mercoledì 3 febbraio 2010


Shoah, nomi dei deportati sui sampietrini

Ancora scritte negazioniste nel cuore della città. Nelle prime ore del mattino sono stati imbrattati i muri di un edificio in via Leonina, nel quartiere Monti. Nella giornata di ieri invece all'emittente radiofonica Radio Rock è arrivato un sms con frasi contro lo stato di Israele e la sua popolazioneAll'indomani del Giorno della Memoria nella capitale sono apparse nuove scritte negazioniste. Nelle prime ore del mattino sono stati imbrattati i muri di un edificio in via Leonina, all'angolo con via dei Serpenti, nel quartiere Monti.Nella giornata di ieri invece l'emittente radiofonica Radio Rock ha ricevuto un sms con frasi contro lo stato di Israele e la sua popolazione. Il messaggio è arrivato nel corso di una trasmissione della radio. La Digos ha identificato l'autore del messaggio: si tratta di un uomo, N.A., di 35 anni, senza precedenti penali. E' stato accompagnato in questura e denunciato. Il telefono cellulare da cui è stato inviato il messaggio è stato sequestrato. La notte del 26 gennaio sono stati imbrattati i muri del Museo della Liberazione con slogan negazionisti, una svastica e una croce celtica. In via Cavour, invece, è comparsa una scritta offensiva contro Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, e una contro Alemanno e il Pdl



Dorit Beinish


Israele: scarpa contro giudice supremo

Giudice colpita al volto, aggressore arrestato
(ANSA) - GERUSALEMME, 27 GEN - Un israeliano ha lanciato a Gerusalemme una scarpa contro la presidente della Corte Suprema, Dorit Beinish, colpendola al volto. L'israeliano, di circa 50 anni, e' entrato nell'aula del tribunale dove era in corso un'udienza e dopo essersi fatto indicare da uno dei presenti la signora Beinish si e' alzato e urlando contumelie ha lanciato contro di lei una scarpa, colpendola al volto e ferendola in modo apparentemente non grave. L'aggressore e' stato arrestato.


Calze rivoluzionarie per i soldati

Israele, niente odori per 2 settimane
Calze rivoluzionarie verranno distribuite tra i soldati dell'esercito israeliano. Si tratta di un tipo di tessuto che permette a queste di "respirare" e di restare asciutte per due settimane, evitando così cattivi odori e la formazione di micosi, un fastidioso disturbo diffuso tra soldati costretti a operare sul campo per periodi prolungati. Le calze verranno distribuite a partire da marzo. Secondo il quotidiano Maariv a prevenire questi due fenomeni è un additivo metallico che si trova nel tessuto usato per realizzare le calze. L'impiego sperimentale di questo nuovo prodotto, tra alcune unità di fanteria, ha avuto risultati "spettacolari", ha assicurato il generale Nissim Peretz, capo della divisione logistica dell'esercito. 28/1/2010, http://www.tgcom.mediaset.it/


Gen. Alberto Asarta Cuevas


LIBANO: ALLA SPAGNA IL COMANDO DELLA MISSIONE UNIFIL

Gli spagnoli hanno assunto il comando della missione Unifil al confine tra Libano e Israele. Il passaggio del testimone dal generale italiano Claudio Graziano a quello spagnolo Alberto Asarta Cuevas era stato osteggiato dalle autorita' israeliane. L'Italia ha ceduto il controllo dei 12mila uomini pur essendo il Paese che con 2.400 militari fornisce il contributo piu' sostanzioso.
(28 gennaio 2010) http://www.repubblica.it/



Franz Kafka



Liberate Kafka

Tel Aviv, un giudice ordina alle eredi di Max Brod di consegnare le carte segrete
Un giudice israeliano sta per scarcerare Franz Kafka: o almeno, tutto quel che di lui è rimasto. L’archivio consegnato dallo scrittore morente, nel 1922, all’amico Max Brod, perché lo distruggesse, dovrà uscire entro due settimane dalle cassette di sicurezza in cui è sigillato a Tel Aviv. Dentro non si sa con esattezza che cosa ci sia: gli studiosi hanno fatto molte ipotesi per anni; si è parlato anche di un romanzo finora sconosciuto, oltre a lettere, diari, forse abbozzi di nuovi lavori. L’unica cosa certa è che conteneva anche l’originale del Processo, perché questo prezioso manoscritto nel 1988 è stato venduto a Londra per due milioni di sterline, e di lì proveniva. Tutto il resto è mistero: anzi, un paradossale mistero che si trascina da mezzo secolo, e fa perno intorno a una signora israeliana, morta a 101 anni nel 2008, che lo ha messo sotto chiave, sorda a qualsiasi richiamo, implorazione, supplica della comunità internazionale. Sotto chiave non è la parola esatta, o almeno è un poco riduttiva rispetto alla forma di detenzione subita da quelle carte. Esther Hoffe, la proprietaria, le teneva nel suo appartamento, piuttosto umido a detta dei giornali, e affollato di cani e gatti. Aveva avuto quel tesoro da Max Brod, nel 1968. L’amico di Kafka era riuscito a fuggire da Praga nel 1939, mettendo fortunosamente in salvo dai nazisti trionfanti se stesso e le preziose carte che andava pubblicando. In Israele aveva assunto come segretaria tuttofare la Hoffe, che pare fosse diventata per lui qualcosa di più d’una dipendente. Morendo, le aveva lasciato l’archivio. La situazione divenne subito piuttosto complicata (inutile ricorrere al solito aggettivo «kafkiana», ma viene il dubbio che non sarebbe dispiaciuto al grande scrittore, perché sembrava per certi aspetti una replica dei suoi romanzi). Brod gestiva l’archivio - e del resto è a lui che si deve la pubblicazione delle opere - come un delicatissimo lascito culturale, distribuendo di volta in volta qualche carta a istituzioni accuratamente scelte. Nel ’61 ne aveva anzi ceduto una parte importante alla biblioteca dell’Università di Oxford, su richiesta dei nipoti dello scrittore. La Hoffe, più semplicemente, lo seppellì impedendo a chiunque di metterci le mani, ma non prendendo iniziative particolari salvo qualche tentativo - uno riuscito - di guadagnarci un bel gruzzolo. Lo Stato di Israele la teneva d’occhio ma non poteva sequestrarle il tesoro, solo impedirle di esportarlo, in quanto documento eccezionale della diaspora ebraica. Fu un lungo, ringhioso confronto a distanza. La donna venne fermata una volta all’aeroporto Ben Gurion mentre cercava di portare in Svizzera lettere e documenti; fu un duro colpo per lei, tanto che concesse finalmente all’Archivio di Stato la possibilità di catalogare la collezione. A lavoro compiuto, però, nessuno in Israele e tra gli studiosi nel resto del mondo si sentì appagato. Non si poteva sapere se Frau Hoffe avesse messo tutto a disposizione, o non si fosse cautelata nascondendo i reperti più preziosi. Quella catalogazione non significava ancora nulla, e lo si capì quando l’indomita signora riuscì a beffare i segugi, facendo arrivare a Londra, da Sotheby’s, il manoscritto del Processo, per l’asta milionaria del 1988 vinta da un emissario del governo tedesco. Esther Hoffe era diventata ormai un personaggio proverbiale, il «cattivo» di un interminabile film, che però si immaginava non sarebbe stato eterno. Quando morì, nel 2008, lo psicodramma durato esattamente quarant’anni sembrò giunto al suo termine fisiologico. Non era così: le carte passarono alle due figlie, che le tolsero sì dall’umida cella, dai gatti e dai cani, ma per depositarle in più comode e altrettanto impenetrabili cassette di sicurezza: quattro a Tel Aviv e una a Zurigo. A questo punto sono cominciati i processi: la Biblioteca Nazionale di Israele ha sostenuto che il passaggio ereditario non era valido, perché nel testamento di Brod in favore della Hoffe si specificava chiaramente che la donna avrebbe dovuto trovare per quei documenti la sistemazione migliore in pubblici archivi. Le figlie ovviamente si sono opposte, sostenendo che l’amico di Kafka non aveva posto limiti, né per quanto riguarda l’eventuale vendita all’estero, né per la possibilità di trasmettere il fondo alle successive eredi. La causa con la Biblioteca si è trascinata, come accade, tra alti e bassi, e le speranze degli studiosi dopo una prima fiammata di entusiasmo hanno ricominciato a vacillare. Ora forse è arrivata la vera svolta, con la decisione del giudice. Non è un esproprio: ma le due sorelle, Eva Hoffe e Ruth Wisler, devono sbrigarsi. Hanno poco tempo per raggiungere un accordo con la Biblioteca: in caso contrario i forzieri verranno aperti d’ufficio, e il materiale sarà catalogato un’altra volta. Definitiva, si suppone. Cresce la suspense. Ci sarà davvero un romanzo inedito, come è stato ipotizzato? O alla fine non si scoprirà nulla che già non si conoscesse? In questo deprecabile caso, la trama è già stata scritta, dallo stesso Kafka, nel 1922. È quella del Castello.25/1/2010, http://www.lastampa.it/



Il 2009 peggior anno per episodi di antisemitismo

In particolare in Francia, Gran Bretagna e Olanda
Gerusalemme, 24 gen. (Ap) - Il 2009 è stato il peggiore anno dalla fine della Seconda guerra mondiale per gli episodi di antisemitismo nell'Europa occidentale. Lo riferisce un rapporto di un gruppo di organizzazioni che combatte l'antisemitismo. Secondo l'indagine, nell'anno appena concluso si sono registrate centinaia di violenze nei confronti di ebrei in particolare in Gran Bretagna, Francia e Olanda. Il numero di episodi avvenuti nei primi tre mesi del 2009 hanno superato il totale degli incidenti registrati in Europa occidentale nell'anno precedente, concluso con l'invasione militare israeliana della Striscia di Gaza. Nella sola Francia, nei primi sei mesi del 2009, ci sono stati 631 azioni contro ebrei, 113 delle quali violente. Su scala mondiale sono state otto le persone che hanno perso la vita in questi attacchi antisemiti nel 2009.


Gerusalemme

Mubarak difende costruzione barriera a Gaza

E cita la sicurezza nazionale
Il Cairo, 24 gen. (Ap) - Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha difeso la costruzione della barriera metallica sotterranea lungo la frontiera con la vicina Striscia di Gaza, definendola necessaria per la sicurezza della nazione. Intervenendo davanti ad alti funzionari di polizia, Mubarak ha spiegato che l'Egitto ha dato il via alla costruzione della barriera, il cui obiettivo è di fermare il traffico di armi, persone e di beni che da anni avviene nei tunnel sotterranei lungo il confine tra Gaza e l'Egitto, dopo una serie di attacchi terroristici compiuti contro località turistiche della penisola del Sinai. I tunnel sono usati prevalentemente per rifornire di viveri e altri prodotti di prima necessità Gaza, territorio palestinese guidato da Hamas e sottoposto ad un embargo dallo Stato di Israele. Hamas sta tentando di convogliare l'opinione pubblica araba e musulmana contro la barriera, soprannominandola il "muro della morte". Questo mese, manifestanti hanno inscenato proteste di fronte alle ambasciate egiziane in Libano e in Giordania.


