giovedì 24 marzo 2011



Gerusalemme, bomba alla fermata del bus: un morto e 39 feriti. In Israele torna il terrore

Certe scene, a Gerusalemme, non le vedevano dal 2008. In quel quartiere, poi, non era mai successo nulla. Fino alle tre di mercoledì pomeriggio. Quando da un borsone abbandonato a una fermata dei bus di trasporto pubblico a pochi passi dalla Stazione centrale è partita un’esplosione violentissima. Tanto da mandare in frantumi le vetrate di auto, case e uffici. E da far ripiombare Israele negli anni più bui della sua esistenza.LE VITTIME – Il bilancio, ancora provvisorio, registra una vittima – una donna di 59 anni arrivata agonizzante in ospedale – e 39 feriti. Tra questi tre versano in gravi condizioni, ma non rischierebbero comunque la vita, e due sarebbero partorienti. La maggior parte ha tra i 15 e i 30 anni, hanno fatto sapere dal Shaare Zedek Medical Center, uno dei centri ospedalieri dove sono stati medicati i civili.Parcheggiato vicino alla pensilina della deflagrazione è rimasto solo il bus della Egged Lines, numero 74. Quello che porta in direzione Maale Adumim, uno dei cinque insediamenti ebraici più grandi in Cisgiordania. Un caso?I SOCCORSI - Le emittenti tv israeliane, ormai concentrate tutte sull’attentato, non indicano presunti responsabili. Per ora si limitano a mostrare il luogo dell’esplosione, i feriti, il sangue versato sull’asfalto, i soccorsi. Già, i soccorsi. È tornata, nelle facce di chi sta dando una mano, quell’espressione di smarrimento, paura e orrore che non si vedeva da mesi. Nonostante questo, hanno dato una mano tutti: medici, paramedici, soldati, volontari, gente comune. Guanti alle mani – per non inquinare la scena del delitto soprattutto – hanno retto barelle, coperto le ferite, trasportato le vittime negli ospedali della città.LE INDAGINI - Secondo i primi rilevamenti, la bomba, nascosta in un borsone abbandonato tra una cabina del telefono e la pensilina dei bus, pesava circa due chili e pare fosse collegata a un cellulare per l’esplosione a distanza. Il dispositivo era imbottito anche di chiodi, così da renderla ancora più pericolosa. «Purtroppo non abbiamo avuto nessun allarme prima dell’attentato», ha detto Yitzhak Aharonovitch, della sicurezza interna, al quotidiano online Ynet. Per prudenza la polizia ha elevato lo stato di allerta in tutto il Paese.I TESTIMONI – «Ero seduto all’interno del bus numero 75», racconta uno dei feriti, Yair Zimerman, di 29 anni. «Quando c’è stata l’esplosione ho chiesto all’autista di avvicinarsi il più possibile alla fermata dell’attentato». Yair, un volontario, ha iniziato a soccorrere i più gravi. «Ho visto una colonna di fumo levarsi in cielo, subito dopo lo scoppio», ha detto Shlomo Steiner, uno dei dipendenti alla stazione centrale dei pullman di Gerusalemme. «C’erano persone che correvano ovunque, tra cui questo ragazzo di una yeshiva (scuola religiosa ebraica) che aveva le gambe in fiamme».LE REAZIONI – Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si stava preparando a partire per un viaggio diplomatico in Russia. Ma ha deciso di posticipare la partenza e ha riunito il cabinetto d’emergenza. Mentre il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, ha lanciato un appello alla cittadinanza a «elevare il livello di attenzione» di fronte a eventuali pacchi sospetti per prevenire il rischio di attentati. Da Gaza, il Comitato di resistenza popolare ha esultato e ha dichiarato che tutto questo è successo per «rispondere ai crimini d’Israele». Ma da Ramallah, il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese, il presidente Mahmoud Abbas ha condannato l’attentato. Così come il primo ministro Salam Fayyad. Anche se Abbas non ha mancato di criticare Israele per il blitz su Gaza, in risposta ai razzi di Hamas.Dagli Usa, il presidente Barack Obama ha espresso cordoglio per le vittime e per le vittime palestinesi di ieri a Gaza. Ma ha anche sottolineato che Israele, «così come tutti gli altri Paesi, ha diritto ad auto-difendersi». «Non vi è mai alcuna possibile giustificazione per il terrorismo», ha proseguito Obama nella dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca. «Gli Stati Uniti chiedono ai gruppi responsabili di mettere fine a questi attacchi una volta per tutte».23 marzo
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Tel Aviv - museo dell'Haganà

Voci a confronto


Con tutti i quotidiani pieni di articoli dedicati alla guerra in Libia, il redattore di questa rassegna ha oggi scelto di non parlarne. Le alternative tra il raìs e i “ribelli” gli appaiono entrambe piene solo di ombre; le indicazioni date dalle Nazioni Unite alle forze che si accingevano ad attaccare Gheddafi sono state, ancora una volta, piene di ambiguità; i rapporti tra gli “alleati” sono resi difficili fin dal primo, evidente accordo che forze alleate dovrebbero trovare: chi è il comandante. Non sarebbe, al contrario, corretto tacere sui grandi avvenimenti che scuotono l’insieme del mondo islamico, e quindi suggerisco la lettura di Amy Rosenthal che, sul Foglio, intervista Bernard Lewis. E’ difficile parlare di “democrazia” nel mondo islamico, ma, osserva Lewis, si deve riflettere che là, da sempre, è prevista la “consultazione” con le diverse corporazioni e le numerose tribù. Lewis rivaluta l’esportazione della democrazia e la freedom agenda volute da Bush junior e si permette di dare un importante consiglio all’Occidente ed alla Casa Bianca: oggi gli USA sono visti come un amico inaffidabile e come un nemico inoffensivo, mentre dovrebbe essere l’esatto contrario. Interessante è anche Enrico Singer che, su Liberal, intervista il generale Kuperwasser, in questi giorni a Roma invitato da Fiamma Nirenstein; in Israele vi è una grande prudenza di fronte agli avvenimenti di questi primi mesi del 2011 che tuttavia sono pure oggetto della massima attenzione. Si conoscono bene i diversi vicini, ma non si conosce l’esito delle battaglie in corso; non vi sono più rivolte di palazzo o colpi di stato, e la gente nelle piazze non brucia bandiere, e tuttavia nessuno dice di voler migliorare i rapporti con lo Stato di Israele. Il compito dell’Occidente sarebbe quello di trovare una soluzione ai problemi economici delle popolazioni (come da sempre sostiene Netanyahu ndr), per togliere ai fondamentalisti la maggior parte dei loro argomenti. Osserva quindi il generale Kuperwasser che sempre più si parla di un califfato che domini il mondo islamico, e per diventarne capitale sembrano essere in concorrenza Ankara e Teheran.Due sono gli argomenti principali che si sono verificati ieri in Israele e nei territori palestinesi: la condanna dell’ex presidente Katsav e la reazione israeliana agli abbondanti tiri degli ultimi giorni sul territorio israeliano che confina con la striscia, e per entrambi gli episodi chi è regolarmente ostile ad Israele ha dato, anche questa volta, il meglio di sé. Battistini sul Corriere firma un articolo nel quale descrive quanto avvenuto nel tribunale di Tel Aviv, ma, tra i numerosi dettagli sui quali si sofferma, evita di ricordare la composizione della Corte: un collegio giudicante composto da tre persone, due delle quali donne, con un presidente arabo cristiano. Evidentemente Battistini ha preferito tacere questo importante dettaglio che, se rivelato, impedirebbe di considerare Israele uno stato di apartheid. Ma, dopo questa dimenticanza, il corrispondente parla di una “cella suite” che si starebbe preparando per l’ex presidente; tale affermazione, in totale contrasto con quanto affermato dal TG di Gerusalemme di ieri sera, diventa comprensibile se si legge l’articolo, sullo stesso tema, pubblicato da La Stampa e firmato Aldo Baquis: la “cella suite” è stata disegnata ieri da un vignettista israeliano, forse informatore occulto di Battistini. Purtroppo i lettori del Corriere riceveranno una ulteriore, falsa informazione della realtà israeliana, per fortuna compensata dalla accuratezza del quotidiano torinese che aggiunge, di suo, la preoccupazione delle autorità carcerarie che Katsav possa diventare vittima di aggressioni da parte di molti detenuti ai quali egli negò, a suo tempo, la grazia. Grande risalto su tutti i quotidiani viene dato anche alla prevista reazione da parte israeliana ai tiri, sempre più frequenti, partiti dalla striscia di Gaza. Oltre 130 sono stati i lanci di Qassam e Grad e i tiri di mortaio da gennaio, e 56 nella sola giornata di domenica, a dimostrazione di una preoccupante escalation, e tuttavia questa realtà viene nascosta o sminuita in molti articoli. Scrive E. Sal sul Messaggero: i soldati miravano contro i militanti ma le vittime sono tutte civili (e già qua viene da chiedersi dove E.Sal raccolga le sue informazioni); continua poi il “giornalista”, poco informato: perché questo attacco in mancanza di nuovi attacchi da Gaza? Ed aggiunge, per dare la peggiore rappresentazione possibile dei sionisti: intanto i coloni continuano a compiere atti di violenza contro i palestinesi (senza poterne indicare alcuno), e negli insediamenti si accelera la costruzione di nuove case. Chi arriva alla lettura dell’ultima riga di questo articolo pubblicato dal Messaggero troverà la spiegazione, il frutto dell’attenta analisi di E. Sal: l’eventuale riconciliazione tra Mahmoud Abbas e Hamas non sta bene al premier Netanyahu… Criticabile anche la breve, sullo stesso tema, pubblicata dal Sole 24 Ore, sotto il titolo: uccisi 8 palestinesi. Alla fine si legge dei colpi di mortaio che hanno contrapposto i miliziani alle forze armate israeliane, ed in tal modo si nasconde che quei colpi (ripeto: 56 nella sola giornata di domenica, ma non viene scritto nella breve) erano diretti contro civili israeliani e non contro le forze armate. Non possiamo stupirci se tanti italiani hanno di Israele una cattiva opinione quando, su quotidiani autorevoli, e non di partito, si leggono simili deformazioni della verità.
Come molti commentatori hanno previsto, in Egitto i Fratelli Musulmani stanno gestendo la situazione come meglio non potrebbero. La costituzione futura dello stato risponderà pienamente alla loro volontà; i militari hanno forse compreso che è nel loro interesse non opporsi ai futuri padroni (anche se l’esperienza insegna che questo non sempre basta per aver salva la vita); gli altri partiti, anche se animati da buona volontà, non paiono trovare spazio sufficiente; e tutto questo avviene nel totale disinteresse della maggior parte dei media che, ancora una volta, vengono meno al loro dovere primario: quello di informare i loro lettori di tutti gli episodi fondamentali che accadono nel mondo e che sono destinati ad influire sulla vita di noi tutti per lungo tempo.Su Herald Tribune una pagina che apre alla speranza di un futuro migliore; dopo lo sport e la musica, anche l’arte cerca di unire i due popoli in lotta; che sia palestinese o israeliana, da Nazareth a Tel Aviv l’arte è arte. Artisti contemporanei palestinesi presentano quadri che mostrano paesaggi anziché bombe e fucili, e le loro valutazioni sono triplicate in breve tempo. Si vuole ora costruire anche un museo a Umm el-Fahem, che sarà insieme ebraico e palestinese, sia nel capitale che nelle opere esposte. Sarebbe un piccolo, grande passo in una terra il cui leader ancora si ostina a volerla judenrein.Emanuel Segre Amar 23 marzo 2011 http://moked.it/


