Nell'indolenza che mi coglie il venerdì, quando tutti si affrettano per terminare le incombenze che precedono lo Shabbat, sfoglio distrattamente Vanity Fair. E quasi come per magia, Gad Lerner mi comunica dell'uscita del nuovo libro di Alessandro Piperno, Inseparabili, il secondo volume del dittico Il fuoco amico dei ricordi. Era più di un anno che la vicenda di Leo Pontecorvo, lo sfortunato quanto inerme protagonista, mi perseguitava. Dovevo sapere qualcosa in più di Rachel Spizzichino in Pontecorvo. Non aspettavo altro che vedere dove diavolo si erano cacciati i due Pontecorvo junior, Filippo e Samuel. Improvvisamente la prospettiva di uno Shabbat passato a oziare dopo la temibile sessione di esami non era poi così invitante. E allora ecco che Inseparabili si è insinuato nel mio week-end. Ammetto di non essere neutrale. Vi confido anche che non sarò mai una grande critica letteraria dal nome altisonante. Ma Alessandro Piperno per me sarà sempre Alessandro Piperno. Un colpo di fulmine iniziato Con le peggiori intenzioni e continuato con una quantità spropositata di articoli strappati selvaggiamente dal giornale e gelosamente tenuti da parte. Qualsiasi argomento tratti: da Kafka ai mondiali di calcio, da Marie Antoinette a Barney Panofsky non delude. Alessandro Piperno conosce le parole e non ha paura di usarle. I suoi aggettivi ornano ma prendono anche vita (penso a 'croccante' o 'gustoso' accostati a sostantivi impensabili). Costruzioni complesse e contenuti sagaci creano un cortocircuito che è una gioia per gli occhi. Per quanto Inseparabili sia arditamente perverso in alcuni punti, lasciandomi più volte allibita e sconcertata (ho persino pensato di abbandonare il libro e ripiegare sul più confortante Topolino), non posso fare a meno di continuare imperterrita a sostenere che Piperno sia un narratore di enorme potenza. Un narratore che trasuda Balzac e Tolstoj. Celebra un insolito matrimonio tra pietre miliari della letteratura e cultura fluorescente degli anni '80. Non lo vedo come un accademico che ha tradito l'élite con best seller da macero, ma come un uomo con una terribile impellenza di raccontare. "Il bello di aver realizzato un'opera di successo è la consapevolezza che - per quanto tu te ne stia a oziare indecorosamente - lei sgobbi in tua vece tutto il santo giorno come un fidato maggiordomo." Anche i più aggueriti detrattori, che ora si staranno affilando le unghie, non potranno negare l'onestà intellettuale della frase di un grande scrittore come Alessandro Piperno. Rachel Silvera, studentessa,http://www.moked.it/
martedì 28 febbraio 2012
Nell'indolenza che mi coglie il venerdì, quando tutti si affrettano per terminare le incombenze che precedono lo Shabbat, sfoglio distrattamente Vanity Fair. E quasi come per magia, Gad Lerner mi comunica dell'uscita del nuovo libro di Alessandro Piperno, Inseparabili, il secondo volume del dittico Il fuoco amico dei ricordi. Era più di un anno che la vicenda di Leo Pontecorvo, lo sfortunato quanto inerme protagonista, mi perseguitava. Dovevo sapere qualcosa in più di Rachel Spizzichino in Pontecorvo. Non aspettavo altro che vedere dove diavolo si erano cacciati i due Pontecorvo junior, Filippo e Samuel. Improvvisamente la prospettiva di uno Shabbat passato a oziare dopo la temibile sessione di esami non era poi così invitante. E allora ecco che Inseparabili si è insinuato nel mio week-end. Ammetto di non essere neutrale. Vi confido anche che non sarò mai una grande critica letteraria dal nome altisonante. Ma Alessandro Piperno per me sarà sempre Alessandro Piperno. Un colpo di fulmine iniziato Con le peggiori intenzioni e continuato con una quantità spropositata di articoli strappati selvaggiamente dal giornale e gelosamente tenuti da parte. Qualsiasi argomento tratti: da Kafka ai mondiali di calcio, da Marie Antoinette a Barney Panofsky non delude. Alessandro Piperno conosce le parole e non ha paura di usarle. I suoi aggettivi ornano ma prendono anche vita (penso a 'croccante' o 'gustoso' accostati a sostantivi impensabili). Costruzioni complesse e contenuti sagaci creano un cortocircuito che è una gioia per gli occhi. Per quanto Inseparabili sia arditamente perverso in alcuni punti, lasciandomi più volte allibita e sconcertata (ho persino pensato di abbandonare il libro e ripiegare sul più confortante Topolino), non posso fare a meno di continuare imperterrita a sostenere che Piperno sia un narratore di enorme potenza. Un narratore che trasuda Balzac e Tolstoj. Celebra un insolito matrimonio tra pietre miliari della letteratura e cultura fluorescente degli anni '80. Non lo vedo come un accademico che ha tradito l'élite con best seller da macero, ma come un uomo con una terribile impellenza di raccontare. "Il bello di aver realizzato un'opera di successo è la consapevolezza che - per quanto tu te ne stia a oziare indecorosamente - lei sgobbi in tua vece tutto il santo giorno come un fidato maggiordomo." Anche i più aggueriti detrattori, che ora si staranno affilando le unghie, non potranno negare l'onestà intellettuale della frase di un grande scrittore come Alessandro Piperno. Rachel Silvera, studentessa,http://www.moked.it/
A Tel Aviv non si arresta un attimo l'attività di recupero degli edifici storici, siano essi in stile Bauhaus, eclettico o “coloniale”. Shderot Rotschild (Rotschild boulevard) è ormai un museo a cielo aperto, il vecchio quartiere di Nevè Tzedek è stato da anni tirato al lucido da ricchi bohemiens, la stazione ferroviaria abbandonata della linea Yaffo-Gerusalemme è oggi un centro commerciale e un punto di ritrovo di grande fascino. La scorsa settimana ho notato anche il progressivo recupero dell'area sud di rehov Hayarkon; di fronte all'albergo Dan, una casa Bauhaus, che fino a un paio di anni fa era disabitata e in rovina, è pronta per riaccogliere condomini nei suoi volumi equilibrati e armonici. L'orgoglio sionista per il lavoro compiuto, lascia spazio ad almeno due riflessioni. Se Tel Aviv, dopo aver quasi buttato alle ortiche il suo passato (impossibile dimenticare la distruzione dello storico Ginnasio Herzelia per far posto all'orrendo grattacielo di Migdal Shalom), ha cambiato atteggiamento, possibile che non sia possibile seguire l'esempio in tante città italiane? E poi, il restauro degli edifici storici di Tel Aviv è per lo più opera di privati, che in cambio ricevono il permesso di costruire negli spazi adiacenti. Il rischio di scempio architettonico sembra enorme: il costruttore potrebbe far finta di restaurare il passato, o costruire nuovi edifici incompatibili con quelli vecchi. Le istituzioni potrebbero fra finta di controllare e accettare di tutto, casomai a fronte di laute mazzette. Tutto questo non accade, solitamente. Il perché sta anche nel maggior senso del bene comune che hanno sia le istituzioni sia i privati israeliani, rispetto, ad esempio, a quelli italiani. Ecco un'implicazione pratica del concetto del patriottismo. Daniele Liberanome, critico d'arte, http://www.moked.it/
