sabato 28 aprile 2012


Confesso che l’articolo di Ivano Marescotti pubblicato da Il Fatto Quotidiano mi era sfuggito o, più probabilmente, era finito nel calderone delle decine di articoli pressappochisti su Israele che vengono scritti volta per volta da chi vuole la ribalta mediatica. Generalmente non mi piace criticare articoli scritti da altri ma per questo voglio fare una eccezione.Il perché è presto detto: è un articolo intelligente, pressappochista ma intelligente in quanto è decisamente subdolo e proprio per questo degno di nota. Di primo acchito non si può dire che sia un articolo antisemita ma lo è, con intelligenza, con furbizia, persino con cose ovvie e piuttosto farlocche, ma è decisamente antisemita e spiego subito perché.L’articolo di Marescotti fa parte di quella famiglia di scritti che punta dritto a delegittimare Israele, a negare o a mettere in dubbio la sua democrazia insinuando nel lettore l’idea che in realtà si sia di fronte a uno Stato teocratico, nato senza averne il Diritto e portando via la terra ad altri (Marescotti dice testualmente: creare uno Stato in pochi mesi (con una direttiva ONU, dopo la guerra) in territorio altrui, assumendo la caratteristica di una classica occupazione coloniale, probabilmente è stato un errore fatale). Questa forse è la delegittimazione più importante e subdola. Secondo il Marescotti la nascita di Israele sarebbe stata quindi un “errore fatale”. Lasciamo perdere il contorto discorso sul fatto che un popolo millenario non abbia il Diritto di tornare alla sua terra di origine (l’esempio con i neri d’America è davvero il massimo del contorsionismo), il messaggio che si vuol mandare è devastante e decisamente antisemita.Ma il massimo Marescotti lo raggiunge quando afferma: “molti Stati del Medio Oriente, Iran e Siria soprattutto, hanno caratteristiche profondamente antidemocratiche e mentalità medievali, sono pericolosi, razzisti e tirannici. E fin dalla sua nascita Israele, lì in mezzo, costituisce un magnifico pretesto per la loro odiosa politica oppressiva. Ma Israele non fa nulla per evitare le tensioni”. Insomma, Israele ormai c’è (anche se per un errore fatale) ed è in mezzo a paesi razzisti, tiranni e pericolosi che ne bramano l’annientamento, però non fa niente per evitare le tensioni con questi paesi. Per esempio potrebbe permettere ai suoi nemici di infiltrarsi in Israele e compiere attentati. La costruzione del muro di protezione, secondo questa contorta teoria, sarebbe quindi un atto antidemocratico in quanto ha impedito ai terroristi di farsi esplodere negli autobus israeliani e questo, naturalmente, alza la tensione. Il fatto che Israele sia preoccupato per il nucleare iraniano (viste le intenzioni di Teheran) innalza le tensioni. Insomma, Israele per non innalzare le tensioni nell’area dovrebbe permettere ai suoi nemici di fare ciò che vogliono.Che dire poi di quando il Marescotti afferma con sicurezza che Israele tiene i suoi cittadini arabi “in subalternità politica, economica e sociale”, dimostrando non solo di non conoscere affatto la realtà israeliana ma di inventarsi si sana pianta affermazioni ridicole e mendaci al solo fine di squalificare e delegittimare lo Stato di Israele e con esso i suoi cittadini.Vede sig. Marescotti, in Israele tutti possono criticare il Governo e lo fanno. Ci sono Ong pagate profumatamente con soldi pubblici che lavorano esclusivamente contro il Governo israeliano, di qualsiasi colore esso sia. Ci sono manifestazioni e persino scioperi. Il tutto nella massima libertà. I blogger che contestano il Governo non vengono arrestati a differenza di quello che avviene i Cisgiordania o a Gaza. Chi contesta il Governo non viene ammazzato come è avvenuto a un noto “attivista” italiano da anni residente a Gaza e strangolato perché si era permesso di contestare Hamas (lo ha fatto una sola volta e gli è stata fatale). Anche all’estero tutti possono contestare le decisioni israeliane, ma cercare di delegittimare lo Stato di Israele come fa lei, a partire dalla sua creazione che lei giudica un “errore fatale”, è il peggiore degli antisemitismi perché nascosto dietro a ragionamenti che potrebbero anche avere un senso se non fosse che sono pretestuosi e unicamente volti alla pura e semplice delegittimazione. Ecco perché io ritengo che il suo sia un discorso antisemita, perché punta a delegittimare un popolo, quello ebraico, facendo però credere (o cercando di farlo agli allocchi che non mancano mai) che le sue sono contestazioni nel merito. E no, questo si che è “ipocrita e vigliacco” e pure in malafede. Mi chiedo, ormai invano da tanto tempo, come mai illuminati personaggi come lei o altri (mi vengono in mente i Lerner, i Vauro ecc. ecc.) non spendono mai una sola parola per criticare Hamas o i regimi sanguinari che circondano Israele. Perché per una volta non si parla dei curdi massacrati dai turchi, dei siriani o dei ragazzi del Movimento Verde iraniano. Certo, i vari Assad, Erdogan o Ahmadinejad massacrano migliaia di persone ma non sono “aggressivi” e certamente non contribuiscono ad innalzare la tensione in Medio Oriente al contrario di quel “errore fatale” di Israele. Vede quanta ipocrisia c’è in lei e in tutte le persone come lei?Nel mondo non esistono democrazie perfette e Israele non fa eccezione. Non esistono governi perfetti che indovinano ogni decisione e Israele non fa eccezione. Ma in Israele criticare il Governo e cercare di migliorare le cose è possibile a differenza di tutto il resto del Medio Oriente e di molte altre parti del mondo. A persone come Marescotti non interessa criticare Israele o il suo Governo, a loro interessa unicamente delegittimare e insinuare dubbi sulla legittimità di un popolo intero. Questo, cari amici, è antisemitismo senza se e senza ma. Sarà più intelligente, forse più forbito, ma è antisemitismo allo stato puro.Franco Londei, http://www.secondoprotocollo.org/

 Baharier: «Da celibato a jeep: il Qabbalessico è un pane per tutti»

La polemica «La vera Qabbalah è "ricezione", non quella paccottiglia esoterica con cui si gingillano i divi» 
U n vero qabbalista negherà di esserlo. La qabbalah è ricezione, è modalità ermeneutica. Non ha nulla della paccottiglia esoterica con la quale si gingillano divi e popstar». Haim Baharier è secco, non nasconde il disgusto per il disvalore - causato dalla società dello spettacolo - di un caposaldo della tradizione ebraica. Baharier, nato a Parigi nel 1947 da genitori polacchi reduci dai campi di sterminio, milanese da molti anni, psicoanalista, matematico, ermeneuta, conferenziere (le sue lezioni in teatro fanno sempre il pieno), sarà a Ferrara la sera di lunedì 30 per parlare dell' ultimo suo prezioso testo: «Qabbalessico», uscito da Giuntina. «Ero sul punto di chiamarlo Polenta e qabbalà: per dare fin dal titolo l' idea del libro. Tutto è meno che un trattato di qabbalismo. Sono parole, viste alla luce della tradizione ebraica. Parole comuni. Nuvola, Alcol, Celibato, Faglia, Arco, Corazza... Anche Gossip e Jeep. A ben pensarci, manca quella per me più importante: Claudicanza». E la spiega, anticipando che ne parlerà anche in televisione, ospite a metà maggio di Fazio e Saviano. «Agli inizi furono creati due Grandi Luminari. Uno dei due disse al Creatore: "Siamo due sovrani con la stessa corona, non può funzionare". "Hai ragione", rispose il Creatore, "rimpicciolisci". E quel luminare diventò la Luna, l' altro restò il Sole. Ma attenzione: diventare più piccoli non implica una diminuzione, la Claudicanza è compagna dell' uomo, deve essere una risorsa». Claudicante nell' essenza, perché vero, era un personaggio straordinario di cui Baharier parla con ammirazione. «Monsieur Chouchani, un barbone antipatico che comparve a Parigi negli anni 50. Dormiva e mangiava anche a casa nostra, come in quelle di molti altri ebrei. Parlava 130 lingue, un poliglotta alla Emile Benveniste. Avrebbe potuto sostituire docenti all' università in qualsiasi materia. Il filosofo Lévinas diceva: "Tutto quello che io so, lo sa anche Chouchani. Quel che sa lui io non lo so". Poteva parlare di Bagdad o di Mosca come se in quelle città avesse sempre vissuto. Da dove venisse, nessuno mai lo seppe. Chouchani, lo "schnorrer", il mendicante e scroccone della modernità, a un certo punto sparì nel nulla da cui era spuntato. Che cosa era venuto a fare a Parigi, con la sapiente claudicanza, la ruvida antipatia? Mendicava accoglienza, regalava stupore, profondità. Era venuto a consolare e aiutare il popolo di Israele, distrutto per i quattro quinti. Meriterebbe un libro, la storia di Chouchani. Non è stata un abbaglio, ma pura realtà». Come la qabbalà: cosa c' è di più reale del pensiero nutrito da secoli di interpretazioni, rimandi, glosse? Forse soltanto la vita stessa.  Bozzo Antonio, http://archiviostorico.corriere.it/


In Israele la giornata della memoria delle vittime della Shoah cade il ventisettesimo giorno del mese di Nissan (quest’anno il 19 aprile) ed è una ricorrenza che viene vissuta con il dolore tipico che si riserva ad un passato che non passa e con il timore che la storia possa ripetersi. Quest’ultimo sentimento da diverso tempo tende a prevalere. Come se non bastassero i timori per un’Iran nucleare, si è aggiunta infatti la notizia che l’American Nazi Party (ANP) ha registrato il suo primo lobbista al Congresso di Washington.A presentare a Capitol Hill il documento ufficiale necessario per la registrazione è stato , 55 anni. “E’ la prima volta che il nostro partito intraprende la strada del lobbismo e non sappiamo se funzionerà” ha dichiarato ai giornalisti. Il suo intento è quello di promuovere una discussione su temi come l’immigrazione, l’accesso al voto, la disoccupazione e l’economia.Bowles non è nuovo a gesti eclatanti. Nel 2008 si presentò alle elezioni presidenziali come il “Candidato dei bianchi” per il National Socialist Order of America (NSOA), un altro gruppo neonazista. Sul suo sito “Bowles for president” si poteva leggere di come la minaccia più grande per gli Stati Uniti fosse rappresentata dagli immigrati illegali non WASP (White Anglo-Saxon Protestant) provenienti da Paesi distanti dai “valori europei dei padri fondatori”.Sia il partito repubblicano che quello democratico sono visti come organizzazioni asservite agli “interessi sionisti”. La piattaforma politica del NSOA prevedeva la cancellazione di aiuti economici e militari a Israele, l’abbassamento dell’età pensionabile a 55 anni e una copertura sanitaria per il 100% della popolazione “by whites for whites”. Se fosse stato eletto il suo primo ordine sarebbe stato il rimpatrio di tutti gli stranieri nelle loro terre d’origine.Questa volta Bowles ha alzato di gran lunga la posta: non punta più ad essere (almeno per adesso) un “terzo” e sconosciuto candidato dalle chance prossime allo zero, bensì mira a fare pubblicità al suo movimento nella città sulla collina. La sua è una sfida al primo emendamento della Costituzione americana che sancisce la libertà di espressione. Come ha dichiarato al The Hill, “i congressisti non fanno che dire agli americani di essere aperti ai punti di vista altrui. Voglio vedere se sono sinceri”.A chi gli ha domandato il perché del suo passaggio dal National Socialist Order of America all’ANP ha spiegato che dietro la sua scelta c’è la necessità di affiliarsi ad un gruppo dal nome più “riconoscibile”. Ciò anticipa un’importante svolta nel pensiero di Bowles e forse dell’intera comunità neonazista made in USA. I compromessi sull’identità del partito non verranno più accettati. “Gli elettori vedranno la svastica sulla scheda elettorale” ha affermato Bowles senza esitazioni.Per i sostenitori delle idee nazionalsocialiste l’ANP è un punto di riferimento imprescindibile: e’ stato fondato nel 1959 da ad Arlington in Virginia con il nome di World Union of Free Enterprise National Socialists (WUFENS). Meno di un anno dopo il suo leader ha deciso di cambiarne il nome con quello attuale puntando ad ottenere il massimo impatto sui media e sui cittadini.Una vita contro, quella di Rockwell. Contro gli ebrei, considerati traditori “al novanta per cento” e per questo “meritevoli di condanna a morte”. Contro la comunità nera e in particolare , visto come la quinta colonna in America della comunità “ebraico-comunista”. Contro gli immigrati clandestini accusati di rubare lavoro ai cittadini americani.L’insoddisfacente collaborazione con il movimento del Ku Klux Klan e della Nation of Islam non scalfiscono la determinazione di Rockwell nel propagandare il suo messaggio di odio e discriminazione. In una celebre intervista del 1966 nega lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e conia, in opposizione a quello delle Pantere Nere, lo slogan del White Power.Il suo assassinio nell’agosto del 1967 all’uscita di una lavanderia rallenta per diversi decenni la crescita dell’ANP ma non uccide il sogno folle degli ariani d’America. Oggi la sfida dell’American Nazi Party è quella di traghettare il partito “fuori dalla fase uno e condurlo nel XXI secolo”.Nel frattempo anche la strategia politica è cambiata. Niente più appuntamenti ad alto profilo, lo strumento preferito da Rockwell famoso per le sue marce a New York o lungo il Mall di Washington e per le provocazioni. Fece molto discutere Il suo tour a bordo di un pulmino della Volkswagen ribattezzato Hate Bus, la risposta neonazista alla campagna dei Freedom Riders contro la segregazione razziale negli Stati del sud.La lotta nel 2012 è affidata, secondo l’attuale segretario dell’ANP Rocky Suhayda – il quale usa un linguaggio simile a quello che può ritrovarsi nei manuali moderni di jihad – a “piccole cellule e all’attivismo individuale”. Una sorta di partito liquido che, in un momento di grave crisi economica, tenta di fare presa sulla classe operaia, ovviamente ed esclusivamente bianca, aizzandola contro lo straniero ebreo, latino o asiatico che sia.Ancora più importante dell’ANP è il National Socialist Movement (NSM), nato nel 1974 da una costola del partito di Rockwell. Sino al 2008 annoverava tra i suoi membri anche il neolobbista John Bowles. L’ostilità dimostrata dalla guida Jeff Schoep nei confronti della candidatura presidenziale di Bowles, oltre a incompatibilità caratteriali, portò quest’ultimo e i suoi più fedeli accoliti a trasmigrare, come abbiamo visto, prima nel NSOA e poi nell’ANP.Il NSM con circa 400 membri affiliati e una presenza in 32 Stati è il principale gruppo antisemita americano e, solitamente, pratica anch’esso la strada dell’azione sotterranea. Negli ultimi dieci anni esso è finito solo un paio di volte sulle prime pagine di tutti i giornali. Il National Socialist Movement – il cui quartiere generale ha sede a Detroit, in pieno midwest – è stato coinvolto nell’ottobre del 2005 nella rivolta di Toledo. I sostenitori della causa ariana scesero in strada nella città dell’Ohio per protestare contro alcune gang di afro-americani. I contro-manifestanti risposero lanciando pietre agli agenti incaricati di proteggere il corteo, distruggendo macchine e vetrine e dando fuoco a un bar. Il sindaco Jack Ford fu costretto a proclamare lo stato d’emergenza e a imporre il coprifuoco. Il bilancio della guerriglia urbana fu di 13 feriti e oltre 100 arresti.La stampa americana è tornata ad occuparsi del NSM nel maggio dell’anno scorso per raccontare di Jeff Hall, il leader della sezione californiana del movimento, ucciso da suo figlio, un bambino di appena dieci anni. Quanto abbia influito in questa tragedia la presenza di una figura paterna capace di proclamare odio e discriminazione non è ancora chiaro.E’ difficile delimitare in maniera precisa la galassia neonazista; essa è molto vasta, comprende decine di associazioni poco numerose e spesso sconfina ideologicamente in altri “gruppi d’odio” come quelli ostili ai musulmani, agli afro-americani e ai gay.Sbarcando a K Street, l’ANP ha scelto di abbandonare una “strategia fantasma” e di abbracciare la strada del confronto politico (seppure nella forma del lobbismo). Per quanto possano essere aberranti e rivoltanti le idee da essa propugnate, non è del tutto negativo che una parte dei movimenti sia pronta a confrontarsi con un sistema democratico che ha sempre cercato di ignorare. Se non altro sarà finalmente possibile cominciare a stimare le dimensioni di un fenomeno che per troppo tempo è sfuggito a qualsiasi radar. http://www.meridianionline.org/