Italia-Israele/ Frattini: Bilaterale importante per processo pace

E per rafforzare collaborazione fra i due paesi
Il vertice bilaterale italo-israeliano può rappresentare un'occasione importante per incoraggiare il processo di pace fra Israele e Palestina. Ad affermarlo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a margine di un convegno a Sestola (Mo). Secondo il titolare della Farnesina il vertice consentirà inoltre di rafforzare la cooperazione fra Italia e Israele. "La cooperazione con Israele diventerà più forte ancora - ha detto il ministro rispondendo ai giornalisti - ci sono 7 ministri per parte più i due capi di governo. Andremo in Israele e poi Berlusconi andrà anche a Ramallah. Vorremo lavorare molto per incoraggiare il processo di pace. C'è un urgenza assoluta perchè si è aperta una finestra importante". APCOM 31 gennaio



Eilat - parco del ghiaccio


L’odio per gli ebrei c’è ancora: ora si chiama antisionismo

Il Giornale, 28 gennaio 2010, Fiamma Nirenstein
Chi nega il diritto dello Stato d’Israele a esistere, riprende gli odiosi metodi di quanti cercarono di sterminare un popoloA leggere i tanti comunicati e prese di posizione nel Giorno della memoria si assiste a una variegata dimostrazione di buona volontà, ma molte volte, mi dispiace, gli ebrei non c’entrano niente. Spesso non è una parola sul loro sterminio, sull’antisemitismo e su come combatterlo quella che viene pronunciata, gridata, sussurrata da uomini politici e fondi di giornale, ma piuttosto una presa di posizione sulla propria personale virtù, sulle virtù della memoria in sé o su temi generici come la difesa dei gruppi che soffrono pregiudizi e persecuzioni da parte di maggioranze. Si dicono due parole di circostanza, poi si parla di Hiroshima, dei pellerossa, delle minoranze etniche ospiti in Italia, del Darfur, della memoria della Resistenza offesa dalle scritte antisemite, dell’immigrazione sfruttata al Sud; tutte cose che denotano sentimenti elevati, e anche una decisa volontà di obliterare il fatto che l’antisemitismo attuale ha come obiettivo gli ebrei, lo Stato d’Israele. C’è chi si indigna che proprio nel Giorno della memoria i muri di Roma siano stati imbrattati con svastiche, ma chi dichiara la sua indignazione si dimentica di dire che le scritte dicono “Hamas vincerà” e “Usa e Israele boia”. Quello non dà noia. Qualcuno arriva a punti comici, come il Manifesto, che denunciava Israele anche ieri sul suo sito: «Israele attacca l’Iran mentre il mondo ricorda l’Olocausto». Che maleducato. Peccato che l’Iran nel frattempo gli prometta di nuovo lo sterminio.Di certo a lato della Shoah degli ebrei sono stati falcidiati gruppi etnici, sessuali, politici: a loro va il nostro ricordo e il nostro rispetto. Ripensare alla loro persecuzione e alle immani stragi compiute dei loro gruppi, crea evidenti, rigorosi doveri di salvaguardia e quindi di memoria. Di certo prima e dopo la Shoah altri orridi eccidi di massa hanno avuto luogo. Ma questo non può obliterare il fatto che vi sia stata una determinazione specifica portata a termine scientificamente, menzionata da Elie Wiesel ieri al Parlamento, di far sparire dalla faccia della Terra un popolo intero, anzi l’unico popolo sopravvissuto dall’antichità. E quello che rende