Notte degli Oscar - Premiati il silenzio di Hazanavicius e la storia di George Melies che denunciò l'Affaire Dreyfus
E' mancato un nuovo trionfo per la cinematografia israeliana, che con lo splendido e forse troppo intellettualistico Footnote non è riuscito a imporsi nella competizione, ma la notte degli Oscar è stata densa di riferimenti e di significati ebraici. Nella sua ottantaquattresima edizione, un film muto ha trionfato per la prima volta dal 1929. Con The Artist, definito dal New York Times “una lettera d’amore a Hollywood”, il regista francese Michel Hazanavicius ha raccolto i frutti di una scelta coraggiosa, riportando sul tetto del mondo il cinema europeo con la vittoria di cinque statuette tra le più ambite: miglior film, regia, attore, costumi e colonna sonora. “È più efficace l’astinenza dalla parola che dal cibo e dalle bevande - diceva il Gaon di Vilna, grande Maestro dell’ebraismo del diciottesimo secolo - Il confronto con il silenzio ci insegna quanto spesso delle parole facciamo cattivo uso”. Un insegnamento che Hazanivicius ha assorbito sin da giovanissimo, perché le parole mai pronunciate hanno rappresentato una parte fondamentale della sua vita ben prima che si mettesse dietro a una cinepresa. I suoi genitori e nonni sopravvissero all’occupazione nazista della Francia proprio grazie alla scelta di nascondersi dietro a un silenzio totale sulla propria identità ebraica, anche per meglio difendere i propri figli. L’ebraismo in cui il vincitore della statuetta per la miglior regia è cresciuto fu dunque quello delle cicatrici e degli orrori mai raccontati che la Shoah portò nella sua famiglia, e che gli insegnò il potere delle parole non dette. “I miei nonni non parlavano. E neppure i miei parenti che tornarono dai campi - ha raccontato il regista in una recente intervista al Jewish Journal di Los Angeles - Il silenzio è un linguaggio universale, come la musica o la pittura. Le parole ti confinano nello spazio geografico di una lingua”. The Artist racconta la parabola di George Valentin (Jean Dujardin) da divo del cinema muto ad artista dimenticato e poi salvato dall’amore e dalla capacità di rimettersi in gioco di fronte al cambiamento. “Il mio film è incentrato su un uomo che si trova costretto ad adattarsi o a perdere tutto. Penso che tutte le vicende del popolo ebraico rappresentino la capacità di trasformarsi di fronte alle avversità, senza però rinunciare a se stessi”. Proprio come riesce a fare il bel Valentin.
La Francia e la storia del cinema sono stati assoluti protagonisti della notte di Los Angeles non solo con The Artist, ma anche con il primo film in 3D firmato dal regista Martin Scorsese, Hugo Cabret.“Se ti sei mai chiesto da dove vengono i tuoi sogni… Beh, è qui che vengono creati” dice il giovane George Méliès, interpretato da Ben Kingsley, al bambino dagli occhi sgranati che visita i suoi studi cinematografici nella Parigi dorata della Belle Epoque. Quel bambino diventerà l’esperto di cinema professor Tabard, che aiuterà Hugo e Isabelle, i piccoli protagonisti del film, a ricordare all’ormai triste e dimenticato Papà George la magia di quegli anni, quando il cinema rappresentava davvero la fabbrica dei sogni verso un futuro meraviglioso. Hugo Cabret è arrivato alla cerimonia per l’assegnazione degli Academy Awards da grande protagonista, con ben 11 candidature, tra cui miglior film e miglior regia, e ha raccolto un bottino di cinque statuette (miglior fotografia, effetti speciali, montaggio sonoro, effetti sonori e scenografia, firmata dagli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, alla terza volta sul palco del Kodak Theatre).Fu un sognatore George Méliès (Parigi, 1861-1938), grandissimo produttore/regista/attore degli albori del cinema. Ma nella vita non dimenticò l’importanza del mondo reale, per cercare di trasformarlo in un posto migliore. Tanto da scegliere di portare sul grande schermo il più grande intrigo politico del diciannovesimo secolo: l’Affaire Dreyfus. Perché, come il più celebre scrittore Emile Zola, di fronte all’ingiustizia delle accuse contro l’ufficiale ebreo, Méliès comprese che non poteva rimanere semplice spettatore, ma doveva mettere la sua arte al servizio della verità. Da Gare Montparnasse, la stazione dove si svolge gran parte di Hugo Cabret, partivano i treni per la città di Rennes, che il governo scelse nel 1899 come sede del secondo processo a Dreyfus, invocato da tanti francesi sulla spinta del J’accuse di Zola. Méliès, in quegli anni all’apice del successo, portò Rennes nei suoi studi, dove filmò una serie di corti sulla storia dell’ufficiale, che rievocavano, avvalendosi di tutte le tecniche più avanzate dell’epoca, le tappe della vicenda, dal processo farsa alle sofferenze dell’esilio sull’Isola del Diavolo. L’impatto sul pubblico fu enorme, la proiezione dei documentari provocò continui tafferugli tra innocentisti e colpevolisti. Al punto che Méliès divenne il primo regista della storia la cui opera fu censurata dalle autorità francesi, terrorizzate dal modo in cui un mezzo di comunicazione che doveva essere soltanto un piacevole passatempo per le masse era stato capace di mettere a nudo uno scandalo politico. Tanti applausi, ma niente Oscar invece per il film israeliano Footnote (Nota a piè di pagina), candidato nella categoria miglior film straniero. Incentrata sulla storia di una delicata rivalità tra padre e figlio, grandi studiosi di Talmud, la pellicola di Joseph Cedar già nominato per gli Academy Awards nel 2007 con Beaufort, aveva ottenuto al Festival di Cannes il premio per la miglior sceneggiatura. L’ambita statuetta è andata all’iraniano A separation, del regista Asghar Farhadi, che ha battuto anche In Darkness, pellicola della polacca Agnieszka Holland sulla vicenda di un gruppo di ebrei che nel 1943 per sfuggire ai nazisti, si nascondono nelle fogne della cittadina di Lvov. Rossella Tercatin, http://www.moked.it/
Afghanistan ancora in rivolta. Non si può chiedere scusa a chi sparge odio e uccide
Il Giornale, 26 febbraio 2012.Fiamma Nirenstein
Il rogo del Corano "uccide" due americani. Sebbene bruciare i testi sacri sia stata una mancanza di rispetto, non si può chiedere scusa a chi ammazza.
