Di Maio, cronista siciliano in Israele «Qui conosco il mondo e me stesso»
Di Carmen Valisano | 24 novembre 2012 http://ctzen.it/2012/11/24/
Alessandro Di Maio è un giovane freelance che da Milazzo, passando per
l’Australia, è giunto in Terra Santa per seguire l’amore di una ragazza e
quello per il giornalismo. Negli ultimi giorni ha raccontato in diretta
su Facebook l’ennesimo capitolo del conflitto israelo-palestinese: «Qui
bisogna spesso affrontare la violenza della guerra, gli estremismi
religiosi, atmosfere così tese e ostili da confondere anche la persona
più colta e aperta mentalmente»
Alessandro Di Maio ha
28 anni, una laurea in Scienze politiche e una vocazione per i
viaggi e il
giornalismo. Per conciliare queste due passioni qualche anno fa ha fondato
LaSpecula.com, il primo settimanale online di notizie internazionali in Italia con giornalisti di tutto il mondo.
Fotografo e giornalista freelance, è
nato a Milazzo, ma è
cresciuto tra la Sicilia e l’Australia. Vive da tre anni in
Medio Oriente (casa sua la definisce scherzosamente «
l’ambasciata di Sicilia in Terra Santa») dove
lavora come corrispondente per alcune testate, italiane e non solo. In
questi giorni ha seguito sul campo l’ennesima recrudescenza del
conflitto israelo-palestinese, postando su Facebook notizie e
testimonianze di quanto succedeva in tempo reale tra Gerusalemme e Tel
Aviv. Una terra che ha imparato ad amare e che per un siciliano è quasi
un po’ casa.
Come sei arrivato dalla Sicilia a Gerusalemme? Cosa ti ha spinto a seguire questo percorso?«Nel
2009 ho partecipato a un
seminario di giornalismo in zona di conflitto tenuto proprio da queste parti. Al termine del seminario ho viaggiato per tutta la regione, visitando i
campi profughi palestinesi,
dormendo sui tetti delle case di Gerusalemme, incontrando i famigliari
di chi aveva perso un figlio in guerra o in un attentato terroristico,
scalando le montagne rocciose del
deserto del Negev, ammirando il tramonto sul Mediterraneo che bagna
Giaffa.
Quel viaggio, uno dei più belli della mia vita, mi ha dato i primi
elementi che caratterizzano le terre di Israele e Palestina, ovvero una
bellezza straordinaria mischiata a una religiosità dirompente e al più complesso conflitto sulla Terra. Il giorno prima di tornare in Sicilia, mi innamorai di una ragazza del luogo».
Cos’hai fatto, allora?«In Sicilia avevo finito l’università, mi era scaduto il contratto di lavoro e, non avendo cosa fare, decisi di ritornare per
rivedere quella ragazza e riassaporare i colori e gli odori della Terra
Santa, magari provando a scrivere per testate giornalistiche. I
primi mesi furono duri: non avevo un lavoro, il visto mi scadeva in
continuazione, vivevo in una specie di topaia e collaboravo solo con un
giornale canadese. Poi ho iniziato a scrivere per qualche
quotidiano e settimanale europeo. Adesso continuo a lavorare ma sto
anche terminando un master in studi Islamici e Mediorientali
all’Università di Gerusalemme».
Che cosa si prova a vivere in una terra complicata come il Medio Oriente?«E’ una terra che trasmette sensazioni di diversa natura. Ogni
giorno, ogni ora, a ogni angolo, è possibile, se si vuole, vivere
aspetti diversi di questa regione, inoltrarsi in culture e religioni che
sembrano non avere nulla in comune tra di loro ma che condividono
moltissimo. Trovo che vivere e lavorare qui, a contatto con le popolazioni locali, sia molto stimolante ed educativo,
soprattutto perché aiuta a rompere i tanti stereotipi coltivati in
Occidente su ebrei, israeliani, arabi, musulmani e, ovviamente, sui
conflitti israelo-palestinese ed arabo-israeliano».
Per un siciliano cosa vuol dire?«In un certo senso, il Vicino e il Medio Oriente offrono a un siciliano un ritorno a parte delle proprie radici perché abbiamo molto in comune con queste persone».
Ma ci sono anche i lati negativi.«Vivere qui non è tutto rose e fiori, bisogna spesso affrontare la violenza del conflitto tra israeliani e palestinesi, gli estremismi religiosi,
atmosfere così tese e ostili da confondere anche la persona più colta e
aperta mentalmente. Il Medio Oriente e le sue caratteristiche si
apprendono piano piano, dopo molto tempo. Una settimana, un mese o poco
di più non bastano».
Ci vuole molto tempo, quindi.«Sono quasi tre anni che vivo qui e più tempo ci rimango, più mi ritengo confuso e consapevole di avere ancora tanto da imparare e da scoprire.
Mi viene da ridere quando attivisti occidentali qui da qualche
settimana o mese si comportano come esperti mediorientali, esperti del
conflitto in grado di giudicare a destra e a manca. Non si rendono conto
di essere strumentalizzati dalle parti in campo».
E cosa vuol dire per un giornalista vivere in questa terra?
«Per me vivere e lavorare come giornalista in Medio Oriente significa capire un pezzo di mondo,
conoscere meglio me stesso, acquisire le conoscenza tecniche per
migliorarmi umanamente e personalmente, essere costantemente sottoposto
al fuoco delle propagande di entrambi i lati».
Che cosa hai provato la prima volta che hai sentito un’esplosione?«Da quando vivo qui mi sono trovato più volte in situazioni
poco piacevoli: sparatorie, scontri tra soldati e manifestanti, bombe
piazzate alle fermate dell’autobus o nascoste sotto una panchina e
granate in mezzo alla strada. Mi sono generalmente comportato in modo
composto perché non lo ritenevo un rischio reale alla mia persona e le esplosioni non mi hanno fatto alcun effetto particolare».
Negli ultimi giorni è cambiato qualcosa?«Ho provato qualcosa di diverso durante l’ultima escalation di
violenza tra l’esercito israeliano e i miliziani islamisti della
Striscia di Gaza. Quando questi ultimi hanno lanciato quattro missili a
lunga gittata Fajr-5 ho sentito la sirena di allarme missilistico e ho
avuto paura. Sapevo che per arrivare fino a Gerusalemme quei missili dovevano essere grandi e pericolosi.
Le esplosioni si sono sentite a malapena perché i missili sono caduti
nella parte meridionale della città, ma l’idea sapere di avere dei
missili diretti contro la tua città, soprattutto se questa è la Città
Santa tra le città sante, ti mette paura e ti fa capire che chi
ha lanciato quei missili ha poca considerazione della morte altrui,
anche della morte di coloro dai quali spera di essere appoggiato».
Qual è la situazione attuale?«Molto complessa. La Siria è devastata da una
guerra civile iniziata con la richiesta di più diritti e democrazia e
giunta adesso all’anarchia, agli attentati terroristici e ai massacri di
civili. Il Libano è influenzato da quanto sta
accadendo in Siria e potrebbe ricadere in un vortice di violenza pari a
quello della guerra civile di venti anni fa. La Giordania,
proprio in queste ore, è scossa da forti manifestazioni contro re
Hussein e il suo metodo di governo, considerato dagli islamisti troppo
lontano dai precetti coranici. L’Egitto è un enorme
punto interrogativo. Oggi è governato da un presidente dei Fratelli
Musulmani, un partito islamista che sul fronte interno mostra il proprio
astio nei confronti di Israele e degli ebrei, e sul lato internazionale
mostra capacità di dialogo diplomatico e rispetto dei patti con
Israele».
