Lunedì 18 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/Cala il numero dei palestinesi convinti che sparare missili da Gaza contro Israele aiuti la loro causa. Il dato è emerso da uno studio diffuso ieri del Centro di comunicazione e media di Ramallah, che mette a confronto le cifre di oggi con quelle di un’analoga indagine del 2009. Il risultato mostra come, in generale, il supporto dei palestinesi a «ogni tipo di operazione militare» contro lo Stato ebraico sia notevolmente diminuito, e nello specifico sottolinea che il lancio di ordigni contro il territorio israeliano ha oggi la metà dei fautori rispetto a due anni fa. Stando al sondaggio, dall’ultima guerra di Gaza (2008-2009) «la percentuale di palestinesi che si oppone ad attacchi militari contro Israele è cresciuta dal 38.1 per cento del gennaio 2009 a 51.8 per cento dell’aprile 2011». Mentre nello stesso periodo il numero di sostenitori degli attacchi «si è ridotto dal 53.3 per cento al 37.1 per cento attuale». Il lancio di razzi è stato indicato tra le tipologie di aggressione meno popolari. Due anni fa «il 50.8 per cento dei palestinesi reputava che fosse utile»; oggi invece questa percentuale «si è ridotta a 25.4 per cento, mentre il 37.3 per cento degli intervistati è convinto che, al contrario, queste aggressioni danneggino i loro interessi nazionali». Prevedibilmente, sull’argomento le opinioni pubbliche palestinesi di Gaza e Cisgiordania sono divise. Se nei Territori la via militare piace ormai solo a una minoranza, nella Striscia ottiene ancora il consenso del 45.5 per cento degli abitanti.
mercoledì 20 aprile 2011
Minore il supporto dei palestinesi ad operazioni militari contro Israele
Lunedì 18 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/Cala il numero dei palestinesi convinti che sparare missili da Gaza contro Israele aiuti la loro causa. Il dato è emerso da uno studio diffuso ieri del Centro di comunicazione e media di Ramallah, che mette a confronto le cifre di oggi con quelle di un’analoga indagine del 2009. Il risultato mostra come, in generale, il supporto dei palestinesi a «ogni tipo di operazione militare» contro lo Stato ebraico sia notevolmente diminuito, e nello specifico sottolinea che il lancio di ordigni contro il territorio israeliano ha oggi la metà dei fautori rispetto a due anni fa. Stando al sondaggio, dall’ultima guerra di Gaza (2008-2009) «la percentuale di palestinesi che si oppone ad attacchi militari contro Israele è cresciuta dal 38.1 per cento del gennaio 2009 a 51.8 per cento dell’aprile 2011». Mentre nello stesso periodo il numero di sostenitori degli attacchi «si è ridotto dal 53.3 per cento al 37.1 per cento attuale». Il lancio di razzi è stato indicato tra le tipologie di aggressione meno popolari. Due anni fa «il 50.8 per cento dei palestinesi reputava che fosse utile»; oggi invece questa percentuale «si è ridotta a 25.4 per cento, mentre il 37.3 per cento degli intervistati è convinto che, al contrario, queste aggressioni danneggino i loro interessi nazionali». Prevedibilmente, sull’argomento le opinioni pubbliche palestinesi di Gaza e Cisgiordania sono divise. Se nei Territori la via militare piace ormai solo a una minoranza, nella Striscia ottiene ancora il consenso del 45.5 per cento degli abitanti.
Lunedì 18 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/Cala il numero dei palestinesi convinti che sparare missili da Gaza contro Israele aiuti la loro causa. Il dato è emerso da uno studio diffuso ieri del Centro di comunicazione e media di Ramallah, che mette a confronto le cifre di oggi con quelle di un’analoga indagine del 2009. Il risultato mostra come, in generale, il supporto dei palestinesi a «ogni tipo di operazione militare» contro lo Stato ebraico sia notevolmente diminuito, e nello specifico sottolinea che il lancio di ordigni contro il territorio israeliano ha oggi la metà dei fautori rispetto a due anni fa. Stando al sondaggio, dall’ultima guerra di Gaza (2008-2009) «la percentuale di palestinesi che si oppone ad attacchi militari contro Israele è cresciuta dal 38.1 per cento del gennaio 2009 a 51.8 per cento dell’aprile 2011». Mentre nello stesso periodo il numero di sostenitori degli attacchi «si è ridotto dal 53.3 per cento al 37.1 per cento attuale». Il lancio di razzi è stato indicato tra le tipologie di aggressione meno popolari. Due anni fa «il 50.8 per cento dei palestinesi reputava che fosse utile»; oggi invece questa percentuale «si è ridotta a 25.4 per cento, mentre il 37.3 per cento degli intervistati è convinto che, al contrario, queste aggressioni danneggino i loro interessi nazionali». Prevedibilmente, sull’argomento le opinioni pubbliche palestinesi di Gaza e Cisgiordania sono divise. Se nei Territori la via militare piace ormai solo a una minoranza, nella Striscia ottiene ancora il consenso del 45.5 per cento degli abitanti.
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Nel Medioriente spaesato ora Israele cambia ruolo
Ieri sera gli ebrei nel mondo (col dovuto anticipo o ritardo del tramonto del sole a seconda dei fusi orari) hanno celebrato il «seder», la cena pasquale che ricorda l’uscita degli israeliti dalla schiavitù d’Egitto, la fine del faraone, l’attraversamento miracoloso del mar Rosso e l’inizio della lunga marcia ebraica verso la Terra promessa. Sono avvenimenti che nell’epoca razionalista del diciannovesimo e parte del ventesimo secolo erano relegati alla leggenda e alla sola tradizione religiosa. Quest’anno riaffiorano nella coscienza individuale e collettiva ebraica con un simbolismo religioso carico di significato politico. Nel caso di Israele, diventato fulcro nolente o volente dell’ebraismo, il «seder» è occasione di ripensamento meno di un passato «miracoloso» che di un presente «straordinario». La rivoluzione araba continua in maniera sempre più violenta e sempre meno «gelsominica» a scompigliare regole di un gioco politico, sociale ed economico che parevano immutabili. Una prima regola infranta è quella che stabiliva che nel Medio oriente non si può fare la guerra senza l’Egitto o la pace senza la Siria. Non è più valida perché l’Egitto non è più in grado di fare guerre e la Siria di fare la pace. Né con Israele né con gli altri paesi della regione. Una seconda regola infranta è quella che fissava nella questione palestinese il centro dei conflitti locali e internazionali. Solo il presidente Obama, una diplomazia Onu impotente e gli intellettuali sinistroidi in Europa continuano a crederci. Nel mondo arabo-islamico dove la gente e i governi hanno altre questioni da pensare, la questione palestinese non sembra avere più molti sostenitori. È tuttavia ancora radicata in Israele dove continua a condizionare molti politici israeliani. Esitano a riconoscere le dittature arabe, anche quelle che mantenevano come l’egiziana rapporti con Israele alimentavano aggressive forme di anti sionismo e anti semitismo. La loro caduta può invece offrire allo stato ebraico grandi opportunità se correttamente comprese e sfruttate. Una terza regola infranta era quella che sosteneva che salvo qualche tecnica agricola innovatrice, nulla era esportabile dal Israele ai suoi vicini. Chi segue i blog di giovani arabi si accorge di quanto grande sia l’interesse per i successi economici e tecnologici israeliani. Si accorge anche del modo in cui la popolarissima tv al Jazira insiste a pubblicizzare la maniera in cui la giustizia israeliana tratta i politici coinvolti in scandali: prigione per l’ex presidente dello stato e per un ministro delle finanze; licenziamento di un capo di stato maggiore per l’allargamento illegale di mezzo ettaro di terreno accanto alla sua casa di campagna; punizione di poliziotti corrotti; rifiuto del parlamento di cedere alle pressioni delle lobby economiche sullo sfruttamento delle fonti energetiche recentemente scoperte. «Vedete - è il messaggio implicito che Al Jazira invia quasi quotidianamente - come il nostro nemico tratta i suoi leader corrotti». In altre parole - e questa sembra essere la quarta legge infranta - si ha l’impressione che almeno nell’ambiente giovanile e universitario arabo si tenti con estrema cautela, a discutere l’idea eretica, che Israele potrebbe essere un modello di sviluppo da imitare piuttosto che da distruggere. Questa non è certo la posizione dei Fratelli musulmani, delle vecchie élite asseriste e neppure dei generali che da queste rivolte hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare. Ma il fatto che non si brucino più bandiere israeliane nelle piazze arabe, che in qualche blog e facebook l’idea cominci a circolare e che nessuno osi più addossare la responsabilità di ciò che avviene al Mossad è una novità da non sottovalutare. Non giustifica ancora l’ottimismo. Ma dovrebbe incominciare a calmare da ambo le parti reazioni pavloviane di paura, ignoranza e disprezzo reciproco. Ricordando che anche nel Medio oriente (come nel resto del creato) non c’è nulla di permanente se non l’impermanenza. di Vittorio Dan Segre,19 aprile 2011 http://www.ilgiornale.it/
Ieri sera gli ebrei nel mondo (col dovuto anticipo o ritardo del tramonto del sole a seconda dei fusi orari) hanno celebrato il «seder», la cena pasquale che ricorda l’uscita degli israeliti dalla schiavitù d’Egitto, la fine del faraone, l’attraversamento miracoloso del mar Rosso e l’inizio della lunga marcia ebraica verso la Terra promessa. Sono avvenimenti che nell’epoca razionalista del diciannovesimo e parte del ventesimo secolo erano relegati alla leggenda e alla sola tradizione religiosa. Quest’anno riaffiorano nella coscienza individuale e collettiva ebraica con un simbolismo religioso carico di significato politico. Nel caso di Israele, diventato fulcro nolente o volente dell’ebraismo, il «seder» è occasione di ripensamento meno di un passato «miracoloso» che di un presente «straordinario». La rivoluzione araba continua in maniera sempre più violenta e sempre meno «gelsominica» a scompigliare regole di un gioco politico, sociale ed economico che parevano immutabili. Una prima regola infranta è quella che stabiliva che nel Medio oriente non si può fare la guerra senza l’Egitto o la pace senza la Siria. Non è più valida perché l’Egitto non è più in grado di fare guerre e la Siria di fare la pace. Né con Israele né con gli altri paesi della regione. Una seconda regola infranta è quella che fissava nella questione palestinese il centro dei conflitti locali e internazionali. Solo il presidente Obama, una diplomazia Onu impotente e gli intellettuali sinistroidi in Europa continuano a crederci. Nel mondo arabo-islamico dove la gente e i governi hanno altre questioni da pensare, la questione palestinese non sembra avere più molti sostenitori. È tuttavia ancora radicata in Israele dove continua a condizionare molti politici israeliani. Esitano a riconoscere le dittature arabe, anche quelle che mantenevano come l’egiziana rapporti con Israele alimentavano aggressive forme di anti sionismo e anti semitismo. La loro caduta può invece offrire allo stato ebraico grandi opportunità se correttamente comprese e sfruttate. Una terza regola infranta era quella che sosteneva che salvo qualche tecnica agricola innovatrice, nulla era esportabile dal Israele ai suoi vicini. Chi segue i blog di giovani arabi si accorge di quanto grande sia l’interesse per i successi economici e tecnologici israeliani. Si accorge anche del modo in cui la popolarissima tv al Jazira insiste a pubblicizzare la maniera in cui la giustizia israeliana tratta i politici coinvolti in scandali: prigione per l’ex presidente dello stato e per un ministro delle finanze; licenziamento di un capo di stato maggiore per l’allargamento illegale di mezzo ettaro di terreno accanto alla sua casa di campagna; punizione di poliziotti corrotti; rifiuto del parlamento di cedere alle pressioni delle lobby economiche sullo sfruttamento delle fonti energetiche recentemente scoperte. «Vedete - è il messaggio implicito che Al Jazira invia quasi quotidianamente - come il nostro nemico tratta i suoi leader corrotti». In altre parole - e questa sembra essere la quarta legge infranta - si ha l’impressione che almeno nell’ambiente giovanile e universitario arabo si tenti con estrema cautela, a discutere l’idea eretica, che Israele potrebbe essere un modello di sviluppo da imitare piuttosto che da distruggere. Questa non è certo la posizione dei Fratelli musulmani, delle vecchie élite asseriste e neppure dei generali che da queste rivolte hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare. Ma il fatto che non si brucino più bandiere israeliane nelle piazze arabe, che in qualche blog e facebook l’idea cominci a circolare e che nessuno osi più addossare la responsabilità di ciò che avviene al Mossad è una novità da non sottovalutare. Non giustifica ancora l’ottimismo. Ma dovrebbe incominciare a calmare da ambo le parti reazioni pavloviane di paura, ignoranza e disprezzo reciproco. Ricordando che anche nel Medio oriente (come nel resto del creato) non c’è nulla di permanente se non l’impermanenza. di Vittorio Dan Segre,19 aprile 2011 http://www.ilgiornale.it/
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Blitz di Hamas, morti gli assassini di Vittorio Arrigoni
È finita com’era iniziata. Nel sangue. Cinque giorni dopo il rapimento e l’uccisione dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni, e dopo ore di guerriglia nel campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia di Gaza, la polizia di Hamas è riuscita a chiudere uno dei capitoli più brutti della storia palestinese. Dopo un blitz durato ore, il ricercato principale, il giordano Abu Abdel Rahman Bereizt, ha lanciato una bomba a mano contro gli altri due miliziani, uccidendone uno, per poi togliersi la vita con un colpo d’arma da fuoco. Poco prima un altro ricercato, Mohammed al-Salafiti, si era consegnato alla polizia così come il proprietario dell’abitazione, Amer Abu Ghula, nella quale il commando si era nascosto. Gli scontri sono iniziati poco dopo pranzo. Dopo una serie di soffiate, gli apparati di sicurezza di Hamas hanno circondato un’abitazione, si sono posizionati in quella vicina e con un altoparlante hanno chiesto ai salafiti di arrendersi. Ma questi hanno iniziato a sparare per evitare la cattura e da lì è partita una lunga serie di colpi da arma di fuoco.
Alcune ore dopo, il governo di Hamas ha riferito che al termine del blitz sono morti due salafiti. Nel blitz sarebbero stati feriti alcuni poliziotti e anche una ragazza, colpita a un piede. Nel pomeriggio, intanto, s’era fatto sentire anche il padre di un giordano indicato come il “regista” del sequestro e dell’assassinio di Vittorio Arrigoni. «Mio figlio si trovava nella Striscia per motivi di studio, dopo aver ottenuto una borsa», ha spiegato Mohmmad Bereizt dalla sua casa nella città di Irbid, nord della Giordania. «Abdul Rahman era partito per Gaza per degli studi sulla sharia islamica, dopo aver vinto un concorso». La “mente” dell’operazione, stando ai racconti del padre, ha studiato ingegneria in una università locale ma ha pensato di cambiare il suo corso di studi e approfondire la sharia islamica. Egli ha inoltre aggiunto di non sapere se suo figlio abbia deciso di unirsi ai salafiti a Gaza, ma di sapere che Abdel Rahman, che ha 22 anni, era impegnato in attività umanitarie nella Striscia mentre studiava per corrispondenza alla Università aperta di Gerusalemme. «Aiutava le persone a fornire aiuti ai bisognosi. Dubito che sia responsabile dell’assassinio di Arrigoni», s’è detto sicura il papà. Fonti ufficiali giordane hanno riferito che un’indagine è stata avviata sulle informazioni secondo cui un salafita giordano sarebbe coinvolto nell’assassinio dell’italiano.19 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/
È finita com’era iniziata. Nel sangue. Cinque giorni dopo il rapimento e l’uccisione dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni, e dopo ore di guerriglia nel campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia di Gaza, la polizia di Hamas è riuscita a chiudere uno dei capitoli più brutti della storia palestinese. Dopo un blitz durato ore, il ricercato principale, il giordano Abu Abdel Rahman Bereizt, ha lanciato una bomba a mano contro gli altri due miliziani, uccidendone uno, per poi togliersi la vita con un colpo d’arma da fuoco. Poco prima un altro ricercato, Mohammed al-Salafiti, si era consegnato alla polizia così come il proprietario dell’abitazione, Amer Abu Ghula, nella quale il commando si era nascosto. Gli scontri sono iniziati poco dopo pranzo. Dopo una serie di soffiate, gli apparati di sicurezza di Hamas hanno circondato un’abitazione, si sono posizionati in quella vicina e con un altoparlante hanno chiesto ai salafiti di arrendersi. Ma questi hanno iniziato a sparare per evitare la cattura e da lì è partita una lunga serie di colpi da arma di fuoco.