C’è un errore di approccio culturale evidente nel bruciare dei testi del Corano. Ed esso è pesante e insopportabile quando proviene dalla potenza americana oltretutto nella delicatissimo fase di ritiro dall’Afghanistan. Come abbiano potuto gli ufficiali americani decidere di bruciare cento testi del Corano, è difficile da capire. Diremmo che questo presuppone una sorta di cieca innocenza, inammissibile a quel livello di responsabilità. Potevano stipare i volumi in qualche armadio con tutte le indicazioni e le spiate (forse anche quelli agli occhi dei fedeli, santificate?) che si mandavano per loro tramite i prigionieri. E invece hanno suscitato il finimondo. Ovvero: hanno compiuto, oltre che un brutto sgarbo, anche un errore culturale che sembra un lapsus quasi voluto: il mondo occidentale, dopo tante umiliazioni, ha qui ignorato il fatto che laddove si compiono atti che offendano la religione, là si scatena una violenza delittuosa e incontenibile. Consideriamo dunque l’errore per quello che è stato: non una distrazione, ma una mancanza di rispetto per le altrui opinioni, certamente.Ma l’errore, il disprezzo per un’altra fede, il semplicismo, non hanno niente a che fare con il meccanismo culturale per cui la violenza è esplosa. Essa, non ci appartiene e non dobbiamo farcene carico. Noi, gli occidentali, siamo stati sciocchi e irrispettosi. Ma se per un attimo pensiamo alla piece del Cristo di Romeo Castelucci, quella della merda, vediamo che il massimo delle reazioni da noi possibile per una violazione religiosa è aggressività, dimostrazioni verbali anche di estrema condanna. Lo scontro è astratto. Dal punto di vista di chi odia che le religioni e la libera opinione in genere vengano offese, e chi scrive è fra questi, un gesto che riguarda un libro, per quanto fondamentale, o una piece teatrale, o un film, o una proclamazione di qualsiasi genere è passibile della critica più micidiale… ma non è accompagnato da omicidio, non da noi.Invece le caricature di Maometto significano sangue; i libri di Salman Rushdie e di quant’altri richiedono l’assassinio benedetto da fatwe; il film “Submission” di Theo Van Gogh fu seguito da una mostruosa esecuzione nel novembre del 2004; Ayaan Hirsi Ali, una intellettuale somala anche lei rifugiata in Olanda è costretta a fuggire in tutto il mondo, come tanti altri intellettuali inseguiti dall’accusa di essere dei bestemmiatori del Corano. Di più: l’appartenere a fedi diverse dall’Islam o esserne considerati traditori è anch’esso un crimine che si punisce sovente con la morte, come i poveri uccisi della Nigeria, prevalentemente cristiani ma anche musulmani, dall’organizzazione Boko Haram, quella che anche ieri ha ucciso 14 persone, che il 31 dicembre fece 37 morti in Chiesa e 186 il mese scorso.Essere ebrei è poi un crimine che merita due volte la morte, l’invito a ucciderli è un leit motiv che si insegna ai bambini in moltissime scuole islamiche, seguito ovunque possibile da azioni; cade in questi giorni l’anniversario dell’assassinio di Ilan Halimi, ucciso nel 2006 a Parigi da un gruppo di fanatici che volevano far fuori il loro ebreo. E gli episodi di queste ore in Israele, in cui i palestinesi hanno perso un giovane negli scontri iniziati dalla Spianata delle Moschee, sono partiti con lancio di pietre dall’alto del Muro del Pianto contro gli ebrei sottostanti e nascono di nuovo da parole,dalle affermazioni certo inopportune di un sito di frangia della destra israeliana che invitava gli ebrei a salire sulla spianata, dove un tempo sorgeva il Tempio. Parole che suscitano violenza fino all’assassinio. Ma a noi questo non deve sembrare naturale.Obama ha chiesto scusa, ma forse avrebbe dovuto specificare che era per la mancanza di rispetto dimostrato verso il Corano e non per nascondersi dall’esplosione di violenza. Nessuno deve pensare che le nostre scuse siano volte a quelli che tirano pietre, spargono odio, uccidono. No: esse sono rivolte ai fedeli non violenti. Il resto, è un grande problema da combattere.

