martedì 24 maggio 2011




Festival di Cannes - Hearat Shulayim, miglior sceneggiatura
Cannes si inchina al Talmud di Cedar
Hearat Shulayim - Nota a margine trionfa al Festival di Cannes con la storia di una grande rivalità tra un padre e un figlio. Entrambi sono eccentrici accademici che hanno dedicato la propria vita agli studi talmudici. Il padre sembra un testardo purista che rifugge le convenzioni delle istituzioni e i riconoscimenti. Suo figlio, Uriel, appare invece come uno che ricerca elogi ad ogni costo, alla continua caccia di un riconoscimento. Ma un giorno i giochi si capovolgono. I due uomini si scambiano di posto, quando il padre realizza di stare per ricevere una delle maggiori onorificenze in cui un accademico israeliano possa sperare: il premio Israele. Il suo disperato e inconfessato bisogno di ottenere un riconoscimento viene allora tradito, la sua vanità messa a nudo. Uriel è diviso tra orgoglio ed invidia. Interverrà per ostacolare la gloria del padre? Il film è la storia di una folle competizione, l'ammirazione e l'invidia per un modello di comportamento che conduce padre e figlio a un doloroso scontro finale. Joseph Cedar, da dove viene l'idea di Footnote? Mi è difficile rispondere a questa domanda senza guastare la visione e rivelare un punto chiave del film, perché questa volta l'idea iniziale era proprio quella – uno snodo all'interno della trama che pensavo fosse interessante sviluppare. È vagamente basato su un fatto cui nella vita ho rischiato di andare molto vicino, e mi sono divertito ad immaginare come si sarebbe sviluppata la cosa se mi fosse davvero capitata. Il film, una volta completo, è risultato comunque molto più complesso rispetto alla mia idea iniziale. Durante la stesura, l'attenzione si è spostata dalla trama a un esame di questi due personaggi. Lei ha utilizzato diverse tecniche del genere della commedia (scene comiche, montaggi/scelte visive, situation comedy) che potrebbero portare a qualificare il film come intellectual comedy. È d'accordo? Sono contento che il film possa essere considerato come una commedia; questo significa che il pubblico ride, senza per forza prendere ogni cosa troppo sul serio. Ma se vogliamo essere formali, penso che la storia si possa definire drammatica. Come lo sono la maggior parte dei rapporti padre-figlio. Il film è un ritratto di due generazioni: quella dei padri e quella dei figli. È una questione di portata universale, ma rappresenta anche un importante volto della cultura israeliana. Quale dei due aspetti ha pensato di affrontare? Per un po’ mi sono messo a pensare a questa tensione tra l'universale e la specificità culturale. Sebbene non sia ancora sicuro che si possa trovare un equilibrio tra i due, perché l'uno s'impone a spese dell'altro, credo di essere più portato a lavorare con del materiale estremamente specifico da un punto di vista culturale, e spero che le persone al di fuori del mio cerchio chiuso accetteranno in qualche maniera le motivazioni umane. Questa domanda mi aiuta anche a dire ciò che penso sui film che vedo, o sui libri che leggo. Quando una storia è troppo "universale", o m'insosppetisce, o mi annoia. Perché ha scelto gli studiosi di Talmud?
Il Dipartimento di Studi talmudici dell'Università ebraica di Gerusalemme è un settore molto particolare. È il più piccolo dipartimento dell'università, ma è molto noto per i suoi metodi inflessibili e il suo severo atteggiamento verso l'idea di errore. Una volta mi sono messo ad ascoltare storie che provenivano dall'interno di questo dipartimento, su leggendarie rivalità tra studenti, testardaggini fuori dal mondo, eccentrici professori che vivono con una missione accademica più importante della loro stessa vita, anche se l'argomento è del tutto esoterico. Mi sono innamorato di tutte queste cose, che sono poi diventate il fulcro di questa storia. La rivalità tra il padre e il figlio nel suo film implica il sacrificio del figlio, ma forse anche quello del padre? Preferirei provare a non leggere questi temi nel film, ma penso che la parola sacrificio possa essere molto utile per parlare della natura della relazione padre-figlio.
Può spiegare la conclusione del suo film? Gli ultimi 15 minuti del film sono stati girati più come una sequenza di danza che come una scena drammatica. Sono stati coreografati più che diretti. Le emozioni erano troppo grandi, troppo contraddittorie, troppo terribili per essere inserite in un dialogo o in un semplice scontro realistico umano. Il risultato è un punto di vista soggettivo d'un evento che, visto dall'esterno, sembra gioioso ed innocuo, ma dalla prospettiva dei personaggi, da dentro il loro "io", è apocalittico. È un film sugli uomini. Le donne restano nell'ombra. C'è qualcosa da chiarire su questo punto? Il personaggio della madre, Yehudit, è un catalizzatore per tutta la storia. Ma è un film su due uomini. Al centro del dramma c'è il loro punto di vista. Può dirci qualcosa sul titolo? E l'importanza di questa "nota a piè di pagina"? Uno studioso di Talmud, famoso per il suo stile asciutto e sintetico, mi ha spiegato così l'utilizzo di questa nota a margine: "È un'informazione, o un aneddoto, non sempre certificabile, alle volte anche stravagante o sciocco, spesso nemmeno importante per il testo principale, ma allo stesso tempo è semplicemente troppo irresistibile e stuzzicante per essere tralasciato". Che è, bene o male, quello che penso di questo film. Tutto il mio film è una nota a margine. Tommaso De Pas http://www.moked.it/

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