Perché serve un accordo con Hamas
abraham b. yehoshua
,http://www.lastampa.it/
Durante la guerra di Indipendenza del 1948 la
Giordania bombardò la zona ebraica di Gerusalemme per diversi mesi, pose
la città sotto assedio e impedì i rifornimenti di acqua e carburante.
Centinaia di civili rimasero uccisi sotto le bombe eppure Israele non
definì i giordani «terroristi» e dopo il cessate il fuoco fu avviato un
negoziato tra le parti al termine del quale fu firmato un armistizio.
Anche i siriani prima della guerra dei Sei Giorni bombardarono per
anni la Galilea settentrionale uccidendo e ferendo molti civili. E un
articolo della Costituzione del partito siriano Ba’ath prevede persino
la distruzione di Israele. Eppure gli israeliani non hanno mai
definito «terroristi» i siriani. Li hanno sempre chiamati
«nemici» e negli anni hanno raggiunto vari accordi con loro, fra cui il
disimpegno dei rispettivi eserciti dopo la guerra del Kippur.
Gli egiziani guidati da Abdul Nasser proclamarono più volte di volere
distruggere Israele, ed era questa la loro intenzione alla vigilia
della guerra dei Sei Giorni. Eppure il dittatore egiziano non fu visto
come un terrorista ma come un nemico. Di più. Neppure i nazisti furono definiti terroristi. Commisero
indicibili atrocità indossando un’uniforme e sottostando agli ordini di
un governo riconosciuto. Sono stati i nemici più brutali nella storia
dell’umanità ma non erano terroristi. È arrivato perciò il momento di smettere di considerare Hamas
un’organizzazione terroristica e di definirlo piuttosto un «nemico».
L’uso inflazionato del termine «terrorista», tanto caro al nostro primo
ministro, pregiudica infatti la possibilità di raggiungere un qualsiasi
accordo a lungo termine con questo acerrimo nemico. Oggigiorno Hamas è in controllo di un territorio, possiede un
esercito, istituzioni governative, canali radiotelevisivi ed è
riconosciuto da numerosi Paesi. Un’organizzazione responsabile di uno
Stato dovrebbe essere definita «nemica», non «terroristica». Ma perché è importante la terminologia? È solo una questione di
semantica? Non esattamente. Con un nemico si può infatti instaurare un
dialogo e concludere accordi anche parziali mentre tentare di dialogare
con «un’organizzazione terroristica» non avrebbe senso e di certo non ci
sarebbe nessuna speranza di accordo. Occorre pertanto legittimare il
tentativo di stipulare un qualsivoglia accordo diretto con Hamas.Non dobbiamo infatti dimenticare che i palestinesi saranno per sempre
i nostri vicini e se non patteggeremo con loro una separazione
ragionevole finiremo inevitabilmente per convivere in uno Stato
binazionale, un’eventualità deleteria e pericolosa per entrambe le
parti. Un accordo con Hamas è quindi importante non solo per
normalizzare la situazione al confine con Gaza ma anche per creare la
base di un eventuale Stato palestinese a fianco di quello israeliano. Il regime di Hamas, eletto dopo l’evacuazione israeliana della
Striscia di Gaza, mostra comunque preoccupanti segni di perdita del
senso della realtà, di incapacità di comprendere ciò che è possibile e
ciò che non è possibile. E le dure reazioni militari di Israele non solo
non lo portano a rinsavire ma rafforzano il suo vittimismo aggressivo. A cosa è dovuta la ferocia e la violenza di Hamas? Il fanatismo
religioso è un fenomeno diffuso ma neppure un regime fanatico si
esporrebbe alla reazione distruttiva di un esercito come quello
israeliano, uno dei più forti al mondo. Alla base del comportamento di Hamas c’è una contraddizione. Da un
lato i suoi leader provano un giustificato senso di eroismo e di audacia
per avere allontanato i coloni e l’esercito israeliano da Gaza,
dall’altro avvertono una profonda frustrazione dovuta al duro isolamento
imposto a una striscia di terra tanto stretta, distaccata non solo da
Israele ma soprattutto dai palestinesi in Cisgiordania. I leader di Hamas, incoraggiati dal successo del ritiro israeliano,
ritengono di potere quindi cacciare i «sionisti» da tutti i «territori
occupati», o per lo meno di costringerli a rimuovere il blocco. Non
avendo fiducia nelle intenzioni di Israele, convinti che la separazione
tra Gaza e la Cisgiordania serva gli interessi di quest’ultimo e
consapevoli che lo Stato ebraico non tenterà più di riconquistare e di
governare la Striscia di Gaza, anziché cercare di risollevare l’economia
del territorio, di fermare la violenza, di costruire una vita normale e
di convincere gli israeliani a consentire alla popolazione libertà di
movimento scelgono la strada che si è dimostrata efficace in passato:
una costante aggressione. Ma nonostante il recente cessate il fuoco le due parti non hanno la
sensazione che la spirale di violenza si sia conclusa. Il comportamento
di Hamas denota un istinto suicida che, con l’incoraggiamento scellerato
dell’Iran, potrebbe portare altra distruzione e morte. Occorre perciò
fare uno sforzo per instaurare un vero e proprio dialogo con i suoi
leader. E come «un’organizzazione terroristica» quale l’Olp si è
trasformata nell’Autorità palestinese così Hamas dovrebbe essere
considerata non «un’organizzazione terroristica» ma il rappresentante di
un governo con il quale, mediante negoziati diretti, si possa giungere a
un accordo basato su quattro principi:
1. L’accettazione da parte di Hamas di una rigorosa supervisione
internazionale sullo smantellamento dei lanciarazzi nella Striscia di
Gaza.
2. L’apertura del valico di frontiera tra Gaza e l’Egitto.
3. L’apertura del valico di frontiera tra Gaza e Israele per un transito controllato di lavoratori palestinesi.
4. L’apertura graduale di un corridoio sicuro tra Gaza e la
Cisgiordania – in base alle norme stabilite a Oslo – perché venga
ripristinata l’unità palestinese in vista di un negoziato con Israele.
L’Autorità palestinese non potrebbe infatti completare o concludere
un accordo di pace con Israele senza la partecipazione attiva o passiva
di Hamas. Una decisione su questioni nazionali di primaria importanza
richiede un ampio consenso nazionale, come avviene in molti Paesi, tra i
quali Israele. Il dialogo con Hamas e un graduale ripristino delle sue relazioni con
la Cisgiordania sono quindi condizioni essenziali per il raggiungimento
di un accordo che preveda due Stati per i due popoli e che porti
all’arresto di un’avanzata lenta ma costante verso uno Stato
binazionale. È questo ciò che spera la maggioranza della popolazione
israeliana.
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