Alcune ore dopo, il governo di Hamas ha riferito che al termine del blitz sono morti due salafiti. Nel blitz sarebbero stati feriti alcuni poliziotti e anche una ragazza, colpita a un piede. Nel pomeriggio, intanto, s’era fatto sentire anche il padre di un giordano indicato come il “regista” del sequestro e dell’assassinio di Vittorio Arrigoni. «Mio figlio si trovava nella Striscia per motivi di studio, dopo aver ottenuto una borsa», ha spiegato Mohmmad Bereizt dalla sua casa nella città di Irbid, nord della Giordania. «Abdul Rahman era partito per Gaza per degli studi sulla sharia islamica, dopo aver vinto un concorso». La “mente” dell’operazione, stando ai racconti del padre, ha studiato ingegneria in una università locale ma ha pensato di cambiare il suo corso di studi e approfondire la sharia islamica. Egli ha inoltre aggiunto di non sapere se suo figlio abbia deciso di unirsi ai salafiti a Gaza, ma di sapere che Abdel Rahman, che ha 22 anni, era impegnato in attività umanitarie nella Striscia mentre studiava per corrispondenza alla Università aperta di Gerusalemme. «Aiutava le persone a fornire aiuti ai bisognosi. Dubito che sia responsabile dell’assassinio di Arrigoni», s’è detto sicura il papà. Fonti ufficiali giordane hanno riferito che un’indagine è stata avviata sulle informazioni secondo cui un salafita giordano sarebbe coinvolto nell’assassinio dell’italiano.19 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/
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martedì 19 aprile 2011
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Dai nostri lettori
Partiamo dal Libano per ripensare i nostri contingenti all'estero
Dalla fine della guerra fredda sono trascorsi ormai vent'anni. I giganteschi eserciti europei, basati sulla leva e concepiti per affrontare nel loro territorio una grande guerra mondiale, sono stati riconvertiti in macchine burocratiche (ancora elefantiache) per fornire (striminziti e sempre più asfittici) contingenti alle spedizioni d'Oltremare dell'Occidente. Cucinate in tutte le salse giuridiche e ideologiche, in sostanza queste spedizioni si possono fare solo e soltanto a condizione di essere promosse e guidate dagli Stati Uniti. Dopo l'esperienza del fai-da-te europeo nell'ex-Jugoslavia, il fiasco anglofrancese in Libia, che sta ormai surclassando quello di Suez del 1956, è la controprova della strutturale incapacità degli europei a fare da soli. Sotto l'ipocrisia dei borborigmi giuridici e diplomatici, emerge perciò che il sistema militare in cui TUTTI noi europei siamo inseriti, inclusi quelli che si credono ancora Grandi, è analogo al sistema militare romano in vigore dalle guerre puniche sino all'inizio delle guerre civili, cioè dal III al I secolo a. C., quando Roma era ancora una Repubblica retta dal Senato e dal Popolo, ma stava già costruendo l'Impero universale. Questo sistema militare, giuridicamente basato su una miriade di trattati di alleanza (societas) bilaterali e su un'estensione arbitraria dell'antica Lega Latina, era molto simile alla NATO e alle attuali missioni internazionali. Infatti gli alleati (socii) italici, che fra città-stato e tribù montanare erano circa 150, fornivano ciascuno un contingente di 600/400 uomini: dieci di queste coorti, comandate da "prefetti" nazionali, erano poi riunite in unità equivalenti alle legioni comandate da tribuni romani, e tutte rigorosamente multietniche (mescolando coorti latine, umbre, picene, marsicane, sannite, irpine, lucane, apule, etrusche, campane), per prevenire manie di grandezza e magari ammutinamenti. La storia tramanda le gesta delle gloriose e fedelissime coorti "nazionali" di Tivoli, Palestrina, Camerino, all'epoca ancora città sovrane. Un tipico esercito consolare era composto da due legioni di cittadini romani e da due di alleati (dette "ali" perché quello era il loro posto in battaglia) più alcuni contingenti alleati "extra ordinem". La flotta, poi, era composta quasi esclusivamente dalle triremi fornite dalle città della Magna Grecia e della Sicilia: tanto che ancora dopo Augusto il nome ufficiale dei marinai era "socii navales" (gli alleati navali). Non compresi in questi eserciti c'erano i contingenti (eventuali) degli alleati d'Oltremare ("socii transmarini"), quelli che oggi chiameremmo i "coalizzati volenterosi". La macchina amministrativa che provvedeva a mobilitare i contingenti terrestri e navali degli alleati italici si chiamava "formula togatorum" ("specchio dei togati") ed era analoga alla "matricula imperii" che servì a Carlo V per arruolare i lanzichenecchi del Sacco di Roma e che rimase in vigore fino all'ultima farsesca mobilitazione del 1756 contro Federico II di Prussia. Pure la formula togatorum finì miseramente, ma in modo assai più drammatico: infatti mentre il Sacro Romano Impero era debole perché aveva struttura federale, la Societas o Symmachia romano-italica era un'alleanza egemonica. E questo tipo di alleanza, protratta a tempo illimitato, produce fatalmente assimilazione politica e richiesta di cooptazione delle élites periferiche nel sistema decisionale centrale. Andò così che gli italici prima furono coinvolti dalle varie fazioni romane nelle guerre civili aperte dalla questione agraria, e poi fatalmente si ribellarono, chiedendo o l'integrazione a pieno titolo oppure la distruzione di Roma (fu la "guerra degli alleati" o "sociale" del 90-89 a. C., che fece 300.000 morti su 7 milioni di abitanti e fu vinta ai punti dai romani grazie all'arruolamento degli schiavi e all'intervento dei frombolieri delle Baleari e dei cavalieri numidi. Il risultato fu che ai superstiti fu accordata sì, la piena cittadinanza romana, incluso il diritto di voto: ma di fatto quest'ultimo venne svuotato, ripartendo i nuovi cittadini fra le unità di voto preesistenti anziché crearne di nuove.) Nell 1999, al compimento dei suoi primi cinquant'anni, il Patto Atlantico è stato radicalmente trasformato da regionale e difensivo in globale ed offensivo; di fatto si basa sullo stesso principio della Symmachia romano-italica, cioè di "avere gli stessi nemici" (eosdem hostes habeto) della Potenza Egemone. Inoltre il Patto Atlantico è ormai la più longeva alleanza militare della storia dopo la citata Symmachia. Certo, a differenza di quest'ultima, il Patto Atlantico non è formalmente egemonico e si basa anzi sulla piena parità e sovranità dei membri. Eppure, visto in una prospettiva storica, è proprio il Patto, ben più che l'Unione Europea, a porre in questione la sovranità nazionale. Del futuro della sovranità nazionale e della sovranità popolare (due facce della stessa medaglia) in un mondo fatalmente imperiale finora è stato proibito parlare seriamente. Per tutti gli anni Novanta, le parole d'ordine sono stati europeismo e "patriottismo della Costituzione". Poi, di fronte ai segni sempre più evidenti di sfascio delle istituzioni e della società prodotti dalla sistematica demolizione della sovranità nazionale e popolare, gli stessi apprendisti stregoni hanno fatto genialmente ricorso alla marcetta de li berzajeri; al "Va Pensiero" contro il Vaffa.... L'unica forza politica che in qualche modo ha posto sul tavolo la questione della sovranità è stata la Lega: ma l'ha fatto ambiguamente, girandoci attorno, con una evidente povertà di pensiero, di linguaggio e di azione politica. Bossi come Asterix: il villaggio gallico che di fronte all'Impero sa soltanto biascicare "Sono Pazzi Questi Romani". Ultimo segno di questa superficialità, che si traduce in autoemarginazione e irrilevanza politica, sono le due proposte parallele della Lega di ritrasformare l'esercito in milizia territoriale e di ritirare le nostre coorti dalle missioni internazionali, cominciando da quelle relative a crisi internazionali attualmente "congelate", ossia Libano e Kosovo. Decisa nel settembre 2006 dal governo Prodi per iniziativa del ministro degli esteri D'Alema, la missione in Libano fu in realtà un ampliamento del mandato della Forza delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) deciso dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza. L'UNIFIL nacque nel 1978, ma nel 2006, dopo l'offensiva israeliana contro le milizie di Hezbollah che dal Libano meridionale bombardavano con razzi le città israeliane, fu decuplicata a 15.000 