martedì 5 ottobre 2010


Israele: il ministero dei Trasporti chiede a Shalit di rinnovare la patente

Gaffe della burocrazia di Tel Aviv: il caporale dell'esercito è in mano ai palestinesi da 1.562 giorni
La sua patente l’hanno vista tutti, quattro anni fa: la mostrò Hamas in un video, assieme ad altri documenti, per provare che Gilad Shalit era finito nelle mani del movimento islamico a Gaza. L’hanno vista tutti tranne chi dovrebbe: il ministero dei Trasporti israeliano. Che qualche settimana fa, con la burocratica miopia dei centri meccanizzati, ha inviato alla famiglia del più famoso ostaggio del mondo una lettera dal tono ultimativo: «Il signor Shalit Gilad ha l’obbligo di rinnovare in tempi brevi la licenza di guida». Sei mesi, non di più. Altrimenti la patente verrà sospesa e «il titolare non potrà più condurre veicoli». Il povero Gilad, che a dire il vero non può condurre nemmeno se stesso oltre la prigione che lo rinchiude, aveva fatto l’esame per la patente nel 2005, un anno prima d’essere rapito: nell’esercito, era stato addirittura assegnato alla guida dei Merkava, i carri armati con la stella di David. La raccomandata ministeriale ha impiegato poco tempo per finire sui giornali, accompagnata dai commenti amari del comitato per la liberazione che, da più di tre mesi, sta in sit-in permanente davanti alla residenza del premier Benyamin Netanyahu, a Gerusalemme: «E’ chiaramente l’errore d’un funzionario distratto – dicono con un po’ d’ironia -, ma in fondo è anche un segno di speranza: vuol dire che, prima o poi, il governo tornerà a considerare Shalit un libero cittadino». Nessun commento dalla famiglia, né dal ministero. 1.562 GIORNI DI PRIGIONIA - Proprio oggi, gli Shalit hanno organizzato l’ennesima manifestazione sotto la tenda bianca di Gaza Street. Decine di persone hanno agitato cartelli e scandito slogan. Aviva, la mamma di Gilad che durante l’ultimo mese di festività ebraiche ha trascorso anche intere nottate davanti alla casa del primo ministro, ha alzato al cielo una scritta: «Netanyahu, sono finite le tue lunghe vacanze? I 1.562 giorni di Gilad ancora no!». Stessa cosa venerdì, quando papà Noam è andato con duecento attivisti a protestare di fronte alla residenza privata del premier, a Cesarea, una dimostrazione cui ha partecipato anche l’ex ministro Ami Ayalon, molto polemico sull’«inerzia» del governo nei negoziati. Anche il fratello e la sorella del soldato, che la settimana scorsa sono stati a Ginevra, hanno commentato duramente lo stato d’abbandono in cui sono finiti i colloqui per la liberazione di Gilad. Nel mirino, anche le organizzazioni internazionali: «C’è un’assimetria politica della Croce rossa, nel considerare il caso di nostro fratello e quelli dei prigionieri di Hamas nelle carceri israeliane. Ogni anno, in tutto il mondo, la Croce rossa controlla mezzo milione di detenuti e d’ostaggi delle più violente organizzazioni. Ma in quattro anni nessuno è riuscito a ottenere nemmeno una visita, per Gilad». I nervi sono scoperti, l’ennesima lettera per l’ostaggio è stata consegnata agli emissari di Hamas. Secondo la stampa israeliana, i contatti indiretti coi rapitori sono ripresi: a mediare, al fianco d’un diplomatico tedesco, stavolta ci sarebbero gli egiziani dell’intelligence. Anche un sito palestinese ha scritto che, dopo mesi di silenzio, qualcosa si sta muovendo: Non ci credo più – domenica ha confidato papà Noam ai cronisti, sotto la tenda bianca -. Mi hanno illuso troppe volte. E troppe volte mi hanno deluso».04 ottobre 2010, http://www.corriere.it/

Nessun commento: