che se lo bevono i professorini di sinistrissima e gli islamisti in galabya. Stavolta lo ha difeso tutta l’opinione pubblica mondiale. Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie. Ma se per un attimo valesse un principio di verità, allora diremmo che quelle di Chomsky non sono mai state semplicemente opinioni, ma feroci, infiammatori proclami politici tesi a spingere gli animi alla violenza innanzitutto verso il suo proprio Paese, gli Stati Uniti, e in secondo luogo verso il suo popolo di origine, quello ebraico. Se ne guardate la foto di colto ottantenne, così magro, ispirato, elegantemente casual anche quando abbraccia (il 26 agosto del 2009) Hugo Chavez che cita dottamente il suo libro di odio antiamericano «Hegemony or servival» dopo, per capire chi è il professore, dovete ascoltare le sue parole: «È facile scrivere... Ma è difficile creare un mondo migliore, ed è così eccitante visitare il Venezuela e poter testimoniare che un mondo migliore è stato creato». Per lui il Venezuela è migliore perché si contrappone oggi in prima fila all’odiato, feroce imperialismo americano (Chomsky ce l’ha anche con Obama); ma è solo una delle sue ultime passioni, insieme all’Iran e a Hamas: prima ha tenuto per tutti quelli che l’America ha combattuto, per ogni totalitarismo e terrorista sul campo. Il regime comunista sovietico, la Cina di Mao, il regime Cubano, i vietcong, i terroristi islamici... Naturalmente oggi è un fan della corsa al nucleare dell’Iran, che ritiene legittima e doverosa («L’Iran è percepito come una minaccia perché non ha ubbidito agli ordini degli Usa... Militarmente la sua minaccia è irrilevante»). Gli piacciono molto anche tutti quelli che ce l’hanno con gli ebrei. No, non ha dimenticato il padre William Chomsky, studioso di Torah che gli impediva di parlare l’yiddish, la lingua degli ebrei della diaspora, e gli impose l’ebraico, suo primo expertise nel campo della linguistica. Tutto quanto il suo cuore e le sue argomentazioni sono dalla parte dei palestinesi («...quelli che si denominano sostenitori di Israele sono di fatto sostenitori della sua degenerazione morale e quindi, alla fine, della sua prossima distruzione»), non ha dubbio che Israele sia uno stato illegittimo e di apartheid, e che non sia altro che la longa manus in Medio Oriente del male assoluto, gli Usa. Più di tutto resta stupefacente tuttavia la sua reazione, pur dopo decenni di battaglie antiamericane, all’attentato delle Twin Towers: purtroppo ebbe immensa diffusione la sua teoria che l’America se l’era voluta, che qualsiasi cosa Bin Laden avesse fatto, era una risposta alla ben peggiore criminalità americana. Sì, è uno scandalo che Chomsky non sia andato a ripeter tutte le sue teorie a Bir Zeit (cui però ha parlato in collegamento). Ma più ancora che si scambi la diffusione delle sue idee per libertà di opinione. 19 maggio 2010, http://www.ilgiornale.it/


Gerusalemme la pace dello shabbath

Yeshiva student murdered in Ukraine

Uno studente dello Chabad di 25 anni, Aryeh Leib Misinzov è stato rapito a Kiev nel giorno del compleanno di Hitler; il suo corpo fatto a pezzi è stato ritrovato dopo alcuni giorni,. Il capo di una banda neo-nazista è sotto interrogatorio.
JPOST.COM STAFF 09/05/2010 09:18
Body reportedly found in 10 pieces; police suspect anti-Semitism.Talkbacks (15)
A Chabad student was murdered two weeks ago in the Ukraine and his body was cut up into ten pieces, according to reports released to the media on Saturday night. Police were reportedly investigating whether the murder was an act of anti-Semitism.Haredi news sources reported that the victim, Aryeh Leib Misinzov, was a 25-year-old student at the Lubavitcher Yeshiva in Kiev. Police found pieces of Misinzov's body in a suburb of the Ukrainian capital, sources said, adding that he was kidnapped and murdered by a gang member on Hitler's birthday. The gang leader was reportedly undergoing questioning by Kiev police. On Sunday, haredi news sources reported that Misinzov himself was involved in organized crime.According to Chabad sources, the Ukrainian chief rabbi, Rabbi Moshe Reuvein Asman, was in Israel at the time of the murder, and cut his trip short in order to arrange for the body's release and burial.


Le Scintille di Gad Lerner

Molteplici sono i filoni lungo i quali può essere letto l'ultimo libro di Gad Lerner, Scintille. Questa l'opinione del teologo cattolico di orientamento progressista Vito Mancuso, amico e consueto conversatore di Lerner, che indica le principali chiavi di lettura al pubblico del Salone del libro. “Prepotente – secondo il teologo – si afferma l'aspetto psicanalitico della narrazione, quello che scava nel profondo le dinamiche psichiche del rapporto col padre e con l'ebraismo. In questo momento della narrazione Lerner mette a nudo le sue paure e le sue vergogne”, vergognosamente legate all'essere ebreo: “esiste una sgradevolezza ebraica?, si chiede Lerener”. È una domanda che non tutti hanno il coraggio di confessare, è l'ostensione pubblica del complesso dello straniero. “Solo grazie alla fortuna sfacciata che ho avuto nella vita familiare e professionale – ammette Lerner – ho avuto la possibilità di fare certe confessioni, la disponibilità a mettersi in cattiva luce”, a esporre vicende tanto intime.“Il secondo filone – continua Mancuso – è quello storico-geopolitico, di straordinario interesse”. “Ripercorre le vicende del Libano, il tema dell'infelicità araba, rievoca momenti drammatici come la strage di Sabra e Shatila, arriva fino a descrivere la presa del potere degli Hezbollah”. Ma, grazie ad artifici quasi sensisti da scrittore consumato, “Lerner ci fa assaporare anche la sensualità delle donne libanesi”, gli intensi profumi della terra dei cedri.“Un altro punto di interesse del testo di Gad – nota Vito Mancuso – sono i richiami letterari, su tutti quello a Bruno Schultz, e poi Primo Levi”, che l'autore, in gioventù, ebbe modo di intervistare, “e David Grossman”. Ma il tema che più interessa, che più attiene alle competenza di Vito Mancuso è quello teologico-filosofico. “C'è una concezione filosofica dell'uomo e della sua anima in questo libro – spiega l'autore de L'anima e il suo destino – in molti tratti della quale mi ritrovo perfettamente”. La spiegazione di Mancuso trova il suo perno nel concetto di Gilgul, vagabondaggio delle anime, “che originariamente doveva essere il titolo del libro”, racconta Lerner.“L'anima è la vita, considerata in tutte la sue manifestazioni – argomenta il teologo. Da Scintille esce chiaramente l'immagine di un'anima a strati, determinata dalla molteplicità di tradizioni e relazioni che costituiscono il nostro universo mentale”. Lerner conferma: “sono da sempre legato all'idea di un'identità dinamica, non un'essenza statica e immutabile, piuttosto un edificio in continua costruzione”, costruzione i cui mattoni sono essenzialmente le relazioni umane. “Ecco perché il gilgul, il vagabondaggio, è così centrale – è la spiegazione teologica del professore. Si tratta di un precetto che troviamo nel testo bilbico”, l'indicazione esistenziale che Dio rivolge ad Abramo: “Lekh lekhà, vattene via, vai verso te stesso”. È la condizione vagabonda, l'instabilità , la relazione anche conflittuale con l'altro – questo il punto che mette d'accordo il teologo cattolico e il giornalista ebreo - “il luogo in cui realizzare se stessi, dare identità e scopo alla propria anima”. Preso dall'entusiasmo, Mancuso chiama in causa addirittura Hegel, definendo il libro di Lerner “una fenomenologia dello spirito del nostro tempo”: la sua vicenda particolare, esaminata, lungo i diversi filoni illustrati, con tale profondità e sincerità, “intercetta le determinazioni di quella comune a tutti, ovvero il viaggio che l'anima deve compiere nel mondo”.Manuel Disegni, Rossella Tercatin,http://www.moked.it/




