sabato 7 novembre 2009


Rehovot - Isituto Weizmann

Israele: una nuova scoperta scientifica per la cura dei tumori

Tel Aviv, 5 nov -"Abbiamo trovato il tallone d'Achille delle cellule cancerogene", così Malka Cohen-Armon, ricercatrice capo parla della nuova scoperta israeliana in materia oncologica di un gruppo di ricercatori dell'Università di Tel Aviv e del Centro medico Sheba di Tel Hashomer. E' stata individuata una sostanza per curare il cancro che sembra essere in grado di aggredire le cellule malate senza intaccare quelle sane. Il risultato della ricerca è stato pubblicato su 'Breast Cancer Reasearch', autorevole rivista scientifica. "Individuato il modo di colpire solo i tessuti delle cellule cancerogene - spiega la ricercatrice capo - si può pensare di somministrare al paziente trattamenti molto più aggressivi di quelli utilizzati finora, perché non c'è il rischio di effetti collaterali devastanti". Per ora la sostanza - un derivato di un altro farmaco realizzato una decina di anni fa nell'ambito di ricerche di tutt'altra natura, riguardanti terapie destinate a pazienti colpiti da ictus cerebrale - è stata testata su un topo, il prossimo passo dovrebbe essere la sperimentazione sugli esseri umani. Ma diversi aspetti del suo funzionamento vanno ancora approfonditi: "Non sappiamo perché il ritrovato agisca esclusivamente sulle cellule tumorali, questa scoperta è stata davvero fortuita", ammette Cohen-Armon.http://www.moked.it/

Saul Bellow

Rassegna stampa

Giornata ricca di notiziole, ovvero di fatti che non si prestano alla prima pagina dei giornali ma che ci permettono di affrontare una pluralità di questioni, adottando l’angolo visuale che ci è offerto dai singoli eventi. Partiamo da qualcosa di apparentemente secondario ma che, nella sua non occasionalità, è un po’ come quel filo ribelle che fuoriesce dal tessuto, rivelandone la trama soggiacente. Ci riferiamo al veto pronunciato in veste ufficiale, attraverso Al Manar, la televisione di Hezbollah, alla pubblicazione e alla diffusione del Diario di Anna Frank in Libano. Per inciso, affinché l’informazione sia completa, va detto che il libro già da tempo è reperibile a Beirut, così come nelle librerie delle grandi città del paese, sia in lingua inglese che in una prima, meno accurata versione in arabo. Ragion per cui il tardo pronunciamento, avverso alla sua riedizione, non collima con una effettiva capacità di impedirne la distribuzione. Piuttosto si tratta di un messaggio, il cui contenuto va decodificato, che Hezbollah invia ai suoi interlocutori mediterranei, ai suoi sostenitori così come alla collettività libanese. Ne parlano quindi alcuni quotidiani, per la penna di Anna Mazzone su il Riformista, Alessandro Carlini su Libero e Francesco Battistini per il Corriere della Sera. Altri, invece tacciono. L’evento, nella sua singolarità, non è neanche poi così eclatante, inserendosi, piuttosto, in un percorso di continuità che dovrebbero rivelare - anche ai più “disattenti” - la vera natura dei pensieri del gruppo estremista, non meno della subcultura di riferimento, che dice di alimentarsi dell’antisionismo quando invece è anche organicamente antiebraica. Peraltro, come ben sappiamo, i due risentimenti sono speculari. Non è la prima volta che il movimento sciita - il quale, ricordiamo, occupa nutriti scranni parlamentari ed è forza di governo nelle coalizioni di governo di quel paese - si esprime con un secco diniego all’ipotesi di offrire nelle librerie il testo conosciuto in quasi tutto il mondo poiché tradotto in 55 lingue e venduto in 25 milioni di copie. Peraltro, il pronunciamento avverso fa seguito alla nuova traduzione in arabo e in farsi (la lingua persiana), nella speranza che un volume che raccoglie le riflessioni, in chiave quasi del tutto intimista, di una ragazzina costretta a nascondersi da un mondo di adulti ostili e brutali, possa incontrare i favori dei lettori dei paesi nei quali si usano quelle lingue. Hezbollah, per voce di un membro del «Comitato per il boicottaggio dei beni sionisti in Libano», ha affermato che la diffusione del libro costituirebbe una «flagrante violazione e una mossa per permettere la normalizzazione» con Israele. Interessante affermazione poiché si ammanta di una falsa plausibilità, destinata comunque a trovare orecchie attente e menti proclivi anche in Europa, dove i segni incipienti, sia pure sotto traccia, di una rancorosa ostilità verso le testimonianze ebraiche non vanno ascritti solo al campo del neonazismo e del negazionismo. Non a caso è proprio il volume della giovanissima olandese ad avere subito in questi ultimi decenni gli strali più polemici, anche in altri contesti. Di esso, dichiarato come falso dagli avversatori di sempre, non si accetta evidentemente la nota di umanità che accompagna un po’ tutte le pagine. Peraltro, non è un libro sulla Shoah, non almeno stricto sensu, bensì un vero e proprio diario dello spirito e di un corpo obbligati a celarsi, in una età, invece, in cui il bisogno di mettersi in relazione con gli altri si fa particolarmente pronunciato. Già Bruno Bettelheim ci ammoniva riguardo al «buon uso» del testo, che non parla dei luoghi di sterminio (ed impropriamente è riferito ad essi dalla pubblicistica di larga diffusione), bensì di un’anima prigioniera. La scena, come ben ricorderanno i lettori, è una sola, l’alloggio segreto ad Amsterdam, rifugio precario per una famiglia che rischiava di essere travolta dall’occupazione nazista, come poi purtroppo avvenne per via di una delazione. Risulta quindi ancora più irritante il tentativo di porre la mordacchia alla scrittura della vita che è racchiusa in pagine nelle quali l’angoscia si frammischia alla speranza, il buio alla luce, i colori al grigiore, l’essere ancora un po’ bambina alla scoperta di divenire donna. E risulta non meno offensiva l’accusa, in sé una deliberata e paradossale menzogna, di falsificazione. Secondo questa squallida vulgata il Diario costituirebbe il risultato di una operazione fatta a tavolino, dagli “eterni ebrei”, volta a offrire al pubblico mondiale un testo lacrimoso e seducente, per avvantaggiarsene sul piano della credibilità morale. Un capitolo, insomma, del complotto giudaico. A chi non sono note le logiche negazioniste, alle quali l’Iran di Ahmadinejad e Hezbollah si rifanno a pieno titolo, può sembrare oltremodo curioso lo scagliarsi contro un libro così che, in fondo, pressoché nulla ci dice di quello che all’autrice e alla sua famiglia successe dopo la cattura. Ma è proprio questo il punto su cui i negazionisti di ogni risma battono il chiodo: devitalizzare l’immagine degli ebrei, relegandoli alla condizione di umanoidi, dopo averne derubricate le qualità di esseri umani, per dimostrare che il complotto c’è perché è voluto e portato avanti da individui eticamente (e anche fisicamente) ripugnanti. Aggiungiamo, in questo caso non per amore di polemica ma senz’altro per gusto critico, che Beirut è la capitale mondiale del libro, carica attribuitagli dall’ineffabile Unesco, per tutto l’anno corrente. In Libano non hanno libera circolazione molte opere di autori di origine ebraica o che si rifanno a temi di giudaica: per citare alcuni nomi sono interdetti al pubblico Philip Roth, Saul Bellow, Isaac Bashevis Singer ma anche il Thomas Friedman di «Da Beirut a Gerusalemme» e il William Styron de «La scelta di Sophie». Altro tema, diverso scenario. Qui, invece, buona parte dei giornali si sbizzarriscono nel commentare la dichiarazione di Abu Mazen (una promessa o una minaccia?), a capo dell’Autorità nazionale palestinese che, in prossimità delle future elezioni presidenziali, convocate insieme a quelle legislative per il 24 gennaio del 2010, afferma di non avere intenzione di ricandidarsi. Ne parlano, tra gli altri, Francesco Battistini su il Corriere della Sera, Barbara Uglietti su Avvenire, Carlo Panella per il Foglio, Aldo Baquis su la Stampa, Roberto Bongiorni su il Sole 24 Ore, ma anche Alberto Stabile su la Repubblica così come il Tempo e il Messaggero. In realtà non è chiara quale sia l’effettiva volontà del rais di Ramallah. L’analisi del momento che ha fatto, parlando alla televisione palestinese nella serata di ieri, è stata impietosa, avendo ad obiettivo polemico quelle che ha definito come le condizioni che renderebbero impossibile il prosieguo del suo lavoro, a partire dal sentimento di «grande frustrazione» per la posizione degli Stati Uniti riguardo al processo di pace in Medio Oriente. In realtà, per meglio inquadrare l’evento, al di là della sua singolarità, va tenuto in considerazione che le amministrazioni politiche e gli organismi di mobilitazione e militanza palestinesi, tanto più l’Olp e l’Anp, adottano da sempre una liturgia sovietica, dove il ricorso alla minaccia di non prendere più parte al gioco ha significati e obiettivi ben diversi da quelli esplicitati, inviando semmai segnali impliciti e latenti a più destinatari. Abu Mazen, alias Mahmoud Abbas, che sconta una scarsissima popolarità tra i suoi connazionali e che paga il prezzo del mancato accordo tra le organizzazioni islamiste e il Fatah, con la prospettiva che il turno elettorale del gennaio prossimo si trasformi da subito in una parentesi di guerra civile, sa di potere utilizzare una sola carta, quella americana. In altre parole ancora, identificato a suo tempo come il “moderato” della situazione, l’uomo che secondo Washington si sarebbe dovuto contrapporre al debordante Yasser Arafat, è oggi tra i pochi che possano ancora sperare di risultare sufficientemente credibili nella qualità di interlocutori dell’Occidente. Ma, come si diceva, gli difetta il seguito interno, quello che dovrebbe raccogliere tra i palestinesi. Non di meno sa che la sua figura è minacciata su più piani dal crescente appeal di Salam Fayyed, il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese che, svincolatosi dalle diatribe interne ai gruppi politici, sta conquistando sul campo la fama di leader pragmatico e tecnocratico. Abu Mazen, ultrasettantenne, appartiene poi alla gerontocrazia locale, quella che è cresciuta all’ombra del defunto Arafat, ne ha condiviso un po’ tutte le scelte tra le quali quella di tornare nei Territori a metà degli anni Novanta. La dottrina ufficiale dell’Olp era un decennio fa quella dei due stati per due popoli. Adesso, come sottolinea un pepato Angelo Pezzana su Libero, l’indirizzo è silenziosamente mutato, essendo stata rilanciata l’ipotesi di uno stato binazionale, che dovrebbe raccogliere entrambe le comunità, quella ebraica e la palestinese, sotto la stessa giurisdizione. Si tratta di una proposta che, giocando anche sulla previsione di alti tassi demografici in campo arabo, punta a svuotare dal di dentro Israele, recuperando, sia pure in una forma un poco più diplomatica, l’obiettivo di distruggere l’«entità sionista», in consonanza con le posizioni di un altrimenti irriducibile Hamas. Peraltro, come sagacemente sottolinea Segre su il Giornale, l’identità nazionale palestinese, in questi frangenti, parrebbe quasi non esistere, manifestandosi unicamente per opposizione a quella israeliana. L’ambiguità della leadership di Ramallah, il fatto che parli due lingue, una più compiacente, rivolta agli uditori dell’ovest e l’altra più militante e radicale, per soddisfare le attese di chi sta ad est e a sud del planisfero politico – quindi - è un elemento il cui riscontro non può più sfuggire a nessuno, men che meno a Barak Obama. Segnaliamo ancora un’analisi di Luigi De Biase, per il Foglio, sugli orizzonti di una Turchia che sempre più spesso parrebbe riposizionarsi verso lidi islamistici o, comunque, avversi ai partner occidentali. Per concludere, infine, si legga la recensione di Gaetano Vallini sull’Osservatore romano dell’interessante volume di Silvia Selvatici su «Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra». Un tema, quello dell’esilio collettivo, che attraversa la storia del Novecento con particolare forza e violenza.
Claudio Vercelli http://www.moked.it/