Eurolega – Qualificazione in salita per il Maccabi Tel Aviv

Inizia male la seconda fase di Eurolega per il Maccabi Tel Aviv. Nel primo dei cinque match dei quarti di finale che oppongono il team israeliano agli spagnoli del Caja Laboral Vitoria (si qualifica alla Final Four di Barcellona la squadra che consegue almeno tre successi), il club gialloblu è stato sconfitto dai padroni di casa per 76 a 70. La gara è stata combattuta e appassionante. Decisivo ai fini del risultato finale il vantaggio conseguito dalla squadra basca nel primo quarto di gara (26 a 14). Un vantaggio importante che gli ospiti hanno più volte rosicchiato pur non riuscendo a completare l’auspicata rimonta. Il possibile riscatto è dietro l’angolo con il secondo incontro della sessione in programma domani sera. Si tratta di un appuntamento a cui il quintetto di Blatt guarda con grande tensione visto che si giocherà nuovamente nella torcida infernale di Vitoria. “Possiamo farcela” garantisce comunque il tecnico israeliano, ex coach di Treviso. Nei prossimi giorni completeranno lo scontro cestistico basco-israeliano due sfide nel parquet amico della Nokia Arena di Tel Aviv e l’eventuale spareggio da disputarsi a inizio aprile ancora in Spagna. In palio un posto tra le migliori quattro del Continente e per il Maccabi Tel Aviv, terzo club europeo più vincente della storia, un palmares da rinverdire dopo le splendide affermazioni del biennio 2004-2005. a.s http://www.moked.it/


Analfabeti

Nell'alef/tav di domenica 13 marzo, David Bidussa, a proposito delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, ricorda che “all'alba del 17 marzo 1861 la realtà del paese era 78 per cento di analfabeti con punte del 90 per cento in Calabria”, e che “il dato presente tra gli ebrei era conforme”. A proposito di tale annotazione, rav Gianfranco Di Segni, il giorno dopo, così commenta: “Immagino che l'amico David voglia dire che il 78 per cento degli ebrei, in media, era analfabeta. Sarà vero per l'italiano, non certo per l'ebraico, che sono sicuro gli ebrei dell'Ottocento conoscevano (almeno l'alfabeto) con punte del 90 per cento o superiori”. Una conoscenza che, lamenta Di Segni, sarebbe in forte calo, al giorno d’oggi, da parte degli ebrei italiani.In realtà, anche relativamente alla conoscenza della lingua italiana, il dato riferito da Bidussa non appare credibile, per il semplice motivo che l’alfabetizzazione, sempre e dovunque, ha costantemente rappresentato un tratto ineliminabile dell’identità e dell’appartenenza ebraica, che ha sempre richiesto, come condizione imprescindibile, non solo la diretta e personale conoscenza delle Scritture, ma anche una compiuta scolarizzazione, quasi sempre molto superiore a quella dei gentili: basti pensare ai secoli bui del Medio Evo, quando l’Europa sprofondava nell’ignoranza e nella superstizione, e le Comunità ebraiche proteggevano, fra mille difficoltà, scuole, libri, cultura. Dopo la caduta del Secondo Tempio, com’è noto, la diglossia è andata gradualmente affermandosi in tutte le comunità della diaspora, indotte ad adoperare l’ebraico o l’aramaico per la lingua scritta (e, soprattutto, per le funzioni liturgiche), e l’idioma della nazione ospitante (greco, latino, arabo, slavo ecc.) per la lingua parlata e per le necessità secolari: ma ciò ha sempre imposto, dovunque, una piena padronanza, scritta e orale, delle lingue locali, per il semplice motivo che la comprensione dei testi sacri è evidentemente impossibile senza un assiduo insegnamento e studio degli stessi, che richiede ovviamente la piena capacità di lettura e scrittura nell’idioma usato quotidianamente. L’esempio del Mezzogiorno d’Italia, evocato da Bidussa, da questo punto di vista, è quanto mai eloquente: nonostante l’altissima percentuale generale di analfabetismo, infatti, presso la Comunità ebraica di Napoli (l’unica, com’è noto, a Sud di Roma), non si serba memoria - anche per le epoche precedenti alla sua ufficiale costituzione, avvenuta solo dopo l’Unità - di un solo ebreo analfabeta. Altro esempio illuminante è quello degli ebrei etiopi, ricondotti in Israele, negli anni ’80 e ’90, con le tre operazioni dette Mosè, Giosuè e Salomone: vivevano in condizioni estremamente arretrate e primitive, non usavano elettricità e acqua corrente, né avevano notizia della Legge orale e del Talmud: ma conoscevano (e rispettavano) perfettamente la Torah, e leggevano, scrivevano e studiavano negli idiomi locali.Certo, con la modernità e l’haskalà, è avvenuto che l’ebraico, in Europa e in America, sia stato in buona parte abbandonato, cosicché Primo Levi poteva scrivere che l’ebreo, prima della tragica esperienza della deportazione, era per lui “uno che ha studiato un po’ di ebraico a tredici anni, e poi l’ha dimenticato”. Ma, quando l’ebraico è stato dimenticato, ciò è avvenuto a vantaggio delle lingue moderne, non certo dell’analfabetismo. In realtà, è molto difficile, se non impossibile, nei secoli, trovare un ebreo analfabeta, che possa ancora definirsi tale. Nei casi in cui ciò è avvenuto, c’è anche stato, inevitabilmente, l’abbandono dell’ebraismo, la fuoriuscita dal “popolo del libro”.Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/


Margaret Fuller

Giuseppe Mazzini, l’uomo delle fragole


Un Giuseppe Mazzini sentimentale e affettuoso, lontano anni luce dall’immagine fredda e severa che si usa avere di lui. È quello delineato dalla professoressa Gigliola Mariani nel corso della conferenza Da Margaret Fuller a Sara Nathan: una rete di donne per Giuseppe Mazzini. L’epistolario del profeta in esilio, evento organizzato dalla Regione Toscana nella sala Gonfalone di Palazzo Panciatichi in collaborazione con l’Associazione Donne Ebree d’Italia nell’ambito del calendario di eventi che celebra i 150 anni di Unità italiana. L’intensa ora di lezione della professoressa Mariani, introdotta dagli interventi del consigliere regionale Daniela Lastri e del presidente della sezione fiorentina dell’Adei Evelina Gabbai, ha aperto inaspettati e suggestivi squarci di vita privata sul patriota genovese, con particolare attenzione al grande sentimento di fiducia e stima che Mazzini nutriva per il gentil sesso. Quasi una devozione quella di Mazzini per le donne, una devozione che ritorna come una costante nel vastissimo epistolario intrattenuto con quelle che più gli furono al fianco in alcuni momenti chiave della sua esistenza: durante il lungo esilio londinese, nell’appassionante esperienza della Repubblica romana e sul finir di vita quando un Mazzini ormai stremato fisicamente riparò nella casa dei Nathan a Pisa per morirvi nel marzo del 1872. L’inglese Margaret Fuller e l’ebrea pesarese Sara Nathan (madre del futuro sindaco della Capitale Ernesto Nathan) sono scelte dalla Mariani come poli di quella fitta rete di amicizie femminili. Entrambe aderirono entusiasticamente al credo mazziniano, adoperandosi ciascuna a modo suo per tener vivo il sogno di patria propugnato dal padre della Giovine Italia. Scrivendo articoli per la stampa anglosassone, avvicinando alle posizioni di Mazzini esponenti della classe politica internazionale, sostenendo economicamente le sue imprese. Nelle lettere di Mazzini emerge tutta la gratitudine per queste e per le altre donne della rete. Righe su righe di emozioni che vogliono essere un abbraccio virtuale: il suo è un linguaggio fresco e talvolta denso di sentimento che impone una seria riflessione sulla considerazione in parte stereotipizzata che si ha oggi del personaggio. In alcune epistole un Mazzini poetico parla infatti con prosa struggente di tramonti e solitudine oppure ancora si presenta, lasciando spazio a interpretazioni postume, come “l’uomo delle fragole” in ricordo di chi sa quale scampagnata fuori porta. Il Mazzini fiero e risoluto nell’agire convive quindi con un Mazzini tenero e affettuoso che sa emozionarsi per la grazia del creato. Il ritratto inedito della professoressa Mariani consegna al pubblico, numeroso e partecipe, un quadro affascinante su una figura fondamentale della nostra identità nazionale lanciando in chiusura lo spunto, immediatamente raccolto dal consigliere Lastri, di dedicare a ulteriori sessioni di incontro l’approfondimento del tema dell’influenza “rosa” nella straordinaria vicenda umana di Mazzini e più in generale al contributo dato dalle donne nella battaglia di unità e giustizia propria del Risorgimento italiano.Adam Smulevich http://www.moked.it/


