sabato 16 aprile 2011


In ogni generazione “In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto” leggiamo durante il seder. Per simmetria dobbiamo supporre che gli ebrei che uscirono dall’Egitto avessero il dovere di considerarsi come noi. In effetti il precetto di raccontare ai figli dell’uscita dall’Egitto precede nell’Esodo l’uscita stessa, aprendo una porta sul futuro: “E quando i vostri discendenti vi chiederanno: Che cosa significa per voi questo rito? voi risponderete: Questo è il sacrificio pasquale in onore del Signore, il quale passò oltre le case dei figli d'Israele, quando percosse l'Egitto e preservò le nostre dimore". Si dice chiaramente che il sacrificio pasquale (Pesach) deriva dal verbo “passare oltre”, anche se questo “passaggio oltre” in quel momento non è ancora avvenuto. Si dice anche che il sacrificio deve essere mangiato “con azzime ed erbe amare”: non è chiarito esplicitamente il motivo, ma mi immagino quei nostri antenati “con la cintura ai lombi, con i sandali ai piedi, con il bastone in mano” mentre spiegano che l’azzima è in ricordo del pane che di lì a poco non farà in tempo a lievitare e l’erba amara serve per ricordare come cosa passata (anche se per loro è ancora presente) l’amarezza della schiavitù. Li immagino anche mentre bevono quattro bicchieri di vino, ascoltano il più piccolo tra i presenti che intona Mah Nishatanah, discutono, si scambiano le ricette del charoset e dei biscotti, cantano filastrocche; e intanto pensano a noi che festeggiamo allegramente, a Ester e Mordechai che digiunano, ai cinque rabbini di Benè Berak che discutono tutta la notte e forse tramano la rivolta contro i romani, a tutti gli ebrei che molte volte nel corso dei secoli avrebbero festeggiato la libertà chiusi nei ghetti, nascosti o in fuga, alla rivolta del ghetto di Varsavia. Confesso che non fatico a immaginare Moshè, Aron e Miriam che recitano il Rituale della Rimembranza, ma ancora più facilmente li immagino mentre discutono animatamente sull’opportunità o meno di recitarlo. Auguro a tutti un Pesach kasher ve-sameach. Anna Segre, insegnante http://www.moked.it/


Se l'audience di Mel Gibson vale più di Pesach Vedo che lunedì prossimo, sera del Seder, La 7 annuncia uno speciale durante il quale verrà proiettato e discusso il controverso film di Mel Gibson, La passione. Sarà una mera coincidenza, proprio la sera di Pesach. Non ho dubbi sul fatto che verranno messi in luce anche i limiti di quest’opera, ma l’idea mi sembra infelice. Esprimo il mio disagio proprio perché l’idea è venuta a una rete televisiva che suscita la mia simpatia. Ovviamente la mia indignazione non nasce per ragioni, come dire, confessionali. Protesterei con eguale energia se la sera del Venerdì Santo venisse proiettato e discusso un film violentemente anticlericale o semplicemente laicista. Parlo a nome di chi, non credente, deve sempre far sentire la sua voce in nome della libertà religiosa. Ci sono delle cose che non si fanno, per rispetto verso gli altri. Un tempo si sarebbe detto per rispetto verso persone per le quali una Messa vale assai più di Parigi e Pesach vale assai più di qualche punto di audience. Alberto Cavaglion http://www.moked.it/



David ha nove anni e quando torna da scuola la mamma gli chiede, come al solito “Cosa ti hanno insegnato oggi?” La morah Hannah ci ha raccontato che Mosè, come inviato del Mossad, si è introdotto dietro alle linee nemiche per una missione speciale: liberare gli ebrei intrappolati in Egitto. La prima fase della fuga è riuscita perfettamente ma quando sono arrivati davanti al Mar Rosso, Mosè ha ordinato ai suoi ingegneri di costruire un ponte. Una volta che tutti sono passati dall’altro lato, per evitare che l’esercito egiziano li potesse raggiungere, ha chiamato col suo cellulare il quartier Generale che immediatamente ha inviato i bombardieri per distruggere il ponte. Così il mare ha travolto gli egizi e tutti gli ebrei si sono salvati. La mamma incredula al racconto di David gli chiede seria: “Questo è quello che ti ha raccontato la maestra?” “In verità no. Però se ti racconto la sua versione non mi crederesti!”. Pesach kasher ve sameach a tutti i lettori.Sonia Brunetti Luzzati, pedagogista http://www.moked.it/


Fratture Irit Amiel

Traduzione di Maizena Borejczuk Keller editore Euro 13,50 La Shoah non riguarda soltanto il popolo ebraico ma l’intera umanità. Quella pagina della Storia che ha segnato uno spartiacque nella vita di milioni di ebrei rimane come un peso incancellabile nell’animo di tutti noi e dopo sessant’anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale il suo ricordo vive nelle testimonianze che i sopravvissuti hanno impresso in pagine di drammatico realismo e profondo dolore. Alla cultura spetta il compito imprescindibile di diffonderne i contenuti per far pervenire alle nuove generazioni, attraverso gli strumenti del sapere, un messaggio di pace e tolleranza affinché un tale orrore non abbia più a ripetersi. Il libro “Fratture” della poetessa e scrittrice israeliana Irit Amiel che meritoriamente l’editore Keller porta in Italia si pone come punto di riferimento per ripercorrere la Storia offrendo a tutte le voci soffocate nei lager, ma anche a quelle che pur sopravvissute hanno scelto il silenzio sulle tragiche esperienze passate, il diritto e la dignità della Memoria. Nata da una famiglia ebrea in Polonia nel 1931, l’autrice trascorre i primi anni della Seconda Guerra mondiale nel ghetto di Cestocova e riesce a sfuggire ai nazisti procurandosi falsi documenti ariani, mentre la sua famiglia viene sterminata a Treblinka. E’ solo nel 1947 però che Irit Amiel raggiunge Erez Israel dopo essere transitata per l’Italia, la Germania e Cipro. Nella terra dei suoi avi, dove tuttora vive, la poetessa israeliana come altri superstiti ha lanciato una grande rivincita al progetto criminale di Hitler: è diventata madre e poi nonna di ben sei nipoti, continuando a lavorare nel campo della letteratura. E’ con gli occhi della testimone, lambita ma non divorata dal fuoco della Shoah, che Irit Amiel ripercorre nei 23 brevi racconti che compongono “Fratture” le vicende di coloro che scampati al genocidio sono condannati a vivere dopo la catastrofe con un bagaglio immenso di ricordi, incubi e rimpianti ma anche desideri e speranze. Sono bambini scampati per un soffio alla deportazione come la piccola Celinka che dopo aver vagato raminga fra case di estranei e casupole di campagna trova un essere umano, l’ex domestica dei loro vicini, la buona Andzia che la nasconde; sono sopravvissuti ai campi di sterminio come Daniel diventato milionario che giunto al capolinea con la vita decide di tornare nel suo paese natale vicino a Varsavia per rivedere prima di morire i luoghi della sua infanzia, “la stretta viuzza e la casetta dove era vissuto con la nonna” e “la stanzetta che odorava di colla e polvere…dove su uno sgabello basso e con la bocca piena di corti chiodi di legno, era solito sedere suo padre calzolaio”: si tratta di ricordi così dolorosi che all’improvviso qualcosa frana nella sua mente; sono donne forti e coraggiose come Salcia vissuta nella prima metà dell’Ottocento che dedica la propria vita ai figli, ai nipoti avviandoli al lavoro e all’Università, senza sapere che i suoi sacrifici e i suoi piani a distanza di quattro generazioni sarebbero finiti “nel gas e tra le fiamme…”. Nei frammenti che compongono questo prezioso libro accanto alle fredde campagne polacche, al rumore sinistro dei passi delle pattuglie tedesche che echeggiano nella notte, si assaporano le dolci brezze mediterranee, il caldo sole estivo e il paesaggio rigoglioso di Israele dove “nei giardini fiorivano i ciclamini e le colorate viole del pensiero. Persino gli alberi di agrumi …esplosero in una fioritura candida e aromatica”. Il racconto autobiografico di Fania, la ragazzina “profondamente infatuata dell’ideologia socialista del kibbutz” che giunge da Cestocova nella Terra promessa dopo aver perso i genitori a Treblinka si mescola con la storia d’amore fra Tikvà e Salìm, una giovane ebrea ed un arabo cardiologo all’ospedale di Herzlya. Metafora della difficile convivenza fra arabi ed ebrei il loro amore è destinato a soccombere dinanzi all’intolleranza della gente e alle violenze che seguiranno lo scoppio della seconda Intifada. In un perfetto intreccio fra passato e presente con uno stile narrativo intenso e un ritmo incalzante, l’autrice ci restituisce un mosaico di volti, di esperienze umane, di incontri dove i ricordi degli “scottati” si intrecciano ai conflitti che lacerano la società israeliana, in un paese quotidianamente impegnato in una guerra per la sopravvivenza e nel quale troppo spesso i genitori seppelliscono i propri figli. Il libro di Irit Amiel è la dimostrazione inequivocabile che c’è ancora molto da scrivere sulla Shoah, “perché ogni singola frase di questa raccolta è una prova palese che quella voragine è senza fondo”. Se il valore di questo piccolo gioiello letterario risiede anche nell’ essere “parola”, “voce”, “incarnazione” per coloro che non hanno potuto raccontare, né lasciare un ricordo di sè alle persone amate, diventa imprescindibile il nostro compito: Zakhor. Al Tichkah. Ricorda. Non dimenticare mai. Giorgia Greco


