mercoledì 1 dicembre 2010


Intervista a Ron Leshem

29 novembre 2010 di Giusi Meister, http://bibliotecadisraele.wordpress.com/
La biblioteca d’Israele: ‘’Innanzitutto devo dire che è interessante parlare con un ragazzo della mia età che è riuscito a scrivere un libro dello spessore di ‘Tredici soldati’ (il titolo italiano del libro di Leshem, Beaufort). Non succede spesso in Italia, e allora mi interessa iniziare evidenziando questo aspetto: l’approccio della gioventù israeliana alla politica e alla cultura del proprio Paese. Sono rimasta colpita dalla intervista da te rilasciata al ‘Sole 24 ore’ in cui dicevi che i giovani a Tel Aviv vivono in una sorta di ‘bolla’. Ma dal di fuori questa condizione non appare così evidente, anzi, mi è sembrato che lì ci fosse piuttosto la tendenza ad essere dentro le cose, molta dialettica positiva, nonostante la complessità crescente della situazione.Ron Leshem: Credo che questo sia un problema di diversi Paesi, non esclusivamente di Israele. Le giovani generazioni sono molto meno coinvolte politicamente dei propri genitori. Inoltre, ci si aspettava da loro che prima dei venticinque anni avrebbero almeno provato a fare una vera e propria rivoluzione, invece, si sono rivelate molto piu’ apatiche nei confronti della situazione generale e molto meno coinvolte di coloro che le hanno precedute. Però, il motivo reale di questo atteggiamento è che i giovani sono esausti, che siamo esausti. Sentiamo ormai che nulla potrà cambiare, e che i politici continueranno ad illuderci, così come dall’altra parte continueranno sempre a tentare di ammazzarci e basta. Siamo davvero molto stanchi, ma, oltre a tutto questo, bisogna anche considerare che Tel Aviv è uno dei posti più divertenti al mondo: la gente se ne va mezza nuda sulla spiaggia e affonda letteralmente nell’individualismo, e cio’ perché è convinta che nulla cambierà. Inoltre, è importante evidenziare anche un altro aspetto assolutamente centrale della nostra situazione: noi siamo un Paese occidentale. Tu vivi a Roma e non puoi realmente capire cosa significhi tentare di costruire una società liberale e democratica quando dall’altra parte del confine si uccide la gente solo perché beve alcool ed è omosessuale. Se poi sei donna, sei addirittura condannabile alla lapidazione in conseguenza dell’accusa di prostituirti o di aver tradito tuo marito. Come vedi, viviamo in una situazione assolutamente schizofrenica, ma stiamo cercando di creare uno Stato liberale, di matrice occidentale, e per molti aspetti ci siamo riusciti, ma le cose sono molto, molto complicate. Ad ogni modo, sai, penso che sia più corretto che, quando ho qualcosa di politico da dire, io lo vada a dire nel mio Paese, non mi sento a mio agio a fare considerazioni politiche sul mio Paese all’estero.La biblioteca d’Israele: Ti faccio una domanda che feci anche ad Appelfeld:‘’ Come pensi che i giovani dovrebbero relazionarsi con il passato al fine di costruire qualcosa in grado di fondere in sé identità, memoria e futuro? Credi che questa sia una operazione possibile?’’. E come ti relazioni tu, Ron, al Passato? Intendo quello con la P maiuscola, non già quello strettamente personale.Ron Leshem: Io credo che i nostri antenati, il nostro popolo, per tanto tempo, siano stati ossessionati dal passato. I nostri nonni e nonne, poi, sono stati ossessionati dal futuro e, infine, noi giovani, lo siamo ora dal presente. Incredibilmente ossessionati, tanto da affondare in un individualismo fortissimo, e tutto questo per me è molto triste, e mi preoccupa. Dobbiamo assolutamente trovate un equilibrio. Da un punto di vista personale, quando penso al nostro Passato, i sentimenti che provo non sono poi molto ovvi, scontati: io credo, infatti, nella necessità di lottare, lottare per salvare e preservare la libertà, i valori liberali, i diritti umani. Lottare sia contro le posizioni dei fanatici religiosi di entrambe le parti, che dei fanatici delle ideologie che cercano solo la distruzione