E la compagnia “Egypt Air” fa sparire Israele dalle sue mappe

La notizia, visto il mercoledì tragico, è passata un po’ in secondo piano. Però contribuisce – nel suo piccolo – ad accentuare la tensione che accerchia Israele. Il fatto è che a voler fare le pulci all’incognita Egitto, si scoprono cose interessanti.Come quella notata dai giornalisti del quotidiano ebraico online“Ynet”: “Egypt Air”, la più grande compagnia aerea egiziana, ha rimosso Israele dalla sua mappa. Non solo come rotta, ma anche come Paese. Per cui, anche se ci sono quattro voli alla settimana verso lo scalo internazionale di Tel Aviv e anche se la compagnia gemella, Air Sinai, fa altrettanto, chi volesse prenotare via Internet i biglietti con destinazione lo Stato ebraico farebbe molta fatica.A vederla bene, nella “route map” della compagnia il Libano è grande il doppio è arriva praticamente fino a inglobare Haifa e Tel Aviv. E prima che la segnalazione diventasse pubblica nella cartina la Giordania finiva sul Mediterraneo. Con la capitale Amman che, secondo la personalissima idea di mappamondo, sembrava posizionata dove oggi si trova Gerusalemme.Poi qualcuno, nel giro di poche ore, ha fatto una piccola modifica: ha spostato la città entro i confini giordani. Ma ha comunque lasciato intatti le nuove frontiere d’Israele: lo Stato ebraico è quasi la metà, ed è un tutt’uno con Gaza e la Cisgiordania.24 marzo http://falafelcafe.wordpress.com/

martedì 22 marzo 2011


400 agricoltori palestinesi alla “Coppa del mondo dell’agricoltura” di Tel Aviv

Di Arieh O’Sullivan, http://www.israele.net/
Vendendo olio d’oliva, pomodorini ciliegia, birra e altri prodotti tradizionali, contadini e altri gestori di attività agricole palestinesi hanno partecipato per la prima volta alla mostra internazionale dell’agricoltura Agro Mashov che si è tenuta , a fine febbraio a Tel Aviv. Prendendo posto tra gli appariscenti stand israeliani che proponevano i prodotti più svariati, dai selezionatori di frutta high-tech, alle mosche da frutta geneticamente modificate, ai sofisticati sensori per mungitura, i palestinesi sono venuti non solo in cerca d’affari, ma anche di innovazioni israeliane. “Quest’anno abbiamo il nostro angolo come Autorità Palestinese – dice il ministro dell’agricoltura palestinese Ismail Daiq – Abbiamo i nostri prodotti e volevamo dare la possibilità agli agricoltori israeliani di vedere la nostra produzione. E, nello stesso tempo, pensiamo di trarre dei benefici dal passaggio di tecnologia da Israele”. Tra le migliaia che sono intervenuti a quella che si è autodefinita la “Coppa del mondo dell’agricoltura”, ci sono stati quest’anno circa 400 agricoltori palestinesi della Cisgiordania. Dediti tradizionalmente a una cultura agricola su base famigliare, i palestinesi stanno cercando di adottare metodi agricoli più moderni e da anni utilizzano le innovazioni israeliane, come l’irrigazione a goccia. “E’ un’impresa ardua – dice Samir Abu Mansour, consulente palestinese di Carana, una società che aiuta ad aumentare la crescita economica nei paesi in via di sviluppo – perché gli agricoltori sono interessati alla quantità e non alla qualità, mentre noi abbiamo bisogno di qualità più alta per poter vendere sui ricchi mercati europei”. L’agricoltura palestinese, che consiste principalmente in raccolti da campo, verdure e frutta, rappresenta circa il 9% del suo Pil. Israele è il più grosso mercato dei palestinesi, che vi esportano il 60% dei loro prodotti. Inoltre importano da Israele circa la metà del fabbisogno della loro agricoltura, compresa la plastica per l’irrigazione e le serre, pesticidi e fertilizzanti. La tecnologia agricola israeliana è nota per produrre molto con poca acqua. Benché Israele sia uno dei leader mondiali in fatto di tecnologia agricola, il settore rappresenta solo una piccola frazione della sua economia. “La differenza tra l’agricoltura israeliana e quella palestinese – spiega Samir Moaddi, capo consigliere agricolo israeliano presso l’Autorità Palestinese – è molto grande, ma oggi vediamo un cambiamento sul versante palestinese che non può essere ignorato. Sono sicuro che questo avviene grazie alla cooperazione tra di noi. Qui abbiamo avuto la prima esposizione da parte di palestinesi e quasi quattrocento visitatori palestinesi, il che dimostra l’interesse da parte palestinese ad essere aperti a tutte le innovazioni di questa fiera agricola in Israele”. Il ministro dell’agricoltura israeliano Orit Noked, insediata da poco meno di un mese, si è incontrata con la controparte palestinese che le ha fatto visitare gli stand dei prodotti palestinesi. Il ministro palestinese Daiq ha detto che i palestinesi potrebbero servire da ponte tra Israele e il mondo arabo. “Gli agricoltori palestinesi di solito trasferiscono questa tecnologia a molti paesi qui intorno, paesi arabi, ed ora abbiamo istituito un’associazione speciale per la cooperazione internazionale in agricoltura” ha detto Daiq. Il ministro palestinese Daiq ha anche segnalato che sono presenti esperti palestinesi in Sudan, Mauritania, America latina e Cuba. “Così – dice – abbiamo già cominciato a trasferire il know-how palestinese e cerchiamo di usarlo a beneficio del nostro popolo”. Moaddi, che ha svolto un ruolo importante nel trasferimento di tecnologia israeliana ai palestinesi della Cisgiordania per la coltivazione della fragola, sottoscrive quanto detto da Daiq. “Se tutti noi parliamo con buon senso – dice l’israeliano – il che significa lasciar da parte tutto il resto e lavorare insieme con la cooperazione, allora senza dubbio li vedremo fare da ponte con gli stati arabi”. Maria Khoury, della Taybe Brewing Company, ha invitato i visitatori ad assaggiare la birra dell’unica birreria di Cisgiordania. Sebbene i musulmani si astengano dal produrre alcolici, Khoury ha spiegato che l’azienda si è sviluppata perché Taybe è una cittadina cristiana. “Abbiamo il permesso di bere birra e facciamo birra per gli amanti della birra e speriamo che la Palestina sia un paese libero, laico e democratico, così saremo liberi di produrre birra”, conclude Khoury. (Da: Jerusalem Post, 03.03.11) Il video (in inglese):
http://www.jpost.com/VideoArticles/Video/Article.aspx?id=210604


FIRENZE: UN METODO INNOVATIVO PER RISPARMIARE L’ACQUA IN AGRICOLTURA

(AGENPARL) - Roma, 21 mar - È uno dei cereali più importanti per l’alimentazione, e nel contempo rappresenta una delle principali fonti per la produzione di biocarburanti. In Italia nel mondo nasce così l’esigenza di massimizzare le rese di mais con il minor utilizzo di risorse ambientali. Per questo motivo la Cooperativa di Legnaia organizzerà il giorno 24 marzo, a Palazzo Medici Riccardi, un convegno internazionale dedicato al risparmio dell’acqua nel settore agricolo, nel corso del quale verranno presentate nuove tecniche di fertirrigazione. In particolare saranno illustrate esperienze compiute in Israele nel campo dell’irrigazione a goccia. I temi del convegno saranno illustrati domani (22 marzo, ore 12,30, sala Fallaci di Palazzo Medici) nel corso di una conferenza stampa alla quale parteciperanno: l’Assessore provinciale all’Agricoltura, Pietro Roselli e l’agronomo Simone Tofani, responsabile tecnico della Cooperativa Agricola Legnaia. Lo rende noto la Provincia di Firenze.


"Med Agry Quality", fiera dedicata alle eccellenze enogastronomiche

Le imprese italiane incontrano buyers provenienti da Israele ed Egitto
La Spezia. Sarà il Palaexpò della Spezia ad ospitare il primo evento internazionale delle eccellenze enogastronomiche che si svolgerà proprio nel capoluogo spezzino il prossimo 24 e 25 marzo. Med-Agri-Quality è il nome della manifestazione che si pone come obiettivo l’incremento di scambi e rapporti commerciali con operatori dei Paesi del Mediterraneo, in particolare imprese della grande distribuzione di Israele ed Egitto pronte ad acquistare prodotti italiani di qualità del settore agroalimentare. "L’obiettivo – ha spiegato il segretario generale della Camera di Commercio della Spezia, Stefano Senese - è proporre all’estero le nostre eccellenze del food attraverso l’apertura di nuovi canali commerciali senza dimenticare la volontà d’ incrementare forme più ampie di cooperazione e collaborazione tra popoli". La due giorni di lavoro, articolata nella formula del B2B cioè in incontri preorganizzati tra buyers (7 israeliani, 6 egiziani) e sellers, è organizzata dall’Azienda speciale La Spezia Eps della Camera di Commercio spezzina e "rientra – ha sottolineato Senese - in una più ampia iniziativa di sistema, denominata Med in Italy, promossa a livello nazionale da Unioncamere. Med Agry Quality – ha proseguito - ha la collaborazione delle Camere di Commercio di Imperia, Cagliari, Oristano e Cuneo. Questa sinergia punta a valorizzare le produzioni italiane mettendo in contatto diretto domanda e offerta". "Paesi come Israele ed Egitto – ha aggiunto Laura Parducci, direttore dell’Azienda speciale La Spezia Eps - sono in questo momento molto interessati ad importare prodotti agroalimentari tipici, genuini e legati al territorio che li produce, con particolare riferimento al made in Italy ritenuto garanzia di qualità. Non a caso – ha ricordato Parducci – questa iniziativa diventerà un evento stabile del Sistema camerale". Imprese, consorzi e cooperative d’Italia che partecipano all'incontro provengono dalle province di La Spezia, Imperia, Cagliari, Cuneo e Oristano. Durante il workshop che prevede una media di dieci incontri al giorno per azienda, gli imprenditori italiani faranno provare ai buyers stranieri i propri prodotti attraverso momenti di degustazione e assaggio. 21/03/2011 http://www.cittadellaspezia.com/


Emergenza Giappone: Israele è tra i primi ad intervenire

Lunedì 21 Marzo 2011 http://www.focusmo.it/
L’ospedale chirurgico è stato installato a Minamisanriko, città di pescatori devastata dal terremoto: Israele sta fornendo anche aiuto ai senzatetto. L’ospedale da campo che Israele sta allestendo in Giappone è il primo ad essere installato ed offre assistenza esterna. L'ambasciatore Israeliano in Giappone Nissim Ben Shitrit lunedi ha riferito che i giapponesi sono estremamente grati di questo intervento. Ben Shitrit ha riferito che Minamisanriko,dove si sta allestendo l’ospedale è una città di pescatori a 290 miglia a nord di Tokyo, completamente sopraffatta dal terremoto e dallo tsunami e dove circa 10,000 persone risultano scomparse o morte. Un team israeliano composto da cinque persone “sta installando proprio in questi giorni l'ambulatorio . “Stanno facendo una valutazione dei bisogni immediati in modo da porter inviare un gruppo d' intervento più numeroso, queste le dichiarazioni dell’ambasciatore. Ha inoltre confermato che Israele sta fornendo assistenza ed aiuto inviando materassi, coperte, cappotti, guanti e wc chimici -- per quasi mezzo milione di persone rimaste enza tetto, molti delle quali si trovano attualemente ospiti delle infrastrutture. “Non so come o perché il nostro ospedale da campo sia il primo “ afferma l’ambasciatore. “Forse ci siamo mossi più velocemente. forse è dovuto alla nostra esperienza. la crisi medica richiede molto tempo per essere risolta, ma sono certo che il governo giapponese riprenderà il controllo della situazione nelle prossime settimane. L'apprezzamento per l'aiuto di sraele," dice " è evidente sia da parte dei media giapponesi sia dalle affermazioni di riconoscenza delle persone presenti nel campo. È stato inoltre chiesto se Israele aveva fornito anche assistenza a fronte delle difficoltà che hanno colpito gli impianti nucleari giapponesi, ma Ben Shitrit ha risposto che tale questione era di competenza dei Giapponesi e degli Americani.