Ripropongo questo avvenimento per la grande importanza che ha

Giornalisti israeliani riammessi nella Federazione Internazionale.Per il Segretario della FNSI Franco Siddi “ha vinto il buon senso”

Dopo mesi di incomprensioni e lunghe trattative con la Federazione Internazionale (IFJ), i giornalisti della Federazione Nazionale dei Giornalisti Israeliani (NFJI), espulsi dall'ente nel luglio scorso per una vicenda di mancato pagamento di quote a cui molti non avevano creduto come motivazione principale della decisione, sono stati finalmente reintegranti nell'organizzazione. In loro favore si erano mobilitati numerosi media internazionali, tra cui alcuni prestigiosi quotidiani italiani, come Il Corriere della Sera e Il Foglio. La situazione si è sbloccata lunedì scorso a Tel Aviv, quando i vertici delle due federazioni si sono riuniti e sono arrivati ad un accordo che dovrebbe mettere la parola fine alle polemiche. “Abbiamo un accordo che se sarà duraturo permetterà di rafforzare ulteriormente il lavoro di IFJ e produrrà benefici per l’intera comunità dei giornalisti d’Israele e della regione circostante,” ha commentato Aidan White, Segretario Generale della IFJ, che molti avevano additato come uno dei principali responsabili della procedura di espulsione. White ha voluto ringraziare le federazioni italiane e tedesche per l'amicizia e il sostegno dimostrati durante questi mesi, ed in particolar modo Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), che si è sempre battuto per una soluzione positiva della vicenda. Un impegno che aveva dimostrato di avere molto a cuore anche durante l'intenso incontro avvenuto in occasione di Redazione aperta questa estate a Trieste, quando aveva dichiarato di “essere favorevole al rientro dei giornalisti israeliani nella IFJ al più presto” (nell'immagine ripreso durante una delle giornate di lavoro e di studio che hanno dato avvio alla Redazione nazionale del Portale dell'ebraismo italiano).Franco Siddi, fine della crisi diplomatica e situazione che sembra volgere finalmente al meglio. Che cosa ha permesso di risolvere questa spiacevole situazione che si stava ormai protraendo da lungo tempo?È successo che ha prevalso la linea del dialogo piuttosto che quella dello scontro. Come spesso succede nella vita, basta un po’ di buon senso per risolvere delle situazioni apparentemente complicate. Sono veramente contento che le cose siano andate a questo modo, l'espulsione della NFJI era una decisione che non aveva alcun senso.Che ruolo ha avuto la FNSI nell’esito positivo delle trattative?Molto importante. Ci siamo battuti sin dall’inizio per il reintegro della NFJI nella Federazione Internazionale. L'eventuale mancato pagamento delle quote di iscrizione, infatti, non è una motivazione sufficiente per determinare l’esclusione di un ente chiamato a rappresentare un paese così importante. Si trattava di una decisione che metteva in serio pericolo il pluralismo e la libertà di opinione, valori che invece vanno difesi con forza dalla nostra categoria. I media israeliani, inoltre, sono tra i più indipendenti e liberi al mondo e la necessità della loro presenza nella IFJ è un fatto assolutamente indiscutibile. Si trattava sul serio di un problema esclusivamente economico?Resta ancora da capire se vi siano state altre motivazioni alla base della decisione, il che rappresenterebbe un fatto estremamente grave. Posso garantire che noi della FNSI ci impegneremo perché venga fatta chiarezza al più presto. Qualora emergesse qualcosa di torbido saremmo i primi a farlo sapere. In ogni caso abbiamo fatto presente agli israeliani che queste quote devono essere pagate, come fanno tutte le altre federazioni.Quali sono gli effetti degli accordi siglati lunedì scorso a Tel Aviv?Oltre al reintegro dei giornalisti israeliani, sono state organizzate alcune attività che vedranno la partecipazione congiunta di IFJ e NFJI. Penso, ad esempio, a un meeting che si terrà annualmente per monitorare le relazioni tra i due enti, oppure ad alcuni seminari che si si svolgeranno in Israele e che affronteranno i temi dell'etica e della deontologia giornalistica. Senza dimenticare che è intenzione della IFJ organizzare un meeting preparatorio con la DJV, la federazione tedesca, per incoraggiare il dialogo tra media israeliani e media palestinesi, che noi consideriamo una priorità assoluta.Il reintegro della Federazione israeliana ha effetto immediato?Per il momento è avvenuta quella che viene chiamata “la riconciliazione delle posizioni”. Per la ratifica ufficiale bisogna aspettare che il Comitato Esecutivo della IFJ si riunisca a Londra il prossimo quattordici novembre. In ogni caso si tratta di una procedura formale, l'accordo è già stato raggiunto negli scorsi giorni.Adam Smulevich http://www.moked.it/

Golan - castello Nimrod

Articolo della Ginzburg che fa riflettere chi è d'accordo e chi non lo è:

“Crocifisso: quella croce rappresenta tutti”

di Natalia Ginzburg, L'Unità, 22 marzo 1988

Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora Maria Vittoria Montagnana, insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocefisso dalle pareti della sua classe. Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. Ora si sta battendo per poterlo togliere di nuovo, e perché lo tolgano da tutte le classi nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione. Però a me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza. I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla. E’ vero. Pure, a me dispiace che il crocefisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole. Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati. L'ora di religione è una prepotenza politica. E' una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perché vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L'ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell'ora e quelli che si alzano e se ne vanno. Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E' muto e silenzioso. C'è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l'idea di Dio ma conserva l'idea dei prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è immagine. E' vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati". Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l'integrità e la sincerità della propria fede. Io credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere, vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. E' tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

venerdì 6 novembre 2009

Jews take over as British Mandate ends. May 1948

FNSI: IN SARDEGNA MEETING TRA GIORNALISTI ISRAELE E PAESI ARABI

(ASCA) - Roma, 5 nov - I giornalisti di Israele rientrano nella Ifj e la Fnsi Federazione nazionale stampa italiana) organizzera' in Sardegna un meeting tra giornalisti israeliani e giornalisti dei paesi arabi.Ne da' notizia il segretario nazionale della Fnsi, Franco Siddi.''Gli sforzi di dialogo e la volonta' di recuperare le ragioni dello stare insieme -ha dichiarato Siddi- prevalgono sulle ragioni di scontro e soprattutto sui seminatori di discordia. Non possiamo che registrare, con soddisfazione, la recuperata intesa del Sindacato dei Giornalisti Israeliani (NFIJ), con la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), raggiunta a Tel Aviv con intervento anche della Fnsi e del Sindacato tedesco, DJV.Eravamo convinti che un eccesso di incomprensioni avesse portato ad un blocco delle relazioni con i colleghi di Israele da parte delle Ifj, ma eravamo altrettanto convinti che, piuttosto dell'allargamento di fossati, per ragioni diverse ed estranee anche alla condizione dei colleghi dell'NFIJ, fosse necessario costruire i ponti del confronto e del dialogo per rafforzare le ragioni della solidarieta' e della cooperazione internazionale.L'iniziativa della Fnsi e quella dei colleghi tedeschi, che saluteremo dopodomani a Berlino nel congresso del loro 60* anniversario, hanno sostenuto la IFJ e il suo Segretario Generale, Aidan White, nella definizione di un nuovo patto di intesa e partecipazione alla vita del sindacato Internazionale.E' certamente motivo di soddisfazione in piu' che questa vicenda si chiuda dopo una stagione difficile e critica, dove non tutti hanno collaborato per sanare i contrasti. La Federazione della Stampa Italiana continuera' il suo lavoro per lo sviluppo del dialogo, per favorire le relazioni tra i colleghi di tutto il Medio Oriente e soprattutto quelli dell'area del Mediterraneo. Partecipera', inoltre, alla realizzazione di progetti comuni con NFIJ e IFJ per il miglioramento di condizioni contrattuali, professionali e di riflessione sulla deontologia, e l'affermazione dell'etica del giornalismo indipendente e libero in tutta l'area.Sosterra' in particolare, a partire dal prossimo meeting dei giornalisti del Mediterraneo, che sia la Federazione della Stampa Italiana ad organizzare in Sardegna nel marzo prossimo, ogni occasione possibile gli intenti dei colleghi israeliani di realizzare progetti comuni con i giornalisti arabi e palestinesi in particolare"

Sepolto in Israele tycoon russo

Ucciso a Mosca. Su vita e morte Kalmanovic resta il mistero (ANSA) - TEL AVIV, 5 NOV - E' stato sepolto oggi in Israele, col rito ebraico Shabtai Kalmanovic, l'uomo d'affari russo-israeliano ucciso lunedi' a Mosca. Kalmanovic era ritenuto un'ex spia del Kgb infiltrata negli anni '70 e '80 nelle piu' alte sfere dello Stato sionista. La cerimonia si e' svolta nel cimitero di Petakh Tikva, non lontano da Tel Aviv. Nell'orazione funebre, la figlia Liat lo ha ricordato come 'uno spirito ebraico' e 'un ardente sionista'.

Washington più vicina alle ragioni di Israele

di R. A. Segre 06 novembre 2009, http://www.ilgiornale.it/
Hillary Clinton ha lasciato Israele dopo una visita che ha soddisfatto il premier israeliano e fatto infuriare il presidente dell'Autonomia palestinese Abu Mazen. Netanyahu ha ragione di essere contento. Non ha ceduto sulla questione delle costruzioni dentro gli insediamenti; ha incassando i complimenti del Segretario di Stato per la «moratoria senza precedenti» da lui decisa in merito alla creazione di nuovi insediamenti. È sollevato dal rifiuto di Abu Mazen di riprendere i negoziati «senza condizioni» che lo libera dal bisogno di prendere iniziative. Ma la soddisfazione di Netanyahu nasce anche dal sentimento che gli americani incominciano a capire quello da lui sostenuto e negato dalla sinistra israeliana (con gli accordi di Oslo) che i palestinesi non vogliono uno Stato per convivere in pace con Israele ma come condizione per distruggerlo. Se questa è la direzione che prenderà il conflitto mediorientale quattro potrebbero esserne le conseguenze.1. Nessuna nuova concessione territoriale israeliana ai palestinesi dal momento che l'evacuazione ordinata da Sharon dei coloni nella striscia di Gaza ha dimostrato che tanto Al Fatah quanto Hamas le userebbero per minacciare il cuore di Israele. Se è stato possibile far sgombrare con la forza 8000 coloni è impossibile farlo contro la volontà di 250mila ebrei installati in Cisgiordania.2. La frattura fra Al Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza ha messo in luce l'inesistenza di un’identità nazionale palestinese. Questa esiste solo contro Israele mentre altrove i palestinesi continuano a seguire la logica di interessi spesso contrastanti fra cristiani e musulmani, fra modernisti laici e tradizionalisti islamici, fra clan famigliari e tribali. La violenza degli attacchi che quotidianamente Hamas lancia contro l'Autorità palestinese e il suo presidente lo dimostra contribuendo al posizionamento del «moderato» Abu Mazen su posizioni sempre più rigide e anti israeliane. Allo stesso tempo e nella più tradizionale logica di «lotta di liberazione» palestinese, Al Fatah e Hamas unitamente al movimento islamico in Israele si sono accordati per coordinare - nonostante le loro differenze ideologiche - le loro tattiche a sostegno degli scontri settimanali a Gerusalemme per la «difesa delle Sante moschee dall'assalto criminale sionista».3. Se il processo di radicalizzazione palestinese, dentro e fuori a Israele, dovesse continuare e svilupparsi, è evidente che rappresenterebbe la fine dalla strategia della «road map», mirante a creare «due Stati in Terra santa». Se ne avvantaggerebbero tutti coloro che credono nella inevitabilità dell'esistenza di «un solo stato per due popoli in Palestina». Paradossalmente è la politica in cui tanto gli islamici di Hamas quanto i sionisti laici e i religiosi della destra israeliana hanno sempre creduto. Con una importante differenza: uno Stato ebraico con due popoli significherebbe un grosso problema demografico arabo nelle proprie frontiere. Uno Stato islamico con due popoli significherebbe un grosso problema di identificazione di cimiteri sufficientemente grandi per accogliere gli ebrei.4. Prevedere come si svilupperà il conflitto palestinese è elusivo come il tentativo di creare le condizioni di pace attraverso la diplomazia in Terra santa. Una cosa tuttavia appare certa: il conflitto fra Israele e Stati arabi è finito sia attraverso accordi di pace (Egitto e Giordania) sia attraverso la sospensione di operazioni di guerra (Siria, Irak, Libano). Il suo posto viene preso in maniera crescente dal conflitto fra ebraismo e islam nonostante tutte le dichiarazioni del contrario di leader religiosi o laici. Lo dimostra l'emergere di Hamas come Stato palestinese islamico «democratico (a suo modo) e moderno». Lo dimostra l'abbandono da parte della maggioranza degli israeliani (nonostante tutte le dichiarazione del contrario dei suoi scrittori, intellettuali e uomini della sinistra ) dell'idea di uno Stato laico sionista a favore di uno Stato ebraico democratico (a suo modo) e moderno.

La Russa ricorda i caduti ebrei della Prima Guerra Mondiale Gattegna: “Un'iniziativa che serve a scoprire i valori comuni”

Roma, 5 nov - “Vogliamo ricordare il grande contributo che la Comunità Ebraica ha dato all'unificazione e all'identità nazionale, persone che hanno dato la vita per l'Italia nelle trincee e che avevano lo stesso anelito di libertà dei loro commilitoni cattolici e di altre religioni", queste le dichiarazioni del ministro della Difesa Ignazio La Russa, che oggi, assieme al presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, e al presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, ha deposto una corona d'alloro alla lapide che ricorda i caduti ebrei della Prima Guerra Mondiale. Gattegna nel ringraziare il ministro per l'iniziativa ha affermato che tale gesto “serve per riscoprire valori comuni sempre esistiti da secoli, interrotti solo nel 1938 con l'emanazione delle leggi razziali, con le quali gli ebrei furono estromessi da tutte le cariche, compresi i gradi militari".

