sabato 28 novembre 2009


Yigal Palmor

IRAN: ISRAELE LODA RISOLUZIONE AIEA, E' DI "GRANDE IMPORTANZA"

Gerusalemme, 27 nov. (Adnkronos/dpa) - Israele ha accolto oggi positivamente la risoluzione di censura dell'Aiea contro Teheran. Secondo Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri, si tratta di una decisione di "grande importanza" e la comunita' internazionale deve assicurarsi "che abbia implicazioni pratiche". Bisogna quindi imporre "scadenze vincolanti" per il rispetto delle sue prescrizioni e prevedere "pesanti sanzioni" nel caso Teheran non vi dia seguito.


Gerusalemme - entrata di Yad Vashem

POL - Italia-Israele, Di Stanislao (Idv) nel gruppo interparlamentare

Roma, 27 nov (Velino) - Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, su designazione dell’Italia dei Valori, ha nominato Augusto Di Stanislao nel Gruppo interparlamentare per i rapporti tra lo Stato italiano e quello di Israele. Nell’ambito del protocollo d’intesa bilaterale tra la Camera dei Deputati e la Knesset (parlamento israeliano) sottoscritto a Roma il 6 ottobre scorso – si legge in una nota -, il parlamentare è stato chiamato ad un importante compito che prevede la cooperazione a livello parlamentare teso a promuovere una migliore conoscenza tra i rispettivi popoli e al rafforzamento dei reciproci rapporti di amicizia e di collaborazione. L’on. Di Stanislao richiamandosi al protocollo di collaborazione si dice convinto che la comune fede nei valori di libertà, democrazia e tolleranza, nonché i particolari legami storici , culturali ed economici che uniscono i due paesi, abbiano di fatto reso opportuna l’istituzionalizzazione delle iniziative di cooperazione, anche alla luce del comune interesse per l’area mediterranea. Il Gruppo si riunirà periodicamente alternativamente in Israele e in Italia per confrontarsi su temi di comune interesse e sulle questioni di politica internazionale. Altresì per definire iniziative comuni volte a favorire al cooperazione parlamentare euro mediterranea e la formazione di posizioni convergenti nel quadro delle attività svolte dall’assemblea parlamentare euro mediterranea, e da ultimo ad attivare forme di cooperazione amministrativa con particolare riguardo alla sua organizzazione nonché all’uso delle nuove tecnologie.27 nov 2009, http://www.ilvelino.it/


Giulio Meotti

L'ebraismo non piace? Basta inventarne uno personale a proprio uso e consumo

La sottile inconfessata apostasia di Gad Lerner

Sarebbe troppo facile dire che le nuove "Scintille" di Gad Lerner, titolo di un libro ben scritto uscito per Feltrinelli (221 pagine, 15 euro), siano il parto dell'ebraico odio di sé. Il nazismo parlava in modo derisorio di Luftmenschen, dell'ebreo come di una "creatura dell'aria" che non ha casa. E' giusto e naturale avvicinarsi quindi con pudore alla genealogia diasporica di Lerner. Ma la sua operazione memorialistica ha esiti politici e culturali più che discutibili. In "Tu sei un bastardo", il suo precedente libro, Lerner aveva fatto sfoggio del meticciato e del rigetto di ogni posizione identitaria. In questo nuovo saggio, dove si definisce "levantino d'Europa", Lerner non rinnega l'ebraismo, lo celebra piuttosto come qualcosa che ha a che fare esclusivamente con la tolleranza, con la mescolanza delle etnie e delle religioni (leggi islam), con l'ibridazione delle culture, con l'idea d'esilio, di diaspora e di meticciato appunto.Lerner offre la propria saga familiare come un'esortazione al cosmopolitismo, che pure è uno dei tratti che hanno reso grande la cultura ebraica del Novecento, e nei secoli. Ma così facendo, guardando in dispitto l'esito sionista dopo la Shoah, Lerner si pone sotto la costellazione di quella stessa catastrofe che ha sostituito al ghetto le camere a gas. Nulla dalle sue pagine lascia trapelare amore e orgoglio per come la costruzione esclusiva del monoteismo giudaico abbia partorito democrazia e diritti umani in occidente. Non c'è alcun allarme sulla volontà iraniana di incenerire Israele né sull'odio nuovo e antichissimo che investe anche gli ebrei della diaspora (leggi la strage di Mumbai). Non c'è compiacenza per il grado di felice integrazione di etnie lingue ed esperienze diverse in Israele, per la forza delle sue istituzioni e della cultura laica e religiosa. Non c'è traccia di generosità verso l'esperimento sionista, un paese che respira fra la vita e la morte da sessant'anni e che fin dai propri albori ha combattuto duramente restando una grandissima democrazia. Non c'è compassione né comprensione verso l'esercito israeliano, l'unico al mondo che consenta per statuto di disubbidire a un ordine disumano. È in un esotico altrove che Lerner colloca la propria biografia. umana e familiare. Il titolo del libro deriva da "gilgul", che secondo la Qabbalah ebraica è il frenetico movimento delle anime vagabonde. Con queste "scintille" che ripercorrono la propria storia dalla Polonia al Libano, Lerner accusa Israele di "inadeguatezza" e compie una sottile inconfessata apostasia rispetto a questo paese e al suo destino, secondo lui vittima della "nozione soffocante di nemico".Nel libro Lerner se la prende anche con chi, come le famiglie israeliane vittime degli attentati, ha voluto mostrare le immagini di morte dopo che sono passati i kamikaze. "La morbosità con cui si celebra il dolore è insinuante fino a obnubilare i sensi", scrive Lerner, che vorrebbe dissacrare la sofferenza delle migliaia di civili assassinati dai terroristi suicidi. "I servizi fumati trasmessi alla televisione dopo gli attentati indugiano sulle membra violate dei cadaveri, sulle pozze di sangue, sui feriti che urlano". L'avventura sionista, una benedizione per gli ebrei e l'occidente, non ha registrato una vocazione unanime all'interno dell'ebraismo. Ma i modelli che Lerner offre al lettore, per quanto tutti dignitosi, servono solo a esaltare "la crisi del sionismo". Come il marxista messianico Ernst Bloch, che d'Israele diceva, forse allarmato dalla sua trasformazione in stato-guarnigione: Che senso ha rivoluzionare l'ebraismo per partorire una Serbia o un Montenegro in più?". "Chi nel Novecento si è rifiutato di assumere come finalità determinante dell'ebraismo la rinascita dello stato ebraico ne è stato ricambiato con una vera e propria estromissione", lamenta Lerner. E allora personaggi da emulare, nella loro tragica grandiosità, sonò il colonnello Eli Geva, che chiese di essere rimosso dal comando militare israeliano perché rifiutava la presa di Beirut. Oppure Shlomo Schmalzman, che fece uno sciopero della fame allo Yad Vashem per protestare contro "l'uso strumentale" che il primo ministro Menachem Begin faceva dell'Olocausto per giustificare l'intervento militare in Libano. O l'insorto Marek Edelman, uno dei comandanti dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia, un uomo meraviglioso, un'icona del Novecento, ma anche l'unico dei comandanti di quell'insurrezione a non emigrare in Israele (Yitzhak Zuckerman, Zivia Lubetkin, Simha Rotem e Israel Gutman sono andati tutti a edificare lo stato ebraico). Lerner "dimentica" che in quel ghetto furono uccisi anche decine di combattenti ebrei revisionisti e borghesi, sloggiati dalla storia perché considerati "di destra". I santini di Lerner sono radicalmente altro rispetto a Israele, sono gli eretici e gli eterodossi, figure che a Gerusalemme oggi suscitano un certo sarcasmo, se non rabbia. Come Avraham Burg, l'ex speaker del Parlamento israeliano divenuto saggista di successo, per il quale "Israele è già morto", "lo stato ebraico è un'idea che non può funzionare" e "la fine del sionismo è prossima".È la demografia, non le chiacchiere, a sconfessare Lerner. Lo studioso Sergio Della Pergola ha spiegato che entro poco più di mezzo secolo, l'80 per cento dei bambini ebrei sotto i quattordici anni vivrà in Israele. Se la diaspora sta per essere mangiata dall'assimilazione, Israele, nonostante l'atomica iraniana e la sollevazione islamista che ne lambisce i confini, contiene un elemento di grande speranza. Sarà pure una fenice risorta dalle ceneri con artigli d'acciaio, ma dopo Auschwitz, Sion è stata ricostruita. Gli ebrei ci sono. Ci sono anche le scintille rarefatte di Gad Lerner. di Giulio Meotti, IL FOGLIO 14/11/2009



Emir Mohamed Saleh leading his follwers, John Phillips. April 1948


URGENTE: Gli Studenti dell' Universita' di Ariel espulsi dalla Spagna dal Decathlon Solare 2010!‏

Dietro pressione del movimento palestinista BDS (Boycott, Divest and Sanction), i codardi e pugnalatori alle spalle degli Spagnoli hanno espulso gli studenti Israeliani dell'Ariel University Center (AUC) di Israele dal "2010 Solar Decathlon", una competizione per la costruzione di una casa solare auto-sufficiente, pur essendo co-sponsorizzata dagli US, e malgrado il team dell'AUC era uno dei 20 finalisti selezionati ed aveva gia' ricevuto dei fondi dalla Spagna per il loro progetto. Questa e' una discriminazione vile e razzista da parte della Spagna.Fin'ora circa 4,000 persone di buona volonta' ed in numero continuamente crescente, hanno firmato la petizione per protestare l'espulsione e per forzare la Spagna a re-integrare gli studenti Israeliani nel Decathlon.Vi prego di unirvi alla protesta firmando la Petizione e di propagare questa informazione al maggior numero di persone possibile. E' tempo che l'ingiustizia e la discriminazione che hanno continuamente per bersaglio Israele, le sue Universita', la sua comunita' scientifica, i suoi Accademici e tutti i suoi cittadini cessino una buona volta e vengano per sempre ripudiate. LA VOSTRA AZIONE E' URGENTEMENTE RICHIESTA E NECESSARIA. VI PREGO DI FIRMARE LA PETIZIONE E DI PROPAGARE QUESTO MESSAGGIO A TUTTI.Per firmare la petizione : http://www.standwithus.com/petition/ariel/?tab=0&msg=thx Enzo Nahum



soldatessa israeliana

ISRAELE, SVENTATO GRAVE ATTENTATO TERRORISTICO

Tel Aviv, 26 nov. - (Adnkronos/dpa) - Una pattuglia dell'esercito israeliano ha sventato quello che un portavoce militare definisce come un potenziale grave attacco terroristico. I soldati sono infatti riusciti a individuare un uomo con un ordigno esplosivo da 15 chili che stava cercando d'infiltrarsi in Israele dalla frontiera meridionale con il deserto egiziano del Sinai.
L'incidente e' avvenuto ieri notte, ma e' stato reso noto solo questa sera. Militari impegnati inuna pattuglia di routine hanno notato un uomo con una sacca che tentava di varcare il confine e hanno cercato di catturarlo. L'uomo e' fuggito verso l'Egitto ma ha lasciato cadere la borsa, dove e' stato trovato l'ordigno. La bomba e' stata fatta brillare questa mattina. Le autorita' ritengono che l'uomo volesse compiere un attentato nella vicina citta' di Eilat, raggiungibile a piedi, o in una citta' piu' a nord dove forse doveva condurlo un suo complice.





