martedì 20 novembre 2012
Pallywood, la fabbrica delle foto bugiarde costruite contro Israele
A
volte si tratta di film in cinemascope a tre dimensioni, come la storia
di Mohammed Al Dura, o quella di Jenin. A volte, è solo una bambina con
la dermatite la cui penosa immagine viene diffusa e descritta (“fonti
palestinesi”) spiegando che si tratta di una creatura colpita dal
“fosforo bianco” che gli israeliani spargono sulle creature. Ma sempre
Pallywood è. Mettiamoci dunque comodi in prima fila: con questa guerra,
Pallywood ha ricominciato il solito spettacolo. Con tutto il rispetto
per i feriti e i morti veri, e dispiace non poco per il neonato perduto
dal cameraman della BBC a Gaza, di nuovo è in corso una guerra
parallela, non meno importante: quella delle bugie mediatiche con cui
Pallywood (l’Hollywood palestinese) delegittima Israele e vittimizza
della sua popolazione civile. Già la guerra in corso sui media
internazionali è stata manipolata; la sua origine, nei titoli, è la
gratuita decisione israeliana di eliminare Ahmad Jabari, capo militare
di Hamas. Da qui poi sarebbe seguito il lancio di missili e
l’escalation. Ma come sa chi ha seguito gli eventi, l’eliminazione
mirata è avvenuta solo dopo che il sud d’Iraele era diventato un
tirassegno in cui la popolazione civile israeliana veniva bersagliata da
Gaza. Contro ogni evidenza ora i palestinesi coadiuvati dalle solite
ONG (finanziate da noi cittadini ignari, come dimostra un nuovissimo
rapporto sui finanziamenti pubblici alle Ong anti Israele di Giovanni
Quer, edito dalla Federazione delle Associazioni Italia Israele)
sostengono la tesi che è Israele a attaccare i civili, e non Hamas.Le
foto manipolate sono il mezzo migliore: un Tablet Magazine di Adam
Chandler, poi ripreso ovunque, ha mostrato un padre disperato con un
bambino morto in braccio, e sarebbe accaduto sotto il fuoco israeliano.
La foto è vera purtroppo, solo che si riferisce a un episodio accaduto
in Siria. Un altro “documento” degli attacchi di Israele è apparso alla
BBC: un signore con giacca beige e tshirt fotografato alle 2,11 di tre
giorni fa è morto. Peccato che ci sia un’altra foto delle 2,44 in cui lo
stesso personaggio è ripreso mentre cammina. I morti che risorgono
ebbero la loro sequenza più famosa filmata da un drone a Jenin nel 2002:
la città madre di tanti attentati terroristi fu cinta d’assedio alla
fine ci furono 52 morti palestinesi e una quarantina di israeliani. Una
battaglia in piena regola. Ma la propaganda palestinese sostenne che i
morti erano stati un migliaio, una strage, disse Terje Larsen inviato
dell’ONU “come a Sebrenica”. La cronista che era sul posto non se la
bevve, non era necessario credere solo alle “fonti palestinesi” basta
cercarsene anche altre. Dopo la “strage”, un funerale trasportava a
braccia un morto su una lettiga, coperto da un drappo verde. Ma la
lettiga oscillava troppo, così il morto fu costretto a saltare giù
seminando il panico. Un morto che cammina.Pallywood
è fantasioso, c’è “una bambina palestinese che lava il sangue del
fratello” (2010, blog di Noam Abed) e invece è la pulizia di un
mattatoio di Ramallah; c’è un padre che secondo un inviato all’ONU,
Khullood Badawi, porta la sua bambina uccisa al cimitero, ma siamo in
Iraq; c’è un bambina, Asil Ara’ra di 4 anni deceduta per ferite d’arma
da fuoco, ma è una terribile foto presa in Yemen, Israele non c’entra;
c’è una creatura che disegna con un pennarello attaccato al moncherino
in un ospedale, ma accade in un ospedale a Oakland... le presunte
atrocità compiute contro i bambini hanno attecchito dal 2002, in piena
Intifada, quando Charles Enderlain della tv francese, senza essere stato
sul luogo e usando fotoreportage, fece di Mohammed Al Dura l’epitome
della crudeltà israeliana. Un bambino che muore sulle ginocchia del
padre preso di mira dai perfidi soldati. Studi tedeschi, francesi,
americani dimostrano che Mohammed potrebbe essere vivo, e che comunque
non c’è prova che sia stato ucciso dagli israeliani. Chi
ha dato una gran mano a Pallywood è Hezbollywood: ricordiamo durante la
guerra del Libano (2006) l’ambulanza con un buco nel tetto, ma non era
un foro di proiettile bensì una finzione praticata ad arte; le foto di
famiglia spostate da una parte all’altra di varie rovine fumanti,
insieme ai giocattoli sempre gli stessi, fotografati di qua e di là. E
il fumo nero di esplosioni a Beirut, tutte finte, per cui venne
licenziato un fotografo della Reuters. Abbiamo imparato qualcosa da
tutto questo? O seguiteremo a scrivere “da fonte palestinese apprendiamo
che...”?Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 18 novembre 2012
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