Il Berit Milà. Origini storiche della Circoncisione e fonti bibliche del Precetto
Il Precetto della Milà, ovvero Berit Milà, cioè il Patto della Circoncisione, come più comunemente viene denominato, è indubbiamente considerato basilare, nell’ambito dell’ebraismo, talmente radicato nella sua storia e tradizione, da essere vissuto e accettato come elemento caratterizzante e irrinunciabile della stessa identità ebraica, anche da coloro che, per i più svariati motivi, si sono decisamente allontanati dall’osservanza delle mizvot in generale, o addirittura dalla stessa Comunità ebraica e/o dall’Ebraismo nel suo complesso.L’origine nella Torah (scritta) del precetto, e la stessa denominazione che lo identifica, «Berit Avraham Avinu» (il Patto di Avraham nostro Padre), o più semplicemente «Berit», cioè «il patto», per antonomasia, si riferiscono soprattutto a Gen. 17, 10: “Questo è il mio Patto che stipulo con te ( Avraham) … ogni maschio sia circonciso per voi”. Questo segno (Ot), diventa un obbligo, la cui trasgressione viene punita con la severissima pena del karet, per tutti gli aventi diritto ai benefici del patto di (cioè concesso a?!) Avraham.Origini della Milà Eliahu Shemuel Artom, nota a proposito della circoncisione che questa era già in uso presso diverse popolazioni orientali e pertanto la sua introduzione non costituiva una “novità”: che significato possiamo attribuire a questa “accettazione” nella Torah di tale uso? È noto che, per lo più, la Torah si contrappone, si allontana e “supera” e anzi per lo più condanna la maggior parte delle usanze di carattere “religioso” diffuse presso le popolazioni idolatre, e in particolare, i Cananei; la circoncisione, che di fatto comporta una, se pur piccola, mutilazione, non sembrerebbe in sintonia, né con “lo spirito”, né con la lettera della Torah, che “esige” la tutela dell’integrità fisico-corporea delle creature, contrapponendosi a ogni forma, anche minima, di lesione, con significato “religioso”, molto in voga presso le popolazioni idolatre dell’epoca, ma ancor oggi persistenti. Certamente vi sono ben poche eccezioni a questa regola generale della Torah, e anche in questi casi, tali consuetudini, accettate, o, meglio, “tollerate”, vengono, per così dire, “incanalate” e circoscritte in una disciplina “nuova” nelle forme e soprattutto per il significato etico che vi si annette: un esempio pregnante è costituito dalla normativa sui sacrifici: una forma di “ingraziarsi” il Divino, tanto in auge, che viene “mal tollerata” si potrebbe dire, in tutto il Tanakh: la Torah in particolare, condanna molto severamente, come massima espressione di abiezione morale, i sacrifici umani degli adoratori dei Baal e di Moloh; pertanto i sacrifici di animali “accettati” vengono circoscritti, in ambiti molto precisi.La Milà come esigenza umana.La Milà, verosimilmente, rientrerebbe fra le “eccezioni”: rimane da chiarire il suo significato “nuovo”, essendo essa inserita tra le mizwot più importanti della Torah; il contesto in cui viene trattato l’argomento, ci può aiutare a comprenderlo: è possibile evidenziare un percorso “a tappe”, in cui si configurano in modo progressivo, le modalità, i vincoli, i benefici e infine il segno del Patto voluto e stipulato dal Signore con Avraham; in Gen. 15, 1-6 si anticipano alcuni dei benefici del patto che sarà esplicitato più avanti; il Signore promette ad Avraham, una progenie molto numerosa “come le stelle del cielo”; Avraham, non chiede alcuna garanzia di questa promessa;“e credette al Signore e questo gli fu riconosciuto come atto di “Zedaka”(giustizia?), Gen 15, 6. La seconda tappa del percorso viene descritta subito nei versi successivi (Gen. 15, 7-10); il Signore promette di dare la Terra alla progenie; in questo caso Avraham non “si accontenta” della Parola data dal Signore, ma Gli chiede una sorta di “pegno”: “con che cosa saprò che La erediterò?”Notiamo, in questo caso, un cambiamento di atteggiamento, apparentemente “involutivo”, dal punto di vista della fede nei confronti del Signore, di Avraham. La risposta del Signore, tuttavia, è immediata: la richiesta viene accolta, e il Patto viene sancito con un “atto notarile”, secondo le usanze dell’epoca; viene compiuto il “berit ben ha-betarim”, il Patto “tra i pezzi di bestie”, presenti e partecipi entrambi i “firmatari”. La terza tappa del percorso, è contraddistinta dal segno del Patto, la prescrizione della Milà (Gen. 17, 4-14): il Signore, ribadisce gli impegni del Patto per entrambe le “Parti”, che includono la progenie di Avraham, che ne sarà la beneficiaria e avrà la concessione della Terra di Canaan “in eredità perpetua”, e prescrive la Milà, come “segno” a tutti i beneficiari del Patto, non solo i figli d’Israele, ma anche quelli di Ismaele e di Esaù.Possiamo ora chiederci perché Avraham abbia apparentemente cambiato il suo atteggiamento iniziale di fede assoluta. Rashi nota che la “garanzia” richiesta da Avraham si riferisce alla Promessa dell’eredità della Terra; la precedente, che si riferiva alla numerosa progenie, per un credente qual era Avraham, non necessitava di altre prove, in quanto la sua realizzazione dipendeva esclusivamente dalla volontà del Signore; viceversa l’eredità della terra, coinvolgendo altri possibili “pretendenti” che avrebbero potuto contestare ad Avraham la legittimità di tale eredità, rendeva necessaria l’acquisizione, da parte dell’avente diritto, di un “documento”, cioè di un atto “notarile” che ne comprovasse la legittimità. La richiesta rivolta al Signore da Avraham, pertanto, non è dettata dal venir meno della sua incrollabile fede, bensì dall’esigenza che incombeva su di lui di confrontarsi con gli altri uomini in merito al suo diritto di “proprietà” della Terra. La terza “tappa”, infine, si riferisce a un segno tangibile e visibile del Patto già stipulato tra le due parti, ma pur sempre in assenza di testimoni: una sorta di “documento” esibibile all’occorrenza; questo non è destinato solamente a comprovare l’esistenza e la veridicità del Patto nei confronti dei potenziali oppositori, bensì agli stessi beneficiari, ovvero, ai discendenti di Avraham, che ereditano i vincoli del Patto stipulato dal patriarca: la memoria che testimonia anche a loro, l’obbligo di adesione al Patto, è incisa sulla loro carne, è indelebile. La milà, pertanto, può essere considerata un “diritto-dovere” della progenie di Avraham, nonché di tutti coloro che si associano, a qualsiasi titolo al “Berit” di Avraham, compresi Tutti Coloro che erano stati appartenenti a popolazioni idolatre (“Bene’i Nehar”, Estranei; Gen.17,12).Evoluzione del Concetto nella Bibbia.Negli altri libri della Torah, il