George Mitchell
Israele-Siria: Usa sponsor Turchia

Apprezzerebbero nuova mediazione di Ankara, inviato Mitchell (ANSA) - ANKARA, 26 NOV - Gli Usa apprezzerebbero una nuova mediazione della Turchia ai negoziati di pace indiretti fra Israele e Siria, interrotti da dicembre 2008.Lo ha detto in un incontro con la stampa, l'inviato Usa per il MO George Mitchell, aggiungendo che funzionari Usa stanno conducendo da mesi consultazioni con responsabili israeliani e siriani. E ha concluso che gli Usa 'danno il benvenuto a un'ulteriore partecipazione di Ankara ai negoziati siro-israeliani, ma la decisione spetta alle parti in causa.



Eilat parco del ghiaccio


Israele congela gli insediamenti, in cambio di cosa?

Per capire la decisione del governo israeliano, che ha portato al momentaneo congelamento delle costruzioni di case nei territori contesi, bisogna tenere presente qual è, nello specifico, la zona cui si riferisce la decisione stessa. Questo perché è bene ricordare che, stando alle trattative, andate avanti per mesi, una mappa dei territori Cisgiordani occupati da Israele durante la guerra dei sei giorni del 1967 che potrebbero effettivamente essere evacuati in cambio della pace, già esiste. La zona in oggetto non ne fa parte. Tra l'altro, e questo i palestinesi lo sanno bene, Male Adumim, a ridosso di Gerusalemme, una città con migliaia di cittadini, visto lo "Status Quo", non può essere presa in considerazione come territorio restituibile. La soluzione proposta da Israele per risolvere questo problema era lo scambio di territori israeliani disabitati con quelli dove oggi sorge la fiorente città. Proposta alla quale non c'è stata alcuna risposta. La decisione di ieri, che riguarda in massima parte proprio la zona di Male Adumim, è un modo per scrollarsi di dosso le invadenti pressioni statunitensi e dare nel frattempo un contentino ad Abu Mazen che ha tanto bisogno di esibire dei "successi" per giustificare se stesso e la carica che ricopre. Proprio il fermo dei lavori era una condizione, posta dall'A.N.P. per la ripresa delle trattative con il governo israeliano. Chi però conosce le dinamiche Mediorientali sa perfettamente che queste condizioni sono unicamente dei pretesti per rimandare il momento in cui si dovranno affrontare i problemi, quelli seri, come lo status finale di Gerusalemme e la pretesa palestinese del rientro in Israele dei nipoti e dei pronipoti di coloro che si videro costretti a lasciare le loro case prima, durante e dopo la guerra di aggressione che le nazioni arabe mossero nei confronti del neonato Stato ebraico nel 1948. Abu Mazen, poi, si troverebbe a trattare con Israele rappresentando solo una piccola parte dei palestinesi, per intenderci quelli che vivono in Cisgiordania, questo perché i palestinesi di Gaza che, con le buone o, soprattutto, con le cattive, sono rappresentati da Hamas sarebbero comunque tagliati fuori da ogni eventuale decisione, sia territoriale sia politica che Abu Mazen potrebbe prendere a un tavolo di trattative con il governo israeliano e la supervisione della comunità internazionale. Secondo il parere degli esperti di faccende mediorientali non è impossibile pensare che, una volta ottenuto il blocco delle costruzioni il presidente palestinese e la sua "corte" non tirino fuori dal cilindro una nuova precondizione per non permettere la riapertura delle trattative, trattative che, anche se fossero riaperte, sarebbero caratterizzate da grande incertezza e pessimismo. Possiamo immaginare quale potrebbe essere lo stato d'animo dei negoziatori israeliani impegnati su un tavolo di trattative che, nella migliore delle ipotesi, porterebbe solamente alla cessione di territori senza raggiungere quella pace di cui si ha, oggettivamente, tanto bisogno. Trattative che si svolgerebbero sapendo di negoziare come chi non rappresenta la totalità del popolo "nemico", e con la "spada di Damocle" delle minacce di una potenza come l'Iran che giorno dopo giorno ricorda al mondo che la fine “dell’entità ebraica", come in uso chiamare Israele nel mondo arabo, è ormai solo una questione di tempo. C'è da chiedersi che senso abbia trattare una pace con una controparte parziale sapendo che i nemici, quelli pericolosi, cioè Hetzbollah e Iran, stanno solo aspettando il momento giusto per incendiare il Medio Oriente e scatenare l'attacco finale. In Israele, ormai è chiaro a tutti, che i tempi di un attacco sono maturi, e le continue esercitazioni della protezione civile, che coinvolgono la popolazione, sono una spia costantemente accesa. L'Opinione, 27 novembre 2009



“Fede ebraica nei campi di sterminio”. Rav Di Segni incontra gli studenti all’Università di Tor Vergata

Il ciclo di incontri di riflessione in vista del Giorno della Memoria è stato inaugurato martedì 24 novembre dal rav Riccardo Shmuel Di Segni, rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, con una vera e propria “lezione magistrale” incentrata sul tema della “Fede ebraica nei campi di sterminio”, tenutasi nell’aula Moscati della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata, alla presenza quasi duecento studenti. Rav Di Segni ha riassunto alcune idee fondamentali del rapporto fra religione ebraica e Shoà. Prima di tutto, ha fornito una chiarificazione proprio sul termine “Shoà”. Diffusosi fra gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, questo termine è stato preferito rispetto a quello di “Olocausto” che risalire al greco “olo” (interamente) e “causto” (bruciato). Nell’antichità, infatti, l’Olocausto era un tipo particolare di sacrificio durante il quale l’animale prescelto veniva interamente bruciato sull’altare nell’ambito di un rituale religioso. In quest’ottica, parlando di Olocausto, quanto accaduto tra il 1938 e il 1945 con la deportazione degli ebrei potrebbe alludere ad un rito terribile nel quale i forni e le camere a gas simboleggiano altari sacrificali. La soluzione offerta dall’uso del termine “Shoà” evita di entrare nell’ambito di questioni alquanto controverse, evocando l’immagine biblica di un turbine che travolge tutto. Tuttavia, a parte le precisazioni etimologiche, non si elude il problema teologico che ripercorre le domande fondamentali che l’uomo si è posto dinnanzi a momenti tragici della storia: prima, fra tutte le domande, quella sulla presenza divina di fronte a questi eventi negativi. In queste situazioni una risposta formulata è che Dio si nasconda, continuando tuttavia ad agire sotto forma di provvidenza individuale. Parlare di abbandono di Dio è un modo parziale di affrontare la questione. Il libero arbitrio, la libertà dell’uomo di decidere sulla propria condotta, rappresenta in un certo senso il limite all’onnipotenza e alla responsabilità divina. Se esiste la possibilità umana di scegliere tra il bene e il male, allora, di conseguenza, sono possibili sia il bene che il male provocati dall’uomo. In seguito alla Shoà ci si è posti il problema di come affrontare l’avvenimento, come reagire di fronte a una simile tragedia. Si tratta di un problema ancora oggi “congelato”. Il calendario liturgico ebraico è ricco di ricorrenze che si richiamano a episodi biblici non recenti. In queste occasioni si fa festa o si fa digiuno; in ogni caso la partecipazione emotiva è la stessa anche se sono passati secoli dall’evento che si intende ricordare. Per quanto riguarda la Shoà si è trattato di decidere se istituire un digiuno che avrebbe coinvolto l’intero popolo ebraico. Molte autorità rabbiniche hanno obiettato a questa soluzione e mentre si discuteva se recuperare un digiuno minore come anniversario anche delle vittime della Shoà, il Parlamento israeliano istituiva il “Giorno della Shoà e della Ghevurà” che cade circa due settimane dopo l’inizio di Pasqua. Questa data evoca la Rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti nel 1943: evento-simbolo di una nuova forma eroica di Resistenza. Quasi in opposizione all’immagine del “gregge portato al macello”, la rivolta ebraica del ghetto di Varsavia è esemplare di chi lotta attivamente contro l’oppressore. Lo stesso Stato di Israele nasce dalle persone che hanno voluto rifiutare una tradizione di passività: un’autentica “rivoluzione concettuale”. Ma come hanno reagito gli ebrei, da un punto di vista religioso, alla Shoà? Il Rabbino Di Segni sottolinea come vi fossero coinvolti ebrei con una identificazione religiosa diversificata. Alcuni, alla luce del dramma collettivo, hanno smesso di essere ebrei praticanti, altri hanno continuato ad essere tali. Altri ebrei, non praticanti, hanno riflettuto sulle contraddizioni teologiche della deportazione e hanno rafforzato la loro laicità. Infine, altri da laici sono tornati a esser religiosi. L’intervento del rav prosegue citando Primo Levi, ebreo laico di Torino che ha solo un blando rapporto con la Tradizione. Nonostante ciò, la sua testimonianza sulla deportazione ad Auschwitz, custodita in “Se questo è un uomo”, è densa di risvolti interpretativi interessanti. Al riguardo basta prendere in esame le parole della “poesia” che apre “Se questo è un uomo”, parole che si richiamano, parafrasandole, al testo dello “Shemà Israel” “Ascolta Israele”. Allo stesso contesto Levi aggiunge una strana “maledizione” che rientra perfettamente nella logica biblica: basti considerare i salmi terribili nei quali alla fine della descrizione dell’esilio è presente l’invettiva contro il nemico. È qui evidente quanto la persona apparentemente più laica, trasformi una preghiera importante dell’ebraismo in un monito laico universale. D’altra parte ci sono infiniti esempi di storie simili. Come quella, lacerante, sul problema della fede durante la Shoà, di un padre che potrebbe riscattare il figlio selezionato per le camere a gas nei lager nazisti, ma salvare suo figlio avrebbe comportato ugualmente la morte di un’altra persona a caso. Il padre si rivolge, quindi, a un rabbino, con lui internato, la cui risposta è quella del silenzio. Il padre ha comunque dedotto che se il rabbino restava in silenzio voleva dire che quello che intendeva fare per il figlio era proibito. Rinuncia dunque a riscattare il figlio, richiamandosi ad Abramo, pronto a sacrificare Isacco per volontà divina. Questo è indicativo di quanto in situazioni dure, molti ebrei abbiano cercato l’appoggio nella Tradizione, anche per attingere ad una possibile spiegazione di quanto accaduto. Parlando, poi, di storie di Resistenza durante la Shoà, ci si imbatte sul concetto di ”santo” e “santificazione”. Nel comportamento religioso ebraico, ciascuno è tenuto, soprattutto nella società, a rappresentare un corretto modello per tutti. Ogni persona è tenuta a dare il buon esempio. Pertanto, se uno si comporta in maniera scorretta commette una “profanazione del nome di Dio”, diffamando il patrimonio spirituale che ha ereditato dai padri e il nome di Dio stesso. Al polo positivo vi è l’idea della “santificazione del nome di Dio”, idea che è possibile realizzare in tanti modi. L’onesto comportamento quotidiano è di per sé una “santificazione”, ma questo concetto esiste al massimo grado nell’idea del martirio. La tradizione comunque dice che, tra la vita e la trasgressione, la vita è più importante, ma, di fronte a singole trasgressioni di particolare gravità indicate dai Maestri, è preferibile la morte. Così, nei momenti di persecuzione, la Resistenza e il non accettare compromessi sono ritenuti una forma di santificazione del nome di Dio. Ma, alla luce di ciò, chi è “santo”? Da un certo punto di vista, “santo” potrebbe essere colui che accetta volontariamente di immedesimarsi in questo contesto avverso e, di fronte alla prova finale, compie una scelta cosciente e positiva. Ma dall’altra parte, si afferma che tutte le persone destinate ai campi di sterminio sono state scelte in quanto ebree, quale che sia stato il loro reale atteggiamento religioso, e pertanto devono essere considerati tutti dei santi.È chiaro quanto ricco di spunti di riflessione sia stato l’incontro con rav Di Segni che ha proprio catturato l’attenzione dei presenti. L’incontro è stato promosso dalla Facoltà di Lettere e Filosofia - e da molti Corsi di questa Facoltà - dal Centro Romano di Studi sull’Ebraismo (CeRSE), - ed è stato presentato e curato da Myriam Silvera (Storia e cultura degli ebrei in età moderna).
Maria Rita Salustri, http://www.moked.it/



Enciclopedia della vita

In Italia la popolazione mette la maschera a febbraio, in occasione della grande festa di Carnevale; in Israele la popolazione mette la maschera a giorni, in occasione della più grande esercitazione dalla prima guerra del Golfo. L’aria delle grandi città italiane rischia di saturarsi di coca. L’aria delle grandi città israeliane rischia di saturarsi di gas nervino. Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/










Etty Ankri







Bellissima canzone di Etty Ankri: http://www.youtube.com/watch?v=do5bK0j_RPw




Theodor Herzl

Le culture del sionismo

Si è aperta, al Circolo dei lettori di Torino, la due giorni dedicata alle “Culture del sionismo (1890-1945). Prese di posizione, interpretazioni, bilanci”, organizzata dall’Università del Piemonte orientale insieme alla Fondazione Camis De Fonseca e al Goethe Institut. Un convegno importante che restituisce dignità storica a un movimento, troppo spesso svilito da un’opinione distorta, paragonato impropriamente al colonialismo o addirittura al razzismo. “Il sionismo da oltre cento anni è parte integrante della cultura ebraica”, ha sottolineato in apertura Tullio Levi, presidente della Comunità ebraica di Torino, ricordando che la corrente culturale e politica è stata “una grande e coraggiosa esperienza, fondata sull’aspirazione a costruire una patria ebraica indipendente e sovrana”.Il sionismo è, però, un’esperienza varia al suo interno, composita, per questo il convegno si intitola “Culture del sionismo” e si propone di raccontare al pubblico le sue diverse sfaccettature. “Si può dire che ogni israeliano porta avanti una propria idea di sionismo”, sostiene Laura Camis, presidente della Fondazione De Fonseca che aggiunge: “Israele è forse l’unico Paese al mondo in cui tante culture diverse si riconoscono in un solo popolo”.Culture diverse del sionismo si diceva: Lazare, Herzl, Buber, Gerschom Scholem, Dante Lattes e Alfonso Pacifici, nomi, storie, paesi differenti che propongono visioni diverse, rimanendo sempre nella grande culla del sionismo. Significativa la citazione di Marc Bloch da parte di Giulio Schiavoni, ideatore, assieme a Guido Massino, dell’evento, “sionisti e antisionisti per favore diteci cos’è stato il sionismo” che non è, come ha sottolineato lo stesso professore Schiavoni “riducibile alla questione fra israeliani e palestinese”.Ma entriamo nel vivo del convegno. In mattinata i relatori Julius Schoeps, Geroges Bensoussan e Anna Foa hanno dato al pubblico il primo sostanzioso assaggio di come il paradigma sionista si espliciti in diverse forme.Schoeps, docente di Storia ebraica a Berlino, presenta nella sua lezione dal titolo “Se volete, non è una fiaba” un Theodor Herzl a tratti inedito, sognatore e con insospettabili doti di chiaroveggenza, addirittura osannato come il messia. Tutto, o quasi, inizia con l’affaire Dreyfus: Herzl in quel periodo è corrispondente del viennese Neue Freie Presse a Parigi e assiste impietrito all’umiliazione dell’ufficiale francese di origine ebraica, degradato per un presunto tradimento. “Per lui - spiega Schoeps - fu un vero trauma. Quando a Dreyfus viene rotta la bacchetta da ufficiale, qualcosa si spezza anche in Herzl. Questo per lui è il segno che l’assimilazione non è possibile, il mondo esterno non la desidera, non vuole che accada”. Herzl inizia così quello che lui stesso definì “un’opera di dimensione infinita. Un sogno che non so dove mi porterà”. Il sogno lo conosciamo, la creazione di uno Stato ebraico che, sottolinea Schoeps, diventerà Israele, ma non per una espressa volontà di Herzel, per una questione di realismo politico: il padre del sionismo si rende conto che Eretz Israel è l’unica meta che possa essere trasversalmente accettata dagli ebrei migranti.Il congresso di Basilea del 1897 consacra il successo delle idee di Herzel. Gli vengono dedicati interminabili applausi; l’eccitazione del pubblico è forte come la sua fantasia: alcuni vedono nel giornalista e scrittore ungherese il messia e lui, conscio di questa influenza, contribuisce ad incrementare questa leggenda. Non per fini narcisistici ma per poter diffondere i suoi ideali. Di quell’evento Herzel dirà profetico “se riassumo il congresso di Basilea: lì ho fondato lo Judenstaat, ora qualcuno riderà ma tra cinquant’anni tutti capiranno”. La storia insegna che le sue previsioni erano esatte.Schoeps racconta come Herzl sente la necessità di diffondere nel mondo più ampio possibile il suo pensiero. Per questo scrive un romanzo, l’Altneuland (l’antica nuova terra), il racconto di un paese utopico situato nell’allora Palestina, con ferrovie, canali, energia elettrica, un sistema economico mutualistico (a metà fra socialismo e capitalismo). E ancora, un luogo di tolleranza dove vige il motto “uomo tu sei mio fratello”, dove gli arabi sono parte integrante della società, un paese di cui, scrive lo stesso Herzl “tutti fanno parte. Non importa se si prega in una sinagoga, in una chiesa, in una moschea”.La creazione dello Judenstaat era, ricorda il professor Schoeps, nei peggiore dei casi un’utopia e aggiunge “Herzl è stato seppellito nello stato d’Israele. La sua ultima dimora, un semplice blocco di marmo sotto i cedri e i cipressi, non è una banale tomba, ma è un luogo per tutti gli ebrei di grande significato. Se sda quel luogo volgiamo lo sguardo, ci renderemo conto che i sogni possono non restare tali. Israele e la sua crazione sono la prova di ciò”. Se volete, non è una fiaba.Ma cos’è il sionismo? Lo storico francese Bensoussan spiega come il sionismo sia rottura ma anche continuità. Rottura perché si distacca dalla religione, dalla Torah e non potrebbe essere altrimenti essendo un movimento, sostiene Bensoussan “figlio dell’illuminismo, un regalo dell’Europa agli ebrei”. Ma è anche continuità perché “un albero non può crescere senza radici”, nasce nell’alveo dell’ebraismo ma per certi aspetti se ne discosta.Dimostrazione di questa doppia articolazione è l’adozione dell’ebraico come lingua ufficiale del movimento. Un ebraico che si trasforma, si coniuga per le necessità quotidiane, si volgarizza, non è più la lingua della liturgia ma è da essa che deriva. “Il rimpossessarsi della lingua” spiega Bensoussan “è la strada per costruire un’identità solida, permette all’uomo e al cittadino di avere consapevolezza di sé. E da questa consapevolezza si impara a stare saldamente in piedi, a non piegare la schiena”.Il sionismo, soprattutto come movimento culturale, ha insegnato a riaffermare i propri diritti, a riprendere la propria identità. “In Polonia come a Baghdad ci sono testimonianze dell’oppressione nei confronti degli ebrei” racconta lo storico francese che poi cita alcune lettere dei primi del Novecento, provenienti da questi luoghi “quando arrivavano degli ospiti dello Yishuv, facevamo sfilate, cantavamo canzoni, persino il sindaco partecipava. Avevamo la sensazione di essere un popolo, non spazzatura” (1920, Polonia). Da Baghdad il messaggio è simile, con il sionismo “avevamo una scelta. Diventare un uomini che non hanno paura”.Dalla lezione di Bensoussan è ben visibile una rivendicazione che fa riferimento allo stato ebraico e al suo riconoscimento: esisto perché esisto, Israele si legittima da sé, dalla propria esistenza. E’ giusto prenderne coscienza.Uno sguardo diverso lo fornisce la storica Anna Foa che rivolge la sua attenzione sul ruolo della stampa ebraica in Italia fra l’Emancipazione e la seconda guerra mondiale. Con l’emancipazione nasce in Italia, e non solo, una stampa ebraica come risposta al sorgere di alcune problematiche, ma da noi, a differenza che in Germania o in Francia, “non emerge una riflessione pubblica sull’identità e la storia degli ebrei” spiega la Foa che aggiunge “non vi è quella attività culturale intensissima volta a trasformare il mondo ebraico più che a salvaguardarlo. La funzione della stampa italiana sarà piuttosto difensiva, di salvaguardia di una tradizione che l’emancipazione faceva avvertire in pericolo”.La riflessione sull’identità ebraica in Italia avverrà molto più tardi rispetto alla Germania e non si fonderà su un’analisi storica ma si aggancerà al sionismo. Questo comporta un ragionamento diciamo “zoppo”, non contestualizzato “questa riflessione identitaria” sostiene la storica “non è proiettata verso la ricostruzione di uno spessore nel passato –sono ebreo perché ho una storia di ebreo- ma verso il futuro –sono ebreo perché voglio riportare gli ebrei in Eretz Israel. Ebrei nuovi rinnovati, capaci di ricostruire lo Stato attraverso la ricostruzione di se stessi-”. Ma tutto ciò comporta in primo luogo l’esclusione della maggioranza, ovvero coloro che sono ancora diffidenti rispetto al sionismo; in oltre vuol dire dare un taglio netto, forse troppo, alle problematiche nate dall’emancipazione, ponendosi acriticamente contro di essa perché contro l’assimilazione.La mancanza, secondo la professoressa Foa, di una contestualizzazione storica ha portato la stampa ebraica italiana e in generale l’ebraismo italiano a discostarsi dalle altre realtà, in particolare dall’esperienza tedesca. “Il ruolo della stampa ebraica e della sua diffusione è non di cambiare il mondo ebraico ma di difenderlo, salvaguardarlo, mantenerlo nella sua continuità”. Anche per questo l’esperienza sionista italiana presenta delle forti peculiarità rispetto a quella degli altri paesi europei.Daniel Reichel, http://moked.it/



