Con Sami e Yotam sapori e profumi di Gerusalemme rivivono nel cuore di Londra
I volti di due chefs londinesi di successo,
sembrano essere quelli adatti per il prossimo manifesto per la pace,
dicono alcuni. Ma per gli autori, Yotam Ottolenghi e Sami Tamimi, si
tratta solo e soltanto di cucina, di cibi, di sapori e profumi quegli
stessi che per vent’anni hanno inconsapevolmente condiviso a
Gerusalemme.Yotam e Sami infatti, sono israeliano il primo e palestinese il secondo;
hanno entrambi 44 anni e da vent’anni circa vivono entrambi a Londra,
dove hanno creato un sodalizio professionale e di amicizia. I loro
locali – con l’insegna “Ottolenghi” – si trovano nelle vie più chic di Londra – da Belgravia, a Soho, a Kensington. E il loro ultimo libro di cucina “Jerusalem” è uno dei bestseller del 2012.“Il nostro libro non ha niente a che vedere con la politica –
chiariscono subito. Tutto quello che abbiamo fatto è stato semplicemente
“raccontare” i cibi che ci piacciono” dichiarano nell’intervista
rilasciata a Danica Kirka di The Times of Israel. Eppure, si legge che
un prete anglicano ha parlato di loro come di un esempio di dialogo
interreligioso; si sa che il New Yorker li ha definiti “chef filosofi” e
che il Daily Telegraph ha dato loro spazio nelle pagine non di svago
dedicate a cucina e divertimenti, ma in quella delle news.Quella di Yotam e Sami è una storia di collaborazione e successo che
nasce e si sviluppa a Londra, che si lascia cioè alle spalle il
conflitto fra israeliani e palestinesi, e che ricorda invece ciò che
unisce i due popoli, ovvero i sapori e i profumi di Gerusalemme.“Inizialmente, quando ci siamo conosciuti e abbiamo scoperto le
nostre storie parallele, parlavamo spesso di Gerusalemme, ma senza mai
soffermarci troppo sul cibo. Poi, però, negli ultimi anni specialmente,
abbiamo cominciato a ricordare delizie dimenticate e vecchi ritrovi… e
l’humus poi è diventato un’ossessione…”.Nonostante vivano da quasi vent’anni a Londra, sia Yotam che Sami
continuano a pensare a Gerusalemme come alla loro vera “casa”. “perché –
dicono – che ci piaccia o no, essa ci definisce: i sapori che
scegliamo, tutto quel che cuciniamo è filtrato dalle nostre esperienze
dell’infanzia in quella città: i cibi con cui le nostre madri ci hanno
nutrito, le erbe selvatiche che raccoglievamo durante le gite
scolastiche, le capre e le pecore che pascolavano sulle colline, la
pitah farcita con la la carne d’agnello, i fichi neri, i dolci
caramellati. La lista è infinita…”. Raccontano che una delle loro
ricette preferite è il cous cous con pomodoro e cipolla, basato su un
piatto che preparava spesso Na’ama, la madre di Sami, a Gerusalemme Est.
Un piatto molto simile a quello che dall’altra parte della città,
Michael, il padre di Yotam, preparava usando i ptitim al posto del cous
cous.Ciò che Yotam e Sami hanno fatto con “Jerusalem” è stato, in fondo,
esplorare il proprio Dna culinario, l’alfabeto dei sapori con cui per
anni hanno nutrito corpo e mente.“Vogliamo cucinare ed essere ispirati dalla ricchezza di una città con
4000 anni di storia alle spalle, che è passata di mano in mano infinite
volte e che ora è il centro delle tre religioni monoteiste, e abitata da
genti provenienti da tutto il mondo. A Gerusalemme – scrivono
nell’articolo per il Daily Telegraph, si trovano monaci greco-ortodossi,
preti russi ortodossi, ebrei hassidici polacchi, ebrei non ortodossi
tunisini, libici, francesi, inglesi; si trovano ebrei sefarditi che
vivono lì da generazioni; musulmani palestinesi della Cisgiordania; ci
sono ebrei secolarizzati aschenaziti provenienti dalla Romania, dalla
Germania, dalla Lituania, e ancora sefarditi arrivati più recentemente
dal Marocco, dall’Iran, dall’Iraq, dalla Turchia; ci sono arabi
cristiani, e armeni ortodossi; ebrei yemeniti, ed ebrei etiopi, ma anche
etiopi copti; ebrei dell’Argentina, dell’India; monache russe che si
occupano dei monasteri e un intero quartiere di ebrei provenienti da
Bukhara”. La mescolanza di cucine e cibi è infinita, eppure dicono ci
sono elementi che alla fine prevalgono sugli altri e che rendono questo
melting pot gastronomico qualcosa di unico, fino a darle un’identità
chiara e identificabile come “locale”.Lo scopo del libro, dicono, era di parlare innanzitutto di cucina, ma
aggiungono “è quasi impossibile dimenticare il contesto in cui essa si è
formata e vive”. La politica è sempre presente, è sempre sullo sfondo,
non si può ignorare. E in qualche modo va ad investire anche la cucina.
“Abbiamo discusso a lungo sulle origini mediorientali dell’hummus, che
sia arabi che ebrei rivendicano – osservano. Ma – aggiungono anche – gli
chefs preferiscono preparare e gustare l’hummus piuttosto che dibattere
sulle sue origini…”.http://www.mosaico-cem.it/
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