David Grossman. Voi ci credete forti e arroganti. In realtà è soltanto terrore
GERUSALEMME. Bisognerebbe fondare un club internazionale di giornalisti
che intervistano David Grossman sul suo ultimo libro, bellissimo e
terribile: Caduto fuori dal tempo. Un racconto a più voci in prosa e in
versi che si immerge nel dolore più grande: il lutto per un figlio. Non
solo il lutto dello scrittore, che nel 2006 ha perso Uri, vent'anni,
nella terza guerra israelo-libanese, ma quello di tanti altri genitori
che hanno visto morire i loro bambini o i loro ragazzi per le cause più
diverse e crudeli. Questo club sarebbe una specie di circolo di
reduci, perché parlare di Caduto fuori dal tempo con Grossman è
un'esperienza che non si dimentica. Ho guardato su YouTube l'intervista
che ha rilasciato in una biblioteca dell'Aia. L'opinionista che gli
faceva le domande era in evidente imbarazzo: cauto e turbato dalla
prospettiva di affrontare una materia privatissima e tagliente senza
invadere la sua intimità o ferirlo. L'intervista era bella anche
per questo, ma che fatica. E per Grossman dev'essere ancora più
faticoso. Infatti l'ha presa alla larga, questa intervista qui. Molto
alla larga. Programma: appuntamento alle 16 in un bar con belvedere
dalle parti di Mevasseret Zion, il sobborgo residenziale di Gerusalemme
dove abita. Un caffè, e via a camminare (con le scarpe da ginnastica, ha
raccomandato) nel bosco dove tutte le mattine (sveglia alle 5.30)
inizia la giornata sgambando con la moglie Michal, psicologa, e il cane.
Ma prima c'è un problema: non ho lo zaino e non èdignitoso fare trekking con la borsetta. Non ho neanche le
tasche, mentre lui ne ha tante, così s'infila i miei soldi, il
passaporto e il resto nelle sue. Un amichevole gesto da camminatore.
Annuncia che potremmo avvistare le gazzelle: all'alba le incontra quasi
sempre. Col sole del pomeriggio stanno più nascoste, ma dietro un
cespuglio balena una coda e poi un sedere, di gazzella. Son
soddisfazioni. Cominciamo la salita, niente di che, però sarebbe
interessante sapere come Grossman sceglie le attività di riscaldamento
pre-intervista: e se gli capitava un giornalista zoppo? Si informa prima
con l'ufficio stampa? O applica una drastica selezione naturale tipo no
trekking, no interview? Sul pianoro, ripreso il fiato, potrei attaccare
con qualche domanda preparatoria, che lui previene subito chiarendo che
in passeggiata non parla né del libro né di sé. "Piuttosto, mi dica
qualcosa di lei". Eccola, la selezione naturale. A uno che
racconta il dolore del mondo ed entra nei suoi personaggi come Zelig e
Flaubert non puoi spiattellare un curriculum vitae da concorso. Però c'è
il rischio di slittare nell'intimismo. E il sospetto di stargli a
raccontare un po' troppi fatti miei. Dopo il trekking, la merenda, che
in realtà è una cena. Nel villaggio arabo di Ein Rafa c'è un piccolo
ristorante con il giardino, che si chiama Majda ed è tenuto da una
coppia mista; lei israeliana e lui palestinese. All'ingresso, un
cartello intima: sorridete. Grossman si siede, guarda il panorama bello
e pacifico e sospira: "Israele potrebbe essere così, un paradiso". Ma
conviene prepararsi alla discesa negli inferi perché questo è, Caduto
fuori dal tempo. C'è l'Uomo che cammina, padre di un giovane soldato
morto da tempo, che una sera lascia la casa, la moglie, il brodo caldo
sulla tavola, per andare laggiù a cercare suo figlio.Comincia a
camminare in una città mitologica e senza tempo e, di lì a poco, dietro
