giovedì 31 maggio 2012


Ehud Barak sull’Iran: «Come nel ’67, Israele è con un coltello alla gola»

“Abbiamo una coalizione di governo formata da 94 parlamentari [su 120], questo è il momento di condurre un processo diplomatico e, se non sarà possibile arrivare a un accordo definitivo coi palestinesi, allora dovremo prendere in considerazione un accordo provvisorio o in alternativa una misura unilaterale. Israele non può permettere che continui questo stallo”. Lo ha detto mercoledì mattina il ministro della difesa israeliano Ehud Barak in un discorso all’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv. “E’ una corsa contro il tempo – ha continuato Barak – Se arriveremo al limite, ne pagheremo il prezzo. A quel punto, quelli che adesso dormono profondamente chiederanno: come avete potuto non vedere quel che stava arrivando?”.Barak ha poi parlato del programma nucleare iraniano, e ha ricordato che Israele, prima della guerra dei sei giorni del 1967, si sentiva “con un coltello alla gola” e capì di non avere altra scelta che agire. Secondo Barak, la minaccia della bomba atomica iraniana sta rapidamente arrivando allo stesso punto. Un coltello alla gola, ha spiegato Barak, significa che i tuoi nemici hanno ottenuto le armi per eliminarti e sono pronti a usarle. E quando si tratta di capacità nucleari, dotarsi di queste armi è di per sé un coltello alla gola. Quando l’Iran avrà ottenuto l’atomica, sarà troppo tardi per agire".“E’ impossibile dormire sonni tranquilli – ha detto Barak – mentre gli iraniani procedono metodicamente verso il punto in cui Israele non potrà fare più niente. Il momento che conta è l’ultimo in cui si può ancora fare qualcosa. Quello è il momento che deve essere individuato. Non c’è ragione di affrettarlo né di annunciare che è arrivato, ma sarebbe imperdonabile chiudere gli occhi. Sono certo – ha continuato il ministro della difesa israeliano – che politica e responsabilità della sicurezza possono combinarsi con la salvaguardia dello speciale rapporto tra Israele e Stati Uniti, il nostro più importante alleato. È importante per la nostra causa comune: impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare. Nessuno vuole la guerra. Ma nonostante la generale preferenza per la diplomazia, nessuna opzione può essere scartata a priori”.“Gli iraniani sono pazienti – ha spiegato Barak – Dicono: abbiamo aspettato quattromila anni prima di avere capacità nucleare, possiamo aspettare ancora qualche settimana, o qualcosa di più, evitando di fare qualcosa che possa provocare la reazione degli Stati Uniti o di Israele”.Circa le implicazioni regionali di un Iran nucleare, Barak ha osservato: “I sauditi dicono apertamente che dovrebbero diventare anche loro rapidamente una potenza nucleare. Sicuramente la Turchia dovrebbe fare lo stesso, e anche il nuovo Egitto si troverebbe trascinato nella corsa alla Bomba”.Barak ha respinto le insinuazioni di chi sostiene che la leadership israeliana voglia la guerra.Ma ha ribadito che Israele non può chiudere gli occhi e aspettare che gli iraniani ottengano la capacità nucleare. E ha spiegato: “Le difficoltà della comunità internazionale ad agire anche in un caso evidente come quello della Siria devono dirci qualcosa riguardo anche ad altri settori”. Barak ha negato che lui e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stiano monopolizzando il processo decisionale sulla questione iraniana. “Non c’è questione in Israele che sia stata discussa quanto questa – ha detto – Non esiste nessun arcano che venga deciso da due solo persone in una stanza buia. È ridicolo. La questione iraniana è stata discussa tantissimo, anche troppo. Vi sono state anche delle dichiarazioni pubbliche irresponsabili che hanno danneggiato lo sforzo per fermare l’Iran. Ma alla fine – ha affermato Barak – è ovvio che sarà il governo israeliano a prendere le decisioni cruciali su questioni che sono vitali per il futuro e la sicurezza dello Stato d’Israele e, aggiungerei sommessamente, del popolo ebraico”.Barak ha poi criticato con forza il dittatore siriano Bashar Assad e ha definito il recente massacro nella città di Hula “un nuovo primato del regime di Assad in fatto di uccisioni spietate”. Ed ha aggiunto: “Il mondo deve agire, non può limitarsi a parlare. Qui si tratta di crimini contro l’umanità. Bisogna trovare il modo di imporre una soluzione alla famiglia Assad”.Infine Barak ha definito il trattato di pace con l’Egitto “un asset nazionale” e ha detto che sia l’Egitto che la comunità internazionale hanno tutto l’interesse a garantire che il Cairo onori i suoi impegni anche in futuro.L’ipotesi di “mossa unilaterale” ventilata dal ministro della difesa Ehud Barak è stata rilanciata nel corso della conferenza di Tel Aviv da Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence militare, ora direttore dell’Institute for National Security Studies. Yadlin ha presentato un rapporto in cui si afferma che, nel futuro prevedibile, non vi sono concrete possibilità di arrivare a un accordo di pace negoziato con l’Autorità Palestinese perché la parte palestinese non intende accettare Israele come stato ebraico né rinunciare al cosiddetto diritto al ritorno. Da qui la necessità di prendere in considerazione un eventuale ritiro unilaterale dalla Cisgiordania.Di opinione opposta il ministro per gli affari strategici Moshe Ya'alon, secondo il quale qualunque ritiro unilaterale verrebbe visto da parte palestinese come “un segno di debolezza”, convincendoli a inasprire ancor più le loro posizioni intransigenti. Intervenendo mercoledì alla conferenza di Tel Aviv, Ya'alon ha detto: “Chi crede che il conflitto sia iniziato nel 1967 e possa terminare sulle linee del 1967 non ha capito nulla di questo conflitto”.Dal canto suo Nabil Abu Rudaineh, portavoce di Abu Mazen, ha ribadito mercoledì sera che l’Autorità Palestinese è totalmente contraria a qualunque ipotesi di ritiro unilaterale o di stato palestinese con confini provvisori.(Da: Ha’aretz, Jerusalem Post, YnetNews, 30.5.12) http://www.israele.net/

Euro 2012, la Germania visiterà Auschwitz all'indomani dell'amichevole contro Israele: due eventi di grande rilievo extra-calcistico

La Germania si recherà in visita all’ex campo di concentramento nazista di Auschwitz. Nella fattispecie, soltanto una delegazione guidata dal tecnico Joachim Loew e dal capitano Philipp Lahm.La visita è in programma venerdì, il giorno dopo l’amichevole che la Nazionale teutonica giocherà contro la Nazionale di Israele a Lipsia, a una settimana dall’avvio ufficiale degli Europei in Polonia e Ucraina.http://www.goal.com/i

Cosa significa essere israeliani

Chiunque può visitare Israele. Cercare di conoscerlo e capirlo, invece, è un'altra storia. Per farlo bisogna cominciare da Yad Vashem, il museo-monumento in ricordo delle vittime della Shoah, e fare un percorso non dissimile da quello intrapreso dai milioni di ebrei che furono portati nei campi di concentramento.Bisogna entrare e denudarsi completamente. Dei pregiudizi, soprattutto. Di tutto quello che su Israele si crede di sapere e non si immagina neppure. Dei luoghi comuni, della stampa, degli intellettuali. Bisogna camminare lungo una specie di ponte sospeso le cui pareti convergono l'una verso l'altra senza incontrarsi mai, e seguire la strada. In discesa, all'inizio. Bisogna entrare in ogni singolo padiglione costretti dalle barriere che si incontrano ogni pochi metri, ed incontrare la storia, le fotografie, i documenti, i filmati, le pietre provenienti dai tanti ghetti europei. Bisogna sentirlo il peso della facilità con cui tutto questo è cominciato, il macigno di quel poco che è bastato ad Hitler per superare la prova della visita della Croce Rossa nel ghetto di Terezìn. Bisogna lasciarsi colpire dalla facilità del male, piegarsi di fronte alla realtà del tanto che si poteva fare e del poco che, personalmente e meritevolmente, si è fatto. Bisogna sentirsi cadere davanti alle lettere, agli oggetti e alle fotografie di milioni di storie, e dietro ogni storia una famiglia, e dietro ogni famiglia una comunità di chi credeva di essere semplicemente un ebreo tedesco, polacco, romeno, francese, belga, olandese, italiano, russo. Bisogna sentirlo il dolore alle gambe mentre improvvisamente il percorso comincia a salire, e l'uscita si avvicina fino a diventare una terrazza piena di luce di fronte alla quale una spettacolare vista di Israele si apre agli occhi.Solo allora tutto diventa più chiaro. Solo allora si materializza la consapevolezza che senza Israele il mondo dimenticherebbe in fretta. Se poi si ha ancora la forza di visitare la tenda del ricordo, e - soprattutto - un breve corridoio, completamente buio, illuminato solo da milioni di lucine prodotte da poche candele inserite in un gioco di prisma e specchi invisibili, avvolto da voci calme e ininterrotte che ripetono il nome, l'età e la provenienza del milione e mezzo di bambini vittime dell'Olocausto, allora si può apprezzare fino in fondo l'intensità, la delicatezza e la suggestione di un luogo che è anche un immenso archivio storico e un centro studi per un popolo che, lungi dal piangersi addosso, è costantemente rivolto al futuro. E il futuro è conoscenza, cultura, speranza, sacrificio.Lo sa bene chi ha sconfitto l'analfabetismo grazie al precetto secondo cui è dovere dei padri insegnare ai figli a leggere e scrivere. Lo sa un paese la cui eccellenza di università e centri di ricerca sembra quasi stare lì a dimostrare l'utilità, la legittimità della propria esistenza. Ma non è a questo che si pensa visitando i musei, gli edifici e le università di Tel Aviv e Gerusalemme. la normalità quella che salta agli occhi. ciò che non ti aspetti di vedere: giovani arabi ed ebrei che passeggiano, studiano, pranzano, bevono un caffè, chiacchierano, ridono. Tante famiglie, tantissimi bambini, parchi, scolaresche che sciamano per i musei, macchine israeliane e palestinesi (si distinguono per il colore della targa) che circolano. Persino i soldati che si incontrano per strada, ragazzi e ragazze che a diciotto anni dedicano rispettivamente tre e due anni della loro vita al servizio militare, hanno un'aria tranquilla e sorridente.Eppure è difficile credere che lo siano veramente. Crescere in Israele significa correre seriamente il rischio di dover svolgere azioni militari, di perdere la vita o di toglierla a qualcun altro. Lo sanno loro e lo sapevano soprattutto i loro genitori quando hanno deciso di crescerli lì. Forse è questa una delle cose che colpisce di più. Nonostante gli oggettivi pericoli che l'essere israeliano comporti, nonostante la reale minaccia del nucleare iraniano sulla testa, la sensazione che si riceve, l'aria che si respira, non è affatto di cupezza o preoccupazione, ma di ottimismo e fattività. È come se la gente non se lo concedesse il lusso di un sottile malessere collettivo, di quella infelicità che è perdita di senso, solitudine, frustrazione. È il livello altissimo di gradimento dei cittadini israeliani rispetto al proprio paese a dimostrarlo. È l'essere disposti a sacrificare se stessi per qualcosa in cui si crede e dal quale ci si sente rappresentati e protetti. Sono i giovani che sviluppano presto senso della comunità e spirito di sacrificio.Non solo per motivi religiosi (quando sono osservanti, perché gli ebrei atei in Israele non mancano), ma per il tipo di educazione alla solidarietà che viene loro impartita nelle scuole. Verso i tredici anni, infatti, sono obbligati a prestare servizio civile, a loro scelta, in una delle tante realtà sociali israeliane, dagli ospizi, agli ospedali, all'esercito. E questo è certamente uno degli elementi che contribuisce a formare l'identità ebraica, che precede e prescinde quella religiosa, anche se i due fattori, per molti aspetti, si fondono e si confondono. Non si spiegherebbe altrimenti come mai un Paese in cui non esiste il matrimonio civile non sia affatto teocratico, ed anzi estremamente avanzato sotto il profilo dei diritti civili. Per gli ebrei la convivenza è matrimonio, quindi sì alle unioni omosessuali, alle adozioni di gay e single, alla fecondazione assistita. E sì al divorzio già da circa un migliaio di anni.È dunque il senso di appartenenza a un'identità fatta di storia, riti, tradizioni, credo e cultura, a consentire a due ebrei di opinioni diametralmente opposte di condividere lo stesso metro quadro di terra; è l'essere ebreo come fatto identitario, non religioso, a mantenere integro un filo che tiene uniti gli ebrei della Diaspora per secoli. È la "semplice" idea di Theodor Herzl, il padre del sionismo, insieme ai pogrom che si sono consumati soprattutto in Europa orientale negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, a convincere centinaia e migliaia di ebrei di tutte le nazionalità a comprare dall'impero ottomano un pezzo di terra fatto di deserto, sabbia e pietre. Così è nata Tel Aviv, nel 1909. Da sessantasei famiglie che in Europa facevano i medici e gli avvocati e si sono messe a dissodare e coltivare la sabbia. Con risultati che hanno portato Israele, oggi, ad un indiscusso primato in fatto di tecnologia agricola. Lo si capisce ad occhio nudo percorrendo il paese da Tel Aviv verso la bassa Galilea, il basso Golan e il lago di Tiberiade, e costeggiando la valle del Giordano in direzione di Gerusalemme; ma è evidente anche lungo il mar Morto, verso l'antica fortezza di Masada. Distese desertiche ovunque, e ovunque coltivazioni verdeggianti e alberi trapiantati, i cosiddetti rimboschimenti. È così che la Galilea sembra macchia mediterranea, nel Golan si produce dell'ottimo vino e sul mar Morto fioriscono i melograni. Con dei tubicini di diverso colore, a seconda che l'acqua sia riciclata (lo è circa l'80% di quella che si consuma) oppure no, che nutrono ogni singola pianta.Ma da dove arriva tutta quest'acqua? Quando ci si trova di fronte i monti siriani e giordani, così spogli e brulli rispetto a quelli israeliani, è impossibile non chiederselo. Tralasciando naturalmente le oasi naturali e la dissalazione del Mar Morto, la questione dell'approvvigionamento idrico è materia di conflitto israelo-palestinese ed è dunque un argomento molto delicato. Ci sono tuttavia dei fatti e dei dati che possono essere rapidamente riassunti: quando Israele ha preso il controllo della Cisgiordania, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, la rete idrica era praticamente inesistente. Solo quattro delle circa 700 comunità municipali palestinesi disponevano di acqua corrente. Tra il 1967 e il 1995 questa cifra è passata a 309 grazie alla costruzione di pozzi ad alto rendimento e di una rete di canalizzazione, e con gli accordi di Oslo del 1993 è stata istituita una Commissione congiunta israelo-palestinese per la gestione delle acque (la JWC, Joint Water Committee). Dopo l'accordo del 28 settembre 1995, Israele ha ceduto all'Autorità Palestinese (AP) la sovranità sulla gestione della rete idrica dei Territori, senza tuttavia interrompere la collaborazione della JWC, che prevedeva comunque lavori di potenziamento da parte israeliana. Secondo fonti ufficiali israeliane tutto questo ha portato, oggi, il 96% dei palestinesi ad avere l'acqua corrente in casa, e la disponibilità pro capite è di circa 140 m3 contro i 150 per ogni cittadino israeliano. Queste cifre, però, sono spesso oggetto di contestazione da parte palestinese, perché c'è una significativa disputa sul numero reale degli abitanti dei Territori. Va detto, tuttavia, che non esiste un censimento ufficiale da parte dell'Autorità Palestinese, al punto che enti dello stesso governo riportano cifre che variano anche del 40%. Questo, secondo studi israeliani, perché i palestinesi tenderebbero a gonfiare il dato fino a un terzo in più per ottenere maggiori sussidi dalle Nazioni Unite, stabiliti in una determinata cifra per ogni nato.di Valentina Meliadò,http://www.opinione.it/

Il presidente di Confagricoltura Mario Guidi e il ministro dell’Agricoltura israeliano Orit Noked

Confagri-Israele, progetti comuni di ricerca

La delegazione israeliana ha visitato importanti realtà imprenditoriali dell'agro romano come Maccarese ed Ortosole.

Sviluppare progetti comuni di collaborazione in ricerca e innovazione applicata all'agricoltura. E' quanto hanno convenuto oggi il ministro dell'Agricoltura israeliano Orit Noked e il presidente di Confagricoltura Mario Guidi in un incontro che si è svolto presso la sede dell'organizzazione agricola. "La ricerca israeliana è focalizzata a dare risposte su temi che stanno particolarmente a cuore anche agli agricoltori italiani", ha detto Guidi, riferendosi, ad esempio, a soluzioni per allungare i tempi di conservazione dell'ortofrutta, razionalizzare l'apporto idrico alle coltivazioni, evitare l'erosione dei suoli, individuare tecniche produttive a basso consumo d'acqua e migliorare le rese. Il ministro israeliano ha quindi espresso molto interesse per la produzione di biogas delle aziende zootecniche italiane con la possibilità di utilizzare sottoprodotti e rifiuti. http://ansa.it/

Israele, no al carcere per i neonazisti

Di recente nel parlamento israeliano sono stati discussi quattro disegni di legge che mirano a proteggere i sentimenti delle vittime dell'Olocausto. Gli autori avevano proposto che mostrare simboli nazisti e lodare pubblicamente i personaggi del Terzo Reich fosse un reato penale punibile con una multa e con il carcere.Tuttavia i giuristi ritengono che l'adozione di una tale legge violi il diritto dei cittadini alla libertà di espressione e di parola e crei un nefasto precedente. Ciò viene affermato in un rapporto redatto da un consulente della commissione parlamentare per gli Affari Costituzionali.http://italian.ruvr.ru/

Chi c’è dietro a Flame, l’ultimo potentissimo virus-spia?


Il vice primo ministro israeliano e ministro per gli affari strategici Moshe Ya'alon ha rilasciato martedì delle dichiarazioni che lasciano intendere che vi possa essere Israele dietro a “Flame”, l’ultimo virus informatico scoperto in Medio Oriente apparentemente mirato ad attaccare i computer iraniani. “Chiunque consideri la minaccia iraniana come una minaccia veramente grave - ha detto Ya'alon - è ragionevole presumere che adotti varie misure, compresa questa, pur di danneggiare i loro piani”. Intervistato da radio Galei Tzahal martedì mattina, Ya'alon ha di nuovo suggerito che vi possa essere Gerusalemme dietro all’attacco informatico, quando ha detto che “Israele ha la fortuna di essere una nazione che dispone di tecnologia al massimo livello e queste realizzazioni di cui siamo fieri ci aprono ogni tipo di possibilità”.Il virus denominato “Flame” trasforma il computer infettato in una spia perfetta: può accendere i microfoni del computer per registrare le conversazioni che hanno luogo nei suoi pressi, catturarne le schermate, registrare i dialoghi che si svolgono tramite programmi di messaggeria istantanea, raccogliere dati e modificare da lontano le impostazioni del computer trasformandolo in una sorta di terminale al servizio di un computer remoto.Gli esperti di sicurezza informatica della società russa Kaspersky Lab, che hanno annunciato lunedì la scoperta di Flame, affermano d’averne rilevato la massima concentrazione nei computer iraniani, ma che lo si può trovare anche in altre località del Medio Oriente, tra cui Israele, Cisgiordania, Siria e Sudan.In realtà, secondo gli esperti, il virus sarebbe attivo da almeno cinque anni, nel quadro della “guerra informatica” high-tech in corso in Medio Oriente. Si tratterebbe del caso in assoluto più complesso di software dannoso scoperto finora, secondo Roel Schouwenberg, esperto ricercatore della Kaspersky Lab, il quale precisa che nessuno in questo momento è in grado di dire chi lo abbia creato.Se l’analisi della Kaspersky Lab è corretta, Flame potrebbe essere la terza importante “cyber-arma” lanciata contro l’Iran, dopo il virus Stuxnet che attaccò il programma nucleare iraniano nel 2010 e il suo cugino Duqu, software ruba-dati.Ilan Proimovich, rappresentante in Israele della Kaspersky Lab, ha detto a radio Galei Tzahal che il virus “non agisce in modo indipendente, ma è controllato da un computer remoto per cui inizia a operare solo quando riceve l’ordine di farlo. Per questo motivo – ha spiegato Proimovich – è difficile individuarlo: perché non è sempre attivo”. Il virus, che Proimovich definisce “un capolavoro di programmazione”, è così sofisticato che può cambiare le proprie caratteristiche e svilupparsi in base agli ordini che riceve a distanza. A differenza di Stuxnet, che era progettato per causare danni alle apparecchiature computerizzate, Flame è concepito soprattutto per raccogliere informazioni.L’estrema complessità di Flame ha tutte le caratteristiche di un software progettato da un ente di livello statale, stando all’opinione di diversi esperti di computer israeliani. Dopo che le prime notizie su Flame erano trapelate sui mass-media, alcuni esperti israeliani di reti di sicurezza hanno accettato di studiare i primi resoconti, a condizione di restare anonimi; dopo di che si sono detti convinti che dietro a un tale virus non possa esservi l’opera di piccoli gruppi di hacker (pirati informatici). “Qui non si tratta di un paio di hacker installati in uno scantinato – spiega un esperto – Questo è un grande sistema strutturato. Può darsi che siano stati impiegati anni per realizzarlo”. Un altro analista afferma che virus di questo livello di sofisticazione richiedono grandi capacità e conoscenze per lo sviluppo di codici (in questo caso, cento volte più numerosi dei codici dei normali virus creati per rubare informazioni finanziarie), sottolineando che “si tratta di cose disponibili solo per gli stati, e questo senza entrare nel merito del motivo per cui un tale programma sia stato sviluppato”.Martedì le autorità iraniane hanno ammesso d’essere state attaccate dal virus Flame. Il centro Maher, che fa parte del ministero delle comunicazioni iraniano, ha parlato di “danni sostanziali” e di “una enorme quantità di dati perduta”, spiegando che il virus è stato capace di superare 43 programmi anti-virus differenti.(Da: Jerusalem Post, Ha’aretz, YnetNews, 29.5.12) http://www.israele.net/

Crisi Iran.Israele accusa Teheran di preparare un nuovo Olocausto

Il Capo dello Stato israeliano Shimon Peres ha espresso un avvertimento ben chiaro al suo omologo tedesco Joachim Gauck: l'Iran starebbe preparando un "nuovo olocausto".

29 maggio 2012-http://www.articolotre.com/ "Sebbene il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad neghi l'Olocausto, egli ne sta preparando uno nuovo" parola del Capo dello Stato israeliano Shimon Peres, che ha voluto lanciare questo monito direttamente al suo omologo tedesco, Joachim Glauck, arrivato oggi in Medio Oriente per una visita ufficiale in Israele e nei Territori palestinesi. In un'intervista pubblicata oggi da "Haaretz"m Gauck ha ammesso di essere a sua volta molto preoccupato per i progetti nucleari dell'Iran, e soprattutto "dalle dichiarazioni dei suoi leader che contengono minacce concrete verso Israele, e anche minacce potenziali per tutta la Regione e per l'Europa".Nell'intervista Gauck ha ancher espresso forte fiducia che le sanzioni internazionali possano servire a trovare una soluzione negoziata con Teheran che possa quindi permettere di evitare una guerra potenzialmente disastrosa per tutti. Il Capo dello Stato tedesco ha poi voluto prendere le distanze dal poema con cui lo scrittore Guenther Grass ha di recente accusato Israele di rappresentare una grave minaccia per la pace mondiale. Gauck nel corso della sua visita ha in programma incontri politici con il premier Benyamin Netanyahu a Gerusalemme e poi con la leadership palestinese a Ramallah. In Israele incontrerà anche lo scrittore David Grossman ed una delegazione di ex sportivi che facevano parte della squadra israeliana attaccata nel 1972, nel corso delle Olimpiadi di Monaco, da un commando palestinese di Settembre nero. L'attacco terroristico si concluse con la uccisione di 11 atleti israeliani, di cinque membri del commando e di un agente tedesco. Dalle parole di Peres si può quindi capire il nervosismo che regna sovrano in Israele in merito alla crisi nucleare iraniana. Il ministero degli Esteri di Teheran ha ribadito oggi che la politica delle pressioni internazionali sull'Iran possono far deragliare il negoziato sul proprio pacifico programma nucleare cui l'Iran non vuole rinunciare. "Se non cessano di esercitare pressioni e di parlare da una posizione di superiorità, il negoziato non funzionerà", ha detto il portavoce del dicastero, Ramin Mehmanparast, riferendosi alle potenze del 5+1 nella conferenza stampa settimanale a Teheran trasmessa in tv. Ribadendo una richiesta iraniana, Mehmanparast ha detto fra l'altro che "i nostri diritti dovrebbero essere riconosciuti ufficialmente". "Non arretreremo sui nostri diritti che comprendono la gestione dell'intero ciclo del combustibile nucleare per attività pacifiche" ha insistito ancora Memanparast. La sensazione quindi è quella di un nuovo deterioramento della situazione internazionale.

Israele cura il diabete, il mondo lo boicotta

Verrà dalla scienza e dalla industria farmaceutica israeliana la nuova cura contro il diabete che potrebbe rivoluzionare in meglio la vita di tanti malati. Alla faccia dei boicottaggi accademici e industriali promossi ogni anno dalle università islamically correct di Inghilterra, Europa e America. E delle campagne di disinvestimento commerciale promosse dagli pseudo amici dei palestinesi.Due grandi produttori di farmaci israeliani hanno infatti finora investito oltre 50 milioni di dollari per una medicina che rappresenta un'arma radicalmente migliorata contro il diabete di tipo 1. La compagnia farmaceutica israeliana Teva Pharmaceutical Industries possiede la licenza ei diritti di mercato a livello mondiale per DiaPep2777, un peptide prima sintetizzato nel 1994 dal professor Irun Cohen al Weizmann Institute di Israele. Questo peptide sintetico - un legame chimico estratto da una lunga catena proteica - sembra arrestare la progressione di quella forma della malattia, che si chiamava diabete "giovanile". I malati di "diabete tipo 1", rappresentano circa il cinque per cento dei circa 220 milioni di casi in tutto il mondo. La malattia è causata da una risposta immunitaria anomala che uccide le cellule che producono l'insulina beta nel pancreas. Fino ad oggi, nessuno ha trovato un modo per affrontare la causa principale di questo "bug" nel sistema immunitario delle persone che poi devono prendere iniezioni quotidiane di insulina."Ci sono stati molti approcci per cercare di trattare questa malattia, perché è molto complicata in parte genetica e in parte ambientale", spiega Shlomo Dagan, CEO di Andromeda Biotech, una delle società faramaceutiche israeliane che sta sviluppando la ricerca sull'enzima su citato, "ma il sistema immunitario è di per sé molto complicato e ancora non è chiaro il suo meccanismo globale di azione." DiaPep277 è derivata da una proteina umana che modula il sistema immunitario, dice Dagan, che ha un dottorato in immunologia dal Weizmann e in precedenza ha lavorato per diverse aziende in Israele e negli Stati Uniti. La sperimentazione è ormai molto avanzata, visto che già un bel po' di pazienti tra i 16 e i 45 anni hanno ricevuto iniezioni di DiaPep277 ogni tre mesi fin dal 2005. Gli studi sono stati condotti in Europa, Israele, Sud Africa e Stati Uniti. I soggetti sono monitorati continuamente e la fase finale di sperimentazione è finita con il 2011.Ora si aspettano i via libera burocratici finali che entro i primi mesi del 2014 renderanno disponibile questo prodotto nelle farmacie specializzate e negli ospedali. Ma in buona parte dei Paesi islamici questo prodotto non sarà facilmente accessibile visto che i governi continuano a proibire l'importazione di prodotti israeliani per pura ripicca geopolitica. Tra essi il Bangladesh dove la percentuale di morte per diabete infantile è altissima e per il cui caso le industrie israeliane si sono dette disposte, sempre che finisca l'embargo, a offrire il prodotto a costi bassissimi da farmaco generico.Ma certi paesi hanno una classe dirigente per la quale l'odio verso Israele supera di gran lunga l'amore per i propri figli.di Dimitri Buffa,http://www.opinione.it/

Sono andato a Gerusalemme e ne sono tornato felice….

Boualem Sansal è nato ad Algeri. Formatosi come un ingegnere con un dottorato in economia, ha iniziato a scrivere romanzi all’età di 50 dopo aver lasciato il suo lavoro di alto funzionario del governo algerino. L’assassinio del presidente Boudiaf nel 1992 e l’ascesa del fondamentalismo islamico in Algeria lo hanno ispirato a scrivere del suo paese. Sansal continua a vivere con la moglie e due figlie in Algeria, nonostante le polemiche che i suoi libri hanno suscitato in patria. Al Festival internazionale di Letteratura 2007 a Berlino, è stato presentato come uno scrittore “esiliato in patria”. Egli sostiene che l’Algeria sta diventando una roccaforte dell’estremismo islamico e il paese sta perdendo le sue basi intellettuali e morali

Questa è una sua lettera aperta: http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/27/sono-andato-a-gerusalemme-e-ne-sono-tornato-felice/

Voci a confronto

La notizia riportata da tutti i giornali di oggi è quella dell’espulsione degli ambasciatori siriani da quasi tutti i paesi occidentali; l’Occidente non può restare inerte di fronte ai tanti morti dell’ultimo anno (13-14000), ma dimentica di aver sempre fatto finta di nulla pur conoscendo le stragi compiute dalla feroce dittatura della famiglia Assad. Al contrario ha sempre concesso tutti gli onori possibili ad un regime che è membro influente in tutti gli organismi dell’ONU, e così oggi alcuni ambasciatori, pur se espulsi, resteranno nelle loro sedi perchè sono al contempo influenti diplomatici ad esempio presso la FAO (l’ambasciatore a Roma) e l’Unesco (il suo collega di Parigi). Sono in effetti rari i quotidiani che scrivono questa realtà, e quindi, tra tutti, invito il lettore a leggere l’articolo molto chiaro di Alberto Negri sul Sole 24 Ore; Negri spiega anche chiaramente come sarà praticamente impossibile smuovere Russia e Cina dalla loro posizioni filo Assad, volendo, in particolare, la prima difendere la propria base mediterranea di Tartous, e la seconda uno dei centri della sua organizzazione tentacolare di commerci. Un editoriale del Foglio spiega che Kofi Annan ha voluto guardare fisso negli occhi Assad ed intimargli di fare quanto gli aveva promesso di fare, ma l’editorialista, come tutti i commentatori di oggi, dimentica di osservare che il tanto esaltato Annan (per Repubblica un “mediatore autorevole”), nella sua lunga carriera diplomatica ai massimi livelli non ha mai risolto alcun conflitto. Da segnalare che Repubblica, a fianco dell’articolo sugli avvenimenti siriani, pubblica una fotografia relativa al conflitto iracheno e riportata dalla BBC come se fosse una prova delle attuali stragi; anche Repubblica si è decisa a riconoscere, almeno quando riguarda altre testate, che questa è una triste abitudine giornalistica spesso messa all’indice da coloro che studiano i problemi della disinformazione mediatica. L’Europa minaccia, Obama non si azzarda ad un intervento militare, la Russia e la Cina proteggono, e Teheran manda le sue truppe “ad evitare ulteriore spargimento di sangue”, mentre il Wall Srtreet Journal parla di “Srebrenika di Siria” (e su questo Annan dovrebbe meditare attentamente). Ai miei lettori vorrei far ancora osservare che Roberta Zunini chiude il suo articolo sul Fatto Quotidiano scrivendo che intanto “Israele osserva dietro le alture del Golan” (che cosa c’entra, vorrei chiederle), e Il Sole 24 Ore riporta le parole del dittatore che spiega che il successo della diplomazia dipende dalla fine del terrorismo sostenuto da…Israele (tra gli altri). In controtendenza l’articolo di Fausto Carioti che contiene un duro attacco contro il Presidente Napolitano accusato di essere stato sempre un grande amico del regime alawita, dal 2008 con la consegna di un prestigioso premio per i successi riportati nella lotta alla povertà, fino alla visita a Damasco del 2010 che comportò numerose dichiarazioni giudicate del tutto fuori luogo (compresa quella del promesso appoggio italiano alla restituzione del Golan). Prosegue la guerra sotterranea contro la costruzione della bomba atomica iraniana e da Teheran il Financial Times parla di un nuovo virus (Flame) molto più pericoloso dello Stuxnet che era già riuscito a bloccare (forse definitivamente) le centrifughe di ultima generazione. Come è ovvio bisognerà attendere del tempo prima che se ne sappia di più, ma qualcosa sta succedendo ancora una volta grazie ai massimi esperti informatici. Un interessante editoriale del Foglio riferisce della riunione di Doha dove si sono riuniti i massimi rappresentanti dei paesi arabi per interrogarsi sul dopo primavera araba; il tunisino Ghannouchi parla di islam moderato (al quale tanti europei credono ciecamente), mentre per quanto riguarda l’Egitto bisogna solo aspettare qualche giorno per sapere se il potere sarà nelle mani dei Fratelli Musulmani (che di nuovo troppi europei qualificano come moderati) o dell’ex primo ministro di Mubarak. Una breve del Sole 24 Ore fa sapere che il candidato Morsi cerca di conquistare il massimo possibile dei voti promettendo di tutto e di più ai copti ed alle donne egiziane; tutto il mondo è paese è il minimo che si possa dire. Problemi ci sono anche in Israele dove alcuni scalmanati sono scesi per le vie di Tel Aviv per protestare contro gli immigrati clandestini, soprattutto provenienti da Sudan ed Eritrea; Ettore Bianchi su Italia Oggi non perde l’occasione per scrivere contro Israele, nella cui capitale (sic), Tel Aviv appunto, si vive esattamente la stessa situazione di disagio che esiste in tanti stati; ma Bianchi non fa nessun accostamento, nè spiega che 60000 clandestini arrivati in pochi mesi in un paese piccolo come Israele non sono come se lo stesso numero fosse arrivato in Italia. Almeno oggi, su questo tema, non ha scritto De Giovannangeli che nei giorni scorsi, su l’Unità, a proposito delle necessarie, dolorose espulsioni di clandestini, ha vergognosamente usato il termine di “deportazione” sulle colonne de l’Unità. Il Futurista Quotidiano riprende un appello pubblicato su Le Monde e firmato da numerosi intellettuali europei: siamo tutti greci, ebrei e rom, scrivono di fronte al pericoloso crescere di tanti gruppi filo-fascisti e filo-nazisti. Ma molto vi sarebbe da ridire su questo appello che, se giustamente chiede anche di considerare uguali a tutti gli altri gli islamici che vivono oggi in Europa, dimentica di dire che costoro dovrebbero tutti accettare quelli che sono i valori in Europa universalmente conquistati; oggi, e non lo si deve dimenticare, vi sono, nella libera e democratica Europa, delle aree dove vige la sharia, e questo non potrà che portare terribili dolori per tutti in un futuro sempre più vicino. Liberal infine dedica un lungo articolo all’ultimo saggio di Ernst Nolte del quale Moked si sta ripetutamente interessando in questi giorni; qui mi preme chiedere se siamo davvero sicuri che esista un’area islamica che vive il rapporto con la modernità come una sfida da accogliere, che in essa si trovi anche una forte aspirazione alla modernità. Molto pericolosa è anche l’affermazione che dopo la dichiarazione Balfour, avendo gli ebrei guardato al mondo anglosassone, avrebbero alimentato i sentimenti antisemiti del nazionalsocialismo; insomma, è ovvio, tutto quanto avvenne in seguito è da attribuire agli ebrei. Nell’articolo vengono anche riportate le parole di Nolte secondo il quale “il concetto di aggressività di difesa (di Israele?) fu probabilmente valido anche per Hitler. E così il cerchio si chiude perfettamente, signor Nolte.Emanuel Segre Amar,http://moked.it/blog/


Le Olimpiadi della paura

Il rifiuto del CIO di commemorare – a quarant’anni di distanza – le vittime della strage di Monaco è stato commentato, con nobili parole, da Pierluigi Battista, in un accorato articolo, che ne conferma (nel quadro generale della nostra pubblica informazione) la figura di “rara avis”, di “vox clamantis in deserto”. “È evidente – scrive Battista - il motivo per cui il CIO si rifiuta di ricordare con un minuto di silenzio a Londra il massacro olimpico di Monaco '72: la paura. Il terrore di boicottaggi e rappresaglie solo per un minimo gesto di omaggio agli atleti israeliani uccisi quarant'anni fa da un commando di terroristi palestinesi. La preoccupazione di urtare la suscettibilità di chi non vuole riconoscere lo Stato di Israele e dunque non pensa che i morti ammazzati di Israele, uccisi in Germania nel mezzo di una competizione olimpica, debbano essere onorati. La paura, il terrore. Nessun'altra spiegazione plausibile”. “Si sancisce così – conclude il giornalista il principio che alcuni morti non possono nemmeno essere nominati, che il CIO è ostaggio di chi addirittura sente il massacro di Monaco come una bandiera da sventolare. Una pagina orribile della storia. Uno sfregio alle Olimpiadi: le Olimpiadi della paura”.
Tale triste pagina si collega direttamente alla reazione, altrettanto inqualificabile, del Comitato Olimpico dopo la strage, quando si scelse, con inaudito cinismo, di continuare i giochi come se niente fosse accaduto, celebrando la cerimonia finale in pompa magna, in un gioioso clima di festa. Belle ragazze sorridenti, folle plaudenti, bandiere al vento, palloncini in aria. Solo la delegazione israeliana scelse di disertare la sfilata: ma gli israeliani, si sa, sono un po’ permalosi, appena uno fa uno scherzo appena pesante dicono subito che “non ci giocano più”. Gli altri no, sanno stare agli scherzi, e poi, come si dice, chi muore giace, e chi vive si dà pace.Battista scrive che il motivo della mancata commemorazione è la paura. Vorremmo sperare che abbia ragione. La paura è un sentimento umano, tutti la proviamo. Chi può dire di non essere mai stato vile, in qualche circostanza della propria vita? Chi, di fronte a una palese ingiustizia, una prepotenza, un’umiliazione subita da qualcun altro, non ha mai scelto di girare la testa da un’altra parte, pensando “in fondo non sono fatti miei”, “chi me lo fa fare di mettermi in mezzo”, “meno male che non è capitato a me”’, o qualcosa del genere? Non siamo tutti eroi, è normale. Pensare che il CIO non sia fatto di eroi sarebbe, quindi, nella natura delle cose. Ma non è detto che sia proprio così. Può ben darsi che il rifiuto sia stato opposto non per paura, ma per convinzione. L’assassinio degli atleti israeliani, possono avere pensato, è stato un episodio di guerra, una guerra che non ci riguarda, che non riguarda le Olimpiadi, e quindi non dobbiamo immischiarci. Un ragionamento, un’ipotesi, agghiacciante, ma tutt’altro che peregrina.Comunque sia, paura o convinzione che sia, il fatto è quello che è. E suscita, più che rabbia, un senso di penosa, disperante fatica. La fatica di doversi sforzare, giorno per giorno, di vivere in modo ‘normale’, facendo conto di abitare un mondo ‘normale’, dove tutti dovrebbero comportarsi con te secondo ‘normalità’. La fatica di doversi illudere, ogni mattina, che anche per te, come per tutti, debbano valere le leggi del diritto, dell’etica, della solidarietà, dell’umanità, della compassione. E di dovere constatare, ogni sera, che non è così.Francesco Lucrezi, storico
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mercoledì 30 maggio 2012