Moshe Dayan

Una cosa è certa: quando il 5 giugno 1967 l’artiglieria giordana incominciò a tirare dalla collina subito a sud di Gerusalemme sulle residenze universitarie dove mi trovavo, mai mi sarei immaginato che più di 42 anni dopo la questione della pace e dei confini di Israele sarebbe rimasta ancora irrisolta. Moshe Dayan voleva restituire tutti i territori in cambio di una telefonata, che mai arrivò. Né avrei potuto pensare che pochi mesi dopo quella micidiale collina sarebbe stata incorporata nel municipio di Gerusalemme; che lì sarebbe sorto il nuovo quartiere di Gilo; e che una delle strade sarebbe stata dedicata alla memoria di mio nonno, Rav Raffaello Della Pergola, uno dei fondatori dell’Università sul Monte Scopus. Ora, 42 anni dopo, quella stessa collina viene dichiarata da qualcuno territorio occupato e ostacolo al conseguimento di una pace giusta e duratura nel Medio Oriente. Il dibattito sulla politica del conflitto è complesso e va affrontato con cautela e conoscenza di causa. Curiosamente, a volte il discorso si rianima, sembra scoprire o inventare qualche elemento nuovo che crea il pretesto per ampie analisi di fondo. Salvo poi accorgersi che non è questo il punto, il dato non era vero, la cosa era arcinota, l'episodio irrilevante, o addirittura mai avvenuto. È appunto il caso della polemica dei giorni scorsi fondata su una non-storia come le nuove case in costruzione a Gilo. Se non c'è la pace in Medio Oriente, certo non è per via delle case di Gilo. D’altra parte, se Gerusalemme è riuscita a farsi coinvolgere in questa polemica, vuol dire che la sua capacità di gestire il discorso politico va radicalmente ripensata. Tanto più che dietro l’angolo, pronti a criticare, ci sono in attesa molti nemici, e talvolta anche alcuni amici. Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme, http://www.moked.it/



Sari Nusseibeh

L'intellettuale palestinese rompe il tabù. La Spianata ? Sacra prima agli ebrei

GERUSALEMME — L’invito alla prima era una mail inviata con largo anticipo. E a largo rag­gio: «In occasione della presentazione della raccol­ta di ricerche storiche 'Dove Cielo e Terra s'incon­trano', presso L'École Biblique di Gerusalemme, in­terverranno gli autori...». Un'occasione: non sem­pre capita che vicino alla Porta di Damasco si trovi­no a discutere studiosi israeliani e palestinesi. Un’occasione unica: fra quegli autori, era annuncia­to anche Sari Nusseibeh. L'Amos Oz arabo. La co­scienza di Gerusalemme est che mai tace. O quasi mai: rispettoso del pubblico accorso, Nusseibeh non ha declinato l'invito. S'è presentato puntuale nel giardino dell'École. S'è accomodato in platea. Ma quand'è venuto il suo turno, chiamato a spiega­re il capitolo che aveva scritto, dove sostiene quel che nessun arabo sosterrebbe e cioè che gli ebrei hanno più d'una ragione per celebrare la lo­ro memoria nel cuore di Gerusa­lemme, lì Nusseibeh ha esercita­to il diritto al silenzio. Riluttan­te. Forse spaventato. Ha sorriso, s'è protetto con una mano, se l'è cavata con quattro parole — «mi spiace, non posso» — e se n'è an­dato.Ha detto l'indicibile, il professor Nusseibeh. Il suo studio s'intitola «Al-Haram Al-Sharif», come i musulmani chiamano la Spianata delle Moschee e il luogo dell'assunzione in cielo del Profeta, lo stesso che per gli ebrei è il Monte del Tempio, l'angolo di mondo più conteso fra le grandi religioni. Nusseibeh — presidente dell'Al Quds University, «il palestinese più pericoloso della Terra» secondo la definizione (e l'omaggio) d'un destrorso israeliano come Reuvlen Rivlin — in poche decine di pagine ar­gomenta una tesi rivoluzionaria e senza preceden­ti, per la bocca che l'esprime: c'è un legame storico e documentato fra gli ebrei e la Spianata, dice, la tradizione biblica va riconosciuta, così com'è inne­gabile l'esistenza del Tempio in quel punto. E i mu­sulmani? Per Nusseibeh, Maometto giunse dov'è ora l'Al Aqsa proprio perché era già una città sacra agli ebrei e ai cristiani, «il suo viaggio aveva lo sco­po di fondere Ebraismo e Islam, unire tutti i veri fedeli dell'Unico Dio». Naturalmente, nel saggio si dice pure che tutto questo non giustifica l'atteggia­mento degli ebrei ultraortodossi quando respingo­no il culto della Spianata. E non può passare nem­meno «il reciproco rifiuto dell'archeologia dell'al­tro » che quotidianamente si consuma sulle pietre di Gerusalemme.Ma per qualcuno, su quel libro c'è già scritto troppo. Ci sono state minacce di morte di fonda­mentalisti islamici, dicono i colleghi, soprattutto per la collaborazione accademica con un istituto israeliano, Yad Ben Zvi: ecco spiegata la ragione del silenzio all’École, il rifiuto d'interviste, nono­stante una delle collaboratrici dello studioso, Hoda Rajani, s'af­fanni a spiegare che «il professo­re non ha voluto parlare solo per­ché era un po' stanco». A 60 an­ni, questo sì, Nusseibeh è stan­co.Siriano di nascita, di ricca fa­miglia terriera, studi a Oxford e Harvard, moglie inglese, ha im­pegnato il suo rispettato nome nelle battaglie più scomode: rap­presentante dell'Anp a Gerusa­lemme, quand'era da raccoglie­re l'eredità di Faisal Husseini, e contemporaneamente vicino ai laburisti di Ami Ayalon; docen­te alla Hebrew University e in­tanto anima della Bir Zeit, l'uni­versità delle intifade; avverso ad Arafat e, insieme, primo a dialogare con la destra Likud; accusato dagl'israeliani, e per questo incarcerato, e aperta­mente contrario alla strategia dei kamikaze; vicino a Peace Now e intanto malmenato nei vicoli bui della casbah... Osa spesso verità scorrettissime: «Gerusalemme è persa — disse l'anno scorso, facendo imbestia­lire Abu Mazen —. Gaza è per­sa. C'è rimasta solo Ramallah. In un panorama di corruzione e d'inefficienza». Rompere il tabù dei tabù, ora, gli costa in tran­quillità. Ma è una catarsi: «Mi sento prigioniero di Gerusa­lemme — è la sua idea — e pia­no piano me ne voglio liberare. L'enfasi dei simboli e delle pie­tre ha ridotto al minimo le persone». Il Monte del Tempio, ma anche il Santo Sepolcro: da secoli, su mandato ottomano, è alla famiglia Nusseibeh che spetta aprire e chiudere il portone di legno della Basilica, ogni giorno. Una volta, la chiave del luo­go santo l'ha maneggiata anche lui. Ma per poco. Il professore, lo ritrae il giornale Ma'ariv , ha solo un modo per sopravvivere dove Cielo e Terra s'in­contrano: scrivere e poi svanire, perché un bel ta­cer non fu mai scritto. Corriere della Sera, 28 novembre 2009

giovedì 26 novembre 2009



Gerusalemme Muro Occidentale

Un rapito vale mille criminali?