precetto della Milà, non viene più ribadito in modo esplicito, come per lo più succede per altre mizwot fondamentali; in particolare Moshè, non ne fa alcuna menzione nel suo “Mishnè Torah”, il libro del Deuteronomio; tuttavia la Milà viene citata, in modo episodico, in alcuni contesti, non come una mizwah “nuova” da insegnare, come tante altre non ancora note, ma piuttosto come un dato già acquisito dai “Bene’i Israel”. Un esempio del genere, si trova in Lev.12, 2-3, dove si parla del periodo di “impurità” per la puerpera, derivante dalla perdita di sangue nel periodo post partum, e distinto rispettivamente in caso di nati di sesso femminile o maschile; a proposito dei maschi, quasi per inciso, rispetto all’argomento del contesto, si “ricorda” (evidentemente un elemento già noto), che “nell’ottavo giorno si circoncida la carne del suo prepuzio”; il Talmud si basa su questo verso per affermare che l’obbligo della Milà, da eseguirsi obbligatoriamente nell’ottavo giorno dalla nascita, come prescritto, salvo impedimenti da cause di forza maggiore, è prioritario anche rispetto all’osservanza dello shabbat, le cui norme possono e devono essere trasgredite per tutte le necessità inerenti l’esecuzione della milà a tempo debito.La milà era conosciuta e praticata regolarmente, come si è detto, già in epoca premosaica, il che trova riscontro in molti passi, della Torah e anche del resto della Bibbia; per questo motivo forse, il termine “‘Arel”, ( l’incirconciso), viene spesso usato in modo dispregiativo e/o come sinonimo di “Nohrì”, straniero-estraneo (similmente al concetto di “barbaro” per la Grecia classica, si potrebbe dire); cioè la persistenza del prepuzio, viene considerata come una grezza imperfezione, tale per cui, il portatore debba essere oggetto di vergogna (v. ad es. Giosuè 5, 9). Nell’episodio di Davide e Golia, il primo, parla del nemico in modo sprezzante, come un essere spregevole: “…chi è questo Filisteo, questo Arel che osa insultare le schiere del Dio Vivente…?” (Sam I, 17, 26) .Un episodio che comprova l’acquisizione della Milà, anche come tratto identificativo di appartenenza etnico-sociale, lo troviamo già in Genesi 34, a proposito della vicenda di Dina e dello stratagemma adottato dai fratelli contro il popolo di Shehem. Un altro episodio, molto interessante, è quello che si riferisce al figlio di Mosè, minacciato di morte per la sua condizione di incirconciso, e salvato grazie al pronto intervento della madre (una Midianita!), che provvede a circoncidere immediatamente il figlio (Es. 4, 24-26).In Giosuè (5, 2-5), si parla della circoncisione massiva dei maschi della generazione successiva a quella dell’Esodo; i maschi di quest’ultima erano già stati già circoncisi in Egitto, mentre i loro figli, nati nel deserto, non erano stati circoncisi mentre durava la traversata del medesimo; pertanto, abbiamo anche in questo racconto una conferma che la pratica della circoncisione non era stata interrotta, neppure durante il periodo della schiavitù, essendo già ben radicata nella coscienza di quello che doveva diventare il futuro popolo dei figli d’Israele. Lo stesso racconto, tuttavia, ci rivela che vi fu invece un lungo un periodo di tempo, quello trascorso nella traversata del deserto appunto, in cui tale pratica era stata interrotta; quale ne era stata la causa? Il testo, a questo proposito, si limita a osservare che “non erano stati circoncisi durante la traversata” (Giosuè, 5, 6-7), e non fornisce alcun elemento di spiegazione. Rimane quindi da chiarire la questione; il quesito riguarda in particolare il comportamento di Mosè: perché il Legislatore e Maestro per eccellenza, non ha provveduto a porre rimedio a una situazione, di persistente omissione, per un periodo tanto protratto, di un precetto così fondamentale? Mosè stesso, tra l’altro, era reduce da un’esperienza personale, quella già citata dell’omessa circoncisione di suo figlio. La precarietà delle condizioni nel deserto non può fornire una spiegazione soddisfacente al problema del comportamento di Mosè in questa circostanza, in quanto la lunga durata (quarant’anni) di quella traversata gli avrebbe consentito comunque di intervenire e ripristinare l’osservanza del precetto. Inoltre non può sfuggire all’attenzione un nesso tra i due episodi che videro come mancato protagonista lo stesso personaggio di tale caratura. Chi più di lui, infatti, avrebbe dovuto dare il “buon esempio”, mediante l’osservanza attiva del Precetto? Si potrebbe forse pensare che la Milà, proprio perché già ben “acquisita” nella coscienza, oppure perché non di pertinenza esclusiva del “Popolo di Sacerdoti”, non necessitasse di ulteriori “richiami”, da parte del Legislatore? Questa interpretazione, “coazione a ripetere l’errore” da parte del Maestro: una “trascuratezza” inconcepibile per un personaggio del suo calibro! Possiamo pensare ad altre possibilità interpretative? È ammissibile l’ipotesi di una “dimenticanza voluta” di Mosè? Anche se una possibilità del genere sembra inverosimile, non si deve escludere a priori: come già si è accennato, esaminando l’origine della mizwà, è lecito pensare che essa vada incontro piuttosto a un’esigenza umana, e quindi si presenti come una “concessione” della Torah, in tal senso; per di più, troviamo in tutta la Bibbia molti passi che inducono a considerare la Milà, come un’eccezione rispetto alla tendenza preponderante a privilegiare la “spiritualità” rispetto alla“materialità” delle manifestazioni religiose. Possiamo prendere in esame alcuni di questi passi: si è già detto del divieto assoluto di qualsiasi tipo di mutilazione, anche se di minima entità; non vi è dubbio, che anche la circoncisione comporti una lieve menomazione sul piano dell’integrità fisica dell’individuo. Il divieto del tatuaggio, ad esempio, secondo l’alakhà, fa riferimento a Lev. 19,28 e Deut. 14,1, ove si parla, del divieto di produrre incisioni (scarificazioni cutanee) o “rasature tra gli occhi” a scopo di lutto (questo tipo di tradizione, è diffuso, anche con altre motivazioni “sacrali”. ancora ai giorni nostri); è degno di nota l’incipit-motivazione del verso in Deut.: “Voi siete figli al Signore…”: più che un’imposizione sembra la manifestazione di un Genitore premuroso, preoccupato per la salute e l’integrità fisica delle sue creature. Gli usi e costumi “religiosi” sono spesso all’origine di atteggiamenti autolesivi (autofustigazioni, cilicio, infibulazioni ecc.); il Signore, che sorveglia al benessere delle Sue creature, ci insegna che tali credenze sono fasulle e gli atteggiamenti conseguenti, non Gli sono affatto “graditi”, e perciò, tanto meno, sono da Lui Medesimo richiesti.