Abu Mazen minaccia di abbandonare l'Anp, Shimon Peres lo invita a desistere dall'intento
Tel Aviv, 5 nov -Abu Mazen, pessimista sulle prospettive di ripresa di un processo diplomatico con Israele, ha deciso di abbandonare la presidenza dell'Autorità nazionale palestinese. Il presidente israeliano, Shimon Peres, lo ha chiamato per convincerlo a desistere dall'intento. La notizia che il presidente dell'Anp non si ricandiderà alle elezioni, che lui stesso ha indetto, il 24 gennaio prossimo, è stata confermata non solo da fonti dell'Anp ma anche dalla Radio militare israeliana. Il pessimismo di Abu Mazen sembra essere stato alimentato dalle correzioni di rotta dell'amministrazione Obama che, dopo aver sostenuto al fianco dell'Anp la necessità di un rispetto degli accordi sul congelamento degli insediamenti ebraici nei Territori, sembra ora accontentarsi di "un contenimento". Secondo alcuni osservatori, d'altra parte, le intenzioni di Abu Mazen potrebbero essere solo un avvertimento a Washington, tanto più che la scadenza elettorale di gennaio è tutt'altro che sicura in mancanza di un qualche accordo di compromesso interno fra Fatah (il partito laico del presidente, che controlla la sola Cisgiordania) e i rivali islamici di Hamas, al potere dal 2007 nell'enclave di Gaza. Un avvertimento preso comunque sul serio da Shimon Peres, che ieri sera ha assunto l'iniziativa di chiamare in prima persona Abu Mazen per invitarlo a non radicalizzare la sua posizione e a non rifiutare almeno un tentativo di ripresa negoziale.

Israele: “Permesso accordato”, la nave mercantile Francop, bloccata dalla marina militare, è stata autorizzata a ripartire
Gerusalemme, 5 nov - Le autorità israeliane, dopo essersi accertate che i membri dell'equipaggio fossero ignari della presenza a bordo della nave, bloccata ieri dalla marina, del carico di armi apparentemente destinate ad Hamas, hanno concesso la partenza dell'imbarcazione. Il premier, Benyamin Netanyahu, ha intanto accusato l'Iran di mandare armi "a organizzazioni terroristiche con l'intento di colpire le città di Israele e uccidere i suoi cittadini". "E' giunta l'ora - ha continuato - per la comunità internazionale di esercitare vere pressioni sull'Iran perché cessi le sua attività criminali e di sostenere invece Israele quando si difende dai terroristi e dai loro sostenitori". La scoperta del carico d'armi sul mercantile, ha detto il premier, "dà una risposta molto chiara e inequivocabile a chi afferma di aver bisogno di prove decisive che l'Iran continua a mandare armi a organizzazioni terroristiche" . http://www.moked.it/


Una soluzione che accontenta tutti

Venendo incontro alla recente sentenza dell’Alta Corte europea, Forza Nuova, la comunità milanese “Jihadisti per la pace” e la sezione della Lega di Varese “Arturo Barbarossa e signora” hanno proposto di togliere il Cristo appeso alle pareti di aule scolastiche e uffici pubblici e sostituirlo di volta in volta con un altro ebreo presente sul territorio. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/



Rough cut - La morale sessuofobica del regime iraniano


Si chiama “Rough cut” (taglio brutale) ed è uno dei cortometraggi più significativi ed efficaci realizzati sulla società iraniana. Prodotto dalla giovane documentarista Firouzeh Khosrovani nel 2007, è stato recentemente riproposto al pubblico italiano a Ferrara, in occasione del Festival di “Internazionale”, rivista che ha sempre avuto un occhio attento sulle vicende del Paese mediorientale. “Rough Cut” è una testimonianza molto intensa sulla difficile condizione delle donne iraniane e sulla morale sessuofobica imposta dal regime teocratico di Teheran. Molti registi si sono occupati dell’argomento in passato ma Firouzeh (nell'immagine sopra) lo ha fatto da un punto di vista insolito, attraverso il racconto delle varie mutilazioni subite dai manichini femminili (e recentemente anche da quelli maschili) nelle vetrine delle boutique della capitale. “Si è incominciato rimuovendo i seni, poi è toccato agli arti, superiori ed inferiori, fino ad arrivare a tagliare, in alcuni casi, anche la testa”. Una guerra con i manichini che è iniziata da lungo tempo. Basti pensare che fino a non molto tempo fa i negozianti erano costretti a comprarli all’estero, perché non esisteva nessuna azienda iraniana che li fabbricasse. Questi manichini avevano però un grande “difetto”, forme e curve accentuatamente femminili. Uno scandalo. Così, il regime aveva imposto per legge una nuova figura professionale: “il mozzatore di impurità”. Costui armato di sega elettrica o coltello, aveva il compito di trasformare “provocanti” donne di plastica in fantasmi amorfi. Ed è proprio su questo gesto che Firouzeh insiste molto, proponendo più volte immagini di mozzatori al lavoro. Un modo simbolico per ricordare come quella irrazionale brutalità nei confronti di un oggetto inanimato sia sostanzialmente la stessa violenza che viene perpetrata quotidianamente nei confronti di persone in carne ed ossa. Adesso questo lavoro non esiste più, non perché sia stata messa la parola fine a queste assurde mutilazioni, ma più semplicemente perché nel Paese sono nate aziende che fabbricano manichini privi di seno, e dunque “puri”. Una “guerra al vizio e alla dissolutezza” che ogni giorno si intensifica sempre di più. Alla luce di questo assurda campagna proibizionista che sta attraversando il Paese, assumono ancora più valore le coraggiose testimonianze di alcuni commercianti di Teheran, che in “Rough cut” denunciano l’ondata moralizzatrice che li sta travolgendo. È importante sottolineare come le immagini risalgono a due anni fa, pertanto è lecito pensare che nel frattempo la situazione possa essere soltanto peggiorata. Il documentario, partendo dalla “questione manichini”, affronta un tema molto interessante, quello della complessità della società iraniana, che da una parte subisce l’influenza consumistica dell’Occidente, dall’altra scandisce le proprie giornate attraverso i dettami del Corano. La religiosità profonda, infatti, pur esasperata da trenta anni di governi teocratici e integralisti, è un sentimento che appartiene a una larga parte della popolazione, indipendentemente dall’orientamento in tal senso dei vari governi (o regimi) succedutisi al potere. Ed è proprio per questo motivo, racconta Firouzeh, che la grande battaglia di laicizzazione forzata del Paese messa in atto da Reza Pahlevi non ha funzionato. Battaglia che vedeva nell’abolizione forzata del jihab, il velo, uno degli obiettivi principali da raggiungere. Un’imposizione che molte donne iraniane (per non parlare dei rispettivi mariti) non avevano accettato di buon grado, vedendola come una minaccia alla secolare tradizione delle loro progenitrici. “Mi vesti e svesti a tuo piacimento”, recita una poesia in farsi, che racconta una grande verità: scià o ayatollah, monarchia o teocrazia, le donne iraniane non hanno mai avuto voce in capitolo riguardo al loro abbigliamento. Capelli sciolti al sole oppure velo, a decidere sono sempre stati gli uomini.Adam Smulevich http://www.moked.it/

Mentre si festeggiano i vent'anni dalla firma dell'Intesa fra lo Stato e gli ebrei italiani, sono passati alquanto in sordina due importanti cambiamenti al vertice delle massime organizzazioni ebraiche mondiali. Uno è l'avvenuta separazione fra l'Organizzazione Sionista Mondiale e l'Agenzia Ebraica che finora costituivano un unico complesso - la prima, espressione dell'idea che esiste un popolo ebraico globale unito attorno alla rinascita dello Stato di Israele, la seconda, dedicata a realizzare concretamente la costruzione di Israele con la piena partecipazione degli ebrei di tutto il mondo - L'altra riforma, che scatterà nei prossimi giorni a Washington in occasione dell'Assemblea Generale annuale delle comunità ebraiche americane, consiste nel "ribattezzare" la United Jewish Communities – appunto il massimo organismo comunitario USA che era nato dalla fusione fra il Council of Jewish Federations (attività comunitarie locali) e la United Jewish Appeal (raccolta di fondi per Israele) - nel nuovo (ma in realtà vecchio) logo Jewish Federations of North America. In entrambi i casi si direbbe che l'elemento ideologico e l'elemento pratico vogliano incamminarsi per strade separate, e che i rappresentanti dell'ebraismo comunitario mondiale vogliano in qualche modo prendere le distanze da Israele. La risposta alla domanda se sia la realtà che crea le istituzioni, o siano le istituzioni che creano la realtà, preferiamo lasciarla a chi scriverà la storia degli ebrei nel 21° secolo.
Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme http://www.moked.it/