di Fiamma Nirenstein,26 novembre 2009, http://www.ilgiornale.it/
Per assistere alla più espressiva parabola della condizione di Israele nel Medio Oriente, si può guardare in questi giorni al peggiore fra tutti gli affari possibili: lo scambio di un ragazzo innocente, un caporale dell’esercito israeliano che doveva aver sparato ben pochi colpi se non nel corso delle esercitazioni, tenuto in crudele segregazione dal giorno del rapimento nel giugno 2006, contro un branco gigantesco di delinquenti, 1400 prigionieri palestinesi condannati nei più rigorosi processi che sistema giudiziario possa garantire. Fra loro, almeno un centinaio di ergastolani, assassini seriali, killer volontari di donne e bambini. Queste sono le ore in cui si decidono gli ultimi nomi, e Israele cerca di evitare che escano liberi i più fanatici assassini, quelli che probabilmente torneranno a uccidere. Ma Israele è soggetta a due forze straordinarie: la totale devozione alla vita che nasce dal dovere di sopravvivere e di salvare i ragazzi per i loro genitori; e dall’altra parte, il cinismo di un mondo che da sempre lo spinge a considerare naturale rinunciare, abbandonare, come se dovesse farsi perdonare. Sembra un vortice di senso di colpa quello per cui Netanyahu, proprio in mezzo a una trattativa così controversa, ha annunciato ieri la sua decisione di cessare da qualsiasi costruzione negli insediamenti per i prossimi dieci mesi. Hamas intanto rimanda la decisione su Shalit, mentre si incrociano ordini e contrordini da Damasco e dal Cairo, il mediatore tedesco si mette le mani nei capelli, i genitori di Shalit usano ogni minuto e la loro eroica fede senza fine nel bussare alle porte dei politici e dei rabbini perché si pronuncino per lo scambio. Sono anche le ore in cui Roni Karman, Yossi Mendelevich, Yossi Tzur, i genitori di tre ragazzi uccisi nel marzo 2003 sull’autobus numero 37 di Haifa chiedono all’Alta Corte di opporsi alla liberazione degli assassini. È giusto o sbagliato che la vita di un soldato di leva valga quanto il disperdere per il mondo tanta ingiusta ferocia? Giusto liberare Ibrahim Hammed, leader militare di Hamas in Cisgiordania, che ha ucciso negli attacchi da lui organizzati 76 persone? O Abdullah Barghouti “l’ingegnere”, che ha confezionato quasi tutti gli ordigni che hanno seminato stragi a Gerusalemme fra il 2001 e il 2003? O Abbas Sayed, che organizzò l’attacco suicida di Natanya nel 2002, in cui furono uccisi 30 israeliani? Nella lista il più famoso è Marwan Barghouti, di cui si dice che, una volta uscito, sostituirà Abu Mazen, un presidente consumato. Se ciò accadesse, anche Hamas potrebbe sostenerne una candidatura unitaria dato che, una volta liberato per i suoi buoni uffici, l’antico capo dei Tanzim di Fatah gli sarà debitore. Le sue più recenti foto in carcere lo mostrano sorridente in mezzo a carcerati di vari gruppi politici. Ma Barghouti ha collezionato ben cinque ergastoli, è il vero organizzatore, da noi intervistato più volte a Ramallah, della seconda Intifada, un uomo di Arafat che inventò e controllò per lui la logistica dei terroristi suicidi e delle loro cinture. Barghouti, se liberato, può sostituire Abu Mazen, certamente, ma non è detto affatto che porti la pace. Il nodo non è politico, è morale. Cos’è giusto? Israele compirà lo scambio impossibile, ogni soldato deve essere certo di essere salvato se cade in prigionia. È giusto che un mondo così piccolo e abbandonato a se stesso si stringa intorno al valore della propria vita. Peccato che intorno milioni di persone prendano questa scelta come un invito a rapire e uccidere ancora.



nei vialetti di un kibbutz della Galilea
Premiati i vigili del fuoco israeliani e palestinesi

Nel segno di Santa Barbara nel mondo
Quest'anno si tenderanno una mano, nella pace e nella speranza, i pompieri d'Israele e e quelli di Palestina. Iniziate le celebrazioni per la patrona della città e della Diocesi di Rieti, oltre che protettrice dei Vigili del Fuoco, dei minatori, dei marinai e di tutte quelle persone che rischiano la vita per salvare la vita altrui. Anche quest'anno il programma è stato organizzato dal Comando dei Vigili del Fuoco di Rieti, assieme dall'associazione culturale «Santa Barbara nel Mondo». Si tratta di un ricco programma di eventi a carattere culturale, religioso e sociale, che si concluderà il prossimo 8 dicembre con la riconsegna della statua della Santa presso la Chiesa di Santa Barbara in Agro, in Chiesa Nuova. Per domani, ore 17, presso la sede della Provincia di Rieti (Palazzo Dosi), è previsto un convegno sul tema «Alcide De Gasperi e Enrico Mattei. Testimoni di Pace per l'Unione dei Popoli». Mentre sabato 28 - ore 11, in Largo Pietro Bonfante avrà luogo, alla presenza degli alunni delle scuole elementari e medie della Provincia, un'esibizione del Comando dei Vigili del Fuoco di Rieti. Attesa la processione sulle gelide acque del Velino per domenica pomeriggio, mentre il Premio «Nel Fuoco» si terrà il 1 dicembre (ore 18), presso il Teatro Flavio Vespasiano di Rieti, e sarà conferito ai Vigili del Fuoco dello Stato di Israele e dell'Autorità Nazionale Palestinese per gli innumerevoli interventi nel fuoco del conflitto a favore delle popolazioni, senza distinzione di appartenenza. Memorabile il salvataggio congiunto di alcuni bambini d una scuola. Il 4 dicembre tradizionale fiera e spettacolo pirotecnico. 26/11/2009, http://iltempo.ilsole24ore.com/


Abu Mazen, non mi ricandido

Presidente Anp in Cile: Israele ritiri insediamenti illegali
(ANSA) - SANTIAGO, 25 NOV - Il presidente palestinese Abu Mazen, nel ribadire che non si ricandidera', conferma che restera' in carica fino alle prossime elezioni.Il presidente dell'Anp, in visita in Cile, ha ribadito assieme al capo di Stato Michelle Bachelet 'l'imperiosa necessita'' che Israele 'ponga fine agli insediamenti illegali nei territori palestinesi' e che venga raggiunta una 'pace duratura e prolungata' alla luce della soluzione dei 'due Stati'.Mazen, e' giunto dall'Argentina,dopo essere stato in Brasile.


