venerdì 11 gennaio 2013


L’assurda pretesa araba di far girare all’indietro la storia 

 Da articoli di Zvi Gabay, Elhanan Miller,http://www.israele.net/
Essam el-Erian, consigliere del presidente egiziano Mohammed Morsi e vice presidente del partito “Libertà e Giustizia” affiliato alla Fratellanza Musulmana, in un’intervista al quotidiano pan-arabo “Al-Sharq Al-Awsat” ha esortato gli ebrei di origine egiziana a tornare alle loro case in Egitto così da “fare spazio ai palestinesi per il loro ritorno”, e tutti gli ebrei a “tornare nelle loro patrie” (cioè nei paesi in cui vivevano in passato i loro progenitori). Il tutto, “alla luce della democrazia” che si sta sviluppando in Egitto. Le sue parole hanno suscitato pesanti critiche da parte di elementi islamisti sia in Egitto che all'estero. In seguito alla tempesta suscitata, Erian ha lasciato il suo posto di consulenza: non è del tutto chiaro se si sia dimesso di propria spontanea volontà o se sia stato destituito.È importante capire come Essam el-Erian volesse far girare la ruota della storia indietro di 65 anni, esattamente come Saddam Hussein quando nel 1974 invitava gli ebrei di origine irachena a tornare in Iraq: giacché il concetto di riavvolgere il film della storia cancellando “tutto ciò che è avvenuto dal ’48 in poi” è la chiave per capire l’approccio arabo alla questione israeliana e a quella che essi considerano una “giusta” soluzione.Fino a poco tempo fa la questione degli ebrei originari dei paesi arabi era del tutto assente dall'agenda pubblica e dai mass-media, sia in Israele che all'estero. Ben pochi ricordano le terribili tragedie patite dagli ebrei nei paesi arabi (Algeria, Libia, Marocco, Tunisia, Egitto, Siria, Yemen e Iraq). La loro sciagura è stata quasi dimenticata. Non viene adeguatamente insegnata nelle scuole, non viene discussa nei mass-media, non viene commemorata dalle istituzioni statali e, fino a poco tempo fa, non veniva menzionata in nessun contesto internazionale. La propaganda araba è stata capace di eliminare completamente dal discorso internazionale lo scambio di popolazione fra Israele e paesi arabi che si è verificato nel contesto della guerra d’indipendenza israeliana del 1948. La propaganda araba sostiene a gran voce l’assoluta validità del “diritto al ritorno” (all'interno di Israele, anche dopo l’eventuale nascita di uno stato palestinese a fianco di Israele) dei palestinesi che combatterono contro Israele, molti dei quali fuggirono per mettersi in salvo, nella convinzione che avrebbero subito dai vincitori le violenze che loro stessi, a parti invertite, avrebbero inflitto ai perdenti, e che immancabilmente si infliggono a vicenda, anche oggi, nelle guerre intestine inter-arabe (la sorte degli arabi palestinesi che, invece, rimasero in Israele dimostra quanto quel timore fosse infondato).La propaganda araba è riuscita a instillare nell'opinione pubblica la convinzione, a livello globale, che la “nakba” palestinese sia stata l’unica tragedia che ha avuto luogo all'epoca della fondazione dello stato d’Israele. Centosessanta sono le risoluzioni e dichiarazioni internazionali che sono state redatte in relazione alla questione dei profughi arabi palestinesi. E neanche una che si sia occupata dei profughi ebrei dai paesi arabi. Ma il ritardo con cui si è giunti a sollevare la questione alle Nazioni Unite e nella coscienza dell’opinione pubblica internazionale non cancella le legittime rivendicazioni degli ebrei arabi circa le ingenti proprietà private e comunitarie che furono costretti ad abbandonare a causa delle discriminazioni e delle sofferenze patite nei paesi arabi dove vivevano talvolta da innumerevoli generazioni. Un disegno di legge proposto nel 2010 dal parlamentare israeliano Nissim Zeev imporrebbe al governo di sollevare in ambito diplomatico la questione delle proprietà perdute dagli ebrei nei paesi arabi. Ma occorre anche portare all'attenzione internazionale lo status di profughi di questi ebrei. Il prossimo governo israeliano dovrebbe avviare un dibattito internazionale volto a dare soluzione al problema di tutti i profughi del conflitto arabo-israeliano: non solo dei profughi ebrei, naturalmente, ma anche di quelli arabi che continuano a vivere in condizioni deplorevoli in tutti i paesi arabi in cui si trovano (Autorità Palestinese compresa) nonostante i massicci sforzi fatti da decenni a livello internazionale per aiutarli finanziariamente. Il punto di partenza di questo dibattito deve essere la cornice delineata nel 2000 dall'allora presidente americano Bill Clinton, che mirava al risarcimento economico dei profughi sia ebrei che arabi.Quello che tutte le parti dovrebbero fare è perseguire una soluzione giusta che sia basata non sulla propaganda, ma sulla realtà dei fatti (senza l’illusione di far tornare indietro la storia). Altrimenti non riusciremo mai ad arrivare a una pace duratura.(Da: Zvi Gabay su Israel HaYom, israele.net, 9.1.13)

PUR DI RIBADIRE IL “DIRITTO AL RITORNO”, ABU MAZEN È PRONTO A SACRIFICARE I PALESTINESI DI SIRIA

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha respinto l’offerta di Israele di autorizzare l’ingresso in Cisgiordania di profughi palestinesi in fuga dalla guerra civile siriana a patto che questi rinunciassero al cosiddetto “diritto al ritorno” all'interno di Israele. Lo ha detto lo stesso Abu Mazen, mercoledì sera, alla stampa egiziana.Dopo il suo incontro al Cairo col presidente egiziano Mohammed Morsi, Abu Mazen ha raccontato di aver fatto appello all’Onu perché intercedesse a favore dei profughi palestinesi che vivono in Siria e chiedesse a Israele di farli entrare in Cisgiordania e striscia di Gaza. Il segretario dell’Onu Ban Ki-moon avrebbe riferito ad Abu Mazen che Israele accoglieva la richiesta a condizione che i profughi firmassero un documento con cui rinunciavano al “diritto al ritorno” sul territorio israeliano (una rivendicazione palestinese che gli israeliani considerano in pratica un “diritto di invasione” del loro stato). Abu Mazen ha detto d’aver rifiutato l’offerta.Il mese scorso i palestinesi che vivono nel campo di Yarmouk, a sud di Damasco, hanno subito un sanguinoso bombardamento da parte delle forze governative siriane, dopo che forze anti-regime si erano impadronite del campo. Martedì scorso almeno cinque palestinesi sono stati uccisi a Yarmouk. La Giordania, il vicino meridionale della Siria, ha iniziato a rimandare i profughi palestinesi verso il confine, stando a quanto ha riportato la tv Al-Jazeera all'inizio della settimana. In precedenza erano stati autorizzati ad entrare nel regno giordano, ma erano stati tenuti in un campo separato chiamato Cyber City, non lontano dal confine con la Siria.Secondo Yedioth Ahronoth, già la scorsa settimana il capo di Hamas nella striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, aveva detto all'UNRWA di non voler accogliere a Gaza i palestinesi in fuga dalla Siria perché Israele avrebbe potuto usare questo precedente contro il “diritto al ritorno” reclamato dai palestinesi all'interno di Israele.(Da: Elhanan Miller su Times of Israel, israele.net, 10.1.13)

Esplosione a Tel Aviv, ma Israele esulta. Ecco perché...

In un paese che vive da 60 anni in guerra è possibile che anche un attentato "bombarolo" diventi motivo di sollievo specie se avviene in una giornata di eccezionale e rarissma neve che ha paralizzato l'intero Paese.

Un motociclista, come nella migliore tradizione terroristica, passa lentamente presso un'automobile parcheggiata nel cuore di Tel Aviv non lontano dal Ministero della Guerra, lascia cadere un pacco e fugge nel traffico rarefatto dalle insolite condizoni atmosferiche. Poco dopo un'esplosione. L'auto va in fiamme, cinque o sei persone sono ferite ma non gravemente.E' stata probilmente la mancanza di un risultato più letale a insospettire la polizia che già in stato d'allarme per le condizioni meteorologiche dà la caccia al motociclista e, a quanto si dice, lo arresta. In attesa di maggiori dettagli è bastato l'annuncio della polizia secondo cui si è trattato di una resa di conti fra criminali, a far tirare un sospiro di sollievo all'intero paese. Sarebbe "solo" il quinto o sesto tentativo di ammazzare Nissim Alperon, illustre membro della più potente famiglia mafiosa del Paese, con il capostipide ammazzato, l'erede in prigione e Nissim, altro membro importante del clan, scampato per miracolo a un attentato.Ma perché tanta gioia per un'esplosione criminale? Perché contro le previsioni dei servizi d'informazione e dello stesso Presidente dello Stato non si è trattato dell'inizio della "terza intifada" che tutti ritengono imminente a causa del senso di delusione politica e per la crisi economica che pervade il settore palestinese.La prima rivolta palestinese, detta "l'intifada delle pietre" (1987) aveva causato 160 morti israeliani, 1162 palestinesi uccisi dall'esercito e altri 1000 dai palestinesi stessi. La seconda denominata "intifada di al Aqsa" dal nome della moschea di Gerusalemme da dove era partita nel 2000 aveva causato 3858 morti palestinesi e 1022 israeliani, quest'ultimi sopratutto con attacchi suicidi contro civili nelle città. Occorre aver presente queste cifre (e i danni collaterali umani, materiali e politici) causati dalle due intifade per comprendere l'ansia della popolazione che in periodo elettorale é soggetta a un bombardamento quotidiano di profezie cantradditorie ma ugualmente catastrofiche (naturalmente per colpa dell'avversario).http://www.ilgiornale.it/



Quando si discute dei massimi sistemi, sia elaborano grandi strategie o si stigmatizzano le cospirazioni globali, ci si dimentica a volte del tempo. Ossia il tempo atmosferico. Così nel Medio Oriente, vecchio o nuovo, causa pioggia alluvionale l'altro ieri abbiamo impiegato tre ore e mezza per coprire i 60 chilometri che separano Gerusalemme da Tel Aviv. Oggi invece, causa abbondante nevicata su Gerusalemme, la città è isolata dal resto del mondo. Concediamoci allora una pausa di contemplazione.http://moked.it/, Sergio Della Pergola, univ Gerusalemme


Qui Gerusalemme - L'incanto della neve 

L'inverno più instabile dell'ultimo decennio per Israele. Pioggia, temporali, continui disagi alla circolazione. Nelle ultime ore una lieta novità, attesa da giorni: l'arrivo della neve. In molte zone del paese il risveglio, questa mattina, è stato infatti allietato da una fitta coltre bianca. Le immagini più suggestive arrivano da Gerusalemme dove sono state numerose le manifestazioni di gioia collettiva. Un clima di festa che ha contagiato persino il Capo di Stato, Shimon Peres, nella foto a fianco alle prese con un simpatico pupazzo di neve.È la più intensa precipitazione verificatasi sulla Capitale dal 1992 (si parla di circa 10-15 centimetri di spessore a terra). Più forte persino di quella dello scorso anno, già immortalata da cartoline che hanno fatto il giro del mondo. Per precauzione le autorità municipali hanno previsto la chiusura di tutte le strutture scolastiche. Non accessibile, fino al primo pomeriggio, l'autostrada che collega la città a Tel Aviv. Elisha Peleg, tra i responsabili del dipartimento preposto alle emergenze atmosferiche, si è così rivolto agli abitanti di Gerusalemme: “Fate di questa giornata una giornata di festa per tutta la famiglia”.La neve ha rivestito Israele quasi interamente. Densissima è caduta in alta quota, in particolare in Galilea e nella zona montuosa del Golan. Ma non ha mancato di far sentire il suo morbido abbraccio in luoghi assolutamente inimmaginabili come Dimona, in pieno deserto del Negev.http://moked.it/