Chaim Magrizos è medico pediatra a Torino.Ha studiato presso la Scuola Rabbinica Margulies-Disegni.(La seconda parte di questo articolo verrà pubblicata la prossima settimana)
Da Star Trek alla Hebrew University, il passo è breve
La scoperta di alcuni ricercatori della Hebrew University sul legame fra esperienza visiva e formazione delle immagini, consente l'utilizzo di un dispositivo che attraverso i suoni permette ai non vedenti di ricreare mentalmente l'immagine di ciò che li circonda.Quando la fantascienza si trasforma in realtà: sembra proprio questo il caso di dirlo! Una visiera che assomiglia molto a quella di Jordi La Forge di Star Trek, consentirebbe ai non vedenti di ricostruire mentalmente l’immagine di ciò che i loro occhi non vedono. È questo il frutto della ricerca di un team di scienziati israeliani della Hebrew University di Gerusalemme.Amir Amedi, sull’ultimo numero della rivista Cerebral Cortex, pubblicata dalla Oxford University, spiega come una delle questioni chiave nella percezione sensoriale sia rappresentata dal ruolo dell’esperienza nel modellare l’architettura funzionale dei sistemi sensoriali neurali. Quando i nostri occhi vedono, sappiamo che si verifica una divisione a livello cerebrale, quella fra la ventrale occipito-temporale e la dorsale occipito-parietale che determina il “cosa” e il “come e dove”. La ricerca del team di Amedi si è concentrata sullo studio della effettiva dipendenza fra l’esperienza visiva e questa divisione a livello cerebrale. (The large-Scale Organization of “Visual” Streams Emerges Without Visual Experience), dimostrando che questo rapporto di causa-effetto non è necessario. La scoperta del team di Amedi si basa su una serie di studi svolti negli anni passati, dai quali era emerso che durante la lettura braille nei non vedenti si evidenziava attività cerebrale nelle stesse aree dei lettori vedenti. Alla luce di tutto ciò Amedi sostiene che “il cervello si comporta non come una macchina sensoriale, bensì come una macchina unitaria: la separazione delle funzioni della corteccia visiva cioè non costituisce un momento necessario nella formazione della vista”.Questa scoperta permette di utilizzare uno speciale dispositivo, inventato più di vent’anni fa da un ricercatore olandese che utilizza il suono per “incidere” la corteccia cerebrale. Grazie ad un complesso algoritmo tale dispositivo permette di tradurre la posizione e l’aspetto di un oggetto in toni distinti e ai non vedenti congeniti di “vedere” effettivamente gli oggetti. Questo dispositivo, chiamato Sensory Substitution Device, è simile ad una visiera e ricorda molto quella utilizzata da uno dei personaggi di Star Trek, Jordy La Forge.Secondo quanto spiegato da Amedi e dai suoi ricercatori, i non vedenti che utilizzano il Sensory Substitution Device possono imparare a interpretare il “paesaggio sonoro” per “vedere” l’ubicazione, la forma e la posizione di persone o oggetti, e anche per leggere le parole scritte.http://www.mosaico-cem.it
domenica 26 febbraio 2012
In Darkness, un titolo che evoca istantaneamente la paura, presenze sinistre, l'impossibilità di fuggire se non tastando maldestramente alla ricerca di qualche punto di riferimento. Un tipico titolo da film horror da guardare stringendo forte i braccioli della poltrona. Ma le tenebre possono uscire dallo schermo, invaderci e farci tornare a quello stato infantile di paura irrazionale. Le tenebare possono essere ispirate a una storia vera. E questo è il nostro caso. Lvov, 1943, una cittadina stracciata e sfilacciata dalla guerra. Nessuno è al sicuro, tutti si guardano con sospetto, a Socha viene offerta una pericolosa quanto redditizia opportunità: nascondere degli ebrei in cambio di denaro. E quale luogo migliore se non nelle gallerie sotterranee dove si trova l'impianto fognario che per lavoro conosce molto bene? Da questo punto il film si sdoppia: le vicende degli ebrei sotto la terra che vivono nell'umidità e nel terrore costante e la gente che invece cammina inconsapevolmente sopra le loro teste. Il film è tratto dal libro di Robert Marshall ed è dedicato a Marek Edelman che fu uno dei promotori della coraggiosa rivolta del ghetto di Varsavia. La regista Agnieszka Holland ricostruisce con grande cura un ambiente claustrofobico che porta perfino gli spettatori a volere disperatamente uno sprazzo aperto sul cielo. Racconta di quanto, nonostante i numerosi film che trattano il tema della Shoah, sia necessario porsi la domanda: "Dove era finito l'uomo? Come ha fatto l'anima a tingersi di nero?" La Holland sottolinea quanto sia stato importante rendere i personaggi ebrei degli umani con le loro imperfezioni che li rendono reali, quindi insistendo ancora di più sul dovere di salvarli. Socha è un personaggio a tutto tondo, che cambia con il passare del tempo, il suo non è più un mero business ma diventa la causa per la quale lottare. Per dare realismo al lungometraggio sono stati fatti sopralluoghi nelle gallerie sotterranee di Berlino e Lodz ed è stato studiato il dialetto polacco di Lvov. Il direttore della fotografia Jolanta Dylewska evidenzia come il buio sia una metafora e come Socha, il salvatore, sia sempre seguito da una luce caratteristica. Un film che gira intorno alla dualità e alla contrapposizione: la luce e il buio, sopra la terra e sotto di essa, universalizzando questa storia particolare con la situazione generale dello sciagurato periodo. Ma le opposizioni vengono mitigate anche dal grigio, dalla profonda analisi psicologica dei personaggi che li rende vicini a noi. E questo acuisce la drammaticità, proprio il fatto che si parli di gente comune, non cavalieri senza macchia o maschere caricaturali, avvicina terribilmente lo spettatore allo schermo. Non sono i nostri sfortunati correligionari polacchi del 1943 a vivere con i piedi bagnati e il cibo centellinato, improvvisamente Lvov siamo noi. E calano le tenebre. Pagine Ebraiche, marzo 2012
Si svolgerà nelle prossime ore la cerimonia di assegnazione dei Premi Oscar. Tra le cinque pellicole in lizza nella categoria per il miglior film straniero, Footnote del regista israeliano Joseph Cedar e In Darkness della polacca Agnieszka Holland. Due lavori di grande intensità, già premiati in occasione di alcuni importanti festival internazionali, che toccano da vicino i temi dell’identità e della storia ebraica europea.