 Israele non è 'legittimato' dalla Shoà   Einat Wilf
 
Di Einat Wilf  http://www.israele.net/
 Vi sono coloro – troppi – che pensano che senza la Shoà non esisterebbe Israele. La maggior parte di costoro lo pensa in buona fede. Lo stesso presidente americano Barack Obama, nel suo “discorso al Cairo” del 4 giugno 2009 disse che “il riconoscimento delle aspirazioni degli ebrei a un focolare nazionale è radicato in una tragedia storica che non può essere negata”.Il presidente americano voleva prendere posizione contro il negazionismo parlando proprio in una capitale del mondo arabo. Ma non ha capito che, ribadendo l’azzardata equazione che lega la nascita di Israele alla Shoà, avrebbe solo riattizzato la motivazione a negare la Shoà da parte di coloro che continuano a sostenere, come hanno sempre fatto, che Israele non sarebbe uno Stato legittimo.La negazione della Shoà, la sua minimizzazione (“sei milioni è una cifra esagerata”), la sua equiparazione (“esistono altri genocidi e pulizie etniche, la Shoà non è diversa”), il suo ribaltamento (“ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei è ciò che gli ebrei fanno ad altri”), la sua marginalizzazione (“anche tanti altri sono stati uccisi durante la guerra”) o ancora la Shoà per “associazione” (“i palestinesi sono le vittime collaterali della Shoà”) sono tutte facce differenti del medesimo tentativo di privare Israele di quella che sembra essere la sua più forte e inconfutabile fonte di legittimità.La bufala secondo cui i palestinesi sarebbero le “vittime di riflesso dei crimini commessi in Europa” è forse la più pericolosa di queste menzogne perché può apparire del tutto logica a un orecchio non avveduto. Secondo questa favola, dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne chiaro che la soluzione finale non era stata finale e che gli ebrei sopravvissuti non erano ben accetti in Europa, gli europei avrebbero deciso di “scaricare” i “loro” ebrei addosso agli arabi indifesi che vivevano nei paesi sotto il controllo dell’Europa colonialista. Questa soluzione, comoda per l’Europa, avrebbe portato allo sfollamento di centinaia di migliaia di arabi palestinesi che si sarebbero ritrovati da allora senza terra e sotto occupazione.Ma non è vero che Israele esiste perché ad un tratto gli europei avrebbero deciso di riversare i loro ebrei in un Medio Oriente colonizzato. Israele esiste perché gli ebrei hanno ardentemente voluto e costruito la sua esistenza ben prima della Shoà. Il moderno Stato d’Israele esiste perché gli ebrei che l’hanno creato si sentivano i discendenti degli israeliti e dei giudei che furono sovrani in questa terra nei tempi antichi, e hanno pagato un prezzo altissimo per preservare la propria esistenza come popolo. Il moderno Stato d’Israele esiste perché per secoli, per millenni, gli ebrei hanno tenuto in vita l’aspirazione alla Terra d’Israele terminando il Seder di Pessah (il rito pasquale) con l’augurio: “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Il moderno Stato d’Israele esiste grazie alla visione di pensatori e leader ebrei che seppero capire come gli sconvolgimenti in corso tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo offrissero la possibilità di trasformare la speranza messianica del ritorno in Terra d’Israele in un progetto politico concreto, e furono capaci di mobilitare simpatie e sostegno attorno al loro progetto.Israele ha visto la luce dopo la seconda guerra mondiale non “grazie” alla Shoà, ma grazie alla dissoluzione dell’Impero Britannico. Esattamente come India e Pakistan sono arrivati all’indipendenza in quegli stessi anni senza nessuna Shoà, lo stesso sarebbe accaduto per Israele. Pensare che solo quel “male assoluto” contro gli ebrei avrebbe potuto conferire legittimità a uno Stato per gli ebrei equivale a negare agli ebrei ciò che viene normalmente riconosciuto a tutti gli altri.Prima o poi il popolo ebraico avrebbe creato il proprio Stato, sull’onda della liberazione dei popoli in tutto il mondo. La sua visione, la sua determinazione, il suo lavoro e la sua volontà di battersi per il proprio Stato avrebbero garantito comunque il risultato. Presentare Israele come frutto della Shoà significa negare il sionismo, il che significa sottrarre agli ebrei la loro solidarietà, la loro storia, i loro legami storici con la Terra d’Israele e il loro desiderio di ristabilirvi la propria indipendenza. Il che significa cancellare tutto ciò che è stato scritto, fatto e realizzato dal sionismo prima della seconda guerra mondiale. Il tutto per fare d’Israele una sorta di progetto coloniale scaturito dal senso di colpa degli europei, invece di quello che è realmente: il progetto di liberazione nazionale di un popolo autoctono che reclama l’indipendenza sulla propria terra natale.Quando commemora la Shoà, Israele non piange soltanto ciò che è stato, ed è perduto. Piange anche la più grande tragedia, la più grande sconfitta del sionismo. Nessun israeliano si sogna di “rallegrarsi” della Shoà come d’una fonte di legittimità del suo Stato. Gli israeliani piangono la visione di uno Stato che avrebbe potuto essere la casa di tantissimi altri, ormai irrimediabilmente scomparsi.“Mai più”, si proclama dopo la Shoà. Non è per via della Shoà che il sionismo ha voluto uno Stato per gli ebrei. Ma è grazie al fatto che questo Stato oggi esiste che la Shoà non avverrà mai più. (Da: Israël-Infos, 20.4.2012)



 Israele. Aria di elezioni anticipate al 2012 per il presidente Knesset
 Reuven Rivlin
In Israele c'e' aria di elezioni politiche anticipate. Lo afferma il quotidiano Yediot Ahronot, sulla base di dichiarazioni rilasciategli dal presidente della Knesset Reuven Rivlin (Likud), secondo cui la seduta estiva del parlamento potrebbe essere l'ultima di questa legislatura.Le prossime politiche dovrebbero svolgersi nel novembre 2013, ma secondo Rivlin e' probabile che il governo si trovera' di fronte all'impossibilita' di raccogliere una maggioranza sulla legge finanziaria per il 2013 e di conseguenza si veda costretto ad anticipare le elezioni. Yediot Ahronot nota inoltre che Benyamin Netanyahu (che e' in carica da oltre tre anni) ha incontrato in segreto la settimana passata il leader del principale partito di opposizione (Shaul Mofaz, Kadima).Con quel colloquio, sostiene il giornale, il premier ha cercato di tastare il terreno sulla ipotesi dello svolgimento di elezioni anticipate, che potrebbero avvenire ancora prima delle presidenziali negli Stati Uniti. Il Likud di Netanyahu e' il partito largamente favorito nei sondaggi di opinione condotti negli ultimi mesi.http://www.blitzquotidiano.it/