^ ^ M U S A N E W S ^ ^ ^
Newsletter dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Israele
“la cultura è l’arma più forte della democrazia” Amos Luzzatto

Pitigliani Kolno’a Festival 2009

Ebraismo e Israele nel Cinema Roma 14-18 novembre 2009
Un anno di cinema e storie di una città :i cento anni di Tel Aviv , la Città Bianca
http://www.pitiglianikolnoafestival.com/
Dal 14 al 18 novembre alla Casa del Cinema di Roma si terrà la settima edizione del Pitigliani Kolno’a Festival, la rassegna di cinema ebraico ed israeliano, diretta dal noto critico cinematografico italo-israeliano Dan Muggia e dalla giornalista Ariela Piattelli, e organizzata dal Centro Ebraico Italiano "Il Pitigliani" in collaborazione con l’Ambasciata di Israele e con il Patrocinio e il sostegno della Regione Lazio e della Provincia di Roma e del Comune di Roma.La nuova cinematografia israeliana, cresciuta nel corso degli ultimi anni ha iniziato anche a vincere. Il successo di Valzer con Bashir di Ari Folman, in concorso al 61º Festival di Cannes e Golden Globe 2009 per il miglior film straniero, e il Leone d'Oro come miglior film alla 66a Mostra del Cinema di Venezia a Lebanon di Shmuel Maoz, ne sono la testimonianza. Il festival offrirà al pubblico la possibilità di vedere sia film di questa stagione cinematografica, particolarmente felice per il cinema israeliano, che grandi classici, pellicole storiche che mostreranno la complessità del panorama israeliano.Anche quest’anno quattro sono le sezioni:Nella sezione Sguardo sul nuovo cinema israeliano verranno presentati otto lungometraggi, tre documentari e due cortometraggi. Alcuni tra i film selezionati hanno già avuto grande successo di pubblico e critica, altri saranno per la prima volta in Italia grazie al PKF2009.
Dopo Beaufort di Joseph Cedar, presentato al PKF2008, quest’anno altri due film riportano lo spettatore alla prima guerra del Libano nel 1982: film che raccontano il trauma personale realmente vissuto dai registi sul campo di battaglia, elaborati nella narrazione attraverso linguaggi molto diversi tra loro. Valzer con Bashir di Ari Folman è una sorta di esperimento in cui il regista affronta la sua esperienza e i traumi vissuti con il linguaggio dei disegni animati e la forma del documentario, mentre Lebanon di Shmuel Maoz è una pellicola realista, che fotografa e racconta la situazione dei soldati in guerra, chiusi dentro un carro armato, rendendo allo spettatore l’esperienza claustrofobica e circoscritta dell’uomo che affronta le paure, le atrocità di una guerra, che poi espanderà dolori e rimorsi in tutta la sua vita. Anche Il Giardino dei Limoni di Eran Riklis è un film sul conflitto, ma tratta con un linguaggio tradizionale la guerra quotidiana di una donna palestinese, che ogni giorno deve affrontare i suoi “nemici” ovvero i vicini di casa, ma che ritrova dall’altra parte della barricata uno sguardo di comprensione e solidarietà. Seppur lontani dai campi di battaglia, i protagonisti di Jaffa di Keren Yedaya e di For My Father di Dror Zehevi, vivono anche loro la quotidianità del conflitto a Tel Aviv, nel quartiere di Giaffa. Jaffa è un melodramma in stile classico nel quale una coppia “mista” non può realizzare il proprio amore a causa delle differenze etniche. In For My Father assistiamo al realizzarsi di una tenera amicizia tra un ragazzo arabo e una ragazza ebrea, che si trovano in una situazione ai limiti del paradosso. Ci sono poi i conflitti interni, famigliari: sono quelli raccontati dai fratelli Ronit e Shlomi Elkabetz in Seven Days. Una famiglia di ebrei marocchini si ritrova insieme per la settimana di lutto. Sulla scena emergono antichi rancori e il dolore per la morte di un giovane componente della famiglia. It All Begins at Sea del veterano Eitan Green esce dai centri culturali e religiosi di Israele e porta (per la prima volta nel nostro cinema) lo spettatore ad Askelon, un piccolo centro urbano da dove proviene il regista stesso. In tre episodi Green descrive la storia di una famiglia sempre accompagnata dalla paura della morte. Alla commedia israeliana è dedicato A Matter of Size di Sharon Mimon e Erez Tadmor, pellicola che ha avuto un grande successo in Israele, mette al centro della storia un gruppo di obesi emarginati che cercano la propria rivalsa. Emarginati sono anche i protagonisti di Guy di Ilan Jarzina e di Ve’ahavta di Chaim Elbaum, che, rispettivamente, raccontano di un kibbutzista laico “pentito” ed ora ortodosso con l’aspirazione di diventare un cantante, e un religioso omosessuale che fa i conti con la sua identità. Infine i tre documentari presentati offrono un assaggio della produzione di questo anno. The Green Dumpster Mistery di Tal Haim Yoffe è un docu – detective in cui il regista ricostruisce la storia di una famiglia attraverso documenti e fotografie. Nella docu – fiction Nicolai e la legge del ritorno del regista David Ofek, i veri protagonisti della storia recitano il proprio personaggio e ricostruiscono la vicenda. The Beetle di Yishai Orian, come il film di Ofek, è nella zona grigia tra il documentario e la fiction, e ricostruisce una storia ironica e commovente. Nella sezione Scuole di cinema da Israele, dedicata negli anni scorsi alla Ma’alè School, scuola israeliana di cinema per ebrei ortodossi, e al dipartimento di cinema e televisione del Sapir College vicino a Sderot, è protagonista il dipartimento di cinema del “Beit Berl College”, un’officina di idee nella quale lavorano e studiano molte promesse del cinema israeliano. Sette film realizzati dagli studenti si concentrano in particolare sulla complessità del mondo dei giovani israeliani affrontando temi come l’amore, la famiglia, l’omosessualità, ma anche la morte, il divorzio, l’aborto e la solitudine. La sezione “Percorsi ebraici” quest’anno presenta curiose storie di comunità ebraiche ai “Quattro angoli della Terra”: dalle montagne peruviane alle foreste amazzoniche per raggiungere i mercati affollati di Ho Chi Minh in Vietnam. Sono migliaia gli insediamenti ebraici nel mondo, ma molti ne ignorano completamente l’esistenza. Eppure alcuni registi israeliani sono andati alla ricerca di queste realtà con la loro macchina da presa, riportando alla luce storie straordinarie. C’è voluto un anno per Ido e Yael Zand, in Gut Shabes Vietnam, per seguire una coppia di ebrei ultra - ortodossi Chabad nei vicoli di Ho Chi Minh in Vietnam, con la missione di costituire (e redimere) una comunità ebraica nella città vietnamita. In The Valderama Sisters di Noam Demsky e Mordi Kershner sono protagoniste tre sorelle peruviane che vogliono convertirsi all’ebraismo per poi raggiungere la tanto sospirata Terra Promessa, Israele. In The Fire Within il regista Lorry Salcedo Mitrani si mette alla ricerca della presenza ebraica in Amazzonia, scoprendo la storia straordinaria degli ebrei locali assimilati, che hanno deciso di tornare alla religione e alla tradizione. Più vicina a noi è la storia raccontata da Yoram Milò in La nostra famiglia, sulle vicende delle famiglie ebraiche italiane Portaleone e Tedeschi, che intraprendono un viaggio da Roma, passando per Ferrara, Ancona e Napoli, e arrivando a coronare il loro sogno sionista in Israele. Questi film invitano a riflettere sul concetto di comunità, sul senso dell’esistenza delle comunità ebraiche in diaspora a volte in conflitto, altre in armonia, con il desiderio di vivere in Israele. Il cinema ebraico d’altra parte è spesso errante come i suoi protagonisti.Per celebrare i cento anni della Città Bianca è prevista una sezione speciale “Tel Aviv: Storie di una città”, che comprende film classici della storia del cinema israeliano e un bel documentario. Attraverso filmati inediti d’epoca Anat Zeltser, Modi Bar-On e Gabriel Bibliowicz, che saranno ospiti del Festival, nel loro documentario Tel Aviv – Jaffo, ripercorrono un secolo della storia della città, dando voce alle immagini e ai personaggi che hanno contribuito a renderla ciò che è oggi. Con un salto negli anni ’70 il programma propone Big Eyes di Uri Zohar, in cui Tel Aviv fa da sfondo ad una storia di amicizia, ambizione e tradimento; i personaggi sembrano dar voce alle contraddizioni della città ed il bianco che avvolge i palazzi e le strade entra in contrasto con le ambiguità che nascondono i cittadini della metropoli israeliana. Ambiguità che torna nelle lunghe notti bianche di Tel Aviv anni ‘90 in Life According to Agfa, il film di Assi Dayan in cui la città diventa metafora di una stagione di cinema israeliano che sta tramontando. I personaggi del film sembrano ipnotizzati dal fascino notturno di una Tel Aviv che non dorme mai. Tel Aviv Stories di Ayelet Menahemi e Nirit Yaron racconta invece di tre donne telaviviane che vivono la metropoli, ognuna in modo diverso: c’è chi ritrova se stessa scendendo fino alle fogne di Tel Aviv, chi trova l’amore su un camion che trasporta immondizie, e chi combatte per la propria libertà a suon di colpi di pistola sulle “vette” di un grattacielo. L’imprevisto, la sorpresa e il caso: anche questo è ciò che rende Tel Aviv affascinante, il fascino che il cinema ha raccontato in questi primi cento anni della Città Bianca. Gli ospiti del Festival insieme agli eventi (lezioni, premiere e serate speciali), arricchiranno le giornate del PKF2009, mentre i film restano il cuore pulsante della manifestazione. INGRESSO LIBERO fino ad esaurimento posti INFO: Il Pitigliani - Tel. e fax:+39065800539-065897756 -
http://www.pitiglianikolnoafestival.com/ E-mail: PKF@pitigliani.it
Minna Scorcu Coordinatrice Ufficio Culturale Ambasciata di Israele