La sporca guerra contro Israele

Di Yoav Zitun, Khaled Abu Toameh, http://www.israele.net/
Riferisce Yoav Zitun (su YnetNews): Le Forze di Difesa israeliane hanno bloccato la diffusione di un video che documenta l’atto di un terrorista palestinese di farsi scudo con una donna palestinese. A quanto risulta, le immagini, riprese da telecamere delle forze israeliane presenti nella zona, mostrerebbero con chiarezza il terrorista che prende in ostaggio la donna, usandola come uno scudo umano fra sé e i soldati israeliani.Il filmato si riferisce a un incidente che ha avuto luogo due settimane fa al confine fra striscia di Gaza e Israele. In quell’occasione, sette palestinesi che stavano piazzando ordigni esplosivi a nord di Beit Lahia vennero sorpresi dai militari delle Forze di Difesa israeliane, che aprirono il fuoco verso di loro ferendone alcuni. Nel video si vedono i terroristi correre verso un gruppo di contadini palestinesi. A quel punto, uno dei terroristi afferra una donna e la trascina con sé fino a quando trova riparo dietro un edificio.Soldati della brigata Golani, attualmente schierata in quel settore, che hanno avuto modo di vedere il filmato affermano che dalle immagini si capisce benissimo che la donna è stata costretta a correre con l’aggressore finché questi non si è sentito al riparo.“Perché non danno questo filmato ai mass-media?” si chiede uno dei soldati, e aggiunge: “Dovrebbe vederlo Goldstone”, facendo rifermento al giudice Richard Goldstone che firmò, e poi ritrattò, il rapporto sull’operazione anti-Hamas delle Forze di Difesa israeliane nella striscia di Gaza del gennaio 2009.Interpellato in proposito, l’ufficio del portavoce militare ha risposto che “le Forze di Difesa israeliane utilizzano vari strumenti a loro diposizione per documentare le proprie attività operative a scopo di analisi a posteriori, diplomazia pubblica ed eventuali azioni penali. Tuttavia, per ragioni di sicurezza, non tutti gli eventi documentati vengono messi a disposizione per una diffusione pubblica”.Da anni Israele, per lo più inascoltato, denuncia il cinico uso che i terroristi palestinesi fanno sistematicamente dei propri stessi connazionali come scudi umani.(Da: YnetNews, 27.5.12)
Riferisce Khaled Abu Toameh (sul Jerusalem Post): L’Autorità Palestinese ha in programma di usare un’organizzazione internazionale per i diritti umani come copertura per raccogliere informazioni di intelligence e screditare enti come Amnesty International e Human Rights Watch (considerati non abbastanza appiattiti sulle posizioni palestinesi). È quanto emergerebbe da documenti trapelati su diversi siti web d’informazione palestinesi nel corso dell’ultimo fine settimana.I documenti sono apparsi anche sul sito d’informazione dell’agenzia di stampa ufficiale dell’Autorità Palestinese Wafa, da dove però sono stati rapidamente rimossi sostenendo che si trattava di “falsi” che erano stati postati sul sito da “hacker infiltrati”. Poco prima, l’agenzia aveva annunciato che l’Autorità Palestinese aveva deciso di istituire una commissione d’inchiesta per indagare la vicenda dei documenti, nel timore che il caso possa mettere in imbarazzo la dirigenza palestinese di Ramallah. Più tardi, tuttavia, l’agenzia ha rimosso anche questo annuncio, di nuovo sostenendo che la notizia era stata caricata sul sito da “hacker infiltrati”.Fonti palestinesi hanno affermato sabato che i documenti sono stati diffusi da sostenitori dell’ex “uomo forte di Fatah” Muhammad Dahlan e da Muhammad Rashid, che per parecchi anni è stato il consulente finanziario di Yasser Arafat. Sia Dahlan che Rashid sono considerati tenaci avversari del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). I due sono anche ricercati dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese con l’accusa di corruzione e malversazione.Finora non c’è stato modo di verificare in modo indipendente l’autenticità dei documenti trapelati.Secondo questi documenti, il Servizio di Intelligence Generale dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania sta progettando di usare la Global Network for Rights and Development (Rete Globale per i Diritti e lo Sviluppo) come copertura per attività di spionaggio. La Global Network for Rights and Development è stata creata a Ginevra nel 2008 con l’obiettivo di promuovere e sostenere i diritti umani e lo sviluppo mediante l'utilizzo di nuove strategie e politiche creative per conseguire cambiamenti duraturi. I documenti farebbero parte di un “rapporto riservato” elaborato dal Dipartimento Generale della Sicurezza Esterna dell’Autorità Palestinese. Il piano prevede di usare la Rete Globale per i Diritti e lo Sviluppo come facciata per dare vita a “un gruppo internazionale per i diritti umani credibile ed efficace, con sede a Ginevra, il cui scopo sia quello di prendere le parti della causa palestinese” e raccogliere informazioni. Il costo del progetto viene stimato in centinaia di milioni di dollari. Il rapporto sottolinea l’importanza del ruolo delle ong (organizzazioni non governative) nel formare l’opinione pubblica e influenzare i processi decisionali in tutto il mondo. “Queste ong – si legge nel rapporto palestinese – hanno carta bianca per entrare da qualunque parte nel mondo e operare liberamente sotto vari pretesti”. Il rapporto sostiene che molti paesi occidentali come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti userebbero organizzazioni per i diritti umani come “longa manus” per influenzare le politiche in giro per il mondo e far cadere governi, e cita espressamente Amnesty International e Human Rights Watch come enti finanziati e sostenuti rispettivamente da Gran Bretagna e Stati Uniti. Il rapporto raccomanda che l’Autorità Palestinese istituisca un’analoga “longa manus” che operi da Ginevra e abbia rappresentanze in almeno cinquanta paesi diversi, il cui compito principale sarebbe quello di raccogliere informazioni di intelligence “con l’aiuto di cittadini occidentali”.(Da: Jerusalem Post, 28.5.12)

Israele, aramaico a scuola in 2 paesini con l'aiuto della Svezia

Jish (Israele), 28 mag. (LaPresse/AP) - Le comunità cristiane di due villaggi della Terra santa hanno ripreso l'insegnamento dell'aramaico nel tentativo di dare nuova vita alla lingua di Gesù. Una scommessa che i due paesini stanno portando avanti anche grazie all'aiuto della Svezia, dove una comunità originaria del Medioriente e che continua a parlare l'antico idioma lavora per tenerlo vivo, gestendo una tv satellitare in lingua vista in tutto il mondo.I villaggi impegnati nel progetto sono Beit Jala, vicino a Betlemme, e Jish. In quest'ultimo l'aramaico è entrato nella scuola elementare, divenuta l'unico istituto pubblico israeliano ad insegnare l'aramaico, secondo quanto riferisce il ministero dell'Istruzione. A seguire i corsi, di due ore a settimana, sono per lo più bambini della comunità cristiano maronita, circa un'ottantina, e il ministero ha intenzione di finanziare corsi fino alla terza media per il futuro. Jish prende però l'esempio dalla scuola Mar Afram di Beit Jala, guidata dalla chiesa siriana ortodossa, dove gli anziani religiosi da cinque anni insegnano la lingua antica a 320 studenti.Oltre agli aiuti e alle buone intenzioni locali, un grande contributo al progetto educativo arriva però dalla lontana Svezia, dove vive una nutrita comunità che parla ancora l'idioma ed è raccolta attorno alla Federazione siriaca aramaica di Svezia. Come riferisce Arzu Alan, presidente di quest'ultima, la comunità svedese pubblica un giornale, 'Bahro Suryoyo', pamphlet e libri per bambini, come ' Il piccolo principe', e gestisce addirittura una tv satellitare, 'Soryoyosat', capace di arrivare in tutto il mondo e, quindi, anche in Terra santa. Nel Paese europeo esiste pure una squadra aramaica di calcio, la Syrianska Fc, della città di Sodertalje, che milita nella principale divisione. La formazione fu fondata nel 1977 proprio dalla comunità di migranti siriani aramei e turchi.

Musica: Madonna cabalista in Israele,sosia depista paparazzi

(ANSA) - TEL AVIV, 28 MAG - Madonna, appassionata cultrice del misticismo cabalistico, e' ormai di casa a Tel Aviv, dove si trova anche in questi giorni in vista del concerto che il 31 maggio inaugura il suo tour. E secondo le voci che si rincorrono sul web la star e' accompagnata da 'un amico', dai 4 figli e anche da una presunta sosia incaricata di depistare i paparazzi. Grazie a questo stratagemma pare che sia anche riuscita a celebrare la festa ebraica di Shavuot in un centro di divulgazione cabalistica.

Polpette di pane

INGREDIENTI (per 4 persone) 400 g di mollica di pane di grano duro 1 uovo Mezzo spicchio d'aglio Un rametto di prezzemolo 1/2 litro di latte 50 g di pecorino grattugiato Olio extra vergine di oliva Sale Pepe.Per il sugo1 kg di passata di pomodoro 1 spicchio d'aglio
Olio extra vergine di oliva Basilico Sale Pepe PROCEDIMENTO Metto ad imbiondire in un tegame con l’olio, l’aglio, quindi lo elimino, aggiungo la passata di pomodoro, il sale e delle foglie di basilico. Bagno nel latte la mollica di pane duro, aggiungo uovo, pecorino e prezzemolo tritato. Lavoro bene l’impasto, formo le polpette e le friggo nell’olio di oliva. Quando il sugo è cotto unisco le polpette di pane e le lascio insaporire. Impiatto, decorando con una foglia di basilico e del pecorino.http://www.realtimetv.it/


Pesce Persico alle Verdure

Ingredienti per 4 persone:1 cipolla,olio 1 spicchio d’aglio 2 zucchine 250 gr di pomodorini sale 400 gr di pesce persico pepe basilico qb vino bianco qb.Procedimento:Affettare la cipolla e rosolarla in padella con olio, zucchine tagliate a tocchetti, pomodorini interi, aglio, sale e qualche foglia di basilico.Coprire e lasciare cuocere per 5 minuti.Nel frattempo tagliare il pesce a filetti rimuovendo la parte centrale con le spine.Aggiungere il pesce in padella, salare, pepare, sfumare con il vino bianco e aggiungere qualche altra foglia di basilico.Cuocere altri 5 minuti coperto.http://imenudibenedetta.blogspot.com/

Israele: firmato accordo per voli liberi con UE

Israele ed Unione Europea hanno firmato un nei giorni scorsi un Memorandum d´Intesa relativo all´accordo ´Cieli Aperti´. L´accordo entrerà in vigore attraverso vari step fino all´estate del 2017, quando verranno definitivamente eliminate tutte le restrizioni al traffico aereo tra Israele ed Unione Europea, informa l´ICE.Il Commissario Europeo ai Trasporti, Siim Kallas, ha dichiarato che l´accordo raggiunto è molto importante per rafforzare le relazioni con Israele nel settore del turismo, del commercio e dell´economia. Il Ministro dei Trasporti Israeliano, Katz, ha sottolineato come l´accordo ´Cieli Aperti´ sia un grande successo per Israele che sarà in grado di integrare il Paese nello spazio aereo globale, creare nuovi posti di lavoro e rafforzare l´economia.Katz incontrerà le compagnie aeree Israeliane - El Al Israel Airlines Ltd., Arkia Airlines Ltd. e Israir Airlines and Tourism Ltd. - per ascoltare le loro osservazioni sull´accordo raggiunto. Il traffico passeggeri da e per l’Unione Europea conta per Israele il 60 per cento del traffico totale. Nel 2011 ha fatto registrare poco meno di sette milioni di passeggeri.http://www.portalino.it/