la faccenda più imbarazzante è che la ferita è aperta, sanguina e riguarda in gran parte lo Stato d’Israele contro cui tutto l’anno, fuorché nel giorno della Shoah, si esercitano le migliori armi dell’antisemitismo contemporaneo.La vera domanda odierna è: come combattere un antisemitismo incancrenito e che si sente invece legittimato, poiché da anni l’Onu e le sue maggioranze automatiche, le Ong in gran numero, la sinistra, la destra estrema, la stampa e la Tv, si sono inventate la risoluzione «sionismo uguale razzismo», la Conferenza di Durban, la commissione Goldstone, la continua ripetizione di accuse infamanti allo Stato ebraico quale quella di apartheid, di blood libel, di congiura per conquistare il mondo? Come si giustificano gli odiatori di Israele quando un giornale svedese accusa l’esercito israeliano di rubare gli organi dei palestinesi per commerciarne? Che la stessa accusa sia stata fatta ai soccorritori israeliani, meravigliosi salvatori, a Haiti? Come si spiega che anche l’11 settembre sia stato definito una congiura ebraica? Congiura, sete di sangue... Non sono le stesse accuse che sono state rovesciate sul popolo ebraico nei secoli? I sepolcri imbiancati che propagano una lettura antisemita del popolo ebraico non devono venire a chiedere che si promuova la memoria della Shoah. Elie Wiesel ha detto che troppo timidamente si è affrontato il grande problema dell’odierno odio antiebraico.Ci si metta una mano sulla nostra vera coscienza, quella di italiani in gran parte giudeofobici. In Italia solo il 54 per cento dei cittadini, ha detto Frattini ieri, non ha pregiudizi sugli ebrei; il 12 per cento è apertamente antisemita. Nathan Sharansky ha riportato che nei primi tre mesi del 2009 si sono registrati nel mondo un numero di atti antisemiti pari a quelli di tutto il 2008. E che in assoluto ne contiamo oggi un numero pari a quello di prima della Shoah. Dunque il guaio è che non si tratta solo di ricordare, si tratta di combattere con sanzioni, prese di posizione, tagli dei nostri scambi economici con l’Iran; si tratta di piantarla di suggerire con tocco di ineffabile realismo di parlare con Hamas, che suggerisce nella sua carta costitutiva di uccidere tutti gli ebrei, e lo stesso con Hezbollah che ne fa il suo sport preferito, e che ora è parte del governo libanese.Mi dispiace, il nostro appuntamento con il Giorno della memoria non è con i negozianti che non amano i cinesi, non con il museo della Liberazione di Roma, offeso da scritte antisemite, non con la nostra coscienza resistenziale... È un appuntamento con un antisemitismo vivo e scalciante, che si è vestito di nuovo in tutta Europa con i parafernalia nazisti, e che si serve di terroristi suicidi e prepara la bomba atomica. E che usa i nostri piccoli uomini che fingono che antisemitismo e antisionismo non siano la stessa cosa. Onestamente devo dire che è stato bello che alla Camera Gianfranco Fini abbia invitato Wiesel a parlare in Aula, che abbiano presenziato il presidente Napolitano e il premier Berlusconi, che la mattina il ministro Frattini abbia denunciato l’antisemitismo d’oggi e l’Iran... Tutti hanno detto che l’antisemitismo oggi si esercita soprattutto contro Israele. Che bisogna fermare l’Iran. Speriamo in una rivoluzione.


