mercoledì 7 maggio 2008

Gerusalemme - Corte Suprema

"L'esistenza e la legittimita' dello Stato di Israele sono un pilastro delle relazioni internazionali e della politica estera italiana. E' certamente legittim ocriticare azioni e decisioni dello Stato di Israele. Ma e' illecito, oltre che illegittimo, bruciare bandiere israeliane nelle piazze, inneggiare all'intolleranza, promuovere boicottaggi anti-israeliani''...''tutto cio' che esula da una costruttiva 'critica politica', induce all'antisemitismo, contro cui Europa ed Italia devono e possono reagire senza ammiccamenti o tolleranza''. On . Franco Frattini

"Non si deve permettere a nessuno di bloccare le occasioni di dialogo, perche' bloccando il dialogo si blocca la pace ... Le scuse andrebbero fatte anche al presidentedella Camera Gianfranco Fini, le cui parole, a favore del dialogo, sono state travisate. Per me, assistere a certe polemiche e' stato uno shock: e' assurdo perdere occasioni di dialogo, ma questo accade anche perche' l'Europa vive la pressione di un certo estremismo che non fa certo bene al confronto, che invece ci deve essere, fra le diverse culture".... " In Marocco, si cerca con impegno il dialogo interculturale tra le diverse religioni". On. Souad Sbai (Pdl)

La Brigata Ebraica

Il 20 settembre 1944, nei giorni del capodanno ebraico, dopo sei anni di pressioni Londra dà finalmente il consenso alla costituzione di una "brigata rinforzata" completamente ebraica, nata dall'originario "Palestine Regiment" a questo punto ristrutturato, formata da un reggimento di artiglieria, da servizi e da unità ausiliarie. Il 29, nel corso di una relazione ai Comuni, Churchill ne dà l'annuncio: "So benissimo che che un gran numero di ebrei nelle nostre Forze Armate ed in quelle americane, ma mi è sembrato opportuno che una unità formata esclusivamente da soldati di questo popolo, che così indescrivibili tormenti ha subito per colpa dei nazisti, fosse presente come formazione a sè stante fra tutte le forze che si sono unite per sconfiggere la Germania".La Brigata, che riceve aiuti finanziari dalle comunità ebraiche di tutto il mondo (a Pasqua 1945, la sola comunità argentina invia 100.000 sterline per l'equipaggiamento e ne stanzia 8.000 per le famiglie dei caduti in azione), viene autorizzata ad usare una propria bandiera: azzurra-bianca-azzurra, con la Stella di Davide tra due bande simboleggianti il Nilo e l'Eufrate, che in seguito diverrà l'emblema dello Stato d'Israele.Gli ufficiali superiori (da maggiore in su) sono inglesi, tuttavia essi sono sottoposti al generale di Brigata ebreo dell'esercito inglese Ernest Frank Benjamin (1900 Toronto). Gli effettivi dello Hayl Hativah Lohemet "unità di combattimento ebraica", ufficialmente denominata Jewish infantry brigade group, raggiungono i previsti 5.000 uomini (circa il 20% provenienti dalla Palestina, il rimanente dal resto del mondo: Inghilterra, Australia, Canada, Sudafrica e, soprattutto, dalle grandi comunità ebraiche polacche e russe), subito dopo inizia un periodo di addestramento in Egitto.Il 10 novembre la formazione sbarca a Taranto e risale la penisola lungo il versante adriatico, si stabilisce e si addestra sulle montagne dell' Irpinia fino al febbraio 1945, inquadrata nel X Corpo dell'Ottava Armata di Montgomery. A fine mese viene trasferita sul fronte di Alfonsine, a nord-ovest di Ravenna, lungo la zona di operazione corrispondente allo sfondamento della "Linea Gotica" nella valle del Senio, nei pressi di Imola. Il 3 marzo 1945, nello schieramento delle truppe alleate a sud del fiume Senio, combatte insieme ai gruppi di combattimento "Friuli" e "Cremona". In quella circostanza, porta a termine uno dei pochi assalti frontali con la baionetta di tutto il fronte italiano. Oggi 33 caduti della Brigata riposano nel Sacrario di Piangipane.La brigata partecipa inoltre alla liberazione delle città di Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola.Nel maggio "venute meno le necessità belliche" la Brigata viene dislocata tra l'Alto Adige, il Tirolo e la Carnia, al confine con Austria e Jugoslavia, dove avviene il primo incontro con i sopravvissuti dell'Olocausto e qui inizia ad occuparsi dell'assistenza ai profughi ebrei.Trasferita in Olanda ed in Belgio nella seconda metà dell'estate, la Brigata Ebraica vi soggiorna un anno, svolgendo il duplice ruolo di forza di occupazione e di coordinamento e di centro assistenziale per i connazionali, di cui organizza l'avviamento verso quello che presto sarebbe diventato lo Stato di Israele. Nell'estatedel 1946 la Gran Bretagna scioglie la Brigata.