Medio Oriente, scoperto nuovo virus in Iran, Israele e Siria

Gli esperti di sicurezza hanno detto ieri che un virus informatico altamente sofisticato sta infettando i computer in Iran e in altri paesi del Medio Oriente e potrebbe essere stato distribuito almeno cinque anni da gruppi specializzati nello spionaggio informatico.I dati raccolti dagli esperti suggeriscono che il virus, soprannominato Flame (fiamma), potrebbe essere stato ideato per conto degli stessi mandanti che hanno commissionato il worm Stuxnet, che attaccò i computer del programma nucleare iraniano nel 2010 e che avrebbe danneggiato seriamente molte centrifughe utilizzate per l’arricchimento dell’uranio.I ricercatori del Kaspersky Lab, un’azienda russa specializzata i sicurezza informatica ed autrice della scoperta, hanno detto che devono ancora determinare se Flame ha una missione specifica come Stuxnet (che attaccava delle particolari centraline elettroniche SIEMENS), ma si sono rifiutati di dire chi secondo loro possa aver creato e messo in circolazione il nuovo virus.L’Iran in passato ha accusato gli Stati Uniti e Israele di essere i mandanti del worm Stuxnet.Gli ​​esperti di sicurezza informatica hanno detto che la scoperta dimostra pubblicamente ciò che essi sanno già da tempo: gli uffici di spionaggio e controspionaggio di vari Paesi utilizzano ormai i virus informatici come vere e proprie armi ormai da diversi anni.L’agenzia iraniana Iran National Computer Emergency Response Team ha detto che Flame potrebbe essere collegato a recenti attacchi informatici che – secondo i funzionari del paese – sono stati responsabili di massicce perdite di dati su alcuni sistemi informatici iraniani.Gli esperti del Kaspersky Lab, insieme a tecnici ungheresi di crittografia e di sicurezza, hanno passato settimane a studiare Flame e non hanno ancora trovato alcuna prova che può attaccare le infrastrutture, cancellare i dati o infliggere altri danni fisici.La ricerca di Kaspersky Lab mostra che il maggior numero di macchine infette si trovano in Iran, seguito da Israele e i territori palestinesi, poi arrivano Sudan e Siria.Il virus contiene circa un numero di righe di codice 20 volte superiore a Stuxnet, che ha causato la perdita di molte centrifughe presso l’impianto di arricchimento iraniano attaccato. Inoltre ha circa 100 volte più codice di un tipico virus progettato per rubare informazioni finanziarie, ha detto il ricercatore Roel Schouwenberg del Kaspersky Lab.http://gaianews.it/

l'arrivo di Gauck in Israele
Israele tra Grass e Gauck

Gauck arriva in Israele, con un bagaglio troppo pesante. La visita del presidente della Repubblica tedesca giunge in un momento critico dei rapporti tra tedeschi e israeliani. Rapporti che non sono mai stati normali, né possono esserlo. Criticare il governo di Tel Aviv potrebbe essere legittimo, ma è difficile per tutti, impossibile per i tedeschi. L’Olocausto non può essere rimosso.Seguii Willy Brandt nel 1973, la prima visita in assoluto di un Cancelliere tedesco in Israele. All’aeroporto lo accolsero con cartelli su cui era scritto: «Benvenuto Willy! Ma Brandt non è un tedesco». Non un tedesco come gli altri. Ed oggi, secondo un sondaggio, il 58 per cento dei tedeschi non condivide la politica di Tel Aviv. Un altro sondaggio di qualche anno fa, ma non troppo vecchio, rilevava che oltre il 60 per cento dei cittadini in Germania riteneva Israele una minaccia per la pace nel mondo. Per alcuni, questi giudizi esprimono un sentimento antisemita. Per altri non bisogna confondere la critica a un governo con il razzismo.E Gauck, dopo aver compiuto un’altra visita problematica in Olanda il mese scorso, dovrebbe far dimenticare la poesia di Günter Grass, versi in cui il Premio Nobel due mesi fa riteneva le bombe atomiche, forse 800, in mano agli israeliani più pericolose dell’unica bomba dell’Iran, sempre che Teheran abbia una bomba, o che l’avrà. Grass altro antisemita perché a 17 anni indossò la divisa delle SS?Dieter Graumann, presidente del Consiglio ebraico in Germania, si «augura maggior comprensione da parte dei tedeschi», ma una parte dell’opinione pubblica chiede a Gauck di non dimenticare i diritti dei palestinesi. E l’intellettuale tedesco e ebreo Michale Wiolffsohn ha scritto: «Israele è diventata una parte trascurabile nella politica estera di Berlino». Niente affatto facile per Gauck, anzi una visita quasi impossibile, a 67 anni dalla fine della guerra. «La lealtà non è in contraddizione con la critica», commenta lo scrittore israeliano David Grossmann.http://qn.quotidiano.net/


Grandi uomini del loro tempo

Nel 2006 mi invitarono, insieme a una delegazione del World Jewish Congress, al Senato francese per una cena di gala. Al termine della serata, già sul punto di lasciare la sala, mi fu indicato un vecchietto, Marek Edelman. Vedere in quell’uomo incanutito il simbolo della rivolta del ghetto di Varsavia mi fece uno strano effetto, che mi ha evidentemente portato a trasfigurarne i tratti somatici. Vedendo oggi l’immagine di Edelman, mi viene persino il dubbio che non fosse effettivamente lui, tanto il ricordo e l’impressione lo hanno trasformato. Può accadere con i miti. La storia è un’altra cosa, e se la si vuole conoscere occorre spogliarsi dei propri pregiudizi e della propria ottica. Per questo è importante «Il ghetto di Varsavia lotta», appena pubblicato da Giuntina per la cura di Wlodek Goldkorn. Il testo, scritto da Edelman subito dopo la guerra, è una cronaca della vita del ghetto e poi della rivolta resa da un giovane dirigente del Bund, il fortissimo partito socialista ebraico. Leggere la prosa del giovane Edelman, scoprire una visione del mondo così impregnata dell’ideologia e dell’appartenenza al partito, rende conto della distanza incolmabile che separa le generazioni.Nella sua importantissima introduzione, Goldkorn sottolinea giustamente questi aspetti evidenziando la problematica morale che scaturisce oggi di fronte ad alcune scelte del giovane militante: la decisione di salvare prima i membri di partito rispetto ad altri; la risoluzione a onorare la memoria del proprio dirigente anche quando non se ne condividono le scelte (di fronte al suicidio di Anielewicz, il capo dell’insurrezione, Edelman afferma: «L’importante è che ci sia una leggenda. La leggenda per esistere deve essere legata a un nome. Quel nome è Anielewicz»); la posizione critica di Edelman nei confronti dello stato d’Israele.Questo libriccino è composto da pagine straordinarie, e straordinariamente inattuali. Proprio questo lo rende storico, persino nella sua veste linguistica. Non dobbiamo onorare gli eroi estraendoli dalla storia. Dobbiamo onorarli per quello che erano. Grandi uomini del loro tempo.Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas - http://www.moked.it/


Parole chiare su Shlomo Sand

Liquida.it è un simpatico portale specializzato nel riportare notizie e commenti esclusivamente tratti dalla rete internet. Liquida.it riporta anche un gran numero di blog (definiti dalla redazione "di alta qualità"), dando così loro maggiore visibilità. Negli ultimi mesi i redattori hanno molto gentilmente riportato anche tutti i miei interventi su Moked-UCEI. Nella pagina a me dedicata nel sito (http://www.liquida.it/sergio-della-pergola/), oltre ai miei pezzi da diversi mesi appare anche un link dal titolo: Discussioni su Sergio Della Pergola - Sulla legittimità ideologica e storica di Israele, intervista con Shlomo Sand. Shlomo Sand è il professore dell'Università di Tel Aviv che ha scritto un libro molto controverso ma di notevole successo sulla presunta "invenzione" del popolo ebraico. Ora, io due anni fa fa ho pubblicato sulle colonne del mensile Pagine Ebraiche una recensione di tale libro. Ma essendo Liquida.it specializzato in materiali elettronici, di tale mia opinone sul libro di Sand non vi è traccia nel sito. Vista l'insistente associazione del nome di Sand al mio, ho pensato che fosse utile ripubblicare la mia recensione in rete offrendo a Liquida.it l'opportunità di riprenderlo, così che il colloquio virtuale fra me e Sand potrà avere due interlocutori e non uno solo. Ed ecco il testo originale da Pagine Ebraiche, 2010, 2:

Albert Einstein amava farsi fotografare mentre pedalava in bicicletta nei vialetti di Princeton, ma non è per rinforzare la propria équipe ciclistica che il prestigioso Institute for Advanced Studies aveva offerto la nomina al professore. Ora Shlomo Sand ha scritto un testo di macro-storia e macro-sociologia del popolo ebraico, ma sono i suoi lavori sul cinema e la letteratura francese contemporanea che gli hanno dato la professura all'Università di Tel Aviv. Il libro di Sand Dove e quando è stato inventato il popolo ebraico? apparso in ebraico presso una piccola casa editrice specializzata in saggistica controcorrente, ha avuto un buon successo di vendite in Israele. L'autore dimostra molte letture e familiarità con il metodo della scrittura scientifica. Tradotto prima in francese e ora in inglese, il libro sta andando altrettanto bene, ha raccolto numerosi elogi ed è valso a Sand il premio Aujourd'hui, oltre a una cascata di recensioni disastrose. In breve, la tesi del libro è che non esiste un popolo ebraico sul piano antropologico, storico o culturale. Pertanto la pretesa degli ebrei di accedere a una propria sovranità politica come qualsiasi altra nazione è infondata e lo stato di Israele non ha ragione di essere – per lo meno non in quanto stato nazionale ebraico. In modo trasparente – e a sgravio dell'autore, anche in parte dichiarato – la procedura seguita per dimostrare questa tesi è quella ben nota nella storia delle idee e in particolare nell'analisi del pensiero politico dell'ingegneria alla rovescia: si parte dal prodotto finale, si vede com'è possibile smontarlo, e poi lo si rimonta in modo tale da farlo apparire assurdo. Alla fine, e dunque all'inizio, del discorso di Sand vi è in effetto una serrata critica dell'attuale situazione esistenziale della società israeliana e del progetto ideale che la sorregge. Sand non ama Israele come stato nazionale degli ebrei e preferirebbe un ipotetico neutrale stato dei cittadini senza distinzione fra ebrei e palestinesi, e se la cose finisse qui non ci sarebbe molto da aggiungere. La critica politica è non solo legittima ma assolutamente necessaria in una polis vigorosamente dialettica com'è quella di Israele, e ciò vale certamente anche all'interno di una ben più longeva tradizione ebraica di dibattito e di dissenso ideologico e culturale. Il problema comincia quanto intorno al punto focale del dissenso politico l'autore si sforza di disegnare dei cerchi concentrici argomentativi di natura per cosí dire scientifica, per poi sostenere di avere con successo scagliato una freccia al centro del bersaglio.La strategia generale del discorso de-construttivista sulle identità nazionali e religiose è tutt'altro che nuova. Negli anni '80 fece colpo il libretto dei demografi Le Bras e Todd sull'Invenzione della Francia, subito ripreso dallo storico Pierre Chaunu. Benedict Anderson, un esperto di storia e cultura dell'Asia sud-orientale, aveva scritto uno stimolante e influente saggio sulle Comunità immaginate. In realtà il concetto di nazione monolitica è sempre meno plausibile non solo a causa della globalizzazione ma anche per via della tangibile sopravvivenza nella lunga durata di stratificazioni culturali ampiamente antecedenti la formazione delle identità nazionali dalle quali, in teoria, avrebbero dovuto essere sommerse. D'altra parte, molti dei miti costitutivi delle identità nazionali poggiano su basi evidenziarie a dir poco labili, se non inesistenti. Su questa falsariga sono state scritte molte pagine anche sull'identità dell'Italia (e degli italiani?) – da Bonvesin de la Riva fino ai riti celtici della Padania.Fin qui, dunque, l'operazione semantica di Sand segue linee critiche oramai super acquisite e applicabili a tutte le identità nazionali. Anche l'identità ebraica si avvale talvolta di concetti e di credenze che non è sempre possibile dimostrare sulla base dell'evidenza documentaria, anche se gioca a suo vantaggio la propensione alla parola scritta e dunque una traccia concreta di gran lunga superiore a quella della maggior parte delle altre civiltà. E comunque rimane il fatto che le identità che si formano su queste fondamenta comuni, esatte o immaginate che siano, non sono per questo meno rilevanti e tenaci e dunque costituiscono un fondamento durevole dei comportamenti collettivi. Emblematica in questo senso è l'identità dei Palestinesi che al di là della memoria degli oltre sessant'anni di conflitto con Israele e al di là di ció che essa stessa ha mutuato da Israele, ha ben poca sostanza culturale ma rappresenta pur sempre una realtà concreta con cui è inevitabile misurarsi.Ma Shlomo Sand vuol strafare e come prova della supposta fallacia dei miti della storia ebraica non trova di meglio che appoggiarsi ad altre mitologie non meno problematiche. Ecco dunque rispuntare il bidone della commistione fra ebrei e Kazari, reso popolare negli anni '70 da Arthur Koestler e sostenuto da alcuni linguisti come Paul Wexler ma smentito clamorosamente dagli ultimi studi di genetica delle popolazioni. È come se un fisico riscoprisse l'ipotesi che l'unità minima della materia è la molecola, mentre gli esperti all'acceleratore di Ginevra si interrogano su che cosa ci sia dopo i quanti. Gli studi di Michael Hammer, Karl Skorecki, BatSheva Bonné, Ariella Oppenhein e altri sulla biochimica applicata alla vita umana hanno per sempre cestinato l'ipotesi post-modernista e post-sionista, confermando invece le nozioni convenzionalmente note della storia del popolo ebraico.È dunque ora dimostrato che la grande maggioranza degli ebrei (sefarditi e ashkenaziti) e delle popolazioni arabe mediorientali hanno origini comuni che vanno indietro nel tempo per quattro millenni. In epoca antica il nucleo ebraico ha esercitato un visibile potere di attrazione su altri ma poi è rimasto a lungo sostanzialmente segregato dalle civiltà circostanti. Il fatto che gli ebrei di oggi siano in gran parte i discendenti di pochi progenitori comuni, uomini e donne, e non il prodotto di frequenti scambi con altre società è confermato dall'incidenza elevata di portatori di specifiche patologie ereditarie. Le differenze interne, in questo caso, riflettono la prolungata segregazione delle diverse comunità ebraiche le une dalle altre.Finito fuori strada sul tema della continuità delle generazioni, Sand appare ancora più sprovveduto sul tema della continuità culturale. Qui l'evidenza canonica e perfino alternativa è talmente schiacciante che sarebbe bastato aprire un sommario lemma di enciclopedia per documentarsi meglio sulla natura della multi-millenaria produzione culturale ebraica. Ma l'ipotesi dell'invenzione è più forte degli infiniti testi di natura normativa, commentari, scambi di informazione e memorialistica, letteratura di fantasia e poesia, transazioni commerciali e atti giuridici, storiografia, e nella fattispecie soprattutto degli endemici germogli di discorso politico ebraico dell'ultimo millennio, finalmente concretizzati nel secolo dei risorgimenti nazionali.Le spettacolari trasformazioni sociali e demografiche degli ebrei come le grandi migrazioni internazionali, fra queste l'aliyah verso Israele, o la mobilità sociale e urbana non sono avvenute per caso o in seguito a delle ciniche manipolazioni di masse acefale da parte di sconsiderati capipopolo, ma per via di complesse e a volte intollerabili condizioni esistenziali percepite in larga sintonia da persone ubicate in varie parti del mondo e in cerca di liberazione come individui e come comunità. È dunque all'ebreo sia come produttore di cultura sia come soggetto sociale che Sand nega il diritto all'autodeterminazione.Di fronte all'impegnato ma assolutamente improbabile e stellarmente incompetente Sand, assieme alle stroncature degli esperti, sono spuntati anche molti giudizi favorevoli. Notevole quello in stile caporalesco di Toni Judt sul Time Literary Magazine che già distribuisce istruzioni agli ebrei europei su come distaccarsi da Israele. Gli ebrei europei sapranno certo gestire con giudizio i loro sentimenti d'identità ebraica senza avere bisogno di Sand. Forse ancora più che per il suo contenuto disinformativo (per gli ignari e gli sprovveduti), il libro costituisce una cartina di tornasole circa lo stato del discorso politico odierno su Israele. La verità è che il libro di Sand non vende copie e vince premi perché è tanto bello: ci sarà sempre un lettore e un premio in attesa per un libro come quello di Sand.Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme,http://www.moked.it/


The Jerusalem Institute for Israel Studies

http://jiis.org/?cmd=statistic.465

da Barbara




Un nuovo modo per far sparire Israele

http://elderofziyon.blogspot.it/2012/05/wall-map-excludes-israel.html

da Barbara

Piuttosto che dire “Israele” mi faccio mancare la voce…

E’ quello che è successo, il 25 maggio, a David Pujadas, di France2. Ha avuto l’ingrato compito di presentare il successo di un gruppo di ricercatori israeliani che dalle cellule della pelle umana sperano di ottenere tessuti che possano riparare le lesioni cardiache.Un’équipe dell’Istituto di technologia Technion di Israele e del Centro medico Rambam di Haifa è riuscita a trasformare le cellule della pelle in cellule muscolari cardiache. Le cellule sono prelevate dal paziente stesso, riducendo cosi’ il rischio di rigetto. Un grande lavoro che potrebbe ridare la speranza di vita a milioni di persone. Eppure David Pujadas, ce l’ha fatta appena a pronunciare “un’équipe di ricercatori” ma a dire che sono israeliani, proprio non ce l’ha fatta. La voce gli è improvvisamente mancata…. http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/

martedì 29 maggio 2012

Cagliari
"Antisemitismo" è il verdetto finale

“Un insulto resta tale anche se inserito in un bel ragionamento; il senso complessivo dell’elaborazione culturale non può redimere passaggi argomentativi in sé non ammissibili sul piano della liceità giuridica”. Con questa motivazione la Corte di Cassazione di Cagliari ha confermato la condanna per antisemitismo di Pietro Melis, docente di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari.La condanna arriva a otto dalla pubblicazione negli Annali dell’Università di Cagliari, di un articolo in cui Melis invocava “le camere a gas naziste per i maledetti ebrei”, ”colpevoli”, scriveva, di praticare la macellazione rituale.Una “tesi” sostenuta dal Melis in nome della causa animalista e che i giudici della Cassazione hanno definito priva di qualsiasi dignità scientifica.Il testo in questione fu inviato, oltre che a 140 biblioteche italiane e straniere, anche al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, accompagnato da una lettera in cui Melis scriveva: “Maledetti ebrei credenti…Per voi dovrebbero essere usate ancora le camere a gas…Non dovrebbe essere un reato giustiziare un ebreo credente”. Fu anche il contenuto di questa lettera che fece scattare la denuncia e poi il processo in cui la Comunità di Roma e le comunità ebraiche italiane si costituirono parte civile. Ed è ancora ad esso che i giudici della Cassazione hanno fatto riferimento per confermare l’accusa di antisemitismo nei confronti del Melis.Melis tentò di difendersi dalla accuse sostenendo di aver manifestato semmai “avversione o antipatia” verso gli ebrei, ma non “odio”, tantomeno “incitamento in tal senso”. A nulla è servito anche il ricorso alla “libertà di pensiero”, respinto dalla Cassazione in quanto essa non può essere invocata né servire da giustificazione quando finisce con il travolgere il “rispetto di valori più alti, pure costituzionalizzati, quali la dignità umana”.Melis dovrà pagare una multa di 4.000 euro e provvedere al risarcimento per danni morali della Comunità di Roma e di tutte tutte le comunità ebraiche italiane.La corte di cassazione ha respinto anche l’appello alla libertà di pensiero invocata da Melis, spiegando che essa non può essere invocata né servire da giustificazione quando finisce con il travolgere il “rispetto di valori più alti, pure costituzionalizzati, quali la dignità umana”.http://www.mosaico-cem.it/

Tzahal è fan di Trotzky?

