mercoledì 24 novembre 2010
Le prospettive del “dialogo ebraico-cristiano” Le espressioni ostili verso il cosiddetto “Popolo dell’Antico Testamento”
Molto si è detto negli ultimi giorni sulle diverse espressioni alquanto ostili verso il cosiddetto "Popolo dell'Antico Testamento", esternate dal Sinodo dei vescovi orientali che si è tenuto in Vaticano. Ma alcune osservazioni possono ancora essere aggiunte. Prima di tutto, è desolante osservare che né le autorità ecclesiastiche né le varie organizzazioni che operano alla base abbiano preso le distanze da simili affermazioni o esternato un minimo dissenso.Secondo punto, è vero che i vari documenti e discorsi (consultabili tutti a questo link), si riallacciano in fin dei conti ad una tradizione cristiana preconciliare ben consolidata attraverso i secoli, in cui la concezione dell'ebreo è sostanzialmente negativa, ed in cui l'opera missionaria, o per così dire "di evangelizzazione", è chiara vocazione della chiesa. O come ha affermato nel Sinodo il patriarca copto Antonios Naguib: "Essere cristiano vuol dire essere missionario. Non si è cristiani se non si è missionari. L’annuncio è un dovere della Chiesa e del cristiano". Pertanto continua Naguib, è vero che "il Popolo dell’Antico Testamento ha ricevuto le alleanze e le promesse", ma questa alleanza è stata sorpassata da quella "della Nuova Alleanza, ed enuncia le prefigurazioni veterotestamentarie della Chiesa del Nuovo Testamento", e di conseguenza la chiesa "considera l’Antico Testamento come una preparazione al Vangelo e una parte integrante della storia della Salvezza". Queste posizioni appunto non sono nuove, si ricollegano alla secolare tradizione cristiana, però azzerano ogni possibilità di dialogo e di rispetto verso chi cristiano non è. A tutto ciò va aggiunta la assai ambigua visita di papa Ratzinger in Israele nel maggio del 2009, in cui visitando Israele e quindi Yad va-Shem, espresse soltanto delle frasi molto generiche di condanna dell'antisemitismo, ma poi paragonando la "tragedia" dei posti di blocco israeliani e del famoso muro di difesa alla "tragedia" della Shoà. Messe così le cose, le considerazioni da fare sono due. Il "nuovo" corso politico del Vaticano verso gli ebrei ha in sostanza dato un colpo di spugna a tutti i progressi di apparente comprensione che si erano ottenuti dal Concilio Vaticano Secondo in poi, tramite il cosiddetto "dialogo ebraico-cristiano". Perché chiaramente se lo scopo della chiesa è la "missione" allora non c'è posto per un "dialogo". Di conseguenza, viene posto il punto interrogativo sull'esistenza e la funzione di tutte le associazioni di amicizia e dialogo ebraico-cristiano operanti in diverse città come le organizzazioni a livello nazionale, come il SIDIC (Service international de documentation judéo-chrétienne), o il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), o i dialoghi organizzati dal Monastero di Camaldoli ecc., così come le le organizzazioni internazionali quali l'International Council of Christians and Jews. A questo punto queste non avrebbero più nessuna ragione di esistere, a meno che il loro scopo occulto non sia appunto quello di evangelizzare i "perfidi giudei".E last but not least, seconda considerazione. Queste posizioni della chiesa hanno avuto nei secoli passati una enorme rilevanza politica ed una pesantissima influenza sull'esistenza ebraica in Europa dei secoli passati. Ma oggi, che la chiesa non possiede più un potere temporale, e soprattutto gli ebrei hanno un loro Stato indipendente, che ha la possibilità di agire nell'arena politica e diplomatica internazionale, queste affermazioni non hanno più, per fortuna, nessun effetto pratico e rimangono al livello di idee e di propaganda. Andrea Yaakov Lattes Dipartimento di Storia Ebraica Università Bar Ilan. http://www.lideale.info/,21/11/2010
Etichette:
Abbiamo scelto.....
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento