mercoledì 9 gennaio 2013
Un articolo di Gilles
Bernheim, gran rabbino di Francia, ha innescato una polemica giornalistica sui
matrimoni e sulle adozioni gay. Nel testo – peraltro molto bello e documentato
– il rabbino spiegava che la divisione tra maschile e femminile è, nella tradizione
ebraica, il simbolo del limite: nessuno può rappresentare l’umanità nella sua
interezza, e perciò cerca l’Altro, divino e umano. Dunque una società che non
valorizza questa bipartizione perde di conseguenza il suo ordine morale e
scivola nel baratro del consumismo. Le adozioni gay rappresentano il passaggio
del bambino da soggetto a oggetto di un diritto e dunque un ulteriore
decadimento etico.La polemica è stata rilanciata in Italia da un intervento di Ernesto Galli
Della Loggia, cui hanno risposto vari esperti in diversi settori, mentre
l’articolo di Bernheim veniva ripreso dalla stampa cattolica. Nel suo articolo
Della Loggia si dichiarava d’accordo con il rabbino, si rammaricava per
l’eccessivo silenzio degli ebrei italiani (anche se alcuni anni fa ci fu
l’intervento in proposito di Riccardo Di Segni), si rallegrava che Bernheim
avesse squarciato il velo del conformismo e del politically correct.Ognuno può pensarla come vuole (io, nel mio piccolo, la penso diversamente).
Bernheim può esporre la propria posizione che ha aperto un dibattito
interessante e partecipato. La sua invocazione al limite dovrebbe indurre a
ragionare con umiltà, perché nessuno su questi temi ha la verità in tasca. Ciò
che appare poco sopportabile è invece il rovesciamento delle carte operato da
Della Loggia. Quale sarebbe il velo da squarciare? Quale la cappa del
politically correct? Ce lo ricordiamo che in Italia non esiste una legge che
regola le unioni di fatto (altro che matrimoni gay), e neanche una norma contro
l’omofobia, il che è uno scandalo? Vogliamo ignorare tutte le indagini che
rivelano un pregiudizio diffuso e maggioritario nei confronti degli
omosessuali? Apriamo una riflessione seria basata sulla realtà. Ragionando, per
esempio, sul fatto che in Italia la famiglia strutturata tradizionalmente
registra una diminuzione percentuale costante e potenzialmente irreversibile.Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas,http://www.moked.it/
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