Asaf, un tormentone latte e miele
Guardiamo in faccia la realtà: i tormentoni danno il tormento. Come le torture portate sul grande schermo da quei simpaticoni di Arancia meccanica, ti espongono a un ascolto continuato della musica in questione e poi subentra la sindrome di Stoccolma. Si arriva infatti al punto nel quale ti rendi conto di essere totalmente innamorato del tuo oppressore. The reckoning song/One day di Asaf Avidan, portata al successo grazie a un fortunato remix del dj Wankelmut è ufficialmente un tormentone, non estivo ma settembrino. I discotecari seriali la conoscono e probabilmente sono sul punto di archiviarla, il grande pubblico sta muovendo i primi passi. I tempi sono quindi maturi per un breve tour nello stivale che ha visto la testolina con cresta di Avidan accompagnato dalla sua chitarra di fiducia risalire l'Italia partendo da Bari, Roma, Bologna e finendo con Torino. Porto ancora i traumi di una estate con Asereje del trio Las Ketchup, tutto quel muovere di braccia era lesivo, per non parlare delle “tre parole sole, cuore, amore” che ancora rimbombano nella mia povera testa. Credo di aver avuto però il colpo di grazia con Chihuahua del tale Dj BoBo. Il video di One day, che su youtube ha raggiunto più di cinquantasei milioni di visualizzazioni, non è certo un capolavoro della regia: qualche eco “cinquanta sfumature” e una giusta dose di gioventù festaiola, fumata, con sosia di Courtney Love, capelli ossigenati e luci psichedeliche a go go. Dietro al successo però c'è ben altro, Asaf Avidan sa bene di non essere una cotta estiva. Lui è uno di quelli con cui ti devi impegnare, non se ne andrà via alla prima pioggia autunnale, anzi ti farà compagnia durante il foliage, a pattinare sul ghiaccio e perfino in una domenica di brutto tempo davanti ai libri. Insomma, oltre al remix c'è di più. Nato a Gerusalemme nel 1980, figlio di diplomatici, vive la sua infanzia in Giamaica. Dopo la leva, studia animazione alla Bezalel Academy e con il suo progetto Find love now vince al Haifa Film Festival nella sua categoria. La leggenda messa in circolazione vede la conversione alla musica come risultato della traumatica rottura con la sua ragazza. E a noi piace pensare sia così: un menestrello che con la sua voce acuta grida ferite d'amore e recrimina le bugie dell'amata (sentire Her lies per credere). L'artista eclettico si unisce al gruppo the Mojos e insieme mandano in visibilio la scena altenativachic israeliana. Non si fanno mancare un tour a New York nel 2007. Pubblicano insieme tre album: The Reckoning nel 2008, Poor Boy/Lucky Man nel 2009 e Through the Gale nel 2010. La canzone Weak fa perfino parte della colonna sonora di L'arbre, film con Charlotte Gainsbourg presentato a Cannes. L'entrata ufficiale in un mondo molto raffinato, folk, radical chic, indie e chi più ne ha più ne metta. E fa ridere pensare adesso ad Avidan come idolo delle folle, acclamato in locali con i neon, quando ha iniziato in piccoli bar fumosi, inserito nella colonna sonora per film di nicchia da vedere in una Parigi con il nevischio. Consiglierei a questo punto dell'articolo di immergersi nella canzone Devil and me per entrare pienamente nell'atmosfera detta sopra. Per la verità è come se David Guetta avesse remixato Bob Dylan e forse questa commistione paradossale ha portato il grande successo di One day. Nel 2011 Avidan saluta i membri del gruppo. Leitra'hot Roei, Yoni, Ran e Hadas, da qui cammino da solo. Il singolo Different Pulses anticipa l'album in uscita nel 2013. Intanto è disco di platino in Italia e per un israeliano questo è successo assicurato. Asaf Avidan piace a tanti, ha ingredienti che convincono tutti: timbro particolare che lo ha fatto accostare a Janis Joplin, cantante da ballata medievale come piace ai folk, capelli e barbetta congeniale agli indie, remix da serata scatenata. Uno che nella sua carriera ha aperto concerti di Bob Dylan, Lou Reed e Ben Harper per intenderci. Israele può gongolare, ha esportato un prodotto pronto a competere in serie A. In un mondo in cui i sintetizzatori, il playback, le vocine insulse la fanno da padroni, Avidan e il suo timbro da cartone animato fanno scintille dal vivo. Non ha bisogno di molto: una sedia, la chitarra, un t-shirt, qualche vezzo come le bretelle o il cappello e lo spettacolo può iniziare. "Ci mette tanto cuore, mi piacciono più le sue canzoni da solista che quelle con i the Mojos. Ho iniziato ad ascoltarlo, come la maggioranza, dalla versione remixata di One day, inizialmente non mi convinceva ma alla fine l'ho canticchiata per tutta la serata. Solo successivamente ho scoperto che è israeliano. Mi piacciono tutti i suoi album e il danno ormai è fatto: ne sono totalmente innamorata." dice Micol, studentessa di Giurisprudenza. Ghila, romana trapiantata a Tel Aviv invece segue Avidan dai primi passi: "Ha una voce molto particolare e la sua musica è anche insolita. Mi piacciono molto Turn on the sides under the northen lights, Different pulses e Is this it. Credo possa fare successo in Italia, cantando in inglese è internazionale". Alberto, studente di economia si mostra titubante: "Mi ha convinto dopo un po' quella canzone! Ora mi piace, forse mi ha già un po’ stufato". I primi disturbi da post-tormentone. Il web capitanato da twitter sta impazzendo. Marinella Venegoni sulla Stampa trova la definizione perfetta per la voce del cantante: "Straziante e dolorosa ma insieme dolcissima". Una nuova voce latte e miele.Rachel Silvera - Pagine Ebraiche, gennaio 2013,http://moked.it/

giovedì 10 gennaio 2013

Anteprima cinema: "Il Figlio dell'Altra" 

 Chi non ricorda la storia de “Il principe e il povero” di Mark Twain? o quella narrata da Shakespeare ne la “Commedia degli errori”, ispirata a sua volta da “I Menecmi” di Plauto? Storie di fanciulli, scambiati nella culla, le cui vite e destini sono state segnati proprio da quel fatale errore.In un contesto moderno e in un ambiente pieno di tensioni come quello israelo- palestinese, la regista francese Lorraine Levy con il film “The other son” (titolo italiano, “Il figlio dell’altra”), si cimenta con l’eterno tema dello scambio dei ruoli, delle identità, delle vite.Presentato all’ultimo Film Festival di Torino, e in programma a Milano in anteprima speciale il prossimo 15 gennaio, “Il figlio dell’altra” racconta la storia di Joseph (Jules Sitruk) e Yacine (Medhi Dehbi), due ragazzi diciottenni, uno israeliano, l’altro palestinese, il primo musicista in procinto di cominciare il servizio di leva, il secondo studente di medicina in partenza per Parigi.Durante la visita per il servizio di leva Joseph scopre improvvisamente di non essere il figlio biologico dei genitori da cui è stato amorevolmente allevato, Alon (Pascal Elbé) e Orith (Emmanuelle Devos). Sarà proprio quest’ultima, sconvolta dalla scoperta, a ricostruire quel che accadde il giorno in cui partorì: dopo l’evacuazione dell’ospedale per motivi di sicurezza – era il 1991 e Israele era nel pieno della Prima guerra del Golfo – il figlio che aveva appena dato alla luce fu scambiato dall’infermiera con quello partorito da Leïla (Areen Omari), palestinese della Cisgiordania.Nel corso del film, Orith e Leïla, Alon e Said (Khalifa Natour, il marito di Leila), si scontrano con una realtà difficilissima da accettare, che crea il panico in entrambe le famiglie ma che è anche ineludibile e cioè di aver allevato e cresciuto un figlio non proprio; si rendono conto che la sorte toccata a Joseph sarebbe toccata a Yacine e viceversa. Una realtà che se inizialmente crea il panico nella due famiglie, specialmente fra i due padri, conduce poi ad una riflessione più profonda, da entrambe le parti, sulle rispettive identità, e alla fine sulle ragioni e sull’effettivo significato del conflitto che da decenni divide israeliani e palestinesi.Insieme a Joseph e Yacine, sono Orith e Leila le due vere protagoniste del film. A differenza dei due padri che preferiscono fuggire la realtà, le due madri, pur nella sofferenza, la affrontano di petto fino a trovare un chiarimento, un punto di incontro.“Il fatto è – spiega la regista – che le due donne sono capaci di comprendere alcune cose fondamentali: capiscono che i figli che hanno allevato continuano a essere i loro figli; che ora c’è un altro figlio per ciascuna di loro e che non possono ignorarlo, né rifiutarsi di conoscerlo e di imparare ad amarlo; che se occorre tendere una mano, bisogna farlo al più presto, convincendo gli uomini che non esiste alternativa possibile. Il mio film dice che la donna rappresenta il futuro dell’uomo e che quando le donne si alleano possono spingere gli uomini a essere migliori.”La Levy ha raccontato che quando la produttrice del film Virginie Lacombe le ha mandato la sceneggiatura del film, è rimasta molto colpita: “mi colpiva così profondamente a livello emotivo. Inoltre, era in sintonia con i temi a cui tengo maggiormente: qual è il posto che occupiamo nella nostra vita e in quella degli altri, il nostro rapporto con l’infanzia, l’essere genitori…”. ”La questione che più mi interessa – spiega ancora Lorraine Levy –  è quella dell’identità. Sento che gli individui hanno la possibilità di sperimentare più nascite nel corso della loro vita. Si può nascere varie volte: si “rinasce” a seconda dei luoghi in cui la vita ci conduce, esponendoci a nuove idee, religioni, filosofie. E queste ci portano ad essere persone diverse da quelle che eravamo.”In “The Other Son”, scritto da Nathalie Saugeon e Noam Fitoussi, insieme ai temi della famiglia, dell’identità, del cambiamento, c’è anche inevitabilmente quello della politica. “Pur non essendo impegnata politicamente, pur non essendo israeliana o palestinese, quel che accade in Israele mi tocca molto da vicino” spiega la Levy durante un’intervista al “New York Press”. “Ho lavorato molto per non fare un film politico, ma piuttosto ideologico. La storia è costruita come una fiaba geopolitica. Volevo raccontare qualcosa che potrebbe realmente accadere: due fratelli, nemici per definizione, che riescono alla fine a trovare un’unità, a fare un patto con l’altro, a riconoscere reciprocamente l’esistenza dell’altro”.“Sono contenta – aggiunge ancora la Levy – che il film abbia ricevuto una buona accoglienza sia da parte del pubblico arabo che di quello ebraico in Francia.  Ma la storia che racconto è universale, va oltre i confini di Israele e Palestina. E’ un film pensato per unire le persone”.“Il figlio dell’altra”, sarà proiettato (in lingua originale con sottotitoli in italiano),  il prossimo 15 gennaio al Cinema Anteo (via Milazzo 4, ore 20.00), in anteprima speciale riservata alla Comunità Ebraica di Milano. L’ingresso sarà ad offerta libera (a partire da 15 euro); l’incasso sarà devoluto ai movimenti giovanili ebraici.VIDEO: http://www.mosaico-cem.it/articoli/37024

In Svezia un giovane musulmano contro l'antisemitismo

A Malmö in Svezia, lo scorso novembre, il Comitato svedese per la lotta all’antisemitismo (SKMA) ha assegnato il suo primo premio per l’integrazione e l’utilizzo dei social media  nella lotta contro la diffusione dell’antisemitismo. Il vincitore, per quanto sorprendente possa apparire, è un giovane musulmano di origini iraqene, Siavosh Derakhti.Siavosh ha 21 anni e vive a Malmö insieme alla sua famiglia dai tempi della guerra del Golfo.  Siavosh ha ricevuto il premio “Elsa” per aver fondato un’organizzazione dei giovani musulmani contro l’antisemitismo, e per il suo impegno nelle scuole, fra gli studenti, nel  combattere il pregiudizio contro gli ebrei.“Sono rimasto scioccato quando ho scoperto quanto fosse diffuso in Svezia l’odio per gli ebrei – dice nell’intervista telefonica a The Times of Israel;  “quando ho scoperto che gli ebrei fuggono da Malmö perchè hanno paura, perchè per le strade non si sentono sicuri. I miei genitori decisero di fuggire dall’Iraq e dalla dittatura per vivere in un paese lontano dalle guerre, dalla violenza, per farci vivere in un paese democratico”. “Trovarmi qui, di nuovo, fra odio, discriminazione, razzismo, non è accettabile. Qualcosa deve essere fatto” spiega Siavosh.La Svezia, d’altra parte, si sa, non solo è uno dei paesi europei con il più alto tasso immigrazione, ma anche quello in cui l’intolleranza verso gli stranieri, la diffusione dell’antisemitismo e dell’antisionismo hanno raggiunto punte davvero preoccupanti.Frequentando la Malmö Latinskole, Siavosh si è reso conto non solo del pregiudizio dei compagni nei confronti degli ebrei, ma anche della loro scarsissime conoscenze sulla Shoah. E in questo, la dirigenza scolastica, secondo Siavosh ha delle responsabilità.  ”In 25 anni in questa scuola non è mai stato invitato a parlare un testimone. Non stupisce che fra i ragazzi sia così diffuso il negazionismo”.Siavosh ha preso così l’iniziativa di invitare due testimoni della Shoah a parlare agli studenti della sua scuola, conducendoveli lui stesso. Non solo: ha organizzato il primo viaggio degli studenti della Malmö Latinskole al campo di Auschwitz. Un’impresa, a quanto pare,  non facile. “La mia proposta  non aveva ricevuto alcun sostegno, nè da parte degli insegnanti, nè della dirigenza scolastica. Non mi sono scoraggiato: ho insistito con con il dipartimento dell’istruzione di Malmö per ottenere dei finanziamenti che, alla fine sono stati offerti dalla città. A quel punto anche la dirigenza scolastica ha dovuto accogliere l’iniziativa”. Siavosh ha portato ad Auschwitz un gruppo di 27 studenti, molti dei quali musulmani, tra cui anche diversi palestinesi. “Mentre eravamo lì, racconta, molti ragazzi sono scoppiati in lacrime” racconta. “Hanno imparato molto da quell’esperienza”. Durante il viaggio Siavosh ha girato anche un piccolo documentario che ora viene proiettato nelle scuole durante le sue lezioni.L’impegno di Siavosh nella lotta contro la discriminazione e l’antisemitismo ha ricevuto elogi e riconoscimenti da parte della comunità sia ebraica che musulmana svedesi.Il Comitato svedese contro l’antisemitismo, a sua volta, aveva sentito parlare di Derakhi all’epoca del viaggio degli studenti ad Auschwitz. ”Abbiamo seguito il suo lavoro contro l’antisemitismo e il razzismo a Malmö e siamo rimasti molto colpiti”, dice Henrik Bachner, uno dei membri del Comitato che ha fatto parte della commissione che ha assegnato il premio. “Il fatto che la sua attività si concentri sugli studenti,  e che al tempo stesso partecipi al dibattito pubblico – contribuendo a far emergere  i problemi seri che esistono a Malmö  sul pregiudizio e l’ostilità contro gli ebrei – ha giocato un ruolo importante nella nostra decisione.” Il Comitato svedese contro l’antisemitismo continuerà a sostenere il lavoro Derakhti” dice ancora Bachner  ”e anzi a gennaio lo abbiamo inviato a parlare a Stoccolma, di fronte a studenti provenienti da tutta la Svezia, in un incontro organizzato dal Comitato  sulla prevenzione dell’antisemitismo e il razzismo. ”La nostra ambizione, ha dichiarato Bachner, è quella di trovare nuovi modi di collaborazione per il futuro”.Il Comitato svedese contro l’antisemitismo si è costituito nel 1983, a seguito della forte ondata di antisemitismo sviluppatasi in Svezia con lo scoppio della guerra del Libano, nel 1982. E’ un’organizzazione autonoma, senza affiliazioni a partiti politici o organizzazioni religiose, ed ha per scopo principale l’educazione dei giovani al contrasto del pregiudizio e dell’antisemitismo; fornisce informazioni e materiale educativo agli insegnanti e agli studenti e organizza viaggi di studio nei luoghi della Shoah.Il premio “Elsa” è stato voluto da Henrik Frenkel, membro del Comitato e figlio di sopravvissuti della Shoah. Elsa è il nome della prima nipote di Frenkel.http://www.mosaico-cem.it/

 

  Immigrati africani 

Mentre c'é ancora chi sostiene la tesi oltraggiosa - ma ormai più ridicola: non ci crede più nessuno - dell'apartheid in Israele; un volo charter ha appena trasportato 240 immigrati africani nello stato ebraico. Il volo è il primo di una serie, facente parte del programma "Dove’s Wings", un'iniziativa pubblica che favirirà l'aliyah delle comunità ebraiche dell'Etiopia, convertite con la forza al cristianesimo durante il 19esimo e 20esimo secolo.
Il programma, da 17.5 milioni di shekel israeliani, sarà completato entro un anno. Già ieri sono sbarcati a Tel Aviv i primi, simpatici, nuovi cittadini israeliani.30 ottobre 2012,http://ilborghesino.blogspot.it/

Sempre più palestinesi vogliono diventare israeliani 

Non si può negare che richiedendo la cittadinanza israeliana, sfidando i moniti dell'OLP e di Hamas, i palestinesi intendano vivere sotto la giurisdizione israeliana, anziché quella araba. L'Autorità Palestinese (AP) si mostra preoccupata per il crescente numero di palestinesi di Gerusalemme che richiedono la cittadinanza israeliana. Hatem Abdel Kader, residente nel West Bank governata da Al Fatah, ma in possesso di "passaporto di Gerusalemme", ha rivelato che più di 10 mila palestinesi di Gerusalemme hanno ottenuto la cittadinanza israeliana. E attribuisce questo crescente fenomeno al fallimento del progetto dell'AP e all'incapacità dei paesi arabi e islamici di supportare concretamente i residenti arabi di Gerusalemme.In altre parole, egli riconosce che Israele fa per i palestinesi molto più di quello che la leadership palestinese e l'intero mondo arabo e islamico ha fatto per essi.Secondo le statistiche rese note dal Ministero degli Interni, nell'ultimo decennio 3.374 palestinesi hanno ottenuto la cittadinanza israeliana; con un trend esponenziale negli ultimi due anni. I palestinesi che vivono a Gerusalemme godono della condizione di residenti permanenti in Israele. Ciò consente loro di possedere una documento di identità israeliano, sebbene non possano ottenere un passaporto. In altre parole, godono di tutti i diritti dei cittadini israeliani, con l'unica eccezione rappresentata dalla possibilità di votare alle elezioni generali.La legge israeliana consente a tutti di richiedere la cittadinanza. Eppure, nei primi vent'anni dopo la riunificazione di Gerusalemme del 1967, pochi palestinesi ne fecero richiesta: all'epoca, ciò era considerato un gesto di tradimento; e l'OLP, aperta minacciava i palestinesi che valutavano di agire in tal senso. Ma la tendenza è mutata dopo la sottoscrizione degli Accordi di Oslo del 1993, e con la nascita dell'Autorità Palestinese dell'anno successivo: d'un tratto, il numero di richiedenti è aumentato esponenzialmente, con i palestinesi che non hanno più mostrato timore o vergogna nel presentarsi agli uffici competenti del Ministero degli Interni per richiedere la cittadinanza israeliana. Il principale motivo addotto è il timore che Israele possa cedere la sovranità di Gerusalemme Est all'AP: ciò li priverebbe di tutti i privilegi goduti in quanto residenti sotto la giurisdizione israeliana, inclusi l'accesso alla sanità e all'istruzione pubblica, nonché la libertà di movimento e di lavorare.Inoltre, i palestinesi di Gerusalemme realizzano che malgrado le difficoltà che incontrano in Israele, le loro condizioni di vita risultano di gran lunga migliori di quelle di cui godrebbero se vivessero sotto la giurisdizione dell'AP. La mancanza di democrazia e la massiccia corruzione inducono altresì molti palestinesi a richiedere la cittadinanza israeliana, come modo per garantirsi un futuro sotto la sovranità dello stato ebraico: come ha efficacemente riassunto un palestinese: «preferisco vivere nell'inferno degli ebrei, che nel paradiso di Hamas o di Arafat».Un altra ragione per cui i palestinesi si affrettano a richiedere la cittadinanza israeliana è il timore che le autorità possano loro revocare il documento di identità israeliano: secondo la normativa, gli arabi che risiedono a Gerusalemme, e che vanno a vivere al di fuori dello stato, perdono automaticamente il loro status di residenti permanenti. Negli ultimi dieci anni, in effetti, molti residenti palestinesi che sono andati a vivere nel West Bank hanno perso la loro carta d'identità israeliana.Molti di coloro che hanno richiesto la cittadinaza israeliana sono cristiani di Gerusalemme, timorisi di finire sotto la giurisdizione palestinese o addirittura sotto Hamas.Ironicamente, ottenere la cittadinanza israeliana è stato un modo agevole per gli arabi per assicurarsi i diritti sociali, economici, sanitari e di istruzione che solo questo stato garantisce in questa estensione. Non vi è dubbio che richiedere la cittadinanza israeliana, in contrasto con le raccomandazioni di Hamas e dell'OLP, sia una affermazione politica di principio da parte dei richiedenti, i quali ammettono di preferire di vivere sotto la giurisdizione israeliana, anziché sotto quella araba. di Khaled Abu Toamhe,hGatestone Institute International Policy Council,http://ilborghesino.blogspot.it/