Textile Orly Castel-Bloom

Traduzione di Raffaella Scardi e Ofra Bannet Atmosfere Euro 16 “Vivere in un paese dai confini incerti, minacciato dall’Iran ti rende consapevole che Israele è davvero il laboratorio dell’ignoto e uno scrittore spesso scrive per non diventare pazzo”. Qualunque sia la motivazione che spinge Orly Castel-Bloom a scrivere, i suoi romanzi dallo stile brillante e pervasi da un umorismo caustico rappresentano uno spaccato della società israeliana ritratta fra l’angoscia costante di un attentato terroristico ed la desolante solitudine che in una quotidianità mai lieve si infiltra nei rapporti umani. Considerata una vera maestra dall’ultima generazione di autori israeliani e una delle personalità più significative e innovatrici della scena letteraria contemporanea, Orly Castel-Bloom ha saputo rinnovare i canoni della letteratura del suo paese dando un giro di vite alla struttura lessicale e grammaticale dell’ebraico, sciogliendo altresì l’idioma da classicismi standardizzati. Nata a Tel Aviv nel 1960 da genitori di origine egiziana arrivati in un kibbutz nel 1949, per molto tempo ha assecondato i desideri della madre parlando il francese, la sua seconda lingua e all’età di quattro anni per integrarsi ha dovuto imparare l’ebraico ex novo. “Allora – afferma la scrittrice israeliana – ho deciso che avrei imparato il migliore che c’era sul mercato, un’ossessione che ancora oggi continua”. Dopo aver studiato cinema presso l’Istituto Beit Zvi si è dedicata alla narrativa, pubblicando cinque raccolte di racconti, sei romanzi e un libro per bambini. In Italia si è fatta conoscere nel 2003 con Parti umane (e/o) un romanzo sulfureo e surreale che racconta un Israele ben poco conformato sull’ideale sionista, un paese dove si muore all’improvviso o per un autobomba o per una misteriosa influenza saudita, e al Salone del Libro di Torino nel 2008 con Dolly City (Stampa alternativa), il suo romanzo d’esordio pubblicato in Israele nel 1992, la cui protagonista costituisce una esasperazione del mito della Yiddish mame e nel quale l’autrice si prende gioco dei miti della letteratura ebraica con una narrazione che fa del grottesco un tratto distintivo. E’ da pochi giorni in libreria il suo ultimo romanzo pubblicato da Atmosfere libri nella collana Biblioteca dell’acqua magistralmente tradotto da Raffaella Scardi e Ofra Bannet con il titolo Textile, una saga familiare imperdibile che si dipana sullo sfondo della storia israeliana le cui vicende, in un modo o nell’altro, condizionano la vita di ciascuno dei componenti la famiglia Gruber. E’ nel lussuoso quartiere di Tel Baruch, circondato da giardini ben curati ed eleganti lampioni ornamentali, nella zona nord di Tel Aviv che vivono i Gruber: un luogo che, pur edificato in poco tempo, emana un senso di stabilità quasi a contrastare la precarietà e la transitorietà dell’esistenza in Israele. Nel racconto, pervaso da una vena ironica e pungente, l’autrice segue i protagonisti fra Israele e New York calandosi con grande capacità introspettiva nelle loro vite e delineandone le ossessioni e le angosce dalle quali cercano di sfuggire in ogni modo. Irad Gruber è il capofamiglia, un egocentrico dal carattere debole ed egoista che si è dedicato con i soldi della moglie “alle invenzioni più disparate in quasi tutti i campi …” raggiungendo la notorietà con l’invenzione delle scale mobili a spirale impiegate nei rifugi antiaerei, negli aeroporti e nei centri commerciali: grazie alla “genialità” di Irad Gruber Israele guadagna molto denaro e “per aver migliorato il credito dello Stato agli occhi del mondo in tempi difficili” lo scienziato viene insignito del prestigioso “Premio Israele”. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle Irad è incaricato dal Ministero della Difesa di produrre un’ uniforme speciale, molto leggera, denominata in codice “Uni-T (Uniforme Terrorismo) in grado di resistere agli attacchi terroristici e quindi di salvare la vita a chiunque la indossi, soldati, riservisti o cittadini comuni. La realizzazione di questo progetto incontra non poche difficoltà e per cercare di superarle lo scienziato decide di recarsi in America per incontrare una collega americana conosciuta in un Forum, la dottoressa Bahat, che vive a Ithaca e che ha deciso di condividere con l’israeliano i risultati delle sue ricerche sulla tela prodotta dal ragno della specie Nephila. Nata in Rhodesia, Amanda Gruber è una donna energica e determinata che dirige la fabbrica tessile Sogni d’Oro fondata dalla madre negli anni Sessanta e destinata a fornire pigiami solo ed esclusivamente alla popolazione ortodossa, “perché si tratta del gruppo più stabile d’Israele”. Mandy, che non derogherà mai alle disposizioni della madre, prende le redini della fabbrica alla morte di lei con la segreta speranza di poterla affidare un giorno alla figlia Lirit. Il lusso che la circonda, la prestigiosa abitazione nella quale vive non sono sufficienti ad alleviare né la solitudine né l’angoscia che l’ opprimono e per affrontare le ossessioni della sua esistenza Mandy si sottopone a continui ed estenuanti interventi di chirurgia estetica fino all’ultimo, l’impianto di nuove scapole per mostrare una schiena perfettamente diritta, che le sarà fatale. La morte improvvisa della madre non sconvolge troppo la figlia che dopo un momento di disorientamento dovuto soprattutto all’abbandono del suo amante, si lascia andare ad uno shopping sfrenato con la carta di credito della mamma. Lirit che si è sempre scontrata con Amanda sui gusti in fatto di abbigliamento e sulle sue scelte sentimentali (il primo fidanzato ha accettato denaro dalla madre per sparire, il secondo Shlomi, molto più vecchio di lei, fanatico salutista che non risparmia critiche allo stile di vita dei Gruber, la abbandona senza un vero motivo) realizza con sgomento che a ventidue anni dovrà occuparsi della fabbrica tessile della madre e, presa dallo sconforto, chiama il padre a New York. Irad appresa la notizia della morte della moglie si conferma l’uomo egoista e mediocre che è sempre stato e decide di rimanere in America proseguendo il suo lavoro con la scienziata che ha scelto di devolvere proprio a lui, cittadino dello Stato ebraico, i frutti delle sue ricerche, in cambio …..”della nomina a rabbino”. L’altro figlio dei Gruber è Dael un giovane che presta servizio in una unità combattente come tiratore scelto ed è appassionato di letteratura classica: una sorta di ossessione che lo porta a leggere più romanzi in parallelo e a lavarsi freneticamente dopo ogni azione, forse nel tentativo di “addormentare la coscienza”. E’ proprio per sopportare l’ansia di saperlo in pericolo ogni giorno che Amanda accoglie con gratitudine l’anestesia che precede ogni nuovo intervento chirurgico. Attorno alla famiglia Gruber si muovono personaggi magistralmente ritratti sullo sfondo di una società funestata da conflitti pubblici e privati: Carmela Levi, segretaria di Mandy e direttrice della sartoria, chiusa nel dolore dopo la morte in Libano del figlio Yehuda ma l’unica capace di dimostrare un po’ di umanità alla notizia della morte di Amanda; l’arrogante chirurgo estetico di fama mondiale Carmi Yagoda che, giunto in Israele dalla città di Dresda dove vive, appositamente per l’intervento non esita a ripartire subito dopo per la Germania progettando addirittura una vacanza, nonostante Mandy avesse rischiato di morire durante l’operazione; la scienziata americana Bahat McPhee, abbandonata dal marito vive con difficoltà la propria condizione di donna sola e si circonda di amicizie discutibili oltre che originali come l’insegnante di ebraico Raffi Propheta dell’Università di Berkeley che con il nobile intento di proteggere Bahat piomba a casa sua alle quattro di mattina con un pappagallo bianco appollaiato sulla spalla, accolto peraltro con sospetto da uno stralunato Irad. Dopo averci narrato il terrorismo e il mito della yiddish mame in chiave esasperata, in questo romanzo Orly Castel Bloom ci restituisce, attraverso la saga familiare dei Gruber, l’immagine di una società che vive una quotidianità complessa e surreale con brevi, fugaci istanti di normalità il cui filo conduttore rimane la solitudine e l’angoscia costante di un attentato terroristico che si infiltrano nell’animo dei protagonisti fino ad avvelenare i rapporti umani. Nonostante emerga una visione tragica della vita israeliana, il romanzo è di piacevolissima lettura, sostenuto da uno stile elegante, una narrazione fluida e una lingua agile che sottolineano la straordinaria capacità dell’autrice di analizzare i risvolti più riposti dei personaggi per consegnarci la parodia di una famiglia ebraica colta nel suo dolore e nella sua alienazione. Giorgia Greco


Arrigoni nelle mani degli islamisti? No del Mossad Ecco una notizia di quelle che le anime belle dagli occhi bendati di certi settori, minoritari ma rumorosi, dell’estrema sinistra italiana non vogliono proprio capire. O forse, meglio, non possono capire. Vittorio Arrigoni, l’eroe dei tutte le Flottiglie, passate, presenti e future, e’ stato rapito da un gruppo islamico, ancor piu’ radicale di Hamas, nella Striscia di Gaza che aveva eletto a sua seconda patria. Come e’ possibile, si chiedono ora quanti non possono neppure immaginare che un attivista filo palestinese possa essere nei guai per mano islamica? Naturalmente ci deve essere la mano del Mossad! Naturalemente e’ opera del complotto sionista! Naturalemente c’e’ lo zanpino di Berlusconi, che con un telefono cerca voti per far passare il processo breve alla Camera e con l’altro organizza rapimenti nella Striscia di Gaza! No, non sto scherzando. Commenti di questo tenore li trovate numerosi sulla pagina Facebook di Vittorio Arrigoni . Nell’unire la mia voce a quella di quanti chiedono in queste ore l’immediata liberazione di Vittorio Arrigoni, mi sembra utile fornire ai lettori ignari della realtà’ di Gaza alcune informazioni che aiutano a comprendere l’origine di questo deprecabile episodio. Il gruppo che ha rapito Arrigoni, “Monoteismo e Guerra Santa” fa parte della galassia salafista (o salafita), una corrente dell’Islam che predica un ritorno alle origini e la lotta a ogni forma di occidentalizzazione. A Gaza, i salafisti (o salafiti) hanno fatto la loro comparsa dopo la presa del potere di Hamas ai danni di Fatah, nel 2007. Hamas ha inizialmente tollerato questi gruppi, affidando loro il compito di guardiani della “morale”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: minacce e intimidazioni nei confronti della sparuta comunità’ cristiana , duemila anime, con l’assassinio, ancora impunito, del libraio Rami Khader Ayya; attacchi con bombe incendiarie contro gli internet caffè’; il divieto ai parrucchieri uomini di esercitare la loro professione. In poco tempo, il peso dei salafisti (o salafiti) e’ cresciuto e gruppi della galassia hanno cominciato a sfidare apertamente Hamas e il suo monopolio del potere. Il primo scontro risale al 15 agosto del 2009, quando Abdel-Latif Moussa, leader del gruppo Jund Ansar Allah, si proclamo’ emiro di Rafah. Hamas non andò per il sottile. Dopo poche ore, assalto’ la moschea nella quale era asserragliato l’auto proclamato emiro e lo uccise assieme ai suoi seguaci. Questo e’ il contesto in cui e’ maturato il rapimento di Vittorio Arrigoni. L’attivista italiano si trova nelle mani di un gruppo il cui leader, lo sceicco Abu Walid-al-Maqdasi, era stato arrestato lo scorso mese da Hamas. E’ vittima dell’ideologia fondamentalista di gruppi islamici che criticano Hamas per la lentezza con cui procede nell’islamizzazione della società palestinese. Israele, il sionismo, Berlusconi non c’entrano nulla. .Ma lo strabismo di chi crede che tutto il male sia da una sola parte, quella israeliana, gioca brutti scherzi. E offende la ragione.Claudio Pagliara. 14 aprile http://www.claudiopagliara.it/

venerdì 15 aprile 2011




L'uccisione di Vittorio Arrigoni, Napolitano: ''Barbarie suscita repulsione'' ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto ad Egidia Beretta, madre di Vittorio Arrigoni, il giovane volontario italiano ucciso nella nottata tra giovedì e venerdì a Gaza. ''Ho appreso con sgomento - ha affermato il capo dello Stato nell'esprimere la sua vicinanza alla famiglia di Arrigoni - la terribile notizia della vile uccisione di suo figlio Vittorio a Gaza. Questa barbarie internazionale tutta è chiamata a rifiutare ogni forma di violenza e a ricercare con rinnovata determinazione una soluzione negoziale al conflitto che insanguina la Regione", ha proseguito Napolitano, auspicando che le indagini "accertino la verità e le responsabilità su quanto è accaduto''. A Gaza si è intanto svolta una manifestazione con molte persone con bandiere italiane. Hamas ha dichiarato di voler celebrare un funerale pubblico per Arrigoni.15 aprile 2011,http://www.romagnaoggi.it/


Le rivoluzioni in Medio Oriente? E' tutto come prima. Anzi peggio di Fiamma Nirenstein Il Giornale 14 Aprile 2011 .