Cara Chicca, con amara sorpresa, ho scoperto che a Trieste, in edicole di pieno centro come quelle da me interpellate, il Riformista NON ARRIVA !!!! Cercherò ancora, ma sono un po' preoccupata; non dubitate che, se ne vengo in possesso, dalla mia borsa o tasca o dal collo, verrà fuori la bandiera del mio amato Israele. Cordiali saluti. Luisa Fazzini

Gerusalemme


Colloqui di pace

di Uri Savir
Traduzione di Nazzareno Mataldi
Luca Sossella Editore € 15,00

Qual è il più importante diritto per ogni essere umano?
Non possono esserci dubbi sul fatto che il diritto alla vita rappresenti l’anelito e la speranza che albergano nell’animo di ogni genitore, di ogni uomo, di ogni donna.
E la pace è senz’altro l’espressione più immediata di questo desiderio, la pace quale condizione umana naturale in grado di preservarci dai conflitti e dalle sofferenze.
Purtroppo nel mondo globalizzato nel quale viviamo la guerra sembra divenuta una costante nel rapporto fra gli Stati moderni.
A fronte di un mondo sviluppato che grazie alla globalizzazione ha accumulato ulteriore ricchezza vi sono paesi in via di sviluppo che non ne hanno raccolto i frutti, sono ancora in balia della povertà e della malattia e dove mettono radici idee fondamentaliste e si sviluppano armi di distruzione di massa.
“In queste condizioni, creare e mantenere la pace è un compito arduo” e pertanto “l’opera di pacificazione, il peacemaking devono essere riformati”.
Questi i concetti salienti espressi da Shimon Peres nella prefazione al libro di Uri Savir con il quale uno dei più importanti operatori di pace nel mondo, offrendo ai lettori un approccio nuovo, ha accolto una sfida importante: fare la pace.
Nato nel 1953, Uri Savir ha studiato relazioni internazionali alla Hebrew University di Gerusalemme ed è stato il negoziatore capo israeliano degli Accordi di Oslo negli anni fra il 1993 ed il 1996. Attualmente è Direttore del Shimon Peres Center for Peace e Presidente dell’organizzazione Glocal Forum che si occupa di promuovere attività e scambi cooperativi fra le città del mondo.
Per Uri Savir l’empatia con l’ “Altro” è alla base della pacificazione e grazie alla sua esperienza è convinto che raggiungere la pace sia possibile, benché “l’atto pratico di mettere fine a un conflitto sia un difficile processo con alti e bassi”.
Occorre mettere la pace al primo posto dell’agenda internazionale non dimenticando – ribadisce Savir – che “la pace è sostenibile solo se una società la desidera. In poche parole, è più facile democratizzare la pace che democratizzare delle società autocratiche”.
Partendo dal presupposto che gli attuali metodi di pacificazione sono antiquati e che è indispensabile coinvolgere nel peacemaking tutti gli strati della società, Savir mette in luce i difetti del peacemaking tradizionale per poi passare ad analizzare e suggerire gli elementi necessari per creare una pace moderna.
Pone l’accento sull’importanza dei pacificatori, sulla necessità della pianificazione individuando gli obiettivi strategici e le soluzioni creative fino ad analizzare il ruolo dei media nelle fasi di un negoziato.
Dopo aver descritto nel dettaglio le componenti di una pace moderna e i metodi per realizzarla l’autore sostiene che solo il laboratorio della vita può “verificare la validità di questa teoria” e propone il bacino del Mediterraneo – una regione che lotta per mantenere un equilibrio tra la guerra e la pace – come microcosmo per sondare e analizzare la “pace moderna”.
Il terrorismo che ha sconvolto il mondo dopo l’11 settembre 2001 può essere contrastato attraverso la glocalizzazione, la diplomazia creativa e il peacebuilding utilizzando i valori della pace – rispetto dell’altro, libertà di scelta, rifiuto dei pregiudizi ecc. - come arma primaria.
“Senza questi valori – scrive Savir – la pace è semplicemente l’intervallo fra le guerre”.
Consapevole che in molti paesi ancora non esiste una “cultura della pace”, con questo libro Uri Savir ci ha fornito un trattato, un manuale tecnico, un saggio per riflettere sulle innumerevoli possibilità di crescita e sviluppo economico offerte agli Stati che perseguono la pace.
E’ un progetto originale e innovativo al quale l’autore si avvicina con la consapevolezza che mentre la guerra è un fallimento che travolge vite umane e risorse, la pace - un processo ben più lungo della guerra - è soprattutto una “ coalizione di intenti, un’alleanza di volontà oltre che un esercizio di intelligenza” e di sensibilità.

