E si facevano chiamare “realisti”
23 febbraio 2011 in Uncategorized, http://topgonzo.wordpress.com/
Negli anni della presidenza Bush jr. un gruppo di intellettuali di varia provenienza politica, sbrigativamente chiamati dalla stampa “neocon”, manifestarono la loro convinzione per cui gli Stati Uniti, se volevano mantenere la supremazia politica e culturale nel mondo, dovevano con decisione promuovere lo sviluppo della democrazia nel mondo. Una strategia di rottura con la politica di contenimento della guerra fredda, secondo la quale i dittatori potevano benissimo restare al proprio posto, a patto che non cadessero nell’orbita del nemico (l’URSS prima e l’islamismo poi). Il corollario di questo ragionamento era il ribaltamento del modo di pensare al problema mediorientale: invece di credere che un accordo di pace duraturo tra Israele e Palestinesi fosse possibile e foriero di stabilità, sarebbe stato prima necessario democratizzare i vicini di Israele e a quel punto l’accordo sarebbe arrivato. Bush jr. si riferì alla strategia di rottura dello status quo con un efficace “dare uno scrollone alla baracca mediorientale”; più propriamente la strategia ha preso il nome di Freedom Agenda. Alla fine della presidenza Bush jr. gli esiti erano un Iraq con un germe di governo democratico (e un influente dittatore di meno) e una partita aperta in Afghanistan. Contemporaneamente, una campagna mediatica-politica senza precedenti contro Bush e la dottrina neocon. Masse di intelligentoni, di sinistra ma anche della destra conservatrice, hanno stigmatizzato e ridicolizzato la Freedom Agenda, ironizzando sul concetto di “esportare la democrazia con le baionette”. Ignorando due cose: primo, che nessuno ha mai teorizzato che la democrazia si potesse imporre sic et sempliciter, ma semmai che l’uso della forza fosse in alcuni casi necessario per rimuovere ostacoli al processo di democratizzazione che altrimenti sarebbero durati ancora per decenni; secondo, che la forza sarebbe stata necessaria solo in alcuni “casi pilota” che poi avrebbero provocato un effetto domino. Per favorirlo, la Freedom Agenda prevedeva cospicui finanziamenti delle organizzazioni politiche liberali nei paesi del medio oriente. Ma tutto ciò è stato bollato come “idealismo”, irrealizzabile, da contrapporre alla sana, vecchia politica “realista” di gestire lo status quo (approccio di destra) affiancato dall’idea che tendere la mano per far diventare buoni tutti fosse sufficiente (approccio di sinistra). Politicamente, ciò è culminato nell’elezione a presidente di Obama, che se da un lato non ha potuto che continuare la guerra in Afghanistan, dall’altro ha prodotto il “memorabile” discorso del Cairo in cui ha proclamato che gli Stati Uniti non si sarebbero intromessi nella politica dei paesi arabi. Emblematico proprio il caso di Mubarak, che era in pessimi rapporti con Bush, che lo aveva osteggiato aspramente fin quasi alla fine del suo mandato, ed ottimi con Obama che gli aveva riconcesso carta bianca. Tutto condito con il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni liberali e con la benedizione europea, dell’intellighenzia e del ceto medio riflessivo. Quanto “realista” fosse questo programma lo vediamo in questi giorni. Il famoso “status quo” che “realisticamente” conveniva mantenere e governare è venuto giù di botto, proprio per un effetto domino, anche se innescato da cause non previste dai “neocon” (la crisi economica). I neocon però ci hanno preso per quanto riguarda la facilitazione data da internet. I “realisti”, peraltro, non ci hanno preso per niente nel giudicare stabili i dittatori di riferimento. Qualcuno prima o poi si dovrà chiedere i servizi segreti di tutto l’Occidente cosa ci stanno a fare. Peraltro già da qualche mese su certa stampa fuori dal mainstream, come il Foglio, si potevano leggere resoconti preoccupanti sull’Egitto: il sospetto che i rapporti dei servizi segreti ci fossero, ma siano stati volutamente ignorati dai governi occidentali è forte. Ora la situazione è paradossale: abbiamo per la prima volta un’ondata di rivolte arabe i cui slogan non sono antioccidentali e le cui componenti islamiste, colte di sorpresa, non sono ancora rilevanti. Tuttavia, nessun paese occidentale ha saputo creare le circostanze giuste per influire sugli sviluppi; anzi, mai nella storia moderna sia Stati Uniti che Europa hanno mostrato capi di governo e della diplomazia così balbettanti ed impreparati. Ora tutti annaspano e “sperano”. Forse in Egitto ci si può salvare in corner grazie allo speciale rapporto tra USA ed esercito egiziano. Ma mentre l’Occidente balbetta, gli islamisti si stanno organizzando senza perdere tempo e, purtroppo, temiamo che in molti casi prenderanno il sopravvento. Il lavoro iniziato con l’Iraq non è stato portato avanti con l’Iran, per cui se da un lato non c’è più un Saddam Hussein che soffia sul fuoco (e che avrebbe reso tutto ancora più complicato; o magari sarebbe andato giù pure lui in questo momento, con una ribellione fuori controllo e facilmente pilotabile dall’Iran), dall’altro abbiamo ancora un Ahmadineyad che viene lasciato libero di mandare navi da guerra nel Mediterraneo. Pagheremo cara l’interruzione della Freedom Agenda e la supponenza dei “realisti”.Parsifal

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