Ehud Olmert ha chiesto, invano, a Mahmoud Abbas di riconoscere Israele come Stato ebraico

Accettare Israele come Stato ebraico

Per molto tempo si è pensato che la firma di un trattato di pace tra un Paese arabo di spicco e Israele avrebbe posto fine al conflitto arabo-israeliano. Ma il trattato di pace del 1979 tra Egitto e Israele ha cancellato quell'aspettativa; esso ha sortito l'effetto opposto di rendere altri Paesi e la stessa popolazione egiziana ancor più anti-sionisti.Gli anni Ottanta hanno fatto nascere la speranza che il conflitto sarebbe terminato con il riconoscimento di Israele da parte dei palestinesi. Il totale fallimento della Dichiarazione di Principi del 1993 (conosciuta altresì come Accordi di Oslo) ha in seguito sotterrato quell'aspettativa. E poi? A partire dal 2007, è emerso un nuovo interesse: far sì che i palestinesi accettino Israele come Stato ebraico sovrano. L'ex-premier israeliano Ehud Olmert ha posto i termini della questione: "Non intendo in alcun modo trovare un compromesso sulla questione dello Stato ebraico. Ciò costituirà una condizione per il nostro riconoscimento di uno stato palestinese". Olmert è stato il peggior primo ministro israeliano, ma aveva ragione a questo proposito. La diplomazia arabo-israeliana si è occupata di una miriade di questioni secondarie, senza affrontare il nodo nevralgico del conflitto: "Dovrebbe esistere uno Stato ebraico?" E la questione chiave è il disaccordo su questa risposta, e non i confini di Israele, il diritto di quest'ultimo all'autodifesa, il controllo del Monte del Tempio, il consumo delle risorse idriche, la costruzione di abitazioni nelle città cisgiordane, i rapporti diplomatici con l'Egitto o l'esistenza di uno stato palestinese.I leader palestinesi hanno reagito protestando con veemenza ed esprimendo il loro "categorico rifiuto" di accettare Israele come Stato ebraico. Hanno perfino simulato di essere sconvolti all'idea di uno Stato definito dalla religione, malgrado la loro stessa "Carta costituzionale dello Stato di Palestina", nella sua terza bozza, stabilisca che "l'arabo e l'Islam sono [rispettivamente] la lingua e la religione ufficiale palestinese". E così i tentativi di Olmert sono stati vani.Nel 2009, alla guida di Israele in veste di premier, Binyamin Netanyahu ha reiterato la posizione di Olmert nella sua linea diplomatica. Purtroppo l'amministrazione Obama ha approvato la posizione palestinese tornando ad affossare le richieste israeliane (Piuttosto, essa si focalizza sulla questione di edificare nuove unità abitative a Gerusalemme. Si è ben lontani dal cuore del problema.)Se i politici palestinesi non accettano la natura ebraica di Israele, che ne pensano i palestinesi ma anche più in generale il mondo arabo e musulmano? Sondaggi e altri riscontri evidenziano una media a lungo termine del 20 per cento di coloro che riconoscono l'esistenza di Israele sia nel periodo mandatario che adesso, sia che si tratti di musulmani residenti in Canada o di palestinesi che risiedono in Libano.Per saperne di più sulla corrente opinione araba, il Middle East Forum ha incaricato la Petcher Middle East Polls di porre una semplice domanda a un migliaio di adulti in quattro paesi differenti: "L'Islam definisce [il vostro Stato]; qualora ne ricorrano le condizioni, accetteresti uno Stato ebraico d'Israele?" (In Libano la domanda è stata posta in modo leggermente diverso: "L'Islam definisce la maggior parte degli Stati in Medio Oriente; qualora ne ricorrano le condizioni, accetteresti uno Stato ebraico d'Israele?")Questi i risultati: il 26 per cento degli egiziani e il 9 per cento dei sauditi residenti nelle aree urbane hanno risposto (nel novembre 2009) affermativamente, e così ha fatto il 9 per cento dei giordani e il 5 per cento dei libanesi (intervistati nell'aprile 2010).I sondaggi rivelano un ampio consenso della popolazione a prescindere dal'attività lavorativa, dalla posizione socio-economica e dall'età degli intervistati. Per nessuna ragione spiegabile le donne egiziane, più degli uomini, e gli uomini sauditi e giordani, più delle donne, accetterebbero un Israele inteso come Stato ebraico, mentre rispondono affermativamente i libanesi di entrambi i sessi. Esistono però in Libano alcune variazioni significative, come del resto ci si potrebbe aspettare. In questo Paese, il 16 per cento degli intervistati residenti nella parte settentrionale (largamente cristiana) accetterebbe un Israele ebraico di contro all'1 per cento appena di consensi espressi nella Bekaa Valley (a prevalenza sciita).Ancor più significativo il fatto che ponderare queste risposte a seconda della dimensione delle popolazioni intervistate (rispettivamente 79, 29, 6 e 4 milioni) si traduce in una media complessiva del 20 per cento di coloro che accettano l'ebraicità di Israele, a chiara conferma della percentuale esistente.Anche se il 20 per cento costituisce una piccola minoranza, il fatto che essa perduri nel tempo e nelle aree geografiche è incoraggiante. Che un quinto di musulmani, di arabi e perfino di palestinesi accetti Israele come Stato ebraico denota l'esistenza di una base per risolvere il conflitto arabo-israeliano, malgrado quasi un secolo di indottrinamento e intimidazioni.I sedicenti mediatori di pace devono dirigere la propria attenzione sull'obiettivo di accrescere la dimensione di questa coorte di moderati. Passare dal 20 al 60 per cento muterebbe sostanzialmente la politica del Medio Oriente, ridimensionando il ruolo di Israele e consentendo alle popolazioni di questa regione danneggiata di occuparsi dei loro problemi reali. Non del sionismo, oh no, ma di problemi minori come l'autocrazia, la brutalità, la crudeltà, il complottismo, l'intolleranza religiosa, l'apocalitticismo, l'estremismo politico, la misoginia, la schiavitù, l'arretratezza economica, la fuga di cervelli e di capitali, la corruzione e la siccità.di Daniel Pipes,20 May 2010 http://www.icn-news.com/