Tutte le grandi rivoluzioni, quella francese, quella americana, quella russa, quelle nazionali, oltre che sul sangue degli eroi nascono su pile di libri, sulle parole dei filosofi e dei grandi leader. Le esclamazioni non sono sufficienti, neppure quelle dei bloggers. Naturalmente a noi occidentali le rivoluzioni piacciono molto, sono i motori, le levatrici della nostra storia. E forse questo ci porta a fare pesanti errori nella valutazione dell'immenso spettacolo cui assistiamo oggi, della piazza araba in fiamme, dello spettacolo estetico e morale dei moti mediorentali e nordafricani, dei giovani che si battono e muoiono contro orridi regimi i cui crimini, tuttavia, abbiamo sempre cercato di portare all’attenzione senza suscitare grandi passioni. Sharansky generosamente ripete, memore delle sue prigioni e della subitanea caduta dell’URSS, che in ogni uomo è viva una indomabile fiamma di libertà carica di speranza. E Bernard Lewis gli ha risposto, anche lui speranzoso, che tuttavia non di richiesta di libertà qui si tratta, quanto di rispetto da parte di dittatori ladroni e feroci. Noi, pensando che ne nasca democrazia e pace, l'abbiamo chiamata «primavera», e non c'è parola più ricca di gemme. Ma a un rapido giro di sguardo nelle ampie latitudini investite dallo scontro popolare, quello che vediamo fa pensare che il Nuovo Medio Oriente è ancora una volta da rimandare. Non si vede né maggiore libertà né una sistemazione internazionale vantaggiosa per la pace. Tutt'altro. In Egitto il nuovo potere militare ha represso il popolo in piazza Tahrir proprio come quello vecchio. Il 77 per cento della popolazione ha votato per una riforma costituzionale disegnata dai Fratelli Musulmani che, con travestimenti tolleranti destinati a sfiorire, si avvicinano al potere. Il governo provvisorio, e questo è uno dei peggiori guai in vista, sta approntando un trattato di amicizia con l'Iran. Intanto ha smesso di costruire il muro con Gaza che impediva il passaggio di armi e uomini di una pedina base dell'Iran, Hamas; i copti emigrano, convinti che la persecuzione dei cristiani peggiorerà; non c'è forza politica che, in vista delle elezioni, non annunci un ridimensionamento della pace con Israele, e i Fratelli Musulmani hanno dichiarato che «dato che Israele in Medio Oriente lo odiano tutti, deve sparire». Il trattato con l'Iran è conseguenza della distruttiva debolezza americana: quando era in corso la rivoluzione liberale contro il regime degli Ayatollah nel 2009, Obama si mostrò indifferente e dette ad Ahmadinejad la sensazione di poter fare tutto quello che gli pare sia nel campo della costruzione del nucleare che dei diritti umani. E così è stato. L'Iran ha approfittato della paralisi americana per rilanciare il programma nucleare vantandosene, ha addirittura rifiutato di rifornire di benzina gli aerei europei per rappresaglia alle sanzioni, ha ottenuto dall'Egitto il passaggio nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez, cosa mai avvenuta prima. Proprio davanti alle coste di Israele. E adesso costruisce una base iraniana permanente sulla costa siriana. L'Iran ha in mano il Libano, con i missili degli Hezbollah puntati su Tel Aviv e Gaza, dove Hamas lavora al nuovo rapporto con l'Egitto, puntando sui suoi sodali Fratelli Musulmani. El Baradei, candidato laico alla presidenza, ha dichiarato che se Israele dovesse attaccare Gaza, l'Egitto scenderebbe in guerra al fianco di Hamas! Hamas nel frattempo, come contributo alla rivoluzione mediorientale, ha lanciato una campagna di attentati e di missili su Israele. La novità in vista è dunque un'alleanza fra Iran e i Fratelli Musulmani egiziani per una guerra a Israele imperniata su Hamas, mentre dal Libano, Hezbollah è pronto e agli ordini degli Ayatollah. Hamas dà pensiero anche al re giordano Abdullah, dato che nel suo Paese il 75% della popolazione è palestinese e fra questi una buona parte è integralista. Abdullah sa che potrebbe distruggere la dinastia ashemita. Con una lettera a Bashar Assad, il rais siriano assediato da una rivoluzione che ha già avuto i suoi 200 uccisi dal regime, propone un'alleanza riformatrice e si riferisce a Israele, nonostante il trattato di pace, come a un nemico mestatore. Una tendenza che di nuovo si presenta prepotente adesso che i dittatori non sanno su chi scaricare le loro disgrazie. Anche Ahmadinejad ieri ha dichiarato che prevede un Medio Oriente senza Israele. In Siria, Bashar intanto gioca con suo fratello Maher a good cop e bad cop. Il dittatore alawita chiama «martiri» i ribelli uccisi dal fratello per suo ordine, e prende misure libertarie eccezionali, figurarsi che intende permettere alle donne di indossare il hijab. A restare al potere lo aiuta l'ambiguità americana che nei mesi passati ha cercato di strapparlo all'asse con l'Iran, un asse cui aderisce anche la Turchia, e spera ancora di farne un alleato, nonostante sia chiaro che la sopravvivenza della sua fragile setta sciita in un mondo per l'80 per cento sunnita, è oggi nelle mani dell'Iran. Sullo scenario libico le cose non vanno bene, compreso il disvelarsi di astiosi contrasti nel mondo occidentale: l'incertezza nell'intervenire ha preso tempo prezioso; la destituzione di Gheddafi è incerta; i ribelli, confusi e inaffidabili in battaglia, sono tipi inaffidabili che pare abbiano venduto a Hamas e agli Hezbollah migliaia di proiettili a gas nervino e mostarda e che abbiano fra i capi personaggi come il colonnello Khoftar, per oltre vent'anni in Afghanistan come membro del gruppo libico islamico di combattimento. Non una patente di liberalità e democrazia. Il Sudan è ormai pista di rifornimento di armi iraniane e di Al Qaeda. Per fermarle Israele ha bombardato i convogli. Lo Yemen è un astruso mosaico di odi tribali e religiosi ormai senza controllo. Nel Golfo, l'Arabia Saudita, a sua volta contestata e quindi ancora peggio quanto a libertà civili e diritti umani, è in armi contro l'espansionismo iraniano che prende piede in Bahrain contro la minoranza sunnita. In tutto ciò Israele aspetta, lascia perdere, risponde agli attacchi di Hamas con durezza ma senza lasciarsi andare e appronta nuove difese antimissile: il sistema si chiama “cupola di acciaio”. Tutta la nuova confusione ha una sua traduzione diplomatica micidiale, in cui balbettiamo di libertà e democrazia senza un oggetto concreto, un gruppo, una realtà civile, cui riferirci e in cui di nuovo la tentazione europea e di Obama è quella di scaricare gli incubi su Israele: l'Onu programma per settembre una risoluzione unilaterale di riconoscimento di uno Stato Palestinese contro tutte le risoluzioni che prevedono sempre una trattativa che garantisca la sicurezza di Israele. Uno stupido modo di placare il moloch arabo in trasformazione.


Cesarea



Israele: cade aereo civile, tre morti Un aereo civile è precipitato oggi in Israele. A quanto si è appreso il pilota del velivolo ha denunciato lo scoppio di un incendio a uno dei motori in fase di decollo e ha tentato quindi un atterraggio di emergenza in una pista appartenente a una scuola di aviazione militare a Haifa, ma il velivolo è precipitato e si è infranto contro alcuni alberi limitrofi alla pista.http://www.moked.it/


Il bosco Il Tizio della Sera prende il caffè. E’ mattina. Sembra che non faccia niente, seduto nel tinello che gira il cucchiaino nella tazzina. Ma sta pensando. A un tratto, con quella che gli appare la profondità, ritiene che poi, il giorno dopo, tutto il ragionare del giorno prima apparirà semplice sragionare. Oppure mi sbaglio? sbadiglia il Tizio. Perché se come evidenzia la Storia, la persona umana invece è giunta all’età adulta, e dopo il fuoco e la ruota è arrivato alla penicillina, allora pensare non è vano. Questo è importante, assente mettendo lo zucchero nel caffè, perché lo ha girato senza averci messo lo zucchero. E se pensare è stato utile all’Uomo, conclude il Tizio, allora stamattina può pensare. Si siede sul divano. Anche se poi, pensa scostando i ferri da maglia che lo punzecchiano nelle natiche, non sappiamo quanto sia adulta la persona umana nel cammino lungo la Storia. Magari siamo sei miliardi di adolescenti. Tutto questo, pensa il Tizio, e lo fa per dire a sé stesso che di recente ha visto dall’esterno la sua persona - metaforicamente, che discorsi. Si è accorto che la maggior parte delle cose che pensa, dipendono dal fatto che ha paura. Lui pensa. E' tutta una rete di pensieri: politica, idee. Ma è paura. E’ vero che è una lunghissima paura che aveva anche suo padre, il padre di suo padre, e quasi di sicuro il padre di suo padre. Ma non è solo Ephraim ad avere paura, con noi stavolta c’è anche il mondo: i ghiacci che si sciolgono, la crisi economica, l’arrivo di un asteroide. Chi c’è dietro a questo? E dietro a quello? E’ vero che dietro a questo e quello spesso c’è un qualcosa, ma l’investigazione e il timore non sono quello per cui siamo venuti al mondo. Allora la speranza è finita? si chiede il Tizio, che ha messo la panna montata nel caffè e la gradisce molto. Il Tizio si ricorda di una volta. Era ragazzo. Diciamo sui ventanni. Era estate. Si trovava in vacanza con due amici, in un piccolo paese di montagna. Avevano deciso di passare la notte al bosco, in tenda. A quei tempi non c’erano vere preoccupazioni, ma preoccupazioni create per essere veri; per esempio, giravano ragazzi fascisti che poi nessuno vedeva, a parte una volta o due, e poi diverse volte a Roma, che lì proprio sparavano; allora si pensava a prima, quando i fascisti erano tanti, comandavano, e i nostri genitori scappavano e dormivano in un bosco; e pensavamo a come bisognasse stare attenti anche adesso, perché era chiaro che i fascisti sarebbero andati in giro da un momento all’altro. E così, capito, lui e i suoi due amici erano andati a passare la notte al bosco e ormai era notte. Avevano messo la tenda nel fitto degli alberi, e dopo avere suonato la chitarra, erano andati a dormire, i suoi amici nella tenda, e lui che amava l’aria aperta, fuori, col sacco a pelo. Si era addormentato da un momento all’altro. A un certo punto, un gran fracasso. Un rimbombo. Una corsa di molti. Il giovane Tizio si tira su di scatto, in mezzo al bosco il rimbombo è vicino. Il Tizio urla: “I fascisti!”. In quel momento tra gli alberi, accanto a lui, nella penombra, dappertutto, sta galoppando una mandria di alci. Dieci, o cinquanta. Passano sbuffando, in un odore di selvatico. Basta. Il rimbombo evapora. Fuori dalla tenda ci sono i suoi amici. In piedi, in mutande. Uno brandisce la torcia elettrica, accesa. L’altro si sta mettendo gli occhiali. - Quelli, fa l’amico con la torcia, non erano fascisti. E agita la luce in mezzo ai tronchi immobili. - Erano animali, scuote la testa l’altro, mica fascisti. - Sì, disse il giovane Tizio. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


Nel Neghev.....