giovedì 5 novembre 2009




Israele: BSL - 2a giornata: Matricole terribili, il Galil Elyon sbanca Gerusalemme

Contro ogni pronostico, le matricole Barak Netanya e Hapoel Afula demoliscono letteralmente le velleità di Ramat-Gan e Bnei Hasharon restando a punteggio pieno dopo la seconda giornata; con loro solo Maccabi Tel Aviv ed il frizzante Galil Elyon di Oded Katash che compie l’impresa di turno espugnando il fortino di Malha, casa dell’Hapoel Gerusalemme.In coda, l’HapoeI Holon si conferma la grande delusa di quest’inizio di stagione regalando il primo sorriso all’Ashkelon, mentre l’Irony Naharya deve fare i conti con lo scarso rendimento di due uomini importanti come Marc Egerson (2 pt nelle prime due gare) e Demarco Johnson (4/20 complessivo al tiro). Passando ai singoli, balzano all’occhio le performance di Jeremy Pargo e Marco Killingsworth: il primo iscrive a referto 36 pt (8/13; 5/10) in 43’ trascinando il suo Galil Elyon, il secondo con 32 pt (10/13) + 10 falli subiti domina in vernice per il Netanya che asfalta il Ramat-Gan............... Irony Ramat-Gan - Barak Netanya 83– 100 ......Eldan Ashkelon- Hapoel Holon 86-74 ....Hapoel Gerusalemme - Gilboa Galil Elyon 96-101 04 novembre http://www.basketnet.it/

Gerusalemme

Israele Sequestrata una nave con 500 tonnellate di armi e razzi iraniani per Hezbollah

Tel Aviv C’erano «centinaia di tonnellate di armi» provenienti dall’Iran e destinate al movimento sciita libanese di Hezbollah, a bordo del cargo sequestrato dalla marina israeliana la scorsa notte al largo delle sue coste; lo ha denunciato il numero due della marina da guerra israeliana Rani Ben-Yehuda. A bordo della nave intercettata sono stati scoperti «decine di container con oltre 500 tonnellate di armi e di munizioni», compresi razzi di tipo katiuscia. Il cargo «Francop», battente bandiera del piccolo Stato caraibico di Antigua, è stato intercettato dalla marina israeliana nella notte tra martedì e ieri, a circa 100 miglia nautiche (180 km) dalle coste dello Stato ebraico. Il commando non ha fatto ricorso alla forza: ha annunciato all’equipaggio che doveva procedere a un’ispezione e non è stata opposta alcuna resistenza. Aperti alcuni container è stato rinvenuto materiale militare dissimulato in carico civile e quindi il comandante ha ordinato il sequestro dell’intera nave. Il cargo successivamente è stato fatto attraccare nel porto israeliano di Ashdod, a sud di Tel Aviv, dove si trova tuttora.La nave, hanno precisato ancora le fonti israeliane, era transitata in precedenza dall’Egitto ed era diretta in Libano. Le autorità del Cairo di sicuro non erano al corrente del contenuto dei container. La «Francop» è risultata essere di proprietà tedesca. Il suo capitano è invece un cittadino polacco e così pure gran parte dell’equipaggio. Il capitano e i marinai sono risultati estranei alla vicenda e dunque saranno rilasciati appena possibile, assieme alla loro nave. 05 novembre 2009 http://www.ilgiornale.it/

Jaffa: British soldiers search one of Jaffa's residents during the Arab Revolt, 1936

Emergenza acqua, da Israele in arrivo tecnologia antisprechi

4 novembre 2009 Reuters
Poco lontano da una piccola cittadina nei pressi di Tel Aviv, un drone senza pilota con un'apertura alare di un metro raccoglie i dati prodotti da centinaia di rilevatori.Un solo tecnico con il suo computer monitora da terra il volo e riceve un quadro istantaneo del sistema (idrico) della città, capace di evidenziare -- così dice -- anche perdite nel bagno di una singola casa.Ciò potrebbe sembrare insignificante ma l'aereo che legge i metri d'acqua è, con una turbina che può generare elettricità dall'interno delle condutture, uno dei ritrovati tecnologici che società israeliane stanno sviluppando per risparmiare i miliardi di dollari persi a causa delle perdite nelle reti idriche.Questi sistemi sono parte di una politica che mira a intercettare ordini da fuori, dato che l'aumento delle popolazioni e una massiccia urbanizzazione hanno spinto in alto la domanda di acqua fresca, e gli esperti sostengono che le perdite delle reti idriche sono uno dei problemi più gravi che il mondo si trovi ad affrontare.Uno studio prodotto dalla World Bank nel 2006 stimava il valore dell'acqua persa durante il tragitto verso il consumatore attorno ai 14 miliardi di dollari ogni anno, in buona parte a causa delle perdite nella rete e di una cattiva manutenzione della medesima.Secondo quanto rivelato dallo studio, la maggior parte delle perdite si verificano nei paesi emergenti: qui, 45 milioni di metri cubi d'acqua vanno persi quotidianamente, quanto basterebbe per servire 200 milioni di persone.Il problema si verifica anche nei paesi industrializzati, dove ha un carattere endemico. Ad esempio, l'Agenzia per la protezione ambientale (Epa) stima che le perdite nel sistema di distribuzione dell'acqua negli Stati Uniti costino al paese 2,6 miliardi di dollari ogni anno."Israele è uno dei paesi all'avanguardia per quanto riguarda le iniziative per ridurre le perdite d'acqua e i relativi costi", spiega Stuart Hamilton, membro della task force dell'International Water Association (Iwa).Israele è per due terzi deserto e la questione dell'acqua ha un riflesso diretto sul processo decisionale ai più alti livelli. Per decenni, diverse società hanno lavorato allo sviluppo di tecnologie per il settore idrico, pensate per un uso interno più che per il mercato estero.Ma vedendo l'occasione per entrare nei mercati stranieri, secondo quanto rivelato dal ministero dell'Industria e del Commercio, ci si è dati l'obiettivo di esportare annualmente circa 2,5 miliardi di dollari in tecnologia idraulica entro il 2011.