Giorgia Greco

Gerusalemme

I custodi del libro

di Geraldine Brooks
Traduzione di Massimo Ortelio
Neri Pozza € 18,00

Un mosaico finemente cesellato, un’opera di inestimabile valore dove ogni singolo frammento trova la giusta collocazione nel dipanarsi di una storia suggestiva, è l’ultimo straordinario romanzo di Geraldine Brooks, “I custodi del libro”.
Ispirandosi alla storia vera della Haggadah di Sarajevo, un codice miniato ebraico dipinto in Spagna nel XIV secolo (chiamata “di Sarajevo” perché in quella città era ricomparso nel 1894 dopo un periodo di oblio), l’autrice, ex reporter di guerra per le più prestigiose testate americane, ci narra una storia avvincente immaginando personaggi e dialoghi, ricostruendo situazioni e vicende che nella realtà risultano tuttora lacunose.
A Sarajevo, città che un tempo era stata famosa per la sua tolleranza e la pacifica convivenza fra le religioni, Geraldine Brooks che lavorava per il Wall Street Jounal nella Jugoslavia in guerra, sente parlare della Haggadah, un’opera della quale però non si conosceva la sorte.
Solo a guerra finita si scoprì che era stata salvata dai bombardamenti da un bibliotecario musulmano, Enver Imamovic, che l’aveva nascosta nel caveau di una banca.
Ma non era la prima volta che il libro ebraico veniva salvato da mani musulmane. Nel 1941 – scrive Brooks – “Dervis Korkut, celebre studioso di islamistica e capo bibliotecario nel Museo nazionale di Bosnia, era riuscito a farlo uscire dal museo sotto il naso del generale tedesco Johann Hans Fortner, per poi occultarlo in una moschea sulle montagne, dove rimase fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale”.
Inoltre dalla moglie di Korkut, un’arzilla vecchietta di ottant’anni, l’autrice ha scoperto un’altra storia di eroismo: il marito volle nascondere presso la loro abitazione una giovane ebrea, Mira Papo, fino a quando non le trovò un rifugio più sicuro in montagna.
Le avventure rocambolesche che hanno visto la Haggadah sopravvivere attraverso cinque secoli sono raccontate in questo romanzo con uno stile linguistico spedito e coinvolgente e un originale impianto narrativo.
La realtà storica e la finzione del romanzo si mescolano dando vita ad un libro che muovendosi su piani diversi ci conduce alla scoperta di luoghi lontani intrisi di atmosfere che celano segreti che solo con il volgere della trama si riveleranno.
La protagonista Hanna Heath, restauratrice australiana di manoscritti e libri antichi, giunge a Sarajevo nel 1996 dopo che un israeliano le ha comunicato il ritrovamento della Haggadah che si pensava distrutta sotto i bombardamenti del 1992.
Hanna che ha accettato l’incarico di restaurare il manoscritto di pregio inizia ad esaminare con perizia ogni singola traccia, un pelo, una macchia di vino, un cristallo di sale che possa fornirle una qualche spiegazione dei luoghi dove il prezioso manoscritto è passato, delle persone che lo hanno custodito e salvato.
Dalla Siviglia del 1480 dove la giovane schiava Zahra dipinge le preziose miniature per il figlio sordomuto del medico ebreo Netanel ha-Levi, alla Tarragona del 1492 dove Ruti riesce miracolosamente a condurre in salvo non solo il prezioso codice ma anche il nipotino appena nato dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna; dalla Venezia del 1609 dove la Haggadah scampa al rogo dell’Inquisizione grazie al visto di Giovanni Vistorini, censore del Sant’Ufficio, e amico dell’ebreo Yehudah Aryeh, figura controversa ma di grande suggestione, alla Vienna del 1894 dove la Haggadah inviata per una valutazione viene rilegata in modo poco accurato; è un viaggio affascinante a ritroso nel tempo quello che ci racconta Hanna con un sottile filo di ironia che pervade la narrazione anche nei momenti più drammatici. Dopo l’incidente automobilistico nel quale viene coinvolta la madre, primario di neurochirurgia che ha dedicato tutta la vita alla medicina, Hanna apprende la vera identità del padre, morto prima che lei nascesse, e le sue radici ebraiche.
Dedicato a tutti i bibliotecari del mondo, custodi e protettori dei libri “I custodi del libro” non è solo uno splendido romanzo storico ma è anche un richiamo al valore intrinseco di ogni testo depositario della coscienza collettiva di ogni essere umano.
Ogni libro è sacro perché rappresenta la forza della vita che si oppone alle tenebre della morte e perché “là dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini” (Heinrich Heine)

Giorgia Greco


AUGURI, ISRAELE

Mi sono sempre chiesta da dove nasca il mio amore per lo Stato di Israele, premesso che non sono ebrea e dunque non ci sarebbe di mezzo una questione di appartenenza. Uso il condizionale perché, anche se non sono in ballo la nascita o la famiglia, tuttavia condivido in pieno i valori ebraici e cerco di farli miei: il diritto al dubbio, la continua ricerca, la sete di D-o, ma anche la sacra presunzione di litigare con Lui, se ritengo di farlo. E non c’è barba di prete, o mediatore, o persona di buon senso che mi possa fermare.
Quando, nel giugno 1967, avevo 19 anni…..eh sì, Israele ed io abbiamo la stessa età, tra l’altro siamo nati negli stessi giorni…. Quando, nel giugno 1967, tutti, da noi, davano addosso ad Israele che aveva osato beffare Amalek giocando d’anticipo, fui l’unica, tra i miei amici, a difenderlo; e quanto mi arrabbiavo a sentire i loro discorsi imparati a pappagallo, identici a quelli attuali dei vari Vattimo e sodali! Mi arrabbiavo, ma mi veniva anche da ridere, perché nella crudeltà, nella stupidità e nella malafede c’è una forte vis comica. Pensiamo al Grande Dittatore di Chaplin. Logico che ridi, non mediti subito sull’orrore della Shoah.
E’ un grande amore che dura da allora, con approfondimento costante della storia e della sua realtà.
Una realtà fatta di un ethos nazionale molto forte, di accoglienza nei confronti del diverso che non ci sogniamo neppure; di amore per la natura e gli animali; di progresso scientifico e tecnologico senza uguali….. Quelli che scrivono sul web spazzatura contro lo-Stato-razzista-che-pratica-l’apartheid dovrebbero usare solo carta e penna, se fossero coerenti…
Poi c’è la letteratura: fantastica, con quegli Autori semplicissimi da leggere in apparenza, molto complessi da penetrare nel profondo. Ogni romanzo, una volta terminato, dovrebbe essere riletto: ci troveresti sempre qualcosa di nuovo. A volte me la prendo con gli scrittori perché, nelle loro valutazioni politiche, spesso vedo dei wishful thinking; ma la sfuriata dura poco. Li amo anche per questo. Magari tra me e me ci litigo.
Poi c’è anche…….
Basta! Buon compleanno Fratello Gemello Israele; o Sorella, se preferite

Mara Marantonio (Bologna)

La bandiera Israeliana venne adottata il 28 ottobre 1948. Rappresenta una stella di David blu, su sfondo bianco, posta tra due strisce blu che ricorda il “tallit”, il manto di preghiera ebraico.

Per chi volesse ascoltare l’Hatikvà, l’inno nazionale d’Israele, rimando a:
http://it.encarta.msn.com/encnet/refpages/RefMedia.aspx?refid=221623552&artrefid=761575008&sec=-1&pn=1

La mia proposta agli italiani per i 60 anni di Israele: il 14 maggio esponiamo pubblicamente la bandiera israeliana
Il presidente Giorgio Napolitano dia l'esempio accogliendo simbolicamente la bandiera con la stella di David alla Fiera del Libro di Torino

di Magdi Cristiano Allam

In Italia esporre la bandiera israeliana è di fatto vietato perché considerata di per sé come “provocatoria”, in quanto espressione di uno Stato percepito come illegale e criminale che può essere, per forza maggiore, tollerato ma mai e poi mai pienamente legittimato come qualsiasi altro paese del mondo. Ne abbiamo avuto conferma con la reiterata aggressione, nel corso del corteo romano del 25 aprile, contro i superstiti della “Brigata Ebraica” e i sopravvissuti ad Auschwitz, rei di aver sfilato sventolando la bandiera con la stella a sei punte. Così come si è verificato il giorno prima a Torino quando il questore, Stefano Berrettoni, ha negato ad alcuni esponenti della comunità ebraica l’autorizzazione a sostare pacificamente con la bandiera israeliana accogliendo il presidente Napolitano all’inaugurazione della Fiera del Libro l’8 maggio che, proprio quest’anno, ha Israele quale ospite d’onore nel sessantesimo della sua fondazione.
Il questore ha addotto “motivi di ordine pubblico”, precisando che l’esposizione delle bandiere israeliane davanti all’ingresso della Fiera del Libro “sembrerebbe una provocazione”, che rischierebbe di far esplodere lo scontro con i manifestanti ostili alla presenza di Israele e che il 10 maggio sempre a Torino indiranno una manifestazione nazionale per la “Palestina libera”. Il questore ha quindi disposto che l’accoglienza del capo dello Stato avverrà all’interno della Fiera. Di fatto a Torino da mesi questi manifestanti, appartenenti perlopiù all’area della sinistra radicale, espongono liberamente bandiere palestinesi ovunque e imbrattano impunemente la città di scritte anti-israeliane. Tutto ciò a loro è consentito perché appartiene, piaccia o meno, a una consolidata tradizione politica filo-araba e filo-palestinese che l’Italia ha promosso sin dal dopoguerra. E anche se oggi è una minoranza ad esprimerla pubblicamente, di fatto sono molti di più quelli che condividono il pregiudizio anti-israeliano.Dobbiamo prendere atto del fatto che in Italia è del tutto legittimo sventolare la bandiera di uno Stato inesistente e che non è mai esistito nella storia, la Palestina, mentre si può rischiare il linciaggio se ci si espone pubblicamente con la bandiera di uno Stato esistente e pienamente legittimato dalle Nazioni Unite. Il fatto assume connotati ancor più incresciosi considerando che la Palestina vagheggiata non è uno Stato che dovrebbe convivere pacificamente al fianco di Israele, bensì sostituirsi ad Israele di cui si nega il diritto all’esistenza. Questo paradosso non viene meno anche di fronte all’orientamento della comunità ebraica di assecondare la decisione del questore di Torino all’insegna del quieto vivere e per non creare alcuna tensione che potrebbe portare all’annullamento della presenza di Napolitano.Ebbene proprio il capo dello Stato, che si è già coraggiosamente schierato a difesa del diritto di Israele all’esistenza condannando l’anti-sionismo quale nuova forma di antisemitismo, potrebbe nel sessantesimo della fondazione dello Stato ebraico assumere una decisione altrettanto coraggiosa per legittimare a pieno titolo l’esposizione della bandiera israeliana ovunque in Italia. Napolitano potrebbe dare lui stesso l’esempio accogliendo una bandiera israeliana offertagli dall’ambasciatore Gideon Meir, nel giorno dell’inaugurazione della Fiera del Libro. Il suo esempio potrebbe essere raccolto dalle istituzioni pubbliche e dagli enti locali, esibendo nel giorno dell’indipendenza di Israele, il prossimo 14 maggio, la bandiera israeliana. Sarebbe un gesto simbolico che, oggi più che mai, in una fase storica in cui l’Iran e la Siria rincorrono l’arma atomica per distruggere lo Stato ebraico, corrisponderebbe a una precisa scelta etica a favore del diritto alla vita.
http://www.magdiallam.it/node/4841

domenica 4 maggio 2008


Aeroporti: Fiumicino, inaugurato terminal per Usa e Israele

Per rispondere meglio a incrementi traffico 'voli sensibili'
(ANSA) - FIUMICINO (ROMA), 3 MAG - E' entrato in funzione all'aeroporto di Fiumicino il nuovo terminal riservato ai voli 'sensibili' diretti in Usa e Israele. E' nato per ampliare la capacita' aeroportuale e rispondere adeguatamente agli incrementi di traffico. Ha una superficie di 14.000 metri quadrati, suddivisa in tre aree: una per le attivita' di profiling, una per il check-in e l'ultima per i controlli sicurezza. Positive le prime reazioni dei passeggeri in partenza oggi.