Trotzky conquista Israele? L’esercito israeliano sposa la rivoluzione? C’era da chiederselo, il 1° maggio, quando centinaia di israeliani si sono affollati in un locale di Tel Aviv dove, su iniziativa della radio militare israeliana, è stata organizzata una serata in onore del filosofo e rivoluzionario russo, Leon Trotzky.Mentre gli altoparlanti emettavano musica blues alternata con inni rivoluzionari russi e le cameriere riempivano boccali di birra, sugli schermi sono passate immagini di archivio del teorico dalla Rivoluzione Permanente: dalla ascesa politica nella Russia dell’inizio del secolo scorso fino all’esilio in Messico e alla morte per mano di un sicario stalinista, nel 1940.Composta da giornalisti professionisti e da soldati di leva, la radio militare israeliana dipende dal Ministero della difesa, ma spesso si consente espressioni di irriverente anti-conformismo. Ieri, all’ingresso del locale, si sono visti così militari in divisa che esponevano spille rosse di sapore rivoluzionario, davanti alle locandine con il volto di Trotzky stampate per l’occasione dalla rivista delle forze armate israeliane, Ba-Mahanè.Per due ore – trasmesse in diretta in tutto il Paese – professori universitari, cantanti folk e attori si sono avvicendati per rievocare la figura del rivoluzionario, nato in una famiglia della borghesia ebraica con il nome di Aryeh Ben-David Bronstein.Passo dopo passo è stato ricostruito il suo mito: dalla massacrante fuga da un campo di detenzione in Siberia (1907) fino all’assunzione del comando dell’Armata Rossa. E poi ancora, dopo l’esilio, la sua strenua denuncia ideologica dello stalinismo. Si è così appreso che, mentre si trovava in Messico, Trotzky incontrò l’esponente laburista Bebe Edelson che gli suggerì, invano, di trasferirsi a Tel Aviv, allora sotto Mandato britannico.In realtà in Israele, il trotzkismo non è mai approdato: fatta eccezione per l’inizio degli anni Settanta, quando sulla scia delle rivolte studentesche in Europa si organizzò il piccolo gruppo rivoluzionario, Mazpen, che tuttavia risulta essersi definitivamente sciolto. Improbabile dunque che la serata, organizzata dall’estroso, geniale giornalista-divulgatore Eran Sabag avrà un impatto diretto sulla vita politica in Israele. Il comandante della radio militare, il giornalista politico Yaron Dekel, ha detto che nessuno ha avanzato la minima obiezione per la serata su Trotzky. Poi, citando Platone, ha aggiunto: “c’è un’unica cosa negativa: ed è l’ignoranza! E c’è un’unica cosa positiva: la conoscenza!”. La sua emittente organizzerà dunque altre serate analoghe in futuro, ha assicurato, mentre la radio chiudeva l’evento sulle note di “Bandiera Rossa” e “Bella Ciao”.http://www.mosaico-cem.it/

Cheesecake! (anche dopo Shavuot...)

Dalle sue origini ad oggi, pochi resistono a questa torta, perfetta per festeggiare Shavuot ma anche per deliziare le prime giornate estive.Già nell’antica Grecia, si preparavano delle torte con il formaggio fresco e il miele, nell’Italia medievale si confezionavano torte al formaggio con uova, zucchero, burro e zenzero, mentre le comunità ebraica in Francia e in Germania gustavano il fluden, una crostata a base di formaggio. Successivamente, il cheesecake è diventato uno dei dolci preferiti dagli ebrei ashkenazi, che hanno pure coniato l’espressione in yiddish: “Mit shney ken men nit makhn gomolkes” ovvero, “Dalla neve non puoi fare il cheesecake”.Sono stati gli immigrati ebrei dalla Germania e dall’Europa Centrale a portare il loro Kaesekuchen (in tedesco) negli Stati Uniti e, verso gli anni 30 del Novecento, ad utilizzare il nuovo prodotto, il “cream cheese” e la panna acida, consacrando definitivamente il “New York Cheesecake”.In origine, il cheesecake aveva una base di pasta, tipo crostata, ma questo è stato sostituito da una base di fette biscottate o di biscotti.Uno dei “pionieri” del cheesecake che contribuì alla sua diffusione come dolce emblematico della Grande Mela, fu un certo Arnold Reuben (1883-1970), il proprietario di diversi ristoranti di successo a Manhattan. Avrebbe assaggiato un “cheese pie” ad una cena in società nel 1929 e chiese la ricetta alla padrone di casa. Avrebbe sostituito il cottage cheese (il formaggio in “fiocchi”) con il cream cheese, conquistando i palati raffinati dei clienti di un suo ristorante, il Turf, su Broadway.Se Reuben ha creato il New York cheesecake, è stato un “delicatessen” a diffonderlo: sempre a Broadway, il negozio di Leo “Lindy” Lindemann e di sua moglie Clara, vendeva i piatti tipici della cucina ashkenazi, quali blintz, gefilte fish e, soprattutto, il cheesecake. Secondo le voci dell’epoca, Lindy “rubò” il pasticciere a Reuben per avere il monopolio di questo dolce irresistibile.E’ stato poi grazie ad un altro imprenditore-pasticciere ebraico, Charles W. Lubin di Chicago che, nel 1954, avendo scoperto il processo per congelare il suo cheesecake, precedentemente commercializzato solo localmente, tutti gli Stati Uniti hanno potuto conoscere questo ormai mitico dolce.Oggi, ci sono mille varianti per il cheesecake, ma – e siete avvertiti! – nessuno… è “light”!

INGREDIENTI . Per la base:200 g biscotti tipo “Digestive”100 g burro.Per la torta:125 g ricotta,250 g mascarpone,la scorza grattugiata di un limone,estratto di vaniglia,3 uova,2 cucchiai di zucchero,fragoline, fragole o lamponi per la decorazione.Esecuzione:Cominciate con la base: riducete i biscotti in briciole (al mixer oppure in uno strofinaccio pulito e passando sopra il mattarello). Fate sciogliere il burro a fiamma bassa quindi mescolare con i biscotti. Sistemate questo miscuglio in uno stampo a cerniera, livellandolo e compattandolo con il dorso di un cucchiaio di legno.Riponete lo stampo in frigo durante la preparazione della torta.Versate i formaggi in una ciotola, aggiungete i tuorli, lo zucchero, l’estratto di vaniglia, la scorza di limone e mescolare bene.Montate gli albumi a neve ferma (nonostante il detto yiddish!!) ed incorporate nel miscuglio di formaggio.Versate il composto sulla base dei biscotti ed infornate a 160°/170° per 45 minuti. Lasciatelo raffreddare e poi riponetelo al frigo prima di servire – potrà solo migliorare.Potete decorare il vostro cheesecake con una spruzzatina di zucchero a velo e piccoli frutti come fragoline, fragole tagliate a spicchi o lamponi o anche kiwi per un bel tocco verde.http://www.mosaico-cem.it/

lunedì 28 maggio 2012

Arno Lustiger (7 maggio 1924 – 15 maggio 2012)

Arno era il diminutivo di Arnold: Lustiger è stato il cognome, molto conosciuto, dell’arcivescovo di Parigi - Jean-Marie Lustiger, morto nel 2007 – che non ha mai smesso di considerarsi ebreo anche dopo la conversione al cattolicesimo: a 14 anni, nascosto in Francia, e con la propria famiglia, di origine polacca, quasi interamente sterminata nel campo di Auschwitz. Arno Lustiger era suo cugino, ancora nato in Polonia, ma di cultura tedesca, e che non ha mai smesso di ritornare su quella scelta: è stato un bravissimo giornalista e storico di Francoforte, dove è morto, e dove ha contribuito a ricreare la comunità ebraica, già annientata dalla persecuzione nazista.Aveva 88 anni, è stato un “salvato” nella Shoah, dopo essere stato deportato ad Auschwitz e in altri campi, ed essere sopravvissuto a diverse “marce della morte”. Tornando in Germania, nel dopo-catastrofe, restandoci attivamente, cioè nella ricostruzione di uno dei più antichi nuclei ebraici d’Europa, ha dato due mani,prima di tutto ai suoi concittadini tedeschi, a elaborare il crimine, il lutto, e le diverse responsabilità in 12 anni di nazismo: non bastavano la memoria e i fatti, o il senso di colpa (che può produrre amnesie più o meno coscienti), occorreva una nuova vitatedesco-ebraica. O ebraico-tedesca, a seconda delle singole angolazioni.Francoforte è per molti versi la Germania di costante primo livello: la sua ricchezza, la sua cultura, la sua posizione (una specie di stomaco spostato un po’ a Ovest nel corpo del Paese), la città dove è nato Goethe, e dei filosofi-sociologi neo-marxisti della Scuola di Francoforte (prevalentemente di origine ebraica), e da dove sono venuti i Rothschild di Parigi, di Londra, e di Vienna.Arno Lustiger è stato uno degli «studiosi di riferimento sulla storia ebraica del XX secolo» (come ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung) pensando, agendo, e scrivendo come un cittadino tedesco che si dava da fare, insieme ad altri, a compiere un miracolo laico. Cioè al fatto che la Germania avesse diritto di riavere delle comunità ebraiche, e che questo fosse anche un esito naturale (e non ambiguamente riparatorio) della Shoah.Un punto centrale di un tema infinitamente complesso (l’essenza della “cittadinanza” ebraica nella Storia, e dopo la nascita dello Stato d’Israele), su cui l’ex presidente israeliano Ezer Weizman era scivolato, con una brutta gaffe, nel 1996, in visita ufficiale in Germania: dichiarando di «non capire come degli ebrei potessero ancora desiderare di vivere in territorio tedesco». Detto pubblicamente, di fronte ai rappresentanti delle comunità ebraiche che lo accoglievano.I libri di Arno Lustiger, e le prospettive della sua ricerca hanno toccato, dall’angolazione ebraica, il XX secolo più tragico: dal “Libro rosso: Stalin e gli ebrei. La tragica storia del comitato di liberazione ebraico e degli ebrei sovietici”, a “Shalom Libertad! Gli ebrei nella guerra civile spagnola”, a numerosi scritti sulla condizione ebraica in Germania, durante gli anni del nazismo. Storia d’Europa, e di cittadini europei: privati dei loro diritti, e combattenti o perseguitati, e annientati in massa nei loro Paesi, o in altri, d’Europa. http://www.linkiesta.it/