 Libano: uomo scavalca rete e fugge con 2 figli in Israele

Un uomo e i suoi due figli hanno valicato indisturbati la frontiera più sorvegliata del Medio Oriente, tra Libano e Israele, fuggendo nello Stato ebraico. E' accaduto ieri sera, la stampa di Beirut ne dà conto stamani. Il quotidiano libanese an Nahar precisa che un uomo sulla trentina, di cui non si conosce la nazionalità, ha scavalcato assieme ai due figli, di sei e un anno e mezzo di età, il reticolato elettrificato eretto dagli israeliani nei pressi di Kfar Kila, località libanese a ridosso della Linea Blu di demarcazione tra i due Paesi. Libano e Israele sono formalmente in guerra dalla loro nascita come Stati indipendenti più di mezzo secolo fa. Dall'autunno 2006, più di 10.000 caschi blu dell'Onu monitorano dal lato libanese la regione frontaliera, dove da cinque anni sono tornati a schierarsi anche migliaia di soldati libanesi. Secondo il racconto di an Nahar, l'uomo si è avvicinato al reticolato attorno alle 19 locali, ha preso in braccio il figlio più grande lanciandolo al di là del reticolato, sulla strada militare controllata dall'esercito israeliano. Quindi ha lanciato il figlio più piccolo, finito in braccio al fratello maggiore. Infine, ha scavalcato la barriera, sorvegliata da telecamere a circuito chiuso dell'esercito dello Stato ebraico. Nei giorni scorsi i media israeliani hanno annunciato che nel tratto di Linea Blu nei pressi di Metulla sarà presto innalzato un muro di separazione.(ANSAmed).

 Libano-Israele: incontro presieduto da capo Unifil Serra

BEIRUT, 26 APR - Il generale italiano Paolo Serra, comandante dell'Unifil, la forza di interposizione dell'Onu nel sud del Libano al confine con Israele, ha presieduto una riunione tripartita con ufficiali delle forze armate libanesi e israeliane per discutere la situazione della sicurezza nell'area delle Fattorie di Sheba, in territorio libanese ma occupate dagli israeliani, in seguito alla decisione degli stessi israeliani di costruire una nuova strada per i pattugliamenti.La riunione, precisa un comunicato dell'Unifil, si è svolta ieri al passaggio di frontiera di Naqoura, dove ha sede il comando dei caschi blu. "L'Unifil - ha detto il generale Serra - ha come obiettivo quello di smorzare le tensioni nell'area e mantenere il cessate il fuoco. Abbiamo avuto delle buone discussioni ed entrambe le parti sono chiaramente interessate a migliorare la sicurezza nell'area e sono impegnate a lavorare con l'Unifil". (ANSAmed).

 Una notte di pattuglia

BASE AVANZATA 1-31 (Libano del Sud) –
I ragazzi sono pronti per la pattuglia notturna. Stanotte l’assetto è eccezionale. Oltre ai due Lince, con a bordo sei uomini in tutto, sono stati aggiunti due VM Torpedo, chiamati semplicemente “Protetti”, mezzi blindati scelti stanotte per trasportare i giornalisti. Tra i soldati si avverte una certa tensione. Sono tutti concentrati.La missione Unifil prevede un’accurata perlustrazione in ogni distretto del Libano meridionale, anche (e soprattutto) di notte. Perché è soprattutto sotto questo spettacolare manto di stelle, traffici di armi, spostamenti di milizie e sconfinamenti.«Partiremo da Shama e ci sposteremo verso ovest, per seguire la costa fino alla Blue line», ci racconta il capo assetto. «Da qui rientreremo verso il nord, attraversando i villaggi di al-Mansuri e Majda Zun. Punteremo verso Wadi an Nalkhah e infine torneremo alla base». Tempo stimato: tre ore circa. Con la mano il capo indica i punti che la pattuglia toccherà sulla cartina. «Ci sono domande?» No, si parte.Il caldo del giorni precedenti si è attenuato. E nella notte, oltre alla temperatura più bassa, c’è da contrastare la forte umidità. Il giubbotto antiproiettile non tiene caldo. Siamo tutti infreddoliti.Ci si muove. Ordine di servizio: osservazione e ascolto dell’area indicata. Ai militari spetta il monitoraggio di eventuali spostamenti in Libano, così come oltre la Blue line. Anche l’esercito israeliano è suscettibile di violare la risoluzione Onu numero 1701. In ogni caso, Unifil deve riferire all’esercito libanese, il quale (in teoria) dovrebbe attivarsi in maniera concreta. «Siamo come un notaio che non può assolutamente intervenire sull’atto, ma solo certificarlo», piegano al comando generale Unifil. Poi, se è necessario adottare provvedimenti, la palla passa ad altri.Nel “Protetto” c’è puzza di gasolio, poca luce e il fragore del motore. Un contesto usuale per chi scrive dal teatro operativo. Le scomodità vengono compensate dalla condivisione di essere, soldati e giornalisti, sullo stesso mezzo. Basta uno sguardo del bersagliere che mi è a fianco: «Benvenuto nel mio ufficio». Replico con un sorriso.Dalla base di Shama alla postazione 1-31, ci sono circa dieci chilometri. Li percorriamo in mezz’ora. Una volta arrivati alla base avanzata si scende a terra. I venti uomini della postazione accolgono colleghi e giornalisti come in Italia si accoglierebbero dei parenti arrivati da lontano. Dopo due mesi di quasi isolamento, fa piacere vedere facce nuove. Un giro della struttura, la presentazione dei vari incarichi, infine l’osservazione di Israele. Dall’alto di una torretta di guardia si butta l’occhio al di là della Linea blu. Il silenzio è totale. Le stelle non si fanno scrupolo di illuminare l’uno o l’altro Paese. alle nostre spalle, la terra del Libano appare brulla, incontaminata. Al di là del confine, migliaia di luci. Villaggi israeliani apparentemente assopiti, ma con la mente sempre vigile per anticipare o reagire a eventuali azioni del nemico. Osservando bene la costa, si può arrivare fino ad Haifa. In linea d’aria, tra qui e Gerusalemme ci sono quasi 150 chilometri. Meno che da Genova alla Corsica.Quel che la macchina fotografica non può inquadrare nel buio – in pattuglia i flash sono logicamente vietati – lo mette a fuoco il cervello. Non servono i visori notturni per capire in che mondo ci troviamo. Dall’alto di Wadi an Nalkhah, la gola scavata nei secoli da un fiumiciattolo appare plumbea. Laggiù in fondo può succedere di tutto. Può essere che stanotte, oppure domani, venga montata una rampa per il lancio di un razzo, come che transitino armi. Da Israele, a quel punto, si alzerebbe il grido: «Allarme Hezbollah!». Anche se non è detto che si tratti dei miliziani sciiti del “Partito di Dio”. Anzi, gli sciiti di Hezbollah da un po’ sono più propensi a darsi alla politica nella capitale, invece che all’azione. Fatto sta che, da quel Wadi, si scatenerebbe un nuovo inferno su tutto il Libano. «Siamo qui per evitare il peggio», mi dice, mormordando, l’ufficiale bersagliere. La luce è poca. Abbastanza però per far emergere il suo Casco blu piumato. Sempre nella penombra lo intravvedo che sorride.Per il resto, silenzio. Si torna a Shama. Nulla da segnalare.  di Antonio Picasso, http://www.rivistastudio.com/


Davood Karimi, presidente Associazione Rifugiati Politici Iraniani residenti in Italia
Oggetto: Bollettino Ashraf-Liberty n°11/4
Carissimi Amici e Amiche,vi inviamo anche questa settimana gli aggiornamenti sugli ultimi sviluppi della situazione in Iran ed in particolare su quella, come noterete sempre più drammatica, di Campo Ashraf e Camp Liberty.Potrete infatti rendervi conto quanto gravi siano le violazioni dei Diritti Umani in entrambi questi contesti.Noi però continuiamo a fare tutto il possibile,anche grazie al vostro aiuto e sostegno, per fare in modo che si arrivi presto ad un futuro di libertà e democrazia anche in Iran.Grazie sempre per la vostra gentile attenzione.Cordiali Saluti, ASSOCIAZIONE LIBERTA' E DEMOCRAZIA PER L'IRAN
Sito ufficiale www.iranlibero.org