Wu Ming nel mondo di Q dieci anni dopo

Dopo il romanzo sull’Europa eretica del ‘500, esce ora “Altai”, il seguito di una storia che affronta i marrani e la loro persecuzione
Il nuovo romanzo dell’ autore collettivo che si è dato il nome di Wu Ming - Altai- riannoda coi suoi lettori i fili del rapporto iniziato dieci anni fa con Q. Ritroviamo il mondo degli eretici del Cinquecento italiano in quel Tiziano che (forse) sfuggì anche alla potente Inquisizione romana. Come l’ invecchiato D’ Artagnan di Vent’ anni dopo, anche lui continua qui la sua battaglia: e promette di portarci ancora più lontano della Costantinopoli dove lo incontriamo. Questi dieci anni hanno cambiato le prospettive, quelle del mondo storico del ‘ 500 come quelle della nostra storia d’ oggi che in quello scenario si riflette e si ripensa: al confronto tra Italia ed Europa si è sostituito quello tra Europa e Turchia, a quello tra cattolicesimo e Riforma il conflitto tra cristiani e Islam, sullo sfondo di una presenza decisiva degli ebrei e del loro progetto statale in Palestina. Se il romanzo è uno specchio che ci accompagna nel cammino, come diceva Stendhal, nello specchio di Altai (Einaudi, pagg. 420, euro 19,50) appaiono in controluce paesaggi del nostro tempo. Nel romanzo di allora c’ era un’ Italia che divorziava dall’ Europa protestante; qui lo sguardo acuto del falco segue vittime e carnefici dello scontro di civiltà nato nello spazio del Mediterraneo e che lì continua ad avere la sua radice. Ma questo è prima di tutto un romanzo storico: una narrazione che mescola vero e inventato collocando le invenzioni sullo sfondo di ciò che si sa di altri tempi. Chi legge un romanzo storico va in cerca di una verità diversa da quella che si aspetta da un libro di storia. Il romanziere riporta i morti a una vita fittizia, fatta di esperienze e di sentimenti in atto, ancora aperti al mutamento: e li deve però comporre entro un passato storico noto e già compiuto. Si apre così un gioco tra la vita che non conosce ciò che accadrà e i destini individuali e collettivi come disegno ormai svelato dal tempo. Lo storico ha modi e mezzi diversi, non conciliabili con quelli del romanziere, come Alessandro Manzoni finì col riconoscere: gli è vietata l’ invenzione. Il che non gli impedisce però di percorrere insieme al romanziere un tratto di strada comune: quello del tentativo di capire, di farsi uomo d’ altri tempi, di compiere un viaggio nel regno dei morti. La vita reinventata dal romanziere gli può far scoprire la povertà delle domande che pone alle sue fonti. I protagonisti di Altai si spostano continuamente in un Mediterraneo più complicato e più crudele di quello che Fernand Braudel provò a raccontare in un libro un tempo celebre - un libro dopotutto molto francese e molto europeo. Quei calendari diversi che ritmano i capitoli del romanzo, quelle lingue franche dei dialoghi - l’ italiano e lo spagnolo, il veneziano, il turco, il «giudesmo» - sono un buon reagente per il vizio dell’ etnocentrismo. C’ è voluta una paziente ricerca per rendere gli autori capaci di immaginare e raccontare la prodigiosa ricchezza di differenze di quel mondo mediterraneo. Ma c’ è voluta la violenza religiosa e razziale dei tempi nostri per portarli ad affrontare coi loro mezzi una questione chiave di quel mondo e del nostro: gli ebrei, la loro identità in un mondo diviso tra cristiani e mussulmani. I protagonisti di questa storia sono i marrani. Perfino il nome - un insulto spagnolo - è un po’ misterioso, così come è sfuggente la realtà di individui e di gruppi umani riassunta qui nella malcerta coscienza di sé del personaggio narrante di questo romanzo. Il dramma dei marrani è descritto nel continuo mutare di nome e di luogo. Basta che sia esistita una madre ebraica perché le certezze di una vita normale siano distrutte e si apra una ricerca pericolosa e inquieta verso mondi remoti, verso l’ eredità dimenticata di una religione e di una Terra Promessa. E il motore che trasforma questa fuga in un ritorno è l’ odio del mondo cristiano. La realtà storica presta al romanzo figure di persone vissute e di vicende realmente romanzesche ben note negli studi: per esempio quella dell’ ebrea Gracia Nasi espulsa dalla Spagna, battezzata e diventata la cristiana Beatriz De Luna, esule via via dalla Spagna al Portogallo e ai Paesi Bassi, da Anversa a Venezia. L’ultima stazione del viaggio, quella dove fermarsi e riprendere il nome ebraico, fu per lei Costantinopoli, la Istanbul capitale del tollerante Impero Ottomano che accolse anche eretici e transfughi cristiani. Quello di Gracia Nasi è un caso esemplare del percorso a cui i marrani furono obbligati dai sentimenti di odio e di paura diffusi da vecchi e nuovi poteri politici e religiosi. Un merito del romanzo, oltre a quello di far assaporare da vicino la vita vissuta delle città del Mediterraneo, è quello di suggerire nella vicenda del protagonista un fenomeno storico di più ampia portata: quello del contributo della persecuzione alla conservazione dell’ identità ebraica. L’ ossessione del pericolo ebraico e la sua enfatizzazione per scopi di potere spinse allora a vedere segrete sopravvivenze di giudaizzanti anche dove non c’ erano, costringendo spesso i perseguitati a prendere una diversa coscienza di sé. I processi avviatisi allora dovevano avere lunga durata. E’ un fatto che il movimento di ritorno ebraico alla religione e alla terra dei padri si intensificò a partire dall’ espulsione dalla Spagna nel 1492 per compiersi tardivamente e in modo ancora problematico nel ‘ 900. E nel razzismo antisemita della Shoah si ravvisa l’ esito maturo di una violenza avviata coi pogrom e coi battesimi forzati di allora, continuata poi con l’ instancabile persecuzione di chi vide nel sangue degli ebrei e non nella loro religione la radice di una differenza eliminabile solo coi roghi. Una ricerca recente sulle carte dell’ Inquisizione ha mostrato per esempio che ancora alla fine del’ 600 il villaggio contadino di Carção sulle montagne del Portogallo fu devastato da processi e roghi per la scoperta di una presunta comunità segreta di ebrei. Se l’ identità dei marrani è una fede del ricordo, come ha scritto lo storico Nathan Wachtel, quel ricordo fu condizionato e costretto da una cultura europea e cristiana che, divisa al suo interno, fu concorde nell’ individuare nell’ ebreo il capro espiatorio delle sue paure. Il punto d’ arrivo della storia e del romanzo è la battaglia di Lepanto. Da lì il paesaggio cambia, l’ eretico sopravvissuto partirà verso le lontane prospettive orientali suggerite dal titolo, mentre in Europa le bandiere mussulmane adorneranno le chiese accanto agli abitelli degli eretici e dei marrani penitenziati. Storie lontane. Ma ancora oggi qualcosa di quella storia rallenta e ostacola l’ ingresso della Turchia nell’ Unione Europea. C’ è di che credere a chi dice che l’ Europa ha un’ identità cristiana. la repubblica - 17/11/2009



Ebrei Yemeniti in fuga verso Israele


[...]In qualsiasi momento, si poteva incappare in un collaborazionista ed essere denunciati e arrestati. Morti, torture, deportazioni segnano questo percorso, ma nel libro prevale la nostalgia di quella vita, delle amicizie e degli amori che sbocciavano ingenui e frequenti. Non che l'ideologia sia assente in queste memorie: il gruppo di Simon e Paul Giniewski esalta l'azione armata e critica violentemente la presunta passività degli ebrei, ha un'ottica nazionalista tutta proiettata a far del salvataggio degli ebrei il ponte verso la costruzione dello Stato di Israele. Molti di questi ragazzi proseguiranno la loro attività nei mesi e negli anni successivi, partecipando all'organizzazione dell'emigrazione clandestina e alla lotta contro gli inglesi e poi, dopo la proclamazione dello Stato, alla guerra del 1948, in una continuità con la Resistenza che Giniewski sottolinea costantemente.[...]Anna Foa, L'Osservatore Romano, 25 novembre 2009





Una stretta di mano e uno scambio di battute in tedesco tra due connazionali, quasi coetanei. L'udienza generale di mercoledì 25 novembre si è conclusa con il saluto di Benedetto XVI a Cäcilie Peiser, ebrea ottantaquattrenne di Francoforte sopravvissuta alla Shoah. La sua vita è raccontata in una biografia che la donna - accompagnata dal salesiano Norbert Hofmann, segretario della Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo - ha donato al Papa, con una dedica autografa. "Dopo la "Notte dei cristalli", nel 1938, all'età di tredici anni fui costretta a fuggire con mia sorella minore Jutta e altri bambini in Olanda", ricorda commossa. Solo dopo la liberazione dei Paesi Bassi e la fine della seconda guerra mondiale, mentre si dedicava alla cura degli ex detenuti che nei campi di sterminio nazisti si erano ammalati di tubercolosi, seppe che sua madre e suo fratello minore erano stati deportati e uccisi - il padre era morto prima - in un lager, mentre la sorella maggiore Hannah si era salvata rifugiandosi ad Haifa. "Anch'io nel 1946 mi trasferii in Palestina - aggiunge - dove mi sono battuta per la pacifica coesistenza di uomini di differenti culture e religioni. Nel 1957 sono tornata in Germania per occuparmi di bimbi disabili". Cäcilie è inoltre fondatrice e presidente, ora onoraria, dell'associazione "Child survivors Deutschland", per quei bambini sopravvissuti alla Shoah che - ormai anziani - portano ancora sulla pelle e nella psiche i segni delle traumatiche esperienze di quegli anni............................. http://www.vatican.va/ 26 novembre 2009


Golan

Israele, stop di 10 mesi alla costruzione di insediamenti

Il governo israeliano ha dato il via libera alla proposta del premier Benjamin Netanyahu di una sospensione di 10 mesi nella costruzione degli insediamenti in Cisgiordania. Secondo quanto riferito dall'Haaretz, Netanyahu ha spiegato che il congelamento temporaneo degli insediamenti prova la volontà "genuina" di Israele di raggiungere una pace con i palestinesi. http://www.avvenire.it/ 25 Novembre 2009



Rav Scialom Bahbout

Pregare in rete, pregare insieme

La frequenza sempre minore dei fedeli alle funzioni ha indotto la Chiesa cattolica a lanciare, in un recente convegno, l’idea della preghiera online (con la benedizione papale). Se ogni iniziativa tesa a educare alla preghiera è certamente benvenuta e se l’ebraismo ha sempre visto nella tecnica uno strumento importante per lo sviluppo religioso, sociale e culturale dell’uomo, è lecito interrogarsi su quali siano i limiti e quali i pericoli nell’intraprendere una via del genere e soprattutto perché nell’ebraismo sia così importante la preghiera pubblica. Gli ebrei hanno sempre fatto un grande uso dei mezzi di comunicazione, ma hanno anche elaborato regole che impediscono la trasformazione dell’uomo in una specie di macchina, affinché non si corra il rischio di trasformarlo in una sorta di monade senza contatti veri con gli altri. Alcune parti della preghiera possono essere dette solo se è presente un gruppo minimo di dieci adulti (il minian); di sabato e di giorni festivi non si può fare uso del computer o di registratori, ma solo di libri o di testi scritti a mano su pergamena (i testi biblici letti in pubblico). Del resto la preghiera, pur essendo importante, è sempre venuta in ordine di importanza dopo lo studio e, anche se si può studiare da soli, l’ebraismo ha sempre privilegiato lo studio in chavruta (compagnia). Non v’è dubbio che per lo studio sia molto utile fare uso dei siti che su internet danno lezioni di Torà o di Talmud. La preghiera stessa inizia con un percorso di studio che va dalla Bibbia al Talmud. Ci si può aggregare a un gruppo di preghiera (un minian) se ci si trova in un’altra stanza, anche se non lo si vede, purché si senta la voce dei membri del gruppo. Niente può sostituire il contatto diretto con gli altri. La preghiera non è un fatto che interessa il singolo, ma tutta una collettività. Una collettività che non può essere virtuale, ma deve essere costituita di singoli in carne e ossa. Rav Scialom Bahbout ,http://www.moked.it/


Chiesa cattolica e Israele, Minerbi fa il punto su un rapporto inevitabilmente difficile e delicato

“I problemi tra Santa Madre Chiesa e Israele sono nati prima di Israele”, assicura il professor Sergio Minerbi (nell'immagine), uno dei maggiori esperti delle questioni diplomatiche tra il Vaticano e lo Stato ebraico. “L'opposizione della Chiesa a Israele è l'appendice del filone antisemita nella storia del cattolicesimo”, aggiunge lo studioso.Internazionalista dell'Università di Haifa, collaboratore del Sole 24ore, ex ambasciatore israeliano a Bruxelles, Minerbi non usa sempre toni che ci si aspetterebbe da un navigato diplomatico. Lancia accuse forti e precise: “La Santa Sede si è sempre opposta alla preponderanza ebraica in Palestina, praticamente alleandosi con l'Olp.”. “La tesi principale della Chiesa, riguardo ai suoi rapporti col nazismo, è quella coniata nel 1945 da Pio XII: la Chiesa non è stata collaboratrice ma vittima della furia nazista. Ma questa tesi è un falso storico”. L'atmosfera in sala si scalda, ma i rilievi critici non sono finiti. Una delle figure più criticate da Minerbi, dopo aver premesso di non volersi dilungare su Pio XII, è papa Giovanni Paolo II: “E' quello che più ha lavorato al progetto di cristianizzare la Shoah (è nell'ottica di questo progetto che è pensata la tanto controversa beatificazione di Pio XII), di sottrarre agli ebrei il ruolo di vittima”. Nell'omelia per Birkenau papa Wojtila dice che sono morti sei milioni, ovvero un quinto della popolazione polacca; “ciò è gravissimo: cercò di far credere che sono morti sei milioni di polacchi, ma non è affatto così, i sei milioni sono ebrei”. Qualcuno a questo punto si alza per protestare, ma il professore non si tira indietro, sembra quasi disposto a trasformare la sua conferenza in un dialogo acceso con un cattolico suscettibile, anche gli organizzatori (l'associazione Italia-Israele di Torino) cercano di mantenere calmi gli animi. Un'altra cosa che Minerbi non si sente di accettare del pontificato di Wojtila è “l'espressione Golgota del mondo moderno, usata ben tre volte per designare la Shoah: Golgota è il colle sul quale fu crocifisso un ebreo per dare vita al cristianesimo. Che messaggio vuole lanciare un simile parallelo?”. Le critiche si susseguono a ritmo incalzante, e c'è ne anche per il mondo ebraico: “Il rabbinato che intrattiene relazioni diplomatiche con la Santa Sede, con poche eccezioni, capisce di questioni ecclesiastiche quanto la Chiesa capisce di Talmud: davvero poco”. “Per esempio - spiega Minerbi - è stato firmato un documento diplomatico che parla di riconciliazione, senza conoscere il particolare significato che tale parola assume in San Paolo: riconciliarsi sotto un'unica croce”.Tra polemiche sul caso Williamson, il vescovo negazionista, e confronti a volte contrastati con una parte del pubblico, si conclude con una nota amichevole: “Nonostante alcuni suoi errori, devo ammettere che provo simpatia per papa Benedetto XVI”.Manuel Disegni,http://www.moked.it/


Men of Emir Mohamed Saleh in their camp listening to latest news. April 1948.

Bensoussan, un libro contro il pregiudizio "Israele non è nato dal senso di colpa dei Paesi europei"Israele è nato dalla Shoah. Un pregiudizio diffuso e allarmante,
un concetto utilizzato dai detrattori per delegittimare l’esistenza stessa dello Stato israeliano. Contro questa falsa concezione il professor Georges Bensoussan, docente all’università Sorbona IV, oppone la storia, i fatti. Nel suo nuovo libro Israele, un nome eterno (Utet 2009), presentato a Torino presso la Fondazione Luigi Einaudi, lo storico francese analizza in modo attento e lineare la storia del sionismo, sottolineando il grande contributo che questo movimento ha dato alla nascita di Israele. Non solo, Bensoussan decostruisce, attraverso un mirabile processo logico, il pregiudizio secondo cui Israele sarebbe nato dal senso di colpa dei paesi europei. “In Italia ma non solo”, sostiene la coordinatrice dell’incontro Elena Loewenthal, scrittrice ed editorialista de La Stampa, “c’è l’idea diffusa che Israele sia un risarcimento agli ebrei per quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale. Il libro di Bensoussan smentisce questa tesi falsa e velenosa”. “Falsa - sottolinea il professor Alberto Cavaglion, docente di Storia contemporanea all’università di Firenze - perché in questo modo non si tiene conto, come invece accade nel libro, dello Yishuv: una realtà politica complessa che già dal 1922 vedeva nella futura Israele una società ben organizzata, con istituzioni politiche, sindacati, organi di stampa, università e così via”.Bensoussan sostiene che la Shoah non sia stata una condicio sine qua non per la creazione dello Stato ebraico; non lo è stato nemmeno il l’antisemitismo perché altrimenti non si spiega come, dalla diaspora in avanti, per secoli non sia mai nata una corrente paragonabile al sionismo. Lo storico, inoltre, è critico nei confronti di coloro che guardano agli arabi come vittime del colonialismo israeliano e a chi sostiene che vi sia un genocidio palestinese, Bensoussan risponde con i numeri: la popolazione palestinesi, lungo questi decenni, è cresciuta da trecentomila persone a oltre un milione. Altra questione importante che emerge dal libro è il problematico rapporto fra la memoria della Shoah e Israele, “un silenzio pieno di ombre”, sostiene Anna Foa, docente di storia moderna alla Sapienza. L’iniziale sordità di fronte alle testimonianze dei sopravvissuti, il concentrarsi solo su una visione eroica, portando ad esempio la resistenza del ghetto di Varsavia, o ancora l’angosciante visione della Shoah come “pecore mandate al macello”. Questi, ricorda la Foa, sono tutti temi che hanno a lungo caratterizzato la discussione in Israele e non solo. “La questione della memoria - spiega la storica - è esplosa con il processo Eichmann e da qui nasce l’esperienza dei testimoni. Il paradosso però è che progressivamente nasce una religione civile fondata sulla Shoah, Yad Vashem diviene il cuore storico della nazione. Il trauma non è stato elaborato fino in fondo ed è venuta a consolidarsi una memoria ipertrofica che rinuncia al sionismo”. C’è spazio anche per un interessante critica di Cavaglion alla ricostruzione di Bensoussan: “Premesso che l’autore appartiene a quella ormai rara categoria di storici sobri e rigorosi che ricostruisce il passato attraverso la rottura degli schemi consolidati - argomenta lo studioso - ho qualche perplessità sulla parte un po’ romantica del saggio riguardo al sionismo; è vero che già prima del 1948 vi era una struttura pre-statale organizzata ma non sono sicuro che sia sufficiente. Bisognerebbe comparare, con realismo politico, la nascita di Israele con la creazione degli altri stati, ad esempio con il Kosovo. Non credo basti l’afflato romantico, bisogna anche guardare la lezione dei fatti”.All’incontro è intervenuto anche il presidente della Comunità di Torino, Tullio Levi, che ha voluto sottolineare il valore del libro di Bensoussan “è un testo davvero importante nel panorama italiano; restituisce al sionismo il suo vero significato. Non è un libro apologetico ed è storicamente inoppugnabile. Dimostra che Israele nasce e vive per virtù propria”.Tutti concordi sul ruolo significativo che questo libro potrà giocare per la comprensione di un argomento tanto complesso come il rapporto tra sionismo, memoria e Israele. Va inoltre sottolineata l’abilità di Bensoussan nel coinvolgere il lettore, il libro è scorrevole e chiaro, riesce a spiegare con molta lucidità questioni complesse e sfaccettate come quelle toccate dai relatori. Chiudiamo con le parole di Bensoussan, un monito per chi perde di vista l’importanza di studiare la storia, i fatti: “Storia vuol dire conoscere. Chi la confonde con l’ideologia, preferisce non conoscere”.Daniel Reichel, http://www.moked.it/



soldatessa israeliana

Queste dichiarazioni parlano da sole......

Intervista a Marwan Barghouti: "Liberatemi in cambio di Shalit"

da Corriere della Sera del 25 novembre 2009 di Francesco Battistini
Marwan Barghouti, la liberazione di Gilad Shalit sembra vicina: un soldato israeliano in cambio di centinaia di detenuti palestinesi. E al centro di questo scambio c'è lei.«Sì. Spero che stavolta ci siamo. Parte dei nostri prigionieri sarà finalmente rilasciata: quelli che con nessun negoziato s'era riusciti a tirar fuori di galera. Evidentemente non c'è altro modo, con Israele».Ma chi ci guadagna di più? «Se ci sarà lo scambio, forse si capirà che non si possono ignorare le richieste di Hamas. Hanno dovuto piegarsi alla lista di prigionieri che Hamas ha messo davanti a Israele. Anch'io sono parte di questa lista». Non si sa se la sua scarcerazione preoccupi più il governo israeliano, l'Autorità palestinese o Hamas. A 50 anni d'età e più di sette da detenuto, due intifade e cinque ergastoli sulle spalle, luogo comune vuole che Barghouti sia il probabile successore di Abu Mazen. In agosto l'hanno stravotato al comitato centrale del Fatah, anche se stava dentro. Chissà che succederebbe, se uscisse e corresse alle presidenziali palestinesi: «Abu Mazen non s'è ancora dimesso — risponde al Corriere tramite i suoi avvocati, dalla cella di Hadarim —. Ha solo espresso l'intenzione di non ricandidarsi. Lo rispetto. Ma il punto è che a gennaio non ci saranno elezioni. Presidenziali e legislative devono tenersi in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est. E in un clima di riconciliazione nazionale. Prima, non hanno senso. La mia priorità è mettere fine alla divisione tra Fatah e Hamas: quando ci sarà l'accordo, allora sarò pronto».Questo accordo finora è fallito, ma molti ora lo ritengono possibile, chiusa l'operazione Shalit...«Fatah ne aveva firmato uno, mediato dall'Egitto. Ora io invito Hamas a siglarlo. E a usare l'opportunità che si presenta— l'unità dei palestinesi —, specie dopo che Abu Mazen ha riconosciuto il fallimento della sua politica. L'unità è il segreto della vittoria per le nazioni oppresse».Come reagirebbe Israele a una sua candidatura, dopo la scarcerazione?«Israele ha provato ad assassinarmi più volte, fallendo. Mi ha sequestrato e condannato a 54 anni di cella. Pensava di farmi tacere. Ha deciso che non farà accordi con Barghouti presidente. Ma non deve preoccuparsi: non ci sono elezioni, adesso...».Qual è stato il più grande errore di Abu Mazen in questi cinque anni?«Puntare solo sui negoziati. E avere creduto alle promesse americane e israeliane. Alla pace non s'arriva solo coi negoziati. Ci vuole anche la resistenza popolare».Sta dicendo che ci sarà una terza intifada?«L'intifada nasce come una volontà collettiva del popolo, quando la gente non ha scelta: non la decide un partito o un leader. La seconda intifada scoppiò dopo il fallimento di Camp David. I palestinesi hanno fatto la più lunga rivoluzione della storia contemporanea. E la riprenderanno».Abu Mazen esclude un'intifada violenta. Lei ne è stato l'ideatore: i kamikaze sono ancora un'opzione?«I palestinesi hanno dato ad Abu Mazen l'opportunità di negoziare. Usa e Israele ci dicevano che lui era il miglior leader possibile. Abu Mazen accettò la Road Map, andò ad Annapolis, negoziò con Olmert e la Livni, fece decine di vertici. Risultato? Più insediamenti, Gerusalemme sempre più ebraicizzata, case demolite, il Muro, centinaia di checkpoint, una guerra barbara a Gaza».Qualche giorno fa, la stampa Usa scriveva che l'Autorità palestinese è al collasso.«L'Anp non è un obbiettivo. Lo sono l'indipendenza, i confini del '67, Gerusalemme capitale. L'Anp era l'embrione dello Stato e i palestinesi l'avevano accettata per 5 anni. Il rifiuto d'Israele di dar seguito alle risoluzioni Onu, l'ha fatta sopravvivere per altri 15. Però un collasso dell'Anp non danneggerebbe solo i palestinesi, oggi, ma anche gli israeliani. L'Anp nei fatti non ha sovranità su un solo metro di West Bank. Israele l'ha spogliata. L'unica alternativa all' Anp è uno Stato indipendente».Vede nuovi interlocutori in Israele?«Netanyahu rifiuta tutto: che razza d'interlocutore può essere? Ma anche all'opposizione c'è poco: il piano di Mofaz, dialogare con Hamas e riconoscere i due Stati, non porterà mai ai confini del '67 e alla fine dell'occupazione di Gerusalemme Est. Israele non ha un De Gaulle o un de Klerk, che chiusero col colonialismo in Algeria o con l'apartheid. Non è capace d'esprimere leader col coraggio di far finire la più lunga occupazione della storia contemporanea».E Obama? «I palestinesi avevano accolto con favore la sua elezione. Molti erano ottimisti, dopo il suo discorso al Cairo e il monito a Israele sugl'insediamenti. Un anno dopo, il raccolto è un gigantesco zero. Obama ha ancora l'opportunità di storiche decisioni. Ma non ci servono altri 18 anni d'inutili negoziati. Nel mondo, lo Stato palestinese piace a tutti: e allora che cosa sta aspettando, il mondo?».La chiamano il nuovo Arafat...«Fin da bambino, ho dedicato la mia vita all'indipendenza. Dico ai miei che il buio della notte se ne andrà. Dico agl'israeliani: l'ultimo giorno della vostra occupazione sarà il primo di pace fra due popoli. Potremo vivere da buoni vicini. Ma prima dovete andarvene».

