giovedì 24 febbraio 2011


Maalè Adumim

Il ruolo degli Usa

“Mano di budino, in guanto di mozzarella”. Così, con amara ironia, il Tizio della sera ha inteso sintetizzare, su l'Unione informa del 17 febbraio, l’atteggiamento dell’amministrazione americana nei confronti dell’Iran e dei suoi propositi aggressivi. Lo sconfortante giudizio, purtroppo, sembra cogliere nel segno, e pare ben inserirsi in una più generale valutazione dell’attuale capacità di iniziativa e di governo, sul piano mondiale, degli Stati Uniti, di fronte, in particolare, agli imprevedibili sommovimenti in atto in tutto il mondo islamico. Personalmente, ho sempre ritenuto che la considerazione dell’influenza, diretta o indiretta, degli Stati Uniti sulle più diverse vicende della politica mondiale sia spesso stata fortemente esagerata dall’opinione pubblica internazionale, per diversi motivi: grossolana semplificazione di situazioni diverse e complesse (l’idea di un unico regista occulto rappresenta un comodo parametro di giudizio comune), gusto di dietrologia (“c’è dietro la CIA”), acritica ammirazione o, più spesso, antipatia per la superpotenza d’oltreoceano (ritenuta capace di tutto, soprattutto di qualsiasi “gioco sporco” a difesa del dominio del “dio dollaro”). Tale sopravvalutazione, ovviamente, non poteva che crescere ulteriormente dopo la caduta del muro e l’implosione, nel 1991, dell’Unione Sovietica, l’altro colosso che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, dell’America era stato il tradizionale rivale e avversario.Al netto di tali esagerazioni, comunque, non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano costantemente giocato nel Medio Oriente, nel secondo dopoguerra, un ruolo da protagonisti. Basti ricordare la sicurezza e la capacità di leadership dimostrata da Bush senior, nel 1990-91, di fronte alla crisi del Kuwait, quando l’America sembrò, con un capolavoro diplomatico e militare, ergersi con successo a paladina e garante della legalità internazionale, nell’ammirazione di tutti.I vent’anni trascorsi, da quei giorni, sembrano molti di più, e la capacità di guida e di intervento degli Stati Uniti - e, ancor più, la generale percezione di tale capacità: cosa di massima importanza in politica estera, ove l’apparire conta, spesso, ancor più dell’essere - sembra essere precipitata a picco. Al di là dell’innegabile immagine di impotenza, quello che impressiona, dell’attuale politica internazionale americana, è l’impressione di una totale mancanza di visione, di strategia. Cosa vorrebbero, quale futuro preferirebbe l’America per il Medio Oriente? Mistero. Da quello che appare, Washington assiste ai vari rivolgimenti con un atteggiamento di imbarazzato stupore, e gli improvvisati commenti del Presidente Obama suscitano ormai lo stesso interesse di quelli rilasciati da un tassista, o da un amico al bar. La superpotenza, evidentemente, è in crisi d’identità. Quanto al suo storico appoggio a Israele (anch’esso, comunque, sopravvalutato: soldati americani sono caduti, negli ultimi settant’anni, a decine di migliaia, in quasi tutti gli angoli del pianeta, ma neanche uno al fianco degli israeliani), è forse presto per dire se, e in che misura, esso appaia in crisi, o indebolito; il sostegno allo Stato ebraico, per fortuna, è ancora sentito come giusto, necessario e importante da una larga maggioranza dell’opinione pubblica statunitense. Ma, certamente, Israele sa che, nel nuovo, sempre più preoccupante scenario, dovrà affidamento, in ogni caso, soprattutto su sé stesso. Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/

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