INSALATA MAROCCHINA

INGREDIENTI: 4 arance, 4 cucchiai di succo d'arancia, 3 cipolloti, un mazzetto di ravanelli, un cuoe di lattuga, 50g di olive nere, 10 gherigli di noce, acqua di fiori di arancio, un limone, cannella, sale, pepe PREPARAZIONE: Lavate e sgrondate la lattuga, tagliatela a listarelle e mettetela in una terrina.Aggiungete i ravanelli lavati e affettati, le arance pelate al vivo e tagliate a fettine, le olive snocciolate e le noci tritate grossolanamente. Private i cipolloti della parte verde, lavateli, asciugateli, tagliateli ad anelli e metteteli in una ciotola contenente acqua ghiacciata; lasciateveli per 10 minute in modo che perdono parte del loro sapore acre. Emulsionate il succo di arancia con una presa di sale e una macinata di pepe. Aggiungete il succo del limone, filtrato e un cucchiaio di acqua di fiori di arancio.Aggiungete all'insalata i cipollotti sgocciolati, versatevi il condimento profumate con un pizzico di cannella in polvere e servite. Sullam n. 52



SFORMATO DI POLENTA CON VERDURE SALTATE

INGREDIENTI: per 4 persone, 1 lt. di brodo vegetale, 220 gr. di farina per polenta, burro per il piatto e le formine (o una teglia da forno), 1 spicchio d'aglio, gr. 60 di cipolla, gr. 350 di pomodori, 1 rametto dirosmarino, gr. 400 di funghi champignon, gr. 300 di zucchine, vino bianco , gr. 200 di mozzarella, olio, sale e pepePREPARAZIONE: Preparare la polenta e una volta cotta versarla su un piatto unto di burro , dello spessore di almeno 1 cm. Sbucciare aglio e cipolla, tritarli. Lavare i pomodori e tagliarli a dadini; lavare il rosmarino, i funghi e le zucchine e tagliarli a pezzetti. Scaldare l'olio e rosolare la cipolla e l'aglio.Aggiungere i funghi, le verdure e il rosmarino poi versare il vino. Sale e pepe e cuocere 15 minuti. Tagliare la mozzarella a dadini. Ungere gli stampini (o la teglia).Tagliare la polenta a strisce. Mischiare la mozzarella con le verdure. Negli stampini (o nella teglia) disporre la polenta a strati e adagiarvi le verdure con la mozzarella. Cuocere in forno caldo a 180° per circa 30 minuti. Sullam n.52