I calciatori della Juventus incontrano i ragazzi di Tsad Kadima

Eilat - parco del ghiaccio

Rassegna stampa

Per quanto riguarda la politica italiana, la prima notizia che ci riguarda è il bel discorso pronunciato ieri dal presidente Napolitano ricevendo la delegazione del Keren Hayesod con alcuni dirigenti dell'ebraismo italiano. Come sempre il presidente della repubblica ha la capacità di esprimere con grande chiarezza i concetti fondamentali delle relazioni che uno stato democratico come l'Italia deve avere con l'ebraismo e Israele. Un anno fa aveva dichiarato con forza che l'antisionismo è una forma di antisemitismo, ieri ha detto che c'è una discriminante fra il dissenso con le politiche israeliane, che è legittimo, e la volontà di eliminare lo stato di Israele, che non lo è e ha assicurato a Israele "l'appoggio convinto" dell'Italia, chiedendo all'Unione Europea di prendere una posizione analoga. Il discorso è riportato da tutti i giornali, si può leggerlo nella cronaca di Fragonara sul Corriere o quella di Passarini sulla Stampa.Un tema critico è quello della candidatura di D'Alema a "ministro degli esteri" dell'Unione Europea. Da leggere con molta attenzione la documentata stroncatura di Christian Rocca sul Foglio. Il pezzo inizia così: "Non esiste un candidato peggiore di Massimo D'Alema per la carica di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea." Molto debole invece la difesa del Riformista, dove Paolo Iorio forza a favore del dirigente PD le dichiarazioni corrette di diplomatici israeliani del tenore "non spetta a noi decidere chi siano i leader europei".Fa rumore sui giornali l'appello che sarebbe stato lanciato dal Ku Klux Kan per trovare aderenti in Italia. Ne parlano il Corriere, Il Sole, e altri giornali; ma l'annuncio sembra piuttosto una bufala o una provocazione, piuttosto che una minaccia vera. Più serio invece il pericolo di Holywar, un sito ultracattolico, fortemente antisemita, che è attivo da molti anni con testi e immagini violentissimi contro Israele e l'ebraismo, nello stile dei "Protocolli", e sembra ora aver pubblicato un elenco di cognomi ebraici su cui la polizia postale indaga (Il Messaggero).Nella politica internazionale, continuano gli echi del viaggio della Clinton in Medio Oriente, e delle sue dichiarazioni sulla collaborazione del governo israeliano allo sforzo della pace e sulla indisponibilità palestinese. E' istruttivo vedere che praticamente tutti i giornali italiani accettano l'interpretazione palestinese e araba di un "voltafaccia" israeliano: non solo gli ovvi ideologi della sinistra come Liberazione e Manifesto, ma anche L'Osservatore romano. Trova ancora eco l'arresto dell'immigrato americano in Israele arrestato dalla polizia per terrorismo ai danni dei palestinesi (Battistini sul Corriere, Stabile su Repubblica). Da leggere infine sulla stampa internazionale il duro commento del Wall Street Journal sulla violazione dei diritti umani nei territori controllati dall'autorità palestinese e il reportage complice ancor più che compiacente di Le Monde sulle magnifiche sorti e progressive del regime siriano. Ineffabile in questo pezzo la risposta di un burocrate siriano alla domanda sulla rottura delle relazioni diplomatiche con l'Iraq, che accusa il regime siriano di costituire la base logistica del terrorismo in Iraq: «Mais c'est con conjoncturel», assure un conseiller du chef de l'Etat. Le premier ministre, Nouri Al-Maliki, «politiquement mal en point à Bagdad à cause des attentats, a perdu ses nerfs en nous accusant faussement. Tout rentrera dans l'ordre dès qu'un autre politicien sera au pouvoir ». Insomma, la Siria continuerà a mandare bombaroli in Iraq fino a che non cambierà governo. l'"autorevole" giornale francese non commenta, ma titola il pezzo "La Siria si pone di nuovo al centro dello scacchiere mediorientale". Bel modo di porsi al centro...Ugo Volli http://www.moked.it/

"Il Papa e il Diavolo", il rapporto fra Chiesa e Terzo Teich


È un testo scabroso, quello di Hubert Wolf, lo suggerisce già il titolo: “Il Papa e il Diavolo”. La presentazione è avvenuta a Torino, nella prestigiosa cornice del Circolo dei lettori a cui è intervenuto, insieme all'autore, l'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechay Lewy. Dopo il saluto dell'assessore alla cultura del comune di Torino, Fiorenzo Alfieri, e due brevi interventi dei presidenti degli enti organizzatori dell'evento, Tullio Levi per la Comunità Ebraica di Torino e Silvia Pons per l'Amicizia Ebraico-Cristiana, è l'autore stesso a presentare, con un'esauriente lezione, la sua ricerca. “Oremus et pro perfidis judaeis”, esordisce Wolf, illustre storico della Chiesa, professore all'università di Münster, ricordando la discussa formula della preghiera del venerdì santo. Il tema centrale del suo studio è “il carattere giudeofobico dell'istituzione ecclesiastica”, e in particolare il professore insiste nel considerare la complessità della questione, complessità compresa solo con una minuziosa e distaccata indagine storica sui documenti dell'Archivio Vaticano recentemente tornati accessibili. Lo scrittore ribadisce più volte che “l'ossessione degli storici sulla figura di Pio XII ha impedito di fare chiarezza sui contrasti interni alla Chiesa, e ha appiattito punti di vista diversi ed opposti che convivevano e si combattevano negli ambienti vaticani”.“Ci sono dati storici incontrovertibili – continua Wolf - come la firma del concordato col Terzo Reich nel 1933, primo trattato internazionale della Germania nazionalsocialista, e le mancate condanne del boicottaggio dei negozi di ebrei, delle leggi di Norimberga e della Notte dei cristalli. Su tutti la mai avvenuta scomunica di Hitler. Ma questo non deve far dimenticare che anche dentro la Chiesa c'era chi la pensava diversamente.” Wolf fa riferimento in particolare alla Opus sacerdotale Amici Israël, un'associazione internazionale nata a Roma nel febbraio del 1926 per promuovere all'interno della chiesa cattolica un atteggiamento favorevole agli ebrei. Vi aderirono diciannove cardinali, duecentosettantotto vescovi e tremila preti, propose una riforma liturgica per modificare la famosa formula del venerdì santo: lapidaria la risposta di Pio XI : “nihil innovandum est”. “Il pontefice non seppe – secondo Wolf - cogliere una grande chance d'inversione per la politica ambigua tenuta dalla Chiesa nei confronti degli ebrei”."Si tratta di un capolavoro della letteratura storiografica sulla Chiesa”, osserva Mordechay Lewy, a margine della conferenza con chi si trattiene per scambiare ancora qualche parola. Non risparmia i complimenti l'ambasciatore. Elogia soprattutto la metodologia, seria e teutonicamente minuziosa: “è sempre sbagliato, nelle ricerche storiche, farsi guidare dall'emotività: lo storico è come un chirurgo, deve usare la stessa precisione” - sostiene con decisione - "Quello di Wolf è davvero un lavoro che apre gli occhi”, un percorso storico sui luoghi comuni dell'antisemitismo e dell'approccio della Chiesa a questi ultimi. Eccellenza, guardando al presente, come giudica gli sforzi della Chiesa e quelli della Comunità ebraica per raggiungere l'obiettivo di una pacifica convivenza?“Mi pare che si vada sempre verso netti miglioramenti: la visita del Pontefice alla sinagoga di Roma, in programma per gennaio 2010, dev'essere intesa come un grande passo avanti. Si dovrebbe guardare, nonostante le episodiche incomprensioni, alla continuità che si sta cercando di costruire: la visita di Benedetto XVI s'inserisce in una tradizione inaugurata nel 1986 da papa Wojtyla, e l'auspicio è che che questa tradizione possa avere, in futuro, un ruolo determinante nei rapporti tra le due sponde del Tevere. Dobbiamo essere capaci di vivere vicini anche senza essere d'accordo su tutto: questo è il significato che do alla parola convivenza.”Manuel Disegni http://www.moked.it/