E poi ci sono Israele e Palestina.«Dopo una guerra combattuta per nove giorni con razzi e
attentati terroristici da un lato e con attacchi aerei dall’altra,
mercoledì scorso si è ottenuto un accordo di cessate il fuoco che ha
rasserenato gli animi. Nella Striscia di Gaza sono morte circa 150 persone, un terzo delle quali civili, mentre in Israele sei persone sono morte, metà delle quali civili. In più, per la prima volta nel conflitto, dei razzi – quelli di cui parlavo prima – sono stati sparati dalla Striscia di Gaza contro la parte più densamente popolata di Israele,
in particolare contro le città di Tel Aviv e Gerusalemme. Questo
significa che dall’ultimo cessate il fuoco, i gruppi islamisti di Gaza
hanno avuto il tempo, il denaro, l’aiuto e la possibilità di riarmarsi.
Credo che il cessate il fuoco durerà alcuni mesi. Poi si sgretolerà
lentamente proprio come accaduto con quello raggiunto dopo l’operazione Piombo Fuso del 2009».
Come vive la città questo momento? Cosa pensa l’uomo comune di Gerusalemme?
«Dipende: l’israeliano comune pensa che dopo questo cessate il
fuoco la gente del sud del Paese potrà godere di un po’ di pace, nel
senso che per un po’ di tempo non dovranno subire il lancio di nuovi
missili dalla Striscia di Gaza. Inoltre, dopo l’attentato
terroristico che mercoledì mattina è stato compiuto contro un bus di Tel
Aviv, la gente è davvero preoccupata e teme che si ritorni alla Seconda
Intifada, quando attentati terroristici simili venivano organizzati ogni due-tre giorni».
E il palestinese medio?«Pensa invece che ci sia stato un ennesimo attacco israeliano alla popolazione civile palestinese di Gaza.
Bisogna anche sottolineare che tra i palestinesi economicamente e
socialmente più poveri c’è stato chi ha accolto l’attentato terroristico
e i razzi lanciati sulla popolazione civile israeliana con gioia o con
un pizzico del cosiddetto “piacere di vendetta” per l’occupazione
israeliana della Cisgiordania e per il blocco israeliano su Gaza».
E cosa ne pensano i giovani?«Ripeto, dipende. Al loro interno israeliani e palestinesi sono
estremamente frammentati in classi sociali e culturali diverse. Tra i
palestinesi c’è chi a Gaza ha partecipato al lancio dei missili contro i
civili israeliani, chi in Cisgiordania ha lanciato sassi contro i
militari israeliani, chi ha definito gli organizzatori dell’attentato
terroristico “dei bravi palestinesi”, chi ha condannato ogni tipo di
violenza e lavorato insieme agli israeliani per la pace, chi pensa che
questa guerra ha solo aumentato la forza di Hamas indebolendo quella del
partito moderato Fatah».
Anche tra gli israeliani ci sono posizioni diverse?«Sì. C’è chi ha sperato nella totale distruzione di Gaza, chi
si è opposto all’operazione militare israeliana, chi invece l’ha
sostenuta sperando che essa non causasse vittime tra i civili, chi si è
dovuto rifugiarsi in un bunker ogni dieci minuti per ripararsi
dall’arrivo dei razzi, chi è arrabbiato con il governo israeliano perché
è stato costretto a lasciare temporaneamente le lezioni universitarie
per essere richiamato nell’esercito. Ad ogni modo, in entrambe
le parti, i giovani sono eternamente sotto stress, obbligati a vivere un
conflitto con non li fa crescere come dovrebbero».
Sapendoti in questa zona così rischiosa, dopo quanto accaduto negli ultimi giorni, cosa dicono i tuoi cari?«Rispettano le mie scelte. Nei momenti più duri sono stati un
po’ in apprensione, ma credono in me e in quello che faccio. Per questo
non mi contrastano. Mio padre dice: “Apri gli occhi e fa cose buone”.
Credo sia la sua formula scaramantica, dice così da quando avevo 14
anni. Mia madre, in un misto di italiano, inglese e siciliano, dice
semplicemente: “Attento chiama ogni tanto”».
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