Voci a confronto La situazione al confine tra Israele e Gaza è diventata ancora più esplosiva negli ultimi giorni; nel solo fine settimana Hamas ha fatto partire oltre 120 razzi e missili diretti contro i civili israeliani, e, per la prima volta, Tsahal ha utilizzato il nuovissimo sistema di difesa antimissilistica appena installato: 8 razzi, diretti contro le città israeliane, sono stati annientati in volo. Purtroppo ben pochi fra i lettori dei nostri quotidiani hanno avuto notizia sia di questi attacchi palestinesi, sia dello straordinario successo della tecnologia israeliana, così come non hanno neppure appreso che un terrorista ucciso a Gaza era direttamente coinvolto nel rapimento di Gilad Shalit; sarebbe bello scoprire che, almeno, inizia la caccia a tutti i palestinesi coinvolti in quell’atto diventato, negli anni, una vergogna per il mondo intero. All’estero le cose non si svolgono in modo molto diverso; a Bruxelles sono stati installati in rue Neuve, nel centro di Bruxelles, dei finti check points nei quali persone travestite da soldati israeliani fermavano tutti i passanti e, alla fine dello “spettacolo” sparavano su un ragazzo “palestinese” fingendo di ucciderlo (con successivo funerale, il che non guasta mai). Quasi in contemporanea con questa commedia disgustosa, in un vero check point, veri soldati israeliani bloccavano una vera donna palestinese che si fingeva incinta e chiedeva di recarsi in un ospedale israeliano; la realtà, ben più triste, è che quella donna voleva invece recarsi nell’ospedale che in passato le aveva salvato la vita per farsi esplodere col suo corpetto esplosivo mascherato, appunto, con la finta gravidanza. Anche questa è una notizia che i grandi quotidiani di casa nostra hanno taciuto. Per chiudere questa breve carrellata di episodi della settimana scorsa ignoti ai più, ricordo che un’organizzazione di studenti afro-americani di nome Vanguard ha invitato tutti a smettere di usare, per attaccare Israele, il termine “apartheid” in quanto falso e profondamente offensivo se applicato allo stato nel quale gli arabi e tutti gli altri gruppi di minoranza sono cittadini a pieno titolo, senza nessuna attinenza con quanto avvenuto nei regimi di apartheid. Un editoriale del Foglio è tutto dedicato ai risultati della politica di Obama in Medio Oriente: il Pakistan ha chiesto agli USA di ritirare tra il 25 e il 40 per cento dei suoi agenti e di smetterla coi continui bombardamenti effettuati coi droni (i pakistani rimpiangono, nell’era del premio Nobel Obama, i tempi migliori della presidenza Bush). Addirittura, un incontro, che si è svolto a Washington tra i vertici militari, è stato interrotto dopo la prima giornata, mentre avrebbe dovuto durare tre giorni. Parimenti mal vista appare la situazione della politica di Obama in Afghanistan; Karzai intende chiedere ad USA e NATO la sospensione di tutte le operazioni militari. L’editoriale chiude la sua carrellata con un cenno a quanto avviene anche con il tradizionale alleato saudita: dopo il rifiuto di incontrare Hillary Clinton, la monarchia è stata del tutto delusa anche dal recente incontro col Segretario alla Difesa Bob Gates, ultimo legame che sembrava reggere in questo periodo di dure polemiche. Ora gli USA vedono messa in forse una commessa saudita di ben 6o miliardi di dollari, cifra questa che non potrà non far pensare molti americani sui risultati della politica di Obama. Giorgio Bernardelli firma un articolo su Avvenire dopo che il 30 e 31 marzo scorsi si è riunito un gruppo di lavoro a seguito del recente Sinodo dei vescovi. Da questo articolo non si comprende se siano state ancora riprese le accuse, del tutto ingiustificate, mosse contro Israele, o se siano stati piuttosto affrontati i sempre più gravi problemi che incontrano i cristiani tutti in terra islamica; Bernardelli finisce comunque le sue riflessioni affermando che i cristiani devono sentirsi al 100 per cento cittadini; che questo avvenga, in Medio Oriente, solo in Israele, Avvenire lo nasconde ai suoi lettori. In Egitto iniziano gli interrogatori di Mubarak, della sua famiglia e dei suoi stretti collaboratori; mentre molti ministri e l’ex presidente del Senato sono già in prigione, Fabio Scuto per Repubblica ed Eric Salerno per il Messaggero scrivono che Mubarak, trasferito dagli arresti domiciliari al cospetto di un giudice, sarebbe stato colpito da infarto e quindi subito trasferito in ospedale. Solo domenica scorsa l’ex rais si difendeva per radio dalle pesanti accuse che gli vengono mosse, ma intanto, nelle piazze, molti egiziani reclamano la pena di morte per il presidente che li ha governati per 30 anni. Lo spagnolo El Mundo descrive la giornata in Medio Oriente dei principi delle Asturie che, dopo un colloquio con Netanyahu, si sono recati a Ramallah (città indicata come “giordana” in testa all’articolo!); i futuri reali di Spagna si sono inchinati di fronte alla bandiera palestinese in compagnia di Abbas, col quale si sono intrattenuti a lungo nelle sale della Muqata. Non si può non osservare che questo edificio viene falsamente presentato ai lettori spagnoli come l’unico, in terra palestinese, a non essere modesto, in modo che i contribuenti spagnoli non si interroghino sull’uso fatto dei loro soldi. Analogo inganno viene fatto ai lettori del Mundo quando si nomina “il muro della vergogna”, non visto tuttavia dai principi; vi è da sperare che almeno il futuro re abbia cognizione di quello che significa terrorismo palestinese. Anche peggiori sono le parole che si leggono oggi nell’articolo firmato da Matteo Bernabei per Rinascita; l’ANP sarebbe oramai pronta a governare uno stato indipendente, e questo viene scritto senza alcun riferimento agli impegni cogendi di Oslo. Ma mentre si parla dei grandi, reali progressi compiuti nelle terre sotto totale amministrazione palestinese, Bernabei parla poi, al contrario, dei “confini tracciati nel 67”, dimenticando che questa è una affermazione priva di alcun significato reale e storico. Tutto diventa poi chiarissimo, ed in particolare il sentimento filo Hamas dell’articolista, quando si legge l’accusa mossa ad Abbas di “voltare la faccia contro l’approvazione del rapporto sui crimini di guerra commessi dalle truppe con la stella di Davide durante l’operazione Piombo Fuso”. Abbas viene anche dichiarato essere il miglior alleato di “Tel Aviv” dopo Mubarak, e accusato di non chiarire che cosa farà della Striscia in caso di riconoscimento dello Stato di Palestina. Si potrebbe proseguire la lettura degli odiatori di Israele con Federico Raponi che, su Terra, parla del documentario: This is my land…Hebron, che ha vinto il festival dei Popoli. Si parla dei 400 settlers che tirano pietre contro i bambini dei palestinesi (non nego che questo possa purtroppo succedere, ma nego che succeda solo questo ndr). Il lettore apprenderà quindi che i coloni sono arrivati “massimo 40 anni fa in una terra che credono appartenga a loro e non a chi ci visse da 3/4000 anni”, dove i buoni palestinesi esercitano una “resistenza passiva”. Che lo scontro avvenga non solo tra israeliani e palestinesi, ma anche tra israeliani è dimostrato da chi meglio non poteva farlo: il fondatore dell’associazione Breaking the silence… S.C. sul Fatto Quotidiano parla degli iraniani profughi in Irak dall’88, alla fine della guerra con le truppe di Khomeini; hanno goduto di grande indipendenza, addirittura con un parlamento locale in questa loro enclave, ma tutto questo sembra destinato a finire per loro. S.C, parla di “soluzione finale”, anche se non sembra alludere a qualcosa di pari a quella tragicamente nota. Chiudo questa rassegna piena di pagine che avrei voluto non leggere citando l’Herald Tribune e che definisce la proibizione dell’uso del velo in luoghi pubblici francesi come “cinica politica”, e parimenti sono “attacchi cinici” quelli che la Francia porta al 10 per cento dei suoi cittadini di religione islamica. La decisione di Sarkozy viene denunciata come atto di una politica che vuole bandire gli islamici dalla Francia e dall’Europa intera. Il giornale londinese chiude con un’esortazione al presidente francese a “seguire la voce di coloro che si oppongono a tale politica e a smetterla con questi atti di intolleranza”. Ascolterà Sarkozy le parole dell’Herald Tribune? Emanuel Segre Amar 13 aprile 2011 http://www.moked.it/



Hamas: “Nuovo video di Gilad Shalit se Israele pagherà un prezzo adeguato” Un nuovo video di Gilad Shalit a patto che Israele paghi un prezzo adeguato. Questa la provocazione lanciata da una rivista “a-Risala” che esprime le posizioni di Hamas. In occasione del video del prigioniero israeliano divulgato un anno e mezzo fa Israele fu costretto ad accettare di rilasciare 19 detenute palestinesi per ottenere un filmato di due minuti, che mostrava il militare molto sciupato ma tutto sommato in buone condizioni. A oggi ancora nessun emissario delle organizzazioni internazionali ha mai potuto visitare Gilad.http://www.moked.it/


Una cartolina per Shalit La disumana crudeltà della prigionia di Gilad Shalit, che dura ormai da quasi cinque, lunghissimi anni, nel totale disprezzo di ogni forma di umanità e di morale, di qualsivoglia tipo di diritto (penale, militare, internazionale, di pace, di guerra o di altro tipo) l’uomo sia mai stato capace di inventare, sia pure nelle più estreme condizioni di brutalità e sopraffazione, è – o dovrebbe essere – una spina nel fianco di qualsiasi spirito civile, qualcosa che dovrebbe levare il sonno a chiunque abbia in sé un minimo di coscienza. E’ evidente che, dal punto di vista dei terroristi sequestratori, la vita del giovane soldato rappresenta una merce preziosa, e non soltanto per la prospettiva della gigantesca contropartita richiesta nello scambio, che assicurerebbe loro uno straordinario successo politico, militare e di immagine nel confronto contro Israele, ma anche per l’evidente obiettivo (da considerare, in ogni caso, pienamente raggiunto) di alzare sempre più il muro di ostilità e incomunicabilità tra il popolo israeliano e quello palestinese. Tutti i palestinesi, secondo Hamas, devono tenere presente che non c’è alcuna alternativa al linguaggio della forza e della violenza, e tutti gli israeliani - anche quelli che continuano, tra mille difficoltà, a organizzare iniziative umanitarie a favore della popolazione civile di Gaza - devono sapere che, al di là della frontiera, per loro non ci sono che irriducibili nemici. Chi critica il cosiddetto ‘muro’ difensivo di Israele, finge di non vedere il gigantesco muro di odio eretto da Hamas: coloro che continuano a invocare l’agognata pace tra Israele e Palestina, e a lamentare lo stallo nei colloqui bilaterali, come se Hamas non esistesse, che ruolo immaginano, nel futuro Medio Oriente ‘pacificato’, per i carcerieri di Shalit? Abbiamo già avuto modo di annotare (nel Pilpul del 3 febbraio 2010), di fronte al dilemma posto dalla trattativa, che la ragione e il cuore sembrerebbero suggerire opzioni diverse. Se il governo israeliano è chiamato all’arduo compito di conciliare entrambe le cose, il comune cittadino può, però, fare sentire la sua semplice voce, dare una piccola, importante manifestazione di solidarietà. Per farlo, può essere sufficiente inviare una cartolina a Gilad Shalit, in cui gli si augura, semplicemente, di tornare presto a casa. Natan Sharansky, attualmente Presidente della Jewish Agency (e, com’è noto, per lunghi anni prigioniero, in quanto dissidente, nelle carceri sovietiche), nel corso di una pubblica manifestazione organizzata a Tel Aviv lo scorso 10 dicembre, ha sottolineato come tale piccolo gesto possa essere importante: anche se, naturalmente, Shalit non riceverà mai i messaggi, molti, in Italia, in Israele e a Gaza, sapranno che il giovane prigioniero non è stato dimenticato, non lo sarà mai. Un gesto ingenuo, probabilmente, e certamente non risolutivo (si potrebbe temere, addirittura, che la persistente attenzione internazionale possa contribuire a mantenere alto il “prezzo di scambio”). Ma è un gesto, in ogni caso, che ci eviterà di andare a dormire, la sera, come se niente fosse, come se non esistesse, in un certa località, un ragazzo innocente, sigillato - da ormai un quinto della sua vita - in una stanza. E i suoi sequestratori, forse, capiranno che, almeno su di un piano, hanno sbagliato i loro calcoli, contribuendo a rendere ancora più forte, in tutti gli amici di Israele, il sentimento di solidarietà e appartenenza. Scriviamo, dunque. L’indirizzo? Gilad Shalit, Military Prison, Gaza City, Palestinian Territory (Israel) Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/


Alla quarantaquattresima sessione della Commissione per la Popolazione e lo sviluppo dell'ONU questi giorni a New York il tema in discussione è Fecondità, salute riproduttiva e sviluppo. La risoluzione finale sarà adottata col consenso delle varie delegazioni, e questo richiede un laborioso negoziato per raggiungere un testo concordato. Nella commissione preparatoria si sono delineati due campi opposti: uno guidato da Danimarca, Regno Unito, Olanda, Brasile e diversi altri paesi occidentali che esplicitamente vogliono menzionare le libertà di scelta riproduttiva degli individui e delle coppie; l'altro guidato dalla Santa Sede, Malta, Iran e Pakistan, che si oppongono alla menzione esplicita di una politica favorevole alla diffusione della contraccezione. In queste discussioni, il delegato d'Israele finisce spesso per trovarsi d'accordo con l'Egitto, con gli altri paesi arabi e con i paesi africani nel cercare una via di mezzo fra modernità e rispetto delle tradizioni. Strani compagni di letto... Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemmehttp://www.moked.it/


Torta di Limone per Pesach Ingredienti per l’impasto: 270g zucchero; 270g farina azzima o azzima pestata; 65 g fecola; 50 g succo di limone; 6 uova; la scorza grattugiata di 2 limoni; olio per ungere; sale Per la crema: 270g zucchero; 2 uova; 2 limoni; fecola Preparazione: montate i tuorli con metà dello zucchero, incorporate il succo di limone e la scorza dei due limoni. Montate a neve ferma le chiare aiutandovi con un pizzico di sale, poi aggiungete lo zucchero rimasto, continuando a montare.Versate i tuorli montati sugli albumi e mescolate delicatamente, quindi unite la farina azzima e la fecola e amalgamate. Versate questo composto in uno stampo a cerniera ben unto con l’olio.Mettete in forno a 180° per 40 minuti, se vedete che la torta si scurisce troppo copritela con un foglio di alluminio. Quando è pronta sfornatela, lasciatela raffreddare e dividitela a metà. Nel frattempo che cuoce la torta preparate la crema: mescolate le uova con lo zucchero, unite 2 cucchiai di fecola, il succo dei due limoni filtrato, la loro scorza grattugiata e mettete il composto a cuocere a bagnomaria, fino a che non inizia ad addensarsi, mescolando sempre.Una volta pronta la crema lasciatela raffreddare continuando sempre a mescolare. Se credete che la torta diventi troppo secca con uno strato solo di farcitura, tagliatela in 3 dischi, in modo da avere 2 strati di crema e renderla più morbida. Beteavòn! Sullam n. 70


Non prendiamoci troppo sul serio John levinsky è un importante imprenditore ebreo riformato di new york che ha un appuntamento importantissimo, l'incontro di lavoro della sua vita, al centro di Manhattan alle 15,30 esatte. Se arriverà in ritardo anche di un solo minuto la sua carriera sarà stroncata. Ma se arriverà in orario il suo patrimonio crescerà enormemente....per cui, guidando la sua auto, si presenta lì già alle 15,15...ma tutti i garage sono pieni e non trova parcheggio. Fatti i primi tre giri, alle 15,18 alza gli occhi al cielo e rivolgendosi a Lui dice: “Salve Signore, tu sai bene che ho questo appuntamento alle 15,30 e che non trovo parcheggio...ed io lo so che non sono un buon ebreo...perchè non mangio mai kosher... evvabbene...ti giuro che, da domani mattina, osserverò una kasherut assoluta, niente più prosciutto di parma, niente più ostriche o aragosta....ci rinuncio, ma ti prego fammi trovare parcheggio!” Fa altri tre giri, sono le 15,23 ma il parking non esce. Con voce tremante rialza gli occhi e dice: “evvabbbene...è vero! vado al tempio solo a Kippur...ma ti prometto che se mi fai trovare questo parcheggio, io da domani, osserverò tutte le feste comandate: Rosh Ashanà, Kippur, Shavuot, Purim, etc...ma dai, sù...fammi trovare questo parcheggio!” Fa altri tre giri con l'auto e ormai sono le 15,27 ed il posto non esce...allora con voce rotta e tremante si rivolge di nuovo a Lui e, agitatissimo, dice: “Lo so, lo so! Non rispetto il sabato!...ma guarda, se mi fai trovare questo parcheggio...ebbene da domani osserverò il Shabat in maniera maniacale per tutta la vita...niente più golf, niente spese, niente auto....ma ti pregoooooooo fammi trovare il parking!” ed ecco che....proprio in quel momento, una grossa limousine se ne va e gli lascia un posto proprio davanti al palazzo dove lui doveva andare...lui ci si butta dentro, parcheggia, poi...alza gli occhi al cielo e sorridendo, felice, esclama: “grazie, grazie! Ho già trovato...non serve più!” a cura di Roberto Modiano Sullam n.70


Chiunque abbia lavorato nelle biblioteche italiane, studiando libri del Novecento si sarà imbattuto in odiosi graffiti apocrifi. Il furore biblioclasta che ha caratterizzato le dittature del XX secolo si perpetua ancora oggi nel silenzio delle sale di lettura. Non ce ne siamo mai accorti, appagati dal libro sui roghi di Leo Loewenthal. L’odio contro il libro ha esiti spesso più sottili e non tutti questi gesti di viltà risalgono al periodo del 1938-1945. Alcuni graffiti, purtroppo, sono recenti. Bisognerebbe un giorno organizzare una esposizione di questi libri oltraggiati, come si fa esponendo le foto con i negozi che esponevano cartelli ostili agli ebrei o i disegni della “Difesa della Razza” o i foglietti dei delatori. E’ quella affidata alle pagine di un libro di biblioteca una forma di delazione ripugnante. Sono appunti a margine spesso opera di lettori animati da interessi storici. Che fare quando ci si trova in una situazione del genere? Denunciare la scoperta ai bibliotecari correndo il rischio di essere noi stessi accusati dell’infamia? Cancellare davanti a tutti l’ignominia alzando la voce? Prendere in prestito il volume, mondarlo o lasciare tutto così, a mo' di denuncia. Se lo è chiesto - se non ho visto male è il primo ad aver sollevato il problema, dentro una ricerca che ha per oggetto un episodio di storia della Resistenza - Marco Piazza (Cronaca di una restituzione. Sergio Piazza (1916-1944), Aosta, Le Château, 2011, pp. 40-41).Alberto Cavaglion, storico http://www.moked.it/


