martedì 27 novembre 2012
Gerusalemme
è una città di infinite definizioni:
la “Venezia di Dio” secondo il poeta Yehuda Amichai, oppure “il
Vaticano che abbiamo qui”, secondo un’opinione veloce di un
taxista arabo, qualche anno fa. Per Resnick, oltre ad essere un luogo
di “nostalgia”, andava trattata anche “come una vergine”:
senza costruire troppo in alto, rovinando il suo carattere “mistico”.
Non
era religioso, era partito da un sionismo socialista,
e, con la moglie Rachel, avrebbe fatto parte di quei giovani
brasiliani che si trasferivano per costruire un nuovo Stato. In ogni
senso. La definizione di “rivoluzionario” rivolta a Niemeyer,
connotava un’affinità ideale, oltre che artistica, e tecnica.
Niemeyer, fra i molti concetti scelti per dire qualcosa di sé,
citava le “curve sensuali”, e poi “la curva dell’universo di
Einstein”. Un’idea poetica e materialista.
Quelle
curve, Resnick le ha elaborate in un suo modernismo particolare,
e adatto a Israele: si trattava di creare una nuova lingua anche nel
costruire. Nel Paese, e nella città – Tel Aviv – che era stata
modellata da qualche maestro del Bauhaus. Alcuni dei più begli
edifici israeliani spuntano da terra come delle apparizioni
razionali: in architettura non è un ossimoro, e Resnick ha
disegnato, in quella prospettiva, almeno due capolavori. La “Rabbi
Dr. I. Goldstein Synagogue” (nella Hebrew University di
Gerusalemme) è, insieme, una cupola planetaria, un oggetto cosmico,
ma naturale in mezzo al verde. Non marziano.
Il
Memoriale a John Kennedy (Yad Kennedy) ha
la profondità di una pista di decollo, la forma di un auditorium, e
una specie di fuga in avanti, come un luogo di memoria infinita. O
universale. A Resnick, Israele deve anche gli edifici dell’Accademia
nazionale delle Scienze, il campus della Hebrew University sul Monte
Scopus, il padiglione per l’Expo canadese di Montréal del 1967.
Parlare
di grande architettura, o di normali “costruzioni”
in Israele oggi – in questi giorni – può risultare eccentrico.
Basta capirsi almeno su pochi aspetti. Al di là della propaganda,
quello non è solo il Paese del “muro” di separazione-sicurezza,
o degli insediamenti ciclotimici. È, ed è stato, di base una
società civile formata (emigrati, intellettuali, sindacati, partiti,
architetti, artisti, medici, avvocati, operai, agricoltori,
impiegati, eccetera) prima del disastro della Shoah.
La
sicurezza – o l’esistenza – di tutto questo è materia contesa
da quasi 70 anni. Per il momento, quello che è stato costruito
(anche da Resnick) resta e dice qualcosa. Nella migliore delle
ipotesi, si puo’immaginare che possa venire condiviso. Da tutti.
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