uomini con armamenti pesanti per garantire la smilitarizzazione della Linea Blu (una fascia di sicurezza creata dall'ONU nel 2000). L'Italia, che ha avuto a lungo il comando delle forze terrestri della missione (col generale Claudio Graziano), vi mantiene circa 2.400 uomini, pari a un sesto della forza attuale dell'UNIFIL (equivalenti sono pure i contingenti francese e tedesco e tra i minori spiccano mille cinesi). La missione è stata criticata, soprattutto da parte filo-israeliana per non vigilare abbastanza sulle attività militari di Hezbollah, ma è stata pure inficiata dalle riserve di alcuni paesi partecipanti circa le dichiarazioni tedesche e francesi ritenute troppo sbilanciate a favore di Israele. Nel 2007 l'UNIFIL ha avuto 6 caduti (colombiani e spagnoli) in un attentato qaedista e nel 2010 i francesi ne hanno combinato una delle loro con esercitazioni non coordinate e stupide brutalità contro i civili, subendo poi l'umiliazione di essere disarmati e presi a pedate dagli abitanti dei villaggi. Siccome per fortuna cca nisciune è fesso, la confortante impressione che ricavo dalle cronache delle missioni internazionali è che, perlomeno, sul terreno noi siamo proprio dei draghi a sceglierci le buche migliori: ad esempio è toccato al battaglione indonesiano di UNIFIL finire in mezzo ai sanguinosi scontri del 3 agosto 2010 tra israeliani e regolari libanesi. Gli indonesiani (un battaglione e una corvetta) se ne sono poi andati, ma se ci sfilassimo noi, l'intera missione crollerebbe. E proprio nel mezzo delle apprensioni israeliane e libanesi per gli sviluppi della situazione interna in Egitto e in Siria... Nel 209 a. C., quando gli alleati italici defezionavano in massa per passare con Annibale (lo seguirono poi in Africa e a Zama, nel 201, tennero il centro dello schieramento cartaginese), dodici colonie latine, quelle situate poco sotto il Po, si chiamarono fuori rifiutando di fornire il contingente. Lì per lì i romani dovettero abbozzare: ma, vinta la seconda guerra punica, regolarono i conti, punendo le colonie ribelli con la confisca di un terzo delle terre a favore dei legionari congedati e con l'obbligo di fornire un contingente doppio (due coorti invece di una), mandato a morire di guerriglia e malattie nei presidi interni della Sardegna. Sistemata la Lega, ne ho pure per il Feldmaresciallo von Buttiglionen, la cui esibizione muscolare a Porta a Porta mi rammentava la splendida pagina di Tolstoi (che piacque tanto a Croce e a Sciascia) sul geniale piano di battaglia esposto alla vigilia di Austerlitz dal generale austriaco Kalckreuth. Voghlia invatti Euer Excellenz konziderare che abbiamo in giro in 24 missioni 8.300 militari, pari a 2 brigate e mezzo su undici. Con una rotazione quadrimestrale, tutte le unità operative e un quarto degli effettivi dell'esercito (25.000 uomini) sono in missione da vent'anni. L'usura del personale e dei mezzi è ormai estrema, e con una spesa inferiore all'un per cento del PIL (e pari a metà di quella francese) non possiamo permetterci una adeguata ricostituzione delle forze. Le nostre forze armate semplicemente si stanno poco a poco disfacendo. Ma lo stesso vale pure per le altre coorti europee: L'impressione, di fronte al rallentamento delle operazioni in Libia, è che semplicemente abbiano finito le munizioni. Ma neppure i legionari stanno meglio. Essendo stati mandati dalla parte sbagliata, adesso non vanno più da nessuna parte: coreani, iraniani, cinesi e russi sanno bene come incassare i dividendi di due guerre sprecate per dare retta ai cristiani rinati e ai trotzkisti di destra. Rimedi non ce n'ho. Anzi uno, ma impossibile: guardare in faccia la realtà, ammettere che è sconfortante, che non possiamo cambiarla, ma che un paese unito e serio potrebbe almeno limitare i danni, invece di massimizzarli starnazzando ogni giorno da capo appresso ai quaqquaraquà di ogni mestiere e di ogni colore. In vent'anni di inconcludenti missioni all'estero decise sulla nostra testa e a cui abbiamo partecipato obtorto collo solo perché non potevano dire di no (perché se fosse dipeso da noi certo non si sarebbero fatte), abbiamo accumulato 116 caduti militari, di cui 74 per azioni ostili (28 in Afghanistan, 25 in Iraq, 11 in Somalia e 10 nei Balcani), 34 per incidenti, 6 per malattia e 2 per suicidio. Tutto sommato pochi, a paragone dei 5.888 americani caduti in dieci anni solo in Iraq e Afghanistan, dei 542 inglesi e dei 154 canadesi: ma i nostri 70 in queste missioni sono al quarto posto, prima dei 53 francesi, 52 tedeschi, 48 polacchi, 47 danesi e 42 spagnoli. Senza contare i giornalisti e i cooperanti, né i 181 militari e civili reduci dalle aree in cui sono state usate armi con uranio impoverito e deceduti negli anni seguenti per tumori (su un totale di 2.530 persone, a cui, dopo anni di polemiche e di azioni giudiziarie, con DPR 3 marzo 2009 n. 37 e 15 marzo 2010 n. 66 è stato riconosciuto il diritto al risarcimento).
di Virgilio Ilari18 Aprile 2011,http://www.loccidentale.it/
Dalla fine della guerra fredda sono trascorsi ormai vent'anni. I giganteschi eserciti europei, basati sulla leva e concepiti per affrontare nel loro territorio una grande guerra mondiale, sono stati riconvertiti in macchine burocratiche (ancora elefantiache) per fornire (striminziti e sempre più asfittici) contingenti alle spedizioni d'Oltremare dell'Occidente. Cucinate in tutte le salse giuridiche e ideologiche, in sostanza queste spedizioni si possono fare solo e soltanto a condizione di essere promosse e guidate dagli Stati Uniti. Dopo l'esperienza del fai-da-te europeo nell'ex-Jugoslavia, il fiasco anglofrancese in Libia, che sta ormai surclassando quello di Suez del 1956, è la controprova della strutturale incapacità degli europei a fare da soli. Sotto l'ipocrisia dei borborigmi giuridici e diplomatici, emerge perciò che il sistema militare in cui TUTTI noi europei siamo inseriti, inclusi quelli che si credono ancora Grandi, è analogo al sistema militare romano in vigore dalle guerre puniche sino all'inizio delle guerre civili, cioè dal III al I secolo a. C., quando Roma era ancora una Repubblica retta dal Senato e dal Popolo, ma stava già costruendo l'Impero universale. Questo sistema militare, giuridicamente basato su una miriade di trattati di alleanza (societas) bilaterali e su un'estensione arbitraria dell'antica Lega Latina, era molto simile alla NATO e alle attuali missioni internazionali. Infatti gli alleati (socii) italici, che fra città-stato e tribù montanare erano circa 150, fornivano ciascuno un contingente di 600/400 uomini: dieci di queste coorti, comandate da "prefetti" nazionali, erano poi riunite in unità equivalenti alle legioni comandate da tribuni romani, e tutte rigorosamente multietniche (mescolando coorti latine, umbre, picene, marsicane, sannite, irpine, lucane, apule, etrusche, campane), per prevenire manie di grandezza e magari ammutinamenti. La storia tramanda le gesta delle gloriose e fedelissime coorti "nazionali" di Tivoli, Palestrina, Camerino, all'epoca ancora città sovrane. Un tipico esercito consolare era composto da due legioni di cittadini romani e da due di alleati (dette "ali" perché quello era il loro posto in battaglia) più alcuni contingenti alleati "extra ordinem". La flotta, poi, era composta quasi esclusivamente dalle triremi fornite dalle città della Magna Grecia e della Sicilia: tanto che ancora dopo Augusto il nome ufficiale dei marinai era "socii navales" (gli alleati navali). Non compresi in questi eserciti c'erano i contingenti (eventuali) degli alleati d'Oltremare ("socii transmarini"), quelli che oggi chiameremmo i "coalizzati volenterosi". La macchina amministrativa che provvedeva a mobilitare i contingenti terrestri e navali degli alleati italici si chiamava "formula togatorum" ("specchio dei togati") ed era analoga alla "matricula imperii" che servì a Carlo V per arruolare i lanzichenecchi del Sacco di Roma e che rimase in vigore fino all'ultima farsesca mobilitazione del 1756 contro Federico II di Prussia. Pure la formula togatorum finì miseramente, ma in modo assai più drammatico: infatti mentre il Sacro Romano Impero era debole perché aveva struttura federale, la Societas o Symmachia romano-italica era un'alleanza egemonica. E questo tipo di alleanza, protratta a tempo illimitato, produce fatalmente assimilazione politica e richiesta di cooptazione delle élites periferiche nel sistema decisionale centrale. Andò così che gli italici prima furono coinvolti dalle varie fazioni romane nelle guerre civili aperte dalla questione agraria, e poi fatalmente si ribellarono, chiedendo o l'integrazione a pieno titolo oppure la distruzione di Roma (fu la "guerra degli alleati" o "sociale" del 90-89 a. C., che fece 300.000 morti su 7 milioni di abitanti e fu vinta ai punti dai romani grazie all'arruolamento degli schiavi e all'intervento dei frombolieri delle Baleari e dei cavalieri numidi. Il risultato fu che ai superstiti fu accordata sì, la piena cittadinanza romana, incluso il diritto di voto: ma di fatto quest'ultimo venne svuotato, ripartendo i nuovi cittadini fra le unità di voto preesistenti anziché crearne di nuove.) Nell 1999, al compimento dei suoi primi cinquant'anni, il Patto Atlantico è stato radicalmente trasformato da regionale e difensivo in globale ed offensivo; di fatto si basa sullo stesso principio della Symmachia romano-italica, cioè di "avere gli stessi nemici" (eosdem hostes habeto) della Potenza Egemone. Inoltre il Patto Atlantico è ormai la più longeva alleanza militare della storia dopo la citata Symmachia. Certo, a differenza di quest'ultima, il Patto Atlantico non è formalmente egemonico e si basa anzi sulla piena parità e sovranità dei membri. Eppure, visto in una prospettiva storica, è proprio il Patto, ben più che l'Unione Europea, a porre in questione la sovranità nazionale. Del futuro della sovranità nazionale e della sovranità popolare (due facce della stessa medaglia) in un mondo fatalmente imperiale finora è stato proibito parlare seriamente. Per tutti gli anni Novanta, le parole d'ordine sono stati europeismo e "patriottismo della Costituzione". Poi, di fronte ai segni sempre più evidenti di sfascio delle istituzioni e della società prodotti dalla sistematica demolizione della sovranità nazionale e popolare, gli stessi apprendisti stregoni hanno fatto genialmente ricorso alla marcetta de li berzajeri; al "Va Pensiero" contro il Vaffa.... L'unica forza politica che in qualche modo ha posto sul tavolo la questione della sovranità è stata la Lega: ma l'ha fatto ambiguamente, girandoci attorno, con una evidente povertà di pensiero, di linguaggio e di azione politica. Bossi come Asterix: il villaggio gallico che di fronte all'Impero sa soltanto biascicare "Sono Pazzi Questi Romani". Ultimo segno di questa superficialità, che si traduce in autoemarginazione e irrilevanza politica, sono le due proposte parallele della Lega di ritrasformare l'esercito in milizia territoriale e di ritirare le nostre coorti dalle missioni internazionali, cominciando da quelle relative a crisi internazionali attualmente "congelate", ossia Libano e Kosovo. Decisa nel settembre 2006 dal governo Prodi per iniziativa del ministro degli esteri D'Alema, la missione in Libano fu in realtà un ampliamento del mandato della Forza delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) deciso dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza. L'UNIFIL nacque nel 1978, ma nel 2006, dopo l'offensiva israeliana contro le milizie di Hezbollah che dal Libano meridionale bombardavano con razzi le città israeliane, fu decuplicata a 15.000 uomini con armamenti pesanti per garantire la smilitarizzazione della Linea Blu (una fascia di sicurezza creata dall'ONU nel 2000). L'Italia, che ha avuto a lungo il comando delle forze terrestri della missione (col generale Claudio Graziano), vi mantiene circa 2.400 uomini, pari a un sesto della forza attuale dell'UNIFIL (equivalenti sono pure i contingenti francese e tedesco e tra i minori spiccano mille cinesi). La missione è stata criticata, soprattutto da parte filo-israeliana per non vigilare abbastanza sulle attività militari di Hezbollah, ma è stata pure inficiata dalle riserve di alcuni paesi partecipanti circa le dichiarazioni tedesche e francesi ritenute troppo sbilanciate a favore di Israele. Nel 2007 l'UNIFIL ha avuto 6 caduti (colombiani e spagnoli) in un attentato qaedista e nel 2010 i francesi ne hanno combinato una delle loro con esercitazioni non coordinate e stupide brutalità contro i civili, subendo poi l'umiliazione di essere disarmati e presi a pedate dagli abitanti dei villaggi. Siccome per fortuna cca nisciune è fesso, la confortante impressione che ricavo dalle cronache delle missioni internazionali è che, perlomeno, sul terreno noi siamo proprio dei draghi a sceglierci le buche migliori: ad esempio è toccato al battaglione indonesiano di UNIFIL finire in mezzo ai sanguinosi scontri del 3 agosto 2010 tra israeliani e regolari libanesi. Gli indonesiani (un battaglione e una corvetta) se ne sono poi andati, ma se ci sfilassimo noi, l'intera missione crollerebbe. E proprio nel mezzo delle apprensioni israeliane e libanesi per gli sviluppi della situazione interna in Egitto e in Siria... Nel 209 a. C., quando gli alleati italici defezionavano in massa per passare con Annibale (lo seguirono poi in Africa e a Zama, nel 201, tennero il centro dello schieramento cartaginese), dodici colonie latine, quelle situate poco sotto il Po, si chiamarono fuori rifiutando di fornire il contingente. Lì per lì i romani dovettero abbozzare: ma, vinta la seconda guerra punica, regolarono i conti, punendo le colonie ribelli con la confisca di un terzo delle terre a favore dei legionari congedati e con l'obbligo di fornire un contingente doppio (due coorti invece di una), mandato a morire di guerriglia e malattie nei presidi interni della Sardegna. Sistemata la Lega, ne ho pure per il Feldmaresciallo von Buttiglionen, la cui esibizione muscolare a Porta a Porta mi rammentava la splendida pagina di Tolstoi (che piacque tanto a Croce e a Sciascia) sul geniale piano di battaglia esposto alla vigilia di Austerlitz dal generale austriaco Kalckreuth. Voghlia invatti Euer Excellenz konziderare che abbiamo in giro in 24 missioni 8.300 militari, pari a 2 brigate e mezzo su undici. Con una rotazione quadrimestrale, tutte le unità operative e un quarto degli effettivi dell'esercito (25.000 uomini) sono in missione da vent'anni. L'usura del personale e dei mezzi è ormai estrema, e con una spesa inferiore all'un per cento del PIL (e pari a metà di quella francese) non possiamo permetterci una adeguata ricostituzione delle forze. Le nostre forze armate semplicemente si stanno poco a poco disfacendo. Ma lo stesso vale pure per le altre coorti europee: L'impressione, di fronte al rallentamento delle operazioni in Libia, è che semplicemente abbiano finito le munizioni. Ma neppure i legionari stanno meglio. Essendo stati mandati dalla parte sbagliata, adesso non vanno più da nessuna parte: coreani, iraniani, cinesi e russi sanno bene come incassare i dividendi di due guerre sprecate per dare retta ai cristiani rinati e ai trotzkisti di destra. Rimedi non ce n'ho. Anzi uno, ma impossibile: guardare in faccia la realtà, ammettere che è sconfortante, che non possiamo cambiarla, ma che un paese unito e serio potrebbe almeno limitare i danni, invece di massimizzarli starnazzando ogni giorno da capo appresso ai quaqquaraquà di ogni mestiere e di ogni colore. In vent'anni di inconcludenti missioni all'estero decise sulla nostra testa e a cui abbiamo partecipato obtorto collo solo perché non potevano dire di no (perché se fosse dipeso da noi certo non si sarebbero fatte), abbiamo accumulato 116 caduti militari, di cui 74 per azioni ostili (28 in Afghanistan, 25 in Iraq, 11 in Somalia e 10 nei Balcani), 34 per incidenti, 6 per malattia e 2 per suicidio. Tutto sommato pochi, a paragone dei 5.888 americani caduti in dieci anni solo in Iraq e Afghanistan, dei 542 inglesi e dei 154 canadesi: ma i nostri 70 in queste missioni sono al quarto posto, prima dei 53 francesi, 52 tedeschi, 48 polacchi, 47 danesi e 42 spagnoli. Senza contare i giornalisti e i cooperanti, né i 181 militari e civili reduci dalle aree in cui sono state usate armi con uranio impoverito e deceduti negli anni seguenti per tumori (su un totale di 2.530 persone, a cui, dopo anni di polemiche e di azioni giudiziarie, con DPR 3 marzo 2009 n. 37 e 15 marzo 2010 n. 66 è stato riconosciuto il diritto al risarcimento).
