martedì 15 marzo 2011


Gerusalemme - suoni e luci
Salviamo l'Egitto dai suoi salvatori

di Roberto Santoro 14 Marzo 2011 http://www.loccidentale.it/
Nonostante copti e cristiani abbiano manifestato in piazza, insieme, per ricordare i tredici morti del 9 marzo, e nonostante il Cairo sia al centro dell’attenzione internazionale (l'arrivo di Hillary Clinton e “Mister Pesc”, il vertice straordinario della Lega araba), lo spettro politico egiziano tende a ‘balcanizzarsi’ e l’economia del più grande paese arabo subisce una violenta contrazione. Gli scioperi e l'instabilità hanno dimezzato le prospettive di crescita e fatto impennare il deficit e l’inflazione, mentre le esportazioni sono crollate (il 40 per cento in meno). Sul versante politico, le forze che hanno rovesciato Mubarak bocciano il referendum costituzionale proposto dal governo di transizione, giudicandolo un mezzo per riportare al potere i fedelissimi del regime. Sul "no" al referendum concordano il segretario della Lega araba, Amr Moussa, favorito alle elezioni presidenziali; il premio Nobel Baradei, che i sondaggi danno molto al di sotto del concorrente; Ayman Nour, l'ultimo ad aver inutilmente sfidato il faraone nelle urne; la Coalizione dei giovani del 25 febbraio, i partiti liberali e di sinistra. L’opposizione non si limita a chiedere una nuova costituzione. La vecchia classe dirigente viene accusata di aver favorito la strategia della tensione che in passato ha prodotto i sanguinosi attentati di Taba e Sharm (attribuiti ad Al Qaeda), ed i recenti episodi di violenza contro le chiese cristiane. In un Paese dove il complottismo fa subito breccia, queste teorie influenzano l’opinione pubblica e le classi popolari, delegittimando il governo di transizione. Una serie di documenti proverebbero la cospirazione ordita dalle forze di sicurezza di Mubarak. Le carte sono state sottratte dai giovani ribelli nei palazzi del potere, durante la rivolta, e in alcuni casi pubblicate su Facebook. Non è chiaro chi abbia rubato le informazioni e quale sia il loro grado di autenticità, ma l’ex capo della sicurezza egiziana ha ammesso di aver distrutto centinaia di rapporti compromettenti. Giovani esponenti dei Fratelli Musulmani hanno chiesto di liberare i prigionieri politici accusati ingiustamente di terrorismo, e di garantire un processo civile a quanti sono stati arrestati, torturati, o trascinati in Egitto con le rendition. Richiesta esaudita. Indebolito dalle fughe di notizie, dai dossieraggi, dalle ammissioni di colpevolezza, il governo di transizione ha rilasciato una coppia di terroristi. Tornano in libertà i cugini El-Zomor, implicati nell’omicidio del presidente Sadat; erano membri della Jihad islamica, l’organizzazione terrorista creata dal medico egiziano Al Zawahiri, il numero due di Bin Laden. Altri 60 detenuti aspettano la scarcerazione. Non è chiaro quanti fondamentalisti siano fuggiti durante la rivolta contro Mubarak, ma tra gli evasi ci sono anche membri della Jamaat al-Islamiyya, un gruppo radicale che vuole reintrodurre la sharia e abbattere le istituzioni secolari del Paese. Fonti americane mettono in guardia da una risorgenza di Al Qaeda in Egitto, mentre Israele denuncia l’infiltrazione di una mezza dozzina di militanti di Hamas nella Striscia di Gaza.
Nell’era di Mubarak da una parte c’era l’apparato repressivo dello stato, dall’altro le moschee e la propaganda dei Fratelli Musulmani, vietata ma tollerata. L’opposizione liberale e di sinistra, che ha sempre avuto piccoli numeri per rappresentare una vera alternativa alla nomenklatura, è rimasta schiacciata. Anche oggi, nonostante l’apporto di forze fresche, i partiti politici tradizionali vanno al traino dei nuovi eroi carismatici come l'abile Moussa. A suo agio sul palcoscenico internazionale, “nasserista” convinto, il segretario della Lega Araba è un avversario di Israele, ha visitato Gaza, ha riconosciuto i Fratelli musulmani tra i suoi interlocutori pubblici. Se il Presidente americano Obama dovesse legittimare gli islamisti, come gli è stato suggerito da alcuni consiglieri, sarebbe un disastro. Al di là delle elezioni, nei prossimi due o tre anni la geopolitica dell’area ne uscirebbe stravolta. Israele e i sauditi sono terrorizzati da una prospettiva del genere: dopo aver arroventato il clima dal Libano al Golfo Persico, l’Iran avrebbe un nuovo, prezioso interlocutore, l'Egitto, completando in questo modo l’accerchiamento della “entità sionista”. Gerusalemme deve subito sostenere un nuovo sforzo di intelligence nel Sinai per proteggere il suo confine meridionale, nel contesto di una probabile ri-militarizzazione dell'area. I rapporti fra Egitto e Israele si stanno deteriorando: il valico di Rafah potrebbe essere riaperto e Hamas ha nominato un ministro degli esteri per formalizzare i rapporti diplomatici con l'Egitto; le forniture di gas dal Sinai verso lo stato ebraico sono ancora bloccate (dopo l’esplosione di un gasdotto che è rimasto danneggiato), e il nuovo governo egiziano vuole alzare il prezzo della bolletta energetica messa in conto a Netanyahu. Settimane fa, il canale di Suez è stato aperto per far transitare due navi da guerra iraniane; venerdì scorso El Baradei ha annunciato che, se dovesse essere eletto, riaprirà le relazioni diplomatiche con Teheran. Il generale Tantawi, dal canto suo, ha già fissato un incontro con il presidente siriano Assad, visto che la Siria è una tappa imprescindibile per chiunque voglia interfacciarsi con Teheran. L'impressione è che l'Egitto non abbia bisogno di salvatori come questi. Forse non ci sarà bisogno di aspettare l’arrivo dei Fratelli Musulmani, e neanche quello di Moussa, per cambiare la politica estera del Cairo e le sue relazioni con l’Occidente e lo stato ebraico. Basta guardare a ciò che sta accadendo adesso.

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