Libri/ L'antisemitismo in Germania prima dei nazisti


Di: Franco Debenedetti 13/04/2011 http://www.mosaico-cem.it/ Dalle pagine del Sole24 ore, pubblichiamo volentieri la recensione del senatore Franco Debenedetti al volume di Arnaldo Benini, “Thomas Mann, Jakob Wassermann e la questione ebraica” (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 201o) Il designer John Galliano che esalta le camere a gas, l’attore Charlie Sheen che chiama il suo manager “maiale ebreo”, il wikileaks-leader Julian Assange che accusa gli ebrei di avere complottato per la sua estradizione, il gruppo pop giapponese che va in onda con la svastica al braccio: non sono vaneggiamenti etilisti, perdita di controllo, stravaganze. Se proprio “nello star system il rancore antisemita non è più tabù” (P.G. Battista, Corriere della Sera, 4 Marzo) è perché chi svaria su questo registro sa, o per istinto o per cinismo, di poter contare su un diffuso consenso. Generalizzazioni arbitrarie? Timori ingiustificati? Non si direbbe, se proprio in questi giorni Benedetto XVI ha ripudiato l’accusa di deicidio che da secoli veniva mossa agli Ebrei, e che è stata all’origine di tanto sangue. Il saggio di Arnaldo Benini “Thomas Mann. Jacob Wassermann e la questione ebraica” (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2010) illustra, con dovizia di citazioni, come ben prima del delirio nazista l’antisemitismo fosse un sentimento rigoglioso e diffuso in Germania, quali “argomenti” e toni circolassero prima di diventare linguaggio ufficiale. Wassermann, oggi quasi del tutto dimenticato anche in Germania, era negli anni ’10 e ‘20 il romanziere forse di maggior successo, amico di Thomas e Heinrich Mann, Hugo von Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Walter Rathenau. Nel 1921, nel momento della sua massima popolarità, Wassermann scrive “Il mio cammino di tedesco e di ebreo”, la sua autobiografia, dedicandola a Ferruccio Busoni. A 48 anni, insolita età per scrivere autobiografie, Wassermann sente l’impellenza di scrivere il resoconto di quanto egli, ebreo e tedesco, aveva vissuto e sopportato. Appena uscito il libro, Thomas Mann, che all’epoca stava scrivendo la Montagna magica, scrive all’amico manifestando una certa incredulità: “le cose stanno in realtà proprio così?”, “la Germania, cosmopolita come essa è […] dovrebbe essere proprio essa il terreno più idoneo a fare attecchire l’albero dell’antisemitismo?” . Mann non era e non fu mai un antisemita: ma preso dal suo egocentrismo non avvertiva le difficoltà e le angosce degli altri; per lui solo un ebreo ipocondriaco poteva pensare che la Germania fosse antisemita. Nella risposta di Wassermann c’è il dolore per l’incapacità dell’amico di vedere una realtà per lui evidente: pur non avendo mai subito violenze ed espropri, dando significato a quel che avveniva nella vita di ogni giorno, egli avvertì come pochi altri l’approssimarsi della catastrofe. Wassermann chiede a Mann “con quale senso del diritto” l’esercito escluda gli ebrei dalle carriere militari, lo stato dalla magistratura e dalle cattedre, lo sfida a guardare “nella ininterrotta e lacerante sofferenza esistenziale […] nell’orgoglio calpestato, nello sfrontato rigetto dei diritti umani e politici”; per Mann lo stesso successo letterario dell’amico è la dimostrazione che “la Germania non è solo una potenza fisica, ma è sopratutto un grande evento spirituale”. L’ebreo col naso adunco, lo sguardo grifagno, le unghie rapaci era in quegli anni il soggetto di iconografie riprodotte su chincaglierie estremamente popolari (perfino sul fondo dei recipienti igienici dell’epoca); Mann guardava alla Kultur tedesca e si diceva certo che questa l’avrebbe protetta dal male dell’antisemitismo. A partire da quello scambio epistolare, Benini ricostruisce come ideologia e indifferenza nella Germania tra gli ultimi decenni dell’800 e l’avvento del nazismo abbiano fatto evolvere i problemi di una non facile convivenza nell’orrore della soluzione finale. Richard Wagner era un rabbioso antisemita, odiava Meyerbeer e Mendelssohn, scriveva della “ripugnanza spontanea che suscita in [lui] la personalità e l’indole ebrea”; grazie anche al contributo del genero Houston Chamberlain, Bayreuth divenne il centro di un antisemitismo virulento; per Wassermann la “sproporzione tra il Wagner germanofilo e il Wagner musicista” è rivelatrice di quanto “la storia dell’antisemitismo sia un pezzo rilevante di storia culturale tedesca”. Furono proprio personaggi come Chamberlain a diffondere una versione semplificata del famoso (e fumoso) saggio di Arthur de Gobineau “Sur l’inégalité des races humaines”: rivolto contro “i neri e i gialli”, fu fatale agli ebrei europei per il concetto di razza come caratteristica indelebile di ogni persona. Fu l’influenza di quel libro a trasformare lo Judenhass (odio per gli ebrei), in Antisemitismus, l’avversione all’ebreo nella convinzione che di loro ci si libera solo sterminandoli. Il termine è del 1879, lo si deve a Wilhelm Marr, socialista radicale, seguace di Feuerbach, simpatizzante di Mazzini, ebreo per parte di padre. Era socialista l’economista berlinese Eugen Dühring secondo cui “gli ebrei hanno combattuto per la libertà economica[…] ma l’hanno fatto solo per scopi egoistici o monopolistici”. Insegnava invece all’Università di Berlino, “il reggimento intellettuale della Casa Hohenzollern”, Heinrich von Treitschke, descritto come “ più fanatico che storico”. Era conservatore Thomas Mann: ma chi seppe descrivere come nessun altro il disfacimento morale della borghesia europea e tedesca, non ebbe la lucidità di prevedere l’avvento del nazismo. Proprio nella Kultur che avrebbe dovuto rendere la Germania immune dall’antisemitismo, c’erano gli elementi che, svuotati dal loro ricchezza metaforica, massificati e stravolti a progetto politico, l’avrebbero travolta.

mercoledì 13 aprile 2011


opera di Denis Zilber

Il mito della pace con la Siria

Di Guy Bechor http://www.israele.net/ È accaduta una cosa terribile, per un intero settore del panorama politico in Israele (e altrove), vale a dire per tutti quei politici, ex ufficiali ed esperti vari che per decenni hanno continuato a parlare di far la pace con la famiglia Assad. Oggi, non solo l’opzione di un siffatto accordo di pace con la Siria non è più all’ordine del giorno, ma si è anche visto che si trattava di una possibilità fasulla la quale, se realizzata, avrebbe gravemente danneggiato Israele. Per quasi quarant’anni ci hanno detto che la pace con la famiglia alawita che comanda in Siria ci avrebbe portato la pace con tutto il mondo arabo. Poi ci hanno detto che quella pace avrebbe garantito il contenimento di Libano e Hezbollah. Dopodiché hanno detto che un accordo con gli Assad avrebbe portato alla rottura dei legami fra Siria e Iran. E oltre a tutto questo, ci veniva detto che non facevamo abbastanza sforzi per accondiscendere le pretese di Damasco. Il tutto accompagnato da una certa dose di idealizzazione romantica e di ammirazione per la famiglia Assad: padre, figlio e spirito santo. Ma erano tutti concetti infondati. La Siria, che è isolata all’interno del mondo arabo, non avrebbe spinto nessun altro stato arabo, nemmeno il Libano, a seguirla in una “pace” con Israele. Al contrario, proprio in questo periodo abbiamo ottenuto una certa stabilità sul fronte libanese senza cedere le alture del Golan. Non basta. Gli alawiti, i cui unici alleati al mondo sono gli sciiti di Iran e di Hezbollah, non avrebbero mai rinunciato ai legami con costoro. In effetti il regime siriano si è semplicemente preso gioco di tutta quella gente che in questi anni ha sostenuto la pace con gli Assad, e da essi ha tratto legittimazione senza pagare pegno. Ora salta fuori l’amara verità che avremmo dovuto conoscere da un pezzo: gli Assad sono una spietata famiglia di dittatori, appartenente a una isolata minoranza etnico-religiosa priva di legittimità a comandare. Il mondo arabo prende le distanze da questa famiglia, e lo stesso fanno i cittadini siriani. Non è affatto certo che essa riesca a restare aggrappata al potere ancora a lungo. Se Assad vorrà mantenersi al comando, dovrà combattere la sua stessa gente in modo analogo a come sta facendo Gheddafi in Libia. Guai a noi se avessimo concluso un accordo con questa famiglia e con questa minoranza siriana. Avremmo perduto per sempre il Golan, e il regime siriano vi avrebbe insediato un milione di cittadini al solo scopo di propagare la “resistenza” contro Israele. Oggi un accordo firmato con la tirannia degli Assad non varrebbe nulla, la popolazione siriana direbbe che si tratta di una “pace” stretta fra Israele e una minoranza etnico-religiosa priva di qualunque legittimità a governare. Per fortuna non abbiamo firmato nessuna “pace” con gli Assad, mentre sono state preservate stabilità e deterrenza. Da anni abbiamo con la Siria una pace senza “pace” ufficiale, ed è già molto. Per farlo, non abbiamo avuto bisogno di pagare prezzi insostenibili in termini di territorio o di legittimazione, ed è proprio per questo che restano valide altre opzioni future con un eventuale nuovo regime a Damasco. Quando voleva insolentire Israele, Bashar Assad affermava causticamente che lo stato ebraico non è pronto per la pace e non vuole la pace. Ora che la brutalità del suo regime etnico in Siria è stata mostrata a tutti sottoforma di sistematico assassinio, ogni venerdì, di cittadini dissidenti, possiamo dirlo apertamente: certo che non vogliamo fare un accordo con un regime così sanguinario. Dovremo attendere qualche anno, fino a quando la situazione si stabilizzerà. Una volta diventato chiaro qual è la nuova leadership siriana (che verosimilmente includerà la maggioranza sunnita), allora potremo riesaminare la possibilità di un vero accordo. Qualunque altro comportamento costituirebbe solo avventurismo sconsiderato. Israele è interessato a vivere in pace con i suoi vicini, ma dobbiamo assicurarci di fare accordi di pace che godano di un accettabile grado di sostegno da parte delle popolazioni, non con regimi isolati e odiati. Comunque, in nessun caso dovremmo sacrificare le nostre esigenze vitali a favore di tiranni, tanto più se si capisce che non sono destinati a durare per sempre. (Da: YnetNews, 10.4.11)



Vinitaly, è anche vino straniero

Prodotti d'Israele, Bosnia e spumante inglese: a Verona il forestiero inaspettato © NEWSFOOD.com - 11/04/2011 Vinitaly offre una doppia sorpresa. In primis, nella manifestazione dedicata al top del vino trovano spazio anche vini provenienti da oltre confine. Inoltre, molti allori sono stati assegnati ad outsider: le loro produzioni che non arrivano cioè dai Paesi classici, come California o Sud Africa, ma da territori poco considerati. Si prenda ad esempio il Concorso Enologico 2011, manifestazione legata alla fiera di Verona che assegna il titolo di miglior produttore del mondo. Tale riconoscimento è così andato alla Golan Heights Winery, situata a Katzrin, Israele, prima azienda del Paese ad ottenere il premio. Il vino di Kaztrin ha trionfato su di 3.720 bottiglie presentate da più di 1.000 aziende vitivinicole partecipanti da 30 Paesi del mondo, convincendo appieno una giuria di 105 tra enologi e giornalisti di settore. Quello ottenuto è per la Golan è un premio che arricchisce una bacheca che presentava già prima la Gran Medaglia d'oro, edizione 2004 ed 2006.........


Il meglio della musica classica al Verdi Shlomo Mintz incanta il suo pubblico SASSARI. Quella di sabato scorso è stata una serata da sogno per tutti gli amanti della musica classica. E anche chi non è propriamente un intenditore, ha capito di avere di fronte uno dei violinisti più abili del nostro tempo: Shlomo Mintz, musicista e direttore d’orchestra, era al Teatro Verdi di Sassari per l’ultimo appuntamento della rassegna “I grandi interpreti della musica classica”, a cura della cooperativa Teatro e/o musica. Con Mintz, russo di nascita ma israeliano di fatto, si è esibito il pianista ceco Jirikovsky. Nella prima parte del concerto, il duo ha eseguito due sonate di Ludwig van Beethoven, la n. 3 (in Mi b mi Magg. Op 12) e la n. 7 (in Do min. op. 30) per poi scivolare, dopo l’intervallo, in un programma meno leggero ma ugualmente coinvolgente, più intenso e pensoso: la sonata numero 3 (in Re min. op. 108) per violino e pianoforte di Johannes Brahms. Gli applausi più scroscianti però sono stati raccolti da due brani del compositore spagnolo Sarasate, proposti al pubblico nel bis finale e presentati da Shlomo Mintz con un discreto italiano. Il virtuosismo tecnico del violinista israeliano, nonché le sue doti interpretative, a quel punto si sono mostrate in tutta la loro grandezza. Shlomo Mintz è considerato dai critici uno dei migliori violinisti del nostro tempo per la padronanza tecnica e stilistica e per la sua versatilità. Nato a Mosca nel 1957, due anni dopo è emigrato in Israele e qui ha iniziato a studiare con Ilona Fehr. A soli 11 anni ha debuttato con la Israel Philarmonic Orchestra e a 16 ha fatto il suo ingresso alla Carnegie Hall con la Pittsburgh Symphony Orchestra. Dall'età di 18 anni è anche direttore d'orchestra. ........11/04/2011 http://www.sassarinotizie.com/




Justin Bieber arriva a Tel Aviv (e si lascia con Selena Gomez?)

Justin Bieber ha già lasciato l’Italia ed è appena arrivato a Tel Aviv con il My World Tour, in Israele, dove il 14 aprile terrà un concerto. Justin è atterrato in Israele molto presto (si parla delle 3 del mattino), si è recato alla famosissima Abulafia Israeli Bakery di Jaffa per uno spuntino, poi Juss e la troupe sono andati a riposarsi allo Sheraton Hotel di Tel Aviv. Nelle ultime ore in tutto il web si parla di una rottura tra Justin Bieber e Selena Gomez. C’è chi racconta che Sel abbia scoperto dei messaggi romantici di Justin indirizzati a Jasmine Villegas. Altri dicono che si tratti della distanza e del fatto che i due ragazzi non si vedono da tempo. Finchè queste voci non saranno qualcosa di più che semplici voci, non daremo questa notizia come vera e confermata, ma vi terremo informati… http://www.bambini.eu/




Gorgeous experience in Israel!!!

Creato il 11 aprile 2011 da Mironseak http://it.paperblog.com/ Dopo un comodo viaggio in aereo lungo la rotta Milano-Tel Aviv, sorvolando la laguna veneta, gli arcipelaghi croati e poi quelli greci, sono sbarcata giovedì 7 arpile nell'aeroporto più sicuro del mondo ed i controlli sono stati talmente rigorosi da richiedere ben più di 40 minuti.... pieni zeppi di domande sui motivi della visita tanto che prima di lasciarmi andare, gli addetti alla sicurezza hanno anche chiamato Tomas per sincerarsi della veridicità delle mie risposte... come primo impatto non è stato il massimo, ma l'accoglienza ha poi superato ogni più rosea aspettativa! All'uscita mi attendeva Ram con un cartello da agente di viaggio col mio nome in caratteri latini scritto sopra una bella foto di un kayak: ci mettiamo un attimo a riconoscerci ma più di un'ora per raggiungere Tomas, bloccato al nord da un incidente ferroviario. Ceniamo al tramonto nel suggestivo ristorante della città vecchia di Cesarea, proprio dirimpetto agli scavi archeologici del porto di Erode, contornati da uno dei meglio conservati anfiteatri romani, oltre che da un ippodromo, un tempio ed un acquedotto di ben 17 km... era uno dei porti più importanti del Mediterraneo e ha conservato un suo fascino particolare. Pesci fragranti nei piatti e chiacchiere fitte intorno al tavolo vista mare per cominciare a rompere il ghiaccio. Tomas ha scelto per me la soluzione migliore possibile: l'hotel del kibbutz che confina con la sua scuola di kayak, così per andare al "lavoro" ogni mattina percorro a piedi scalzi una bella mezzaluna di calda sabbia dorata!!! Mi ha spiegato che nel tempo si è andata perdendo la vecchia ispirazione socialista delle prime comunità agricole, che ora hanno quasi sempre un albergo per gli ospiti gestito dagli stessi abitanti del kibbutz... quello di Nahsholim è un pò speciale perchè è uno dei pochi affacciato sul mare e gode di una posizione naturale davvero invidiabile... mentre mi aggiro per i suoi vialetti ben tenuti tra le case adorne di piante fiorite ho sempre il rumore delle onde a tenermi compagnia. Anche il Dor-Kayak Club si trova in una posizione eccezionale: affacciato direttamente sulla spiaggia, è perfettamente incastonato in una delle tante baie protette che si susseguono verso nord per qualche chilometro, racchiuse tra barriere rocciose che dovevano essere un tempo delle cave di tufo e che oggi creano dei curiosi giochi di vuoti e pieni sugli scogli, allungandosi in mare con delle basse piscine naturali dalle quali adulti e bambini si tuffano per i primi bagni di stagione, accompagnati da comprensibili urla giocose perchè la temperatura dell'acqua non è ancora salita oltre i 19°C... anche se quella dell'aria arriva oltre i 28°C ed il sole mi cuoce mani e viso in un batti baleno, specie mentre trascorro assorta ore ed ore a raccogliere conchiglie. Il venerdì mattina, Tomas mi accoglie con un grande sorriso e con una tazza di caffè fumante tra le mani: "Sei sempre puntuale e non bevi caffè, sei sicura di essere davvero italiana?" E' un bel tipo, Tomas, un personaggio di altri tempi, un pò burbero ma di gran cuore e gestisce la scuola con un misto di autorità ed accondiscendenza. Nel club si respira un'aria familiare, tutti arrivano alla spicciolata, si cambiano nei containers che delimitano lo spazio intorno alle rastreliere e sistemano in ordine i kayak sulla riva... sono tutti sorridenti e sembrano impazienti di cominciare anche se alla fine delle due ore di corso sembrano un pò meno pimpanti, sfiancati dalle contorsioni richieste dalle varie manovre. Tomas trascorre molto tempo in acqua con noi e alla fine sembra quasi più contento e soddisfatto di me: "Siamo felici di averti con noi, è la prima volta che invitiamo qualcuno... il nostro è un paese isolato, ci fa piacere avere confronti e scambi di questo tipo". Il corso è stato un piccolo successo: quasi tutti i ragazzi del gruppo base hanno imparato ad eseguire l'eskimo con la giusta dose di tecnica ed eleganza e quasi tutti gli iscritti al corso avanzato hanno eseguito sia il balance brace che diverse figure di eskimo groenlandese, compresa una bella sequenza conclusiva di eskimo sincronizzato che mi ha emozionato per la coordinazione e l'affiatamento. Sono davvero entusiasta dell'esperienza e le poche ore trascorse in compagnia di questo eterogeneo gruppo mi hanno insegnato moltissime cose... Ho imparato da Lila la determinazione, da Ornit l'eleganza, da Jonathan la riflessione, da Greg l'elasticità derivante dallo yoga, da Ron la pazienza nonostante la ripetitività degli esercizi e la rottura della pagaia; mi sono rimaste impresse la facilità di esecuzione di Yohad con tutti gli eskimi proposti, persino quello a mani incrociate, la velocità di apprendimento di Goren, l'intuito di Itay ("It's true, it's easier!"), la concentrazione di Yoash, la riservatezza di Aion, la discrezione di Benny, la leggerezza di Ohad nonostante sia un omone ben piantato, la disponibilità di Ram che mi ha aiutato tantissimo in acqua e la estrema cortesia di Yair che una volta giunti al suo negozio "Captain Jack" mi ha ricoperto di regali: "It was really very fun for me", mi ha ripetuto pià volte mentre con Tomas continuava a riguardare i filmati girati durante il corso... Al termine della seconda delle due mattinate di venerdì e sabato, Tomas mi ha invitato a presentare il viaggio a Creta e mi ha portato fino ad Haifa, dove era stata allestita una bella sala nel centro di accoglienza per bambini con disabilità mentali presso il quale lavora un socio del club: è stata anche questa una splendida esperienza, come del resto l'invito a cena della sera precedente nella sua casa colorata ed accogliente, occasione che mi ha permesso di conoscere meglio lui e la sua famiglia. Tomas è di origini svedesi, a 18 anni si è trasferito in Israele per lavorare in un kibbutz, parla 5 lingue e ha lavorato come guida turistica fino a quando non ha deciso di aprire la sua scuola di kayak, cominciando con 5 kayak ed aspettando sulla spiaggia che qualcosa succedesse: oggi ha raggiunto la ragguardevole cifra di una cinquantina di soci iscritti e di ben 35 kayak all'attivo, tra privati e sociali, in bella mostra sulle rastrelliere che lui stesso ha costruito... proprio in questo periodo il club festeggia il decennale dall'apertura! Vive in una bella casetta di legno ad un piano solo, ha due figlie e cinque nipoti con un sesto in arrivo e la moglie bibliotecaria si diletta di ceramica in un piccolo laboratorio sistemato in giardino dove avrei volentieri passato il resto del fine settimana... anche lei mi ha riempito di regali e sono tornata a casa carica di nostalgia!!! La domenica è stato il mio ultimo giorno di permanenza in Israele e non avendo tempo a sufficienza per visitare Gerusalemme (e per superare i posti di blocco di accesso alla Cisgiordania) abbiamo preferito trascorrere la mattinata a Yaffo, alle porte di Tel Aviv, mangiando ancora pesce fresco in una delle viuzze strette e tortuose della città vecchia affacciata sul piccolo porto battuto dalle onde, sulle quali poco più in là tanti surfisti-pinguini si divertivano un mondo ad andare su e giù... I saluti all'aeroporto sono stati infarciti da progetti di visite future, di scambi reciproci, di viaggio insieme in Montenegro o sui laghi del nord Italia... e l'ultimo ricordo è quello dell'inteso odore di fiori d'arancio. Il bello del kayak è anche questo: incontrare amici lontani e pagaiare con loro intorno al mondo!