Scene dalla vita di un villaggio di Amos Oz

Traduzione di Elena Loewenthal Feltrinelli Euro 16
“Ho scritto perché ho dovuto, ho scritto fin da quando ero un bambino piccolo. All’inizio ho scritto con tanto entusiasmo delle poesie patriottiche, più tardi ho cominciato a scrivere racconti. Il mio libro più recente, “Scene dalla vita di un villaggio”, completa il cerchio, perché ho restituito forma alla parola dopo una pausa durata molti, troppi anni”A due anni dal romanzo “La vita fa rima con la morte”, l’ultima opera di Amos Oz nelle librerie in questi giorni, magistralmente tradotta da Elena Loewenthal, è un nuovo emozionante regalo per i lettori italiani che da anni apprezzano i romanzi dello scrittore e saggista israeliano, una delle voci più alte della narrativa d’Israele.Considerato parte della triade dei “tenori” (insieme a David Grossman e A.B. Yehoshua), Amos Oz diventa celebre nel 1968, allorché dà alle stampe Michael mio, romanzo che ha per protagonista una donna alla ricerca di qualcosa che non sa definire. Da allora lo scrittore israeliano, attivista del movimento per la pace, ha scritto numerosi racconti e saggi ricevendo nel 2005 il Premio Goethe, assegnato in passato a Thomas Mann e nel 2007 il Premio Principe delle Asturie. Fra i suoi ultimi lavori spicca il romanzo Non dire notte e la straordinaria e spietata autobiografia Una storia di amore e di tenebre.Le luci e i colori del paesaggio israeliano ma anche le inquietudini dei personaggi che declinavano le pagine di romanzi come Non dire notte o La vita fa rima con la morte tornano in questa sua ultima fatica, una raccolta di otto racconti ambientati in un villaggio immaginario, Tal Ilan, abbandonato alla solitudine e abitato da uomini e donne che nascondono segreti e misteri.L’autore con grande capacità narrativa e avvalendosi del pennello più che della penna ritrae personaggi originali e quasi surreali nei momenti della loro vita quotidiana dove tutto sembra scorrere in una quiete che confina con la noia. Perché Tel Ilan è un villaggio pacifico e tranquillo che ricorda le atmosfere marqueziane dove la vita segue un percorso solo in apparenza armonico: il senso di mistero, di “non detto”, di inquietudine, di vergogna è il filo conduttore dei racconti che traspare in ogni pagina.
Tel Ilan è uno dei primi insediamenti israeliani costruito all’inizio del XX secolo e situato fra le alture della regione di Manasse: “…circondato di piantagioni e frutteti mentre i declivi delle colline a oriente erano coperti da vigneti. Oltre la strada d’accesso in paese, c’erano filari e filari di mandorli”. Un luogo magnifico che uno dei personaggi, l’avvocato Maftzir, definisce “la Provenza d’Israele” ma anche approdo privilegiato per i visitatori che dalla città arrivano ogni sabato per fare acquisti di formaggi artigianali, olive e spezie vivacizzando l’atmosfera quieta e monotona del villaggio che durante la settimana “pareva deserto perché la gente si chiudeva in casa a riposare, con le persiane chiuse”.In questo luogo incantevole dove emerge in maniera inequivocabile il senso dell’abbandono, gli abitanti nascondono segreti e storie incredibili in un presente privo di qualità che si scoglie in un futuro senza prospettive.L’ingenuità di Kobi Ezra il giovane di diciassette anni, “esile con due gambe a stecchino,la carnagione scura e sul viso quasi sempre spalmata un’espressione di mesto stupore, innamorato senza speranza di Ada Devash un’impiegata trentenne delle poste, simpatica e cordiale, che coglie perfettamente i turbamenti del giovane Ezra, si scontra con la disillusione e l’amarezza del vecchio deputato laburista Pesach Kedem che vive con la figlia Rachel, una vedova che insegna alla scuola di Tel Ilan, in una delle ultime case in fondo al villaggio. L’anziano Pesach è uno dei personaggi più originali del libro: “…ossuto, nodoso e scabro con una pelle che pare corteccia d’ulivo” alla veneranda età di 86 anni è ancora lucido e non nasconde la diffidenza nei confronti del ragazzo arabo che vive in una piccola costruzione a fianco della loro abitazione ma anche la rabbia per l’operato di alcuni compagni di partito. E’ una figura indimenticabile quella di Pesach Kedem nei cui confronti la figlia Rachel riversa in egual misura insofferenza, comprensione e affetto.Altri personaggi catturano per il senso di mistero che li pervade l’attenzione del lettore: Arieh Zelnik abbandonato dalla moglie Naama attende che la madre novantenne muoia; Yardena la figlia di Eldar Rubin, un famoso scrittore di libri sulla Shoah morto da alcuni anni suscita desiderio e tenerezza nell’immobiliarista Yossi Sasson che vorrebbe acquistare “Il Rudere”, la casa dove sono rimaste a vivere la nonna e la madre di Yardena (“Il Rudere è un vecchio edificio costruito dai fondatori più di cent’anni fa in via Tapat, si trova in una posizione appartata con il retro rivolto verso l’esterno e intorno un giardino abbandonato all’incuria…”); Benni Avni il sindaco di Tel Ilan un uomo allampanato con le spalle curve, un poco trasandato nel vestire, benvoluto dai suoi cittadini che, inspiegabilmente, viene abbandonato dalla moglie la quale gli fa recapitare dal giovane arabo Adel nel suo ufficio in Comune un messaggio inquietante “Non preoccuparti per me”; Ghili Steiner è il medico condotto del villaggio, una dottoressa competente anche se burbera nei modi, attende invano alla fermata dell’autobus il nipote Gideon Ghet, militare di leva, che doveva arrivare da Tel Aviv per trascorrere con lei un periodo di convalescenza dopo un ricovero ospedaliero. Questa galleria di personaggi che vive a volte in una dimensione parallela quasi onirica si ritrova al termine del libro nella casa di Abraham e Dalia Levin per trascorrere una serata “…in una notte tempestosa di pioggia, ripescando vecchie canzoni di un tempo in cui tutto era chiaro a tutti” dove i canti ebraici e le canzoni russe si mescolano agli inni patriottici in un clima di nostalgica armonia.
E’ un libro profondo e maturo l’ultima opera di Amos Oz: un’analisi sulla dolorosa condizione degli esseri umani quando si avvicinano al crepuscolo della vita o quando il fallimento esistenziale frantuma gli equilibri dell’anima. Con una cifra linguistica che si declina in frasi semplici e trasparenti Oz, impareggiabile architetto di luoghi e sentimenti, ci narra della fragilità degli uomini che si confrontano con il senso di vergogna e smarrimento, di inquietudine e rimorso.
Su tutto emerge, in un tripudio di colori stupefacenti, la bellezza e l’intensità del paesaggio d’Israele. Giorgia Greco





