Ovvero, gas e idrocarburi per miliardi e miliardi di dollari. Se le aspettative dovessero essere confermate, l’impatto sull’economia israeliana sarebbe di lungo termine; intanto, la Delek Drilling LP e la Avner Oil, le due principali compagnie coinvolte nell’affare Leviathan, hanno già iniziato a guadagnare: le loro quotazioni in borsa continuano a crescere. Ma gli analisti locali avvisano: «Il mercato sta agendo come se le migliori speranze della Delek e dalla Avner Oil fossero già state confermate dalle trivellazioni. E invece – sottolinea Yaron Zar, della Clal Finance – non è così. Se il Leviathan si rivelasse una bolla di sapone, le azioni delle più importanti imprese israeliane del settore crollerebbero, con conseguenze potenzialmente catastrofiche». Non sono solo gli economisti ha suonare un campanello d’allarme: per ragioni diverse, anche gli esperti di geopolitica guardano con il fiato sospeso a quello che sta succedendo sui fondali del mare nostrum. Il giacimento si trova infatti in fondo allo specchio d’acqua su cui affacciano, oltre allo Stato ebraico, anche Libano, Turchia, Cipro, Siria. Tutti ovviamente interessati al Leviathan, che già si profila come un ulteriore motivo di tensione in un contesto di relazioni diplomatiche incrociate molto difficili, quando non addirittura inesistenti. Ognuno prova a tirare la coperta dalla propria parte, e già sono iniziate le rivendicazioni in punta di diritto internazionale e marino. Ma il ministro delle Infrastrutture israeliano, Uzi Landau, ha già messo le cose in chiaro: «Israele non esiterà a usare la forza per difendere i propri interessi». Burrasca in vista nel Mediterraneo
domenica 28 novembre 2010
Il momento della verità è ormai vicino, e una “guerra del gas” potrebbe essere alle porte. Le esplorazioni sul Leviathan, il giacimento di gas scoperto di recente nel Mediterraneo, al largo di Haifa, stanno per terminare: e a breve («da un giorno all’altro», assicurano i tecnici impegnati nelle analisi di profondità), Israele – ma anche i suoi vicini – scoprirà se davvero questo giacimento contiene le enormi riserve che i risultati degli studi finora svolti lasciano immaginare.
Ovvero, gas e idrocarburi per miliardi e miliardi di dollari. Se le aspettative dovessero essere confermate, l’impatto sull’economia israeliana sarebbe di lungo termine; intanto, la Delek Drilling LP e la Avner Oil, le due principali compagnie coinvolte nell’affare Leviathan, hanno già iniziato a guadagnare: le loro quotazioni in borsa continuano a crescere. Ma gli analisti locali avvisano: «Il mercato sta agendo come se le migliori speranze della Delek e dalla Avner Oil fossero già state confermate dalle trivellazioni. E invece – sottolinea Yaron Zar, della Clal Finance – non è così. Se il Leviathan si rivelasse una bolla di sapone, le azioni delle più importanti imprese israeliane del settore crollerebbero, con conseguenze potenzialmente catastrofiche». Non sono solo gli economisti ha suonare un campanello d’allarme: per ragioni diverse, anche gli esperti di geopolitica guardano con il fiato sospeso a quello che sta succedendo sui fondali del mare nostrum. Il giacimento si trova infatti in fondo allo specchio d’acqua su cui affacciano, oltre allo Stato ebraico, anche Libano, Turchia, Cipro, Siria. Tutti ovviamente interessati al Leviathan, che già si profila come un ulteriore motivo di tensione in un contesto di relazioni diplomatiche incrociate molto difficili, quando non addirittura inesistenti. Ognuno prova a tirare la coperta dalla propria parte, e già sono iniziate le rivendicazioni in punta di diritto internazionale e marino. Ma il ministro delle Infrastrutture israeliano, Uzi Landau, ha già messo le cose in chiaro: «Israele non esiterà a usare la forza per difendere i propri interessi». Burrasca in vista nel Mediterraneo
Ovvero, gas e idrocarburi per miliardi e miliardi di dollari. Se le aspettative dovessero essere confermate, l’impatto sull’economia israeliana sarebbe di lungo termine; intanto, la Delek Drilling LP e la Avner Oil, le due principali compagnie coinvolte nell’affare Leviathan, hanno già iniziato a guadagnare: le loro quotazioni in borsa continuano a crescere. Ma gli analisti locali avvisano: «Il mercato sta agendo come se le migliori speranze della Delek e dalla Avner Oil fossero già state confermate dalle trivellazioni. E invece – sottolinea Yaron Zar, della Clal Finance – non è così. Se il Leviathan si rivelasse una bolla di sapone, le azioni delle più importanti imprese israeliane del settore crollerebbero, con conseguenze potenzialmente catastrofiche». Non sono solo gli economisti ha suonare un campanello d’allarme: per ragioni diverse, anche gli esperti di geopolitica guardano con il fiato sospeso a quello che sta succedendo sui fondali del mare nostrum. Il giacimento si trova infatti in fondo allo specchio d’acqua su cui affacciano, oltre allo Stato ebraico, anche Libano, Turchia, Cipro, Siria. Tutti ovviamente interessati al Leviathan, che già si profila come un ulteriore motivo di tensione in un contesto di relazioni diplomatiche incrociate molto difficili, quando non addirittura inesistenti. Ognuno prova a tirare la coperta dalla propria parte, e già sono iniziate le rivendicazioni in punta di diritto internazionale e marino. Ma il ministro delle Infrastrutture israeliano, Uzi Landau, ha già messo le cose in chiaro: «Israele non esiterà a usare la forza per difendere i propri interessi». Burrasca in vista nel Mediterraneo
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