a lui si forma una processione dolente di madri e padri che hanno perso
i loro figli. Ognuno racconta la sua storia. Un compendio della cultura
occidentale: la Bibbia, Erodoto, Antigone, Orfeo e Euridice, Amleto, il
pifferaio magico. Dalla tragedia greca a La terra desolata. Grossman fa
l'ordinazione e poi abbassa la voce. Si comincia: "Mia moglie
sostiene che la poesia è più vicina al silenzio. Davanti a una tragedia
non ci sono parole, non sappiamo dire altro che: non ho parole. Di
solito quando scrivo non pianifico come sarà la forma, perché so che
viene dal contenuto, ma stavolta è stato subito chiaro che la poesia è
la lingua del mio dolore". Ci ha messo due anni a scriverlo e moglie,
figli e amici erano preoccupati. Gli chiedevano perché non si
consentiva di guarire. C'era già stato A un cerbiatto somiglia il mio
amore, la storia di una donna che fugge da casa per non ricevere
l'eventuale notizia della morte della figlio nell'ultima e rischiosa
operazione militare: aveva iniziato a lavorarci quando Uri era andato
sotto le armi, quasi per proteggerlo. E l'aveva terminato quando il
destino si era compiuto. Lui dice che guarire significa
distaccarsi, che non crede alle guarigioni troppo rapide. "Questa è la
mia vita, stare nella vita non significa evitare il dolore che mi è
toccato in sorte, anche se non è piacevole". Ma l'Uomo che cammina e il
suo seguito vogliono imparare a separare la memoria dal dolore. E
percorrono visioni che sono deliri, come se per uscire dal lutto o
almeno per venirci a patti si debba passare per la follia. O
inoltrarsi nel pensiero magico, nel desiderio irrazionale e consolatorio
di far succedere cose che non possono succedere. Per esempio, rivedere i
propri cari che non ci sono più, donare loro il proprio corpo e il
proprio sangue, come nell'eucarestia (di cui l'ebreo Grossman sa poco o
niente) perché ritrovino la vita, e il movimento, almeno per un attimo. Lo
ammette: "Fare una cosa insignificante e inutile come girare in tondo
fino a sfiancarsi oltrepassa ogni ragione logica. Ma anche perdere un
figlio è contro ogni ragione logica e contro l'ordine naturale della
cose. Uno dei pensieri più difficili da concepire è che la morte è
ermetica, statica, definitiva: puoi fare tutto, ma non cambia. Quindi
per reagire ci vuole qualcosa di altrettanto innaturale e
inconcepibile". Grossman non vuole che questa sia la storia del
suo dolore, ma del dolore di tanti e non solo in Israele. Difende
fieramente la sua privacy, ma narra spericolate incursioni nella follia e
nell'intimità più segreta, perché - dice - questa è la sua
responsabilità. Di padre e scrittore. "Scrivo dei fatti della vita: se
raggiungo certe sfumature dei sentimenti e riesco ad esprimerle non ho
diritto di tenerle per me. Ci sono persone che, leggendo il libro, hanno
trovato il modo di dare parola a emozioni taciute fino a quel momento".
Però, trasferendo in altre lingue quelle parole, si è
manifestato qualche problema: in sessione con i suoi traduttori in un
fantastico centro tedesco, una specie di tempio delle traduzioni, ha
scoperto con stupore che molta parte del mondo non sta a sottilizzare
fra un lutto e un altro: non esiste, come in Israele, un termine
specifico per il lutto di un figlio. Arrivano cose buonissime dai nomi
difficili: in arabo e in ebraico. Due nazioni in guerra che su
questa tavola fanno pace. E oltre il giardino? "La realtà è che è
difficile cambiare, e Israele oggi non sembra avere l'energia per farlo.
