martedì 27 novembre 2012

David Resnick

(5 agosto 1924 – 4 novembre 2012)

Di Rio de Janeiro, poi israeliano. Architetto, “uno dei più celebri” d’Israele. A Rio, aveva fatto pratica nello studio di Oscar Niemeyer: “un genio e un rivoluzionario” avrebbe detto. Niemeyer ha oggi 105 anni. Resnick ne aveva 88. È sepolto a Gerusalemme, nel cimitero di Har Hamenuchot.

Gerusalemme è una città di infinite definizioni: la “Venezia di Dio” secondo il poeta Yehuda Amichai, oppure “il Vaticano che abbiamo qui”, secondo un’opinione veloce di un taxista arabo, qualche anno fa. Per Resnick, oltre ad essere un luogo di “nostalgia”, andava trattata anche “come una vergine”: senza costruire troppo in alto, rovinando il suo carattere “mistico”.
Non era religioso, era partito da un sionismo socialista, e, con la moglie Rachel, avrebbe fatto parte di quei giovani brasiliani che si trasferivano per costruire un nuovo Stato. In ogni senso. La definizione di “rivoluzionario” rivolta a Niemeyer, connotava un’affinità ideale, oltre che artistica, e tecnica. Niemeyer, fra i molti concetti scelti per dire qualcosa di sé, citava le “curve sensuali”, e poi “la curva dell’universo di Einstein”. Un’idea poetica e materialista.
Quelle curve, Resnick le ha elaborate in un suo modernismo particolare, e adatto a Israele: si trattava di creare una nuova lingua anche nel costruire. Nel Paese, e nella città – Tel Aviv – che era stata modellata da qualche maestro del Bauhaus. Alcuni dei più begli edifici israeliani spuntano da terra come delle apparizioni razionali: in architettura non è un ossimoro, e Resnick ha disegnato, in quella prospettiva, almeno due capolavori. La “Rabbi Dr. I. Goldstein Synagogue” (nella Hebrew University di Gerusalemme) è, insieme, una cupola planetaria, un oggetto cosmico, ma naturale in mezzo al verde. Non marziano.
Il Memoriale a John Kennedy (Yad Kennedy) ha la profondità di una pista di decollo, la forma di un auditorium, e una specie di fuga in avanti, come un luogo di memoria infinita. O universale. A Resnick, Israele deve anche gli edifici dell’Accademia nazionale delle Scienze, il campus della Hebrew University sul Monte Scopus, il padiglione per l’Expo canadese di Montréal del 1967.
Parlare di grande architettura, o di normali “costruzioni” in Israele oggi – in questi giorni – può risultare eccentrico. Basta capirsi almeno su pochi aspetti. Al di là della propaganda, quello non è solo il Paese del “muro” di separazione-sicurezza, o degli insediamenti ciclotimici. È, ed è stato, di base una società civile formata (emigrati, intellettuali, sindacati, partiti, architetti, artisti, medici, avvocati, operai, agricoltori, impiegati, eccetera) prima del disastro della Shoah.
La sicurezza – o l’esistenza – di tutto questo è materia contesa da quasi 70 anni. Per il momento, quello che è stato costruito (anche da Resnick) resta e dice qualcosa. Nella migliore delle ipotesi, si puo’immaginare che possa venire condiviso. Da tutti.

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