Sfratto e trasferimento coatto dei residenti di Ashraf con coercizione e minacce di trasferire altri residenti a Camp Liberty
senza il rispetto delle minime necessità umanitarie e torturando i residenti disabili e quelli feriti Sig.ra Rajavi si rivolge al Presidente Obama e al Segretario Generale Ban-Ki Moon affinché impediscano una tragedia umanitaria per i residenti di Ashraf, in particolare per le 1000 donne residenti, e impediscano all’Iraq di trasferire forzatamente i residenti di Ashraf, “persone protette” secondo la Convenzione di Ginevra, della cui protezione il Governo degli Stati Uniti si è preso ufficialmente la responsabilità e che l’UNHCR ha riconosciuto come “richiedenti asilo” e “beneficiari”Solo 48 ore dopo il trasferimento del quarto gruppo di residenti di Ashraf sotto enormi pressioni ed intolleranti limitazioni e mentre i loro pochi effetti personali sono pronti per essere trasferiti a Liberty oggi, il Governo dell’Iraq (GoI) intende trasferire, con intimidazione e coercizione, il quinto gruppo di residenti Giovedi 18 Aprile. Questa è una violazione del Memorandum di Intesa (MoU) firmato dal GoI e dalle Nazioni Unite il 25 Dicembre 2011, e non rappresenta in nessun modo un “trasferimento volontario” contrariamente a quanto sottolineato dal Segretario Generale dell’ONU a questo proposito, ad esempio nel suo rapporto al Consiglio di Sicurezza il 29 Marzo 2011, e ai ripetuti appelli del Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU (SRSG) nel meeting del Consiglio di Sicurezza del 10 Aprile 2012.Ai residenti è stata lasciata l’opzione di essere uccisi o lasciare la loro casa e la città che hanno costruito con le loro sole forze e risorse per un quarto di secolo, per andare in una prigione chiamata Liberty priva dei minimi standards umanitari; questo non è altro che uno sfratto ed una evacuazione coatta in grave violazione dei termini delle Leggi Umanitarie Internazionali, delle Leggi Internazionali sui Diritti Umani, della Quarta Convenzione di Ginevra, del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e di molti altri trattati internazionali, ed è considerato un crimine contro l’umanità.Nonostante il primo, il secondo e il terzo gruppo non siano stati trasferiti in condizioni decenti e rispettando i loro minimi diritti umani e umanitari, le minacce che hanno caratterizzato il trasferimento del quarto gruppo sono state, per molti aspetti, persino più inaccettabili.Con un atto disumano, le forze irachene si sono rifiutate di consentire il trasferimento dei veicoli e delle roulotte realizzate specificatamente per venire incontro alle necessità dei residenti disabili e feriti, con attrezzature sanitarie adatte a loro e con le quali hanno vissuto per anni. Le ripetute richieste dei rappresentanti dei residenti alle forze irachene, così come quelle dei funzionari delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, non hanno portato a nulla e perciò 10 persone nel quarto gruppo, gravemente disabili e ferite, non hanno avuto altra scelta se non rimanere ad Ashraf.I loro nomi erano stati dati ai funzionari dell’ONU e degli Stati Uniti già due anni fa ed erano tra quelli inclusi nella lista delle persone che dovevano beneficiare di un rapido trasferimento presso paesi terzi e, se non fossero stati impediti dal GoI, molti di loro sarebbero già stati trasferiti. Come per gli altri residenti, il GoI ha reso la determinazione del loro status di rifugiati condizionata al loro trasferimento a Liberty e, allo stesso tempo, non permette il trasferimento delle attrezzature loro necessarie a Liberty. Questa è una forma di tortura fisica e psicologica e va contro tutti i principi legali, internazionali, morali e religiosi.Alle persone del quarto gruppo non è stato consentito di trasferire la maggior parte dei loro beni. Non gli è stato neanche consentito di portare 10 auto per trasporto passeggeri, contrariamente ai precedenti accordi presi (la lettera del SRSG del 15 Febbraio). Dopo molte discussioni, è stato confermato dai funzionari iracheni e da quelli dell’ONU che il quarto gruppo poteva portare sei generatori a Liberty. Ma alla fine, in pratica, gli è stato consentito di trasferire solo due generatori.
Il GoI non rispetta nessuno degli impegni presi e viola continuamente persino i termini del MoU che ha firmato con l’ONU senza informare i residenti ed ottenere il loro consenso. Lo stesso MoU che manca della maggior parte delle minime richieste dei residenti.Il GoI sta impedendo il trasferimento dei beni e, contemporaneamente, ostacola la loro vendita e non consente agli imprenditori che vogliono acquistarli di entrare ad Ashraf; gli sforzi fatti dall’UNAMI a questo riguardo sono rimasti senza esito.I residenti di Ashraf sono sotto pressione per trasferirsi a Liberty, nonostante il campo stia affrontando seri problemi riguardo all’acqua, all’elettricità, agli scarichi fognari e ad altri minimi standards umanitari. Non solo il GoI non sta risolvendo questi problemi, ma si rifiuta anche di dare risposta alle ripetute richieste dei residenti di risolverli a loro spese. Ai residenti non è stato neanche permesso di costruire dei sentieri asfaltati o in cemento per gli anziani e i malati in un campo che è circondato da terreno fangoso dappertutto. Gli è stato anche negato il diritto di irrorare il campo con gli insettiicidi, dato che con la stagione calda stanno venendo fuori serpenti, insetti dannosi e cimici. Il GoI sta ritardando da 40 giorni il permesso per l’entrata dei materiali necessari usati per spargere l’insetticida. Allo stesso modo il GoI non ha implementato le voci menzionate nella lettera del SRSG del 16 Marzo riguardo allo stazionamento della polizia e perciò ha installato nuovi posti di polizia nel campo.Nell’esprimere la sua ferma protesta per la pressione esercitata sui residenti di Ashraf e Liberty, così come per la mancanza del rispetto degli standards umanitari e dei diritti umani a Liberty, Mrs. Maryam Rajavi, il Presidente-eletto della Resistenza Iraniana, si rivolge al Presidente Obama e a Mr. Ban-Ki Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, affinché impediscano che una tragedia umanitaria travolga i residenti, in particolare le 1000 donne residenti; che impedisca al GoI di intraprendere misure repressive contro coloro i quali sono in tutto e per tutto “persone protette” secondo la Quarta Convenzione di Ginevra; della cui protezione il Governo degli Stati Uniti si è preso la responsabilità dando loro l’attestazone di “persone protette” e che l’UNHCR ha in diverse dichiarazioni, come quelle del 1° Febbraio, del 1° Marzo e del 28 Marzo 2012, descritto come “richiedenti asilo” sotto la protezione internazionale e “beneficiari”. Il Presidente Obama è chiamato a impedire al GoI di trasferirli forzatamente fino a che non vi sia accordo sugli standards umanitari minimi e questi non vengano implementati dal GoI. Non c’è alcun dubbio che il Governo degli Stati Uniti verrà ritenuto responsabile per qualunque danno inflitto ai residenti di Ashraf e Liberty e la sua dissociazione da tutto questo non sarà accettata di fronte a nessuna autorità politica o giudiziaria.
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana 18 Aprile 2012

“Aria di crociata. I cattolici di fronte alla nascita dello Stato di Israele (1945 -1951)” 

 di ELENA LATTES, http://www.agenziaradicale.com/
Attraverso l'analisi di una vasta documentazione, tra cui numerosissimi articoli comparsi sui principali organi della stampa cattolica e alcuni autorevoli studi precedenti, il ricercatore Paolo Zanini descrive nel suo libro le reazioni della Chiesa di Roma e dei suoi fedeli italiani alla nascita dello Stato di Israele.Da “Aria di crociata. I cattolici di fronte alla nascita dello Stato di Israele (1945 -1951)”  esce, quindi, un quadro variegato di un mondo dibattuto fra concezioni tradizionalistiche e osservazioni piuttosto obiettive della realtà, in cui sacerdoti, giornalisti e portavoce della Santa Sede espressero le loro opinioni così diverse e, talvolta, addirittura contrastanti.Se da un lato, infatti, almeno inizialmente, alcuni tra i peggiori atavici pregiudizi nei confronti degli ebrei, come quello riguardante la condanna divina alla peregrinazione eterna del “popolo deicida” o quello sulla “perfidia giudaica” potevano portare gli opinionisti cattolici a dipingere come un evento del tutto negativo la decisione della creazione dello Stato di Israele, di fronte alla realtà positiva di una società aperta, rispettosa, laboriosa e al contempo moderna, alcuni opinionisti espressero il loro apprezzamento e, in un caso, la propria ammirazione.Non erano, però, solo i feroci pregiudizi che nei secoli passati avevano portato a persecuzioni e distruzioni ad influenzare i numerosi autori. I cattolici italiani erano terrorizzati da possibili infiltrazioni sovietiche, alcuni guardavano con disprezzo i kibbutz (come espressioni del socialismo collettivista) e la laicità della maggioranza dei giovani israeliani, altri, al contrario, erano timorosi degli ebrei ortodossi visti come portatori di un oscurantismo intollerante nei confronti degli appartenenti ad altre religioni; altri ancora erano preoccupati per la libertà di accesso ai luoghi santi, della professione pubblica della fede e dell'incolumità della minoranza cristiana.
C'era anche un senso di rivalità nei confronti della Gran Bretagna sia dal punto di vista politico (come potenza mandataria e coloniale), sia da quello religioso (in qualità di rappresentante di una delle Chiese evangeliche), e degli altri grandi Stati che in qualche modo erano protagonisti della scena mediterranea e mediorientale in quegli anni (oltre all'Unione Sovietica anche gli Stati Uniti, altri Paesi europei, il mondo arabo e così via).D'altra parte la ferita ancora aperta delle persecuzioni cristiane e della Shoà e la minaccia di un nuovo sterminio perpetrato dagli arabi influenzavano invece le opinioni favorevoli alla creazione prima e allo Stato poi.Un'attenzione particolare e più approfondita è data al dibattito sullo status di Gerusalemme, al quale  la stampa cattolica dedicò una grande attenzione, mostrando una forte rigidità verso ogni compromesso, soprattutto verso le proposte israeliane.
Uno studio importante, questo libro, non solo per approfondire la storia di quegli anni, ma anche per capire meglio quanto avviene oggi.
«Aria di crociata». I cattolici italiani di fronte alla nascita dello Stato d'Israele (1945-1951) Paolo Zanini
Unicopli Edizioni Milano Euro 17.00 pp. 263

Francia 2012: Marine Le Pen seduce anche comunita' ebraica


(di Virginia di Marco) (ANSAmed) - ROMA - Mentre Israele guarda con preoccupazione al successo riscosso dal Front National (FN) di Marine Le Pen, presso la comunita' ebraica francese la lady di ferro della destra transalpina riscuote - a sorpresa - un certo consenso.
Il corteggiamento degli ebrei francesi da parte della figlia di Jean-Marie Le Pen (il quale fu capace di definire le camere a gas ''un dettaglio'') e' iniziato da tempo, nell'ottica di un restyling generale del partito, reinventato e reso piu' accattivante dalla Le Pen. Chiusi in un cassetto i toni ferocemente anti-semiti del padre, Marine ha deciso di concentrare i suoi sforzi contro immigrati irregolari e islamici.All'indomani della strage di Tolosa del 19 marzo - quando un francese di origini algerine uccise quattro persone, fra cui tre bmabini, in un attacco ad una scuola ebraica - la sua scelta ha convinto un francese su cinque e sedotto parte della comunita' ebraica locale. Michel Thooris, ex membro del Crif (Consiglio nazionale delle organizzazioni ebraiche francesi), ha deciso di candidarsi al Parlamento con il FN. ''Se sei un ebreo - ha dichiarato in un'intervista al quotidiano israeliano Haaretz -, rivolgersi a Marine Le Pen e' naturale. Lei combatte il crimine e l'islamismo: il che significa che protegge gli ebrei. Il Fronte Nazionale e' cambiato, gli ebrei lo sanno''.
Ma non tutti concordano. Circa un anno fa, la radio comunitaria Radio J fu subissata di proteste per aver invitato la leader di ultra-destra e alla fine l'invito fu ritirato. Ma all'interno della comunita' ebraica voci di critica si levarono contro questo boicottaggio. E pochi mesi dopo nasceva l'Unione dei francesi ebrei (Ufj), associazione che raccoglie supporter ebrei del FN. ''Marine Le Pen e' l'unica ad avere la volonta' per contrastare l'immigrazione incontrollata e le sue disastrose conseguenze'', ha scritto sul sito dell'Ufj il fondatore, Michel Ciardi. ''Per i sedicenti rappresentanti della comunita' ebraica francese, gli ebrei che tifano Le Pen sono ebrei che odiano se stessi, peggiori della polizia ebraica nei ghetti. Ma se in certi quartieri gli ebrei non osano portare la kippah e le prediche di fuoco ascoltate in certe moschee francesi sono intrise di un antisemitismo che credevamo scomparso, la colpa non e' certo di Marine Le Pen''.


Il violinista sul tetto

un video molto piacevole: http://www.youtube.com/watch?v=Pdx1Y19OyLY&feature=player_embedded


 
Buon 25 aprile dagli Amici della Brigata Ebraica


Il 25 aprile della Brigata...67 anni fa sul Senio:

venerdì 27 aprile 2012

Soldato eroe (non dimentichiamo)

Voglio tradurvi un e-mail che e' arrivata in poche ore in tutte le case di Israele. A me e' arrivata tre volte, da tre fonti diverse, e non c'e' persona con cui abbia parlato, in questi giorni, che non l'abbia ricevuta, letta e passata oltre:"Ricordare e non dimenticare"- Ufficiale Roy Klein"Il minimo che possiamo fare, per chi ha sacrificato la propria vita in modo cosi' eroico, e' raccontare la sua storia. Non e' chiaro perche' i media lo abbiano ignorato. Forse non si tratta di un comportamento popolare, forse non equivale all' immagine del soldato sensibile e timoroso che i mass-media provano a creare. Non c'e' nessun motivo valido che spieghi perche' un fatto del genere non venga raccontato a voce alta, con immenso orgoglio, con il pianto nel cuore, per cui lo racconteremo noi da e-mail a e-mail.
 L' ufficiale Roy Klein, del 51esimo battaglione Golani, abitante della colonia di Ali (si, si, un insediamento...) era il soldato di grado maggiore durante uno dei combattimenti a Binat Jabil. Quando ha visto cadere una bomba a mano vicino ai suoi soldati, non essendo piu' possibile difendersi ed evitare l' esplosione della bomba, ha deciso di far scudo con il proprio corpo ai suoi compagni ed e' saltato sull' ordignio nel tentativo di salvarli. Il suo sacrificio non e' stato vano... I ragazzi, che sono stati testimoni di questo eroico atto,  raccontano che Roy ha gridato "Ascolta Israele, Nostro Signore" (preghiera ebraica) nel momento in cui si e' buttato sulla bomba a mano. L'ufficiale Roy Klein e' stato seppellito nel giorno del suo 31esimo compleanno.Raccontano di lui che suonava benissimo il sassofono, che era un intellettuale, che si era laureato in ingegneria con ottimi voti, che amava viaggiare, che rideva e scherzava spesso e volentieri, che era sensibile e calmo. Il piu' grande desiderio di sua moglie, rimasta vedova, e' veder crescere i suoi figli il piu' possibile simili al padre. Possa riposare in pace.Invece di accendere una candela in suo ricordo, mandate la sua storia ad altri. Si merita molto di piu', ma e' tutto cio' che possiamo fare."http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/