venerdì 2 maggio 2008


MODULO PER INOLTRARE PROTESTA: http://www.tim.it/common/scrivia119.do

SPETT.TIM,

PROTESTO FORMALMENTE PER L'ERRORE DAL SAPORE POLITICO CHE PUO' METTERE IN SERIA DIFFICOLTA' LA TIM:
QUI DI SEGUITO ALLEGO LETTERA RICEVUTA CHE MI INFORMA CHE "VIVERE SENZA CONFINI" E' UN MOTTO CHE NON DEVE CEDERE AGLI ERRORI DI GEOGRAFIA!
SE VALICO IL CONFINE PASSO IN UNO STATO BEN PRECISO E SE ATTERRO IN ISRAELE VOGLIO IL "BENVENUTO IN ISRAELE" E NON IL "BENVENUTO IN PALESTINA",
PERCHE' QUANDO ATTERRO A ZURIGO RICEVO IL "BENVENUTO IN SVIZZERA" E NON "BENVENUTO IN GERMANIA!
PREGO VOGLIATE IMMEDIATAMENTE CORREGGERE L'ERRORE E FORNIRE SPIEGAZIONE. GRAZIE.

FEDERICO FALCONI NOCENTINI
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE TREVIGIANA ITALIA-ISRAELE
http://www.italiaisraele.free.bm/
israeltreviso@yahoo.it

allego lettera ricevuta:
"Quest'oggi 30 aprile 2008, alle ore 4,18( ora Italiana) mi trovavo all'aereoporto Ben-Gurion di Tel AVIV, imbarcato sull'aereo con destinazione Milano, ho provveduto a cambiare la carta sim del cellulare, apponendo quella della tim.
Con mia grande sorpresa questo è lo "sms" che mi è stato recapitato: " Benvenuto in PALESTINA.Per chiamare dall'estero ricorda di aggiungere al numero da chiamare il pref internaz (per l'Italia +39). Buona permanenza da TIM- mittente :119"

giovedì 1 maggio 2008

Gerusalemme

Hilton: The Waldorf Astoria debutta in Israele Il debutto del The Palace Jerusalem è previsto nel 2010

Hilton Hotels Corporation e Ipc Jerusalem Ltd hanno annunciato congiuntamente la stipula di un accordo di gestione del primo hotel della Waldorf Astoria Collection in Israele. L’apertura della storica proprietà, denominata The Palace Jerusalem - The Waldorf Astoria Collection, è prevista entro la fine del 2010 e offrirà 220 tra camere e suite. Inoltre, sempre nello stesso sito, è previsto lo sviluppo di circa 30 appartamenti della Waldorf Astoria Collection. Wolfgang M. Neumann, presidente di Hilton Hotels Europe, ha affermato: "Israele sta vivendo un periodo di continua, rapida e intensa attività commerciale, che alimenta una notevole richiesta di marchi alberghieri di alta qualità. Hilton gestisce attualmente due hotel in Israele: l’Hilton Tel Aviv e l’Hilton Eilat Queen of Sheba. La nuova aggiunta al portfolio israeliano del Gruppo è situata in una delle location più centrali di Gerusalemme: all’intersezione tra le vie King David, Agron e Mamila, a pochi passi dalla Città Vecchia. Edificato nel 1929, questo edificio è attualmente sottoposto ad un intenso programma di rinnovamento. Tra le facilities dell'hotel tre ristoranti, una spa di 500mq e una sala fitness con piscina, oltre ad ampi spazi congressuali e ad un parcheggio interno. Situate nelle immediate vicinanze dell’hotel, le lussuose Residenze del The Palace Jerusalem - The Waldorf Astoria Collection godranno di vedute sulla Città Vecchia e offriranno tutti i servizi garantiti dall’hotel.
Guida viaggi.it 30/04/2008

Gattinoni, inno alla pace all'ambasciata di Israele


Gattinoni sfila per la pace nei saloni della residenza dell’ambasciatore di Israele in Italia Gideon Meir. Guillermo Mariotto, direttore creativo della storica maison romana, ha voluto rendere omaggio alle tre grandi religioni monoteiste del mondo (ebraismo, islamismo e cristianesimo) con tre abiti di seta bianca uniti da un unico drappeggio e indossati da modelle di tre diverse nazionalità e fedi. Le tre religioni si fondono attraverso tessuti e morbidi drappeggi diventando un’unica emozione da indossare che chiude il defilè. Interpreti del messaggio-couture tre top model di diverse nazionalità e culture: Leraz Drod, modella israeliana di religione ebraica, Shadine El Saidi, Italo/Siriana, di religione musulmana , Violetta Alfonsi di nazionalità italiana e religione cristiana. La principessa-designer Grazia Borghese, ha creato in esclusiva tre gioielli unici, per il defilè: La Stella di David, simbolo dell’ebraismo, la Mezzaluna simbolo dell’Islam e La Croce, simbolo del Cristianesimo, realizzati in oro rosa e pietre preziose e indossati dalle tre testimonial. Il defilè si è aperto con un caftano in organza grigia decorato con i simboli delle tre Grandi Religioni, che introduce la collezione haute-couture primavera-estate, presentata a Roma lo scorso gennaio, manifesto ideale in difesa della natura e dell’ambiente, a base di abiti con tessuti eco-compatibili, bio-etici e bio-degradabili.L’evento è stato organizzato nell’ambito delle celebrazioni del sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele che a Roma sarà ufficialmente festeggiato il prossimo 8 maggio. Alla sfilata, presentata da Marta Flavi, hanno assistito tra gli altri l’on.Luca Barbareschi, che ha debutato oggi in Parlamento, Milly Carlucci, Massimo Giletti e Gianfranco Vissani.
La Stampa.it 30/4/2008

Gerusalemme

Sionismo e/o razzismo? Le controverse risoluzioni ONU e i Diritti Umani.