La mia storia la tua storia di Assaf Gavron

Traduzione di Davide Mano e Stefano Zolli Mondadori Euro 17,50
E’ autobiografico lo spunto che lo scrittore israeliano Assaf Gavron coglie per scrivere il romanzo Tanin Pigua pubblicato nel 2006 in Israele e che ora Mondadori manda in libreria con il titolo “La mia storia, la tua storia”.“Nel corso della Seconda Intifada ogni mattina dovevo prendere l’autobus n. 5 per recarmi al lavoro – racconta Gavron – quando un giorno è salito un arabo e per tutto il tragitto sono stato preda di pensieri paranoici. Sarei dovuto scendere oppure le mie erano paure immotivate? Una volta tornato a casa ho scritto quello che sarebbe diventato il primo capitolo del romanzo”.Quello di Assaf Gavron è un racconto affascinante e intriso di humour nero che propone in maniera del tutto originale il racconto di due vite, narrate in prima persona (quella dell’israeliano Eitan Enoch detto Tanin e quella del palestinese Fahmi) che rappresentano due punti di vista opposti e inconciliabili.Eitan lavora alla Time’s Arrow, una società di yuppies che si occupa di ottimizzare l’uso del tempo ad esempio nei messaggi vocali; la sua famiglia di origini americane ha scelto di vivere in Israele (“Dio solo sa cosa gli è passato per la testa…lasciare in giovane età la vita comoda in America. Andare in un paese difficile. L’hanno chiamato sionismo…”), ha una fidanzata Duci che non ha ancora sposato a causa della morte della madre di lei proprio l’11 settembre del 2001 e da allora, quasi per scaramanzia, non hanno più parlato di matrimonio. Eitan scampa miracolosamente a tre attentati: il primo sull’autobus n. 9 diretto al lavoro dove incontra un giovane Ghiora Guetta, morto nell’attentato e che gli esterna le sue preoccupazioni circa la presenza sull’autobus di un arabo sospetto (che si rivelerà l’attentatore); il secondo durante una sparatoria sulla strada da Tel Aviv a Gerusalemme a Bab el Wad dove vede morire il giovane soldato Chumi al quale aveva dato un passaggio sulla sua auto e il terzo al caffè Europa dove si trovava per prendere un caffè insieme a Shuli, la ragazza di Guetta che aveva conosciuto proprio al suo funerale. Per un bizzarro gioco del destino decidono di scambiarsi i posti a sedere: quando l’attentatore si fa esplodere Eitan si salva, Shuli muore.Suo malgrado Tanin diventa un personaggio famoso, il simbolo di un paese che cerca di sopravvivere dinanzi alla barbarie del terrorismo: viene invitato a trasmissioni televisive e radiofoniche ma nel frattempo il mondo attorno a lui precipita. Il crollo psicologico è inevitabile: si allontana da Duci e dalla sua famiglia, il lavoro perde importanza, l’unica cosa che ancora lo tiene aggrappato alla vita quotidiana è la ricerca dei fili che lo legano a coloro che sono state uccisi negli attentati.
L’altra voce narrante è il palestinese Fahmi un ragazzo complesso che il padre vorrebbe far studiare all’università Bir Zeit ma viene coinvolto negli attentati terroristici - dai quali Tanin scampa miracolosamente - dal fratello Bilahl, un fanatico che frequenta la moschea e odia gli ebrei.L’autore segue con grande capacità introspettiva – mettendosi nei panni del palestinese – la vita di Fahmi nel villaggio di Murair costellata dalla nostalgia per il nonno che dal 1949 non ha mai abbandonato il campo profughi di Al-Amari e del quale vorrebbe seguire l’esempio, dal profondo affetto che lo lega alla sorellina Lulu, dall’amore per Rana e infine dalla decisione di seguire il fratello terrorista Bilahl che da cinque anni vive a Ramallah e si appresta a seguire gli studi alla scuola religiosa “Kuliyat al-Iman”. Attraverso un racconto dai toni ora comici, ora commoventi, l’autore mette in scena l’esistenza di due giovani che hanno molto in comune e che se si incontrassero in un altro paese potrebbero diventare amici. Ma in Israele la realtà è molto diversa e deve fare i conti con una esistenza quotidiana che cerca di resistere alla tragedia che la travolge.Nonostante altri scrittori israeliani - come Yehoshua o Grossman - abbiano dato voce agli arabi per la prima volta Assaf Gavron riesce a far parlare il nemico calandosi nelle sue motivazioni, fin troppo a parere di chi scrive perché, ad esempio, i soldati in questo romanzo sono sempre visti con gli occhi dei palestinesi e quelle che paiono prepotenze burocratiche (non far passare una macchina che trasporta un malato a causa di un blocco intorno al villaggio) sono tentativi di proteggersi da un terrorismo che colpisce indiscriminatamente civili inermi.
Nonostante alcune critiche che ha ricevuto in Israele per l’eccessiva empatia con cui descrive la vita dei palestinesi, l’autore non usa toni tragici per descrivere la paura che Israele deve affrontare e la fotografia che emerge del suo paese è quella di una società pluralista, piena di contraddizioni ma pervasa da un’inesauribile voglia di lottare e di resistere.La mia storia, la tua storia è un libro coinvolgente e ironico, scritto con una prosa scorrevole, che evidenziando le ragioni di Fahmi e quelle dell’israeliano Eitan turba per il suo realismo e la sua concretezza; quello di Gavron è un romanzo che, nonostante le tematiche affrontate, lascia nel lettore una sensazione positiva che probabilmente rispecchia la visione dello stesso autore: “….credo fermamente che esista una soluzione. C’è in me una componente ottimistica, convinta che la maggior parte della gente desideri vivere in pace e che le due nazioni possano farlo, un giorno”.
Giorgia Greco




mercoledì 19 maggio 2010


Profanato il monumento alla Shoah di Rodi

Atene, 18 maggio Il monumento alla Shoah sull'isola di Rodi, è stato profanato questa notte da sconosciuti che hanno distrutto la Stella di Davide e danneggiato un lato della struttura in granito. L'atto di vandalismo, il secondo in due anni, segue di pochi giorni quello a Salonicco dove tre persone sono state fermate perché sospettate di aver appiccato il fuoco a una tomba e imbrattato con scritte antisemite altre sepolture e le mura del locale cimitero ebraico. Il governo ha denunciato con toni duri quest'ultima ennesima espressione di antisemitismo registrata in Grecia. Nei mesi scorsi gesti simili erano avvenuti al cimitero ebraico di Ioannina e sull'isola di Creta dove per due volte era stata bruciata parte dell'antica e unica sinagoga di Hania. David Saltiel, presidente del Consiglio centrale della comunità ebraica di Salonicco ha affermato di ritenere che l'attacco al cimitero della seconda città greca ed altre azioni simili siano state incoraggiate dalla passata decisione di un tribunale "di assolvere uno scrittore neonazista (Costas Plevris) che aveva incitato ad azioni di violenza contro gli ebrei greci".


Spanish-portuguese synagogue new york
Il dibattito necessario

Sabato mattina sono uscito dall’albergo in direzione Central Park. Ho attraversato il parco affollatissimo e sono uscito sulla Settantantesima west, in corrispondenza della Spanish-portuguese synagogue. Conosco già questo edificio, ma ci torno quando sono a New York: qui si sposarono i miei nonni, Tullia e Bruno, poco più che ventenni. Entrambi scappati dalle leggi razziste, si conobbero a Manhattan, provenienti l’una da Milano e l’altro da Roma.La sinagoga potrebbe essere definita come “modern-orthodox”, e assomiglia tutto sommato a quelle italiane. Al di là del nome, i frequentatori hanno provenienze e gradi di osservanza molto diversi, che il rabbino menziona esplicitamente nel suo discorso esaltando queste differenze. Vengono mantenuti, rispetto alla gran parte dei conservative e ai reformed, alcuni aspetti del culto tipici anche della nostra tradizione: la separazione tra donne e uomini durante la preghiera e il divieto per le prime di condurre il rito.Il numero degli ebrei americani è tale da rendere impossibile qualunque confronto con l’Italia. Da noi l’unità della Comunità è un valore, il che non può essere in un contesto così ampio. Ma oggi occorre fare uno sforzo maggiore per valorizzare l’originalità del nostro ebraismo rispetto ai due grandi centri contemporanei, Israele e Usa. La nostra tradizione rabbinica e una vicenda di fervido impegno civile sono un patrimonio importante da difendere, che non va in alcun modo contrapposto all’interesse per gli “ebrei vivi”. Trasmettendo la ricchezza della nostra storia si potranno educare nuove generazioni di ebrei, evitando che dimentichino la loro origine religiosa e anche che emigrino verso altre Comunità.Da questo punto di vista è significativo un fatto recente: il dibattito su Israele e sul Medioriente, che pareva sopito tra gli ebrei italiani, sembra essere ripreso in seguito all’appello J-call, promosso in Francia da alcuni intellettuali. Non credo che questa riflessione sia in sé né positiva né negativa per la nostra Comunità. È un male il fatto che questo dibattito non sarebbe stato possibile senza questo appello. Se gli ebrei italiani vogliono oggi discutere, e magari contrapporsi, su Israele e sulla pace, ben venga. Ma non lasciamo che siano altri a fornirci gli spunti o ad “autorizzare” opinioni che nella nostra comunità rischiano di essere un tabù.Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas http://www.moked.it/