di Virgilio Ilari18 Aprile 2011,http://www.loccidentale.it/
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Ebrei e arabi i nemici sconosciuti
AVRAHAM B. YEHOSHUA 18.4.2011, http://www.lastampa.it/
In occasione di Pesah, la pasqua ebraica che si festeggia da questa sera, il quotidiano Haaretz pubblicherà un supplemento speciale in cui intellettuali e artisti sono stati chiamati a rispondere a varie domande. A me è stata posta la seguente: come mai non si è ancora arrivati a una pace tra israeliani e palestinesi? Apparentemente un simile interrogativo dovrebbe essere rivolto a un orientalista, a uno studioso di scienze politiche o a uno storico, non a uno scrittore esperto unicamente della propria immaginazione. Siccome però l’argomento tocca in maniera dolorosa chiunque viva in questa regione proverò a suggerire una risposta. La domanda è seria e inquietante per due ragioni: in primo luogo il conflitto israelo-palestinese è uno dei più prolungati dell’epoca moderna. Se se ne fissa l’inizio all’avvio della colonizzazione sionista della terra di Israele, negli Anni 80 del XIX secolo, ecco che questo scontro sanguinoso prosegue ormai da 130 anni. In secondo luogo non si tratta di una contesa marginale in un luogo remoto e dimenticato da Dio, ma di una controversia costantemente al centro dell’interesse internazionale. Negli ultimi 45 anni governi e influenti organismi internazionali hanno investito seri sforzi di mediazione tra palestinesi e israeliani, presidenti degli Stati Uniti hanno cercato di intercedere tra le parti e primi ministri di tutto il mondo hanno prestato, e continuano a prestare, seria attenzione al conflitto. Inviati di alto livello arrivano nella regione nel tentativo di raggiungere un compromesso e istituzioni e singoli organizzano regolarmente simposi e incontri. Per non parlare poi delle innumerevoli ricerche, libri e proclami pubblicati in passato e nel presente. Ma nonostante si abbia a che fare con due piccole nazioni apparentemente facili da sottomettere a diktat internazionali, e nonostante accordi parziali tra le parti (grazie a colloqui diretti più o meno segreti) siano stati raggiunti in passato e chiare formule per una soluzione siano state accettate di recente, questa controversia serba un nocciolo duro refrattario alla pace. Entrambe le parti hanno commesso molti errori e mancato numerose opportunità nel corso degli anni e siccome questo conflitto non segue un andamento lineare, bensì a spirale - vale a dire che il tempo non è un fattore essenziale per la sua soluzione e la pace si avvicina e si allontana in base alle congiunture storiche -, ha senso chiedersi cosa ci sia in esso di tanto speciale. Non ho la pretesa che la mia risposta sia l’unica possibile, però la propongo qui in esame. Il conflitto israelo-palestinese non giunge a una soluzione perché non ne è mai esistito uno simile nella storia umana. Non vi è infatti alcun precedente al fenomeno di un popolo che dopo aver perso l’indipendenza più di duemila anni fa ed essere stato disperso fra le genti abbia deciso, in seguito a circostanze interne ed esterne, di tornare nella sua antica patria e di ristabilirvi una propria sovranità. Per questo il ritorno a Sion è considerato da tutti un evento unico nella storia umana. Quindi anche i palestinesi, o arabi di Israele, sono costretti ad affrontare un fenomeno unico, come nessun altro aveva fatto prima di loro. Agli inizi del XIX secolo risiedevano in terra di Israele 5000 ebrei e 250.000 o 300.000 arabi. All’epoca della Dichiarazione Balfour, nel 1917, c’erano circa 50.000 ebrei e 550.000 palestinesi. Nel 1948 gli ebrei erano 600.000 e i palestinesi 1.300.000. Il popolo ebraico si è quindi raccolto rapidamente in questa regione senza avere tuttavia l’intenzione di espellere i palestinesi (e di certo non di annientarli) ma nemmeno di integrarli come avevano fatto altri popoli con i residenti locali. Inoltre gli ebrei non hanno compiuto alcun tentativo di imporre un regime coloniale, dal momento che non avevano una nazione-madre come l’Inghilterra o la Francia che li mandasse a conquistare nuovi territori. In questa parte del mondo è avvenuto qualcosa di originale e di unico nella storia dell’umanità: un popolo è arrivato nella patria di un altro per cambiarvi l’identità, sostituendola con una nuova, ma antica. Alla base del conflitto israelo-palestinese non vi è perciò una questione territoriale, come nel caso di tante altre controversie tra nazioni. Vi è piuttosto uno scontro sull’identità nazionale dell’intera patria, di ogni sua pietra e di ogni suo angolo. A entrambe le parti però - e ai palestinesi in particolare -, non sono chiare le dimensioni del popolo che hanno di fronte. Si tratta soltanto degli ebrei israeliani o di tutti gli ebrei della diaspora? E davanti agli israeliani è schierato solo il popolo palestinese o l’intera nazione araba? In altre parole neppure il confine demografico fra le parti è chiaro. Questo contrasto profondo crea dunque una costante e profonda sfiducia tra i due popoli impedendo una possibile soluzione del conflitto. Sarebbe possibile risolvere questo scontro senza cadere nella trappola di uno Stato binazionale? La mia risposta è sì.
AVRAHAM B. YEHOSHUA 18.4.2011, http://www.lastampa.it/
In occasione di Pesah, la pasqua ebraica che si festeggia da questa sera, il quotidiano Haaretz pubblicherà un supplemento speciale in cui intellettuali e artisti sono stati chiamati a rispondere a varie domande. A me è stata posta la seguente: come mai non si è ancora arrivati a una pace tra israeliani e palestinesi? Apparentemente un simile interrogativo dovrebbe essere rivolto a un orientalista, a uno studioso di scienze politiche o a uno storico, non a uno scrittore esperto unicamente della propria immaginazione. Siccome però l’argomento tocca in maniera dolorosa chiunque viva in questa regione proverò a suggerire una risposta. La domanda è seria e inquietante per due ragioni: in primo luogo il conflitto israelo-palestinese è uno dei più prolungati dell’epoca moderna. Se se ne fissa l’inizio all’avvio della colonizzazione sionista della terra di Israele, negli Anni 80 del XIX secolo, ecco che questo scontro sanguinoso prosegue ormai da 130 anni. In secondo luogo non si tratta di una contesa marginale in un luogo remoto e dimenticato da Dio, ma di una controversia costantemente al centro dell’interesse internazionale. Negli ultimi 45 anni governi e influenti organismi internazionali hanno investito seri sforzi di mediazione tra palestinesi e israeliani, presidenti degli Stati Uniti hanno cercato di intercedere tra le parti e primi ministri di tutto il mondo hanno prestato, e continuano a prestare, seria attenzione al conflitto. Inviati di alto livello arrivano nella regione nel tentativo di raggiungere un compromesso e istituzioni e singoli organizzano regolarmente simposi e incontri. Per non parlare poi delle innumerevoli ricerche, libri e proclami pubblicati in passato e nel presente. Ma nonostante si abbia a che fare con due piccole nazioni apparentemente facili da sottomettere a diktat internazionali, e nonostante accordi parziali tra le parti (grazie a colloqui diretti più o meno segreti) siano stati raggiunti in passato e chiare formule per una soluzione siano state accettate di recente, questa controversia serba un nocciolo duro refrattario alla pace. Entrambe le parti hanno commesso molti errori e mancato numerose opportunità nel corso degli anni e siccome questo conflitto non segue un andamento lineare, bensì a spirale - vale a dire che il tempo non è un fattore essenziale per la sua soluzione e la pace si avvicina e si allontana in base alle congiunture storiche -, ha senso chiedersi cosa ci sia in esso di tanto speciale. Non ho la pretesa che la mia risposta sia l’unica possibile, però la propongo qui in esame. Il conflitto israelo-palestinese non giunge a una soluzione perché non ne è mai esistito uno simile nella storia umana. Non vi è infatti alcun precedente al fenomeno di un popolo che dopo aver perso l’indipendenza più di duemila anni fa ed essere stato disperso fra le genti abbia deciso, in seguito a circostanze interne ed esterne, di tornare nella sua antica patria e di ristabilirvi una propria sovranità. Per questo il ritorno a Sion è considerato da tutti un evento unico nella storia umana. Quindi anche i palestinesi, o arabi di Israele, sono costretti ad affrontare un fenomeno unico, come nessun altro aveva fatto prima di loro. Agli inizi del XIX secolo risiedevano in terra di Israele 5000 ebrei e 250.000 o 300.000 arabi. All’epoca della Dichiarazione Balfour, nel 1917, c’erano circa 50.000 ebrei e 550.000 palestinesi. Nel 1948 gli ebrei erano 600.000 e i palestinesi 1.300.000. Il popolo ebraico si è quindi raccolto rapidamente in questa regione senza avere tuttavia l’intenzione di espellere i palestinesi (e di certo non di annientarli) ma nemmeno di integrarli come avevano fatto altri popoli con i residenti locali. Inoltre gli ebrei non hanno compiuto alcun tentativo di imporre un regime coloniale, dal momento che non avevano una nazione-madre come l’Inghilterra o la Francia che li mandasse a conquistare nuovi territori. In questa parte del mondo è avvenuto qualcosa di originale e di unico nella storia dell’umanità: un popolo è arrivato nella patria di un altro per cambiarvi l’identità, sostituendola con una nuova, ma antica. Alla base del conflitto israelo-palestinese non vi è perciò una questione territoriale, come nel caso di tante altre controversie tra nazioni. Vi è piuttosto uno scontro sull’identità nazionale dell’intera patria, di ogni sua pietra e di ogni suo angolo. A entrambe le parti però - e ai palestinesi in particolare -, non sono chiare le dimensioni del popolo che hanno di fronte. Si tratta soltanto degli ebrei israeliani o di tutti gli ebrei della diaspora? E davanti agli israeliani è schierato solo il popolo palestinese o l’intera nazione araba? In altre parole neppure il confine demografico fra le parti è chiaro. Questo contrasto profondo crea dunque una costante e profonda sfiducia tra i due popoli impedendo una possibile soluzione del conflitto. Sarebbe possibile risolvere questo scontro senza cadere nella trappola di uno Stato binazionale? La mia risposta è sì.