Giovanni Matteo Quer, Dottorando in studi internazionali , Università di Trento,24-4-2008.

Pubblico molto interessato ieri sera nella sala della comunità ebraica di Verona dove il dottor Quer ha tenuto la sua lezione sul tema “Sionismo e/ razzismo? Le controverse risoluzioni dell’ONU e i Diritti Umani” analizzando l’odio che ancora esiste da parte del mondo arabo-palestinese nei riguardi degli Ebrei. Egli ha dimostrato che la non accettazione della presenza ebraica in Medio Oriente è sempre presente, solo è cambiata la strategia di lotta. Se dagli anni 1917 al 1948 gli Arabi hanno attuato delle ostilità contro la presenza degli Ebrei in Palestina in quanto considerata un’emanazione della politica colonialista britannica, dal 1948 al 1973 hanno lottato contro lo Stato di Israele, divenuto il Nemico, auspicando la sua distruzione. Visto che ciò è risultato impossibile, dal 1973 hanno iniziato una lotta ideologica contro il sionismo. all’interno della guerra fredda lotta che vede il suo culmine nella risoluzione ONU del 1975 per il blocco compatto di Stati Arabi, URSS e paesi non allineati. Dagli anni ’90 in poi ostilità viene riformulata in termini di diritti umani. Ma di fondo si continua a sostenere che il sionismo è una pratica di razzismo per poter demonizzare lo Stato Ebraico. È seguito un vivace dibattito nel quale, pur con diverse opinioni, tutti i presenti hanno sottolineato la gravità della situazione odierna.