Facebook fa shopping in Israele

Lunedì 21 Marzo 2011 http://www.focusmo.it/
Il social network più importante al mondo ha comprato uno start-up israeliano, battezzato Snaptu dall’omonima compagnia produttrice, per una cifra di circa 60-70 milioni di dollari. Il ritrovato israeliano consente agli utenti di trasformare i siti preferiti in applicazioni ultra-veloci per i telefonini, anche quelli meno avanzati rispetto a un iPhone o a un Android Phone. Lo scorso giugno, Snaptu aveva ottenuto un finanziamento di 6 milioni di dollari dai fondi d’investimento Carmel Ventures e Sequoia Capital. In totale, la compagnia – che precedentemente si chiamava Mobilica – ha ricevuto oltre 10 milioni di dollari dal 2007, anno della propria creazione. I fondatori della società sono Lior Tal, Ran Makavy, Micha Berdichevsky e Barak Naveh; ognuno di loro guadagnerà milioni di dollari dalla vendita appena realizzata. E non solo: Snaptu fornirà una base in Israele per il centro di sviluppo e ricerche di Facebook.


Israele di fronte alle rivoluzioni dell'Islam: speranza o pericolo?

Cosa succederà a Israele che si trova geograficamente al centro del teatro rivoluzionario che vede come protagonista il Nord Africa e il Medioriente? Questi venti di cambiamento sono da interpretare come un’occasione o un rischio per l’unica democrazia respirante dell’area? Quali sono le possibili ripercussioni sul conflitto israelo-palestinese? Chi saranno i nuovi interlocutori di Europa e America a fronte dei nuovi assetti geopolitici? Questi alcuni degli interrogativi che sono stati sviscerati da analisti e politici, italiani e internazionali nel corso del convegno “Israele di fronte alla rivoluzione dei paesi musulmani: speranza o pericolo”, promosso dall'associazione Summit, presieduta da Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera. La convention, con una straordinaria tempestività – se volgiamo lo sguardo a quanto sta accadendo in queste ore in Libia giunta al suo secondo giorno di “Odyssey dawn” –, ha affrontato attraverso tre focus tematici i nodi fondamentali delle rivolte che stanno infuocando la ‘piazza araba’. Punto di convergenza tra i relatori del primo panel – da Robin Shepherd direttore degli Affari Internazionali del think tank londinese Henry Jackson Society al politologo Khaled Fouad Allam – intitolato “Un futuro di pace o una prospettiva di guerra?”, è che nessuno ha la certezza di cosa stia succedendo e di quale sarà l’esito dell’intervento occidentale che avuto inizio 48 ore fa con l’attacco alle postazioni militari di Muammar Gheddafi. Per Guido Crosetto, Sottosegretario al ministero della Difesa, il vero problema è che “nessuno in Occidente si aspettava ciò che è successo in questi mesi perché per la prima volta ci siamo trovati di fronte a una rivoluzione dal basso non in chiave antioccidentale”. Di conseguenza, secondo il Sottosegretario, l’elemento che maggiormente preoccupa è la “mancanza dell’idea di un percorso e soprattutto della politica”; a detta di Crosetto i Paesi che si stanno muovendo lo stanno facendo perché “spinti da motivi elettorali o economici”, prospettive strategiche di non lunga durata. Dello stesso avviso il giornalista e scrittore Carlo Panella che ha sottolineato come, più che di mancanza di politica, siamo di fronte ad una cattiva politica. L’esempio calzante lo dà la condotta di Obama che anche stavolta, come già successo con l’Iran, non è riuscita a impostare su nessun terreno trattative con i regimi. Per Panella sull’Iran e sull’Egitto, in particolare, manca la capacità di mettere dentro lo schema di ragionamento il tema del “consenso dei dittatori”. La missione dell’Europa e degli Stati Uniti doveva essere “responsabilizzare gli arabi” e invece si è arrivati “a una guerra affidata ai generali”. Sia Panella che Shepherd sottolineano come tale clima di rivoluzione e, in particolare, la caduta di un personaggio come Mubarak ponga Israele al cospetto di un problema: la mancanza di un tramite con l’opinione pubblica araba. Il secondo panel si è concentrato sui riflessi che le rivolte del Medio Oriente e del Nord Africa potrebbero avere sul turbolento e annoso conflitto israelo-palestinese. Come giustamente sottolineato dall’On. Nirenstein “la vera questione del mondo arabo è il mondo arabo stesso e non ce n’eravamo accorti”. La colpa di quanto sta accadendo, quindi, non è imputabile a cause esterne, quali appunto lo scontro per il riconoscimento dello stato d’Israele. Per la Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera è necessaria, in questo senso, una “rivoluzione epistemologica”, altrimenti si continuerà a usare come capro espiatorio chi non centra in alcun modo con i problemi di uno stato piuttosto che un altro. Pinhas Inbari, corrispondente per le questioni palestinesi della radio israeliana e analista del Jerusalem Center for Public Affairs, ha poi focalizzato il discorso sugli interrogativi che gli sviluppi nel Medio Oriente fanno sorgere presso i palestinesi. Inbari si concentra, nello specifico, su due punti: la questione della legittimità per il regime di Ramallah e di Abu Mazen e la questione dell’equilibrio di potere, attualmente sbilanciato a favore di Hamas. Un intervento deciso quello di Mario Sechi, direttore del Tempo, che ha ribadito con forza la necessità dell’intervento armato da parte dell’Occidente nella questione libica e dell’esportazione della democrazia in quelle zone, perché il pericolo di perdere il “mare nostrum”, ovvero il Mediterraneo, è più che tangibile. La terza ed ultima sessione di lavori è stata dedicata al tema “Europa e Usa: della ricerca di nuovi equilibri”. Yossi Kuperwasser, Direttore generale del Ministero Israeliano per gli Affari Strategici, ha ribadito che la comunità israeliana vede positivamente l’ondata di democratizzazione che sta investendo il Medio Oriente ma esprime, allo stesso tempo, preoccupazione per quanto sta accadendo perché nelle terre della rivolta ci sono delle forze che premono per l’affermazione di correnti radicali e c’è una totale assenza di cultura della pace. Se per Margherita Boniver, Presidente della Commissione bicamerale Schengen, le parole d’ordine, in riferimento al conflitto libico, sono “scetticismo” e “prudenza”, più ottimista si dice l'On. Gianni Vernetti che, seppure intravede “rischi” all’orizzonte (vedi l'emergere dei Fratelli Mussulmani in Egitto e delle forze islamiste in Turchia), afferma ci sia una grande opportunità, scommettere finalmente sul destino di libertà di quei Paesi. Determinata sull’intervento del nostro Paese contro Gheddafi Marta Dassù, direttore di Aspenia, che richiama gli importanti interessi nazionali in ballo nel territorio sotto il controllo del Rais e mette in guardia dallo scenario che si è delineato sul fronte europeo, con un preoccupante iperattivismo francese e una linea isolazionista tedesca. L’Italia, per la Dassù, potrebbe porsi come punto d’equilibrio sullo scacchiere internazionale. http://www.loccidentale.it/


casa drusa
Voci a confronto

Le operazioni in Libia proseguono in maniera molto confusa e anche in altri luoghi del mondo arabo la rivolta prende piede; per esempio nello Yemen sembra avvicinarsi un intervento dell’esercito di stile egiziano (Frattini sul Corriere, Gallo sulla Stampa). Ma bisogna ricordare che il regime yemenita conduceva con l’aiuto degli Usa una dura guerra contro frange di Al Queida e ribelli col sostegno iraniano, che i ribelli avevano fra l’altro anche colpita l’antichissima comunità ebraica locale, almeno in parte protetta dal governo, costringendola al ritiro. Del resto il risultato del referendum in Egitto, di cui i giornali italiani hanno parlato pochissimo, è decisamente negativo e smentisce coloro che avevano ottimisticamente visto la rivolta come il trionfo della democrazia (redazione del Foglio, Geninazzi su Avvenire). Della rivolta siriana, che nei giorni scorsi ha fatto una decina di morti, peraltro non si sa più nulla. In questo quadro la sola certezza dal nostro punto di vista è che Israele non partecipa e non è un obiettivo dei ribelli, almeno per il momento – il che dimostra una volta di più contro le tesi di Obama che i problemi del Medio Oriente non si incentrano affatto sul conflitto fra Israele e palestinesi. La cosa ovviamente non soddisfa i giornali più ideologicamente antisionisti, per esempio Danilo Zolo sul Manifesto e soprattutto “Le Monde”, il quale ha allestito un intero dossier per cercare di tirar dentro i palestinesi nella rivolta (l’articolo principale, siglato L.Zec. è quella che cerca in maniera un po’ grottesca di descrivere un matrimonio come una manifestazione, un altro dello stesso autore (Laurent Zecchini) fa un’analisi sulle preoccupazioni israeliane, naturalmente “eccessive” sui possibili sviluppi dell’instabilità araba, cui si aggiungono un’intervista a Efraym Halevy, il quale espone posizioni sostanzialmente omogenee a quelle del governo Netanyahu, presentate invece come nuove e sovversive, e una ricostruzione delle vicende della trattative di Gilles Paris, in cui naturalmente tutte le colpe e le occasioni mancate sono di Israele. Per quanto riguarda gli altri argomenti, da segnalare un contributo di Giorgio Israel al Foglio, in cui difende Hannah Arendt dalle accuse che le vengono mosse in una recente biografia scritta dalla storica Lipstadt. Da leggere anche un reportage di Mary Lane sul Wall Street Journal, in cui si dà conto della lentezza e delle esitazioni del processo che si tiene in Germania contro l’ucraino Demjanyuk, incolpato di numerosi crimini contro l’umanità nei campi di Treblinka e Sobibor. “Le cose stanno andando esattamente come voleva la difesa”, commenta lo storico Thomas Henne di Francoforte. Ed è un’altra ragione di tristezza. Ugo Volli 22 marzo 2011 http://moked.it/