MA ANCORA:
[...]Per Israele accettare l'accordo è già abbastanza difficile di per sé. Tra i punti dolenti, c'è Barghouti. Gerusalemme infatti considera il leader dei Tanzim il mandante di diversi attentati terroristici effettuati dai Martiri di Al-Aqsa, altro gruppo legato a Fatah: al momento sta scontando cinque ergastoli consecutivi per altrettanti omicidi, incluso l'assassinio di un ragazzino ebreo. Insomma, per gli israeliani è uno dei peggiori terroristi, con le mani sporche di sangue innocente. Per i palestinesi invece è uno degli esponenti politici più promettenti e benvoluti. Cinquant'anni e un'aura da eroe rivoluzionario, Barghouti è uno dei volti più popolari di Fatah, in particolare tra i giovani radicali della Cisgiordania. Secondo alcuni, l'unica speranza per mantenere Fatah in piedi, e contrastare l'ascesa di Hamas: per questo si era già ipotizzata la sua liberazione diverse volte, sia in concomitanza con le ultime tornate elettorali, sia in relazione al dossier Shalit. Ma poi non se n'era fatto nulla. Cosa cambia questa volta, allora? Posto che tutto è ancora incerto, per una volta le voci su una possibile liberazione di Barghouti avvengono da una fonte vicina al diretto interessato. Suo fratello Mukabal ha infatti detto al quotidiano israeliano Yediot Ahronot di avere ricevuto rassicurazioni in materia, nonché di essere stato informato sull'imminente liberazione del leader del Fplp Ahmed Sadat. Un'ulteriore conferma arriva poi dallo stesso Fronte Popolare.[...]Anna Momigliano, Il Riformista 25 novembre 2009

mercoledì 25 novembre 2009



In quei film manca un pezzo di Israele

di AVRAHAM B. YEHOSHUA, 25/11/2009, http://www.lastampa.it/
Negli ultimi anni i film israeliani dedicati alla prima guerra del Libano suscitano grande interesse non solo in Israele ma anche ai festival internazionali e fra gli appassionati di cinema in Europa e in Nord America. «Beaufort» ha ottenuto il premio per la miglior regia al festival di Berlino, «Valzer con Bashir» era candidato all'Oscar nella categoria «Migliore film straniero» e «Lebanon», l'ultimo della serie, ha vinto il Leone d'oro al recente festival del cinema di Venezia. La guerra del Libano scoppiò per iniziativa israeliana nel giugno del 1982 e Tsahal, l'esercito israeliano, vi si impantanò per 18 anni fino al suo ritiro definitivo e unilaterale nel maggio del 2000. Dopo qualche anno di calma gli scontri ripresero. Nel luglio 2006 i miliziani di Hezbollah varcarono il confine internazionale, rapirono due soldati israeliani e ne uccisero altri otto scatenando simultaneamente un attacco di razzi sulle comunità nel Nord del paese. La conseguenza fu la seconda guerra del Libano, durata poco più di un mese e a seguito della quale l'esercito libanese e contingenti militari delle Nazioni Unite si dispiegarono lungo il confine internazionale. Qualche tempo dopo l’inizio del primo scontro libanese cineasti israeliani cominciarono a produrre film che avevano come sfondo, o come ribalta, lo scontro bellico, ma incentrati principalmente sui conflitti tra i protagonisti. Tali pellicole, girate secondo il consueto schema dei film di guerra, pur riscuotendo un buon successo di pubblico in Israele non raggiunsero le vette di gloria internazionale di quelle più recenti.Il primo elemento distintivo dell’attuale e tardivo revival cinematografico sulla guerra del Libano è il ritorno di autori ormai non più giovani (alcuni persino alla prima regia) alle loro esperienze personali. Volendo, una sorta di «ricerca del tempo perduto», ma un «tempo perduto» tremendo e doloroso. Tali autori, dopo aver rimosso a lungo i traumi e le memorie della guerra, hanno infine tentato di elaborarli tramite il medium cinematografico. La cosa è particolarmente evidente in «Valzer con Bashir», un film d’animazione il cui protagonista tenta di ripescare reminiscenze cancellate dalla memoria in seguito al massacro perpetrato nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila da falangisti cristiano maroniti.L’aver imperniato quei film sui ricordi e sull'esperienza personale è stata una mossa azzeccata sotto un profilo artistico. I registi infatti, tralasciando trame secondarie di amori o tensioni immaginarie in cui spesso si sfaldano le pellicole di guerra, si sono focalizzati su ciò che conta veramente spingendosi anche a sperimentare forme artistiche nuove e audaci. In «Valzer con Bashir» l’inserimento al termine del film di spezzoni documentari che ritraggono persone reali ha creato un effetto particolare e originale. In «Lebanon» l'intera trama si svolge all'interno di un carro armato e ciò che avviene all’esterno è percepito solo attraverso il periscopio del blindato. Questa scelta, non facile da un punto di vista cinematografico, porta gli spettatori a provare un senso di claustrofobia e di soffocamento simile a quello vissuto dai soldati all'interno del tank. Il film «Beaufort», interamente ambientato in un'antica fortezza, trasforma con impressionante abilità il fortilizio in un intero universo. Ma al di là dei risultati artistici e formali di queste opere nutro ancora qualche perplessità nei loro confronti. In tutte e tre infatti il «nemico» - sia esso palestinese, libanese, civile e combattente -, a eccezione di qualche piccola e insignificante scena rimane una presenza invisibile, come per esempio in «Beaufort» dove i lanci dei mortai provengono da un punto imprecisato e non individuabile. Ma ciò che mi sembra ancora più grave è la mancanza di un contesto più ampio che spieghi la guerra o che affronti, nel bene e nel male, la questione della sua imprescindibilità o legittimità. Io, cittadino israeliano che si è opposto al conflitto fin dal primo giorno, che l’ha condannato e ne ha persino previsto il fallimento, lamento l'assenza di interrogativi e di riferimenti a dubbi o a proteste contro l'inutile invasione del Libano. I soldati si preoccupano solo della propria sopravvivenza o dei loro rapporti personali. Nessuno cerca, mediante dialoghi o conversazioni, di capire il significato della guerra, il senso, la necessità. In fondo, a distanza di anni, il bilancio negativo del conflitto, il suo fallimento su un piano morale, militare e politico, è ormai evidente anche agli autori dei film. Dopo tutto anche loro ricordano come l'ex primo ministro Menahem Begin, promotore e leader di quella guerra, abbia riconosciuto il terribile errore commesso e all'incirca un anno dopo lo scoppio delle ostilità abbia dato le dimissioni, si sia rinchiuso in casa come per autopunirsi e non ne sia più uscito fino al giorno della sua morte. Eppure, rimanendo fedeli alla propria esperienza personale, hanno dimostrato fino a che punto all'epoca i soldati stessi fossero parte di un clima di consenso nazionale, paralizzati, senza motivazioni ideologiche o morali che li inducessero a porsi domande su ciò che facevano. Ma le cose stavano davvero così? È questa la verità? Ritengo di no. Il fatto però che a distanza di tempo gli interrogativi e i dubbi di allora siano scomparsi e sia rimasta solo l’esperienza diretta dei combattimenti invita a mio giudizio a produrre una terza serie di film che prendano in esame quella guerra, così come fanno la letteratura, il teatro e il cinema israeliano con la questione palestinese. Quindi, per chi come me mantiene una posizione ferma e definita sulla guerra del Libano queste opere cinematografiche, per quanto valide su un piano artistico, sono da ritenersi comunque incomplete.