Oscar o non Oscar, tutta Hollywood ne parla. "Significa che ci sono cose più importanti della verità." "Ad esempio?" "La famiglia." Con questa risposta lapidaria, Shkolnik figlio, rivela il suo piccolo dramma personale. Già, perché i protagonisti del film israeliano Footnote sono due Shkolnik: padre e figlio. Entrambi professori di Talmud all’Università ebraica, il padre è caduto nel dimenticatoio, il figlio è all'apice del successo. Poi l'imprevisto, Shkolnik padre riceve una telefonata, ha vinto il premio più importante di Israele come riconoscimento per i suoi lavori. Una boccata di aria fresca, uno scorcio di luce, una rivalsa. Il colore sembra tingere di nuovo il volto di quell'uomo così terribilmente grigio. Ma è un errore, un banale, dolorosissimo errore. Avete presente quando a Miss Italia dicono che ha passato la selezione una ragazza con un determinato numero, ma qualche secondo dopo si scusano per l'increscioso errore di distrazione e la fanno retrocedere in favore di un'altra? Il vincitore non è il padre. Mister luminare di Israele non è quell'uomo incupito dalla vita. Anche i diligenti funzionari israeliani sbagliano. Colpa dello stesso cognome. Perché il podio è di Shkolnik junior e proprio a lui viene comunicato il malinteso. E ora cosa fare? Come dirlo a papà? Ma sopratutto, dirlo a papà? Se invece gli regalassi questa vittoria? Competizione e affetto, timore e rispetto incorniciano questa storia dolceamara che racconta uno dei rapporti più difficili fin dai tempi della Torah, quello tra padre e figlio. Un topos che regna incontrastato da Lettera al padre di Kafka a Con gli occhi chiusi di Tozzi. Alessandro Piperno nel suo ultimo libro, Inseparabili, scrive "...in realtà il più delle volte non erano altro che padri, ovvero individui sprovvisti dalla natura di capacità empatica e cautela misericordiosa". Il regista Joseph Cedar (nell’immagine a sinistra) descrive il padre come uno studioso più rigido e maggiormente legato alla parola scritta, mentre il figlio guarda al compromesso, basandosi sulla natura flessibile dell'oralità. Due modalità che li mettono in una posizione antitetica anche nella vita di tutti i giorni. Uno scontro generazionale a suon di Talmud. Cedar, che ha scritto e diretto il film, sarà probabilmente il regista di uno degli episodi dell'annunciato film corale Jerusalem, I love you (per il progetto Cities of love che ha come illustri precedenti Paris, Je t'aime e New york, I love you). Lior Ashkenazi, protagonista con Shlomo Bar-Aba, ha recitato in Matrimonio tardivo e in Be tipul, che ha ispirato il telefilm americano In Treatment. Il regista ha più volte raccontato del fascino mitico che il dipartimento di Talmud della Hebrew University esercita. Ma sopratutto di epici scontri e rivalità tra scolari continuamente alla ricerca di quello che si avvicina di più alla realtà e di quello che è l'errore. Allora ecco un film che si muove abilmente e con un pizzico di ironia su concetti assoluti come l'errore e rapporti assoluti come quello tra padre e figlio. Cercando risposte e ponendosi sempre più domande. Penelope Draper, Pagine Ebraiche, marzo 2012
Il 1911 è stato un anno importante per l'Italia e per i suoi ebrei, perlomeno per le élite delle Comunità. In quei mesi si celebrava infatti il cinquantennale del Regno in un clima di sostanziale fiducia "su I destini della Nazione", governante Giovanni Giolitti, e con un re, che salito al trono dopo l'assassinio del padre, appariva allora un sovrano aperto e privo di tentazioni assolutistiche. Il Paese celebrò i cinquanta anni dell'Unità con esposizioni nelle tre capitali storiche: Torino, Firenze e Roma. Di pari passo la cultura si stava avviando verso nuove espressioni superando il positivismo e la retorica post-risorgimentale. In questo quadro gli ebrei della Penisola erano considerati tra i più emancipati, ricoprendo cariche nell'esercito, nei palazzi del potere, nell'accademia e nel giornalismo. L'israelitismo, la religione israelitica dei figli dei ghetti si era fossilizzata in un culto sempre più basato in rituali di routine, mentre le giovani generazioni si erano perfettamente inserite condividendo gli ideali dei loro coetanei, in diverse ideologie. Già alla fine del primo decennio del secolo si manifestarono i primi segni di un nuovo indirizzo anche in campo ebraico. A Firenze, centro di fermenti di rinnovamento intellettuale - basti pensare alle riviste che vi venivano pubblicate, la Comunità ebraica aveva come rabbino rav Shemuel Zevì Margulies, galiziano, di formazione tedesca, che si era impadronito della lingua italiana in brevissimo lasso di tempo, dirigendo il Collegio Rabbinico che era qui passato da Roma e maestro carismatico di allievi e di discepoli, anche al di fuori dell'Istituto che era stato di Shemuel David Luzzatto e Lelio Della Torre. Qui venne fondata La Rivista Israelitica, espressione di studi e saggi ad opera dei docenti e dei futuri maestri al livello di quelle pubblicate nei grandi centri di Israele. Un gruppo di giovani di fine intelletto ed entusiasmo creativo fondò inoltre la Pro Cultura, per la diffusione e lo studio del retaggio ebraico, che si propagò in altre città, prototipo dei circoli, "convegni' che hanno operato lungo tutto il Novecento. La Settimana Israelitica diretta all'inizio da rav Margulies si aggiunse con spirito innovatore alle due preesistenti testate di indirizzo opposto, Il Vessillo Israelitico - israelitico nell'indirizzo legittimista sabaudo - e Il Corriere di Dante Lattes, a Trieste, aperto alle nuove correnti, in primis al sionismo, che pochi anni dopo, unitosi al