Gli animali e la sofferenza

Sono un vegetariano convinto quasi sempre praticante. Anche per questo seguo la discussione che si apre oggi in seno al Parlamento olandese sull’opportunità di rendere obbligatoria la sedazione dell’animale prima della macellazione. Questa pratica contravviene alla norma religiosa ebraica e musulmana, e ogni volta che se ne è parlato in passato le istituzioni ebraiche hanno reagito con veemenza ed estrema preoccupazione. Secondo molti, addirittura, un paese che legifera in tal senso sta già mostrando segni inquietanti di antisemitismo. Per questioni di spazio provo a sintetizzare gli argomenti sul tappeto, a mio giudizio di straordinario interesse:
1) Sul piano politico il discorso è scottante per la similitudine tra schechità (macellazione ebraica) e macellazione islamica: molti in Europa hanno interesse a bloccare la carne halal nel quadro di un restringimento delle politiche sull’immigrazione.
2) La questione pone un quesito complicato sul piano giuridico-culturale. Dove è il confine tra l’esercizio di un diritto, quello alla libertà religiosa, e l’attuazione di un altro diritto, quello dell’animale a non essere maltrattato? E inoltre, può la libertà religiosa essere brandita per giustificare comportamenti che la legge, o il senso comune, condannano?
3) Non esiste un’uniformità di vedute sul piano veterinario. La comunità scientifica discute se la macellazione ebraica sia da considerare più dolorosa per l’animale, e non esiste un parere definitivo. La sola discussione innesca però reazioni viscerali e allarmate che impediscono una riflessione serena.
4) Si tratta anche di un problema interno all’ebraismo? Se la schechità fu studiata dai Maestri per attenuare le sofferenze degli animali, perché gli sviluppi della scienza vanno ritenuti una minaccia e non uno sviluppo di quell’intuizione?
E infine, è un problema rilevante oppure possiamo disinteressarci ai diritti degli animali? Il pensiero ebraico non li ha mai trascurati. A partire dai sette precetti noahidi, attraverso le regole della macellazione e dello Shabbath, fino all’opera di un grande scrittore ebreo come Jonathan Safran Foer, gli ebrei si sono interrogati sui diritti degli animali. Personalmente ritengo che si debba continuare su questa strada, mostrandosi disponibili a una riflessione che al momento non ha risposte definitive. Forse la schechità è tuttora il metodo meno cruento per macellare l’animale, e forse non è antisemita chiunque la metta in discussione. Tobia Zevi, associazione Hans Jonas http://www.moked.it/


Charlie Sheen
Il miracolo

Sono orgogliosa di essere ebrea, dichiara Natalie Portman dall’alto dell’Oscar 2011 per la migliore attrice protagonista. Sono orgoglioso di essere ebreo, dice Charlie Sheen difendendosi dall’accusa di essere antisemita. Sono orgoglioso di essere ebreo, tuona Dimitri Salita prima di salire sul ring. Sono orgoglioso di essere ebreo scrive su Facebook Joe Kashnow, soldato americano in Iraq. Sono orgoglioso di essere ebreo, sillaba Daniel Pearl mentre i suoi carnefici lo sgozzano senza pietà. E’ un onore essere ebreo, dice Yossl Rakover rivolgendosi a D-o dal ghetto di Varsavia. Riscoprite l’orgoglio di essere ebrei, implora Mordechai Hayehudì, Mordechai l’ebreo, nelle strade di Shushan. Rimanete attaccati alle vostre tradizioni, non dimenticate la Torah. Non fatevi lusingare dall’invito al banchetto non kasher del re, non fatevi ingannare dall’amicizia momentanea del suo consigliere Haman. Non fate dipendere il vostro successo dagli onori che vi conferiscono. Non mettete il vostro destino nelle loro mani. Prima che sia troppo tardi. Ma essere ebrei è fuori moda nella Persia del 358 a.e.v. L’inchino a Haman è il trend ebraico del momento. E quello stesso Haman tanto amico degli ebrei, opta per lo sterminio dei suoi amici. Lo stesso Achaverosh che li aveva invitati al banchetto reale, appone il proprio sigillo perché gli ebrei si possano annientare. Mordechai ci riprova. Rimettete il vostro destino nelle mani di D-o, urla al popolo davanti agli editti reali. E il miracolo avviene. Il miracolo di vedere ebrei di sinistra, di destra e di centro uniti contro il nemico comune. Il miracolo di un’unica strategia del popolo ebraico per affrontare la tragicità del momento. Il miracolo di individui che si erano volutamente spogliati di ogni identità ebraica, che pregano D-o e accettano su di sé la Torah. Il miracolo di un popolo che vedeva nell’assimilazione l’unica via di vita e successo. E che di fronte a un’immensa prova riscopre la fede e l’orgoglio della propria identità. Il miracolo di Purim. Un evento che ha posto le basi perché 2000 anni dopo si pensi ancora che ‘essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei così come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall'essere ebrei. E’ una qualità divina insita in ognuno di noi. Ed è quello che ci rende un vero e unico popolo. (Zvi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a D-o) Gheula Canarutto Nemni http://www.moked.it/


Israele e le rivolte islamiche

Quali prospettive si aprono per lo Stato israeliano di fronte alla rivoluzione in corso nei Paesi musulmani? A questa e a molte altre domande sul futuro della politica mediorientale nello scacchiere mondiale si è cercato di rispondere nel Convegno 'Israele di fronte alla rivoluzione dei paesi musulmani, speranza o pericolo?', organizzato alla Camera dei deputati dall'onorevole Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Esteri. Il summit ha coinvolto molti esperti fra cui il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, Robin Shepherd, direttore degli Affari internazionali del 'think tank' londinese 'Henry Jackson Society', Khaled Fouad Allam, Margherita Boniver, Gianni Vernetti, Yossy Kuperwasser, direttore generale del ministero israeliano Affari strategici, Pinhas Inbari del Jerusalem Center for Public Affairs, Marta Dassù dell'Aspen Institute Italia, ma anche Carlo Panella, Stefano Folli, Pierluigi Battista, Mario Sechi, al terzo giorno dell'Operazione 'Alba dell'Odissea' pone fra i suoi obiettivi la richiesta al mondo arabo di mettere fine alla cultura di morte nei confronti di Israele. Il convegno si è diviso in tre panel di approfondimento: il primo 'Un futuro di pace o una prospettiva di guerra? " Il secondo che analizza i riflessi sul conflitto israelo palestinese e un terzo grande panel dal titolo 'Europa e Usa: alla ricerca di nuovi equilibri'. "La prospettiva di una Libia post Gheddafi non è prevedibile ed è questo uno dei problemi di fronte a cui ci troveremo". E' quanto ha affermato il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, sottolineando che una delle finalità del convegno è quella di capire cosa avverrà in Israele in seguito a questo, visto che per una volta lo stato ebraico non è l'epicentro di quanto sta avvenendo in Medioriente ed esprimendo la propria preoccupazione “della mancanza dell'idea di un percorso da fare per la Libia". Secondo Crosetto, quindi, nel caso del Paese nord africano "c'è una crisi, la si affronta ma non si sa dove questa possa portarci". In ogni caso, ha precisato il sottosegretario, quella portata avanti dall'Occidente "non è una guerra contro la Libia ma l'attuazione di una risoluzione dell'Onu con un mandato circoscritto". Tuttavia "molti Paesi", all'interno della coalizione di Stati che sono intervenuti militarmente, "si stanno muovendo anche guardando alla politica interna e alle elezioni. Le posizioni di Francia e Germania al riguardo lo dimostrano", ha ancora evidenziato Crosetto, ricordando che l'Italia dal punto di vista economico è "il Paese che sta perdendo di più da ciò che accade" vista "la forte dipendenza economica" che aveva l'Italia dal Paese magrebino. Preoccupazione per il nuovo assetto dei paesi nei quali sono scoppiate le rivolte degli ultimi mesi,Tunisia, Egitto e per ultima la Libia e per le conseguenze che queste avranno sulla scena internazionale sono espresse da tutti i relatori, fra cui Kahled Fouad Allam, che spiega come nello scenario pre-rivolta abbiano avuto una parte molto importante gli “effetti disastrosi” della crisi economica globale sulla società araba, mentre Carlo Panella parla di fallimento della dottrina Obama annunciata nel giugno 2009. Allargando lo sguardo il giornalista dice “Se volete capire cosa non sta succedendo in Iran ora, la causa è da ricercasi nel taglio dei fondi americani all'Onda verde” E sullo stesso tono Yossi Kuperwasser sostiene che il destino del Medioriente verrà deciso soprattutto da come verrà gestita la minaccia iraniana. “L'Iran vuole cambiare l'ordine mondiale, spiega Kuperwasser, “l'unico modo per eliminare questo pericolo è alzare la testa ed evitare che possa davvero farlo” Un intervento militare "condotto da quattro cinque nazioni con il beneplacito 'peloso' della Lega araba non è stata una grande idea". Così Margherita Boniver, presidente della commissione bicamerale Schengen e inviato speciale del ministro degli Esteri per le emergenze umanitarie che ha espresso "scetticismo e preoccupazione" di fronte alle operazioni militari avviate in Libia lo scorso 19 marzo. Secondo la Boniver, quindi, "non è stata una grande idea quella di non percorrere la via diplomatica fino in fondo. La via militare deve essere l'ultima scelta e non la prima, come sembra". Da qui, "avere dei dubbi e dello scetticismo" sull'intervento "mi sembra indispensabile e doveroso e dovrebbe farci riflettere su come l'Ue forse sia andata in ordine sparso", anche perché "la posizione dell'Italia è quella più rischiosa", ha aggiunto la parlamentare del Pdl, precisando che la risoluzione dell'Onu "mi sembra piuttosto confusa su cosa fare con Gheddafi". La posizione della Boniver desta perplessità in molti dei relatori fra cui Gianni Vernetti, Marta Dassù, che sostengono l'inutilità del porsi la domanda ora che la decisione di intervenire è stata presa, la guerra in Libia è una guerra giusta e bisogna scommettere sul desiderio di libertà di queste popolazioni, anzi l'occidente dovrebbe attuare politiche di diffusione della democrazia. Fiamma Nirenstein, si è invece soffermata sul pericolo di un'influenza fondamentalista e anti-israeliana sulle rivolte in Nordafrica e Medio Oriente. "Le teorie di cospirazione sono uno strumento di coesione nei Paesi arabi e impediscono il raggiungimento delle democrazie", ha sottolineato la Nirenstein, annunciando "una lettera aperta in cui chiederemo ai nuovi governi" formatisi dopo le rivolte "di pronunciarsi contro queste teorie e contro l'incitamento all'odio anti-israeliano". Lucilla Efrati http://www.moked.it/


Una lirica per una giovane vita spezzata. Lo scrittore David Grossman con il cantante Yehuda Poliker