sinagoga Roma

Duecento studenti in ricordo di Stefano Gaj Tachè

Il nome del piccolo Stefano Gaj Tachè ucciso a soli due anni nell'attentato davanti alla sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982, potrebbe entrare a far parte dell'elenco dei nomi delle vittime del terrorismo. Questa la proposta di cui si è fatto promotore il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici che ha chiesto ai circa 200 alunni delle scuole elementari di Roma, presenti in piazza del Campidoglio per il premio di letteratura per ragazzi “Stefano Gaj Taché - l’amico dei bambini”, di scrivere al Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, per chiedere che il nome di Stefano “venga inserito nel libro che contiene i nomi delle vittime del terrorismo”. Una proposta subito accolta dal sindaco di Roma Gianni Alemanno che durante la cerimonia in Campidoglio cui erano presenti fra gli altri i genitori e il fratello di Stefano, Raffaele Pace, presidente dell’associazione culturale “Ebraismo e dintorni” e gli alunni delle scuole elementari (IV classe) coinvolti nel progetto, ha dichiarato che “non bisogna pensare solo alle vittime del terrorismo ideologico, quello di destra e di sinistra, bisogna pensare anche a quel terrorismo che aveva altre ideologie, di carattere magari internazionalista, indipendentista, ma che sempre terrorismo era e sempre tantissime vittime ha fatto. Mi sembra giusta questa idea, anche perché si tratta di un bambino, di una vittima innocente che non si può dimenticare”.Il premio di letteratura «Stefano Gaj Tachè» ha coinvolto oltre 700 alunni delle elementari, chiamati a valutare le opere in tre sezioni: narrativa, fumetti e audiovisivi. Il premio è andato ad Anna Russo per il libro «Caro Amid, fratello lontano», a Paolo Paron per il fumetto «La notte di San Giovanni», a Elisabetta Levorato De Mas e Annita Romanelli per il cartone animato «La compagnia dei Celestini».http://www.moked.it/


Amos Oz vince il Premio Internazionale Salone del Libro

Una notizia chiude quella che è stato definita “l’edizione dei record” (oltre trecentoquindicimila i visitatori che hanno popolato padiglioni e corridoi della Fiera): l’assegnazione del Premio Salone Internazionale del Libro di Torino ad Amos Oz. A decretare la sua vittoria sono stati visitatori, giornalisti, relatori, editori ed espositori, che lo hanno preferito a Paul Auster e Carlos Fuentes, gli altri due finalisti selezionati ad aprile dalla Giuria Tecnica. Il grande intellettuale e scrittore nativo di Gerusalemme ha ottenuto 3146 voti (pari al 47 per cento dei votanti), staccando ampiamente sia Auster (2385 voti, 35 per cento dei votanti) che Fuentes (6755 voti, 18 per cento dei votanti). Le votazioni si sono concluse alle ore 13 di lunedì 17 maggio, ultimo giorno di apertura della rassegna che due anni fa ebbe Israele come paese ospitante.Il premio, un assegno di 25000 euro a titolo di fee per il proprio impegno, verrà consegnato ad Oz nel prossimo autunno (resta ancora da definire se ad ottobre oppure a novembre) in una delle sedi del Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano. Il vincitore terrà un ciclo di incontri e lezioni magistrali aperte a tutti gli interessati, con particolare attenzione agli studenti delle scuole secondarie della zona.Nel corso della conferenza stampa di chiusura di quello che è unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti festival letterari europei, il direttore Ernesto Ferrero ha ricordato i grandi meriti di Oz nel proseguimento del processo di pace e nella lotta ad ogni forma di estremismo, esprimendo un auspicio: “Sarebbe bello se in occasione dei suoi prossimi impegni torinesi venisse consegnata a tutti i partecipanti una copia del saggio Contro il fanatismo”.as http://www.moked.it/


Israele,sgombero tombe antiche

Arrestati 15 ultraortodossi,protestavano contro trasferimento
(ANSA) - GERUSALEMME, 16 MAG -La polizia israeliana ha arrestato ad Ashkelon 15 manifestanti ultraortodossi che protestavano per il trasferimento di tombe antiche.La polizia e' stata costretta a impiegare nell'operazione centinaia di agenti. Il governo sotto la pressione dell'opinione pubblica ha autorizzato il trasferimento delle tombe da un terreno situato presso l'ospedale Barzilai. All'inizio il progetto e' stato fermato per le proteste ultraortodosse, poi e' stato dato l'ok per quelle di cittadini e media.


Drusi


Scuola: gli arabi e i drusi di Israele studieranno la Shoah

Gerusalemme, 16 mag - Il Ministero dell'Istruzione israeliano ha reso noto che dal prossimo anno scolastico lo studio della Shoah, lo sterminio nazista di sei milioni di ebrei, diventerà materia obbligatoria di esame anche nelle scuole delle minoranze araba e drusa di Israele. Il ministero ha annunciato un progetto che prevede l'inserimento obbligatorio di domande d'esame sulla Shoah anche nelle scuole delle comunità non ebraiche del Paese, dove finora esse erano opzionali. Sono inoltre in cantiere corsi di aggiornamento e di studio della materia destinati agli insegnanti arabi e drusi, elaborati in modo da tenere conto delle loro sensibilità. Nei mesi scorsi un deputato della minoranza arabo-israeliana, Mohammad Barakeh, ha partecipato per la prima volta, con una delegazione di colleghi ebrei della Knesset (parlamento israeliano), a una visita ufficiale ad Auschwitz e un convegno di studi sulla Shoah. Affermando la necessità di un'attenzione comune ai temi della memoria e di condanna condivisa dei crimini nazisti, al di là delle divisioni e incomprensioni che continuano ad attraversare il rapporto fra ebrei e arabi in Israele.


