Fiamma Nirenstein
lascia l’Italia per trasferirsi a Gerusalemme, dove, grazie alla doppia
cittadinanza, potrà continuare a combattere per quello in cui ha sempre
creduto: il diritto ad una esistenza piena per lo Stato di Israele e
affinché abbia cittadinanza, nel Medio Oriente e nel mondo, tutto ciò
che quel Paese rappresenta. Nirenstein, giornalista e scrittrice, è
stata eletta nelle fila del Pdl alla Camera dei deputati durante la
passata legislatura, dove ha ricoperto l’incarico di vicepresidente
della commissione Affari esteri e comunitari. Ora intensificherà la sua
collaborazione con il think tank Jerusalem Center for Public Affairs.
Nirenstein, perché ha deciso di tornare in Israele?La decisione di trasferirmi a Gerusalemme è insieme una scelta di vita e
la realizzazione di un sogno. La doppia cittadinanza, infatti, mi
permetterà di continuare a combattere la mia battaglia per Israele, per
il suo diritto alla vita e il suo pieno riconoscimento. Israele è
l’unica vera democrazia del Medio Oriente, l’unico paese dove si
inverano i valori in cui io credo e per cui ho sempre combattuto: ci
sono giovani e famiglie che hanno un ideale e c’è un’idea solidale della
società umana.
Va in un paese dove la vita è difficile.Israele è molto sconosciuto, anche perché è sempre letto attraverso la
lente d’ingrandimento delle cronache di guerra, che certamente sono un
dato tagliente, ma non sono tutto. Non dimentichiamoci che Israele è pur
sempre un’oasi di democrazia e solidarietà in mezzo a un mondo che non
ama i cristiani e gli ebrei. Io penso che è da lì che può partire un
processo di pacificazione, sia pur iniziale, della regione.
Perché combattere questa battaglia?Una pacificazione della regione non sarebbe una cosa positiva soltanto
nell’ottica dei rapporti tra israeliani e palestinesi, ma sarebbe anche
un segno di crescita nei rapporti tra le religioni monoteiste e in
quelli tra società occidentali e mediorientali. Quella dell’islam contro
ebrei e cristiani, in realtà, è una battaglia a carattere religioso;
l’elemento territoriale è molto meno determinante di quanto normalmente
si pensa e Israele è disposto a cedere territori; del resto, lo è sempre
stato.
Cosa può darle di più, a livello professionale, il fatto di vivere a Gerusalemme?Io amo Gerusalemme, su cui ho scritto anche un libro, e lì ho tanti
amici e conoscenti; ma sarà come quando, in passato, durante il periodo
bruciante dell’Intifada, ci sono stata da inviata de
La Stampa e
Il Giornale.
Potrò tornare sul confine a raccontare di Hezbollah, dell’Iran e della
Siria, facendo quello che in fondo è sempre stato il mio mestiere: la
giornalista. Da un punto di vista professionale, sarà importante per me
vivere da quelle parti dopo le primavere arabe, esserci e poter
raccontare i cambiamenti e le strategie.
E dal punto di vista personale, invece, cosa si aspetta?Come si direbbe in inglese, qualcosa che sia
fulfilling,
appagante. Quello che faccio, lo faccio per una spinta interiore.
Altrimenti si chiacchiera… e si chiacchiera… ma a un certo punto bisogna
pure fare. Io, in questi ultimi cinque anni, ho fatto molto come
deputata per i diritti umani, il Medio Oriente e le donne e ho scritto
anche molti libri. Mi piacerebbe portarmi dietro tutto questo bagaglio
di cultura e politica e, mettendolo insieme, vedere di fare qualcosa di
utile. E qualcosa farò.
Le mancherà la politica?Mi mancherà moltissimo, come mi mancheranno tante persone care, comprese
quelle che non la pensano come me. Mi mancheranno Roma e Firenze. Una
cosa però voglio chiarirla: non è che adesso sparisco dall’Italia e non
torno più. Non l’ho fatto nemmeno nei vent’anni che ho già trascorso in
Israele… Qui in Italia, poi, ho tanti amici e anche parte della mia
famiglia da cui non voglio staccarmi. Sarò sincera: la strada che porta
dall’aeroporto di Tel Aviv a casa mia sarà la continuazione della strada
che da Roma porta all’aeroporto di Fiumicino. Per me sarà sempre un
tutt’uno. E io voglio seguitare a fare del mio meglio.http://www.tempi.it/
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