Sintesi della conferenza

Come si pone il Diritto Internazionale rispetto al Sionismo? Essendo il Sionismo un movimento di liberazione nazionale può sembrare strano che il Diritto Internazionale abbia qualcosa da dire, perònel 1975 l’ONU ha proclamato una risoluzione che equiparava il Sionismo al Razzismo. Tale risoluzione è stata revocata nel 1991 nel silenzio della comunità internazionale, ma ancora oggi si tende equiparare i due concetti specie nell’ambito dei diritti umani, per un processo storico e una strategia attuata dai paesi arabi per demonizzare Israele.I fase Se andiamo alle origini vediamo che il Sionismo è un movimento di liberazione nazionale nato nel XIX secolo quando, nonostante la Rivoluzione Francese già avesse proclamato l’uguaglianza di tutti gli uomini, agli Ebrei non veniva riconosciuta l’uguaglianza dei diritti: vi erano infatti forti correnti antisemite nei paesi occidentali e addirittura dei pogrom nei paesi dell’est. I movimenti ebraici pertanto sentivano la necessità di ridare uno spirito al popolo ebraico che non fosse quello assimilazionista, visto che il processo di assimilazione era sostanzialmente fallito. In questo contesto nasce il Sionismo come movimento di liberazione nazionale ed ha vari aspetti, spirituale, culturale, religioso, ma soprattutto quello politico che sostiene, con Herzl, la necessità di fondare uno stato per gli Ebrei in Palestina. Gli Ebrei iniziano quindi alla fine dell’’800 e soprattutto all’inizio del ‘900 a comperare terre dai Turchi Ottomani e fondano le prime comunità che non sono emissarie di una potenza occidentale, ma che si auto-organizzano, creando una rete di accademie, università, servizi sociali, sanitari, culturali, cioè una struttura parastatale che poi sfocerà nella costituzione dello stato di Israele. Già nella Palestina Ottomana la presenza ebraica non era tollerata in nome del nazionalismo arabo, ma tale sentimento antiebraico si accentua nella Palestina mandataria. La politica della Gran Bretagna era controversa: non voleva in realtà prendere posizione pro o contro gli Ebrei, ma di fatto finisce per favorire gli Arabi in più di un’occasione.Prima ancora del Mandato, nel 1917 la Gran Bretagna si impegna a costituire un focolare ebraico in Palestina con la Dichiarazione di Balfour che viene inglobata nella Palestina mandataria e che confluirà nella risoluzione ONU per la Costituzione dello Stato di Israele. Nel 1919 c’è un accordo Faisal - Weizman che propone la soluzione a due stati con mutua cooperazione e la creazione di una commissione di arabi e ebrei per dirimere le future controversie, visto che già erano sorti scontri e tensioni. La reazione all’accordo causa da parte degli Arabi attacchi contro gli Ebrei e un incremento della pubblicistica araba antiebraica (comunità ebraiche accusate di costituzioni fittizie del colonialismo inglese) e antisemita (di matrice politica islamica e religiosa occidentale cristiana). Gli scontri vengono sedati solo nel 1929, ma la difficile situazione spinge il governo inglese alla creazione della Commissione Peel che vede come unica soluzione la divisione della Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo. Ma la soluzione provoca la rivolta araba degli anni 1936-39: gli Arabi si oppongono sia agli Inglesi (che sono reggenti in Palestina) visti come colonizzatori, sia agli Ebrei, visti come emissari del regime coloniale inglese. Era facile dal punto di vista culturale associare gli Ebrei agli Inglesi, in quanto gli Ebrei presenti in Palestina erano quasi tutti europei, con mentalità e costumi occidentali, ma la politica britannica non li aveva mai favoriti. La rivolta viene domata in un bagno di sangue dal generale MacArthur. Poi gli Inglesi, per placare le richieste arabe, pubblicano un Libro Bianco in cui si diminuisce la possibile emigrazione ebraica in Palestina a poco più di 40.000 unità, proprio nel 1939 quando il nazismo raggiungeva il suo apice. Nel 36-39 però gli scontri oltre che contro gli Ebrei si sono verificati anche fra arabi di diverse correnti, fra cioè arabi nazionalisti, panarabi e arabi a favore di islam radicale: infatti gli scontri contro gli Inglesi e contro gli Ebrei erano stati l’occasione per uno scontro interno arabo relativo al problema se creare in Palestina uno stato arabo laico o uno stato islamico. L’associazione degli Ebrei come colonizzatori in quanto simili agli Inglesi diventa ancora più forte durante la II Guerra Mondiale. Infatti da una parte del conflitto gli Arabi si sono alleati con i Tedeschi (sia per politica antisemita ben gradita ad Husseini, Gran muftì di Gerusalemme, sia per atteggiamento antiinglese) e dall’altra gli Inglesi con gli Ebrei che riescono creare la Brigata ebraica che avrà un certo peso nella liberazione italiana. A questo punto per la propaganda araba è facile sostenere che gli Ebrei, che hanno combattuto con gli Inglesi, sono, come gli Inglesi, colonizzatori. La situazione si protrae fino al 29 novembre 1947 quando l’ONU con la Risoluzione 181 proclama la spartizione della Palestina in due stati, uno arabo, uno ebraico. Fino a questo momento storico gli scontri erano stati fra Arabi ed Ebrei e fra Arabi e Inglesi con l’associazione degli Ebrei come colonizzatori.
II fase (4 guerre)Ma nel 1948 nasce lo Stato di Israele e gli Inglesi si ritirano: gli scontri degli Arabi non sono più rivolti a singole comunità, ma mirano alla distruzione dello Stato ebraico con guerre.A) Guerra di liberazione (1948-49). ( Stati arabi contro neonato Stato israeliano). Termina con un “cessate il fuoco” (non trattato di pace): Israele continua ad esistere ma Egitto e Giordania occupano rispettivamente Gaza e Cisgiordania annettendole in ottica di politica panaraba. Questa situazione si protrae fino al 1956. Nel frattempo gli Inglesi lasciano truppe in medio oriente e in particolare in Egitto e soprattutto continuano a mantenere la gestione completa del Canale di Suez. Le reggenze arabe non riescono a gestire le spinte nazionaliste che vengono dal popolo tanto che vi è una serie di colpi di stato il più importante dei quali è quello del 1952, quando viene detronizzato Faruk e sale al potere Nasser, leader dei panarabisti. Egli porta il medio oriente ad una politica di equidistanza dalle due superpotenze, tanto che il blocco dei paesi della Lega Araba aderisce al movimento dei “non allineati” secondo quanto definito nella Conferenza di Bandung (1956). In realtà il movimento, che comprendeva stati neodecolonizzati, si avvicina sempre più all’URSS in quanto voleva combattere il colonialismo e il neoimperialismo identificato con i paesi americani e anglosassoni. Inoltre l’URSS appoggia l’Egitto per la cosiddetta autodeterminazione. Nel maggio del ‘56 Nasser emana leggi che escludono le navi israeliane dal passaggio dallo stretto di Suez e poco dopo nazionalizza lo stretto nel chiaro intento di isolare Israele e di estromettere l’Inghilterra dal medio oriente.. B)Si arriva così alla II Guerra arabo-israeliana che vede Francesi, Inglesi e Israeliani contro l’Egitto. La guerra si conclude nel dicembre sostanzialmente senza né vinti né vincitori, ma ancora una volta Israele continua a esistere e lo si vede alleato degli stati occidentali, agli stati cioè colonizzatori.C)