Gaza city

MO: cambio leadership Hamas in favore Haniyeh

Una svolta in senso ancor più radicale potrebbe essere alle porte in seno alla leadership di Hamas, la fazione islamica palestinese al potere nella Striscia di Gaza. Lo riferiscono fonti interne citate in forma anonima dall'edizione online del giornale israeliano Haaretz, stando alle quali un voto segreto per il rinnovo del politburo di Hamas si è concluso giorni fa con la designazione a nuovo numero uno del movimento di Ismail Haniyeh (già capo del governo di fatto di Gaza) al posto di Khaled Meshaal (esponente della diaspora), e con la sconfitta dei candidati più pragmatici.Secondo le fonti, la scelta di Haniyeh suggellerebbe la vittoria della nomenklatura di Gaza, recalcitrante rispetto agli accordi di 'riconciliazione' firmati da Meshaal nei mesi scorsi con il presidente moderato dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, e alle sue recenti dichiarazioni - meno aggressive del solito - nei confronti del processo di pace con Israele. E con essa quella dell'ala militare della fazione.Nel politburo risultano infatti cooptati figure come Mohamed Ali Jabari (capo delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas nella Striscia) e di altri capi-milizia come Yehia Sanwar, uno dei presunti registi del rapimento del militare israeliano Ghilad Shalit. Oltre all'ideologo di Gaza, Mahmud a-Zahar, voce apertamente ostile all'impantanato processo di 'riconciliazione' con al-Fatah, il partito laico di Abu Mazen rimasto al governo solo nella Cisgiordania dopo la sanguinosa rottura interna al fronte palestinese del 2007.Sembrano invece rimasti fuori personaggi indicati in veste di 'moderati' rispetto agli standard di Hamas quali Razi Hamed, Salah al-Bardawil (uno dei negoziatori della 'riconciliazione' o ancora il 'diplomatico' anglofono Ahmed Yusef. (ANSAmed).

Netanyahu rinnova allarme, Sinai come Far West

Israele guarda con crescente allarme alla situazione del Sinai, sullo sfondo delle turbolenze innescate in Egitto dai contraccolpi del dopo-Mubarak, e ritiene che in questi ultimi mesi la penisola egiziana a ridosso dei propri confini si sia trasformando in un Far West aperto alle scorrerie di estremisti d'ogni risma. Lo ha ribadito oggi il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, in un'intervista alla Radio militare nella quale ha peraltro sottolineato che la giunta militare al potere al Cairo e' in contatto con lo Stato ebraico sulla questione ed e' impegnato a disinnescare la mina.''Il Sinai sta diventando una sorta di Selvaggio West'', ha denunciato Netanyahu, affermando che al suo interno si muovono ''gruppi terroristici come Hamas, la Jihad Islamica o Al Qaida, i quali, con l'aiuto dell'Iran, se ne servono per trafficare armi, trasportarle e ordire attacchi contro Israele''. La tensione, lungo il confine, e' salita negli ultimi mesi, fra sparatorie e tentativi d'incursione, sfociati in un caso - nel 2011 - nell'uccisione di otto israeliani a nord di Eilat. Secondo Netanyahu, lo Stato ebraico - che ha autorizzato l'invio temporaneo di battaglioni egiziani di rinforzo nella penisola, in violazione degli accordi di pace fra i due Paesi - ''sta agendo'' per far fronte alla minaccia rinforzando i confini. Ma anche ''tenendo contatti permanenti con le attuali autorita''' egiziane, le quali - a parere del premier israeliano - sono a loro volta ''preoccupate'' per quanto accade nel Sinai. La precisazione appare un atto di riguardo verso il Cairo, che giusto ieri ha annunciato una richiesta di spiegazioni nei confronti d'Israele per l'opinione attribuita giorni fa da un giornale al ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, secondo cui il nuovo Egitto rischia ormai di divenire potenzialmente per lo Stato ebraico ''un pericolo maggiore dell'Iran''. (ANSAmed).

Monaco '72 - le vittime israeliane dimenticate

 Prima di andare alle Olimpiadi, ogni atleta israeliano si reca a rendere omaggio alle tombe degli 11 compatrioti uccisi da terroristi palestinesi a Monaco nel 1972. Quell’anno, la vergognosa decisione di non interrompere i Giochi Olimpici segnò un crollo dei valori morali, e diede il via a successivi massacri di ebrei innocenti.Le celebrazioni olimpiche furono interrotte, ma le gare continuarono ad andare avanti. E’ una vergogna che il Comitato Olimpico Internazionale (IOC), per opportunismo politico, ora abbia scelto di dimenticare il massacro degli israeliani. Proprio ora il Comitato ha rifiutato la richiesta, da parte delle famiglie degli atleti israeliani, di organizzare una commemorazione ufficiale in loro ricordo. Non c’è nulla come i Giochi Olimpici che possa suscitare sentimenti collettivi di pace, lealtà e correttezza e la memoria degli israeliani sarebbe potuta essere onorata l’estate prossima in occasione delle Olimpiadi di Londra 2012.  Il Comitato Olimpico invece  ha ceduto, di nuovo, al ricatto arabo.Nel 2000, il Comitato Olimpico palestinese si oppose a una commemorazione a Sidney in ricordo del massacro di Monaco. Le vedove coraggiose di due delle vittime si erano a lungo prodigate al fine di organizzare una commemorazione, o con un momento di silenzio o con una menzione del Presidente del Comitato durante il discorso d’apertura dei Giochi.“Noi vogliamo che il Comitato Olimpico, davanti a tutti i 10.000 atleti, dica:  ‘Non dimentichiamo cosa è successo a Monaco’.  Vogliamo questo per una sola ragione, così non succederà mai più” ha detto di recente Ankie Spitzer, il cui marito, Andre, era uno degli israeliani uccisi.Se si volesse identificare l’inizio del massacro dei civili israeliani, si deve tornare indietro a quella maledetta mattina, al numero 31 di Connolly Strasse nel Villaggio Olimpico di Monaco. Dato che le Olimpiadi dovrebbero essere apolitiche, la visione di atleti ebrei, con una benda sugli occhi e in manette, che trascinano i piedi verso il loro destino su suolo tedesco, ha suscitato una profonda repulsione a livello internazionale.Infamia e vergogna.Alcuni degli atleti israeliani assassinati dalle squadre della morte di Arafat, erano sopravvissuti alla Shoah, mentre altri erano “sabra” nati in Israele. Ognuna delle loro storie rievoca pianto e preghiera. Ognuno di loro era un membro del grande corpo di Israele.Come Amitzur Shapira, padre di quattro bellissimi bambini e insegnante a Herzliya. Come Shaul Ladani, che aveva contratto la febbre tifoidea nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Come Yosef Romano, che il giorno prima di essere ucciso, aveva detto: “Questa sarà la mia ultima gara; non ho abbastanza tempo per i miei bambini”Come David Berger, un ebreo idealista e pacifista di Cleveland, che avrebbe dovuto sposarsi di ritorno dalle Olimpiadi. Come Mark Slavin, che baciò il suolo ebraico al suo arrivo in Israele da Minsk, dove aveva lottato contro i comunisti che avevano tenuto in prigione migliaia di ebrei per il solo motivo di aver voluto, come lui, raggiungere Gerusalemme. Come Ze’ev Friedman, che parlava una splendida mescolanza di Yiddish e Russo, e che era rimasto l’unico maschio sopravvissuto della sua famiglia, ridotta in cenere nelle camere a gas. Come Kehat Schorr, che aveva combattuto contro le truppe naziste sui Monti Carpazi. Come Yacov Springer, che insegnava nella scuola di Bat Yam e che fu uno dei pochi sopravvissuti della rivolta armata nel Ghetto di Varsavia. Come Eliezer Halfin, che perse tutti i suoi parenti nella Shoah. Come Yosef Gutfreund, che passò dei mesi in carcere in Romania per l’accusa di “propaganda sionista”.L’edificio che ospitava gli atleti israeliani era a meno di 10 miglia dal campo di concentramento di Dachau. Essi furono i primi ebrei uccisi in Germania dopo il 1945, uccisi per il solo fatto di essere ebrei . Da allora il loro assassinio è svanito dalla memoria internazionale. I parenti delle vittime avevano chiesto soltanto “30 secondi” di silenzio. Il Comitato Olimpico gliel’ha rifiutato. La prossima distribuzione di medaglie d’argento e d’oro sarà macchiata d’ignominia e vergogna. Gli 11 israeliani sono morti una seconda volta.Giulio Meotti, http://www.informazionecorretta.com

