giovedì 21 ottobre 2010


Gerusalemme - Yad Vashem

Ancora sul negazionismo

Il dibattito sulle possibili misure da prendere per fronteggiare il pericolo del negazionismo, riacceso dalla squallida e triste vicenda dell’Università di Teramo, ha registrato una molteplicità di proposte, voci e pareri discordanti, tanto da indurmi a tornare sull’argomento (già oggetto del mio Pilpul di mercoledì scorso). Come ho avuto modo di osservare, non c’è dubbio che il lugubre fenomeno vada contrastato con tutti i mezzi, per evitare un pericoloso inquinamento morale dei nostri valori e della nostra civiltà. La proposta - avanzata da Riccardo Pacifici, e subito accolta favorevolmente dai presidenti delle due Camere e da un ampio schieramento di personalità del mondo politico e della società civile - di introdurre anche nel nostro Paese una sanzione legale per questo genere di abietta mistificazione, va senz’altro nella giusta direzione, ed è certamente meritevole della massima considerazione. Restano anche, però, delle sensate obiezioni, scaturenti dai legittimi dubbi riguardo all’efficacia e alla necessità di una nuova misura penale ad hoc, volta ad arricchire ulteriormente il nostro già affollato calderone normativo. “Corruptissima re publica, plurimae leges”, annotava il saggio Tacito: uno stato serio non ha bisogno di sempre nuove leggi, ma solo di far funzionare quelle esistenti. Potrebbe essere quindi sufficiente, a mio avviso, applicare la vigente norma sanzionante l’incitamento all’odio razziale, magari integrandola con una postilla atta a puntualizzare che esso va punito in qualsiasi modi si manifesti, “compresi l’oltraggio o la negazione della memoria storica”. Sarebbe così superato ogni dubbio interpretativo, e il negazionismo potrebbe andare punito (cosa, a mio avviso, che sarebbe già possibile, comunque, secondo la legislazione vigente) per quel che è, ossia un’apologia di reato e un’istigazione all’odio e alla sopraffazione razziale. Del tutto fuori luogo, fra le voci levatesi contro l’introduzione di un reato specifico di negazionismo, appaiono, invece, i richiami alla libertà di pensiero, che, secondo alcuni, dovrebbe andare comunque e sempre tutelata. Tra la libertà di pensiero e il negazionismo c’è lo stesso rapporto che intercorre tra l’amore e lo stupro, e la parola ‘libertà’ dovrebbe essere usata con maggiore prudenza e ponderazione, soprattutto quando si parla (come nel caso teramano) di educazione dei giovani: esiste la libertà di corrompere i giovani, la scelta di allevare nuove generazioni di neonazisti va tutelata come un atto di libertà? Un utile suggerimento, da questo punto di vista (anche al fine di superare le eventuali perplessità di fronte a quello che potrebbe essere visto come un eccesso di intervento legislativo), potrebbe essere quello di una circoscrizione del reato alle sole ipotesi di negazionismo effettuato in ambito didattico: il più ripugnate, il più insidioso, quello di fronte al quale nessuno, ma proprio nessuno, potrebbe avanzare obiezioni in nome della libertà di coscienza.Del tutto inutile e inopportuno, infine, contraddire le tesi di questi signori ricordando dati, testimonianze, numeri, così accettando, in pratica, un terreno di discussione surreale, che deve essere assolutamente evitato. Per confutare i negazionisti, d’altronde, basta richiamare la loro stessa esistenza: negano che qualcuno abbia odiato gli ebrei al punto da assassinarli in massa, ma lo fanno esprimendo quel medesimo odio di cui - affermandolo - negano l’esistenza. È la stessa sulfurea coerenza di Ahmadinejad: “non è vero che Hitler ha ucciso sei milioni di ebrei, quindi lo faccio io”. ‘Affermazionisti’, più che ‘negazionisti’. Francesco Lucrezi, storico http://moked.it/

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