Versi dedicati a una giovane vita perduta, a un dolore per la perdita di un figlio di vent´anni che Grossman - «in quei momenti non domini la mente ti fai delle domande che non ti sei mai fatto prima nella vita», ci aveva confessato settimane fa davanti a un caffè molto zuccherato - ha saputo prendere e portare dentro la sua vita di padre, di scrittore, l´ha portato dentro le sue parole. Grossman ha da tempo smesso di essere solo uno scrittore di grande successo in Israele, è un´icona a cui un´intera generazione guarda come punto di riferimento, per la chiarezza del pensiero e del sentimento che lo anima, con la sua assoluta fedeltà a Israele che riesce a conciliare con la fede altrettanto assoluta nella possibilità di una convivenza pacifica in una Terra tanto difficile. Per musicare queste liriche si è rivolto a un artista che apprezza in modo particolare, Yehuda Poliker, il più famoso e impegnato musicista pop israeliano che combina i ritmi mediterranei con il rock. Protagonista da trenta anni della scena musicale, Poliker scalò le classifiche nel 1988 con l´album "Cenere e Polvere", primo disco di musica "leggera" a trattare in Israele il tema della Shoah. Poliker ha accettato la sfida e in questi giorni sono state ultimate le fasi di lavorazione: la canzone sarà presentata domani alla Radio pubblica israeliana, dove fra l´altro Grossman iniziò a lavorare prima di trovare il successo come scrittore. L´insieme di note e versi è commovente, ma con un ritmo incalzante che riesce a sottrarre la canzone alla disperazione di fronte alla morte. «Breve e veloce e spezza il cuore», scrive Grossman, «Eccitata e entusiasta e sprizzante, Scintille. Ma in un attimo sfiorisce e ingiallisce. Perché ai margini già si accende l´estate. Tanto è breve qui la primavera». In ebraico primavera è un sostantivo maschile, e questo permette una migliore identificazione nei versi fra la stagione e il figlio caduto l´ultimo giorno di quella guerra nel luglio del 2006, quando già si stava per firmare il cessate-il-fuoco imposto dalle Nazioni Unite. «E tu ed io sappiamo ed è terribile che solo lei non lo sappia», scrive Grossman, «Quanto breve sia la vita, la breve vita che gli fu data». «Per me è una poesia che parla della pienezza della vita», dice lo scrittore, «della crescita e della sua fioritura, e certamente della perdita», della fine precipitosa, appunto come le primavere in Medio Oriente. «Mi sono rivolto a Poliker perché in lui, nella sua voce e nella sua personalità, c´è una fusione penetrante e toccante di dolore e gioia di vivere». Poliker ha scritto e musicato testi dolorosi e toccanti nella sua lunga carriera ma questa volta - racconta - scrivere le note è stato davvero molto particolare. «Mi sono molto emozionato quando David si è rivolto a me e mi ha affidato il testo. Mi sono avvicinato alle parole con cautela, era importante che la musica mettesse in evidenza il testo ma senza che si venisse a creare un´altra tipica canzone di lutto». E il risultato è davvero straordinario. La canzone è resa quanto mai attuale e struggente poi dalla primavera gerosolimitana che avanza a grandi passi, con i suoi alberi in fiore nelle strade, le buganvilee colorate rigogliose sui muri delle case, i giardini che emanano quell´odore intenso di aromi che presto, però, la calura estiva porterà via. «Generosa ed eccitata e dolorosa. Tanto è breve qui la primavera». (Repubblica dell'8/3) Qui puoi ascoltare la canzone


Blackfield, esce il terzo album: 'Il nostro Dark side of the moon'

Minuto, nerovestito, riservato, gentile e un filo irrequieto, Aviv Geffen fa la spola tra la hall dell'albergo e il marciapiede di fronte, sorpreso che al bar degli hotel italiani sia proibito fumare. E' la metà in promozione dei Blackfield, il gruppo che ha fondato agli inizi del decennio con uno dei suoi idoli musicali, Steven Wilson dei Porcupine Tree. E ci tiene a fare sapere che mai come ora i due stanno facendo sul serio. "Tutto è cominciato come un side project, è vero. Ma ora è una cosa seria, un impegno 24 ore su 24. Con i Porcupine Tree Steven è reduce da una grande annata. E il 2010 è stato importante anche per me, che ho aperto concerti per U2 e Placebo. Poi però abbiamo deciso che volevamo fare un terzo disco assieme. Steven ha messo i Porcupine in stand-by per un anno, io ho accantonato gli altri miei progetti. Abbiamo in programma un lungo tour che coprirà tutta l'Europa (passando per l'Italia ad aprile, il 19, 20 e 21 a Milano, Roma e Treviso), il Canada, gli Stati Uniti, il Messico. Da due o tre anni a questa parte il nostro seguito è cresciuto enormemente in tutto il mondo, dobbiamo gratificare i nostri fan". I quali, assicura, non resteranno delusi da "Welcome to my DNA", il nuovo album che esce lunedì prossimo, 28 marzo: "Ho convinto Steven a tornare al suo vecchio stile. Come 'Stupid dream' e come 'Signify', che io considero la sua opera migliore, questo è un disco più attento alle canzoni che alla tecnica e al virtuosismo. Chi ha amato quegli album amerà anche questo".Ci crede molto, Aviv: "Sì, sono convinto che 'Welcome to my DNA' decollerà, perché finalmente abbiamo trovato il nostro suono. E' il nostro 'Dark side of the moon', un concept da ascoltare dall'inizio alla fine e attraversato da alcuni temi di fondo: con queste canzoni ci siamo posti delle domande sulla nostra natura, su cosa ci renda solitari o ci permetta di comunicare con il resto del genere umano. E' tutto nel nostro DNA, tutti possiamo dialogare: anche con chi compra 50 Cent invece dei Blackfiled sento di avere molto da spartire! 'Welcome to my DNA' è un modo per dire a tutti: salve, eccoci qui. Ecco quello che siamo". La realizzazione, racconta Geffen, ha comportato un impegno produttivo non indifferente: "Per la prima volta abbiamo portato in studio un'intera orchestra d'archi da 42 elementi. Abbiamo cercato di tramutare i nostri sforzi in qualcosa di puro, di raffinato. Come un piatto di caviale. Abbiamo fatto tutto a Londra, solo le percussioni sono state registrate in un grande studio di Tel Aviv. Io e Steven non volevamo scambiarci file o idee per posta elettronica. Volevamo essere fisicamente insieme, durante la scrittura dei pezzi. Per questo mi sono trasferito a Londra con il mio pianoforte e la mia chitarra. Abbiamo preparato 37 canzoni, alla fine ne abbiamo scelte 11. Quelle finite sul disco le ho scritte tutte io, testi e musiche, a parte 'Waving' che è di Steven. Non scriviamo mai insieme, perché una canzone è un'espressione intima dell'anima. Ma eravamo d'accordo sul fatto che quelle erano le migliori del lotto. E se io mi sono concentrato su testi e musiche, lui ha lavorato molto sui suoni e sulle atmosfere. Ci sono grandi musicisti che ci accompagnano ma i Blackfield siamo solo io e lui, un duo". Una coppia dal background molto differente.. "Siamo diversi, certo. Ma ci assomigliamo anche. Per entrambi la musica è una fede, è tutto. A scuola nessuno dei due era il primo della classe: noi eravamo quelli strani, i tipi eccentrici. Con i Blackfield, in un certo senso, sbanderiamo le nostre debolezze per farne un punto di forza. Credo che il pubblico possa entrare in sintonia, che capisca i nostri testi e le nostre musiche". Geffen e Wilson come Gilmour e Waters nei Pink Floyd, escluse le liti epocali? "Funzioniamo bene insieme. Io sono molto più estroverso, provocante, mi trucco con il makeup... lui è molto più timido. Io sono il sognatore del gruppo, lui quello che lavora sodo".Nelle canzoni, il marchio di Geffen è evidente. "Blood", uno dei pezzi chiave di "Welcome to my DNA", ha per tema la guerra: un argomento che sta molto a cuore ad Aviv, da sempre pubblicamente schierato contro l'occupazione dei Territori e la politica estera del suo Paese. "Sì, la canzone parla di quello, del cerchio di sangue senza fine che ci circonda. Credo che dovremmo ritirarci dagli insediamenti, cedere quelle terre ai palestinesi una volta per tutte. In quel brano si sentono influenze di musica ebraica: non voglio sembrare un ragazzo inglese nato e cresciuto nello Yorkshire...Steven usa la chitarra elettrica quasi in stile metal e io suono l'oud, una chitarra araba. A riascoltarla in playback, mi sembra davvero che evochi l'atmosfera della guerra. Mi piace molto, anche se al momento la mia preferita è 'On the plane' ". Con quel "fuck you" ripetuto nella strofa, "Go to hell" è un altro brano che non passerà inosservato. E che, rivela l'autore, ha un bersaglio preciso: "L'ho scritta pensando ai miei genitori", spiega Aviv senza peli sulla lingua. "Oggi che ho un figlio e cerco di dargli tutto ciò che ho, mi sono ritrovato a riflettere su quello che è mancato a me, durante l'infanzia. E su tutto quello che non mi è stato dato. Sono arrivato da Steven con quel testo, gliel'ho fatto leggere e gli ho detto che sentivo l'urgenza di cantarlo. Lui non ha avuto niente da ridire. Per me è stato come rispondere a un impulso fisico. Come vomitare. Una cosa molto terapeutica".Il padre di Geffen, Yehonathan, è un famoso poeta, cantautore, commediografo e giornalista. E il nonno era nientedimeno che Moshe Dayan, il leggendario condottiero della guerra dei sei giorni. Una sfida o un peso difficile da sopportare? "Eh già, vengo da una famiglia famosa. La versione povera dei Kennedy!", scherza Aviv. "Moshe, in Israele, incarnava il simbolo del macho. Io sono stato il primo, in famiglia, a spezzare la catena. Il primo antimacho, con il trucco e il mascara in faccia. Il primo a fare glam rock. All'inizio è stata dura, perché in Israele lo spirito libertario dei Sixties è arrivato solo negli anni Novanta". E oggi? "Oggi Tel Aviv è la città più sexy del mondo! Un posto elettrizzante...La scena musicale? Abbiamo qualche metal band, come gli Orphaned Land. Ma per il resto l'underground oggi non offre molto, e nessuno riesce a uscire dai confini nazionali. Non sta succedendo molto, a livello musicale. La lingua ebraica è una barriera, per chi vuole farsi ascoltare all'estero. Ci vogliono tempo e costanza. Per farlo, io ho dovuto trasferirmi a Londra". E incidere, dopo tanto tempo, un primo disco in inglese: "Ce ne ho messo del tempo, a decidermi. Sai, in Israele sono diventato una star, una specie di simbolo. Ed è dura tralasciare l'ego, rinunciare alla comodità di una situazione come quella. Ma dopo il secondo disco dei Blackfield ho sentito che era arrivato il momento di far ascoltare anche all'estero quel che ho da dire. Steven, ovviamente, è stato fondamentale. Continuava a ripetermi che era un crimine che rimanessi in Israele solo a causa della lingua. Ovviamente aveva ragione lui". Un faro, ancora una volta, nella vita di Aviv. Ce ne sono stati altri? "L'ultimo incontro che mi ha cambiato la vita è stato quello con Thom Yorke", risponde Geffen, che da sempre coltiva una venerazione per il padre dei cantautori: tanto da avere chiamato Dylan suo figlio. "Ogni volta che mi sono sentito depresso, in vita mia, mi sono aggrappato alla musica di Bob Dylan", spiega. "A 'Don't think twice, it's alright'. A 'Tangled up in blue'. Quand'ero un teenager la mia bibbia era 'The wall' dei Pink Floyd. Crescendo, ho imparato ad amare Bob. Le sue parole, semplici e straordinarie. Il suo essere sempre uguale a se stesso". 21 marzo 2011 http://spettacoli.tiscali.it/


Gerusalemme - suoni e luci
Morte (ignota) di un ragazzino palestinese chiuso fuori da un ospedale arabo