C'era amore nel ghetto, Marek Edelman lo racconta

Non è certo un esercizio di compiaciuta retorica, né di ritualismo stilistico, affermare che con la morte di Marek Edelman, testimone a pieno titolo del Novecento, venuto a mancare a Varsavia il 2 ottobre 2009, si sia chiusa definitivamente un’epoca storica e culturale. Si tratta di quel transito che ha caratterizzato una robusta parte dei paesi dell’Europa centro-orientale negli anni degli sfaldamenti dei grandi imperi e della formazione del consesso degli stati nazionali, così come delle politiche dei confini e delle nazionalità che ne derivarono, accompagnandosi fino agli anni cinquanta del secolo trascorso. Edelman, di quell’epoca e di ciò che ne derivò dopo, soprattutto per quella che veniva allora chiamata la «questione ebraica», era peraltro divenuto il «custode della memoria», essendo questo l’unico ruolo che aveva voluto ritagliarsi, in modo tale da non viverlo come troppo opprimente. Il resto non lo interessava e non mandava di certo a dirlo, essendo tutto fuorché un uomo pieno di quella diplomazia che fa rima con ipocrisia. Noi, pur riconoscendogli tale funzione, ci piace pensarlo anche come il prototipo del testimone, poiché di molte delle cose di cui parliamo oggi lui era stato diretto partecipe o ne aveva raccolta la storia dalla viva voce degli interessati. Così, allora, per la storia del Bund polacco, il partito socialista degli ebrei dell’Europa orientale, del quale fu uno dei giovani animatori, ma anche e soprattutto per le vicende del ghetto di Varsavia, tra il 1940 e il 1943, così come della disperata lotta dei giovani che si opposero ai nazisti e poi, a proseguire, degli anni della «democrazia popolare» polacca, quando il paese fu ghermito dalla presa sovietica, fino alla nascita e allo sviluppo di Solidarność. Di lui ci rimane il ritratto, impresso nella mente di coloro che l’avevano conosciuto, di un uomo aspro e duro, prima di tutto con se stesso. Non una roccia né tanto meno un orco bensì un individuo che portava i segni della storia impressi sul voto e che affidava alle molte sigarette il suggello del trascorrere del tempo. Marek Edelman era nato in quelle terre, tra Polonia e Russia, che hanno ospitato l’«Yiddishland», teatro dei drammi così come del lievitare delle speranze di quegli «Ostjuden», gli ebrei dell’Est, che hanno costituito uno degli anelli più forti della «Golà», la diaspora. Nelle traiettorie di milioni di donne e uomini, trascinati dalla violenza dei processi di modernizzazione, a cavallo tra Ottocento e Novecento, è nato l’ebraismo così come lo conosciamo noi. La cultura yiddish ne è stata a lungo il bacino di coltura, raccogliendo e organizzando le molteplici pulsioni verso una emancipazione impedita e nei confronti di un desiderio di eguaglianza frustrato quotidianamente da condizioni di vita per i più abiette. Con quest’ultimo libro, «C’era l’amore nel ghetto», che esce ora in lingua italiana, sia pure postumo, per la cura di Wlodek Goldkorn, Ludmilla Ryba e Adriano Sofri, Edelman, del quale Paula Sawicka ha raccolto le conversazioni, organizzandole in un testo coerente, ci racconta di quale pasta fosse fatta «una nazione di tre milioni di individui», che in Polonia, a cavallo tra le due guerre mondiali, ebbe la possibilità di godere di una fioritura unica nel suo genere. Negli anni dell’infanzia e della gioventù di Edelman, nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia, l’insediamento ebraico ashenazita, permeatosi e ibridatosi con l’ambiente urbano, aveva infatti avuto modo di esprimere alcune tra le sue manifestazioni più significative. È di quel periodo, pur con tutte le difficoltà che gli ebrei continuavano a incontrare nel rapporto con i polacchi, e anche dinanzi all’adozione di una legislazione discriminatoria nei loro confronti, di poco precedente alla tragica invasione nazista del 1939, la diffusione del circuito culturale yiddish, che era divenuto parte a pieno titolo della tradizione nazionale: teatri, cinema, case editrici, giornali ma anche associazioni sportive e ricreative, sindacati, partiti e così via. Edelman, che non è uno storico, tanto meno della società ebraica, ne racconta però la sua traiettoria e, in essa, l’estinzione dal momento in cui arrivarono i tedeschi e gli ebrei finirono prima nei ghetti e poi nei campi di sterminio. Se della rivolta, nell’aprile del 1943, del più importante d’essi, quello di Varsavia, egli fu uno dei capi, in quanto sopravvissuto, ha cercato poi di preservarne e coltivarne la memoria. Da ciò, ovvero dal buon uso della memoria, deriva quindi questo volume che è come una raccolta di quadri di vita quotidiana. La premura dell’autore è di non costringere in un’unica immagine pur fondata, quella della sofferenza per via delle persecuzioni, le tante storie di quella tragica esperienza. Il titolo lo dimostra, laddove richiama l’amore, inteso come pratica quotidiana, vissuta fisicamente prima ancora che spiritualmente, nella sua istanza di umanità, poiché unico antidoto alla barbarie dell’occupante. Ne vengono così fuori una quindicina di capitoletti nei quali sono contenute le ragioni della vita di contro a quelle della morte. Era in fondo questo il lavoro di Marek Edelman, quando si poneva il problema di «arrivare prima del signore Iddio», come combattente della resistenza ebraica e poi come medico cardiologo, militante dell’opposizione polacca al regime comunista.Claudio Vercelli http://www.moked.it

mercoledì 4 novembre 2009




Legge 4 luglio 1857

Regio Decreto 30 ottobre 1930

Vent'anni dalle Intese - Giorgio Sacerdoti:"Una conquista importante per gli ebrei italiani"

Sono trascorsi vent'anni da quando il Parlamento ha approvato le Intese del 1987 fra Stato e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Per fare un bilancio su questo ventennale, la fondazione Cdec e l’Università di Roma Tre hanno organizzato per il 9 novembre (alle 9.30, nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Studi Roma Tre, in via Ostiense 161) un convegno di studi, abbiamo chiesto al professor Giorgio Sacerdoti, giurista e presidente del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, alcune valutazioni sul valore di questi accordi. Qual è la sua valutazione in merito agli effetti di quell’accordo?Molto positiva. Le Intese, infatti, hanno permesso agli ebrei italiani di affrancarsi da una normativa piuttosto limitativa, che non garantiva il rispetto di alcuni diritti fondamentali, come quello di poter scegliere di non lavorare il sabato e negli altri giorni festivi. Hanno fatto sì, inoltre, che venisse meno la diversità di tutela penale delle religioni, nello spirito di piena uguaglianza che animò questo storico accordo. C’è inoltre un altro aspetto fondamentale da considerare, ed è quello culturale. Il mondo ebraico italiano, da quel momento, ha avuto un impulso sempre maggiore a proiettarsi verso l’esterno, con risultati molto positivi. Penso, ad esempio, al grande successo ottenuto ogni anno da eventi come la Giornata della Cultura o la Giornata della Memoria, prova ulteriore del crescente interesse nei nostri confronti. Va detto che non era per niente scontato che le cose sarebbero andate a questo modo. Negli anni Cinquanta, infatti, l’ebraismo italiano era diventato una “riserva indiana” e la curiosità che lo circondava era molto flebile e modesta.Lei era uno dei membri della commissione dell’Unione incaricati di trattare con la commissione governativa per la stipulazione delle Intese. Che ricordo ha di quei giorni?Sono stati tre anni (dal 1984 al 1987) di dure battaglie e di grandissimo impegno. La commissione statale, infatti, aveva un atteggiamento ambivalente nei nostri confronti. Da un lato era aperta al dialogo, dall’altra non era in grado di percepire la nostra specificità. Ad alcuni pareva assurdo, per esempio, che chiedessimo l’esonero dal lavoro nei giorni festivi ebraici. “Perché un ebreo non dovrebbe lavorare di sabato come un qualsiasi altro cittadino?”, era questa una delle domande che ci venivano poste più di frequente. Sembrava che stessimo chiedendo dei privilegi rispetto al resto della popolazione invece che il puro e semplice riconoscimento dei nostri diritti. Correvamo pertanto il rischio che il senso delle nostre richieste venisse clamorosamente equivocato. Non è stato facile far valere le nostre ragioni, come si può facilmente immaginare.Avevamo inoltre un altro fronte “caldo” sul quale trattare, ed era quello interno. Oltre alla parziale opposizione della commissione statale, infatti, abbiamo dovuto fare i conti una certa resistenza delle comunità ebraiche più piccole che, abituate al sistema vigente, non volevano essere trasformate da enti pubblici in enti “privatizzati”. Questa trasformazione, infatti, ha richiesto una maggiore attenzione nel fare quadrare i conti e nel reperire risorse, cosa non sempre molto facile per chi può contare su pochi iscritti.Anche i musulmani chiedono il riconoscimento di maggiori diritti. Le Intese ebraiche possono essere un modello di riferimento anche per loro?È un argomento molto delicato e attuale. Penso che il testo delle Intese con le comunità ebraiche possa fungere da modello a un futuro accordo tra Stato e comunità musulmane, ma solo parzialmente. C’è, infatti, una rilevante differenza tra la minoranza ebraica e quella islamica, quantomeno in Italia. Noi siamo una comunità integrata e presente su questo territorio da secoli. Loro, invece, sono prevalentemente immigrati di ultima generazione, senza un’organizzazione interna che possa essere considerata un interlocutore stabile e rappresentativo del vasto mondo islamico italiano. Senza dimenticare il sospetto, piuttosto fondato, che sotto la parvenza ufficiale di attività religiose si celino intenzioni molto meno pacifiche da parte di alcuni imam (e relativi seguaci) nostrani. Credo perciò che, fino a quando questi sospetti non verranno meno, un accordo con il governo italiano non sarà possibile.Adam Smulevich http://www.moked.it/