Così Israele vince le sfide impossibili 
 
 Allevare salmoni «norvegesi» nel deserto, riparare tubature de­gli acquedotti dall’interno per bloccare lo sperpero di acqua per causa di tubi perforati o mal salda­ti, inventare nuovi tipi di chip,atti­rare dall’estero laboratori di ricer­ca di società come Google, Ebay, Microsoft, Cisco, sono alcuni dei successi menzionati nel best sel­ler di due giornalisti ( Dan Senor & Saul Singer: Start-up Nation 2009) per spiegare come un Paese grande come la Lombardia in guerra da 64 anni e senza risorse naturali è riuscito a aumentare di 10 volte la popolazione (da 600 mi­la a 7,5 milioni) le esportazioni di 13mila volte (da 6 milioni a 8 mi­liardi di dollari) piazzandosi in ter­mini di Pil fra Spagna e Italia.Il segreto di queste scommesse vincenti con continue sfide esi­stenziali sta nella combinazione di tre atteggiamenti caratteriali: sprezzo dell’autorità, passione del rischio, visione dell’avversità come fonte di energia. Non rende Israele particolarmente simpati­co a molti. Ma pone il più delegitti­mato Paese dell’Onu al 22˚ posto nella scala dei «migliori Paesi del mondo» (secondo Newsweek ), al quindicesimo per dinamismo, al primo per la salute pubblica con l’88% di soddisfazione della sua popolazione. È il solo ad aver supe­rato l’attuale a crisi aumentando il suo rating; l’unico che inizia il ventunesimo secolo con più albe­ri e­verde che all’inizio del ventesi­mo, che ha risolto i problemi di ir­rigazione con la desalinizzazione e l’invenzione dell’irrigazione a gocce. Detiene il record mondiale della produzione del latte per mucca, esporta le migliori sale operatorie assieme ad aerei senza piloti, vanta la più alta percentua­le di sopravvivenza dal cancro con medicine innovatrici contro l’Alzheimer,il Parkinson e la scle­rosi multipla, una pillola rivolu­zionaria per la diagnosi del siste­ma digestivo e il primo computer biologico.Si potrebbe allungare la lista ma la formula del successo che fa tanto imbestialire i suoi nemici, arabi e non arabi, non si è autocre­ata. Vi hanno contribuito leader come Ben Gurion che ordinava, quando un esperto affermava che un compito era irrealizzabile, di cambiare l’esperto; come Shi­mon Peres che negli anni Ottanta ha ridotto l’inflazione (dal 400% all’attuale 2.3%), come Netan­yahu c­he negli anni Novanta ha li­beralizzato l’economia abbassan­do la disoccupazione dal 12 al 4.7%, come il governatore della banca centrale Stanley Fisher che ha accumulato 78 miliardi di dol­l­ari di riserve stabilizzando la mo­neta. Vi hanno contribuito i 20 col­legi universitari, accademie, con 3 catalogate fra le prime 50 del mondo. In ultimo l’apporto di un milione di immigranti dalla Rus­sia con educazione superiore per il 50% e la concentrazione in pa­tria del più alto numero al mondo di scienziati e ingegneri per 10.000 abitanti (produttori del più alto numero di brevetti dopo USA e Canada).Tuttavia un catalizzatore dello sviluppo é stato l’esercito. Con­s­cio della propria inferiorità quan­titativa nei confronti del nemico arabo ha puntato sulla qualità umana facendo proprio il motto di Einstein: l’immaginazione è più importante della conoscenza. Chi esaminasse la lista dei fonda­tori, direttori, amministratori del­le società start-up (ve ne sono ol­tre 4000 con un numero di quelle registrate alla borsa Nasdaq di New York che è superiore a quello europeo) noterebbe che la gran­de maggioranza di questi innova­tori esce dalle unità scientifiche, tecnologiche e di intelligence del­le forze armate.Il «miracolo» israeliano ha le sue ombre: divario di ricchezze e stato sociale, concentrazione del potere finanziario nelle mani di 18«famiglie allargate»,basso livel­lo delle scuole medie, un milione di bambini a livello di povertà. Pro­blemi a cui la scoperta di giaci­menti di gas sottomarino dovreb­bero portare rimedio entro il 2014 garantendo l’indipendenza ener­getica del Paese e la creazione di un fondo sovrano dedicato - se­condo le promesse con cui Bibi Netanyahu conta di vincere le prossime (2013) elezioni legislati­ve all’educazione, allo sviluppo e alla integrazione sociale.GIORNALE  26/04/2012, Vittorio Dan Segre

 

"Grazie per il supporto"

 “Cogliendo l'occasione del Giorno dell'Indipendenza voglio ringraziare i milioni di amici di Israele in tutto il mondo per il loro supporto al nostro paese, il solo e unico Stato ebraico sulla terra”. Così il primo ministro dello Stato di Israele Benjamin Netanyahu nel messaggio inviato alle Comunità della Diaspora per Yom Ha'atzmaùt.http://www.moked.it/

Per una di quelle acrobazie del calendario ebraico – che seguendo il ciclo lunare si sfasa tutto il tempo per poi ciclicamente riappaiarsi col ciclo solare, ma inoltre è in grado di spostare le festività di un giorno quando queste interferiscano con Shabbàt – quest'anno Yom Ha'atzmaùt inizia la sera del 25 aprile. Ossia, la festa d'Indipendenza dello Stato d'Israele combacia per diverse ore della serata e della notte con la festa della Liberazione d'Italia. È una buona occasione per farsi reciproci auguri, ma anche per evocare dei possibili parallelismi fra i due paesi. Certo, in apparenza le differenze sono molte e profonde, ma l'occasione è propizia per ricordare che i valori fondanti rinviano a due temi fondamentali e condivisi. Il primo è che entrambi i Paesi sono nati da sanguinose esperienze di lotta contro ideologie deliranti e regimi totalitari. Nel caso di Israele il conflitto primario non è ancora concluso, anzi si aggrava a causa del micidiale incremento delle tecnologie belliche, e richiede costante vigilanza. Nel caso dell'Italia, come dell'Europa, le manifestazioni più evidenti del totalitarismo sono state debellate ma le sue radici profonde e latenti non sono estinte e richiedono pari vigilanza. Il secondo grande tema riguarda la futura coesione sociale e politica di due società idealmente unitarie ma entrambe molto eterogenee per formazione culturale e stratificazione economica. Nella risoluzione dei problemi collettivi, il buon senso richiamerebbe a una larga aggregazione politica più che all'imposizione delle posizioni di un fronte a spese di quelle del fronte contrapposto. Il che richiederebbe una superiore capacità di analisi e di gestione da parte della classe dirigente. Allora, auguriamoci più modestamente che, in Italia come in Israele, si sappia sradicare la violenza dai campi di calcio – sintomo di ben più profonde alienazioni.Sergio della Pergola, universita Gerusalemme. http://www.moked.it/

Il monito di Peres
 

 Il presidente israeliano Shimon Peres in una delle cerimonie dedicate a Yom Ha'Atzmaùt ha lanciato un monito ai "nemici" di Israele: "A coloro che minacciano Israele, io dico: 'Non ripetete gli errori di chi vi ha preceduto" ha dichiarato. A Yom Ha'Atzmaùt si associa da qualche tempo, l'annuale concorso sulla conoscenza della Bibbia con la partecipazione di giovani ebrei da mezzo mondo. Un evento caro al premier Netanyahu (un cui figlio vi si cimenta ad alto livello).http://www.moked.it/



Google street arriva in Israele

Da oggi sarà possibile compiere passeggiate virtuali per le strade di Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa. Grazie a Google Street View isi potrà infatti adesso ottenere una visione a 360 gradi dei luoghi di maggiore interesse in Israele. In precedenza Google aveva accettato la richiesta delle autorità israeliane di offuscare gli edifici legati alla sicurezza nazionale.http://www.moked.it