Rehovot - istituto Weizmann


Chi vincerà la guerra dei giornali? Israele e la stampa

Un nuovo tabloid minaccia l’impero di Yediot Ahronot e rischia di far chiudere il glorioso quotidiano Maariv. Distribuito gratis, Israel HaYom appoggia Netanyahu e sbaraglia la concorrenza. Ma con la free press che ne sarà della libertà d’espressione? Il dibattito infuria. "Non ci fermeremo, né davanti ad ostacoli né di fronte ad altri impedimenti. Non sarà possibile impedirci di diventare il primo quotidiano, di rappresentare la fonte principale di informazione attendibile in Israele. Presto Israel ha-Yom (Israele Oggi - www.israelhayom.co.il) sarà il giornale Numero Uno di Israele”: così, in una tiepida mattinata di fine dicembre a Tel Aviv, si esprimeva l’uomo d’affari statunitense Sheldon Edelson, il business-man ebreo più ricco al mondo, che lo finanzia. Parole accolte dagli scroscianti applausi dei dipendenti del quotidiano, distribuito gratuitamente negli ultimi due anni nel centro di Israele e nei principali mezzi di trasporto di massa per i pendolari. Ormai la sua circolazione tocca le 250 mila copie, con un numero di lettori complessivi stimato in un milione.Nelle gloriose e vetuste redazioni giornalistiche di Tel Aviv - quelle di Yediot Ahronot, Maariv e Haaretz - l’ingresso del nuovo protagonista ha avuto l’effetto di un terremoto. In un mercato già indebolito dalla concorrenza della televisione e di internet e dal costante calo della pubblicità, la “magagna Edelson” proprio non ci voleva. Nei prossimi mesi, di certo, la battaglia infurierà anche perché almeno un giornale - Maariv - si gioca la sopravvivenza. Da parte sua Yediot Ahronot, che nell’ultimo decennio era divenuto di fatto un giornale “monopolista”, ossia più diffuso da solo che non tutti gli altri concorrenti messi assieme, deve adesso fare i conti con un rivale che minaccia la sua leadership. Se da questo scontro titanico scaturiranno sviluppi buoni o cattivi per la libertà di informazione, resta da vedersi. Vent’anni fa un altro tabloid, il progressista ed innovativo Hadashot, fu crudelmente stritotalato nella concorrenza fra Maariv e Yediot Ahronot. Ancora oggi c’è chi lo ricorda con rimpianto.La nascita di Israel ha-Yom avviene nel 2008 quando il Likud di Benyamin Netanyahu è ancora un modesto partito di opposizione ed Ehud Olmert guida Kadima fra crescenti difficoltà per il moltiplicarsi delle inchieste giudiziarie nei suoi confronti. Da tempo Edelson è indignato per quello che gli sembra essere uno scarso patriottismo da parte della stampa israeliana: concepisce dunque un mezzo stampa popolare che declami le ragioni del Likud e infierisca su Olmert finché questi non sia costretto a gettare la spugna. Il fiuto non lo inganna. Sceglie un direttore di prestigio: Dan Margalit, ex columnist di Haaretz, ex direttore di Maariv, stimato conduttore televisivo e protagonista di una clamorosa querelle con Olmert, con cui in precedenza era legato da amicizia. Decide poi che il nuovo giornale sarà consegnato gratuitamente ai pendolari e distribuito nella cassette postali di molti rioni residenziali. Presto Yediot Ahronot e Maariv avvertiranno un calo nelle loro vendite. Haaretz, da parte sua, cercherà di andare ai ripari con un accordo strategico con Israel ha-Yom, mettendogli a disposizione la sue rotative. Di conseguenza per lui l’aumento della tiratura del nuovo giornale significa nell’immediato maggiori entrate, che compensano perdite nella pubblicità.Secondo dati pubblicati dalla compagnia TGI alcuni mesi fa, Yediot Ahronot resta comunque il primo giornale con una diffusione del 34,2 per cento fra quanti leggono almeno un quotidiano al giorno (calo del 4,7 per cento rispetto all’anno precedente); Israel ha-Yom balza al secondo posto con un diffusione del 26,9 per cento (+16 per cento, in un anno); Maariv slitta al terzo posto (14,4) e Haaretz al quarto (7,5). Un assalto ostile? Nella sua breve visita a Tel Aviv, Edelson ha così spiegato le ragioni del successo: “Dobbiamo sempre dire la verità. Diretta, senza fronzoli. Obbedire alla legge. Essere onesti ed equilibrati. Controllare i fatti. Ricordare