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“Abbiamo ucciso cinque ebrei israeliani”
Servizi di sicurezza e Forze di Difesa israeliane hanno arrestato due palestinesi del villaggio di Awarta (Cisgiordania) con l’accusa d’aver perpetrato il massacro della famiglia Fogel a Itamar, lo scorso 11 marzo. Il primo si chiama Hakim Mazen Awad ed è uno studente di scuola superiore di 18 anni, figlio di un attivista dell’organizzazione terroristica Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Lo zio, morto in uno scontro a fuoco con soldati israeliani nel 2003, era implicato nell’attentato terrorista a Itamar del giugno 2002 che aveva causato la morte di cinque israeliani. L’altro arrestato è Amjad Mahmad Awad, anch’esso studente 19enne affiliato al Fronte Popolare, ma non imparentato col complice nonostante lo stesso cognome. I due hanno confessato la loro responsabilità nei cinque omicidi, dicendo che loro intenzione era quella di compiere un attacco allo scopo di uccidere ebrei israeliani. Non hanno espresso nessun rimorso né rammarico per la strage perpetrata. I servizi israeliani sono arrivati all’arresto dei due dopo intense indagini che hanno comportato l’interrogatorio di una grande quantità di persone potenzialmente informate sui fatti. Amjad è stato arrestato il 5 aprile, Hakim cinque giorni dopo.
Le indagini hanno rivelato che i due giovani avevano preso la decisione di realizzare un attentato terroristico solo tre giorni prima di compierlo, e che a tale scopo avevano cercato di procurarsi delle armi rivolgendosi a un militante del Fronte Popolare nel loro villaggio, peraltro senza successo. La notte dell’11 marzo decisero comunque di entrare a Itamar armati di coltelli per realizzare il loro proposito. Intorno alle 21.00 i due tagliarono la rete di recinzione del villaggio israeliano e vi si infiltrarono coi volti coperti. Percorse poche centinaia di metri, dapprima entrarono in una casa vicina a quella dei Fogel, ma la trovarono vuota. Trovarono, tuttavia, e rubarono un mitra M-16, caricatori e un giubbotto antiproiettile in kevlar. Da lì passarono in casa Fogel. Pur essendosi resi conto già dall’esterno che nell’abitazione si trovavano dei bambini, per nulla turbati decisero di procedere. I primi due bambini, Yoav di 11 anni ed Elad di 4, vennero uccisi appena fatta irruzione nell’appartamento. Fu poi la volta dei due genitori, Ehud e Ruth, che – secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori – lottarono con i loro aggressori prima di soccombere per le numerose ferite riportate. Prima di andarsene, i due terroristi rubarono dalla casa un'altra arma. Appena fuori, tuttavia, intravidero un’auto di pattuglia e, temendo d’essere scoperti, rientrarono alla ricerca di altre armi. Malauguratamente fu a quel punto che la piccola Hadas, di tre mesi, si mise a piangere, rivelando la propria presenza ai due che la uccisero senza indugi. Circa gli altri due figli Fogel sopravvissuti, i due arrestati hanno detto di non essersi semplicemente accorti di loro, altrimenti non avrebbero esitato ad assassinarli come il resto della famiglia. Compiuta la carneficina, i due terroristi fecero ritorno a piedi al loro villaggio dove si rivolsero ad uno zio di Hakim, Salah Awad, anch’egli membro del Fronte Popolare, raccontandogli in dettaglio cosa avevano fatto e chiedendo il suo aiuto. Salah Awad li aiutò a nascondere le armi e i vestiti macchiati di sangue. Più tardi fece trasferire le armi rubate a un abitate di Ramallah perché le nascondesse. Questi, quando è stato arrestato, era ancora in possesso delle armi sottratte a Itamar. Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato anche altre cinque persone, fra i parenti e gli amici delle due famiglie, a vario titolo implicate nel caso.
Secondo i servizi israeliani, benché i due terroristi fossero affiliati al Fronte Popolare l’attentato sembrerebbe frutto di una loro personale iniziativa, senza un vero coinvolgimento dell’organizzazione: una caratteristica, questa, che rende ancora più difficile per l’intelligence ottenere informazioni in anticipo che permettano di prevenire l’attentato. La questione è tuttavia ancora oggetto di indagine. Fonti vicine agli investigatori riferiscono che i due arrestati hanno offerto un resoconto totalmente distaccato dell’attentato, con una “agghiacciante” ricostruzione dei fatti sul luogo della strage. Ufficiali dei servizi l’hanno descritta come una delle “descrizioni più scioccanti, gelide, impietose e dettagliate” in cui si fossero mai imbattuti. Amjad ha detto, fra l’altro, di essere arrivato a Itamat deciso a “morire da martire”, cosa che poi non ha fatto ma che avrebbe rafforzato la sua determinazione nel realizzare l’atto di terrorismo. Durante tutto l’interrogatorio, i due non hanno mai fatto nessuna distinzione fra l’uccisione dei due genitori adulti e quella dei bambini, descrivendo il tutto semplicemente come un atto compiuto contro “cinque ebrei israeliani”. (Da: YnetNews, 17.4.11)http://www.israele.net/
Servizi di sicurezza e Forze di Difesa israeliane hanno arrestato due palestinesi del villaggio di Awarta (Cisgiordania) con l’accusa d’aver perpetrato il massacro della famiglia Fogel a Itamar, lo scorso 11 marzo. Il primo si chiama Hakim Mazen Awad ed è uno studente di scuola superiore di 18 anni, figlio di un attivista dell’organizzazione terroristica Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Lo zio, morto in uno scontro a fuoco con soldati israeliani nel 2003, era implicato nell’attentato terrorista a Itamar del giugno 2002 che aveva causato la morte di cinque israeliani. L’altro arrestato è Amjad Mahmad Awad, anch’esso studente 19enne affiliato al Fronte Popolare, ma non imparentato col complice nonostante lo stesso cognome. I due hanno confessato la loro responsabilità nei cinque omicidi, dicendo che loro intenzione era quella di compiere un attacco allo scopo di uccidere ebrei israeliani. Non hanno espresso nessun rimorso né rammarico per la strage perpetrata. I servizi israeliani sono arrivati all’arresto dei due dopo intense indagini che hanno comportato l’interrogatorio di una grande quantità di persone potenzialmente informate sui fatti. Amjad è stato arrestato il 5 aprile, Hakim cinque giorni dopo.
Le indagini hanno rivelato che i due giovani avevano preso la decisione di realizzare un attentato terroristico solo tre giorni prima di compierlo, e che a tale scopo avevano cercato di procurarsi delle armi rivolgendosi a un militante del Fronte Popolare nel loro villaggio, peraltro senza successo. La notte dell’11 marzo decisero comunque di entrare a Itamar armati di coltelli per realizzare il loro proposito. Intorno alle 21.00 i due tagliarono la rete di recinzione del villaggio israeliano e vi si infiltrarono coi volti coperti. Percorse poche centinaia di metri, dapprima entrarono in una casa vicina a quella dei Fogel, ma la trovarono vuota. Trovarono, tuttavia, e rubarono un mitra M-16, caricatori e un giubbotto antiproiettile in kevlar. Da lì passarono in casa Fogel. Pur essendosi resi conto già dall’esterno che nell’abitazione si trovavano dei bambini, per nulla turbati decisero di procedere. I primi due bambini, Yoav di 11 anni ed Elad di 4, vennero uccisi appena fatta irruzione nell’appartamento. Fu poi la volta dei due genitori, Ehud e Ruth, che – secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori – lottarono con i loro aggressori prima di soccombere per le numerose ferite riportate. Prima di andarsene, i due terroristi rubarono dalla casa un'altra arma. Appena fuori, tuttavia, intravidero un’auto di pattuglia e, temendo d’essere scoperti, rientrarono alla ricerca di altre armi. Malauguratamente fu a quel punto che la piccola Hadas, di tre mesi, si mise a piangere, rivelando la propria presenza ai due che la uccisero senza indugi. Circa gli altri due figli Fogel sopravvissuti, i due arrestati hanno detto di non essersi semplicemente accorti di loro, altrimenti non avrebbero esitato ad assassinarli come il resto della famiglia. Compiuta la carneficina, i due terroristi fecero ritorno a piedi al loro villaggio dove si rivolsero ad uno zio di Hakim, Salah Awad, anch’egli membro del Fronte Popolare, raccontandogli in dettaglio cosa avevano fatto e chiedendo il suo aiuto. Salah Awad li aiutò a nascondere le armi e i vestiti macchiati di sangue. Più tardi fece trasferire le armi rubate a un abitate di Ramallah perché le nascondesse. Questi, quando è stato arrestato, era ancora in possesso delle armi sottratte a Itamar. Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato anche altre cinque persone, fra i parenti e gli amici delle due famiglie, a vario titolo implicate nel caso.
Secondo i servizi israeliani, benché i due terroristi fossero affiliati al Fronte Popolare l’attentato sembrerebbe frutto di una loro personale iniziativa, senza un vero coinvolgimento dell’organizzazione: una caratteristica, questa, che rende ancora più difficile per l’intelligence ottenere informazioni in anticipo che permettano di prevenire l’attentato. La questione è tuttavia ancora oggetto di indagine. Fonti vicine agli investigatori riferiscono che i due arrestati hanno offerto un resoconto totalmente distaccato dell’attentato, con una “agghiacciante” ricostruzione dei fatti sul luogo della strage. Ufficiali dei servizi l’hanno descritta come una delle “descrizioni più scioccanti, gelide, impietose e dettagliate” in cui si fossero mai imbattuti. Amjad ha detto, fra l’altro, di essere arrivato a Itamat deciso a “morire da martire”, cosa che poi non ha fatto ma che avrebbe rafforzato la sua determinazione nel realizzare l’atto di terrorismo. Durante tutto l’interrogatorio, i due non hanno mai fatto nessuna distinzione fra l’uccisione dei due genitori adulti e quella dei bambini, descrivendo il tutto semplicemente come un atto compiuto contro “cinque ebrei israeliani”. (Da: YnetNews, 17.4.11)http://www.israele.net/
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Israele, pochi progressi sulla sorte del soldato Shalit. E Peres incontra i genitori
Da stanotte è Pesach. La Pasqua ebraica che ricorda l’esodo e la liberazione degli israeliti dall’Egitto. E proprio perché è la festa della libertà un pensiero – anzi più di un pensiero – va a Gilad Shalit, il soldato israeliano di quasi 25 anni, rapito 1.758 giorni fa dagli uomini di Hamas e da allora rinchiuso chissà in quale cella. I genitori di Gilad, mamma Aviva e papà Noam, anche oggi – alla vigilia della festa – sono sotto la tenda che occupano quasi ininterrottamente dall’inizio del sequestro. Lunedì mattina è venuto anche il capo dello Stato, Shimon Peres, a far visita. Peres non ha nascosto l’emozione. Ha denunciato il gesto brutale. Ma si è anche detto ottimista. E convinto – come gli ha detto la mamma di Gilad – che sia venuto il momento di agire, non di crogiolarsi nelle emozioni. Sul fronte diplomatico, intanto, si muove qualcosa. Netanyahu ha designato un responsabile del Mossad, i servizi segreti dello Stato ebraico, come mediatore nei negoziati per ottenere il rilascio di Gilad Shalit. Secondo un comunicato ufficiale, David Maidan subentra a Hadai Hadas, che ha lasciato l’incarico qualche giorno fa, ufficialmente per motivi familiari. Netanyahu domenica sera ha ricevuto i genitori del soldato per informarli della scelta del nuovo negoziatore. Secondo la radio pubblica, dopo l’incontro il padre del giovane si è detto deluso per la mancanza di progressi nella trattativa. Il gruppo che detiene il caporale Shalit è una formazione vicina a Hamas, il movimento al potere a Gaza. Per il suo rilascio chiede la liberazione di alcuni esponenti palestinesi detenuti in Israele.18 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/
Da stanotte è Pesach. La Pasqua ebraica che ricorda l’esodo e la liberazione degli israeliti dall’Egitto. E proprio perché è la festa della libertà un pensiero – anzi più di un pensiero – va a Gilad Shalit, il soldato israeliano di quasi 25 anni, rapito 1.758 giorni fa dagli uomini di Hamas e da allora rinchiuso chissà in quale cella. I genitori di Gilad, mamma Aviva e papà Noam, anche oggi – alla vigilia della festa – sono sotto la tenda che occupano quasi ininterrottamente dall’inizio del sequestro. Lunedì mattina è venuto anche il capo dello Stato, Shimon Peres, a far visita. Peres non ha nascosto l’emozione. Ha denunciato il gesto brutale. Ma si è anche detto ottimista. E convinto – come gli ha detto la mamma di Gilad – che sia venuto il momento di agire, non di crogiolarsi nelle emozioni. Sul fronte diplomatico, intanto, si muove qualcosa. Netanyahu ha designato un responsabile del Mossad, i servizi segreti dello Stato ebraico, come mediatore nei negoziati per ottenere il rilascio di Gilad Shalit. Secondo un comunicato ufficiale, David Maidan subentra a Hadai Hadas, che ha lasciato l’incarico qualche giorno fa, ufficialmente per motivi familiari. Netanyahu domenica sera ha ricevuto i genitori del soldato per informarli della scelta del nuovo negoziatore. Secondo la radio pubblica, dopo l’incontro il padre del giovane si è detto deluso per la mancanza di progressi nella trattativa. Il gruppo che detiene il caporale Shalit è una formazione vicina a Hamas, il movimento al potere a Gaza. Per il suo rilascio chiede la liberazione di alcuni esponenti palestinesi detenuti in Israele.18 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/
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Arrigoni/ Giovanardi: Dolore, convinta solidarietà ad Israele
"Vogliono colpevolizzarla per minimizzare fanatici responsabili"
Roma, 16 apr. (TMNews) - "Al dolore e alla costernazione per la barbara esecuzione del giovane volontario italiano Vittorio Arrigoni è doveroso aggiungere una ferma e convinta solidarietà alla comunità ebraica e allo Stato di Israele, che ancora una volta si tenta di colpevolizzare, minimizzando così le responsabilità dei fanatici che ne vogliono l'annientamento". Lo ha affermato, in una nota, il sottosegretario Carlo Giovanardi.
Roma, 16 apr. (TMNews) - "Al dolore e alla costernazione per la barbara esecuzione del giovane volontario italiano Vittorio Arrigoni è doveroso aggiungere una ferma e convinta solidarietà alla comunità ebraica e allo Stato di Israele, che ancora una volta si tenta di colpevolizzare, minimizzando così le responsabilità dei fanatici che ne vogliono l'annientamento". Lo ha affermato, in una nota, il sottosegretario Carlo Giovanardi.
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