Grossman: "La mia scrittura nel dolore e nella guerra"

di Emanuela Fontana,11 aprile 2011, http://www.ilgiornale.it/ Oltre un'ora di attesa per una dedica dallo scrittore israeliano all'Auditorium di Roma che racconta: «Dopo la morte di mio figlio aspettai sette giorni e poi ricominciai a scrivere. La scrittura non può cambiare il mondo ma lo può correggere» «Quando finisco di scrivere un libro, mi chiedono spesso: Ti senti più forte adesso? E io rispondo: no, sono più debole, scrivendo voglio togliermi a una a una le mie corazze. Scrivere mi serve a squagliare il mio scudo». David Grossman è uno scrittore che si esprime con parole istintive ma precise, un intellettuale che parla con l'anima. Scherza sul suo passato da enfant prodige della radio israeliana, paragona il sesso e l'amore alla scrittura, riconoscendo a quest'ultima la capacità di addentrarsi nelle zone d'ombra che nascondiamo in chi si ama, ma sempre con una delicatezza composta, mai una parola sbagliata, come il suo modo di narrare nei libri, come la semplicità e la pacatezza con cui parla della morte del figlio in guerra e del suo Paese, Israele, mai in pace. Per lui una lunga fila di persone ha atteso oltre un'ora ieri sera all'Auditorium di Roma una dedica in copertina su uno dei suoi romanzi: Vedi alla voce amore, Qualcuno con cui correre, A un cerbiatto somiglia il mio amore. Ospite più atteso dell'ultimo week end romano dell'iniziativa «Libri come», l'autore israeliano ha raccontato la sua esperienza di scrittore e di lettore, le debolezze e l'insicurezza del suo mestiere, che ha tentato di non lasciare nemmeno dopo la morte, nell'ultima guerra in Libano, del figlio Uri: «Dopo il settimo giorno di lutto ripresi a scrivere. Mi dicevo: ma cosa stai facendo? Tu ti stai concentrando su una parola, cerco di capire se è meglio questa o un'altra, ma fuori di qui c'è un mondo che tu non puoi cambiare. Ma poi proprio lo scrivere, il correggere ogni singola parola fino a renderla precisa, mi fece sentire che stavo facendo qualcosa di buono». Questo è il modo di agire sulla vita e su quello che è più grande di noi: «Il mondo non lo possiamo cambiare, ma lo possiamo correggere». La vocazione della scrittura, nel dolore e nella guerra, per un autore che non ha mai «conosciuto la pace», è proprio la correzione e la cura di ogni singola parola e quindi di qualcosa che va molto oltre la parola. La lettura, un buon libro «serve a mettere ordine», a ricollocare le cose a posto nella propria testa, a piccoli pezzi. «Questo è quello che sento quando leggo un buon libro. E mi capita spesso di dire: perché non l'ho scritto io? Cosa stavo facendo, perché ho perso tempo e non sono riuscito a scrivere una cosa così bella?». L'idea per un romanzo è una storia raccontata da qualcuno, ascoltata per caso, «che fa vibrare una corda», una corda che sai potrà suonare anche in qualcun altro. Lo scrittore deve farsi «invadere» dai personaggi e in questo la scrittura è più completa del'amore, consente di portare alla luce «l'ombra». Proprio l'esperienza radiofonica impone a Grossman una disciplina sonora nel suo lavoro: Rileggo sempre ad alta voce quello che ho scritto, è il modo per trovare tutti gli errori e per correggermi». Infine una battuta sulle rivolte in Nordafrica: è positivo tutto ciò che «porta democrazia», che significa «governo della maggioranza», ma soprattutto «rispetto delle minoranze».


Netanyahu studia il ritiro da parte della Cisgiordania Nel tentativo di ridurre le pressioni diplomatiche su Israele, il premier Benyamin Netanyahu sta esaminando alcune mosse tattiche fra cui un ritiro delle forze israeliane da alcune parti della Cisgiordania. Lo sostiene oggi Haaretz, dopo che già ieri, 11 aprile, il quotidiano Yediot Ahronot aveva riferito con toni allarmati di una ”grave rottura” fra la Casa Bianca e il governo israeliano. Secondo la stampa locale, Netanyahu cerca di impedire che a settembre la Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosca uno stato palestinese entro le linee di demarcazione che erano in vigore fino al 1967. Haaretz ha appreso adesso che Netanyahu potrebbe ordinare un riassestamento delle forze israeliane in Cisgiordania che prevederebbe un’estensione delle aree dell’Autorità nazionale palestinese, sotto un suo controllo totale (‘zone A’) oppure parziale (‘zone B’). In ogni caso, precisa il giornale, il premier non ordinerebbe in questa fase lo sgombero di alcun insediamento ebraico. Netanyahu, aggiunge il giornale, ritiene che al momento siano modeste le possibilità di una ripresa delle trattative dirette con il presidente Abu Mazen. Di conseguenza vedrebbe con favore la organizzazione almeno di un incontro internazionale che sproni le due parti a riprendere il dialogo.12 aprile 2011 http://www.blitzquotidiano.it/


Israele: il sistema Airon Dome sarà finanziato dagli Usa

Lunedì 11 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/

La Casa Bianca finanzierà quattro nuove batterie di Iron Dome, il sofisticato sistema di difesa anti-missile israeliano. «La promessa fatta dal presidente Barak Obama lo scorso anno sarà mantenuta», hanno assicurato fonti di Washington riportate oggi dalla stampa dello Stato ebraico. La notizia arriva all’indomani di un fine settimana segnato da una pioggia di razzi sparati da Gaza contro Israele. Ottanta ordigni circa sono stati lanciati in tre giorni contro i centri vicini al confine con la striscia palestinese governata da Hamas, e contro Beer Sheva, nel Negev. L’aviazione israeliana ha risposto con raid ripetuti che hanno causato diverse vittime. E non solo: per la prima volta, una batteria di Iron Dome, che era stata dispiegata giorni fa nei pressi di Ashkelon, ha intercettato ed eliminato un missile nemico, colpendolo mentre era ancora in aria. Gli Stati Uniti verseranno al governo israeliano 205 milioni di dollari, in aggiunta agli oltre tre miliardi di aiuti militari già stabiliti. La cifra servirà per costruire quattro nuove batterie, che secondo le previsioni più ottimistiche dovrebbero essere pronte all’inizio del 2012. Ma è possibile, anticipano da Gerusalemme, che in un futuro prossimo lo Stato ebraico chieda a Washington altro denaro per espandere la “cupola di ferro”. L’Iron Dome è un progetto congiunto dell’azienda israeliana parastatale Rafael e della Raytheon Company, importante aziende americana del settore della difesa, nonché primo produttore al mondo di missili teleguidati. L’innovativo sistema anti-missile, il cui funzionamento è ormai comprovato, sta suscitando l’interesse crescente di governi stranieri: tanto che c’è una possibilità concreta che, tra qualche tempo, Israele possa decidere di esportarlo.


Sul confine libanese, l'Italia di cui essere fieri

Quello tra il Libano e Israele è oggi uno dei confini più sicuri del mondo, nonostante i due Paesi continuino ad avere consistenti problemi di sicurezza. Israele sta tornando a sperimentare non solo l’incubo dei razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, ma anche quello degli attentati terroristici sul proprio territorio. Il Libano è costantemente sull’orlo del baratro rappresentato dal riprendere degli scontri settari, in una situazione di apparente tranquillità dipendente dal fatto che la formazione politico-militare più pericolosa per la sopravvivenza del suo precario equilibrio interno è diventata, dopo la caduta dell’esecutivo Hariri, il principale azionista del futuro governo. Intanto, un attentato contro una chiesa nella cittadina di Zhale ha ricordato a tutti quanto sia fragile la pace nel Paese dei Cedri. In maniera per nulla paradossale, i disordini violentissimi di queste settimane nella vicina Siria hanno allentato la sensazione opprimente di un ritorno in grande stile della presenza di Damasco nella vita politica libanese, ma hanno anche reso più nervose proprio le formazioni del "fronte dell’8 marzo" (gli sciiti di Hezbollah e Hamal e i cristiani dell’ex generale Aoun) che, grazie al ribaltone del Partito socialista del druso Jumblatt, erano riuscite a sconfiggere la coalizione riformatrice del "14 marzo" (composta dai sunniti di Hariri e dalla maggioranza della altre formazioni cristiane). L’"8 marzo" è infatti fortemente appoggiato dai siriani (oltre che dagli iraniani) e rischia di vedere la sua posizione molto indebolita qualora il regime di Assad dovesse attraversare una crisi duratura o addirittura crollare. Il Libano meridionale, a sud del fiume Litani, è da sempre un feudo di Hamal ed Hezbollah, e dal 2006 è anche la zona nella quale staziona Unifil II, la forza di interposizione voluta dalle Nazioni Unite, per garantire il rispetto della tregua tra Israele e Libano. L’Italia ha giocato un ruolo decisivo fin dalle prime ore per rendere possibile l’esistenza e il dispiegamento di tale forza, e ancora oggi ne costituisce una componente determinante, con il settore Ovest affidato nell’ultimo semestre alla responsabilità della Brigata di cavalleria "Pozzuolo del Friuli". Grazie alla presenza delle truppe di Unifil, le Forze armate libanesi (Laf) hanno potuto gradualmente riassumere il controllo di un territorio dal quale erano state assenti dalla fine degli anni 70 al 2006. Ma le modalità attraverso le quali contribuire alla riaffermazione della sovranità libanese non si sono limitate alla vigilanza del rispetto della tregua e all’assistenza alle Laf, sono passate anche attraverso la possibilità di tracciare sul terreno una linea armistiziale concordata tra le parti, alle cui spalle scorre la "barriera tecnica" eretta dagli israeliani dopo il ritiro delle proprie truppe dal Libano. Si tratta della cosiddetta "blu line", una lunga sequenza di piloni di cemento alla cui sommità è collocato un bidone dipinto di blu, visibile da chiunque si avvicini in modo da evitare il ripetersi di sconfinamenti accidentali. La posizione Unifil più prossima a questa linea, a circa dieci metri dalla barriera tecnica israeliana, è sorvegliata da un plotone del Reggimento Genova cavalleria, che ogni venti giorni si alternano con i propri commilitoni, in una edizione moderna e in sedicesimo della Fortezza Bastiani. Ma guai a lasciarsi ingannare dalle apparenze. Basta avvicinarsi ai piloni, per veder sopraggiungere in poco più di tre minuti le pattuglie israeliane. Fino ad ora sono stati piazzati circa la metà dei piloni previsti, che dovrebbero andare dal mare fino al confine siriano, in parte per le contestazioni reciproche tra israeliani e libanesi, in parte per le difficoltà nel loro collocamento, legate alla natura impervia del terreno e alla presenza di campi minati. Si tratta di campi minati che risalgono ancora ai tempi dell’invasione del Libano degli anni 90. Ad aprire i 3 corridoi nella zona di competenza italiana che consentissero il posizionamento dei "blue barrels" sono stati i genieri del Battaglione Verbano, con un lavoro tanto pericoloso quanto poco conosciuto. Bisogna vederlo da vicino il lavoro di questi professionisti, uomini e donne del nostro Esercito, per poterlo davvero apprezzare e per provare legittimo orgoglio per l’immagine del nostro Paese e del suo contributo alla pace che essi assicurano giorno dopo giorno. Qualcosa che i libanesi, riconoscenti, evidentemente sanno valutare e apprezzare probabilmente meglio di noi. Vittorio E. Parsi 12 aprile 2011 http://www.avvenire.it/