sempre che siamo ebrei ed israeliani (lui in realtà non ha la cittadinanza israeliana, ndr), garantire libertà assoluta ai nostri giornalisti’’. Anche se fra le sue firme vanta esponenti di sinistra (Yossi Beilin, lo scrittore Yehoshua Sobol e altri), non c’è dubbio che Israel ha-Yom “fa un tifo caloroso” per Netanyahu, attenuando al massimo le critiche quando non c’è proprio scelta e sostenendolo con passione anche come quando - dopo un teso incontro con Barack Obama - altri mezzi stampa locali avevano ricavato l’impressione di un buco nell’acqua. Ma il problema principale rappresentato da Israel ha-Yom è se un Paese democratico possa accettare la presenza di un quotidiano schierato politicamente e distribuito gratuitamente con una tiratura pressoché illimitata. Se sia cioè accettabile che esso metta in crisi quotidiani che devono invece cimentarsi con le ferree leggi dell’economia.Alla Knesset, su pressione di Maariv, alcuni deputati hanno cominciato a lavorare su una bozza di legge che dovrebbe vietare a chi non sia cittadino di Israele di possedere un quotidiano. Un ostacolo che Edelson comunque aggirerebbe facilmente perché sposato con una israeliana. Yediot Ahronot ha preferito rivolgersi a Netanyahu affinché dissuadesse Israel ha-Yom dal varare una edizione del week-end con tre supplementi: ma il premier non ha voluto immischiarsi. Maariv ormai si sente con l’acqua alla gola. “Potrebbe un fornaio sopravvivere se, nella strada di fronte, tutti i giorni, fosse distribuito alla popolazione pane magari meno nutriente, ma gratuito?”, si è chiesto allarmato il suo opinionista Ben-Dror Yemini. Il progetto “dell’americano Edelson’’ (che ha fatto i soldi gestendo casinò) di imporre Israel ha-Yom come primo giornale di Israele, non deve dunque allarmare gli israeliani? “La nostra libertà di espressione e la nostra democrazia si trovano sotto la minaccia di un assalto ostile, devastante, senza precedenti, sferrato dall’esterno”, avverte Ben Caspit, un altro opinionista di Maariv. Yediot Ahronot e Maariv hanno iniziato il 2010 claudicanti, con copie distribuite nelle strade al prezzo politico di uno shekel (20 centesimi di euro) o anche gratis: purché qualcuno le prenda in mano. Il giornalismo israeliano, concordano in molti, sta per affrontare una battaglia critica, forse una delle più importanti nella sua storia.Deputati arabi alla Knesset:il problema della lealtà Nel torpore della televisione educativa israeliana, una pacata intervista pomeridiana si è bruscamente infiammata quando il leader del partito arabo Balad, Jamal Zahalka, ha affermato che durante l’operazione Piombo Fuso il ministro della difesa Ehud Barak “ascoltava musica classica e al tempo stesso uccideva bambini palestinesi’’. “Il loro sangue urla dalla terra’’, ha insistito il parlamentare. “Sfacciato’’, è esploso l’intervistatore Dan Margalit, direttore del quotidiano (filo-Likud) Israel ha-Yom: “Lasci subito questo studio’’. Su richiesta del partito Israel Beitenu di Avigdor Lieberman la questione della “fedeltà” allo Stato di Israele dei deputati arabi alla Knesset è stata esaminata da una commissione ministeriale. Idealmente, sul “banco degli accusati”, con Zahalka sedeva un altro deputato arabo della Knesset, Taleb a-Sana del partito Raam-Taal. Durante una recente manifestazione di protesta contro il blocco della striscia di Gaza, a-Sana ha rilanciato col suo cellulare parlamentare un messaggio di saluto agli arabi israeliani del leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh: un nemico giurato dello Stato ebraico. Israel Beitenu ha messo a punto una bozza di legge che intende emendare la formula di giuramento dei deputati della Knesset. Finora essi dovevano impegnarsi “ad essere fedeli allo Stato di Israele e alle sue leggi’’. Rotem propone una formula più incisiva: “Mi impegno ad essere fedele ad Israele come Stato ebraico, sionista e democratico, fedele ai suoi valori, fedele ai suoi simboli’’. La commissione ministeriale non ha tuttavia approvato l’emendamento. Siedono alla Knesset tre partiti arabi, con 11 deputati su 120. (A.B.) Aldo Baquis, da Tel Aviv http://www.mosaico-cem.it/