lunedì 29 novembre 2010


Rabin, cala il sipario

È sempre più difficile riempire la piazza per l’anniversario della sua morte. Per i giovani di leva è solo un’astrazione. E mentre si diffondono i sospetti di un complotto, la sua eredità politica è raccolta dalla destra di Netanyahu. Perché il sogno del leader si è sgretolato, come il ricordo degli Accordi di Oslo Su Yitzhak Rabin cala il sipario. A 15 anni dall’uccisione - la sera del 4 novembre 1995 - i suoi seguaci sono tornati a radunarsi nel luogo del delitto, la Piazza del Municipio di Tel Aviv: quest’anno per l’ultima volta. Altre cerimonie in piazza, nell’anniversario della morte, non se ne faranno. Ha spiegato Niva Lanir, una delle organizzatrici, che di anno in anno è sempre più difficile riempire la piazza. E tenere le cerimonie davanti ad una piazza semivuota infonde malinconia. Che la memoria di Rabin venga affidata dunque al Museo a lui dedicato a Tel Aviv e a diverse opere pubbliche, fra cui un ospedale, una centrale elettrica, una autostrada.Segno dei tempi, per l’ultimo appuntamento in Piazza Rabin è stato invitato un solo uomo politico: il capo dello Stato Shimon Peres. Gli organizzatori non hanno invece voluto l’attuale leader laburista Ehud Barak, che fa parte di un governo orientato a destra. Il declino dei laburisti è innegabile: avevano 42 seggi (su 120) quando nel 1992 Rabin vinse le elezioni e poi sono andati via via assottigliandosi fino ai 13 seggi della Knesset attuale. Negli ultimi sondaggi vengono accreditati di sei seggi appena. Anche una parlamentare laburista, Einat Wilf, trova che Rabin e il suo operato siano superati dai tempi. Il grande ritratto che campeggia nella sala riunioni della lista parlamentare laburista dovrebbe essere rimosso, secondo Wilf. Le ragioni ci sono, spiega. “Rabin resta identificato con gli accordi di Oslo” che ormai molti israeliani disdegnano e non ritengono realizzabili. Al posto di Rabin, suggerisce Wilf, dovrebbe essere nuovamente esposto il ritratto di David Ben Gurion, il fondatore dello Stato: con lui il sionismo socialista sì che sembrava vincente!Mentre i laburisti ripiegano i loro vessilli, i rivali politici della destra radicale sembrano determinati a passare alla riscossa. Li anima la sensazione profonda di essere stati vittime di una plateale ingiustizia storica, che ora vogliono scrollarsi di dosso: ossia di essere stati considerati i mandanti del delitto. Se non in senso stretto, almeno i mandanti morali. Di aver creato cioè il clima politico arroventato in cui si sarebbe mosso il killer Igal Amir: uno studente di giurisprudenza della Università (religiosa) Bar Ilan (Tel Aviv) e attivista politico conosciuto nelle colonie di Gush Katif (Gaza) e di Hebron.Le accuse della sinistra sono abbondantemente documentate (ma la loro interpretazione dipende dall’orientamento politico di chi le legge). Nei mesi antecedenti il delitto le correnti nazional-religiose non lesinarono sforzi per screditare Rabin, anche su base personale. Si disse allora che “aveva fatto passare gli accordi di Oslo ‘comprando’ un oscuro deputato alla Knesset” con benefici materiali; si disse che era “un persecutore di ebrei” perché “progettava di cedere al nemico lembi della terra di Israele”; si disse che aspirava “a fare di Israele uno Stato occidentale qualsiasi”, cancellando il carattere propriamente ebraico; si disse che era “instabile di mente, incline ad alzare il gomito”. Quando all’orizzonte si profilarono le prime minacce fisiche alla sua persona, Ariel Sharon (allora, falco del Likud) disse che “erano inventate di sana pianta, allo scopo di accrescere la popolarità di un premier in difficoltà”. “Col sangue e col fuoco - scandivano allora dimostranti di estrema destra - espelleremo Rabin”. In un picchetto tenuto sotto alla sua residenza di Ramat Aviv, qualcuno disse che la coppia Rabin sarebbe finita “come i Ceausescu”. Colpe e complottiPer “sganciarsi” adesso dalla responsabilità politica del delitto, la destra radicale si basa fra l’altro su una serie di punti oscuri che gravano sulla ricostruzione della drammatica notte del 4 novembre 1995 e sul ruolo avuto allora dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. Una delle persone più vicine al killer Amir era Avishay Raviv: allora ritenuto leader di un piccolo gruppo di destra (Eyal), in realtà agente provocatore dello Shin Bet, stipendiato dunque dallo Stato. Per le sue attività politiche, lo squattrinato Amir utilizzava il telefono cellulare di Raviv. Come mai dunque questi non seppe prevenire il delitto ?Ecco dunque tornare ora in campo la figura enigmatica di Margalit Har-Shefy, “pasionaria” della destra religiosa, amica di Amir. Aveva sentito dalla sua bocca che intendeva sparare a Rabin, ma non lo aveva denunciato alla polizia. “Pensavo fossero spacconate” avrebbe spiegato. Per questa omissione fu condannata a diversi mesi di carcere. Adesso deputati di destra e di Kadima ritengono che sia stata condannata ingiustamente e che quella pena vada cancellata: perché - chiedono - il sistema giudiziario si incattivì con Har-Shefy, mentre chiuse un occhio più che benevolo con Raviv ?A sinistra si puntano i piedi. Si teme che si crei così un precedente: un atto di clemenza verso Har-Shefy sarebbe solo l’inizio di altre richieste di agevolazioni per il killer stesso che, malgrado sconti l’ergastolo in totale isolamento, in carcere è riuscito a sposarsi e a mettere al mondo un figlio. Nel tentativo di esorcizzare gli spari di Piazza Rabin anche la radio dei coloni Canale 7 ha voluto dare il proprio contributo stimolando gli ascoltatori a pubblicare le loro “tesi cospiratorie”, per lo più volte a dimostrare che il killer - lungi da essere stato attivato da rabbini oscurantisti - era invece una pedina più o meno consapevole dello Shin Bet. L’iniziativa di Canale 7 è stata duramente biasimata dalla grande stampa di Israele. Ma ormai esiste una sottocoltura piuttosto vasta e dinamica - nelle colonie in Cisgiordania, nei collegi rabbinici, nei rioni ultraortodossi - dove le tesi cospiratorie sono ampiamente diffuse. Quale la sua eredità?A quindici anni dall’efferato delitto, la sinistra cede una posizione dopo l’altra e si rinchiude in se stessa. Adesso spegne anche i lampioni di Piazza Rabin. Per i giovani che si arruolano quest’anno, Rabin è solo un nome astratto, come quelli di Ben Gurion, Dayan o Begin. E Benyamin Netanyahu - che nel 1995, nella piazza Zion di Gerusalemme arringava una folla ribollente denunciando la politica del premier laburista - in queste settimane alla Knesset ha affermato, senza battere ciglio, di essere un continuatore della politica rabiniana. Lui stesso è fautore, adesso, della formula dei “Due Stati per i due popoli”, della necessità di severi accordi di sicurezza con i palestinesi e di mantenere anche in futuro una presenza nella valle del Giordano. Da parte sua il presidente della Knesset, Reuven Rivlin, un ideologo del Likud, sostiene che “la vera ‘legacy’ di Rabin riguarda la necessità di difendere ad oltranza la Gerusalemme riunita”. Proprio come esige il Likud. E anche questo, forse, è un tentativo della destra nazionalista di scuotersi di dosso quel senso di colpa che da 15 anni pesa sullo stomaco.di Aldo Baquis, da Tel Aviv http://www.mosaico-cem.it/

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