Di Khaled Abu Toameh http://www.israele.net/
Mohammed Nabil Taha, un ragazzino palestinese di 11 anni, è morto la settimana scorsa all’ingresso di un ospedale libanese dopo che i dottori si erano rifiutati di aiutarlo perché la sua famiglia non poteva permettersi di pagare le cure mediche. Il tragico caso di Taha evidenzia la condizione in cui versano centinaia di migliaia di palestinesi che vivono negli squallidi campi profughi creati dalle autorità arabe in Libano, e che sono vittime di un vero e proprio sistema di apartheid che nega loro l’accesso al lavoro, all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Per un’amara ironia delle sorte, la morte del ragazzino all’ingresso dell’ospedale è capitata in coincidenza con la cosiddetta “settimana contro l’apartheid israeliano”, un festival di calunnie e di istigazione all’odio che viene organizzato ogni anno da attivisti e gruppi anti-israeliani nei campus universitari degli Stati Uniti, del Canada e di altri paesi. È altamente improbabile che la gente che sta dietro a queste sagre dell’odio abbiano saputo qualcosa della sorte di Taha. A giudicare dalle esperienze passate, è anche altamente improbabile che ne avrebbero dato pubblica notizia, quand’anche se avessero saputo qualcosa. Perché mai ci si dovrebbe occupare di un ragazzino palestinese cui vengono negate vitali cure mediche da un ospedale arabo? In fondo, la vicenda non offre nessuna possibile angolazione anti-israeliana. Si immagini cosa sarebbe accaduto se un ospedale israeliano avesse lasciato morire nel parcheggio dell’ospedale un ragazzino palestinese perché il padre non era in possesso dei 1.500 dollari necessari per pagare il trattamento. Ne avrebbero parlato giornali e tv, il web sarebbe in fibrillazione, magari sarebbe stato convocato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu per una energica condanna di Israele, diretto responsabile della morte del bambino. Tutto questo avviene mentre decine di migliaia di pazienti palestinesi continuano ad usufruire regolarmente di cure negli ospedali israeliani. Soltanto lo scorso anno, circa 180.000 palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza sono entrati in Israele per ricevere cure mediche. Molti di questi sono stati curati nonostante il fatto che non disponessero del denaro necessario per coprire le spese. In Israele, persino gli attentatori suicidi che restano “soltanto” feriti nel tentativo di compiere una strage di ebrei innocenti hanno diritto a ricevere le migliori cure mediche possibili. E ci sono stati numerosi casi di palestinesi che sono rimasti feriti durante attacchi contro israeliani, per poi venire ricoverati nei migliori ospedali del paese. Il Libano, tra l’altro, non è certo l’unico paese arabo che applica ufficialmente leggi da apartheid contro i palestinesi, negando loro appropriate cure mediche e il diritto a possedere proprietà. Giusto l’altra settimana è stata data notizia che in Giordania un centro medico ha deciso di smettere di curare malati di cancro palestinesi perché l’Autorità Palestinese non è riuscita a pagare i proprio debiti verso quel centro. Anche altri paesi arabi trattano con estrema durezza i palestinesi quando si tratta di garantire assistenza sanitaria. È vergognoso che, mentre Israele accoglie i pazienti palestinesi nei suoi ospedali, gli ospedali arabi neghino loro le necessarie cure mediche con varie motivazioni, tra cui quella dei soldi. Ma poi ci si ricorda che i dittatori arabi non si preoccupano neanche della loro stessa popolazione, e dunque perché mai dovrebbero prestare attenzione a un ragazzino di undici anni che muore fuori da un ospedale perché suo padre non ha 1.500 dollari a portata di mano? Dal momento che quella morte è avvenuta in un paese arabo, e la vittima è un arabo, perché la cosa dovrebbe mai interessare a qualcuno? Insomma, dove sono l’indignazione e le proteste contro l’apartheid praticato dagli arabi? (Da: Jerusalem Post, 17.3.11)


GAZA: DUE UOMINI UCCISI SUL CONFINE CON ISRAELE

Se in Libia si combatte una nuova guerra, un'altra sembra non avere fine. Da qualche giorno sul confine tra la striscia di Gaza ed Isreale sono ricominciati attentati e bombardamenti. Due uomini sono stati trovati privi di vita lungo il confine tra la città di Gaza ed Isreale, dove da qualche giorno si registrano attacchi da parte di Hamas con colpi di mortaio. I due uomini, secondo quanto affermato dalle forze armate israeliane, hanno tentato di forzare il posto di blocco alla frontiera ed hanno ingaggiato uno scontro a fuoco con l'esercito israeliano. Sabato, il gruppo islamico di Hamas a Gaza, ha confermato di aver sferrato un attacco nel sud di Israele con colpi di mortaio, pare, a causa dell'uccisione di due dei suoi uomini colpiti da un raid aereo dell'aviazione israeliana. Si è trattato del più pesante attacco di Hamas degli ultimi due anni. Da fonti giornalistiche sul luogo si apprende che gli attacchi ripresi da parte di Hamas stanno portando ad una escalation della violenza tra i due contendenti sia per la quantità dei colpi di mortaio esplosi e sia per il fatto che la stessa Hamas ha subito rivendicato gli attacchi. I bombardamenti da parte di Hamasi degli ultimi giorni si registrano due militari israeliani feriti. In seguito le forze armate israeliane hanno bombardato con i carri armati parte della fascia costiera ferendo cinque persone appartenenti al gruppo di Hamas. Gli attacchi terroristici si erano fermati dopo la fine della guerra di Gaza nel gennaio del 2009 e, anche se l'ala militare di Hamas raramente, da allora, ha compiuto attacchi, essa detiene, secondo l'esercito israeliano, il potere su tutte le attività "militari" della Striscia di Gaza. Attualmente Israele mantiene una "zona cuscinetto" lungo tutta la recinzione che separa i due popoli, dove in passato i militanti di Gaza posizionavano bombe contro le truppe israeliane. Gli abitanti di Gaza, da parte loro, accusano Israele di aprire spesso il fuoco contro i civili che si avvicinano troppo alla recinzione causando decine di vittime. Le truppe israeliane, inoltre, hanno lanciato una vera e propria caccia all'uomo in seguito allo sterminio di una intera famiglia avvenuto qualche giorno fà in Cisgiordania quando, in quell'occasione, furono uccisi, oltre alla madre ed al padre, anche tre bambini durante la notte. Tutto ciò non fà altro che minare il processo di pace che si tenta di stabilizzare, ha detto il leader israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ha aggiunto che Israele farà di tutto per proteggere i propri cittadini http://www.ultimenotizie.we-news.com/


Per avere un’idea della menzognera propaganda anti-israeliana che sta arrivando anche nelle scuole pubbliche italiane

La Palestina in presa diretta INIZIATIVE. Al liceo scientifico «Messedaglia» si è tenuto l'incontro organizzato dal gruppo Eufrasia. A causa dell'embargo la popolazione è alla fame. Negati anche i diritti alla salute e all'istruzione di base
VERONA - La Palestina raccontata dai testimoni. In occasione della Israeli Apartheid Week, nell'aula magna del liceo scientifico «Messedaglia» si è tenuto l'incontro «Storie da Gaza - Dall'Operazione "Piombo Fuso" ad oggi: immagini esclusive e testimonianze dirette della vita quotidiana nella striscia di Gaza», organizzato dal gruppo Eufrasia della facoltà di Medicina, che già in passato si è confrontato sul tema del diritto all'istruzione e alla salute per il popolo palestinese, in collaborazione con l'Associazione per la Pace di Verona, Comunità Cristiane di Base, Cospe, Donne in Nero, Indimaj - convivenza e integrazione, Rete Radiè Resch e Unicef....
(L’Arena.it, 21 marzo 2011) da "Notizie su Israele"


Ecco “If I die”, l’applicazione per Facebook dove registrare l’ultimo saluto al mondo

Rischia senz’altro di aprire un fronte legale senza precedenti. E di sembrare una cosa macabra. Ma intanto va presa per quel che è: una semplice applicazione per Facebook. Non è un gioco, nemmeno uno di quei test d’intelligenza. È una creazione che serve dopo la morte. Per salutare famigliari, parenti, amici. Per evitare di lasciare il mondo terreno senza spendere una parola. E per diventare mortali anche nel web, dove a regnare è l’immortalità. Si chiama “If I die” (Se dovessi morire) ed è un’applicazione creata per Facebook dalla startup israeliana Willook che consente agli utenti di registrare un messaggio video d’addio o scrivere una lettera di congedo dal mondo. Per dire e scrivere cosa? Dipende. Dalla persona e dalle circostanze. C’è chi può creare un filmato strappalacrime e chi, invece, chiudere con l’ironia. Chi può dire addio rivelando un segreto e chi, invece, lasciare un testamento. Una volta fatto tutto questo, la pubblicazione sul profilo del deceduto avverrà solo quando la persona sarà davvero morta. È per questo che per dare l’ok alla pubblicazione servirà l’intervento delle tre persone di fiducia – anche loro iscritte a Facebook – che saranno indicate dall’utente che intende lasciare un messaggio dopo il decesso. A queste verrà affidato il compito di comunicare la notizia a tutti gli amici virtuali. Solo quando tutti e tre avranno notificato la morte, comparirà sul wall del profilo il messaggio di congedo. L’applicazione è nata da una vicenda vera. E da un discorso che l’amministratore delegato della startup israeliana, Eran Alfonta, ha fatto con un suo amico. «“Se mi succede qualcosa, chi penserà ai miei figli?”, mi ha chiesto a un certo punto il mio amico», racconta Alfonta. «È a quel punto che mi ha chiesto di creare qualcosa che poteva valere sia come testamento che come ultimo messaggio alla famiglia». Qualche settimana dopo l’amico è morto insieme alla moglie in un incidente stradale in Italia. In Israele, hanno lasciato orfani tre figli. L’applicazione – che prevede un costo, anche se sostenibile – sta cercando anche di ricevere, almeno nello Stato ebraico, un codice di validità, così da far risultare l’ultimo messaggio, che sia video o testo, valido legalmente di fronte alla Giustizia. A proposito di Facebook: il social network ha fatto il suo primo acquisto tra le startup israeliane. In questi giorni sta perfezionando la compravendita di “Snaptu“, la società che si occupa di applicazioni per gli smartphone. Prezzo? Quasi 70 milioni di dollari.
http://falafelcafe.wordpress.com/ 22 marzo

lunedì 21 marzo 2011


Disturbi alimentari: a rischio le adolescenti che passano ore su Facebook

Sabato, 19 Marzo 2011.http://salute.pourfemme.it/
Le probabilità che un’adolescente media manifesti disturbi alimentari passa anche per Facebook. Uno studio promosso dall’Università di Haifa (Israele), infatti, ha evidenziato come esista una pericolosa correlazione tra il tempo che le teenagers trascorrono davanti al pc a “comunicare” virtualmente attraverso i social networks e la loro predisposizione a diventare anoressiche o bulimiche. L’impietosa analisi ha coinvolto 250 adolescenti tra i 12 e i 19 anni, ed è stata condotta tramite questionari in cui si chiedeva alle ragazzine di indicare le ore giornaliere dedicate a internet e specialmente a Facebook, i programmi tv preferiti, le abitudini alimentari, rapporto con il proprio peso e grado di autostima.


