TEL AVIV (4 ottobre) - Quando le agenti del Mossad si concedono al nemico allo scopo di sventare pericoli incombenti su Israele compiono un peccato, oppure al contrario danno prova di massima dedizione ed elevata moralità? La millenaria questione della Trappola del miele - ossia della donna che nell'intimità di un talamo cerca di scoprire il punto debole di chi minaccia il suo popolo - ha dato filo da torcere al rabbino Ari Yitzhak Shevet, di uno istituto di ricerca teologica applicata a questioni intrinseche alla modernità. Prima di elaborare una risposta per le agenti israeliane che potrebbero essere oggi attive oltre le linee nemiche, il rabbino Shevet ha ritenuto opportuno rivisitare pagine bibliche e studiare i precedenti di Esther (la consorte ebrea del re persiano Assuero), di Dalila (la donna filistea che tagliò le chiome del muscoloso giudice ebreo Sansone) e della israelita Yael che trafisse con un paletto di legno la testa del generale Sisara, nemico del suo popolo. Si tratta, ha scoperto subito il religioso, di un terreno minato. Il sacrificio della agente è giustificabile solo se davvero serve a garantire la «salvezza del popolo d'Israele». Ma l'esperienza insegna che a volte le conseguenze di un singolo episodio si palesano solo dopo un lungo periodo: che fare nel frattempo? Un'altra distinzione obbligatoria è fra la agente nubile e quella sposata. A posteriori, rileva il rabbino Shevet, i maestri della ortodossia ebbero parole di elogio per Yael, che si era appartata «sette volte» con il generale Sisara, allo scopo di fiaccarne l'esuberanza fisica alla vigilia di una critica battaglia con l'esercito degli israeliti. Per giunta Yael «era accasata, era moglie di Hever ha-Kayini», incalza il rabbino. Ciò nonostante la sua resta nei testi biblici una figura esemplare. Forte di questi precedenti il rabbino è dunque in grado di stabilire che in casi estremi la agente del Mossad che mette le sue grazie al servizio del popolo «è nella vetta della piramide» della moralità. Meglio se è nubile, ma anche se è sposata non è un problema: basterà avere l'avvertenza che il marito la ripudi temporaneamente prima della missione, e al termine potranno ricongiungersi. Qualora ci fosse un'urgenza particolare, basta un ripudio per iscritto. Un unico ostacolo davvero insormontabile riguarda l'ipotetica agente segreta che sia sposata con un Cohen, ossia un discendente della casta dei Sacerdoti. In quel caso, dopo un blitz nel letto del nemico, nemmeno il rabbino più accomodante potrebbe salvare il suo matrimonio. di Aldo Baquis http://www.ilmessaggero.it/
martedì 5 ottobre 2010
A letto col nemico per salvare Israele? Non è peccato
TEL AVIV (4 ottobre) - Quando le agenti del Mossad si concedono al nemico allo scopo di sventare pericoli incombenti su Israele compiono un peccato, oppure al contrario danno prova di massima dedizione ed elevata moralità? La millenaria questione della Trappola del miele - ossia della donna che nell'intimità di un talamo cerca di scoprire il punto debole di chi minaccia il suo popolo - ha dato filo da torcere al rabbino Ari Yitzhak Shevet, di uno istituto di ricerca teologica applicata a questioni intrinseche alla modernità. Prima di elaborare una risposta per le agenti israeliane che potrebbero essere oggi attive oltre le linee nemiche, il rabbino Shevet ha ritenuto opportuno rivisitare pagine bibliche e studiare i precedenti di Esther (la consorte ebrea del re persiano Assuero), di Dalila (la donna filistea che tagliò le chiome del muscoloso giudice ebreo Sansone) e della israelita Yael che trafisse con un paletto di legno la testa del generale Sisara, nemico del suo popolo. Si tratta, ha scoperto subito il religioso, di un terreno minato. Il sacrificio della agente è giustificabile solo se davvero serve a garantire la «salvezza del popolo d'Israele». Ma l'esperienza insegna che a volte le conseguenze di un singolo episodio si palesano solo dopo un lungo periodo: che fare nel frattempo? Un'altra distinzione obbligatoria è fra la agente nubile e quella sposata. A posteriori, rileva il rabbino Shevet, i maestri della ortodossia ebbero parole di elogio per Yael, che si era appartata «sette volte» con il generale Sisara, allo scopo di fiaccarne l'esuberanza fisica alla vigilia di una critica battaglia con l'esercito degli israeliti. Per giunta Yael «era accasata, era moglie di Hever ha-Kayini», incalza il rabbino. Ciò nonostante la sua resta nei testi biblici una figura esemplare. Forte di questi precedenti il rabbino è dunque in grado di stabilire che in casi estremi la agente del Mossad che mette le sue grazie al servizio del popolo «è nella vetta della piramide» della moralità. Meglio se è nubile, ma anche se è sposata non è un problema: basterà avere l'avvertenza che il marito la ripudi temporaneamente prima della missione, e al termine potranno ricongiungersi. Qualora ci fosse un'urgenza particolare, basta un ripudio per iscritto. Un unico ostacolo davvero insormontabile riguarda l'ipotetica agente segreta che sia sposata con un Cohen, ossia un discendente della casta dei Sacerdoti. In quel caso, dopo un blitz nel letto del nemico, nemmeno il rabbino più accomodante potrebbe salvare il suo matrimonio. di Aldo Baquis http://www.ilmessaggero.it/
TEL AVIV (4 ottobre) - Quando le agenti del Mossad si concedono al nemico allo scopo di sventare pericoli incombenti su Israele compiono un peccato, oppure al contrario danno prova di massima dedizione ed elevata moralità? La millenaria questione della Trappola del miele - ossia della donna che nell'intimità di un talamo cerca di scoprire il punto debole di chi minaccia il suo popolo - ha dato filo da torcere al rabbino Ari Yitzhak Shevet, di uno istituto di ricerca teologica applicata a questioni intrinseche alla modernità. Prima di elaborare una risposta per le agenti israeliane che potrebbero essere oggi attive oltre le linee nemiche, il rabbino Shevet ha ritenuto opportuno rivisitare pagine bibliche e studiare i precedenti di Esther (la consorte ebrea del re persiano Assuero), di Dalila (la donna filistea che tagliò le chiome del muscoloso giudice ebreo Sansone) e della israelita Yael che trafisse con un paletto di legno la testa del generale Sisara, nemico del suo popolo. Si tratta, ha scoperto subito il religioso, di un terreno minato. Il sacrificio della agente è giustificabile solo se davvero serve a garantire la «salvezza del popolo d'Israele». Ma l'esperienza insegna che a volte le conseguenze di un singolo episodio si palesano solo dopo un lungo periodo: che fare nel frattempo? Un'altra distinzione obbligatoria è fra la agente nubile e quella sposata. A posteriori, rileva il rabbino Shevet, i maestri della ortodossia ebbero parole di elogio per Yael, che si era appartata «sette volte» con il generale Sisara, allo scopo di fiaccarne l'esuberanza fisica alla vigilia di una critica battaglia con l'esercito degli israeliti. Per giunta Yael «era accasata, era moglie di Hever ha-Kayini», incalza il rabbino. Ciò nonostante la sua resta nei testi biblici una figura esemplare. Forte di questi precedenti il rabbino è dunque in grado di stabilire che in casi estremi la agente del Mossad che mette le sue grazie al servizio del popolo «è nella vetta della piramide» della moralità. Meglio se è nubile, ma anche se è sposata non è un problema: basterà avere l'avvertenza che il marito la ripudi temporaneamente prima della missione, e al termine potranno ricongiungersi. Qualora ci fosse un'urgenza particolare, basta un ripudio per iscritto. Un unico ostacolo davvero insormontabile riguarda l'ipotetica agente segreta che sia sposata con un Cohen, ossia un discendente della casta dei Sacerdoti. In quel caso, dopo un blitz nel letto del nemico, nemmeno il rabbino più accomodante potrebbe salvare il suo matrimonio. di Aldo Baquis http://www.ilmessaggero.it/
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