periodico fiorentino, darà vita all'Israel, gloriosa testata nei decenni a venire.Il 1911 costituì, nel medesimo tempo, una tappa, ma soprattutto, un ulteriore salto di qualità e di attività che ebbe in Firenze il suo centro propulsore. L'appello lanciato nell'estate da un gruppo di giovani per un incontro, per uno scambio di idee, sfociò a fine ottobre nel Primo Convegno Giovanile Ebraico Italiano. Con commozione ne leggiamo la cronaca nel numero speciale della Settimana del 9 novembre, come la lettura degli scritti e le polemiche dei mesi precedenti ci fanno rivivere l'entusiastica, appassionata atmosfera di quei giorni. Ci imbattiamo in nomi che abbiamo conosciuti da adulti e anziani o solo incontrati nello studio o nei racconti. I Bahurei Israel di Firenze, i giovani di rav Margulies, prima di tutti Alfonso Yehudà Menahem Pacifici, rav Elia Shemuel Artom, rav Umberto Moshè David Cassuto, rav Armando Sorani, l'avvocato Edgardo Morpurgo, l'avvocato Carlo Alberto Viterbo di benedetta memoria.E nuovamente a Firenze abbiamo fissato di ritrovarci a fine febbraio, per rievocare quel primo convegno, primo di altri tre, a Torino (1912), Roma (1914) e il "mitico" di Livorno del 1924. I relatori ricorderanno i temi e le deliberazioni di quelle storiche giornate che senza esagerazione hanno illuminato, direttamente e per trasmissione, tutto il secolo in varia misura. I cento anni contrassegnati dalla più grande tragedia del popolo ebraico, ma pure dalla concretizzazione del sogno dei convenuti all'incontro fiorentino: la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel.Che la memoria del passato ci sia di sprone per affrontare le sfide del presente e del futuro. Reuven Ravenna, Italia Ebraica, marzo 2012
Jerusalem SOS: ebrei e musulmani insieme a salvare vite umane
vi consiglio di vedere questo bellissimo video: http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&ID_articolo=504&ID_sezione=654
Mentre ascolto le notizie, ho la sensazione che uno sciame di parole mi stia pungendo: Iran, Israele, nucleare, Palestina-Israele a un punto morto, musulmani che uccidono ebrei ed ebrei che uccidono i musulmani. In quanto donna musulmana che tiene lezioni sull'Olocausto in una scuola cattolica, mi sento costantemente frustrata dalla copertura dei media sul Medio Oriente, che per lo più sembra evidenziare e consolidare le tensioni nazionali e religiose, nonchè i pregiudizi e i conflitti.Un documentario del regista Karen Ghitis trasmesso recentemente da Al Jazeera, ha rappresentato un'eccezione estremamente incoraggiante alla regola. Il film, Jerusalem SOS, ha mostrato ebrei e musulmani impegnati a salvare delle vite umane.Il documentario, andato in onda lo scorso mese, mostra arabi con indosso giubbotti arancioni su cui è stampata la stella rossa di David collaborare con gli Haredi (conosciuti come ultra-ortodossi), gli ebrei con le papaline nere e tzitzit ("frange" rituali annodate ai capi di abbigliamento). Entrambi i gruppi hanno solo lodi l'uno per l'altro. Lavorando come paramedici volontari presso l'organizzazione ebraica ortodossa United Hatzalah (UH), questi ebrei e musulmani stanno prendendo atto degli aspetti più importanti della loro fede: preservare le vite umane e la giustizia.Nel documentario i paramedici palestinesi dell'UH hanno notato che spesso i mezzi di soccorso tardano nel raggiungere i malati e i feriti a Gerusalemme Est, perché le ambulanze israeliane non sono autorizzati ad entrare nei quartieri palestinesi senza essere accompagnate da una scorta di polizia o militare. Inoltre, alcune delle case non hanno indirizzo. Dato che i paramedici UH conoscono bene la zona e dispongono di moto-ambulanze, sono i primi ad arrivare sulla scena.Il film mostra la squadra di soccorso che trascende i confini fisici e politici per salvare vite umane. I membri di entrambe le fedi si aiutano a vicenda nel fornire servizi alle comunità durante i rispettivi giorni santi: i musulmani vanno in soccorso degli ebrei durante il sabato ebraico, mentre questi ultimi aiutano i musulmani nelle situazioni di emergenza il venerdì, così come durante il Ramadan.Eli Be'er, il fondatore della UH, è citato anche dal Jerusalem Post: "Gli ebrei ei musulmani non si oppongono a lavorare insieme, nonostante i confini invisibili e i sospetti che separano le loro comunità. All'inizio, ho incontrato alcuni che sono rimasti sorpresi di lavorare insieme, ma dopo aver visto che si tratta di persone fantastiche ed estremamente professionali, si sono trovati bene".Questi paramedici musulmani ed ebrei hanno abbracciato la ricchezza spirituale delle proprie fedi ignorando i confini superficiali della differenza. Si dovrebbe prendere spunto da questa storia, e concentrare maggiormente l'attenzione sulla speranza e la cooperazione.Mi viene in mente un'altra storia interreligiosa incoraggiante che risale ad alcuni mesi fa. Il 5 giugno, ABC News ha riferito che "Un uomo israeliano, sul punto di morte per problemi al cuore, ha appreso oggi che potrà continuare a vivere, grazie a una famiglia palestinese che ha donato il cuore di uno dei suoi membri uccisi nell'escalation di violenza che sta devastando l'Israele".L'israeliano che ha ricevuto il cuore ha commentato affermando che i loro cuori erano uguali, così come lo erano loro dentro.È fondamentale che ebrei e musulmani facciano riferimento alle molte storie positive di vita e di morte, di fede e giustizia che si verificano quotidianamente. Attraverso le nostre azioni e la perseveranza affermiamo i nostri valori comuni e gli impegni reciproci, indipendentemente dalle differenze religiose.