TV, Uman Take Control: il nuovo reality-videogioco

Otto concorrenti vestiti da Teletubbies vivono per 21 giorni in una casa spiata 24 ore su 24, mentre il pubblico da casa ha il pieno controllo della situazione. Dal prossimo 15 aprile su Italia 1
Dal 15 aprile prenderà il via la prima edizione italiana di 'Uman Take Control', un vero e proprio videogame che ha come protagonisti delle persone reali. Il programma è andato per la prima volta in onda in Israele nel 2009, in seguito è stato esportato in diversi paesi fino ad arrivare qui in Italia prodotto da 'EndeMol'. Il regolamento del gioco è molto semplice: otto concorrenti vestiti da 'Teletubbies' trascorreranno 21 giorni in una casa spiata 24 ore su 24, mentre il pubblico da casa avrà il pieno controllo della situazione. Tramite cellulare o internet, i telespettatori indicheranno infatti ai concorrenti come muoversi all'interno del gioco. Rispettando i compiti loro assegnati, i giocatori otterranno dei 'Life points' che permetteranno loro di proseguire la loro 'avventura'. Questo nuovo format sarà ambientato nel 'Teatro 19' di Cinecittà a Roma. Per i telespettatori più tradizionali e meno tecnologici, non sarà prevista la messa in onda di una striscia quotidiana (un 'daytime'), ma solo delle finestre sul canale 'Italia1' nel corso della giornata e alcune dirette web. Un tipo di scelta editoriale più vicina al mondo dei giovani in cui è diffuso l'utilizzo di Internet e dei videogiochi. 'Uman Take Control' è l'esperienza di controllo, completamente interattiva: "Voi, gli spettatori, ordinate; loro, i concorrenti, eseguono", recita il 'claim' del programma. Il nuovo reality di Italia 1, ispirato al gioco dei 'Tamagotchi', segna l'inizio di una primavera per la rete giovane del gruppo 'Mediaset' diretta da Luca Tiraboschi, dopo che, la maggior parte dei suoi format sono spariti dalla programmazione tv (ricordiamo tra gli altri 'La Fattoria' e 'La Talpa'). Il reality si preannuncia come rivoluzionario, anche se le polemiche sono dietro l’angolo pronte a travolgerlo. Come precisa la curatrice del programma Simona Ercolani: "Il format originale verrà modificato per poter essere trasmesso in prima serata. È vero che sarà il pubblico a decidere le azioni dei concorrenti, ma solo scegliendo tra varie opzioni che decideremo noi autori. Il nostro intento è quello di procedere per livelli, proprio come nei videogiochi". Inoltre è confermata la presenza di ex concorrenti di reality all'interno del cast, come precisa il capoprogetto Ercolani: "L’idea è prendere ex concorrenti di reality, che non sono riusciti a rientrare nella loro vita e che girano nei programmi tv a fare gli ospiti, vogliamo ridar loro la vecchia identità". Insomma, sembra proprio che, per gli ex concorrenti di reality l'unica loro chance per continuare a 'vivere' sia solo grazie a questo infinito blob mediatico. Sveva Guerreri http://www.calciomercato.it/


Quella guerra di cent’anni fa che la cronaca ci costringe a ricordare

Di: Leone Finzi 20/03/2011 http://www.mosaico-cem.it/
Ieri pomeriggio i Mirage francesi hanno attaccato Bengasi; poi nella notte, agli aerei francesi si sono uniti quelli americani, e inglesi e l’obiettivo questa volta è stato Tripoli: l’operazione “Odyssey dawn” è cominciata. Anche l’Italia, insieme a Canada e Spagna, fa parte di questa coalizione; per ora però si limita a mettere a disposizione degli alleati le basi militari NATO, a cominciare da quella di Sigonella in Sicilia. Il Mediterraneo dunque è di nuovo in fiamme e questa volta non per una guerra di Israele, bensì per una nuova guerra di Libia. Una guerra, un nome, che agli italiani evoca molte più cose che al resto delle forze dell’attuale coalizione. Proprio cento anni fa, infatti, l’Italia avviava l’impresa di Libia, la “sua” guerra di Libia contro l’Impero turco.
Era l’Italia di Giovanni Giolitti, quella che voleva conquistarsi il suo “posto al sole”, dicono alcuni; quella che fu spinta alla guerra da ragioni di politica interna, dicono altri. Per l’uno o per l’altro motivo, fu una guerra come tante altre, con migliaia di morti e che, per di più, non diede alcuno dei vantaggi che i suoi fautori si attendevano: l’Italia, con la Libia, non divenne una “Grande Potenza”; non trovò terreni fertili da destinare all’emigrazione, e non trovò nemmeno il petrolio. Trovò solo un enorme “scatolone di sabbia”, come disse Gaetano Salvemini. Fu in quell’occasione che l’Italia, come già la Francia e la Germania conquistò la sua colonia d’Africa. Fu sempre in quell’occasione che in Italia cominciò a diffondersi su larga scala una forma di antisemitismo “moderno”, diverso dal già noto antigiudaismo cattolico. Dalle colonne de “L’idea Nazionale” infatti Francesco Coppola non solo mise in discussione la fedeltà degli ebrei alla patria in guerra, ma attaccò la stampa internazionale (critica verso l’impresa libica), in quanto, scriveva, “disciplinata dall’alta finanza cosmopolita e israelita”. Oggi, per fortuna, in Italia simili “scenari” sembrano lungi dal potersi ripetere, anche se nel campo opposto, l’ingiuria antisemita non si è fatta attendere: proprio ieri infatti, subito dopo l’inizio delle operazioni francesi, Gheddafi ha definito la popolazione libica “vittima della crociata dell’ebreo sionista Nicolas Sarkozy”. Il solito antisemitismo bonne à tout faire: quando non si sa più quali pesci prendere, ecco rispuntare il vecchio, solito, consunto complotto ebraico. Per ora l’uscita di Gheddafi su Sarkozy non pare aver avuto particolari effetti. I (molti) detrattori del regime vedono nelle forze occidentali in azione nei cieli della Libia, la via per liberarsi da un dittatore che li ha tenuti per decenni e ancora vuole tenerli, in scacco – e povertà. Proprio come cento anni fa gli esponenti più avanzati della popolazione libica – fra cui molti ebrei – festeggiarono l’arrivo degli italiani come un momento di svolta, di “progresso e civiltà”, oggi i ribelli musulmani vedono negli occidentali non la minaccia della conquista ma la possibilità di un cambiamento in senso modernizzatore. Ed è proprio per questo cambiamento che masse di giovani libici ieri sono scesi in piazza a festeggiare l’attacco dei Mirage francesi. Quel che accadrà poi, però, allora come oggi, è tutto da vedere.


Eilat
Imbarazzo e tornaconto

Dovrebbe oggi sentirsi in imbarazzo chi ha preteso di interpretare i rapporti tra l’Occidente e il mondo arabo attraverso lo schema dello scontro di civiltà. Tanto più che, proprio in Italia, i leader politici che hanno agitato questo spettro sono stati fino a qualche ora fa gli amici fidati di logori e spietati dittatori. Non aver visto il bisogno di democrazia, l’urgenza dei diritti umani, la richiesta di cambiamento mostra quanto sia miope e deleterio ragionare attraverso vecchi schemi per riflettere su nuove realtà. Il rischio è di guerreggiare con fantasmi, se non addirittura di finire grossolanamente da una parte sbagliata: quella del tiranno piuttosto che del suo popolo.
L’altra faccia della medaglia è un terzomondismo che, pur di innalzare il proprio vessillo consunto, spiega tutto con il determinismo dell’interesse e non esita a sostenere o a farsi sostenere da regimi tutt’altro che democratici (un buon esempio è quello di Chavez). Che dire poi della irresponsabile indifferenza che pensa al tornaconto meschino di casa propria, una casa da difendere dallo straniero? Nell’accelerazione degli eventi sarebbe più che mai necessario lo sforzo di riflettere in modo nuovo e soprattutto di imparare a distinguere. Perché l’esercizio prudente e accorto della distinzione è certo uno dei fondamenti della democrazia e della lotta comune contro la violenza. Ne hanno bisogno le rive del Mediterraneo; ne ha bisogno Israele. Donatella Di Cesare, filosofa http://www.moked.it/


Viva la parodia

Non si può vivere di solo umorismo yiddish, di barzellette sugli ebrei s’è scritto (forse) troppo. Ci siamo dimenticati di un genere di scrittura, la parodia, dove la cultura ebraica ha lasciato maestri insigni. La parodia impone un discorso sul concetto di imitazione. Un asino che raglia non suscita l’attenzione di nessuno, nemmeno degli altri asini. Un leone che imita un asino che raglia fa problema, perché gli altri leoni non sono disposti a perdonarlo. Gli ebrei posseggono il genio dell’imitazione, scriveva Ahad Ha-Am: è nota la definizione di uomo come “animale mimetico” data da Disraeli. In Italia basti fare il nome di Franca Valeri. La verità non si può imitare, dice Mendel di Kotzk nei Racconti dei Chassidim di Martin Buber, tutto il resto sì. I romanzi di Philip Roth e tanto cinema americano sono pieni di ragazzi costretti da genitori assillanti a imitare la voce della zia Rachele o di nonno Moshe. È però sulla letteratura che dobbiamo riflettere. Non inganni il fatto che oggi in Italia si imitino, purtroppo, soltanto i politici e non gli scrittori. Non è un segnale incoraggiante. La parodia è invece un riconoscimento della poesia. Uno scrittore non è uno scrittore se non possiede un proprio abbecedario d’immagini. Il parodista si appropria di questo cifrario e lo imita. Lo stile è come il carattere. Talvolta l’imitazione serve all’imitato e lo fa crescere, come scrisse Max Libermann a proposito di Robert Neumann: una parodia deve essere più spontanea dell’originale. I Promessi sposi di Guido Da Verona, l’Antologia apocrifa di Paolo Vita Finzi hanno avuto vita lunghissima e migliaia di lettori. Guido Almansi e Guido Fink raccolsero il testimone e sempre da Bompiani pubblicarono Quasi come, esempio di parodistica comparata. La profondità della parodia è data dalla contiguità con due problemi interpretativi centrali nell’ebraismo: da un lato la questione dell’imitazione di Dio (Lev. 11,44), dall’altro il problema del divieto di farsi immagine. Non ci si fa immagine di nessuno, ma con la parola si può fare quello che con il pennello è proibito fare. Alberto Cavaglion, Pagine Ebraiche, marzo 2011
http://www.moked.it/