Bibbia grande maestra di modernità

Incontro con Aharon Appelfeld
In casa Appelfeld il grande tavolo di legno del salotto conserva ancora i segni del secondo pasto di Shabbat. Le briciole di «challah», il pane tipico del sabato di festa, occupano la tovaglia di lino grigia. Non è stato semplice trovare la casa dello scrittore israeliano. Mevaseret Rachel è un sobborgo residenziale "all'americana" a pochi chilometri da Gerusalemme. Villette bianche, strade ampie, tanto verde e una vista che toglie il fiato.Laddove durante l'Impero romano c'era una fortezza strategica oggi c'è un quartiere amato dagli scrittori. Non molto distante da Aharon Appelfeld abita l'altro grande ambasciatore della letteratura israeliana nel mondo: David Grossman. A Yasmin street non tutti sanno di avere come vicino di casa uno dei pi grandi scrittori del Novecento, ma si mostrano interessati ad aiutare una forestiera con l'aria da studentessa: «È stata fortunata perché gli israeliani non sono gentiluomini ma, si sa, i furbi sanno usare la gentilezza, soprattutto se si tratta di donne», dice Appelfeld dal cancello della sua casa due piani separati da una scala a chiocciola rivelando subito quell'ironia ebraica che ha contribuito al successo di Woody Allen. Un uomo piccolo Appelfeld: occhi azzurri e dolcissimi nascosti dietro gli occhiali, sulla testa la coppola blu che, come una coperta di Linus, lo accompagna in quasi tutte le manifestazioni pubbliche. Al piano terra c'è lo studio, le quattro pareti sono occupate da grandi librerie di legno: «Non li conto più i volumi, ma credo siamo arrivati a 4mila. Mi piace pensare in mezzo ai libri ma non scrivo qui. Da trent'anni vado sempre nello stesso caffè a Gerusalemme, arrivo la mattina, apro il taccuino e inizio. Sono circondato dal profumo di caffè, da vecchi amici che mi parlano di Israele e da ragazzi giovani». Non c'è traccia di computer nella stanza: «Non uso il pc, sono abituato a scrivere a mano. L'arte è connessa ai sensi, senza carta e penna non non c'è sensibilità». Il pensiero conservatore non c'entra: «Amo la modernità perché è libertà, ma l'attaccamento alla tecnologia non mi piace e non lo capisco. E poi la tastiera mortifica la scrittura dell'ebraico...». È la sua storia di vita a spiegare perché il concetto di libertà per Aharon Appelfeld sia così legato a quella lingua che insegna oggi all'università Ben Gurion di Negev.[...]Serena Danna, Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2010


Kibbutz in Galilea

Un sottile confine

E' ben nota la storia talmudica dei due viandanti nel deserto rimasti con una sola borraccia d'acqua e del dilemma del suo proprietario se condividerla col suo compagno, con la certezza della morte per entrambi o consumarla tutta lui, con la speranza di arrivare a un'oasi. Ne parla Elie Wiesel in "Celebrazione Talmudica" e di recente è stata evocata anche su queste pagine. La soluzione di cedere tutta la borraccia all'altro non sposta il problema, perché a questo punto l'altro si troverebbe a sua volta proprietario e la questione ricomincerebbe dallo stesso punto (ognuno è Altro per l'Altro, il che rende vuota la risposta "etica" del privilegio assoluto dell'Altro). La soluzione della divisione è sostenuta nel Talmud da Rav Peturì, "in modo che nessuno dei due veda la morte dell'altro. Rabbì Akivà afferma che il proprietario della borraccia d'acqua deve bere l'acqua, perché l'amore per se stessi deve superare quello per gli altri e forse così il proprietario dell'acqua, salvando se stesso, potrà salvare anche l'altro. Il comune sentimento potrebbe invece portarci a dire che si divide l'acqua a metà, ma così è certo che entrambi moriranno, mentre la Torà, la legge, è una Torath Chaim, una legge di vita che deve insegnarci quale deve essere il modo migliore per far prevalere la vita sulla morte, anche se talvolta sembra che venga sacrificata la vita." (sintesi di rav Bahbout). Questa è dunque la soluzione scelta dal Talmud, come sempre assai ricca di buon senso: perché almeno uno sopravviva il proprietario della borraccia deve "scegliere la vita", la sua, in questo caso. Solo in questa maniera fra l'altro è possibile aiutare gli altri, come ricordano peraltro anche le linee aeree quando invitano i passeggeri "in caso di depressurizzazione" a indossare prima loro la maschera ad ossigeno e poi ad aiutare gli altri. Si parva licet componere magnis, il buon senso è lo stesso.Cito questa storia non perché mi senta in grado di discuterne qui i risvolti religiosi o generalmente filosofici, ma perché essa ha un ovvio senso politico attuale. La difesa ebraica di Israele contro quelli che ritengono (a torto o a ragione, qui non importa) di essere danneggiati dalla sua esistenza si basa soprattutto sul diritto alla vita del popolo ebraico e dello Stato che ne difende l'esistenza. I critici accusano chi privilegia la vita di Israele su altri diritti di essere tribalista, egoista, ingiusto, incapace di pensare in termini etici. Per questa ragione i critici rivendicano talvolta di essere più ebrei loro, i tiepidi per Israele, dei difensori di Medinat Israel, considerandosi solo loro eredi dell'universalismo ebraico, prosecutore del nostro retaggio di giustizia. Ma questo universalismo della nostra tradizione è solo metà del discorso: noi siamo portatori del monoteismo, che per vocazione è universale e di un codice etico che ne deriva; ma a noi stessi applichiamo una serie di norme molto più complesse e difficili di quelle universali o noachiche. La nostra tradizione è ben consapevole della singolarità (e dunque particolarità) dell'identità ebraica come "am echad", che per la Torah va difesa anche ai danni di Filistei e Cananei e tutti gli altri popoli ostili al nostro (magari giustamente ostili, dal loro punto di vista). Il che non significa naturalmente che la potenza e la guerra siano di per sé buone, nella nostra tradizione, ma che il diritto all'autodifesa va condotto fino in fondo, come dimostra l'episodio di Amalek, che in fondo era forse anche lui un indigeno invaso dal "colonialismo sionista", che praticava la "guerriglia"... Forse anche il nostro universalismo è come la borraccia: bisogna "scegliere la vita" e in particolare la vita di Israele anche a costo di non essere equanimi, kantianamente universalizzabili o rowlesianamente accecati da un velo che rende tutti uguali. Lo insegna anche Rashi nella celeberrima prima nota di commento a Bereshit: la Torah è scritta così, ci spiega, anche per insegnarci a difendere il nostro diritto su Eretz Israel, un diritto che da millenni è stato contestato dagli altri popoli e riaffermato da noi. Con gli argomenti, ma anche con le armi. Ripensare alla borraccia e ai due viandanti in un momento in cui molti dicono esplicitamente di voler distruggere Israele, di volerci cacciare da Sion e la nostra autodifesa è delegittimata e criminalizzata, può aiutarci a capire qual è il nostro compito storico.Ugo Volli, http://www.moked.it/