I coloni hanno creato una situazione irreversibile che impedisce una
pace stabile e un confine solido con la Palestina. Si crea uno Stato
binazionale che di fatto non lo è: gli israeliani non permetteranno ai
palestinesi di essere uguali. Sarà uno Stato di apartheid terribile per
tutti. E non credo che Netanyahu e Abu Mazen abbiano serie intenzioni di
negoziare la pace. Perché non hanno il coraggio di imporre ai
rispettivi elettori le rinunce che il trattato di pace comporta".Un po' più a Est c'è l'Iran che, fino a pochi giorni fa, Netanyahu
minacciava di bombardare, mentre Ahmadinejad continua a ripetere che
Israele va eliminato. "Viviamo nella paura di non poter esistere più. La
terra ci trema sempre sotto i piedi. Nei vostri media appariamo forti e
arroganti, ma in realtà siamo terrificati. Adesso siamo sei milioni,
con un milione e mezzo di bambini iscritti a scuola: gli stessi numeri
della Shoah.Ogni dieci anni c'è una nuova fonte di angoscia,
oggi è l'Iran che - chiamatela pure paranoia - potrebbe dotarsi di
armi atomiche. Io non voglio un Iran con l'atomica, ma non voglio
nemmeno che Israele lo attacchi. Servirebbe solo a crearci un nemico
eterno". Si sentono degli scoppi, sono fuochi d'artificio. Quanto si può
diventare paranoici in un Paese così esplosivo, dove tutti i giovani,
maschi e femmine, esclusi gli ebrei ortodossi (che non credono nella
nazione degli uomini, ma solo in quella di Dio) si fanno tre anni di
servizio militare? Grossman risponde che il modo in cui i
ragazzi affrontano e superano la leva dipende dalla personalità, dalle
famiglie. "Ma ho letto le testimonianze di alcuni giovani soldati:
dicono che quando traversi la Linea verde diventi Dio. Dai ordini a
gente che ha il doppio della tua età, puoi umiliarla, deriderla. È
difficile rimanere umani in una situazione tanto disumana. Qui c'è il
terrore, ma anche l'orgoglio, ferito o ipertrofico: mai più umiliazione,
mai più dipendere dagli altri. Netanyahu considera Obama
un'anima bella che crede nella razionalità del nemico, mentre noi, da
4000 anni, siamo in contatto con i più crudeli e brutali aspetti della
natura e dell'uomo. Nella Bibbia ci chiamiamo il popolo dell'eternità,
tutto il resto è temporaneo. Noi abbiamo visto l'ascesa e il declino
degli Assiri, i Babilonesi, i Greci, i Romani, i Turchi. Questo è un
pensiero che fa molta presa sulle menti più deboli". Mantenere salde le
menti dev'essere un bel problema da queste parti.Ma non è
insidiosa anche tutta l'empatia di Grossman, che si accampa per anni
nell'anima dei suoi personaggi e si sforza di guardare la realtà perfino
Con gli occhi del nemico, come nel titolo di un suo saggio? "No, per
niente. È una forma di opposizione, quando vivi in un clima che ti nega
il diritto all'empatia". Mentre mi riporta in centro, l'empatia deve
avere un cedimento. A Gerusalemme gli ebrei ortodossi sono sempre più
numerosi, si vedono anche tantissimi ragazzi coi capelli attorcigliati
nei cernecchi: David Grossman fa una smorfia amara. "Sono i più
guerrafondai di tutti, ma loro in guerra non ci vanno".
Ottimi siti sui viaggi se ne trovano tantissimi, ma forse è più raro trovare un blog su questo argomento.Da anni organizzo viaggi in Israele con lo scopo di entrare nel cuore del Paese. Non viaggi di pellegrinaggio, ma di conoscenza, di cultura, di divertimento e di scambio.Israele è un Paese unico nel mondo proprio perché abitato da numerose etnie in un territorio molto piccolo.L’intento di ViaggiIsraele è quello di formare una “famiglia” con i viaggiatori che sono già venuti con me in Israele e con quelli che ci verranno. Foto, impressioni, esperienze: il blog sarà un salotto di scambi tra amici.Ci saranno anche notizie, avvenimenti, articoli particolarmente significativi sul mondo israeliano, per far crescere la conoscenza della realtà di un paese molte volte distorta o poca nota.Questo vuole essere un blog laico, leggero, divertente ma anche ricco di apporti umani. Si richiede rispetto e correttezza che sono fondamentali per ogni buona amicizia.
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