Il fascino della galabiya e il disgusto per lo
shtreymel
Gerusalemme,
la "città tre volte santa", offre sempre un panorama
antropologico e folcloristico di rara varietà, che include ebrei
ortodossi appartenenti ai più vari movimenti, religiosi cristiani di
ogni confessione e musulmani di diverso orientamento. L'occidentale
medio, ambasciatore o pellegrino, professionista o cooperante,
studente in visita o turista, ha un'innata attrazione per le fogge
dei preti, è quindi vittima di un'insolita attrazione per chi
indossa i vestiti tradizionali arabi e non manca mai di esprimere la
soverchia antipatia per pastrani, peyes (cernecchi) e shtreymel
(cappelli di pelo). Perché?Una
risposta plausibile risiede nell'inconscia influenza del romanticismo
orientalista, per cui il mito del "buon selvaggio" e della
frugale vita dell'indigeno attraggono chi ha ormai a noia i comodi e
artefatti costumi occidentali; così la cultura araba e in
particolare quella beduina accendono la passione dei sognatori
occidentali che vedono nelle ancestrali tradizioni sociali dei valori
che considerano persi in un occidente degenerato (solidarietà
sociale, legami famigliari, lavori tradizionali, culinaria tipica).
La seconda ragionevole risposta risiede in un mai placato
"antisemitismo occidentalista", che ha in particolare odio
l'ebreo che si veste come nella Polonia, Lituania o Ucraina del XVIII
secolo, perché l'immagine di barba, cernecchi e zucchetto evoca
atavici richiami antigiudaici.Nella
maggior parte delle persone le reazioni sono spontanee. L'occidentale
medio che va a Gerusalemme si indispettisce per il passo veloce degli
ortodossi, compiange le donne coperte da gonnoni, parrucche e
cappelli, si contorce in smorfie quando deve rispettare la loro
sensibilità sociale legata a una percezione molto castigata della
modestia. E' inutile spiegare che gli ortodossi corrono per non
sottrarre tempo allo studio, che la struttura sociale ortodossa è
complessa e opprimente ma non violenta e comunque in trasformazione,
che Meah Shearim è un quartiere a sé. Fioccano battute sui vestiti
e le barbe; si pronunciano sermoni di condanna contro la
sottomissione delle signore di cui si vede solo la parrucca; si
deridono le regole dello shabbath e quelle alimentari, ritenute
antiquate, vetuste ed eccessive; seccati si guardano uomini passare
in un giorno di festa con un cappello di pelo (lo shtreymel) sotto il
sole cocente, accrescendo l'astioso sospetto per un popolo di cui si
deve un po' diffidare. Pochi metri più in là, dove gli shtreymel
sono meno frequenti e lasciano il posto alle galabiye e le parrucche
camminano a testa bassa e passo svelto tra i veli delle donne arabe,
un trionfo di sorrisi compiaciuti ammira l'esotico spettacolo della
donna dal velo bianco e il vestitone nero ricamato di rosso al petto
che vende spinacette e menta seduta su uno straccio, degli uomini che
urlano dietro e davanti i banchi del mercato, dei bambini dalla pelle
ambrata che si ammassano a chiedere soldi e vendere cianfrusaglie.Tuttavia,
il disprezzo per l'ebreo ortodosso non è amore per la modernità,
poiché non si capirebbe il fascino per l'arabo tradizionale. La
compassione per l'oppressione delle donne ebree ortodosse non spiega
la condiscendenza quasi nostalgica verso il velo islamico. Le ragioni
sono più profonde, sono lontane, e ben rappresentate da
quell'orientalismo novecentesco che ha lasciato due maggiori eredità:
le simpatie romanticiste per gli arabi e il disprezzo occidentalista
per gli ebrei.Le
figure di Lawrence e Glubb Pascià sono ben ritratte in "Gerusalemme,
Gerusalemme", ma per capire la relazione con gli arabi e con gli
ebrei degli orientalisti di allora bisogna leggere Freya Stark, la
nobildonna inglese che aveva scelto Asolo, sui colli trevigiani, come
sua residenza. Affascinata dall'oriente arabo quando tutti i nobili
inglesi partivano per l'India, Freya Stark aveva iniziato la sua
brillante carriera di narratrice di viaggi negli anni '20. I suoi
libri, in particolare "Effendi", descrivono il Vicino
Oriente come un angolo di terra disastrato dagli ottomani, abitato da
pochi raffinati arabi educati in Europa e residenti perlopiù a
Damasco o Beirut, attraversato da molti fieri beduini e oggetto delle
"ridicole mire" dei sionisti. I suoi diari e le sue lettere
dimostrano come gli arabi la seducessero e come gli ebrei la
ripugnassero. Gli arabi vivevano in case con un giardino rinfrescato
da una fontana e da verdi piante; con gli arabi si sorseggiava il tè
alla menta o alla salvia recitando poesie; con i beduini si
attraversavano deserti e terre ostili sul dorso di un asino o di un
cammello mangiando zampe di capra bollite. Con "gli amici di
nazionalità ebraica" sembrava invece di stare in Europa, benché
fossero ancora attaccati a un antico oriente che non hanno mai
lasciato e in cui già erano "invisi alle popolazioni
circostanti".Nessuno
potrebbe ora scrivere qualcosa di così palesemente antisemita, ed è
per questo che leggere gli orientalisti del primo Novecento aiuta a
capire ciò che in molti pensano oggi, ma che preferiscono esprimere
con articolati artifizi retorici. In questo risiede l'antisemitismo
occidentalista, che esprime bene anche Singer nei suoi romanzi in cui
compaiono sempre figure di assimilazionisti anti-religiosi che
lamentano "l'attaccamento all'Oriente biblico". Così come
l'antisemita ritiene che la presunta estraneità dell'ebreo in
Occidente sia l'attaccamento all'oriente, così lo stesso antisemita
ritiene che la presunta estraneità dell'ebreo in Israele sia
l'attaccamento all'occidente, per ragioni di origine, politica,
cultura o società. E' così che si esprime l'antisemitismo nel
disprezzo dello shtreymel e nel fascino per la galabiya. Del resto
non deve stupire questo tipo di antisemitismo, quando in Europa si è
affermata la moda dello yiddishismo e della musica klezmer. Il mondo
dello shtetl, annientato dalla Shoah, esercita un fascino romantico
irresistibile: violinisti sul tetto, raccontastorie coi cernecchi,
barzellettieri con il pastrano, immagini che fanno svanire miseria,
paura, pogrom, violenza antisemita , discriminazione e emarginazione.Allo
stesso modo, le figure dell'arabo e del beduino costituiscono la vera
arma di seduzione che attrae i sogni romantici di chi vede
nell'indigeno il sopravvivere ostinato di una purezza tradizionale
che si contrappone alla modernità insopportabilmente occidentale,
sempre un po' americaneggiante, e fastidiosamente ebraica.Giovanni Quer,http://www.informazionecorretta.com/
Nessun commento:
Posta un commento