La situazione rimane stabile fino al giugno del 1967 quando abbiamo la III guerra, quella dei “6 giorni” che si conclude con una totale sconfitta dei paesi arabi (Siria, Giordania, Egitto. Marocco, Algeria e Iraq) e con Israele che conquista il Golan, Gaza, Sinai e Cisgiordania. Inizialmente Israele voleva tenersi le terre conquistate per una possibile negoziazione, ma nel Dicembre la Lega Araba nella conferenza di Khartum proclama “i tre no”, cioè no al riconoscimento di Israele, no alla pace con Israele, no a negoziati con Israele. Israele inizia allora la politica di costruzione degli insediamenti per i nuovi arrivati, soprattutto da quei paesi arabi da cui erano stati cacciati. Nel frattempo muore Nasser e gli succede Sadat che vorrebbe cambiare politica e sarebbe anche disposto a firmare la pace con Israele, ma ha bisogno di appoggio popolare per ottenere il quale ha bisogno di un momento di gloria.D) Siamo così nel 1973 quando Sadat muove guerra ad Israele ( la IV guerra detta del Kippur o del Ramadan) che si conclude con una grande semivittoria perché Israele continua ad esistere ma con una semisconfitta per le ingenti perdite di vite umane da entrambi le parti. La colpa della sconfitta araba viene attribuita a USA (colonialisti) e a URSS, che aveva cessato di dare armi ad Egitto. Sadat però, conquistata la fiducia popolare, comincia a cambiare politica, a parlare di pace, a spostare l’assetto delle alleanze verso gli Stati Uniti. Soprattutto, in vista anche di una ripresa del Sinai, inizia a sostenere che si deve riconoscere Israele. III fase Se dopo ben quattro guerre Israele continua ad esistere e esistono ancora gli Ebrei, il nemico da combattere non viene più identificato con lo Stato di Israele, che è ormai una realtà di fatto, ma con la base ideologica dello Stato di Israele, cioè con il Sionismo. Negli anni ’70 cioè assistiamo di nuovo ad un cambiamento di strategia della lotta contro Israele e si inizia da parte araba la lotta ideologica e diplomatica contro il Sionismo definito come colonialismo e una forma di razzismo.Nel Novembre del 1975 la Lega Araba (che faceva parte del blocco dei paesi non allineati che era vicino all’URSS) propone all’Assemblea Generale dell’ONU una mozione di condanna contro il Sionismo in quanto pratica razzista.
Il 10 Novembre la risoluzione viene approvata con 72 voti favorevoli , 32 contrari e 35 astenuti. Se si esaminano i motivi che hanno spinto i paesi a votare a favore si capisce perché la mozione è passata: hanno votato a favore i paesi della Lega Araba (perché la vedono una vittoria contro Israele), gli stati islamici ( perché nella pubblicistica Israele era definita creazione fittizia dei crociati (occidentali) per attaccare l’Islam), i paesi non allineati (che vedono nel Sionismo una forma di colonialismo e di razzismo quale prodotto più evidente del colonialismo che altro non è che la distruzione dell’identità culturale dei popoli colonizzati) e l’URSS con stati satelliti (sia perché, in clima di guerra fredda, si vuole opporre a Israele in quanto alleato degli Usa sia perché il Sionismo riscuote simpatie fra ebrei russi, che quindi si oppongono a livellamento dell’ideologia dei Soviet). Hanno votato contro gli stati occidentali, mentre si sono astenuti gli stati non allineati e qualche stato occidentale. La risoluzione rimane in vigore fino al 1991. Nel frattempo nel 1979 Israele firma la pace con l’Egitto (che per questo viene espulso dalla Lega Araba) e comincia ad intrattenere buoni rapporti con gli stati non allineati del centro –sud america per esempio con il Messico che si pente di voto di astensione. Stabilisce inoltre buone relazioni anche con l’URSS.Nel 1991 si ha caduta del muro di Berlino, il collasso dell’impero sovietico come potenza comunista, la fine della guerra fredda per cui il blocco che ha votato l’approvazione della risoluzione ONU non esiste più in modo compatto. Ancora a favore rimangono solo i paesi arabi. E finalmente dopo tante richieste il 16-12- 1991 la risoluzione viene revocata col voto favorevole degli stati non allineati, URSS e stati satelliti, democrazie occidentali. Contrario rimane il blocco dei paesi arabi e islamici, ad eccezione dell’Egitto che si astiene.IV faseSe nel ’91 viene revocata la risoluzione ONU, l’odio contro Israele permane. L’idea che il sionismo sia una forma di razzismo continua ad essere presente nella pubblicistica araba e anche nel Diritto Internazionale. Il 15 settembre 1994 nella conferenza del Cairo si ha la Carta araba dei Diritti Umani, la quale al § 5 recita: “Gli Stati Arabi rigettano ogni forma di razzismo e di sionismo in quanto costituiscono la violazione dei diritti umani e pongono una seria minaccia alla pace mondiale”. L’art. 1 recita: “il razzismo, il sionismo e l’occupazione straniera pongono una sfida alla dignità umana e costituiscono l’ostacolo fondamentale alla realizzazione dei diritti dei popoli.
Pertanto si condanna e si auspica l’eliminazione di queste pratiche”.Che cosa è cambiato negli anni ’90 che ha portato questo mutamento?Non c’è più la logica della guerra fredda: ciò che è rimasto della guerra fredda, cioè lo spirito terzomondista per l’autodeterminazione dei popoli e per la difesa dei decolonizzati, è passato al mondo dei diritti umani e proprio in questo ambito continua ad essere presente la retorica antisionista e la formulazione del sionismo come una forma di razzismo.La Lega araba, approvando la Carta dei Diritti Umani, in cui si auspica l’eliminazione di ogni forma di sionismo, cioè l’eliminazione dello Stato di Israele, e la formulazione del sionismo come una forma di razzismo, attua il primo tentativo di eliminazione dello Stato di Israele in termini di diritti umani. Il secondo tentativo si ha con la III Conferenza mondiale dell’ONU su “razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e ogni intolleranza relativa” che si tiene a Durban nel 2001. Precedentemente c’era stata una conferenza preparatoria a Teheran l’anno prima dalla quale erano state escluse le Ong israeliane, ebraica di ogni nazionalità, curde e Bahai Alcuni stati hanno protestato contro questo atteggiamento delle autorità iraniane (Olanda, Nuova Zelanda e USA) e sono stati espulsi. Lo stesso trattamento è riservato a queste ONG a Durban; così quella che doveva essere una conferenza mondiale contro il razzismo si trasforma in una tragedia dell’intolleranza in quanto sono espulsi Ebrei, Americani e Israeliani ed inoltre si fanno circolare vignette fortemente antisemite. I documenti finali ripropongono il sionismo come forma di razzismo e auspicano la riadozione della risoluzione ONU del 1975. Siamo cioè di fronte ad una posizione che ripropone la teoria antisionista riformulata in termini di diritti umani, ma che di fondo continua a sostenere sionismo sinonimo di razzismo per delegittimare Israele in ambito dei diritti umani e ottenerne quindi la soppressione dello Stato.