Pochi ma buoni. O tenerissimi. La ricetta giusta per il rabbino

L’attuale assetto delle Comunità ebraiche in Italia prevede la presenza di un rabbino capo come “organo” istituzionale, accanto al presidente e al Consiglio. Nel tumulto transizionale di questi mesi è normale che questo ruolo sia messo in discussione. Il dibattito non è nuovo né locale ma dalle nostre parti, per gli assetti storici che ci siamo dati, assume caratteri particolari.Negli USA, dove vivono milioni di ebrei, c’è una grande possibilità di scelta: tutte le frange possibili dell’ortodossia, dalla più charedì alla modern, i conservative, i reform e quant’altro. Se il rabbino della sinagoga all’angolo ti sta antipatico, anche se è della tua “denomination”, perché fa troppa politica o perché le sue derashot sono terribilmente noiose o perché il gefilte fish del kiddush è troppo dolciastro e non come lo faceva tua nonna, hai un’altra schul a un isolato più lontano. Il mercato èlibero, l’offerta abbondante. In Israele la situazione è un po’ differente. La scelta di denominazioni non tanto ortodosse è meno ampia, ma anche lì tra gli ortodossi puoi scegliere chi ti va più a genio. A confronto, la situazione dalle nostre parti è disarmante. Siamo come un supermercato di tipo discount dove la scelta è minima. O prendi o lasci. Con la differenza che almeno al discount qualcosa risparmi. Qui se il rabbino è noioso, il chazan stonato, la gente decisamente antipatica, la sorveglianzanon cordiale, le possibilità di scelta sono poche. L’unica molte volte è quella di non andarci per niente al Beth HaKnesset. Quando poi il discorso si sposta a livello più centralizzato, nell’organizzazione della Comunità, il conflitto è ancora più doloroso. Di rabbino capo ce n’è uno solo. Puoi farlo “revocare”, ma non è una procedura semplice. Più spesso ci devi convivere, nella speranza di trovarne presto uno migliore, o con la magra consolazione che un altro sarebbe ancora peggio. Mercato povero di offerte, identità complesse (o plurime come si dice ora), assetto giuridico della Comunità poco elastico sono gli ingredienti base di una ricetta che crea continue tensioni. Si aggiungano gli ingredienti più recenti, quelli della trasformazione dell’identità ebraica in Italia. Prima c’era una massa di “appena osservanti” ma con forti radici identitarie, che si ritrovavano anche nell’identità politica di sinistra antifascista. Oggi il quadro è più variegato, crescono gli osservanti e le persone che studiano, i riferimenti politici esterni vacillano.Ma buona parte della comunità vuole o vorrebbe rimanere unita.Stenta a farlo quando non si riconosce in una dirigenza politica “militante” che dà l’impressione di pendere verso una parte politica piuttosto che un’altra o propone modelli identitari acritici con Israele. Stenta anche a riconoscersi in un rabbinato che per forza di cose è un po’ differente dal passato. Perché il pubblico di osservanti chiede dei servizi religiosi all’altezza delle sue esigenze, degli insegnanti che si dedichino ad insegnare molto di più della traduzione letterale della Torah e in generale una difesa delle istituzioni religiose senza compromessi. Un rabbinato che risponda a queste esigenze genera incomprensione, rischia di far paura o perlomeno ispira diffidenza, potrebbe allontanarechi non fa scelte abbastanza forti di osservanza religiosa (o dargli la scusa per allontanarsi). E allora si dice che questo rabbinato spacca la Comunità, è quello dei “pochi ma buoni”. La soluzione quale sarebbe? Un rabbinato tenero, meno rigido, pastorale, tollerante di tutte le diversità. Perché si suppone che quello di ora sia tosto e rigido, non comunicante se non repulsivo e sostanzialmente intollerante. Ma un conto è il carattere delle persone singole, che può essere più o meno simpatico,un altro la funzione istituzionale. Cerchiamo di smontare un po’ l’argomento della rigidità. E’ facile dimostrare, con un gioco di parole, che si tratta di una rigidità molto elastica. Perché qualsiasi figura rabbinica ha un suo modello di riferimento,che può andar bene per un certo pubblico di osservanti, ma non va bene per molti altri osservanti. Sì, proprio gli osservanti, non gli ebrei laici, poco osservanti o riformisti. Un rabbino standard italiano, anche di quelli considerati più rigidi, sarebbe (è) considerato eretico in altri mondi. E’ impossibile accontentare tutti. Un rabbino meno rigido dividerebbe comunque la sua Comunità, magari in altro modo, ma la dividerebbe. Bisogna poi vedere chi è che divide, se è il rabbino o quella parte di pubblico che sbandiera la bella causa del pluralismo ma in sostanza non accetta che la linea del rabbino sia diversa da quella personale. C’è poi uno strano gioco nostalgico, in cui i predecessori vengono sempre rimpianti, al confronto con i rabbini attuali, dimenticando che quando erano loro in funzione dovevano subire (dagli stessi che ora li compiangono) le medesime accuse. Il destino di chi è in carica è la critica al presente e la (incerta) beatificazione postuma. Nella critica di alcuni contro la rigidità affiorano poi talvolta aspetti incoerenti. E’ come se si cercasse in un atteggiamento più facilitante del rabbino una sorta di assoluzione per le scelte personali. Ma chi è veramente laico se ne dovrebbe fregare di come il rabbino lo giudica, ammesso che lo giudichi, lasciandogli la libertà di seguire anche lui (o almeno lui) un modello coerente. Si pretende dal rabbino quello che non si chiederebbe al proprio ingegnere, medico, avvocato. A chi ti costruisce la casa non si chiede di fare calcoli arruffati, al medico che ti cura non si chiede una diagnosi e una terapia approssimativa, all’avvocato che ti difende non si chiede di essere ignorante della legge e debole nella controversia. A chi si chiede di essere meno rigido? Al vigile che ti fa la multa, all’ispettore del fisco, al professore che ti esamina, ovviamente quando affrontano il tuo caso personale (ma non quando vorresti punire chi ti ha investito, o un evasore recidivo o un professore che ha dato la licenza agli asini quando tu ti sei ammazzato sui libri per superare gli esami). A quali di queste figure professionali è paragonabile il rabbino, in particolare il rabbino capo? Riflettiamoci bene prima di chiedergli di essere “meno rigido”, o più semplicemente quando si chiede di ridimensionarne il “potere” facendo scomparire di fatto il rabbino capo dal nuovo assetto dell’ebraismo italiano.Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, Pagine Ebraiche - maggio 2010