della propria controparte. E’ molto importante rimanere desti, non sedersi sulle cose, non essere compiacenti né alimentare eccessivi ottimismi. Penso davvero che grandi parti del mondo si stiano dirigendo verso tempi difficili e questo perché, lo vedi, c’è gente ammazzata a causa della propria omosessualità, lapidata, se di sesso femminile, come in Iran. Il futuro dei valori liberali, dunque, è a rischio e noi dobbiamo lottare per mantenere vivo tutto ciò in cui crediamo. Questa, peraltro, non è certo una cosa solo riferibile al mondo ebraico. Ogni persona che crede nei valori liberali è per me un fratello.La biblioteca d’Israele: Sempre a proposito di quella intervista a ‘Il sole 24 ore’, ti posso dire che mi hai ricordato una espressione usata da un grande autore italiano, Leonardo Sciascia, ovvero ‘Mi duole l’Italia’. A me sembra che a te dolga Israele, e non poco. Perché Israele è per te una sorta di ossessione? Un luogo che ti connota così profondamente?Ron Leshem: Io non potrei mai essere nient’altro, non potrei mai vivere all’estero, io amo il mio Paese. Ho vissuto in tanti posti, ma sono israeliano. Ho sviluppato una dipendenza per Israele, sia per le sue cose buone che per le cattive. Certo è un posto molto complicato, ma io amo questa complicazione. Credo fermamente che stiamo lottando per una giustizia di tipo liberale, per i diritti umani, e anche per molte altre cose che io riconosco come fondamentali. Vedi, questo è il sionismo: il liberalismo coniugato alla giustizia sociale e all’amore per la terra, al rispetto dell’integrità dell’ambiente. E, allora, io lo posso dire che sono senz’altro pro-sionismo.La biblioteca d’Israele: Tu nasci come giornalista, ma ‘Tredici soldati‘ non è affatto scritto con uno stile giornalistico, anzi, è narrativamente molto efficace. Vorrei sapere qualcosa sul tuo metodo di lavoro, e su come intervieni sul linguaggio. Infatti, hai un ebraico ricco, preciso, incisivo, e accurato.Ron Leshem: Io cerco di creare un mondo attraverso l’uso che faccio di una lingua, e questo perché amo letteralmente questo processo creativo che passa attraverso il linguaggio, ma sono anche un giornalista perché amo la ricerca. Ad ogni modo, decidere di essere quello che scrive un romanzo, e non un semplice articolo, significa scrivere fiction, cioè metterti nei panni sia di colui che è il tuo alter ego che di quello che è esattamente il tuo opposto e creare una relazione empatica coi personaggi. Questo è il mio modo di procedereLa biblioteca d’Israele: Parlami tu ultimo libro ‘Niloofar’, soprattutto vorrei che tu mi illustrassi come sei riuscito a costruire questa storia partendo da Facebook. Molti non lo sanno, infatti, ma non potendo tu andare in Iran ti sei messo in contatto con molti ragazzi iraniani attraverso questo social network.Ron Leshem: Ero curiosissimo di conoscere I ragazzi e le ragazze iraniane perché avevo l’urgenza di chiedergli per quale motive ci odiassero tanto, e così gli ho chiesto l’amicizia su facebook. Be’, facendo due conti, io quando chiedo l’amicizia a cento palestinesi una cinquantina rifiuta, se poi la chiedo a degli egiziani rifiutano sempre tutti ma, invece, ogni iraniano a cui l’ho chiesta me l’ha approvata, e questo è stato assolutamente eccitante per me. Alcuni di loro sono persino diventati anche dei miei buoni amici. Gli ho chiesto di spiegarmi, avevo questo immenso desiderio di capire, di comprendere come erano le cose là. Se solo avessi potuto mi sarei davvero trasferito lì per almeno tre anni, ma la scrittura è stata il mio modo di vivere in quei luoghi che mi erano interdetti. La biblioteca d’Israele: Ma perché l’Iran? Perché non hai scelto un altro Paese islamico, come l’Egitto ad esempio, ma proprio questo? Ron Leshem: Ah, non lo so davvero. E’ successo che la storia, questa storia che racconto, mi ha catturato. Sai, non sono io che ho scelto lei, ma lei che mi ha trovato e mi ha scelto.

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